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G8 GENOVA, IL GIORNALISTA MARK COVELL: “ALLA DIAZ VOLEVANO AMMAZZARCI, POI SONO STATI TUTTI PROMOSSI”

IL CRONISTA QUASI UCCISO DURANTE L’IRRUZIONE ALA DIAZ RACCONTA LE 14 ORE DI COMA, LA RICERCA DELLA GIUSTIZIA E I POLIZIOTTI RIMASTI IMPUNITI

Sono passati venticinque anni dai fatti del G8 di Genova del 2001, ma le ferite di quei giorni faticano a chiudersi, diventando parte integrante e dolorosa della memoria collettiva italiana. Per Mark Covell, allora giovane videoreporter freelance britannico per Indymedia UK, il vertice si è trasformato in un incubo personale che ha segnato la sua vita e quella della sua famiglia per sempre. Quasi ucciso durante la brutale irruzione nella scuola Diaz, Covell ha affrontato un coma di 14 ore, danni fisici incalcolabili e un disturbo da stress post-traumatico con cui convive ancora oggi.
Mark, facciamo un salto indietro nel tempo per chi oggi legge la tua storia per la prima volta. Nel luglio del 2001 eri un giornalista freelance di Indymedia. Qual era esattamente il tuo ruolo a Genova nei giorni del G8, perché ti trovavi proprio nei pressi della scuola Diaz quella notte e cosa è accaduto nei primissimi istanti dell’irruzione della polizia?
Nel luglio del 2001 collaboravo come videoreporter freelance con Indymedia UK. Il mio primo summit contro la globalizzazione era stato quello del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale a Praga. Sapevo che si sarebbe svolto il G8, ma pensavo che fosse un evento troppo grande per la mia esperienza. Avevo però il tesserino del National Union of Journalists britannico e questo mi permise di collaborare con Indymedia Genova. L’accordo iniziale era che sarei andato in città solo per aiutare a installare la rete informatica del Media Center, per poi ripartire prima dell’inizio del vertice. Arrivai a Genova il 9 luglio e iniziai a lavorare con il gruppo tecnico di Indymedia. Il nostro compito era collegare decine di computer e laptop donati che sarebbero serviti per seguire il summit. Quando però migliaia di poliziotti e militari arrivarono in città e Genova venne praticamente blindata, mi resi conto che non sarei più riuscito ad andare via. Così rimasi e presi parte all’operazione di Indymedia durante tutto il G8.
La sera del 19 luglio cercavano volontari che rimanessero nel Media Center a gestire i telefoni, i canali IRC e soprattutto il sito di Indymedia. Mi offrii volontario. Questo significava che non sarei mai andato ai cortei, ma avrei seguito tutto dalla redazione aggiornando il sito, che in quei giorni arrivava a circa 1,2 milioni di visualizzazioni al giorno. Il 20 luglio, mentre lavoravamo senza sosta, arrivarono le fotografie della morte di Carlo Giuliani. Per qualche istante nella stanza cadde il silenzio: tutti rimanemmo increduli, poi tornammo subito al lavoro per raccontare quello che era successo. Nelle ore successive circolavano continuamente voci incontrollate: si parlava di altri morti e anche della possibilità che la polizia facesse irruzione nella sede di Indymedia. Dormii pochissimo quella notte.
Cosa successe dopo?
La sera del 21 luglio il vertice era ormai finito e molte persone stavano lasciando la città. Intorno alle 22.30 entrai nella scuola Diaz Pertini semplicemente per salutare alcuni colleghi di Indymedia prima di partire anch’io per Milano. Poco prima di mezzanotte sentii un forte boato provenire dall’esterno e molte urla. Un ragazzo entrò di corsa gridando che la polizia stava facendo irruzione nella scuola. Insieme a un giornalista tedesco di Indymedia cercai di raggiungere la Diaz Pascoli per avvisare chi era all’interno. Lui riuscì ad attraversare la strada, io invece venni intercettato dal primo reparto della Settima Squadra Mobile. Estrassi subito il mio tesserino del sindacato dei giornalisti britannici e continuai a ripetere: “Press, stampa!”. Ma mentre cercavo di mostrarlo iniziarono a colpirmi al braccio e alla spalla. Mi fu detto che non ero un giornalista, che ero un black bloc e che loro i black bloc li avrebbero ammazzati.
Dopo venticinque anni, quando ripensi alla notte della Diaz, qual è l’immagine che ti torna in mente per prima?
La cosa che ricordo di più sono le urla che arrivavano dalla Pertini dopo il secondo attacco, mentre i poliziotti si riversavano nel cortile. Ci fu anche un momento, mentre arrivava il terzo attacco, in cui capii che stavo per morire. Entrare in coma fu come attraversare un tunnel di luce, e poi il nulla.
Il primo attacco mi stordì e mi immobilizzò. Il secondo attacco, pochi minuti dopo, causò danni enormi al mio corpo. Il terzo attacco fu un colpo di grazia, e poi un coma di 14 ore: il secondo attacco mi ruppe la mano sinistra… tutta la gabbia toracica sul lato sinistro fu completamente sfondata. La colonna vertebrale fu danneggiata e subii una massiccia emorragia interna. Il terzo attacco fu, né più né meno, che spaccarmi la testa; il poliziotto sapeva che mi avrebbe ucciso, per la quantità di forza usata. Un altro calcio in bocca mi fratturò o strappò 16 denti.
Oltre alla violenza subita sul tuo corpo, cosa ricordi del comportamento dei poliziotti e delle armi che vennero usate quella notte?
Quella notte alla Diaz i poliziotti coinvolti avevano tutta l’intenzione di infliggere quanto più danno possibile a persone indifese: ci sputavano addosso, tagliavano ciocche di capelli come trofei, aggredirono una vittima con un estintore (Niels Martensen) e poi ritardarono i soccorsi medici il più a lungo possibile (come nel mio caso). Non importava che si trattasse di un uomo o di una donna. Alcuni di loro erano equipaggiati con una seconda “barra di ferro” fatta per sembrare un manganello. Quest’arma illegale è progettata per rompere le ossa rapidamente. C’è poi il caso del “poliziotto con la coda di cavallo” che correva per il primo piano brandendo un’arma improvvisata, un’asse di legno con conficcato un chiodo da quindici centimetri.
Per i successivi 30 minuti, e non so come sia sopravvissuto, fui lasciato lì, scaricato fuori dal cancello principale della Diaz Pertini, senza alcun soccorso medico. Quando i paramedici finalmente mi raggiunsero, fui classificato “codice rosso”, in imminente pericolo di morte. Naturalmente di tutto questo non sapevo nulla, perché ero in coma. Arrivato all’ospedale San Martino, fui portato d’urgenza in sala operatoria e sottoposto a numerose trasfusioni, perché stavo perdendo moltissimo sangue.
Sei diventato, tuo malgrado, uno dei volti simbolo della violenza del G8 di Genova. È stato difficile convivere con questo ruolo pubblico in tutti questi anni e, soprattutto, come hai affrontato le pesantissime conseguenze fisiche e psicologiche che quel brutale pestaggio ha lasciato nella tua vita quotidiana?
Nei primi anni dopo l’irruzione alla Diaz, il mio avvocato mi disse che i grandi media internazionali avevano “scelto” il mio caso perché ero un giornalista e non un manifestante, che ciò che mi era accaduto era un esempio della peggiore violenza poliziesca alla Diaz, e la mia storia e il mio volto furono trasmessi in tutto il mondo mentre tutti gli altri restavano a Bolzaneto per poi essere espulsi. In seguito pensai anche che c’erano altre parti civili della Diaz ferite quanto me, se non di più. Non mi piacevano i riflettori né l’etichetta.
La Diaz ha distrutto la mia famiglia. Per otto anni sono stato bollato come “terrorista dell’informazione” dai poliziotti della Diaz, finché non ho ripulito il mio nome e non ho fatto condannare i poliziotti della Diaz per tortura e violazioni dei diritti umani. Dopo la Diaz, ho avuto molti problemi a rimettere insieme una qualche forma di vita e a convivere con quella famigerata irruzione. Probabilmente sarò ricordato per il mio lavoro su Supervideo Diaz e per aver condotto per molti anni una campagna mediatica ad hoc su Indymedia e sui grandi media. I veri simboli di un evento di queste dimensioni impiegano tempo a emergere. Personalmente, Arnaldo Cestaro è il mio eroe…
Dopo il ritorno iniziale a Londra, il mio primo problema fu imparare di nuovo a camminare: mi ci vollero nove mesi per riprendermi. Ero ancora in cattivo stato quando tornai a Genova, nel luglio 2002, per incontrare Enrico Zucca, magistrato e pubblico ministero, e per rientrare per la prima volta nella scuola dove ero quasi morto. Il disturbo da stress post-traumatico può fare molte cose strane. Per alcuni di noi, reduci dalla Diaz e da Bolzaneto, significò cercare di dimenticare, costruirsi una nuova vita e andare avanti; ma per altri questa non era un’opzione.
Immagine
Dopo il trauma fisico è iniziato anche quello giudiziario. Come hai trasformato la tua rabbia nella ricerca di giustizia attraverso i processi, e quanto è stato difficile affrontare le aule di tribunale?
Ero arrabbiato, molto arrabbiato, e volevo usare le mie competenze giornalistiche per scoprire cosa fosse successo e chi fosse il responsabile. Essendo parte civile, volevo anche aiutare Zucca. A volte la giustizia è la migliore medicina per il disturbo da stress post-traumatico… e così iniziò la lunga ricerca di giustizia. Un percorso volto innanzitutto a ottenere giustizia per me stesso, poi per tutte le altre vittime della Diaz e di Bolzaneto, e infine perché il resto dell’Italia potesse finalmente conoscere la verità e i fatti. Attraversare i processi, vedere alcuni di questi poliziotti criminali testimoniare e, nella maggior parte dei casi, mentire, è stata un’altra forma di tortura. Fino al novembre 2008 nessuno sapeva se avremmo ottenuto delle condanne. E poi c’erano tutta la sorveglianza e le minacce con cui io e altri abbiamo dovuto fare i conti. Bisogna ricordare che questi poliziotti della Diaz rimasero ai loro posti, e spesso vennero promossi, prima di essere condannati.
La sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo ha sancito che alla Diaz fu commessa tortura, segnando un punto fermo. Ma in Italia è stata fatta davvero una profonda e sincera riflessione collettiva su quei fatti?
Mi manca il mio vecchio amico Arnaldo Cestaro, scomparso un anno fa. Fu lui, tra le parti civili della Diaz, a portare le prove dell’irruzione fino alla CEDU, e a vincere. Ciò che ha subito nella scuola e dopo, a Bolzaneto, mi fa piangere. Lui è un simbolo giusto e più meritevole di ciò che è accaduto e della battaglia che abbiamo dovuto affrontare per ottenere un po’ di giustizia. Sapere che la sentenza “Cestaro contro Italia” della CEDU verrà insegnata in ogni università è già di per sé un’eredità sufficiente.
Il verdetto della CEDU portò alla creazione della prima legge italiana sulla tortura. Pur non essendo stata scritta in linea con quelle di tutti gli altri paesi europei e con la definizione delle Nazioni Unite, è una legge che deve essere messa alla prova dagli avvocati e ulteriormente riformata dai governi eletti. È una legge sulla quale l’Italia deve impegnarsi, per garantire ai propri cittadini la migliore protezione e i migliori diritti umani. Serve inoltre arrivare a una soluzione sui numeri identificativi sui caschi e sulle bodycam indossate dagli agenti, riforme di polizia cruciali. E ancora: qualunque agente coinvolto in un reato grave deve essere sospeso dal proprio incarico. La campagna per la legge sulla tortura e la sua introduzione, riuscita, nell’ordinamento giuridico italiano è una delle eredità più importanti dell’irruzione alla Diaz. Per arrivarci, abbiamo dovuto far condannare più poliziotti di qualsiasi altro processo alla polizia al mondo.
Molti degli esecutori materiali dei pestaggi, compresi quelli che hanno ridotto te in fin di vita, non sono però mai stati identificati o sono rimasti impuniti. C’è qualcosa, nella ricostruzione del tuo caso specifico o nella dinamica di quella notte, che senti non sia ancora stato chiarito del tutto e su cui bisognerebbe continuare a indagare?
Alla Diaz ci furono sette tentati omicidi. Io fui uno di questi, e per ciascuno venne aperta una distinta indagine della procura. Di tutti i casi, il mio è quello che sarebbe avanzato di più, grazie al fatto che avevo il filmato di Hamish Campbell del terzo attacco contro di me. Avevo anche 22 testimoni, ognuno con qualcosa da aggiungere, la maggior parte con riscontri tramite Supervideo Diaz. Il lavoro sul mio caso procedette lentamente, con diverse nuove piste emerse dal 2008 in poi, dopo il completamento di Supervideo. Tuttavia, nel 2012 la procura dovette chiudere la mia indagine per la prescrizione e per la necessità di trovare un accordo con il Ministero dell’Interno riguardo al mio risarcimento. Le motivazioni della corte d’appello ligure, nel 2010, elencano cinque sospettati coinvolti nel mio tentato omicidio. Quei nomi sono Spartaco Mortola, Carlo De Sarro, Nando Dominici, Filippo Ferri, Fabio Ciccimarra. Il sesto è Michelangelo Fournier. Tutti questi nomi sono pubblicamente disponibili negli atti del caso Diaz. Nessuno di loro ha mai reso dichiarazioni alla procura, benché sia evidente che fossero presenti mentre io venivo quasi ucciso.
Tutti hanno aderito alla tradizione poliziesca del “Code Blue”, il muro di silenzio. Il dottor Zucca descrive il mio caso come quello della vittima “fantasma” che nessuno ha visto. Tutti sono rimasti in silenzio. Due comandanti dei Carabinieri hanno reso solo dichiarazioni parziali su ciò che videro. Questo deve essere indagato ulteriormente. Questa situazione del Code Blue un giorno finirà, e un whistleblower si farà avanti e farà i nomi.
A Genova nel 2001 lo slogan era “Un altro mondo è possibile” e si parlava già di crisi climatica, disuguaglianze globali e strapotere della finanza. Venticinque anni dopo, quelle rivendicazioni sembrano quasi profetiche. Secondo te, dove sono finiti i progetti e le utopie di quel movimento? C’è un filo rosso che lega i ragazzi di allora ai movimenti di oggi, come quelli per il clima o per i diritti sociali, o qualcosa si è interrotto con la violenza di quei giorni?
Fu l’11 settembre a frantumare la direzione e la traiettoria del movimento dei movimenti. Nei mesi successivi si trasformò in un movimento globale per la pace, contro l’invasione dell’Iraq. Genova non uccise il movimento: semplicemente, andò più sottotraccia. Semmai la sua portata si ampliò, man mano che Indymedia si espandeva. Gruppi come WikiLeaks e Anonymous ne furono derivazioni. Ci sarebbe voluto il crollo bancario di fine 2008 per far nascere il movimento Occupy Wall Street, poi superato dal movimento della Primavera Araba. Tutti questi movimenti devono la loro storia, e alcune delle loro caratteristiche, a Genova e a ciò che vi accadde. Insomma, le proteste di Genova e il loro significato furono come una bomba atomica a scoppio lento, esplosa sotto il potere della finanza e delle organizzazioni governative che rappresentavano la globalizzazione corporativa nel XXI secolo. Le onde, però, si stavano propagando e diventavano sempre più grandi. Il crollo bancario del 2008 mostrò quanto fossero vulnerabili le banche. Sempre nel 2008 fallirono i negoziati di Doha. E i negoziati di Doha erano iniziati a Genova.
Quanto al cambiamento climatico, nel 2001 i suoi effetti non erano ancora pienamente compresi, e il mondo avrebbe attraversato un’era di negazionismo climatico. Avevamo tutti un brutto presentimento, mentre a Genova la gente protestava per il clima. Fu lì che il famoso “grafico a mazza da hockey”, che mostra l’aumento delle temperature nell’era industriale, venne presentato a Bush e Blair. Le nostre proteste di Genova su immigrazione e rifugiati erano legate, in un nesso causale, all’inevitabile impatto del cambiamento climatico che oggi cominciamo a vedere. Ho visto e seguito lo sviluppo dei partiti verdi e il loro ingresso nella politica mainstream. È uno dei più grandi cambiamenti nati da Genova. Qui in Italia, partiti come il M5S sono nati dalle strade del G8 del 2001.
Molto di ciò per cui si protestava è ormai entrato nel mainstream politico… come le politiche energetiche, le auto elettriche, l’edilizia verde, l’abbandono dei combustibili fossili, l’espansione e la trasformazione senza precedenti di internet, ben oltre la fine europea di Indymedia nel 2012, per esempio.
Allora ti chiedo, se dovessi spiegare a chi nel 2001 non erano ancora nato perché la Diaz non riguarda solo il passato, ma parla ancora all’Italia e alla democrazia di oggi, cosa diresti?
Che per capire l’Italia di oggi, devi capire cosa è successo. C’era un’Italia prima di Genova e un’altra Italia dopo Genova. La Diaz, in particolare, è una battaglia per restituire quel senso dei diritti umani e delle leggi di cui uno stato democratico moderno e funzionante ha bisogno per operare senza scivolare di nuovo verso un governo fascista, in cui democrazia e diritti vengono sospesi. Un giovane leggerà che la giustizia può essere ottenuta, laddove in tanti capitoli oscuri della storia italiana giustizia non c’è stata. Imparerà qualcosa sulla giustizia, sui diritti umani, sulla legge, sulla compassione e sulla verità che fanno parte della sua identità di italiano. Sento la responsabilità di parlare ai giovani di oggi dei problemi del cambiamento climatico, della guerra, del collasso della globalizzazione corporativa americana e delle pressioni delle misure di sicurezza nel 2026.
L’Italia è alla vigilia di una delle elezioni più importanti, che sarà vista come un passaggio generazionale dalla vecchia guardia alla nuova. Il 25° anniversario del G8 è stato pensato per dialogare il più possibile con i movimenti attualmente in campo, come No Kings contro Trump e la Global Sumud Flotilla, che porta aiuti umanitari a Gaza. Pensiamo che dall’esperienza del movimento dei movimenti del 2001 possano imparare alcune cose. Certo, l’internet di oggi è molto diverso da quello usato nel 2001, ma quella rivoluzione iniziò con Indymedia. È un pezzo di storia che tutti i giovani di oggi possono conoscere.

(da Fanpage)

This entry was posted on sabato, Luglio 18th, 2026 at 16:17 and is filed under Politica. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0 feed. You can leave a response, or trackback from your own site.

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