Luglio 24th, 2026 Riccardo Fucile
CAMPO LARGO 40,2% CENTRODESTRA 40% … GIUDIZIO POSITIVO SUL GOVERNO MELONI CROLLA AL 35%
Fratelli d’Italia resta primo partito ma scende al 26,4% (-0,5% rispetto al 2 luglio); il Partito Democratico è sostanzialmente stabile al 21,9% (-0,1%) e riduce il distacco a 4,5 punti. Il Movimento 5 Stelle arretra all’11,5% (-0,5%).
E’ quanto emerge dall’ultimo sondaggio di Youtrend per SkyTg 24 in cui viene sottolineato come il dato più rilevante della rilevazione sia la crescita di Futuro Nazionale, che sale al 7,6% (+1,2%) e si porta a soli tre decimi da Forza Italia (7,9%, +0,3%), consolidandosi come quinta forza nazionale a ridosso della quarta. La Lega, per contro, scende al 4,9% (-0,5%), ormai staccata di quasi tre punti dal partito di Vannacci, mentre Noi Moderati è stabile allo 0,8%.
La maggioranza di governo (FdI, FI, Lega, NM) vale il 40,0% (-0,7%); includendo Futuro Nazionale, l’intera area di centrodestra arriva al 47,6%. A sinistra Alleanza Verdi-Sinistra sale al 6,8% (+0,2%); il campo largo (PD, M5S, AVS) si attesta complessivamente al 40,2%, in sostanziale parità con il blocco di governo.
Nell’area centrista Azione sale al 3,7% (+0,3%), Italia Viva scende al 2,1% (-0,4%) e +Europa sale all’1,9% (+0,6%). L’area degli indecisi e astenuti cresce sensibilmente al 38,0% (+4,5%): l’arretramento diffuso dei partiti maggiori si scarica soprattutto sul non voto.
Per quanto riguarda infine il giudizio sul governo, questo resta stabile nei positivi (35%), mentre i negativi salgono al 58% (+3%) a scapito degli indecisi (7%, -3%): il saldo negativo si allarga a 23 punti.
La polarizzazione – osserva Youtrend – è totale: 99% di giudizi positivi tra gli elettori FdI e 92% di negativi nel campo largo.
Nel centrodestra si conferma il consenso a più velocità già osservato a inizio mese: all’apprezzamento pressoché unanime degli elettori FdI si affianca quello più tiepido degli elettori di FI, Lega e Noi Moderati (65% positivo, con un 11% di indecisi) e quello ancora più freddo, ma in recupero, degli elettori di Futuro Nazionale (61% positivo, 39% negativo, contro il 50%-50% del 2 luglio.
(da agenzie)
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Luglio 24th, 2026 Riccardo Fucile
LA PREMIER MELONI IERI HA ANNUNCIATO LA STRETTA SULLA PUNIBILITA’ DEI MINORI AL GRIDO DI “CHI SBAGLIA PAGA”. POLITICI SOVRANISTI ESCLUSI, S’INTENDE
Le destre promettevano quello che oggi promette, rinfacciando loro di non aver mantenuto, il generale Vannacci. Una minestra riscaldata a base di rimpatri e sicurezza, riproposta nel menù sovranista ogni volta che c’è da inseguire il caso di cronaca del giorno. Roggero ha fatto da apripista all’elenco delle baggianate, con la Lega di Salvini in grande spolvero.
Prima con l’idea di candidare il gioielliere pistolero – condannato per il duplice omicidio di due rapinatori in fuga e il ferimento di un terzo – sapendo benissimo, almeno si spera, che non può essere candidato. Neppure se, malauguratamente, il presidente della Repubblica dovesse concedergli la grazia. Che estingue (in tutto o in parte) la pena ma non il reato né le pene accessorie. Come l’interdizione dai pubblici uffici che rende il graziato comunque incandidabile. Ma mentre Salvini diceva di “valutare” l’evidente insussistenza dei presupposti per mettere in lista Roggero, i suoi si scatenavano in Parlamento annunciando fantomatiche proposte di legge per riscrivere la disciplina della legittima difesa – quella vigente costata al gioielliere piemontese un condanna a 14 anni e 9 mesi di carcere – porta la firma proprio della Lega, ma fa niente.
L’ideona prevede che “qualsiasi reazione posta in essere nell’immediatezza del fatto da chi subisce l’aggressione è non punibile, indipendentemente dalla proporzionalità dei mezzi usati, dalla persistenza del pericolo e dalla natura strettamente difensiva della condotta”. In pratica il ritorno al Far West. Paradossalmente non sarebbe punibile neppure il Roggero di turno che raggiunto il ladro in fuga, nel frattempo fermato dai carabinieri, aprisse comunque il fuoco giustificando la sua reazione come conseguenza della rapina subita.
Una mossa per arginare il dilagare di Vannacci nei sondaggi, a scapito della Lega ma pure di Fratelli d’Italia, che per non essere da meno, si sono lanciati all’inseguimento con l’ennesima norma spot varata ieri dal governo ed esibita con gaudium magnum dalla premier Meloni che ieri ha annunciato la stretta sulla punibilità dei minori al grido di “chi sbaglia paga”. Parlamentari e politici esclusi, s’intende.
(da La Notizia)
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Luglio 24th, 2026 Riccardo Fucile
PENSATE A CONSEGNARE IL CRIMINALE NETANYAHU ALLA CORTE PENALE INTERNAZIONALE SE NON VOLETE ESSERE COMPLICI DI UNO STATO TERRORISTA… TRE ONG SONO STATE ESPULSE DA GAZA… SAVE THE CHILDREN: “CONTINUEREMO AD ESSERCI”
Se critichi Israele e lo definisci uno stato di apartheid per le sue politiche nei confronti dei cittadini palestinesi, stai diffamando lo Stato di Israele e per questo non ti deve essere consentito l’accesso al paese.
Questo è quanto emerso dalle dichiarazioni del giudice della Corte suprema israeliana Alex Stein durante l’udienza sul ricorso presentato dalle ong Save the Children, Cesvi e Diakonia dopo che le autorità israeliane gli avevano impedito di continuare le loro missioni umanitarie a Gaza.
Una presa di posizione che, per quanto fuori da ogni logica democratica, rischia di rispecchiare pienamente lo stato di polarizzazione in cui Israele si prepara alle prossime elezioni di ottobre. Il collegio giudicante ha motivato le affermazioni sostenendo che Israele ha il diritto di considerare questo tipo di dichiarazioni, secondo loro tese a delegittimare l’esistenza di Israele, nel decidere se concedere o meno i permessi alle organizzazioni operanti nei territori palestinesi occupati.
“Stanno delegittimando l’esistenza di Israele”
Le dichiarazioni di Stein, che insieme a Yael Vilner, Ruth Ronen componeva il collegio giudicante è emerso nell’udienza in merito ricorso di alcune delle Ong a cui Israele ha impedito di continuare ad operare a Gaza. Se definisci Israele uno Stato di apartheid stai avvalorando un complotto internazionale teso a delegittimare l’esistenza stessa di Israele, è questa la tesi del giudice che ha chiesto alle ong di ritirare il ricorso da loro presentato.
Non è legittimo dunque, secondo i magistrati israeliani, definire apartheid le politiche di occupazione israeliana, sebbene esista un parere consultivo della Corte penale internazionale, ed esistano i rapporti di Amnesty International e Humans Rights Watch che invece definiscono esattamente come “apartheid” le politiche israeliane nei confronti dei palestinesi. Durante l’udienza sono state presentate come prove alcune dichiarazioni rilasciate dagli esponenti di queste organizzazioni che denunciavano proprio le politiche di apartheid.
Inoltre, secondo i magistrati le tre ong avrebbero avuto rapporti con Islamic Relief, una organizzazione umanitaria attiva a Gaza nell’assistenza medico sanitaria, che è stata inserita dalle autorità israeliana nella lunghissima lista di organizzazioni considerate terroriste, tra cui figura, per dare una proporzione, anche l’UNWRA agenzia dell’Onu, le cui sedi a Gerusalemme e Betlemme sono state completamente distrutte dalle autorità israeliane.
La presa di posizione dei giudici della corte suprema, soprattutto nella censura della denuncia delle politiche di occupazione, allinea i magistrati con le dichiarazioni e le azioni messe in campo dai politici dell’estrema destra al governo nel paese. A gennaio scorso Israele aveva lanciato una nuova campagna di divieti ed espulsioni per le organizzazioni umanitarie che operano a Gaza ed in Cisgiordania, negando il rilascio dei permessi di lavoro per gli operatori umanitari ed andando a colpire anche le organizzazioni che operano attraverso volontari come le italiane Operazione Colomba e Mediterranea Saving Humans, revocando gli ETA, ovvero l’Electronic Travel Authorisation, il nulla osta per presentarsi alla frontiera per entrare nel paese. Di fatto una espulsione anticipata. Le azioni di boicottaggio e di ostracismo nei confronti delle missioni umanitarie da parte delle autorità israeliane, assume ora una strategia ben definita e supportata dalla giustizia locale.
L’ingresso nel paese resta estremamente arbitrario con misure estremamente stringenti sia al valico di confine dell’aeroporto di Tel Aviv, sia al confine con la Giordania di Allenby. Le prove portate a supporto della sentenza dei giudici della Corte Suprema, indicano anche le attività di intelligence compiute dagli apparati di sicurezza israeliani nei confronti delle organizzazioni umanitarie che provano a portare soccorso e supporto alla popolazione palestinese stremata dal genocidio a Gaza, o dall’occupazione in Cisgiordania. Dall’inizio dell’anno sono 37 le revoche alle attività delle organizzazioni internazionali elevate dalle autorità israeliane, tra queste anche la Caritas, Medici Senza Frontiere, Oxfam ed Action Aid.
Save the Children: “Continueremo ad operare in Palestina”
Una delle tre organizzazioni ricorrenti alla corte suprema israeliana, Save the Children, contattata da Fanpage.it ha commentato i fatti attraverso una nota. “Abbiamo ritirato il ricorso presentato contro il diniego della registrazione come Organizzazione Non Governativa Internazionale (INGO) disposto dalle autorità israeliane nell’ottobre scorso. La scelta è maturata dopo che, questa settimana, l’Alta Corte di Gerusalemme ha affermato di non ravvisare motivi per intervenire sul caso”. L’assenza di motivi per intervenire sul caso sussisterebbe proprio nelle dichiarazioni di Stein, ovvero che Israele ha il diritto di impedire l’ingresso nel paese a chi accusa lo Stato di apartheid. Ma l’Ong non si arrende e rilancia: “Save the Children sottolinea tuttavia che continuerà a mettere a disposizione tempo, risorse e competenze per sostenere i bambini e le famiglie nel Territorio Palestinese Occupato. Seppure, in assenza della registrazione da parte delle autorità israeliane, le ONG internazionali non possono ottenere i visti necessari per il personale internazionale con competenze specialistiche né far entrare beni umanitari attraverso i confini controllati da Israele, proprio in una fase in cui i bisogni della popolazione hanno raggiunto livelli senza precedenti”.
Israele continua a fare il bello e il cattivo tempo rispetto all’ingresso nei territori palestinesi di aiuti umanitari e attrezzature medico sanitarie, gestendo in maniera completamente discrezionale e arbitraria i flussi di ingresso alle frontiere. “Nonostante queste restrizioni, Save the Children continuerà a operare nel Territorio Palestinese Occupato, come ha sempre fatto, grazie alla registrazione presso l’Autorità Palestinese, al lavoro di circa 300 operatori palestinesi e alla collaborazione con partner fidati, garantendo servizi essenziali e salvavita ai bambini e alle loro famiglie” fanno sapere dalla Ong. Save the Children quindi, come hanno già fatto altre organizzazioni internazionali, si baserà esclusivamente sul lavoro dei palestinesi, che però a loro volta sono colpiti dalle misure che ne limitano la libertà di movimento, dai check point ai fermi di polizia arbitrari.
Il clima elettorale: servizi segreti, comizi-rissa e attentati ai giornali
Intanto la campagna elettorale per le elezioni del 27 ottobre prossimo sta entrando nel vivo e i partiti dell’estrema destra al potere stanno approvando una serie di misure sempre più stringenti e autoritarie. Nella giornata di ieri, 21 luglio, con un video pubblicato sui social network, il primo ministro Benjamin Netanyahu, il ministro della sicurezza Itamar Ben Gvir, e la ministra per l’uguaglianza sociale Mary Golan, hanno annunciato un piano per intrecciare le attività dello Shib Bet, il servizio segreto militare, con quelle della polizia locale in quello che viene definito “il settore arabo del paese”, ma che in realtà sono i territori palestinesi occupati.
I servizi segreti dunque daranno indicazioni direttamente alla polizia per “combattere il crimine” come dicono Netanyahu, Ben Gvir e Golan. Intanto il leader di Potere Ebraico sta conducendo una campagna elettorale tutta all’insegna della continua provocazione, cercando la rissa con la popolazione palestinese ad ogni uscita pubblica. Come si può vedere chiaramente dai video pubblicati sui social di Ben Gvir e su quelli del partito, il ministro della sicurezza sta svolgendo continue passeggiate nei quartieri arabi, soprattutto a Gerusalemme, scortato da un numero impressionante di poliziotti. Ben Gvir si ferma davanti ai negozi o alle case palestinesi gridando slogan provocatori, come: “queste case sono nostre”, oppure “presto andrete via”.
In questo clima da rissa continua a farne le spese sono anche i media. Due attentati si sono registrati nei confronti delle sedi del giornale progressista Haaretz, accreditato all’estero come il giornale più indipendente di Israele, e la Tv Channel 12. Le modalità degli attentati sono stati praticamente identici: un uomo mascherato ha lanciato dei grossi blocchi di cemento contro le porte in vetri delle sedi dei due medi, mandandole in frantumi. Il direttore di Haaretz, Aluf Benn, ha parlato apertamente di un tentativo di impaurire i giornalisti.
(da Fanpage)
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Luglio 24th, 2026 Riccardo Fucile
“E’ TEMPO DI COSTRUIRE UNA GRAN BRETAGNA MIGLIORE, E’ TEMPO DI TASSARE NOI, I SUPER RICCHI PER SOSTENERE O SERVIZI PUBBLICI E COMBATTERE LE DISEGUAGLIANZE”,,, IN ITALIA COME PARLI DI PATRIMONIALE I SOVRANISTI STARNAZZANO COME SE LI VOLESSI RAPINARE
In una fase economica segnata dal caro-vita e dal continuo dibattito sul rischio di fuga dei capitali, dal Regno Unito arriva una presa di posizione in controtendenza. Un gruppo di 120 cittadini benestanti, tra imprenditori, star dello spettacolo e personaggi della finanza, ha inviato una lettera aperta al nuovo Primo Ministro laburista, Andy Burnham, per chiedergli di aumentare la pressione fiscale sui super-ricchi.
L’iniziativa è stata organizzata dal network Patriotic Millionaires UK attraverso la campagna “Proud to Pay”(“Orgogliosi di pagare”). Tra i firmatari spiccano i nomi dell’ex calciatore e conduttore tv Gary Lineker, del produttore musicale Brian Eno, del regista Richard Curtis, della scrittrice Val McDermid, dell’imprenditrice Julia Davies fino a quello dell’ex trader Gary Stevenson.
“Siamo orgogliosi di pagare e siamo qui per restare”
Il testo inviato al Primo Ministro punta direttamente al nodo della distribuzione della ricchezza nel Paese: “Caro Primo Ministro: tassateci. Siamo orgogliosi di pagare e siamo qui per restare. Possiamo permettercelo. Non stiamo chiedendo tasse più alte per chi si alza la mattina e va a lavorare, ma per i più ricchi la cui rendita deriva dai patrimoni che possiedono”. I firmatari denunciano come ricchezza e potere si siano concentrati troppo a lungo nelle mani di pochi, danneggiando servizi pubblici, coesione sociale ed economia reale. Per invertire la rotta, l’organizzazione propone una misura concreta: un’imposta patrimoniale del 2% sui beni netti superiori a 10 milioni di sterline, unita a una riforma delle tasse sulle plusvalenze finanziarie. Secondo le stime, la sola patrimoniale genererebbe circa 24 miliardi di sterline all’anno (che salirebbero a 36 miliardi con la riforma delle plusvalenze), risorse da destinare alla sanità pubblica (NHS), alla scuola, all’assistenza sociale e al sostegno delle piccole imprese locali. A supporto di questa scelta vengono citati anche gli studi degli economisti Gabriel Zucman e Ben Tippet, secondo i quali persino una tassa minima del 2% applicata solo ai patrimoni estremi (oltre i 100 milioni di sterline) garantirebbe allo Stato 10 miliardi di sterline l’anno.
“Pagare le tasse è un valore britannico”
Per sostenere la propria battaglia, il gruppo cita un sondaggio interno secondo cui il 75% dei milionari britannici si dice favorevole a tasse più alte sui patrimoni pur di proteggere i servizi essenziali, mentre l’88% si dichiara orgoglioso di vivere nel Regno Unito. Gary Lineker ha rimarcato il senso comunitario dell’iniziativa: “Pagare la propria quota è un valore britannico fondamentale, ma troppe persone comuni stanno già pagando più di quanto possano permettersi. I più ricchi possono fare di più e la maggior parte vuole farlo”. Alle obiezioni sui rischi di una fuga all’estero dei capitali ha risposto invece Brian Eno, intervenendo alla BBC: “È la solita storia che i ricchi raccontano da sempre per evitare di pagare. In realtà le persone non se ne vanno davvero; non vediamo fughe di massa dai Paesi scandinavi, dove le tasse sono alte. La maggior parte dei miei colleghi benestanti vuole semplicemente vedere strade e scuole migliori e non sopporta la povertà estrema”.
Le reazioni della politica
L’appello ha subito riacceso il confronto politico a Londra. Rispondendo ai giornalisti, la Vice Segretaria al Tesoro, Emma Reynolds, è intervenuta ricordando i tempi della politica fiscale: “Siamo al quarto giorno di questo nuovo governo. Accolgo con favore il fatto che persone di grandi mezzi dicano di voler pagare di più, ma le decisioni di politica fiscale si annunciano solo in sede di Budget ufficiale”. Il premier Andy Burnham, che durante la campagna elettorale non aveva escluso l’ipotesi di “chiedere un po’ di più” ai ceti più abbienti per affrontare l’emergenza caro-vita, si trova ora a dover gestire la pressione sia della propria ala progressista che dell’opposizione.
I Patriotic Millionaires respingono l’idea della beneficenza individuale, chiedendo una riforma strutturale del sistema fiscale: “Ci sono ancora poche persone con una visione economica superata, ma chi non riesce a vedere oltre il proprio interesse personale non dovrebbe progettare il futuro della Gran Bretagna”.
E in Italia? Un tabù che divide la politica
L’iniziativa britannica riaccende inevitabilmente i riflettori anche sulla situazione italiana, dove il tema della tassazione dei grandi patrimoni rimane un nervo scoperto. A differenza di quanto accade oltremanica, nel nostro Paese non esiste ancora una mobilitazione spontanea della classe imprenditoriale o dei VIP pronti a chiedere allo Stato un prelievo maggiore sui propri beni.
In Italia il dibattito sulla “patrimoniale” torna periodicamente al centro dell’agenda politica, in primis con Alleanza Verdi e Sinistra di Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli, e con sfumature diverse da esponenti del Partito Democratico di Elly Schlein e del Movimento 5 Stelle di Giuseppe Conte, spesso focalizzati sul riequilibrio fiscale e sulla tassazione degli extra-profitti.
A livello sociale e civile, la proposta è sostenuta da organizzazioni e reti del terzo settore come Oxfam Italia, il Forum Disuguaglianze e Diversità (promosso tra gli altri da Fabrizio Barca) e la campagna Sbilanciamoci!, che da anni chiedono un prelievo sui grandissimi patrimoni per finanziare la sanità pubblica, l’istruzione e il welfare. Tuttavia, l’idea incontra la ferma resistenza della maggioranza di governo guidata da Giorgia Meloni e del mondo produttivo, che la considerano una misura dannosa per il risparmio e per gli investimenti.
Resta da capire se la mossa dei milionari britannici rimarrà un esperimento isolato oltremanica o se riuscirà a stimolare una riflessione simile anche tra le élite economiche italiane.
(da Fanpage)
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Luglio 24th, 2026 Riccardo Fucile
A DISTANZA DI 15 ANNI DALLA STRAGE DI UTOYA EMERGE IL COLLEGAMENTO IDEOLOGICO TRA LA DERIVA EVERSIVA DEL 2011 E LE BATTAGLIE DI RESSEMBLEMENT NATIONAL, AFD E REFORM UK
C’erano tende, magliette rosse, giovani che parlavano di politica, di futuro, di come cambiare il proprio Paese. Utøya era questo. Un campo estivo dell’AUF, l’organizzazione giovanile del Partito Laburista norvegese, dove centinaia di ragazze e ragazzi trascorrevano qualche giorno discutendo, imparando e immaginando il domani. Fino al 22 luglio 2011, quando quell’isola diventò il luogo in cui l’Europa comprese che un’ideologia può uccidere con la stessa precisione di un’arma. Quel giorno, infatti, il criminale neo nazista Anders Behring Breivik fece esplodere un’autobomba nel centro di Oslo e, poche ore dopo, si travestì da agente di polizia, salì in macchina, guidò fino al lago Tyrifjorden e prese il traghetto per sbarcare a Utøya, dove assassinò decine di giovani. Le vittime furono 77.
Insieme alla strage Breivik lasciò un manifesto di oltre millecinquecento pagine, 2083: A European Declaration of Independence. A distanza di anni, quel testo continua a essere studiato perché mostra fino a dove possano spingersi certe narrazioni quando diventano la giustificazione ideologica del terrore.
È proprio intorno a quelle pagine che si apre infatti l’interrogativo più complesso e delicato: quali legami, quali echi e quali reali sovrapposizioni si possono rintracciare tra il testo di Breivik e la politica di oggi? Fino a che punto le paure raccontate nel manifesto del 2011 riaffiorano oggi nei programmi e nei linguaggi di forze come il Rassemblement National in Francia, Alternative für Deutschland in Germania o Reform UK nel Regno Unito, ma anche nel dibattito politico italiano sviluppatosi attorno alla figura di Roberto Vannacci? Come cambiano funzione e intensità quelle idee quando passano dai contesti radicali alla competizione democratica? E, soprattutto, dove passa il confine tra la legittima protesta politica e una retorica che rischia di deumanizzare l’avversario?
I punti di contatto e la trama delle narrazioni
Per rispondere a queste domande, occorre osservare da vicino il cuore dei discorsi e delle parole. Le analogie non nascono infatti da un contatto diretto, ma da un modo molto simile di raccontare la realtà e di dare voce alle paure.
Il primo e più forte punto di contatto riguarda il modo di rappresentare l’immigrazione. In entrambi i contesti non viene mai descritta come una semplice questione di numeri, di lavoro o di gestione dei confini. Diventa, invece, una scossa profonda all’identità stessa di un Paese. L’immigrazione si trasforma nel simbolo di un cambiamento rapido, minaccioso ed emergenziale, capace di incrinare le tradizioni, la memoria e la coesione di una comunità, facendo leva sul sentimento di spaesamento di chi vive le trasformazioni sociali come la perdita irrimediabile dei propri punti di riferimento.
A questa visione si affianca un secondo elemento decisivo: la spaccatura tra il popolo e le élite. Lo scontro politico non è più una discussione economica su tasse o servizi ma una battaglia culturale. Da un lato c’è la comunità nativa; dall’altro c’è una classe dirigente politica, mediatica e accademica descritta come cosmopolita, distante e sorda ai bisogni delle periferie. Un’élite accusata di aver imposto il modello multiculturale e di inseguire un’agenda globale a scapito dei propri cittadini. Ed è proprio in questa sensazione di essere una comunità assediata e tradita da chi la governa che si rintracciano gli echi più forti tra la propaganda del 2011 e la retorica contemporanea.
La genealogia delle paure e la linea delle differenze
Riconoscere questi punti di contatto non significa tuttavia tracciare una linea di derivazione diretta tra un attentatore eversivo e l’estrema destra parlamentare contemporanea. L’equivoco di fondo sta nel credere che il manifesto del 2011 sia la matrice originale di queste idee, quando in realtà ne è stato soltanto una cassa di risonanza. Breivik non ha inventato un’ideologia: si è limitato ad assemblare un materiale che fermentava già da anni nei forum dell’area counter-jihad, da piattaforme come Gates of Vienna agli scritti del blogger norvegese Fjordman, nelle pubblicazioni post-11 settembre e nella saggistica identitaria. Teorie come il “marxismo culturale”, la parabola cospirativa che accusa la Scuola di Francoforte di voler demolire la famiglia e i valori tradizionali, il mito di “Eurabia” formulato da Bat Ye’or o la paranoia della sostituzione etnica circolavano liberamente nella retorica radicale degli anni Duemila. Il terrorista di Oslo non ha creato nulla di nuovo: ha preso ossessioni già diffuse e le ha spinte al limite estremo, trasformandole nell’alibi ideologico del massacro.
Quando le forze della destra radicale (dal Rassemblement National all’AfD, fino alla proposta politica di Roberto Vannacci) portano al centro della scena i temi dei confini, della sovranità e dell’appartenenza, non attingono a quel testo. Funzionano, però, con la stessa dinamica di fondo: agiscono da cassa di risonanza. Prendono le fratture reali della globalizzazione, le trasformazioni demografiche e la sfiducia verso le istituzioni e le amplificano, trasformando la percezione di un disagio concreto in una costante guerra d’identità.
È nel modo di incanalare queste paure, però, che le strade si dividono nettamente. Se l’eversione terroristica ha spinto quelle narrazioni al limite estremo, trasformandole nella giustificazione ideologica di un massacro da compiere con le armi fuori dal sistema, i partiti della destra radicale agiscono interamente nel perimetro della competizione elettorale e delle istituzioni parlamentari. Resta comunque aperto un nodo profondo: l’uso della scheda elettorale anziché della violenza non azzera le tensioni che alcune proposte politiche creano con lo Stato di Diritto e la democrazia liberale, specialmente quando mettono in discussione l’uguaglianza dei diritti o le garanzie per le minoranze. La linea di demarcazione sta dunque nel metodo d’azione (la via democratica contro la violenza armata), pur all’interno di un dibattito aperto sulla tenuta delle garanzie costituzionali.
Le declinazioni nazionali: Francia, Germania e Regno Unito
Queste premesse generali si traducono tuttavia in modi molto diversi nei singoli contesti politici e culturali d’Europa. In Francia, il Rassemblement National guidato da Marine Le Pen e Jordan Bardella ha costruito negli anni una consapevole strategia di dédiabolisation (cioè la “sdemonizzazione” del partito), prendendo le distanze dagli aspetti più estremi dell’eredità del vecchio Front National. L’opposizione all’immigrazione viene oggi presentata soprattutto come una questione di sicurezza, di tutela dello Stato sociale e di difesa della laicità repubblicana, rifiutando categoricamente le visioni biologiche o religiose.
Un percorso molto più polarizzato caratterizza invece la Germania con Alternative für Deutschland. Nata nel 2013 come formazione euroscettica d’impostazione accademica e liberista, l’AfD ha cambiato radicalmente pelle dopo la crisi migratoria del 2015, spostandosi su posizioni nettamente più radicali. Se nei programmi ufficiali affiorano ancora istanze liberali sul piano economico, settori e correnti di primo piano sostengono apertamente concetti come quello della Remigration (remigrazione), al punto che diverse sue articolazioni territoriali sono state poste sotto osservazione dall’Ufficio federale per la protezione della Costituzione per valutare possibili derive incompatibili con la carta fondamentale tedesca.
In un solco nettamente diverso si muove Reform UK, legato alla tradizione del populismo liberista anglosassone. La sua identità nasce dall’eredità della Brexit e si concentra sulla riduzione della pressione fiscale, sulla sovranità nazionale e sul controllo delle frontiere. La critica all’immigrazione viene formulata prevalentemente in termini di pressione sui servizi pubblici e sulle infrastrutture, senza adottare l’impianto filosofico o identitario tipico del continente.
In Italia, questi temi hanno trovato una cassa di risonanza nella figura di Roberto Vannacci, prima attraverso il successo editoriale de Il mondo al contrario per strutturarsi poi con il suo ingresso nella competizione politica. La sua narrazione va ben oltre le pagine del libro e sposta il baricentro verso un’aperta “guerra culturale” che attraversa ogni ambito della società. Dalla rivendicazione della “remigrazione”, con la richiesta di tetti rigidi ai flussi e l’assimilazione forzata dei migranti, all’allarme demografico che descrive i nativi italiani come “panda a rischio estinzione”, fino alla negazione di categorie giurisprudenziali come il “femminicidio” o alla crociata contro le presunte derive woke e gender nelle scuole. Anche in questo caso il punto di contatto riguarda soprattutto il piano delle narrazioni: l’idea di una comunità nazionale sottoposta a una pressione culturale e demografiche che richiederebbe un deciso cambio di rotta.
La metamorfosi della Finestra di Overton
Al di là di facili scorciatoie su presunti legami diretti tra il terrorismo di Oslo e le destre istituzionali, la vera questione riguarda la trasformazione del linguaggio. È il meccanismo della “Finestra di Overton” (cioè il perimetro delle idee ritenute accettabili dalla società): un lento slittamento culturale che rende gradualmente commestibili, nel dibattito di tutti i giorni, posizioni e parole un tempo relegate ai margini. Temi cioè un tempo confinati alle frange radicate, dalla critica radicale al multiculturalismo alla crociata contro le istituzioni sovranazionali, fino alle teorie sulla remigrazione o sulla difesa identitaria, sono così scivolati al centro della scena, entrando nei programmi di governo, nei comizi e nei talk show quotidiani. Un processo che rivela la capacità della destra populista di intercettare le ansie sociali e di tradurle nel codice della rappresentanza politica.
Guardare indietro al 22 luglio 2011 non serve dunque a sovrapporre la violenza eversiva alla competizione elettorale. Serve semmai a ricordare che le parole e le narrazioni non sono mai innocue: scavano il terreno, spostano i paletti di ciò che è dicibile e finiscono, giorno dopo giorno, per ridisegnare i confini di ciò che una società considera normale, ammissibile o perfino inevitabile.
(da Fanpage)
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Luglio 24th, 2026 Riccardo Fucile
DOCUMENTI ALLA MANO SMONTATE PUNTO PER PUNTO LE FALSE RICOSTRUZIONI FATTE CIRCOLARE DAI SOVRANISTI
In questi giorni abbiamo assistito a una mobilitazione con pochi precedenti, per larghissima parte a sostegno del gioielliere di Grinzane Cavour. Abbiamo letto di tutto, ascoltato neofiti e giuristi affermati dibattere quasi allo stesso livello, visto influencer e commentatori di ogni tipo lanciarsi in crociate senza senso. Ci è toccato fare i conti con una campagna senza precedenti contro la magistratura e lo Stato di diritto di una certa parte politica, nel silenzio, talvolta imbarazzato, talvolta complice, dell’altra.
Una cagnara indegna, che non ha risparmiato nessuno, coinvolgendo persino il presidente della Repubblica, tirato violentemente per la giacca dall’intero governo, affinché prendesse rapidamente un provvedimento sul quale sarebbe invece necessario riflettere in maniera più che approfondita. Il tutto mentre il secondo partito della maggioranza di governo sta già passando ai fatti, con una proposta legislativa che mira, piuttosto esplicitamente, a sovvertire una specifica decisione presa dalla magistratura.
Una deriva prevedibile, dicevamo, anche se non in tali proporzioni. In questo contesto, un ruolo decisivo lo ha avuto il modo in cui si è imposto il racconto dell’intera vicenda. Si è cioè imposta una narrazione politicamente orientata, che ha finito con l’avvelenare i pozzi e intossicare l’aria, rendendo complesso discutere lucidamente delle tante questioni correlate a una vicenda che pure tocca da vicino temi di grande rilevanza per la società del nostro tempo. È anche per questo che è importante mettere ordine, partendo prima di tutto dai fatti, oltre le mistificazioni e le strumentalizzazioni.
Roggero è stato condannato per aver difeso se stesso e la sua famiglia? NO
Gran parte delle polemiche sul caso Roggero nasce da questo assunto di partenza, che è sostanzialmente falso. Il gioielliere di Grinzane Cavour non è stato condannato per eccesso di legittima difesa, bensì per duplice omicidio volontario e tentato omicidio. Per i giudici che lo hanno condannato, la dinamica dei fatti è inequivocabile: Roggero ha esploso “più colpi di arma da fuoco, tutti diretti al corpo dei rapinatori che stavano cercando di allontanarsi, colpendoli tutti e tre, in assenza un concreto ed attuale pericolo di offesa per l’incolumità personale dei presenti”. I rapinatori erano tutti all’esterno della gioielleria, non vi era il “pericolo di un ritorno” dal momento che “stavano salendo sull’automobile, per allontanarsi”.
I filmati delle camere di sorveglianza smontano due dei pilastri delle tesi “giustificazioniste”. Il primo è quella della legittima difesa in senso propriamente detto. Nelle sue dichiarazioni spontanee, Roggero sostiene di aver sparato all’esterno perché uno dei rapinatori, nei pressi dell’auto, gli aveva puntato contro la pistola ad altezza uomo, di fatto costringendolo a far fuoco per difendersi. Ciò è smentito dai video, che mostrano come il rapinatore indicato dal gioielliere non gli abbia mai puntato contro l’arma (una pistola giocattolo), gettandola invece nell’abitacolo prima di tentare la fuga a piedi. C’è un altro elemento da considerare, per la verità piuttosto spiacevole. Roggero ha fornito dichiarazioni contraddittorie o giudicate del tutto prive di fondamento, non solo in Tribunale, ma anche alla stampa. Gli stessi giudici sottolineano come Roggero abbia offerto nel tempo “versioni tra loro diverse e diverse anche dal contenuto della dichiarazione spontanea resa al dibattimento”.
Le tante bugie di Roggero
È falso quanto dichiarato nei giorni successivi alla rapina, per cominciare. Il gioielliere sostiene di “aver estratto la pistola e di aver sparato ‘tre, quattro colpi’ dopo essersi trovato faccia a faccia con il rapinatore che teneva l’arma in pugno”. Ugualmente falso è il contenuto di un’intervista del 2 giugno 2021, in cui asserisce di “aver cominciato a sparare nel retro gioielleria (dunque ancora all’interno del suo negozio)”, dicendosi sicuro che il consulente di parte avrebbe trovato riscontri di tale evento. È falso quanto dichiarato a un programma radiofonico a novembre, cioè che avrebbe sparato quattro colpi a un deflettore. Così come è stato ritenuto non plausibile che Roggero avesse “sparato ai malviventi nell’intento di fermarli e consegnarli alla giustizia”.
Soprattutto, è stata ritenuta “del tutto inverosimile” e “priva di qualsivoglia fondamento”, la pretesa di aver agito in quel modo per il timore che i malviventi avessero rapito la moglie. I filmati delle telecamere interne, infatti, mostrano chiaramente che Roggero, dopo aver preso la pistola, corre verso l’uscita e si scontra anche fisicamente con la moglie. Per uscire, con la mano sinistra sposta la moglie e la supera, lasciandola nella gioielleria. Inoltre, la Corte d’Appello ha sottolineato come nelle prime interviste giornalistiche il gioielliere non avesse mai fatto menzione del timore per il presunto sequestro della moglie: circostanza che ha indotto i giudici a ritenere che Roggero avesse introdotto tale timore solo successivamente nel processo, per tentare di accreditare la tesi della legittima difesa putativa.
È stata legittima difesa? NO
La dinamica dei fatti, come detto, esclude che possa trattarsi di legittima difesa. Questo nonostante all’epoca degli eventi fosse già in vigore la riforma voluta dal governo Conte I, per iniziativa della Lega e in particolare dell’allora ministro dell’Interno Matteo Salvini. È importante sottolineare, dunque, che i giudici si sono limitati ad applicare una legge scritta e votata da quella stessa parte politica che ora urla all’ingiustizia.
Come osservano sempre i giudici, anche dopo le modifiche “l’uso di un’arma può essere ritenuto reazione sempre proporzionata nei confronti di chi si sia illecitamente introdotto, o illecitamente si trattenga, all’interno del domicilio o dei luoghi a questo equiparati, a condizione che: i) il pericolo di offesa sia attuale; ii) l’impiego dell’arma sia necessario a difendere l’incolumità propria o altrui, ovvero i beni; iii) non siano praticabili altre condotte alternative lecite o meno lesive; iv) con specifico riferimento alle aggressioni a beni patrimoniali, ricorra un pericolo di aggressione personale”. Nessuno di queste quattro condizioni può applicarsi al caso in questione: il pericolo non era attuale, l’arma non è servita a difendere l’incolumità propria o di altri, c’erano condotte alternative e meno lesive, non vi era più pericolo di un’aggressione personale, dal momento che i rapinatori si stavano dando alla fuga.
È vero che la proposta iniziale della Lega era sostanzialmente diversa, molto più permissiva, e che il testo approvato fu un compromesso con l’altra forza di maggioranza, il Movimento 5 stelle. Siccome siamo un Paese dalla memoria corta, va specificato però che la mediazione si rivelò necessaria per superare le preoccupazioni sulla potenziale incostituzionalità di una modifica radicale della norma, oltre che per scongiurare l’idea del “far west”, ovvero la possibilità di trasformare il diritto alla difesa nel diritto a uccidere. Che è sostanzialmente la gamma di problemi cui va incontro la recentissima proposta del senatore Borghi (su cui ritorneremo più avanti).
Il precedente del 2005: quando Roggero minacciò il fidanzato della figlia
Dopo la condanna della Cassazione, è tornata a circolare la vicenda che vide protagonista Roggero nel dicembre del 2005, per la quale patteggiò una pena di due mesi di reclusione, sostituita con un’ammenda di 2280 euro, per i reati di ingiuria e minaccia aggravati dall’uso delle armi.
Anche in questo caso, è opportuno partire dai fatti. La sera del 17 dicembre 2005, Roggero ricevette una telefonata da una delle figlie, nella quale fu informato di un episodio a dir poco increscioso. La ragazza spiegò al padre di essere stata abbandonata in strada, dopo un acceso diverbio col fidanzato, durante il quale il ragazzo l’aveva anche colpita con diversi schiaffi. Il gioielliere, a quel punto, si recò a casa del ragazzo, suonando al citofono e intimando al ragazzo di scendere. Ne era nata una violenta discussione tra la famiglia del fidanzato e lo stesso Roggero, durante la quale il gioielliere aveva estratto la pistola ad altezza uomo, proferendo gravi minacce. Da lì la situazione era degenerata e il padre del ragazzo aveva colpito Roggero con un pugno alla testa.
La famiglia del gioielliere, nei giorni scorsi, ha diramato una nota per dirsi sdegnata dell’utilizzo di questa storia nel dibattito in corso: “Perché oggi si gioca da troppe parti a mistificare gli atti, a calpestare la verità, a voler accreditare a tutti i costi e contro ogni evidenza la tesi di un Mario autore di una spedizione punitiva mai avvenuta? Quando si trattò invece di istinto di protezione paterna? […] Non comprendiamo proprio il clamore mediatico di questi giorni, non possiamo accettare che Mario debba subire una ulteriore gogna mediatica, per un episodio completamente isolato avvenuto 16 anni prima”.
Ecco, in realtà le cose non stanno esattamente così. C’è un motivo per cui la vicenda ha un interesse pubblico ed è lo stesso per il quale è finita nelle sentenze di condanna. La difesa, infatti, aveva puntato molto sullo shock post-traumatico di cui sarebbe stato vittima il gioielliere a causa di una violenta rapina subita nel 2015. Da quella data, si sostiene, il suo atteggiamento sarebbe cambiato in modo radicale. Nella lettura del consulente del pubblico ministero, invece, l’uomo “deve considerarsi un soggetto che tende ad essere rivendicativo, ad avere scarsa capacità di mentalizzazione e a tendere all’immediato passaggio ad atti di tipo reattivo”, come testimonia proprio l’episodio del 2005 (nel quale comunque, aggiunge sempre il consulente, il gioielliere aveva “dimostrato una certa capacità di controllo essendosi fermato alla minaccia tramite un’arma”). Simile anche la valutazione della consulente di parte civile, secondo cui ciò che accadde nel 2021 non fu un fatto isolato, ma un comportamento tipico di un “soggetto impulsivo e reattivo” la cui “azione omicida dovrebbe essere considerata, seppur nella sua estrema gravità, espressione apicale di una sua attitudine comportamentale”. E, infine, nella valutazione del perito d’Ufficio nominato dalla Corte d’Assise, si scrive: “La sua modalità di reazione agli eventi viene, in ogni caso, definita di tipo impulsivo ed immediato anche nel periodo antecedente, come dimostrerebbero i fatti occorsi nel 2005 nel corso della lite con la famiglia del fidanzato della figlia”.
Il risarcimento ai rapinatori
Su questo tema la campagna della destra e dei giornali di area è stata furibonda. È stata una scelta strategica, perché parliamo di una questione percepita come un’ingiustizia dalla quasi totalità dell’opinione pubblica. Anche qui, tocca partire dai fatti. Prima dell’inizio del processo di primo grado, Roggero aveva provveduto a versare una somma complessiva di 300.000 euro a titolo di parziale risarcimento volontario del danno in favore dei prossimi congiunti delle due vittime. Questo gesto era anche stato valutato positivamente dalla Corte per riconoscere le attenuanti generiche, ma era stato sempre considerato come “parziale”. Successivamente, il giudice ha determinato le cosiddette provvisionali, tenendo comunque conto della somma già versata.
In particolare, il giudice ha stabilito che il risarcimento dovesse essere di:
10.000 euro a favore del rapinatore superstite;
60.000 euro ciascuno per i congiunti più stretti delle due vittime decedute (nello specifico: la compagna di una delle vittime, la moglie dell’altra vittima e i figli minori di quest’ultimo), per un totale di 240mila euro;
35.000 euro ciascuna per le madri dei due rapinatori uccisi, per un totale di 70mila euro;20.000 euro ciascuno per gli altri familiari costituiti come parti civili, per un totale di 160mila euro.
Il totale complessivo delle provvisionali (che sono immediatamente esecutive) ammonta dunque a 480mila euro, somma che la Corte d’Appello ha confermato, nonostante la ferma opposizione della difesa. Aggiungendo i 300mila euro di risarcimento volontario, la somma che spetta alle famiglie e ai congiunti dei rapinatori è di 780mila euro. Questa cifra, però, non è comprensiva di spese legali e potrebbe essere aumentata da ulteriori integrazioni. Complessivamente, va ricordato, i familiari delle vittime avevano chiesto oltre tre milioni di euro.
I giudici hanno sottolineato di aver applicato praticamente i minimi previsti dalle tabelle risarcitorie, ma la legge in materia è piuttosto chiara.
La base della decisione poggia sull’articolo 185 del codice penale, che stabilisce che ogni reato che provochi un danno patrimoniale o non patrimoniale obbliga il colpevole al risarcimento. Risarcire le parti è dunque diretta conseguenza della condanna per duplice omicidio volontario e di tentato omicidio, non scriminata dalla legittima difesa. I familiari dei due rapinatori devono essere compensati per il “danno morale patito personalmente” (danno iure proprio) per la perdita dei loro cari. Il rapinatore rimasto ferito ha diritto al risarcimento per le “conseguenze fisiche e psicologiche” derivanti dal ferimento, anche se nel suo caso la somma è notevolmente ridotta perché i giudici hanno considerato la “condotta posta in essere”, ovvero la sua partecipazione attiva alla rapina nel negozio. Ciò accade perché la legge pone su un diverso piano i rapinatori e i loro familiari, i quali evidentemente non hanno posto in essere alcuna condotta che ha contribuito a cagionare il danno, a differenza di quanto fatto dall’unico superstite della rapina.
Le polemiche di questi giorni sono surreali, perché entrambe le parti in causa dicono cose vere. I parenti delle vittime sostengono di non aver ancora avuto i soldi delle provvisionali, la famiglia di Roggero insiste nel dire di aver già corrisposto 300mila euro (solo il risarcimento volontario, appunto).
Mi rendo conto che non sia semplicissimo da metabolizzare e che possano esserci opinioni differenti, ma, come detto, la legge è chiara. Non a caso, sul punto, il governo già si è mosso, predisponendo nel nuovo ddl Sicurezza una norma che esclude il risarcimento del danno se il fatto si verifica in occasione del compimento di reati di “violenza sessuale (609-bis), atti sessuali con minorenne (609-quater), violenza sessuale di gruppo (609-octies), furto in abitazione/con strappo/con destrezza (624-bis), rapina (628), sequestro a scopo di estorsione (630)”. Modifica che, lo precisiamo, non può essere retroattiva e non avrà effetto sul caso Roggero.
Su questo punto, c’è un’ultima cosa da dire. L’amarezza è comprensibile, ma valutare un intero impianto legislativo sulla scia dell’impatto emozionale di un caso di cronaca è sempre un errore. Perché la previsione del risarcimento del danno risponde (in generale) a un criterio di equilibrio che ha ragioni profonde. Legiferare per compiacere l’opinione pubblica non è la migliore scelta possibile, soprattutto in un ambito delicatissimo come quello di cui stiamo parlando. E qui ci tocca affrontare il nodo della legittima difesa.
Se entri in casa mia per rubare, esci con i piedi davanti
In questi giorni vi sarà capitato di leggere un post, guardare un reel, ascoltare un intervento in radio di qualche esagitato che urlava slogan simili. Sui social, in particolare, è una valanga che solo in pochissimi hanno tentato inutilmente di fermare. L’idea che la difesa sia sempre legittima, che sia giusto difendersi da un atto predatorio con qualunque mezzo e a costo di qualunque cosa, si è imposta nell’opinione pubblica, al punto da spingere una classe politica come la nostra, eterodiretta dal sentiment social e bulimica di facili consensi, a intervenire immediatamente.
Eppure, come già detto, la norma attualmente in vigore in materia di legittima difesa porta la firma di uno dei principali azionisti di questo governo ed è stata votata dall’attuale presidente del Consiglio (allora dai banchi dell’opposizione). Quando fu approvata, l’allora vicepresidente del Consiglio Matteo Salvini esultò affermando di aver “sancito il sacrosanto diritto alla legittima difesa per chi viene aggredito a casa sua, nel suo bar, nel suo ristorante”, aggiungendo: “Da oggi i delinquenti sanno che fare i rapinatori in Italia è un mestiere ancora più difficile e pericoloso”. Solo adesso, il leader della Lega sostiene che l’attuale disciplina non sia adeguata, perché nel 2019 fu costretto a “cedere” alle pressioni del Movimento 5 stelle, che recepivano alcune critiche dell’Anm.
La verità è un’altra.
Già la riforma del Conte I era né più né meno che un’operazione di propaganda. Perché, malgrado si introduceva il concetto che la “proporzione tra difesa e offesa sussiste sempre” (prevedendo che sia sempre in stato di legittima difesa la reazione a un’intrusione violenta in casa o sul luogo di lavoro), la legge precedente era già piuttosto sbilanciata nell’applicazione della legittima difesa. Lo testimoniavano allora le decisioni dei giudici nei principali fatti di cronaca, come vi raccontavo qui: “Il caso del benzinaio Stacchio è stato archiviato prima di arrivare alla fase processuale. Quello del gioielliere Corazzo, che uccise un rapinatore, anche. Addirittura sono state archiviate le accuse nei confronti del pensionato Francesco Sicignano, che uccise un ladro, il cui corpo fu ritrovato all’esterno del suo appartamento. Anche il tabaccaio Franco Birolo, che secondo i giudici di primo grado non era mai stato concretamente in pericolo di vita, è stato assolto in appello”. È stato assolto in appello anche Mario Cattaneo, l’oste che uccise a fucilate un ladro sorpreso nel proprio locale.
Insomma, la legittima difesa per casi di questo tipo è stata spesso riconosciuta dai giudici, ed è falsa, semplicemente falsa, la ricostruzione di un sistema giudiziario che “premia i rapinatori”, che “abbandona le vere vittime”, che “non permette il diritto alla difesa” (cito dai giornali della destra di questi giorni, ma i leghisti sono riusciti a scriverlo persino nella premessa al nuovo disegno di legge…). Quello che la Lega, con il sostegno di Fratelli d’Italia e le perplessità di Forza Italia, vuole fare adesso è una cosa molto diversa: ampliare in modo indiscriminato il concetto di difesa legittima, scrivendo la legge in modo che sia “coperto” anche un caso oggettivamente peculiare come quello di Mario Roggero.
La proposta del senatore Claudio Borghi introduce un nuovo comma all’articolo 52 del codice penale, stabilendo che “in caso di aggressione a mano armata all’interno del proprio domicilio o del proprio esercizio commerciale, professionale o imprenditoriale, qualsiasi reazione posta in essere nell’immediatezza del fatto da chi subisce l’aggressione è non punibile, indipendentemente dalla proporzionalità dei mezzi usati, dalla persistenza del pericolo e dalla natura strettamente difensiva della condotta”. Le parole da tenere a mente sono “qualsiasi reazione”, “immediatezza del fatto”, “indipendentemente dalla proporzionalità”: in concreto, si tratta, per stessa ammissione del senatore leghista, di “azzerare qualunque discrezionalità del giudice nella verifica dei presupposti necessaria per il riconoscimento della causa di giustificazione” (la definizione è della professoressa Masullo contattata da PagellaPolitica).
Su questa proposta ci sono diversi dubbi di costituzionalità (vedremo come si svilupperà la vicenda e se interverranno modifiche successive), come ci ha spiegato la giurista Basso:
Nel nostro ordinamento la legittima difesa si configura come una eccezione al divieto dell’uso privato della forza e si fonda su alcuni requisiti imprescindibili: la necessità della difesa, l’attualità del pericolo e la proporzione tra offesa e reazione. Se queste condizioni venissero significativamente attenuate o addirittura eliminate, il rischio sarebbe quello di alterare l’equilibrio costituzionale tra il diritto dell’aggredito a difendersi e il dovere dello Stato di garantire la tutela della vita e dell’integrità fisica di tutte le persone, compreso chi sta commettendo un reato. Siamo nel cuore della Costituzione, specificamente nell’alveo degli art. 2 e 3 che tutelano i diritti inviolabili della persona e impongono criteri di ragionevolezza nella disciplina legislativa. Anche la Convenzione europea dei diritti umani, in particolare l’art. 2 sul diritto alla vita, richiede che l’uso della forza letale sia strettamente necessario e comunque proporzionato. La giurisprudenza della Corte di Strasburgo ha più volte affermato che gli Stati dispongono di un margine di apprezzamento, ma non possono rinunciare a garantire una tutela effettiva della vita umana.
Ma l’aspetto interessante è il fatto che sia esplicitamente avanzata per “tirare fuori dal carcere” Mario Roggero. Secondo il proponente, infatti, dopo l’approvazione della legge Roggero sarà immediatamente libero “per il principio della retroattività illimitata dell’abolizione del reato”. Sull’automatismo con cui sarebbe applicata la nuova disciplina, ci sono pareri discordanti. Quello su cui ci sono pochi dubbi è il fatto che si tratterebbe di una modifica sostanziale, la concretizzazione di quel “rischio far west” di cui in passato si è parlato a volte a sproposito, con conseguenze tutte da valutare. Su questo, però, il leghista ha pochi dubbi, come ha scritto su X: “Meglio libero a El Paso, che rinchiuso a Bollate”.
Eliminare la proporzionalità, però, è un problema serio. Perché significa di fatto sancire che, almeno in linea di principio, è accettabile la pena di morte per chi si introduce armato in un appartamento per rubare. E che a pronunciare la sentenza di morte possa essere un cittadino, oltretutto.
Il sequestro del conto dei Roggero in Tunisia
È questa un’altra pagina molto triste dell’intera vicenda. Vi sarà magari capitato di leggere su alcuni giornali del “sequestro dei conti della famiglia Roggero”, spesso con toni che richiamano una certa volontà di tipo persecutorio da parte dello Stato nei confronti di chi è pur sempre stato vittima di un tentativo di rapina. Purtroppo, le cose stanno in maniera sostanzialmente diversa.
Il 24 marzo del 2024, dunque dopo la condanna in primo grado, Roggero stipula un atto di donazione a favore della moglie, cui intesta gran parte del suo patrimonio immobiliare. A quel punto, le parti civili chiedono un primo sequestro conservativo dei veni, poiché ritengono che il gioielliere si stia spogliando delle garanzie patrimoniali necessarie a pagare i risarcimenti.
Nel settembre dello stesso anno, poi, la Guardia di Finanza scopre che dal conto corrente della raccolta fondi di solidarietà “Io sto con Mario Roggero” è partito un bonifico estero di 50mila euro verso un conto corrente tunisino cointestato con la moglie. Immediatamente la Corte d’Appello di Torino dispone il sequestro conservativo d’urgenza, a garanzia delle spese di provvedimento. E, parallelamente, su impugnazione del Procuratore Generale, il Tribunale del Riesame decide di applicare nei confronti di Roggero la misura cautelare del divieto di espatrio per neutralizzare il pericolo di fuga all’estero dell’imputato, contestuale al trasferimento dei capitali fuori dall’Italia.
Ora, nessuno ha elementi per ipotizzare che il gioielliere volesse fuggire all’estero o che intendesse sbarazzarsi delle sue proprietà per non versare i risarcimenti dovuti. Ma, anche stavolta, non possiamo tacere i fatti. Che stanno esattamente come ve li ho elencati.
Graziamo Mario Roggero, anzi candidiamolo
Qualche giorno fa, mi è capitato di descrivere la campagna per la grazia a Mario Roggero come il punto più basso del governo Meloni. L’evoluzione degli eventi non ha fatto che confermare questa impressione, con la presidente del Consiglio che, abbandonata ogni remora, ha scelto di intestarsi la battaglia per far uscire dal carcere il gioielliere, aprendo lo scontro con il Quirinale, chissà quanto consapevolmente.
Nella lettura di chi chiede un intervento del Colle, la grazia a Roggero andrebbe a sanare un’evidente ingiustizia, restituendo la libertà a un uomo innocente, per di più molto anziano. È una linea che non sta in piedi, proprio concettualmente, per diverse ragioni. La più importante, decisiva, è che la grazia non è una sorta di quarto grado di giudizio e in nessun caso può essere usata per sovvertire la legittima decisione dei giudici. Non è uno strumento per minare l’indipendenza dei poteri, in sostanza.
Si tratta di un istituto che è espressa prerogativa del presidente della Repubblica (come più volte chiarito dalla Consulta), il quale esercita tale facoltà quando ritiene siano sussistenti alcune condizioni. Spesso si è parlato del “pentimento” e della condotta in carcere come requisiti essenziali: condizioni che, per diverse ragioni, non si possono ancora ravvisare nel caso di cui stiamo parlando.
Ma c’è un altro aspetto, di uguale rilevanza. La grazia non è uno strumento politico, non è a disposizione dei partiti per regolamenti di conti interni o per compiacere l’opinione pubblica. Il Quirinale lo ha ribadito più volte, nelle interlocuzioni formali e informali con membri del governo e rappresentanti della politica. Ricevendo in cambio un atteggiamento che giudicare irresponsabile è fin troppo generoso. Perché l’esecutivo ha finito con l’aizzare l’opinione pubblica contro il Capo dello Stato, che di fatto è considerato l’unico ostacolo fra il gioielliere e la libertà.
Il tutto mentre forze politiche che pure dovrebbero avere un minimo di credibilità si spendevano per rilanciare (“stiamo esplorando”, ha detto Salvini) una delle più grandi scemenze dell’intera vicenda: la candidatura di Mario Roggero (tra l’altro, nemmeno si capisce bene a cosa e quando, non essendoci elezioni in vista). Una proposta chiaramente farlocca, considerando che un condannato in via definitiva per duplice omicidio volontario e per tentato omicidio non è in possesso dei propri diritti politici (non può né votare né candidarsi per cariche elettive, quindi).
Eppure, l’idea, rilanciata sui social da un nutrito gruppo di influencer e opinionisti di varia natura, ha avuto una certa risonanza. Il paragone più abusato è stato quello con la vicenda di Ilaria Salis, candidata ed eletta al Parlamento Europeo e ora protetta dall’immunità parlamentare. Per quanto surreale sembri doverlo ricordare, va detto che anche nel caso impossibile di una elezione, lo status di parlamentare non potrebbe proteggere Roggero dal carcere, in quanto colpevole in via definitiva di omicidio e tentato omicidio (diciamo che, in generale, quel che resta dello scudo dell’immunità parlamentare non ha alcun valore per accuse e procedimenti di tale gravità, né per atti non compiuti nell’esercizio delle proprie funzioni).
Qualcuno, il più sveglio del gruppo, ha poi corretto il tiro parlando di “candidatura dopo la grazia”, anche qui non rendendosi conto della non fattibilità (la grazia ha effetto sulla pena, non sulla condanna), tantomeno delle implicazioni e delle conseguenze. O meglio, fregandosene di ciò che accade dopo una campagna di tale violenza.
L’irresponsabilità al potere, le speculazioni senza decenza
Quanto avvenuto intorno al caso di cui parliamo non è una novità assoluta. Ciononostante, poche volte avevamo assistito a un dibattito così carico di odio e di una tale violenza. Le ragioni le abbiamo in parte sviscerate, quello che è evidente è che un tema di grande impatto emozionale e una questione (quella della sicurezza e della relativa percezione) piuttosto complessa rappresentino un boccone troppo ghiotto per chi è alla ricerca di facile consenso.
In tal senso, la responsabilità della politica è enorme. È noto, ne parlavo qui, che “gli individui che sono paralizzati dalla percezione di un pericolo costante tendano a perdere la capacità di esercitare il pensiero critico”e si affidano più o meno consapevolmente a soluzioni autoritarie”. Questo sentimento apre uno spazio, che leader e opinion maker provano a riempire con proposte il più delle volte semplicemente coreografiche, che non possono in alcun modo incidere sugli eventi, ma che servono a regalare loro il controllo della narrazione. Si crea una dinamica per cui chi ha dubbi, chi prova a predicare calma, chi mette le cose in una prospettiva più ampia, diventa un facile bersaglio, il nemico da additare al pubblico ludibrio.
È un meccanismo che, il più delle volte, è utile per scaricare su altri quelle che dovrebbero essere proprie responsabilità. Che sia chi ha scritto e votato la legge sulla legittima difesa a speculare sulla vicenda Roggero è imbarazzante, lo abbiamo scritto. Che sia chi governa da quattro anni ad alimentare l’idea dell’insicurezza e dello Stato assente, è invece semplicemente irresponsabile. Perché quando le persone si sentono abbandonate, esposte a pericoli costanti, tendono ad accarezzare l’idea di potersi difendere da sole. Una classe di governo seria dovrebbe porsi delle domande su cosa comporti per uno Stato rinunciare al monopolio della forza e scaricare sui cittadini la responsabilità di garantire sicurezza e, addirittura, “fare giustizia”. Sono tra le architravi del nostro patto sociale, elementi irrinunciabili della vita comunitaria regolata dalle leggi.
Ora, mi rendo conto che non valgano qualche like o qualche migliaio di voti, certo…
(da Fanpage)
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Luglio 24th, 2026 Riccardo Fucile
GLI ATTACCHI DI KIEV ALLE RAFFINERIE COSTRINGONO MOSCA A CERCARE BENZINA ALL’ESTERO (PRODOTTA DAL SUO STESSO GREGGIO)
Superpotenza petrolifera mondiale, la Russia non è più in grado di soddisfare la sete di benzina dei suoi cittadini. È il paradosso che emerge in maniera sempre più chiara dopo mesi di attacchi crescenti dell’Ucraina sulle raffinerie russe. E così ora Mosca è costretta a rivolgersi a Paesi terzi per importare petrolio lavorato o altri prodotti finiti. In primis all’India. Secondo il Financial Times è in mare in questi giorni un tanker con a bordo 42mila tonnellate di petrolio. La spedizione è partita dalla raffineria di Vadinar e dovrebbe arrivare a destinazione al terminale di Beloye More domenica. L’ironia della sorte è che, secondo dati della società di analisi Kpler, oltre il 90% del petrolio grezzo processato a Vadinar nel 2026 è arrivato proprio dalla Russia. Mosca insomma sarebbe in queste settimane costretta a ricomprare la versione raffinata di quello stesso petrolio che ha esportato in precedenza allo stato grezzo.
Gli attacchi ucraini e la crisi della benzina in Russia
Il fenomeno è l’effetto di mesi di attacchi crescenti dell’Ucraina sulle principali raffinerie del Paese. Dopo essersi «liberata» dei vincoli Usa (che le hanno prosciugato la vendita di armi) Kiev nel 2026 ha preso a colpire la Russia in profondità, prediligendo obiettivi strategici in grado di piegarne l’economia e il morale. Gli attacchi alle raffinerie sono stati centinaia: quasi 200 nei primi sei mesi dell’anno. E come notato dal Corriere della Sera la strategia militare di Kiev è stata via via raffinata (appunto) per prediligere gli stabilimenti o loro unità che producono benzina, diesel e jet fuel. Intatta la produzione di petrolio, la Russia ha così sempre meno impianti in grado di lavorarlo. Si stima che le capacità di raffinamento di Mosca siano crollate del 40%. Di fronte alle code crescenti alle pompe di benzina, a giugno il Cremlino ha annunciato un piano per importarne dall’estero, mentre diverse amministrazioni regionali introducevano restrizioni sui fornimenti. Sono anche queste valutazioni in queste settimane a rendere l’Ucraina convinta di aver iniziato a far pendere l’equilibrio della guerra a suo favore, come ha ricordato oggi anche Ursula von der Leyen: «In un momento in cui l’Ucraina ha acquisito slancio sul fronte militare, le nostre sanzioni continuano a indebolire le basi economiche dello sforzo bellico russo», ha sottolineato la presidente della Commissione Ue accogliendo l’approvazione del 21esimo pacchetto di sanzioni Ue.
(da Open)
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Luglio 24th, 2026 Riccardo Fucile
BLOCCARE UNA DELLE PIÙ GRANDI PIATTAFORME CHE MUOVONO L’ECONOMIA DEL PAESE, A CUI SI APPOGGIANO CITTADINI E IMPRENDITORI, SERVE AD ALIMENTARE IL MALCONTENTO DELLA POPOLAZIONE IN VISTA DELLA NUOVA MOBILITAZIONE IN AUTUNNO
C’è chi osserva il fuoco durante un bombardamento e chi lo ignora, fingendo che nello spettro delle abitudini umane possa entrare tutto, anche il boato, anche il fumo, anche l’idea che il capo del tuo paese abbia iniziato una guerra lunghissima contro un paese confinante che dopo l’attacco subìto si è ormai trasformato in una potenza militare.
Quando l’Ucraina manda i suoi droni contro la Russia, puntando con precisione tutto ciò che esplodendo può rallentare i piani di guerra di Mosca e velocizzare l’arrivo a un accordo, escono foto di russi che guardano l’obiettivo colpito e di russi che invece ignorano, camminano con la distruzione alle spalle.
Questa settimana, Kyiv ha colpito tre volte gli impianti di Wildberries, la più celebre compagnia di e-commerce del paese, l’Amazon di Mosca. Prima i droni ucraini hanno preso di mira il più grande impianto del servizio, a Elektrostal, nella regione di Mosca, poi hanno colpito due magazzini, uno nella regione di Krasnodar l’altro di Stavropol.
Il primo attacco ha causato otto vittime, alcuni russi hanno guardato, altri hanno voltato le spalle, molti si sono lamentati della gestione della sicurezza da parte di Wildberries
L’Ucraina […] cerca di bloccare la più grande piattaforma che muove l’economia del paese, a cui si appoggiano cittadini e anche tanti imprenditori e forse non lo avrebbe mai fatto se Mosca non avesse scelto, nelle scorse settimane, di colpire i magazzini di Nova Poshta, le poste private dell’Ucraina.
I russi hanno colpito il servizio ucraino accusandolo di smerciare materiale bellico, gli ucraini hanno detto che Wildberries non è soltanto una piattaforma di e-commerce. Il monito non cambia, l’Ucraina che è sopravvissuta all’inverno e al gelo, l’Ucraina che rivoluziona la guerra, ha ormai lanciato la sua sfida a Mosca.
Colpire Wildberries vuol dire anche colpire una storia, abbattere uno scandalo, oltre che mostrare che tutto in Russia è ormai parte della guerra, tutto è devoto al progetto del Cremlino dell’“operazione militare speciale” contro Kyiv: il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, ha detto che i magazzini di Wildberries venivano usati per spostare componenti per droni, la stessa accusa i russi la muovono a Nova Poshta.
Ogni ganglio dell’economia del paese dipende dal Cremlino e Wildberries racconta anche una storia di incroci di potere, liti di famiglie potenti, coppie di affari e bande armate che sfuggono al Cremlino.
È Tatyana Kim a guidare l’azienda, un’imprenditrice di origine coreana che gestiva la società assieme a suo marito Vladislav Bakalchuk, fino a quando non scelse, due anni fa, di fondere Wildberries con il gruppo pubblicitario Russ group.
Tutti erano a favore dell’operazione, anche Vladimir Putin in persona, ma non lo era suo marito che si presentò alla sede centrale dell’azienda, a pochi passi dal Cremlino, con alcuni uomini armati che gli erano stati mandati dal leader ceceno Ramzan Kadyrov, non si sa quanto consapevole del sostegno di Putin all’operazione. Bakalchuk entrò nella sede con gli uomini armati che iniziarono a sparare uccidendo due uomini del personale della sicurezza: da allora alla guida di Wildberries, ovviamente, rimane la sola Tatyana, Vladislav fu arrestato.
Dietro alla storia di famiglia e coltelli si nasconde però un esperimento di successo, da cui dipende anche parte dell’economia del paese. L’Ucraina vuole che il malcontento nella popolazione cresca, in autunno potrebbe esserci la prossima grande mobilitazione, la prima dopo quella del 2022, che portò in strada manifestanti che in Russia avevano taciuto quasi su tutto, accettando molto in cambio di una promessa di quieto vivere.
Non si vive quieti in Russia, anche se si decide di voltare le spalle al fumo dei bombardamenti, e sembra che Kyiv cerchi di impilare i danni per far crollare il castello: la mancanza di carburante, la possibile crisi di Wildberries, i droni che entrano nello spazio aereo, tutto fra le voci di mobilitazioni.
(da il Foglio)
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Luglio 24th, 2026 Riccardo Fucile
NONOSTANTE LA VIOLENTA REPRESSIONE, CON 70 ARRESTI E OLTRE 60 FERITI, I GIOVANI NON MOLLANO, FORTI DELL’APPOGGIO DI OPPOSIOZIONE, VIP E ALTRI MOVIMENTI CIVILI… COME AVVENUTO LO SCORSO ANNO IN NEPAL, ALGERIA, MAROCCO, MADAGASCAR, MESSICO E ALTRI PAESI, SONO I GIOVANI CHE TRAINANO LE MANIFESTAZIONI, SFIDANDO LE ISTITUZIONI CHE LI HANNO ABBANDONATI
In India dilagano gli «scarafaggi», come si fanno chiamare i ragazzi della Gen Z che stanno sfidando il governo Modi. Dopo la violenta repressione di lunedì con 70 arrestati e oltre 60 giovani feriti — qualcuno in terapia intensiva —, ancora ieri in migliaia sono rimasti accampati a New Delhi, nella piazza del Jantar Mantar, […] con consegne di cibo ordinate via app da persone in tutta l’India in segno di solidarietà.
La mobilitazione, partita a maggio dopo l’ennesima fuga di informazioni durante i test di medicina — segnale di un sistema corrotto —, si è diffusa ben oltre la capitale, da Mumbai a Bangalore, da Goa a Calcutta. Ieri sera più di 100 manifestanti sono stati fermati per aver protestato davanti all’università del Gujarat, ad Ahmedabad.
In questi giorni la protesta ha fatto un salto di livello, dalle strade ai palazzi del potere. In decine di migliaia hanno tentato di marciare lunedì verso il Parlamento, maschere da scarafaggio sul volto e copie della Costituzione indiana in mano, sfidando il divieto della polizia.
E solo quel giorno il governo ha avviato il dialogo con i manifestanti: da una parte il ministro della Salute JP Nadda, dall’altra alcuni leader del Cockroach Janta Party (Cjp), il Partito del popolo dello scarafaggio, movimento fondato a metà maggio da Abhijeet Dipke, quando — di ritorno da Boston con in tasca un master in Relazioni pubbliche — ha trasformato in simbolo di resilienza l’epiteto dato dal presidente della Corte Suprema ai giovani disoccupati attivisti, «scarafaggi».
La sua campagna sui social media a suon di meme, slogan satirici e commenti ironici sulla disoccupazione dilagante e le scarse opportunità di lavoro ha attirato in poco tempo oltre 21 milioni di follower su Instagram.
Quello che era iniziato in rete come un gioco si è trasformato in poche settimane in uno dei movimenti di protesta più significativi: la richiesta iniziale — le dimissioni del ministro dell’Istruzione Dharmendra Pradhan — è diventata sfida a un sistema di potere.
Il leader dell’opposizione Rahul Gandhi martedì ha guidato una marcia verso la casa di Modi «per chiedere spiegazioni sulle brutalità perpetrate contro gli studenti». Ieri i lavori del Parlamento sono stati sospesi dopo che i membri dell’opposizione hanno chiesto al governo di dar conto delle violenze e degli scandali sui test. «Il futuro dei nostri figli non è in vendita», recitavano i cartelli di alcuni deputati vestiti di nero.
Gli «scarafaggi» sono ormai un movimento trasversale: al fianco degli studenti ci sono intere famiglie, i leader dei contadini, molti attori di Bollywood: è la più grande sfida giovanile lanciata a Modi in 12 anni di potere. Il movimento ricorda altre mobilitazioni asiatiche della Gen Z, sfociate in cambi di governo in Sri Lanka, Bangladesh e Nepal. Paesi di altre dimensioni e altro establishment rispetto all’India.
Tuttavia, i ragazzi sono determinati: «Questa protesta non finirà finché Pradhan non sarà licenziato. Se il Kisan andolan (il movimento contadino che ha costretto il governo a fare dietrofront sulla riforma agricola, ndr ) è andato avanti finché ha vinto, anche noi non ci fermeremo finché non vinceremo!».
(da Corriere della Sera)
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