CRESCE LA FRONDA IN FORZA ITALIA: “MEGLIO IL PAREGGIO CHE SPARIRE”
MERCOLEDI I SENATORI FORZISTI VEDONO TAJANI
Durante una recente riunione dei senatori azzurri, a metà luglio, Adriano Galliani si è travestito da ariete. E per spiegare perché sarebbe utile rivalutare il Rosatellum a scapito del Melonellum, riferiscono diversi presenti, avrebbe utilizzato una celebre (e contestata) immagine mutuata da Gigi Buffon: «Io vengo dal calcio. E nel calcio a volte abbiamo sentito dire: “Meglio due feriti che un morto…”». Il significato è apparso subito chiarissimo: non sarà migliore un sistema che potrebbe provocare un sostanziale pareggio, invece di una legge che promette una sonora sconfitta?
WI presenti si sono dati di gomito: è Marina Berlusconi a parlare. Anche perché Galliani non è stato l’unico senatore a esporsi contro la riforma, anzi. È il partito del Rosatellum. O, ancora meglio, di chi pensa: se non è praticabile un’alleanza con Roberto Vannacci, il centrodestra — e Forza Italia in particolare — ha molto da perdere con una legge che pare favorire il Campo largo.
Il destino della riforma elettorale si gioca in queste ore attorno a una persona e a un paradosso. La protagonista è ovviamente Marina Berlusconi. Quanto al paradosso, eccolo: la primogenita del Cavaliere vorrebbe controllare saldamente la selezione del prossimo gruppo parlamentare di Forza Italia (anche per rinnovarlo, come promesso), ma con le preferenze avrebbe serie difficoltà a realizzare il piano. Per due ragioni almeno. Quasi tutti i ras di voti del partito sono schierati con Antonio Tajani. E poi, anche sfruttando il gioco di incastri determinato dai capilista pluricandidati uscirebbe fuori un ping pong incontrollabile. Soprattutto da Arcore.
Nelle ultime ore molti, tra parlamentari e ministri, hanno avvertito la presidente di Fininvest del rischio incombente. Lo hanno fatto perché da lei attendono una indicazione chiara in vista della riunione dei senatori, in agenda per mercoledì. Dei venti azzurri di Palazzo Madama chiamati a confrontarsi con Antonio Tajani, quasi tutti sono “tendenza Marina”. Ma chi tra loro si esporrà contro il vicepremier? E in quanti avranno la forza di contestarlo, se il voto in commissione e poi in Aula sarà palese?
È il varco, comunque stretto, attraverso cui il leader di FI proverà a incunearsi. Con un dettaglio in più: gira voce (voci berlusconiane interessate, va sottolineato) che Gianni Letta abbia in qualche modo avuto modo di verificare con ambienti del Quirinale che le doppie liste bloccate potrebbero forse risultare problematiche. Questo potrebbe lasciare intendere Tajani, dunque. Resta il fatto che Stefania Craxi — e prima di lei il ministro Paolo Zangrillo — è stata chiara: meglio una legge senza preferenze. Alla fine, dopo molte lamentele contro il “Melonellum”, dovrebbe uscire fuori una linea interlocutoria: aspettiamo l’emendamento di FdI, poi decideremo.
C’è una ragione: il termine per gli emendamenti sarà fissato con ogni probabilità per il 6 agosto. Solo a ridosso di quella data i meloniani presenteranno l’aggiustamento, che ricalcherà del tutto o quasi quello bocciato alla Camera. Ma il voto in commissione è atteso quasi un mese dopo, i primi giorni di settembre. Ci sono quindi trenta giorni per trattare, minacciare ritorsioni politiche, valutare costi e benefici di una forzatura. Vale per i parlamentari berlusconiani, vale soprattutto per Meloni.
Nonostante i ripetuti contatti, la presidente del Consiglio non riesce mai a interpretare fino in fondo la volontà di Marina. Intende dunque muoversi come valesse lo scenario peggiore, vale a dire uno strappo di FI al Senato. Se e quando dovesse verificarsi, valuta una reazione radicale: piuttosto che approvare una legge senza preferenze — potrebbe dire — è meglio rinunciare alla riforma. Sarebbe un modo per lanciare un ultimatum lungo trenta giorni: se entro inizio settembre gli azzurri non dovessero cambiare idea, il Paese potrebbe tenere il Rosatellum. E tornare subito dopo la manovra al voto.
Detta così, sembra quasi far comodo alla pattuglia di Arcore. Il problema è che Meloni accompagnerebbe l’avvertimento con la minaccia di far pagare lo sgarbo al “partito del pareggio”. Come? Limitando al massimo la concessione di collegi uninominali agli alleati per non contribuire a rafforzare chi — come FI — può essere tentato dalla larghe intese.
(da Repubblica)
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