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IL GOVERNO MAROCCHINO POTREBBE AVER “FAVORITO” L’ASSALTO ALL’ENCLAVE SPAGNOLA DI CEUTA, COME REAZIONE AL VIAGGIO DI PEDRO SANCHEZ IN ALGERIA (PRINCIPALE SPONSOR DELLE FORZE DEL FRONTE POLISARIO, I SEPARATISTI CHE LOTTANO CONTRO IL CONTROLLO MAROCCHINO DEL SAHARA OCCIDENTALE)

Luglio 31st, 2026 Riccardo Fucile

I RAPPORTI TRA RABAT E MADRID SONO ALTALENTANTI DA DECENNI: GIÀ IN PASSATO I MAROCCHINI AVEVANO UTILIZZATO IL RICATTO MIGRATORIO PER ROMPERE I COJONI A MADRID. CON SANCHEZ INDEBOLITO DALLA CORRUZIONE E ACCERCHIATO DALLE INCHIESTE, IL GIOCO È FATTO

La costa nordafricana del Mediterraneo, nel suo tratto appartenente al Marocco, è punteggiata di territori spagnoli. I più importanti sono quelli che coincidono con il perimetro di Ceuta e di Melilla, due città autonome che hanno più o meno lo stesso numero di abitanti (circa 85.000) e distano l’una dall’altra suppergiù 400 chilometri.
La posizione delle due città determina che la pressione migratoria sui loro confini con il Marocco sia intensa e costante. E già in passato ci sono stati dei momenti di particolare emergenza. Nel 2005, nel 2014, nel 2018 si verificarono dei picchi improvvisi in cui centinaia o migliaia di migranti tentarono di entrare, via mare o scavalcando le recinzioni, a Ceuta o Melilla, innescando scontri con le forze dell’ordine. E si registrarono morti e feriti.Il precedente più clamoroso è quello del maggio 2021, quando circa 10 mila migranti entrarono illegalmente a Ceuta nel giro di due giorni. Questa ondata rappresentò il culmine di uno screzio diplomatico: in quel caso Rabat non aveva apprezzato che Madrid avesse ospitato sotto falso nome in un ospedale spagnolo il leader del Fronte Polisario, il movimento armato che si batte per la liberazione del Sahara Occidentale, ex colonia spagnola ora controllata dal Marocco.In quel caso, i migranti furono rimpatriati nel giro di pochi giorni. Anche in questo caso qualcuno ha suggerito che l’improvviso assalto ai confini sia stato favorito dal governo marocchino come reazione all’amichevole viaggio in Algeria compiuto nei giorni scorsi dal premier spagnolo Pedro Sánchez.
L’Algeria, infatti, è il principale sponsor regionale delle forze del Fronte Polisario
Ma il ministero degli Esteri spagnolo ha escluso una connessione con il recente viaggio del capo del governo e si è affannato a sottolineare che al momento i rapporti con il governo marocchino sono eccellenti e che Rabat sta cooperando «in modo leale e costante» per gestire l’emergenza a Ceuta.
Negli ultimi decenni, i rapporti tra Rabat e Madrid hanno alternato momenti di collaborazione e periodi di forte tensione, come nel caso dello scontro quasi militare che si innescò nel 2002 intorno all’isola di Perejil (di fatto poco più di uno scoglio), che è proprio uno dei territori che, pur appartenendo geograficamente al Marocco, sono amministrati dalla Spagna.
Anche perché Rabat vive con un certo disagio la presenza sulla propria costa di quegli spicchi in cui si parla castigliano che ricordano l’epoca coloniale.
E il Marocco sa bene che la Spagna ha bisogno di collaborazione proprio per controllare i flussi migratori illegali verso le sue città «africane» che sono a pieno titolo territorio europeo ma che per la loro collocazione sono così vulnerabili ai tentativi di accesso clandestino.
Ed è anche per questo che nel 2022 il governo Sánchez ha «tradito» gli abitanti indipendentisti del Sahara Occidentale, allineandosi di fatto alla posizione di Rabat che considera suo quel territorio che fu frettolosamente abbandonato al suo destino, a metà degli anni ’70, dalla Spagna, che fino ad allora lo aveva gestito come propria colonia .

(da agenzie)

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SALVINI RISCHIA DI FAR PERDERE 2 MILIARDI DI EURO DEL PNR, COSTRETTA A INTERVENIRE MELONI: IL PASTICCIO DELLE TRATTE INTERCITY

Luglio 31st, 2026 Riccardo Fucile

SALVINI AVEVA IPOTIZZATO UNA GARA A LOTTO UNICO… EVITATA DI UN PELO LA BOCCIATURA

Un “pasticcio” normativo e politico rischiava di costare all’Italia 2 miliardi di euro della decima rata del Pnrr. Per evitare il taglio da parte della Commissione Europea, il governo Meloni è dovuto intervenire in extremis ripristinando la gara a più lotti per le tratte dei treni Intercity, accantonando l’ipotesi del lotto unico avanzata dal ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini.
La rassicurazione di Meloni ai tecnici europei
A parlarne oggi è Repubblica. Salvini aveva provato a modificare il decreto Pnrr-Infrastrutture inserendo una norma per assegnare i servizi Intercity tramite un lotto unico, superando l’impostazione prevista dalla legge sulla concorrenza del 2021 (governo Draghi). Questo però per la Commissione UE rischia di esser un metodo che limita la concorrenza a favore di Trenitalia. Senza il rispetto dell’impegno sui lotti multipli, l’UE era pronta a tagliare 2 miliardi di euro dai fondi destinati all’Italia. Così da Palazzo Chigi (Dipartimento per gli Affari Europei) è arrivata la rassicurazione ai tecnici europei: l’Italia rispetterà i patti iniziali.
I tempi
La vicenda ha rallentato i lavori della Camera, costringendo il governo a riformulare l’emendamento correttivo per recepire le indicazioni dell’Unione Europea. Lunedì si discuterà il testo modificato nell’Aula della Camera. Martedì voto finale e poi approvazione in Senato prima della pausa estiva. Il decreto deve essere tassativamente convertito in legge entro il 25 agosto.

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UNA DESTRA INTOLLERANTE ALLA LIBERTA’ E AL DISSENSO

Luglio 31st, 2026 Riccardo Fucile

IL MOTIVO VA RICERCATO NELLA CULTURA POLITICA DI GRAN PARTE DEI COMPONENTI DI QUESTA MAGGIORANZA

Evidentemente no, non bastano. E in effetti non sono bastati, se l’altro giorno i black block e i loro sodali sono arrivati in migliaia in Val di Susa senza che nessuno se ne accorgesse e hanno potuto devastare in lungo e in largo tutti i cantieri della Tav, senza che le forze dell’ordine avessero attivato particolari prevenzioni, né avuto la capacità di fermarli, né di arrestare chi poi aveva commesso reati. Reati che, in questo caso, non c’era bisogno di introdurre, in quanto già esistevano prima: la devastazione, il danneggiamento, e quant’altro non sono fattispecie sconosciute nel nostro codice.
Tutto molto strano. Un’inerzia e incapacità che si assomma, pur nella differenza dei casi, con quanto accaduto a Bologna. Di fronte a questo, ora il governo introduce nuovi strumenti preventivi e repressivi. Apparentemente sono in linea con quanto ha stabilito l’Unione europea in merito all’utilizzo dell’intelligenza artificiale nel riconoscimento e nella individuazione di persone che siano in procinto di commettere gravissimi reati, specificati molto bene, come atti di terrorismo o altri estremamente pericolosi per la sicurezza generale e l’incolumità delle persone. Quindi non qualsiasi azione, non certo il danneggiamento di una vettura durante una manifestazione.
Ma il governo, seguendo la sua pulsione autoritaria e repressiva, ha previsto di allargare le maglie ben definite della normativa dell’Unione europea al fine di schedare in maniera massiccia tutte le persone che manifestano. In tal modo, un utilizzo estensivo di strumenti di identificazione delle persone comporta una limitazione della nostra privacy.
Oltre alla mano libera delle forze di sicurezza nell’utilizzazione dell’Intelligenza Artificiale, l’altro punto scabroso riguarda la sua estensione. Il fatto che il governo vada oltre le linee guida definite dall’Unione europea è un altro segnale del suo desiderio di rendere sempre più incerto l’esercizio del diritto di manifestare: sostanzialmente intende disincentivare ogni tipo di partecipazione nello spazio pubblico.
Con questo primo passo verso una potenziale schedatura di massa della popolazione il governo si avvicina al modello cinese che è il più avanzato nell’uso dell’Ia tanto da aver realizzato l’incubo orwelliano di controllo totale e assoluto sulla vita delle persone: disporre di ogni tipo di informazione sulla vita quotidiana di ogni cittadino per indirizzare con normative ad hoc il comportamento di ciascuno e sanzionare tutti coloro che non seguono le direttive del regime.
In Occidente abbiamo tutta un’altra tradizione faticosamente conquistata nel tempo e difesa dai regressi dovuti alle dittature nazifasciste e comuniste. È quella della partecipazione politica libera, dell’espressione nello spazio pubblico della volontà dei cittadini. Soprattutto di quella in dissenso, anche attraverso manifestazioni non convenzionali, come i sit-in, gli scioperi della fame, le marce silenziose e le occupazioni in casi estremi.
Con i decreti sicurezza già approvati queste espressioni sono diventate più problematiche e sottoposte a rischio di incorrere in reati. Adesso la repressione diventa più facile. Nel momento in cui una persona è individuata come partecipante a un corteo può essere inserita in un file come un soggetto da tenere sotto controllo. Questo è il salto di qualità. Ora perché il governo va oltre le linee guida date dall’Unione Europea introdotte soprattutto per prevenire reati di terrorismo, e lo estende ad ogni altra attività con “leggerezza” – basta una comunicazione orale da un magistrato?
La risposta rimanda alla cultura politica di gran parte dei componenti di questa maggioranza e delle truppe di rincalzo vannacciane. L’idea è che, in primis, bisogna “sorvegliare e punire“ come scriveva un filosofo francese dello scorso secolo. E, in fondo, la libertà e il dissenso da quella parte sono sempre guardati con sospetto.

Piero Ignazi
(da editorialedomani.it)

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SE LA SICUREZZA E’ LIBERTICIDA

Luglio 31st, 2026 Riccardo Fucile

IL COSTITUZIONALISTA AINIS: “LA SICUREZZA NON E’ UN DIRITTO, BENSI’ UN LIMTE ALL’ESERCIZIO DEI DIRITTI”

È un cappio, che ci stringe il collo giorno dopo giorno. Che ci promette sempre maggiore sicurezza, primavera di bellezza. E che infine ci condanna a una morte da impiccati. Una morte civile, se non anche materiale. La morte dei diritti, delle libertà costituzionali.
L’ultimo episodio ha per oggetto il riconoscimento facciale, e viaggia (come sbagliarsi?) per decreto. Non un decreto legge, come il decreto Rave con cui nell’ottobre 2022 esordì il governo Meloni, castigando con 6 anni di galera l’invasione di terreni o di edifici per raduni di massa, anche se avvengano senza consumo di stupefacenti. O come il decreto Cutro, tutto all’insegna di una visione emergenziale dell’immigrazione. O il decreto Caivano, che ha stravolto il sistema di giustizia minorile. O come il rosario di decreti sicurezza di cui ormai abbiamo perso il conto. Stavolta è un decreto legislativo. Ed è anche peggio, perché un decreto legge può venire modificato o bocciato dalle Camere, un decreto legislativo no: rimbalza in Parlamento esclusivamente per un parere non vincolante, come i consigli della suocera.
E una volta ancora, la forma autoritaria del decreto introduce una sostanza autoritaria. Sta di fatto che ogni decreto viene approvato nel buio del Consiglio dei ministri, dopo una discussione sottratta all’occhio dei cittadini, e fra esponenti della sola maggioranza di governo. La legge, viceversa, matura dopo un dibattito pubblico, nel quale hanno voce pure le opposizioni. Ma la legge deve rispettare una procedura articolata, e invece non c’è tempo, non c’è mai tempo se devi gonfiare i muscoli dinanzi a un’opinione pubblica allarmata da questo o quell’altro fatto di cronaca.
Da qui un torrente normativo instabile e confuso, sul quale proprio ieri ha puntato l’indice il capo dello Stato, con parole che meritano di venire richiamate. «Se si pensasse che le regole della legge debbano adattarsi ai comportamenti individuali, occasionali, cambiando il proprio contenuto di volta in volta, di caso in caso» – ha detto il presidente Mattarella durante la cerimonia del Ventaglio – «allora non si rafforza la sicurezza ma si decide l’abdicazione dello Stato».
Parole al vento, giacché pure quest’ultimo decreto nasce sull’onda della cronaca – le violenze in Val di Susa. Vergognose e inaccettabili, però non è accettabile nemmeno che a farne le spese sia ciascun italiano. Qual è infatti il dispositivo del decreto? Un ampliamento dei poteri di polizia sul riconoscimento facciale attraverso l’intelligenza artificiale. Significa che i dati biometrici di chiunque si trovi in una piazza, una strada, uno stadio, una stazione dove forse avverrà qualche reato verranno raccolti e conservati. Minority Report, dalla fantascienza alla realtà. Ma la realtà di questo decreto contraddice le regole europee, tanto che Thomas Regnier – portavoce della Commissione europea – ha già acceso il rosso del semaforo. Mentre la maggioranza di governo contraddice se stessa, poiché l’unica forma di controllo per l’uso dei dati biometrici consiste in una comunicazione, anche orale, al pubblico ministero. Non al gip, non a un giudice terzo. Ma come, non avevano battezzato una riforma costituzionale per limitare il potere dei pm? Non avevano combattuto, ventre a terra, un referendum?
È il paradosso della sicurezza, che in ultimo genera maggiore insicurezza. Perché affastella l’ordinamento giuridico di reati (sono già 35mila), sicché chiunque può commettere un illecito penale senza nemmeno sospettarlo. Perché rende il diritto inconoscibile, trasferendo la decisione dal legislatore al giudice, chiamato a interpretare norme contraddittorie e oscure. Perché la narrazione ossessiva dell’insicurezza viene in realtà smentita dai dati ufficiali: secondo il ministero dell’Interno, nel 2024 in Italia i crimini sono diminuiti dell’1,8 per cento rispetto all’anno precedente, gli omicidi volontari del 13 per cento; mentre nel 2025 la «delittuosità» (come la chiama il Viminale) ha subito un’ulteriore flessione del 9 per cento.
C’è allora un equivoco, e c’è pure un sospetto, nella stretta securitaria che avanza per decreto. Perché la sicurezza non è un diritto, bensì un limite all’esercizio dei diritti. È il caso della privacy, che può venire sacrificata quando entra in gioco l’esigenza di perseguire i criminali. Ed è anche il caso delle manifestazioni, vietate se mettono a rischio l’incolumità pubblica. Ma la schedatura di massa confezionata dall’ultimo decreto del governo quali beni costituzionali salvaguarda? E poi chi, come, quando potrà usare questi dati? Da qui il sospetto sulle sue intenzioni reali: è un altolà al dissenso, ha un sapore intimidatorio verso chi decida di sfilare in un corteo. Diceva Freud, in un celebre aforisma: l’uomo moderno rinunzia volentieri alla possibilità d’essere felice se questo è il prezzo per sentirsi più sicuro. Ma adesso noi stiamo diventando tutti più insicuri e più infelici.

Michele Ainis
(da repubblica.it)

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SUPERMEDIA YOUTREND-AGI: FDI CALA AL 26,7%, VANNACCI SALE AL 7,1%

Luglio 31st, 2026 Riccardo Fucile

CAMPO LARGO 44,3% CENTRODESTRA 41,6%

Il quadro fotografato dall’ultima Supermedia Agi/Youtrend prima della pausa estiva è quello di un centrodestra che arretra di poco ma in modo significativo nel simbolo del suo partito guida. Fratelli d’Italia scende infatti al 26,7%, in calo di tre decimi rispetto alla rilevazione del 16 luglio: un dato che porta il partito di Giorgia Meloni sotto la soglia del 27% praticamente per la prima volta dall’inizio della legislatura. Alle sue spalle il Partito democratico resta stabile al 21,2% (-0,1) e il Movimento 5 stelle al 13%, in leggera crescita di due decimi.
Il movimento più netto arriva però da Futuro nazionale, la formazione di Roberto Vannacci, che sale al 7,1% con un progresso di sei decimi. È l’unica variazione di un certo peso della tornata, e colloca ormai il partito davanti non solo alla Lega, ferma al 5,9%, ma anche ad Alleanza verdi-sinistra, data al 6,4% (-0,1). Un avanzamento che appare speculare al contestuale arretramento complessivo del centrodestra, con Forza Italia all’8% (-0,1). Le altre liste restano sostanzialmente immobili: Azione al 3,1%, Italia viva al 2,3%, +Europa all’1,4% e Noi Moderati all’1,0%.
Sul piano delle coalizioni, lo schema 2026 vede il cosiddetto campo largo stabile in testa al 44,3%, seguito dal centrodestra al 41,6% (-0,6). Proprio la crescita di Futuro nazionale, accreditato del 7,1% come polo a sé, contribuisce a spiegare quel calo dello schieramento di governo. Più staccate le aree di centro, al 4,3%. Le variazioni, come sempre, sono calcolate rispetto alla Supermedia di due settimane prima.
(da agenzie)

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RICONOSCIMENTO FACCIALE CON L’INTELLIGENZA ARTIFICIALE: MELONI A LEZIONE DI SORVEGLIANZA DI MASSA DA ORBAN

Luglio 31st, 2026 Riccardo Fucile

L’APRIPISTA E’STATA L’UNGHERIA DI ORBAM CON 30.000 TELECAMERE

L’apripista europeo della sorveglianza elettronica di massa è stata l’Ungheria di Orbán, nel 2019, col progetto “Szitaköt” (libellula) e le sue 30 mila telecamere collegate a un cervellone per il riconoscimento facciale. Cinque anni dopo è arrivata la stretta dell’Unione, ma a Budapest non si sono scoraggiati e hanno invocato la tutela dei minori per bloccare il Pride e scatenare “Szitaköt” contro i manifestanti. Un po’ come adesso, in Italia, si pensa di fare coi No Tav, equiparandoli per legge a un’associazione a delinquere.
Ha un distinto sapore di paprika, spezia regina della cucina magiara, il decreto legislativo con cui il governo Meloni intende recepire l’AI Act, regolamento europeo sull’uso dell’intelligenza artificiale “per l’attività di polizia e di responsabilità penale e civile”.
Ieri mattina, dopo le proteste dell’opposizione per l’accelerazione della discussione sul decreto in Parlamento, da Palazzo Chigi si sono affrettati a ribadire che l’Italia “continuerà a rispettare la normativa europea… in coerenza con le garanzie costituzionali e dei diritti di libertà, la cui verifica spetta all’Autorità giudiziaria”.
A meno di una clamorosa retromarcia, però, sarà difficile cancellare l’articolo 10 del decreto. Nonostante l’asserita conformità alla possibilità concessa agli Stati membri dall’AI Act di introdurre “disposizioni più restrittive sull’uso dei sistemi di identificazione biometrica remota a posteriori”.
Così da Bruxelles la commissione ricorda che “il riconoscimento facciale negli spazi pubblici accessibili è una pratica vietata dalla legge sull’AI”, che punta a scongiurare “che con l’AI ci sia un controllo pubblico su dove noi e voi ci spostiamo quotidianamente negli spazi pubblici accessibili”.
La scorsa settimana il “Pride” di orbaniana memoria era stato evocato persino durante le audizioni sul decreto Meloni innanzi alla commissione Affari europei della Camera. Tre giorni prima dell’assalto ai cantieri della Torino-Lione in Val di Susa, che ha riportato l’ordine pubblico in cima all’agenda politica.
A denunciare l’“effetto dissuasivo” dei nuovi sistemi di videosorveglianza previsti dall’articolo 10 del decreto, “dotati della tecnologia di riconoscimento facciale a posteriori, integrata dall’intelligenza artificiale, per il contrasto dei reati”, era stato Francesco Paolo Micozzi, docente di Informatica Giuridica dell’Università degli Studi di Perugia. Evidenziando il rischio che qualcuno “spinto dalla curiosità di partecipare ad una manifestazione Pride eviti di farlo nel timore di future ed eventuali ritorsioni o, comunque, discriminazioni di qualunque tipo”.
Nel decreto, infatti, si prevede che in linea con quanto indicato dalla Commissione Ue il riconoscimento facciale con l’AI venga effettuato solo dopo la consumazione di uno dei 16 reati gravi e gravissimi indicati nel regolamento (tra i quali non rientrano i classici danneggiamenti dei No Tav). Ma la banca dati per effettuare i raffronti, “in caso di accesso a luoghi o ad eventi rispetto ai quali sussistono esigenze di ordine e sicurezza pubblica”, verrà creata prima dal Viminale (e non sarà cancellata che una settimana dopo). Con un “trattamento automatizzato” vecchio stampo “dei dati biometrici… del volto delle persone”.
Andrà bene a Bruxelles?
In Repubblica Ceca, in seguito all’entrata in vigore dell’AI Act, generiche esigenze di ordine pubblico e sicurezza non sono bastate per evitare, ad agosto dell’anno scorso, la disattivazione del sistema di riconoscimento facciale attivo dal 2018 per l’identificazione di persone scomparse e ricercati all’aeroporto di Praga.
Molto più in linea con l’orientamento di Bruxelles, invece, la Francia, che per le olimpiadi di Parigi del 2023 aveva attivato, sì, un sistema di videosorveglianza implementato con l’AI, ma senza riconoscimento facciale. Solo per la rilevazione in tempo reale di movimenti anomali della folla.

(da ilfattoquotidiano.it)

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LA LAMBORGHINI NON E’ UN DIRITTO

Luglio 31st, 2026 Riccardo Fucile

QUANDO LO SCOPO E’ ESSERE RICCHI A PRESCINDERE

Leggendo delle incredibili peripezie finanziarie dei vari faccendieri e avventurieri economiciche finiscono gambe all’aria (ultimo caso un’immobiliare romana che, accumulando debiti, ha costruito un buco grande come un quartiere), sbalordisce sempre scoprire che non c’è alcun nesso plausibile tra l’andamento degli affari, spesso in rosso, e lo scialo di quattrini, sempre clamoroso. Come se lo scopo di costoro non fosse mettere in piedi un’azienda solida – e in proporzione al bilancio, poi migliorare anche il proprio status. No, lo scopo è essere ricchi a prescindere, per diritto innato, perché senza la Lambo e la villa si è delle nullità. Una specie di travestimento da ricco, così da ben figurare su Instagram e fare colpo sulle ragazze, come si diceva ai tempi.
C’è una precisa inversione del rapporto di causa ed effetto. Non si diventa più ricchi perché si è messa in piedi un’azienda florida, si mette in piedi un’azienda, anche farlocca, perché si è deciso di essere ricchi. La patologia sta tutta in questa presunzione di uno status garantito. Di un successo dovuto. Spesso è una recita, che finisce con un tonfo rovinoso quando si viene smascherati, e si deve spiegare agli inquirenti con quali soldi hai pagato la Lambo, con quali la villa.
Parlare di etica non ha ovviamente alcun senso, è come tenere una conferenza sull’Iliade a una mandria di frisone: perché mai dovrebbero capire? Ma santo cielo, almeno il buon senso: tra i vecchi imprenditori per i quali fare un debito era un disonore, e quelli nuovi per i quali ogni debito è un gradino in più per salire la scala sociale, chi ha avuto maggiore fortuna, e fama più solida?

(da Repubblica)

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“LA GALASSIA ASKATASUNA? UNA MACCHINA ORGANIZZATIVA CAPACE DI PIANIFICARE UN GIUBILEO O LA TOURNÉE DI UNA ROCKSTAR”: COSI’ LA DIGOS DEFINISCE IL CENTRO SOCIALE TORINESE ASKATASUNA CHE HA FAGOCITATO IL MOVIMENTO NO TAV. GLI INQUIRENTI RITENGONO CHE SIA DI “ASKA” LA REGIA DELLA GUERRIGLIA DI CHIOMONTE IN VAL DI SUSA

Luglio 31st, 2026 Riccardo Fucile

IL NODO FINANZIAMENTI E LA STRUTTURA DI “ASKA”: DALLA PORTAVOCE MARTINA LOSANO, LAUREATA ALLA LUMIERE DI LIONE, AGLI ORGANIZZATORI, DALL’IDEOLOGO GUIDO BORIO AL RUOLO DI ANDREA BONADONNA…

Nonostante gli shorts in jeans e gli scarponi ha il portamento di una manager. Si fa presto a dire Askatasuna. Li immagini storditi da dibattiti fumosi e capaci solo di spaccare vetrine. E invece nella conferenza stampa dopo la guerriglia di Chiomonte si presenta la portavoce: Martina Losano, 36 anni e una laurea alla Lumière di Lione. Garbata e professionale nei rapporti con i giornali, anche quelli «nemici». È lei a scrivere i comunicati sulle pagine social «Autonomia 47» e «Network antagonista». Obiettivamente un biglietto da visita che disorienta.
Le aggressioni alla polizia o gli assalti ai giornali non possono essere cancellati dalla storia, passata e recente, di Askatasuna. Molti suoi leader sono stati condannati o sono a processo. Nonostante ciò il movimento riesce a intercettare tantissimi giovani. Ora più che in passato. E mostra una straordinaria capacità organizzativa. Figlia forse delle radici sabaude. Il recente «Festival dell’Alta Felicità» è stata la più imponente dimostrazione di vitalità di Askatasuna. A Venaus sono arrivate 40 mila persone. Molti alla loro prima volta. Attratti più che dalle battaglie No Tav, dalla voglia di «ribellarsi a uno Stato che reprime e uccide».
La macchina organizzativa
È vero che i giovani si adattano a tutto, ma non è facile gestire le sistemazioni in tenda, cucine da campo, servizi igienici. E poi dibattiti, eventi, concerti. Alla guida dell’imponente macchina organizzativa c’è un altro giovane, Michele Raffaele, 35 anni. È stato lui a coordinare artisti, maestranze e volontari. La fascinazione per la sua capacità organizzativa ha fatto breccia persino su qualche funzionario della Digos. «Se la mettesse al servizio di altre cause — confessa — potrebbe organizzare un giubileo o la tournée di una rockstar».
I finanziamenti
Non è comunque chiaro come sia stato finanziato il festival. «Paghi il cibo, il resto è gratis»: questa la formula per chi è arrivato a Venaus da tutta Italia e dall’estero. In più c’è stata la raccolta fondi online: appena seimila euro. Poca cosa rispetto a ciò che si è visto.
Altro giovane di Askatasuna è Stefano Millesimo, 27 anni. Megafono in mano è sempre in testa ai cortei e ha grande carisma e capacità di trascinare i ragazzi. Anche se c’è chi ritiene che dietro le quinte ci siano sempre i soliti nomi. Loro, giovani o vecchi, insistono: «Askatasuna non ha leader, siamo tutti sullo stesso piano».
Restano comunque centrali figure come il filosofo Guido Borio, considerato l’ideologo del movimento. O Andrea Bonadonna e Giorgio Rossetto. Quest’ultimo con l’obbligo della sorveglianza speciale.
Con o senza leader un dato è certo: Askatasuna ha ormai fagocitato il movimento No Tav. Gli inquirenti ritengono che sia sua la regia della guerriglia di Chiomonte. Restando sempre nell’ombra. Il «blocco nero» è arrivato dall’estero, mentre a urlare «siamo tutti black bloc» sono stati i vecchi leader No Tav, come Nicoletta Dosio. In carcere c’è già stata e con i suoi 80 anni non teme più nulla.
Di fatto Askatasuna rivendica «la vittoria di Chiomonte». E a distanza di una settimana replica. Sabato ci sarà un altro campo a Susa, al quale aderiscono molti gruppi anarchici. Anche loro marceranno sui cantieri della Tav, ma «solo per un’azione dimostrativa: battere sui cancelli». E ieri l’annuncio di un’altra iniziativa a settembre, a Torino, «contro il riarmo».

(da Il Corriere della Sera)

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IN RAI SUPERANO OGNI GIORNO IL LIMITE DELL’INDECENZA: L’EX (?) AMANTE DI MATTEO PIANTEDOSI ANCHE PER LA PROSSIMA STAGIONE AVRÀ UN SUO PROGRAMMA SU RAI RADIO1. HA OTTENUTO UNA “PROMOZIONE”: NON DISCETTERÀ PIÙ DI LEGALITÀ UNA VOLTA A SETTIMANA DALLE 23,30 A MEZZANOTTE, COME FACEVA CON “LA MEZZ’ORA LEGALE”, ORA SI OCCUPERÀ DEL BENESSERE DEGLI ANIMALI OGNI GIOVEDÌ, IN UNA FASCIA ORARIA BEN PIÙ NOBILE, QUELLA DALLE 10,30 ALLE 11 DEL MATTINO, CON IL PROGRAMMA “IMPRONTE”

Luglio 31st, 2026 Riccardo Fucile

COSA C’ENTRINO GLI ANIMALI CON IL SUO VARIEGATO CURRICULUM È TUTTO DA CAPIRE, E FORSE NOI NON SIAMO ABBASTANZA SVEGLI COME LA “PREZZEMOLONA CIOCIARA” PER COMPRENDERLO. MA UNA DOMANDA SORGE SPONTANEA: I VERTICI DI VIALE MAZZINI NON PROVANO MAI UN PIZZICO DI VERGOGNA?

Dalla legalità al benessere degli animali c’è un salto quantico piuttosto difficile da colmare.Non per Claudia Conte, però.
E neppure per i vertici Rai. I quali hanno deciso di affidare una nuova trasmissione su Radio1 alla giornalista 36enne che, la scorsa primavera, creò gran trambusto nel governo con la sua clamorosa confessione in diretta a Money.it.
Alla domanda se avesse una relazione sentimentale con il ministro Matteo Piantedosi, lei rispose candida: “È una cosa che non posso negare”.
Nell’immediatezza della rivelazione, in tanti notarono la coincidenza tra il suo love affaire e il piccolo programma ottenuto un paio d’anni prima su Radio1. Conte conduceva infatti “La mezz’ora legale” tutti i martedì dalle 23,30 a mezzanotte, sorta di talk show a base di interviste con generali, ministri e opinionisti esperti – guarda caso – in materia di sicurezza e ordine pubblico.
Chiusi i battenti a fine stagione, la giornalista cara al Viminale sembrava destinata a sparire dal servizio pubblico.
E invece: è stata promossa in una collocazione più comoda e consona al ruolo, in grado soprattutto di evitarle potenziali conflitti di interesse.
Dai palinsesti autunnali della radio varati oggi in Cda risulta infatti che da fine settembre condurrà un nuovo programma settimanale, in onda sempre sul primo canale radio, ogni giovedì dalle 10,30 alle 11 del mattino.
Si intitolerà “Impronte” e tratterà di animali, specie di compagnia
Cosa c’entri con il suo curriculum e le competenze vantate allorché lo scandalo esplose – in particolare le consulenze nelle istituzioni, a partire da quella nella commissione parlamentare d’inchiesta sul degrado delle città e delle periferie – è tutto da capire.

(da Dagoreport)

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