SE LA SICUREZZA E’ LIBERTICIDA
IL COSTITUZIONALISTA AINIS: “LA SICUREZZA NON E’ UN DIRITTO, BENSI’ UN LIMTE ALL’ESERCIZIO DEI DIRITTI”
È un cappio, che ci stringe il collo giorno dopo giorno. Che ci promette sempre maggiore sicurezza, primavera di bellezza. E che infine ci condanna a una morte da impiccati. Una morte civile, se non anche materiale. La morte dei diritti, delle libertà costituzionali.
L’ultimo episodio ha per oggetto il riconoscimento facciale, e viaggia (come sbagliarsi?) per decreto. Non un decreto legge, come il decreto Rave con cui nell’ottobre 2022 esordì il governo Meloni, castigando con 6 anni di galera l’invasione di terreni o di edifici per raduni di massa, anche se avvengano senza consumo di stupefacenti. O come il decreto Cutro, tutto all’insegna di una visione emergenziale dell’immigrazione. O il decreto Caivano, che ha stravolto il sistema di giustizia minorile. O come il rosario di decreti sicurezza di cui ormai abbiamo perso il conto. Stavolta è un decreto legislativo. Ed è anche peggio, perché un decreto legge può venire modificato o bocciato dalle Camere, un decreto legislativo no: rimbalza in Parlamento esclusivamente per un parere non vincolante, come i consigli della suocera.
E una volta ancora, la forma autoritaria del decreto introduce una sostanza autoritaria. Sta di fatto che ogni decreto viene approvato nel buio del Consiglio dei ministri, dopo una discussione sottratta all’occhio dei cittadini, e fra esponenti della sola maggioranza di governo. La legge, viceversa, matura dopo un dibattito pubblico, nel quale hanno voce pure le opposizioni. Ma la legge deve rispettare una procedura articolata, e invece non c’è tempo, non c’è mai tempo se devi gonfiare i muscoli dinanzi a un’opinione pubblica allarmata da questo o quell’altro fatto di cronaca.
Da qui un torrente normativo instabile e confuso, sul quale proprio ieri ha puntato l’indice il capo dello Stato, con parole che meritano di venire richiamate. «Se si pensasse che le regole della legge debbano adattarsi ai comportamenti individuali, occasionali, cambiando il proprio contenuto di volta in volta, di caso in caso» – ha detto il presidente Mattarella durante la cerimonia del Ventaglio – «allora non si rafforza la sicurezza ma si decide l’abdicazione dello Stato».
Parole al vento, giacché pure quest’ultimo decreto nasce sull’onda della cronaca – le violenze in Val di Susa. Vergognose e inaccettabili, però non è accettabile nemmeno che a farne le spese sia ciascun italiano. Qual è infatti il dispositivo del decreto? Un ampliamento dei poteri di polizia sul riconoscimento facciale attraverso l’intelligenza artificiale. Significa che i dati biometrici di chiunque si trovi in una piazza, una strada, uno stadio, una stazione dove forse avverrà qualche reato verranno raccolti e conservati. Minority Report, dalla fantascienza alla realtà. Ma la realtà di questo decreto contraddice le regole europee, tanto che Thomas Regnier – portavoce della Commissione europea – ha già acceso il rosso del semaforo. Mentre la maggioranza di governo contraddice se stessa, poiché l’unica forma di controllo per l’uso dei dati biometrici consiste in una comunicazione, anche orale, al pubblico ministero. Non al gip, non a un giudice terzo. Ma come, non avevano battezzato una riforma costituzionale per limitare il potere dei pm? Non avevano combattuto, ventre a terra, un referendum?
È il paradosso della sicurezza, che in ultimo genera maggiore insicurezza. Perché affastella l’ordinamento giuridico di reati (sono già 35mila), sicché chiunque può commettere un illecito penale senza nemmeno sospettarlo. Perché rende il diritto inconoscibile, trasferendo la decisione dal legislatore al giudice, chiamato a interpretare norme contraddittorie e oscure. Perché la narrazione ossessiva dell’insicurezza viene in realtà smentita dai dati ufficiali: secondo il ministero dell’Interno, nel 2024 in Italia i crimini sono diminuiti dell’1,8 per cento rispetto all’anno precedente, gli omicidi volontari del 13 per cento; mentre nel 2025 la «delittuosità» (come la chiama il Viminale) ha subito un’ulteriore flessione del 9 per cento.
C’è allora un equivoco, e c’è pure un sospetto, nella stretta securitaria che avanza per decreto. Perché la sicurezza non è un diritto, bensì un limite all’esercizio dei diritti. È il caso della privacy, che può venire sacrificata quando entra in gioco l’esigenza di perseguire i criminali. Ed è anche il caso delle manifestazioni, vietate se mettono a rischio l’incolumità pubblica. Ma la schedatura di massa confezionata dall’ultimo decreto del governo quali beni costituzionali salvaguarda? E poi chi, come, quando potrà usare questi dati? Da qui il sospetto sulle sue intenzioni reali: è un altolà al dissenso, ha un sapore intimidatorio verso chi decida di sfilare in un corteo. Diceva Freud, in un celebre aforisma: l’uomo moderno rinunzia volentieri alla possibilità d’essere felice se questo è il prezzo per sentirsi più sicuro. Ma adesso noi stiamo diventando tutti più insicuri e più infelici.
Michele Ainis
(da repubblica.it)
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