Luglio 28th, 2026 Riccardo Fucile
UN PAESE RIDICOLO CHE HA PAURA A INVESTIRE PER DIFENDERSI E PRONTO AD ARRENDERSI PER VIGLIACCERIA E CONNIVENZA CON IL NEMICO
L’Italia ha deciso di utilizzare Safe, il fondo a tasso agevolato messo a disposizione dall’Unione europea per l’acquisto di armi e strumenti di difesa. O forse no. La dichiarazione del ministro degli Esteri, Antonio Tajani, davanti alle commissioni Difesa riunite di Camera e Senato, viene smentita a stretto giro dallo stesso titolare della Farnesina. E’ possibile però che la discussione politica non si fermi a questo incidente. Rispondendo ad una domanda di Piero Fassino, Tajani infatti annuncia che la decisione è presa: «Su Safe noi abbiamo deciso, di utilizzare Safe chiedendo un intervento di 14,9 miliardi entro la fine dell’anno», dice. Specifica anche: «Formuleremo la nostra proposta, poi dirà l’Onorevole Crosetto per come investirli l’anno successivo».
La precisazione della Farnesina
Alla fine dell’audizione però, quando le agenzie e i primi siti stanno titolando che quindi l’Italia ha deciso che userà Safe, arriva la precisazione, all’uscita di Palazzo Madama: «Abbiamo “prenotato” 14,9 miliardi e il governo deciderà entro la fine dell’anno cosa utilizzare». E fonti della Farnesina specificano che questa dichiarazione serve proprio a dire che la decisione politica non c’è.
Le dichiarazioni di Crosetto
Alle parole di Tajani, il titolare della Difesa, Guido Crosetto, aveva aggiunto che la scelta di usare il fondo è tecnica, quel che conta è la decisione politica. «Il Safe per come è stato impostato è uno strumento di finanziamento della spesa militare, non aggiuntivo di quella prevista a bilancio. Per cui in Italia il SAFE è un’alternativa al Bot. È una scelta totalmente tecnica che il ministro farà entro la fine dell’anno sui 14,9 miliardi. Sulla base di quello che deciderà di fare Tajani, il ministro della Difesa prenderà quei capitoli che sono già impegnati e li spenderà».
La scelta politica sarà lo scostamento di bilancio che voteremo se voteremo a settembre sullo 0,9 per la difesa e lo 0,6 per l’energia perché quest’anno la procedura di inflazione ci consente di investire più solo se faremo lo scostamento e in quel modo lo vedremo a 27-28». E proprio alle parole di Crosetto si è richiamato Tajani con la sua precisazione. Ma la tensione sull’argomento resta alta.
Le critiche dell’opposizione
A stretto giro attacca Peppe De Cristofaro, senatore di Avs e capogruppo del Misto: «Non vogliono assumersi la responsabilità davanti al paese di spendere decine di miliardi di euro per le armi, mentre per il caro benzina hanno messo in campo poche centinaia di milioni di euro. Il governo Meloni dovrebbe dire con chiarezza agli italiani che la sua priorità è l’acquisto di armamenti», dice.
E Matteo Renzi polemizza anche via X: «Tajani va in commissione e dice: abbiamo deciso di chiedere fondi europei Safe per 14,9 miliardi di euro. Una notizia importante! Ma scatta il subbuglio in maggioranza. Dopo mezz’ora Tajani precisa: non li abbiamo chiesti ma solo “prenotati”. Ma dove vive il nostro ministro degli Esteri? I fondi Safe sono già prenotati: il governo deve decidere se usarli o no»
I cambiamenti della Nato
Lo stesso Crosetto ha poi parlato di come la Nato stia cambiando profondamente anche solo rispetto a pochi anni fa. Le prospettive della Nato adesso sono completamente diverse da quelle che la Nato aveva dieci anni fa, cinque anni fa, perché il mondo è cambiato. Io ricordo quando la Russia arrivò addirittura come osservatore alla Nato e guardate adesso le posizioni della Nato e della Russia.
Quindi la richiesta all’Europa, ma pure al Canada, di fare di più e dunque la richiesta di investire nei settori di difesa tradizionali ma anche in altri, «dall’intelligenza artificiale, ai droni, ai satelliti, alle necessità sottomarine, la difesa anche di tutta la parte sottomarina che non è soltanto una parte legata agli scontri ma all’economia, pensiamo ai dati o alle infrastrutture energetiche».
La difesa senza Nato
Crosetto è anche sarcastico con chi ipotizza la possibilità di un percorso autonomo, nazionale (come ad esempio ipotizza Futuro nazionale): «Esiste un percorso alternativo a quello della Nato? Sì, probabilmente sì, autonomo, investendo il 10, il 15, il 20, il 30 l’anno. Non c’è una nazione che sia in grado di affrontare neanche la Germania».
Dunque, aggiunge, l’Italia fa la sua parte con «tempi lunghi, perché siamo stati noi stessi a fissare il 2035 come punto di arrivo». Le richieste della Nato cambieranno ed è anche possibile che il 3.5% di Pil fissato ora non sia più tale a breve: «I capacity target della Nato muteranno negli anni, sono diversi quelli che adesso dobbiamo fissare e io sono uno di quelli che chiede di cambiare il più velocemente possibile. Il carro armato aveva un’importanza sei anni fa che adesso non ha più».
(da agenzie)
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Luglio 28th, 2026 Riccardo Fucile
SCHLEIN VUOLE COINVOLGERE ANCHE CALENDA
Al Pd c’è un certo allarme perché in tutti i sondaggi il partito resta fermo tra il 20 e il 21 per
cento. Nessun trend indica un possibile incremento dei consensi. Ma la segretaria Elly Schlein continua a essere ottimista. La leader dem ha spiegato ai dirigenti Pd che a un certo punto, quando si arriverà alle elezioni politiche, inevitabilmente scatterà il voto utile. Sarà un voto, secondo lei, “antifascista” e l’unico partito che da questo punto di vista si presenta come un punto di riferimento per un battaglia del genere è quello democratico. Insomma, Schlein è convinta che alla fine il Pd veleggerà intorno al 25 per cento ed è pronta ad accettare scommesse su questa percentuale.
Il Pd comunque sembra non avere pace. Oltre all’allarme per i sondaggi c’è quello per le primarie. Ci sono alcuni sondaggi che danno in netto vantaggio Giuseppe Conte. Ma non sono questi dati la vera fonte di preoccupazione perché in molti credono che si tratti di sondaggi “telecomandati”. La vera fonte di apprensione riguarda la candidatura di Silvia Salis che potrebbe tornare alla ribalta. La presenza della sindaca di Genova nella competizione ai gazebo, infatti, cambierebbe la situazione e nessuno adesso è in grado di prevedere se e quanto possa nuocere a Elly Schlein. Non solo. Anche Avs medita di presentare un proprio candidato. Il quadro quindi è molto più complesso di quello fin qui immaginato nel quale gli unici veri competitor sarebbero stati la segretaria del Pd e il leader del Movimento 5 stelle. Anche al quartier generale del M5s, del resto, si registra una certa preoccupazione perché Avs potrebbe drenare i voti pacifisti che si dava per scontato andassero a Conte. Anche per questa ragione c’è chi torna a suggerire di non indire le primarie: si rischia il caos, è la motivazione di quanti spingono per frenare la corsa ai gazebo.
Elly Schlein, nonostante le tensioni con Conte e le fibrillazioni nel Pd, continua a restare testardamente unitaria ed è per questo motivo che la leader dem non vuole rinunciare al tentativo di coinvolgere nel centrosinistra anche Carlo Calenda. Servono pure i suoi voti, è il suo ragionamento, tanto più che la riforma elettorale congegnata dal centrodestra favorisce l’attuale maggioranza. Ed è per questo motivo che al Nazareno in questi giorni si sta vagliando l’ipotesi che i dem riconfermino l’appoggio a Pina Picierno alla vice presidenza del Parlamento europeo. Nulla in questo senso è stato già deciso, ma l’ipotesi resta sul tavolo. Se così non fosse il candidato alla vice presidenza dell’Europarlamento potrebbe essere Stefano Bonaccini. Sempre che lui accetti e non voglia invece, come sostengono alcuni nel Partito democratico, “tornare in Italia dopo le elezioni politiche” per giocarsi la partita nazionale.
(da Il Foglio)
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Luglio 28th, 2026 Riccardo Fucile
IL GDPR IMPONE VERIFICHE DELL’IDENTITA’ ALTRIMENTI L’ISCRIZIONE E’ FUORILEGGE
Qualche giorno fa una ventenne ha ricevuto, via posta, una tessera di iscrizione a Futuro Nazionale, il nuovo partito di Roberto Vannacci. Peccato solo che non si fosse mai iscritta al partito in questione. La ragazza, giustamente, ha denunciato la questione alle Autorità e l’ha raccontata ai giornali. Che una persona si ritrovi, a sua insaputa, iscritta a un partito politico è un fatto gravissimo. L’iscrizione, infatti, suggerisce adesione, condivisione, partecipazione a principi, ideali, posizioni politiche del partito in questione e, quindi, inesorabilmente tratteggia, connota, descrive il profilo di una persona. La etichetta, marchia, descrive come di destra o di sinistra, con certe idee sull’immigrazione, il nucleare, la guerra, il lavoro, la famiglia. Contribuisce, inesorabilmente, a tratteggiarne l’identità nella comunità in cui vive. E non si tratta di considerare certe idee migliori o peggiori di certe altre. Semplicemente ciascuno di noi ha diritto a esser identificato per come è, per le idee in cui crede, per quelle in cui non crede. È per questo che la disciplina europea sulla protezione dei dati personali subordina, tra gli altri, proprio il trattamento dei dati idonei a rivelare le convinzioni politiche di una persona a un regime più rigoroso rispetto a quello cui subordina il trattamento di altri dati personali, meno particolari, sensibili, idonei a rivelare aspetti meno rilevanti dell’identità. Inutile scendere nei tecnicismi tecnico-giuridici: ai sensi delle regole vigenti non dovrebbe mai capitare che qualcuno ritrovi nella cassetta della posta la tessera di un partito al quale non ha mai voluto iscriversi e non si è mai iscritto.
Iscritti a nostra insaputa
Deflagrata la bomba mediatica, il partito di Vannacci ha, quindi, fatto sapere che avrebbe verificato e cercato la domanda di iscrizione all’origine dell’emissione della tessera intestata alla ventenne. Come dire che se ha spedito una tessera alla ragazza è perché quest’ultima deve essersi iscritta. In relazione allo specifico episodio, a questo punto, non resta che attendere che venga trovata questa domanda di iscrizione o che le indagini facciano il loro corso. Ma, appena qualche giorno prima, un’inchiesta di Fanpage aveva raccontato quanto facile fosse iscrivere al partito del mondo al contrario chiunque, che si trattasse di un personaggio di fantasia come Hannibal Lecter e Crudelia De Mon come nell’esperimento della testata online, o, evidentemente, di una persona reale in carne ed ossa. E, in effetti, è sufficiente un giro nell’apposita area del sito di Futuro Nazionale per rendersi conto che chiunque, ma proprio chiunque, può iscrivere chiunque altro al partito solo che ne conosca il nome e cognome, la data di nascita e l’indirizzo di residenza. Inserisca un numero di telefono e un indirizzo mail qualsiasi e disponga di una carta di credito. Niente di più e niente di meno. L’ho appena fatto anche io, iscrivendo a Futuro Nazionale un mio quasi omonimo inesistente, Guido Scorsa anziché Scorza. Certo, per farlo, ho dovuto usare la mia carta di credito per effettuare il pagamento della quota di iscrizione, dieci euro, il che, verosimilmente, significa che il partito sa o potrebbe sapere che a iscrivere il mio quasi omonimo inesistente sono stato proprio io. E, però, resta il fatto che chiunque potrebbe iscrivere decine di persone vere o, come nel mio caso, inesistenti. Per carità, nessuno dovrebbe neppure provare a iscrivere chiunque altro a un partito politico senza il suo consenso. Farlo è, evidentemente, illegale. E, però, al tempo stesso, è fuor di dubbio che il partito politico in questione dovrebbe fare qualcosa di più per scongiurare il rischio che le sue liste si riempiano di iscritti inconsapevoli o, addirittura, inesistenti. Un rischio tutt’altro che teorico, come dimostra anche il precedente dell’assalto ai Radicali attraverso centinaia di false iscrizioni online.
Il problema riguarda tutti i partiti
Letta l’inchiesta di Fanpage, Roberto Vannacci ha replicato usando la più tradizionale delle italiche scuse: così fan tutti. Quasi che la circostanza di essere in buona compagnia nel non rispettare i diritti e le libertà altrui legittimi a far altrettanto. Ma, a parte questo, non era e non è, esattamente, così. Nel senso che, pur essendo, in effetti, diffuso il “vizietto” delle iscrizioni facili ai partiti, gli altri sembrano fare qualche piccolo sforzo in più. Fratelli d’Italia, ad esempio, richiede che si indichino anche gli estremi di un documento di identità e che si verifichi l’effettiva disponibilità di un indirizzo mail, mentre il Partito Democratico, pur non richiedendo l’indicazione degli estremi di un documento di identità, richiede che si verifichi l’effettiva disponibilità sia dell’indirizzo mail sia del numero di telefono utilizzati in sede di registrazione. Niente di risolutivo, intendiamoci, comunque non abbastanza, ma meglio del nulla del partito del mondo al contrario. E, però, il problema esiste e non riguarda solo Futuro Nazionale. Iscriversi a un partito politico online, oggi, in Italia è facile come abbonarsi a un giornale, a una piattaforma di streaming video o musicale o a un qualsiasi altro servizio commerciale. Non dovrebbe essere così. La disciplina europea sulla protezione dei dati personali, il famoso GDPR, impone al titolare del trattamento, il partito politico in questo caso, di verificare che chi chiede di iscriversi sia effettivamente chi dice di essere o, almeno, che chi vuole iscrivere un terzo, circostanza di per sé non comune, abbia ricevuto dal terzo in questione e proprio da quest’ultimo il consenso a procedervi. Non è un problema astratto di sicurezza informatica, ma una questione che riguarda direttamente il funzionamento della politica, troppo spesso poco attenta alla protezione delle proprie infrastrutture e dei dati dei cittadini.
Cosa impongono le regole
Lo ha chiarito, di recente, senza tanti giri di parole, la Corte di Giustizia dell’Unione europea nella Causa C-492/23 con la sentenza del 2 dicembre 2025. Il caso riguardava la pubblicazione su un sito di annunci di un annuncio attraverso il quale una donna offriva prestazioni sessuali, annuncio che era stato pubblicato da un terzo, all’insaputa della donna, all’evidente fine di lederne dignità e reputazione. Ma la sostanza non cambia: i giudici della Corte hanno messo nero su bianco che il titolare del trattamento, il gestore del sito di annunci nel caso di specie e il partito politico in quello del quale ci stiamo occupando, «ha l’obbligo di acquisire l’identità di tale utente inserzionista e di verificare se quest’ultimo sia la persona i cui dati sensibili figurano in tale annuncio» e hanno aggiunto che lo stesso titolare «deve disporre, in applicazione degli articoli 24 e 25 di tale regolamento, misure tecniche e organizzative adeguate che gli consentano non solo di acquisire, ma anche di verificare l’identità degli utenti inserzionisti prima della pubblicazione di tali annunci, e ciò segnatamente al fine di poter determinare se quest’ultimo sia la persona i cui dati sensibili figurano in detti annunci. Siffatte misure devono segnatamente consentire […] di limitare il rischio di un trattamento illecito dei dati personali nei confronti dell’interessato». E hanno poi concluso che il gestore del sito «deve rifiutare la pubblicazione dell’annuncio in questione, circostanza che deve garantire attuando misure tecniche e organizzative adeguate».
Le regole, quindi, ci sono e sono chiare: un partito politico prima di accettare l’iscrizione di chicchessia deve verificarne in maniera solida l’identità attraverso adeguate misure organizzative e, se non vi riesce, deve rifiutare l’iscrizione. Non c’è spazio per equivoci, ambiguità o interpretazioni fantasiose. Non è quello che accade nelle pagine dedicate all’iscrizione al partito del mondo al contrario ma, per la verità, è difficile ritenere che sia quello che accade anche sulle analoghe pagine della più parte degli altri partiti politici. Così non funziona. Il rischio che qualcuno si ritrovi iscritto a sua insaputa a un partito politico è troppo elevato e il recente episodio lo ha dimostrato plasticamente. Le regole ci sono e vanno applicate e i partiti politici, anime pulsanti della nostra democrazia, dovrebbero dare l’esempio.
Le soluzioni tecnologiche esistono, sono semplici e alla portata di chiunque. Volere, insomma, è potere. Anche perché l’iscrizione a un partito politico è un gesto serio, carico di significato, di valore personale e democratico e, quindi, anche se la verifica dell’identità rendesse il processo un po’ più farraginoso, meno veloce, immediato, semplice, si tratterebbe di complessità giustificate e giustificabili. Il nodo da sciogliere, quindi, è uno e uno soltanto: i partiti e i movimenti politici sono pronti a rispettare di più i diritti, le libertà, l’identità e la dignità delle persone, a rafforzare i loro processi di identificazione di chi intende iscriversi per esser certi che si tratti sempre della scelta consapevole di una persona reale? È una prova di maturità e democrazia alla quale non dovrebbero sottrarsi. Detto che, in effetti, non è una questione di scelta dei singoli partiti ma di rispetto delle regole: non verificare in maniera adeguata l’identità di chi intende iscriversi è, semplicemente, fuori legge.
(da lastampa.it)
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Luglio 28th, 2026 Riccardo Fucile
FORZA ITALIA E LEGA DICONO NO ALL’ENNESIMO AUMENTO DELLE SIGARETTE
Da giorni Giorgia Meloni premeva: serve intervenire per ridurre il carburante, alla vigilia
delle vacanze. Da Palazzo Chigi era iniziato un pressing pesante sul ministero dell’Economia di Giancarlo Giorgetti che, non a caso, una settimana fa andava dicendo in Parlamento: “Sono preoccupato dalla prossima manovra che sarà l’ultima prima delle elezioni…”. Come dire: i partiti andranno all’assalto. Lo ha potuto verificare solo pochi giorni dopo e ha provato a trovare una soluzione. I 125 milioni richiesti per il taglio delle accise sul carburante erano stati trovati con una soluzione precisa: aumentare le tasse sulle sigarette. Una decisione che inizia a circolare dalla mattina, mentre Giorgia Meloni vola a Chiomonte. La premier prende tempo, vuole tornare a Roma per studiare bene la misura. Alle 14.30 rientra a Palazzo Chigi scura in volto e viene seguita a ruota dai vicepremier, Antonio Tajani e Matteo Salvini. I tre si chiudono in una stanza prima del Consiglio dei ministri. Giorgetti viene chiamato in collegamento. E i due vicepremier dicono subito “no”.
Il leader forzista si era presentato a Palazzo Chigi con un video pubblicato sui social con la ricetta economica azzurra sulla manovra, proponendo di abbassare le tasse su tutto: tredicesima, bollo auto e Irpef. Non può accettare, dunque, che per abbassare le accise si alzino le tasse su un prodotto di largo consumo come le sigarette. Lo stesso fa sapere Salvini: “Non si possono aumentare le tasse per abbassarle dall’altra parte, è un gioco delle tre carte”, spiega. A quel punto anche Meloni, dubbiosa fin dall’inizio, si dice d’accordo. E quindi si ripropone lo scontro tra Palazzo Chigi e il Mef, che aveva provato a trovare una soluzione alle richieste dei vertici del governo. Dai vertici del governo puntano il dito contro i tecnici della Ragioneria che, ancora una volta, mostrano “distanza con il Paese”. Alla fine, salta tutto: l’intervento sulla benzina e le tasse sul fumo. In conferenza stampa sarebbero dovuti andare Giorgetti e il ministro delle Imprese Adolfo Urso, ma Meloni manda solo il primo: “Vai a spiegare”, gli dice per lanciare qualche segnale rassicurante a chi va in vacanza. Meloni poco dopo pubblica un video sui social che parte proprio da qui, dalle tensioni internazionali che stanno causando un aumento del carburante che “non abbiamo provocato, ma che dobbiamo gestire”, spiega la premier che poi parla anche di risposta “tempestiva e responsabile” tenendo presente che le risorse “sono poche”. Restano però le scorie tra alleati che si sono riproposte anche sulla giustizia e sul tema delle intercettazioni.
Oggi pomeriggio arriva in aula al Senato il decreto Giustizia con l’emendamento di FdI che voleva estendere le intercettazioni anche ai processi in cui non erano state autorizzate, su richiesta del procuratore antimafia Giovanni Melillo. Dopo il muro di FI, l’accordo in maggioranza era stato quello secondo cui il presidente del Senato Ignazio La Russa avrebbe dichiarato inammissibile l’emendamento per materia, così da rinviare il problema, evitare una spaccatura e ripresentare la norma in un successivo decreto dopo le vacanze. Ma ieri sera è intervenuto un problema ulteriore: la Lega ha fatto sapere agli alleati che presenterà i suoi emendamenti sui migranti e in particolare una stretta sui ricongiungimenti familiari dei migranti. Una norma che non piace al Quirinale e che sta facendo andare in tilt la maggioranza. Come può La Russa dare ammissibilità a questo emendamento (che non piace a FI e FdI) e non a quello sulle intercettazioni dei meloniani? Il rischio è che oggi si arrivi in aula con uno scenario di tutti contro tutti. Lo spettro della spaccatura sulle preferenze tornerà a Palazzo Madama.
(da Il Fatto Quotidiano)
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Luglio 28th, 2026 Riccardo Fucile
L’HA DECISO LA CORTE D’APPELLO DI MILANO, SECONDO CUI NELL’IMPIANTO CI SONO DUEMILA CHILI DI AMIANTO E LE POLVERI SOTTILI DISPERSE CAUSANO L’AUMENTO DI MORTALITÀ E LE OSPEDALIZZAZIONI IN MISURA NON ACCETTABILE… ACCOLTO IL RICORSO DI UN GRUPPO DI CITTADINI DELL’ASSOCIAZIONE “GENITORI TARANTINI”
La Corte d’appello di Milano ha ordinato la “sospensione dell’attività produttiva” dell’area a caldo dell’ex Ilva entro 90 giorni se non sarà “rimosso integralmente l’amianto ancora presente negli impianti” e adottate “le misure necessarie per ricondurre l’emissione delle polveri sottili entro limiti di sicurezza” (6 milioni di tonnellate l’anno autorizzate).
Lo hanno deciso i giudici Marianna Galioto, Rossella Milone e Cristina Ravera della sezione specializzata in materia d’impresa accogliendo la richiesta di inibitoria presentata da 11 cittadini dell’associazione Genitori Tarantini con gli avvocati Ascanio Amenduni e Maurizio Rizzo Strano.
La decisione del 9 luglio è stata notificata a Ilva spa, Acciaierie d’Italia spa e Acciaierie d’Italia Holding, tutte in amministrazione straordinaria. Il decreto segue la decisione dei giudici Mambriani-Ricci-Zana del Tribunale con cui in primo grado lo scorso 26 febbraio in applicazione della sentenza della Corte di Giustizia dell’Unione Europea del 25 giugno 2024 era stata “disapplicata” parzialmente l’Autorizzazione Integrata Ammbientale del 2025 con riferimento a una serie di voci.
Fra queste il “monitoraggio PM10 e PM2,5” il “regime wind days”, la installazione di “serbatoi contenenti sostanze pericolose”, la “temperatura minima di combustione delle torce alle quali sono inviati i gas di affinazione dell’acciaio” la “completa intercettazione delle emissioni diffuse in fase di trasferimento del coke”.
Il provvedimento aveva stabilito che per i cittadini delle “zone limitrofe” allo stabilimento ex Ilva ci sarebbe “tuttora” un “elevato rischio di lesioni gravi” e a loro va assicurata la “certezza di vivere senza il fondato timore di essere attinte da malattie gravi” o “di vedere intollerabilmente violata la serenità della propria vita per effetto dell’attività industriale svolta nello stabilimento”.
(da agenzie)
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Luglio 28th, 2026 Riccardo Fucile
ELLY CALMA I SUOI, INCAZZATI CON I PENTASTELLATI: “CI ACCORDEREMO ANCHE SULL’UCRAINA, NESSUNO PUÒ SFILARSI”… NESSUNO HA CAPITO CHE SE I SEDICENTI LEADER DEL CAMPO LARGO RIUSCIRANNO A PERDERE LE ELEZIONI ANCHE QUESTA VOLTA DOVRANNO CHIUDERSI IN CASA PERCHE’ GLI ELETTORI LI INSEGUIREBBERO CON I FORCONI
Le prime avvisaglie della campagna di Giuseppe Conte in vista delle primarie in cui l’ex
premier contenderà la leadership del centrosinistra a Elly Schlein il Pd le ha registrate nell’ormai noto comizio di Napoli. È poi seguito l’annuncio della battaglia del M5S contro il riarmo dal titolo «La guerra la paghi tu».
Non ancora una sfida diretta alla segretaria pd, ma comunque un’offensiva palese su un terreno in cui Schlein si trova più in difficoltà
In ballo, per Schlein, c’è di più, perché la leader del Partito democratico ha la necessità di dimostrare di essere in grado di governare. E tra i requisiti «richiesti» c’è anche la posizione (ferma) da tenere sull’Ucraina, quell’Ucraina a cui Conte (ma anche Bonelli e Fratoianni) vorrebbero negare gli aiuti militari contro l’invasore russo.
Perciò Schlein è passata alla controffensiva con un’intervista al Foglio in cui ribadiva senza se e senza ma: «Continueremo ad aiutare Kiev con ogni mezzo necessario». Ma l’assalto alla segretaria pd non si è fermato. Anzi. Ieri ai vertici dem la colazione è andata di traverso appena hanno preso in mano il Fatto , giornale che simpatizza per Conte senza nasconderlo (del resto, perché dovrebbe). Un editoriale di Marco Travaglio contro Schlein che non vuole negare gli aiuti militari all’Ucraina e poi due pagine così congegnate.
La prima, con un articolo critico nei confronti della segretaria filo-Kiev, «rea», tra le altre cose, di volersi avvalere nella sua corsa alla leadership del centrosinistra anche dell’aiuto di Mario Draghi (inviso al popolo pentastellato). La seconda, con un reportage nel mondo pacifista deluso da Schlein.
Al Pd hanno interpretato quelle pagine come l’annuncio di un nuovo affondo di Conte in materia. Paradossalmente, è proprio la segretaria sotto attacco a cercare di portare la calma tra i suoi. Non si cada nelle provocazioni è la parola d’ordine. Seguita da questo ragionamento: «Vedrete che alla fine nella coalizione ci accorderemo anche sull’Ucraina perché nessuno può sfilarsi».
Un autorevole esponente pd è ancora più esplicito: «Conte dirà di sì anche agli aiuti militari a Kiev, del resto ha fatto un governo prima con Salvini e poi con noi e da premier ha detto di si alle spese Nato».
Ma è chiaro che la campagna dell’ex premier è insidiosa: tende a mettere in difficoltà Schlein con una parte del suo potenziale elettorato delle primarie per sfilarle consensi ai gazebo. Conte punta tutte le sue carte su quel voto: le primarie, per lui, sono l’unica soluzione «plausibile», altrimenti, spiega, «dovremmo ammettere che ci inginocchiamo e ci inchiniamo al Pd».
C’è però un’altra insidia alle porte. Al Nazareno hanno (metaforicamente) cerchiato una data del calendario in rosso: il 5 agosto. Per quel mercoledì sono previste le comunicazioni di Giancarlo Giorgetti in Parlamento sulle clausole di salvaguardia nazionale, un passaggio propedeutico alla richiesta della flessibilità concessa da Bruxelles per energia e difesa.
Riusciranno Pd, M5S e Avs a presentare una risoluzione unitaria? O le differenze sul tema delle spese militari tra i dem (dove, come è noto, convivono diverse anime) e i loro alleati più stretti renderanno questa operazione impossibile?
(da agenzie)
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Luglio 28th, 2026 Riccardo Fucile
L’IMPRESSIONE È CHE SI DISCUTA CON I PIEDI NELLE SABBIE MOBILI, POICHÉ NESSUNO SA COSA ACCADRÀ TRA SEI MESI”
Due coalizioni sfilacciate al loro interno. Una logorata da quasi quattro anni di governo privi di risultati significativi. L’altra in perenne ricerca di una coerenza e di una visione. La fine della legislatura non è drammatica, ma è sconfortante.
Con i dati dell’economia mediocri e il potere d’acquisto degli italiani impoverito, l’ottimismo è fuori luogo: sia che la destra riesca a riconquistare palazzo Chigi, sia che la sinistra si riprenda il potere pur non sapendo esattamente cosa farne.
Le ultime ore hanno riproposto il tema politico centrale. Ossia chi è il leader di ciascuna coalizione; chi ha la capacità per esercitare una guida sicura e riconosciuta. Il che non va confuso con una leadership formale, scritta sulla carta. È qualcosa di più serio e profondo.
A destra la legislatura ha avuto Giorgia Meloni come leader indiscussa. Nelle ultime settimane abbiamo assistito a vari tentativi di mettere in discussione il suo ruolo. Non una sconfessione formale, dato che nessuno ha la forza di avanzare un’alternativa, ma un tentativo di minarne l’influenza.
A sinistra l’estenuante rivalità tra Elly Schlein e Giuseppe Conte assomiglia sempre di più al vecchio ballo sul mattone. Ci si agita, ma sempre sul posto, senza allontanarsi di un metro dal tassello iniziale.
Non si conosce il programma del centrosinistra, ma sarebbe meglio dire che non si conosce la sua idea del paese. E nessuno sa con quali modalità sarà definito il perimetro delle alleanze, nonché chi e come ne assumerà la guida.
Luigi Zanda, autorevole esponente del Pd che parla da uomo libero non essendo in Parlamento, dice che il centrosinistra può anche vincere le elezioni, ma non offre al momento la garanzia di saper governare. Difficile smentirlo. Anzi, a suo avviso «Conte si sta mangiando un pezzo alla volta larghe parti del Pd. Senza suscitare reazioni».
Ma l’impressione è che si discuta con i piedi nelle sabbie mobili, poiché nessuno sa cosa accadrà tra sei mesi.
Il centrosinistra ha bisogno di un leader, o una leader, in grado di esprimere un carisma e di stabilire un rapporto anche emotivo con l’opinione pubblica. Lo ebbe ai tempi di Romano Prodi e oggi si avverte l’urgenza di colmare il vuoto.
A destra Giorgia Meloni ha capito di dover fare affidamento solo su sé stessa. Quindi la legge elettorale, pur con i suoi limiti, non può essere smembrata dai franchi tiratori.
E Vannacci, personaggio che rappresenta interessi non tutti trasparenti, non può diventare l’uomo forte della destra. Quindi va lasciato fuori dalle intese e sconfitto sul terreno politico.
La sfida è complicata ma la premier non ha modo di sottrarsi. E nemmeno può fidarsi dei suoi partner, ognuno indebolito dall’esercizio non brillante dell’azione di governo.
Nel 2022 FdI colse uno storico successo, non è detto che oggi il copione si ripeta. Ma è meglio una sconfitta dopo una battaglia a viso aperto che un lento sprofondare nel pantano.
(da Repubblica)
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Luglio 28th, 2026 Riccardo Fucile
NEL FILMATO, AMBIENTATO NELL’ISOLA DI KHARG, SI VEDE UN SOLDATO AMERICANO CHE STRISCIA FUORI DA UN ELICOTTERO E SOFFRE PER IL CALDO. ALL’IMPROVVISO COMPARE UN SOLDATO IRANIANO CHE BEVE UN TÈ E INVITA “L’INVASORE” A TORNARSENE AL SUO “CONDIZIONATORE” … GLI AYATOLLAH HANNO VOLUTO RISPONDERE AI DELIRI DI TRUMP: IL TYCOON AVEVA PUBBLICATO FOTO RITOCCATE SUGLI INTENSI BOMBARDAMENTI NEL GOLFO PERSICO
La pausa dei bombardamenti non ha escluso del tutto la continuazione della guerra fra Stati
Uniti e Iran. Lasciato il campo di battaglia, Teheran ha infatti risposto ai post di ieri del presidente statunitense Donald Trump con l’intelligenza artificiale, nei quali si vedono navi dei Pasdaran distrutte dagli americani e un massiccio attacco di aerei a stelle e strisce sull’isola di Kharg.
L’agenzia di stampa Mahar ha pubblicato un video creato dall’Ia con protagonisti dei personaggi Lego. Il video mostra un soldato Lego americano che striscia fuori da un elicottero precipitato, soffrendo per il caldo torrido.
Appare poi un soldato iraniano che beve del tè, con la didascalia: “Troppo caldo per te, debole. Torna al tuo condizionatore”. Mahar ha scritto che “L’isola di Kharg è troppo calda per chi non è dell’isola, tornate alla vostra isola”.
Donald Trump è tornato ad ammonire l’Iran affidandosi all’intelligenza artificiale, mentre i colloqui sembrano procedere sulla spinta di due notti calme e senza raid Usa. Il presidente americano ha postato ieri su Truth più foto come quella che simula intensi attacchi aerei contro l’isola di Kharg nel Golfo Persico, snodo strategico del petrolio di Teheran (“Strike on Kharg”).
Una seconda immagine ritrae Trump in piedi sul ponte di una nave con la bandiera americana al vento e quella iraniana gettata a terra, mentre sullo sfondo si vede una portaerei americana. “Questa ora è la nostra petroliera!”, è la scritta a corredo di un altro post, dove il tycoon affianca una nave iraniana a bordo di una americana.
Un’altra immagine, inoltre, mostra una grande esplosione su una nave iraniana e sopra l’immagine si legge: “Niente più motori”. In un’altra foto ancora, The Donald è al timone di una unità Usa, testa di un gruppo d’attacco indossando un cappellino rosso con la scritta Fafo, acromico di “fuck around and find out”.
E’ la cosiddetta ‘dottrina Fafo’, che può essere resa come “provaci e ne pagherai le conseguenze”, utilizzata da Trump, dalla sua amministrazione e dai suoi sostenitori come un avvertimento diretto, sia in politica estera sia in politica interna, sul fatto che le azioni ostili contro gli Stati Uniti sono destinati a causare conseguenze rapide e severe.
(da agenzie)
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Luglio 28th, 2026 Riccardo Fucile
NEL FILMATO, REGISTRATO DURANTE UNA FESTA PRIVATA DI COMPLEANNO E SUCCESSIVAMENTE DIFFUSO ONLINE, SI VEDE OMEGNA CONSEGNARE REGALI AD ALCUNI AMICI ACCOMPAGNANDOLI CON COMMENTI “RIPUGNANTI”
Un video diffuso sui social ha provocato un’ondata di critiche trasversali in Cile contro Ítalo Omegna, esponente del Partito Nazionale Libertario (Pnl, di destra), dopo alcune battute considerate offensive sulla pedofilia e sui bambini con disturbo dello spettro autistico.
a vicenda ha portato alle sue dimissioni dall’incarico di assistente parlamentare del deputato libertario Hans Marowski e alla sua rimozione dal ruolo di direttore delle relazioni esterne dell’Instituto Mises Cono Sur.
Nel filmato, registrato durante una festa privata di compleanno e successivamente diffuso sui social, Omegna appare mentre consegna alcuni regali accompagnandoli con commenti a sfondo sessuale legati alla pedofilia e riferimenti ai bambini con autismo. Le dichiarazioni hanno suscitato immediate condanne da parte di esponenti di diversi schieramenti politici, che hanno definito le frasi “inaccettabili” e “ripugnanti”.
Dopo la diffusione del video, Omegna ha presentato le dimissioni dall’incarico di assistente parlamentare. Il deputato Marowski ha spiegato di aver accettato la decisione, sottolineando che le dichiarazioni personali del suo collaboratore non rappresentano né lui né il partito.
Anche l’Instituto Mises Cono Sur ha annunciato l’avvio della procedura per la sua rimozione mentre il leader del Pnl, Johannes Kaiser, ha definito le dichiarazioni “inaccettabili” e ha preso le distanze dall’episodio, precisando che il programma online “La Cofradía”, nell’ambito del quale si è svolta la festa, non è legato ufficialmente al partito.
(da agenzie)
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