Maggio 28th, 2026 Riccardo Fucile
390 MILIONI DI EURO SONO STATI TOLTI ALLA RICERCA UNIVERSITARIA E SPOSTATI SU ALTRE VOCI DEL PIANO … L’ITALIA È AL PENULTIMO POSTO NELL’UE PER OCCUPAZIONE TRA I 20 E 29 ANNI
Penultimo posto in Ue per occupazione tra i 20 e 29 anni. Un bacino di Neet ancora elevato, il secondo più grosso a livello europeo. Il buco dei ricercatori arruolati attraverso il Piano. In Italia, il Pnrr non ha dato la spinta necessaria ai giovani per tornare sui livelli della media continentale. Questo perché le risorse destinate a questa fetta della popolazione sono poche: circa 4,9 miliardi di euro, pari al 2,54% del totale.
Come evidenzia il nuovo rapporto dal titolo “Il divario generazionale”, a cura della Fondazione per la ricerca economica e sociale Ets, con il contributo dell’Università Luiss, «alcune scelte operate nella rimodulazione (del Pnrr, ndr) sembrano segnare un ridimensionamento della portata degli interventi a favore dei giovani».
L’esempio più evidente è l’unica misura a supporto dell’imprenditorialità giovanile – la “Sezione speciale turismo” del Fondo centrale di garanzia -, che è stata chiusa in anticipo. Il motivo: «Bassa attrattività per i potenziali beneficiari».
Inoltre, ci sono 390 milioni di euro tolti dal sostegno alla ricerca universitaria e spostati su altre voci del Piano. Il ricollocamento dei fondi, comunque, ha avuto anche risvolti positivi: 308 milioni in più alle borse di studio, una voce che conta 808 milioni in tutto.
Il report evidenzia come siano stati 55 mila i beneficiari che, in media, hanno ottenuto 700 euro all’anno. Anche l’offerta di alloggi ha avuto una dotazione aggiuntiva di 238 milioni, portando così il fondo per lo student housing a oltre 1,2 miliardi di euro.
Lo studio parla di un Pnrr che «non ha integrato una strategia generazionale coerente né in termini quantitativi né di progettazione sistemica, data la mancata creazione di una missione dedicata specificatamente alle politiche per i giovani».
In un’analisi che incrocia il tasso di disoccupazione degli under 35 e l’incidenza delle risorse, si nota come la Spagna ha indirizzato l’11,7% dei soldi del proprio Piano alle misure giovanili. La Germania viaggia sul 9,5%. Anche la Grecia, che nel 2019 aveva una disoccupazione giovanile ben superiore all’Italia, ha fatto meglio con un 6,4%.
La media europea del tasso occupazionale di ragazze e ragazzi tra i 20 e 29 anni è sul 65,5%. L’Italia occupa il penultimo posto (47,6%), davanti alla Bosnia Erzegovina. E non va tanto meglio sul fronte dei Neet, i giovani tra i 15 e 29 anni che non studiano, né lavorano o si stanno formando. Il Paese ha numeri in calo rispetto al contesto di partenza (27,9%), ma persiste un solido 15,2%. Una cifra inferiore solo a quella della Romania in pole position (19,4%).
I problemi alla base, sottolinea Luciano Monti, professore di Politiche dell’Unione europea alla Luiss di Roma e padre della valutazione dell’impatto generazionale in Italia, sono «le assenze di coordinamento tra i vari incentivi nel Piano, di una strategia e di una prospettiva intergenerazionale integrata.
Questo Pnrr non è stato a sostegno per i giovani, nonostante fosse pensato e proiettato al futuro. Anzi, gli under 35 sono stati considerati un problema, piuttosto che un’opportunità di investimento in capitale umano. Si tratta di un’occasione persa». Eppure, Monti non cestina tutto.
«Senza il Piano, il Paese sarebbe già in recessione. Il maggiore problema sul fronte giovanile è l’ambiguità dell’articolo 47 sull’assunzione di ragazze e ragazzi dalle imprese che vincevano le gare d’appalto per i progetti Pnrr. Soltanto un terzo delle imprese l’ha fatto. E l’Anac è chiara: 7 volte su 10 la clausola è andata in deroga e in meno del 40% dei casi senza una motivazione».
Il 65,95% delle risorse era stato speso al quarto trimestre 2025 sulla missione Istruzione e ricerca. Circa 7,6 miliardi di euro su 11,6 miliardi di euro secondo i dati di Open Pnrr. La prospettiva per i giovani però resta una questione aperta. Secondo i dati dell’associazione italiana dei dottorandi e dottori di ricerca (Adi) tra il 2025 e il 2026 sono scaduti o scadranno oltre 35.000 contratti precari nel sistema universitario e della ricerca, in gran parte perché i contratti attivati dal Pnrr erano a tempo determinato.
«Noi la chiamiamo la grande espulsione – dice Raffaele Vitolo, coordinatore dell’associazione – ogni mese vediamo migliaia di contratti in scadenza che non verranno sostituiti».
Con l’obiettivo di rendere strutturali le competenze sviluppate nell’ambito dei progetti finanziati dal Pnrr, il ministero dell’Università e della Ricerca ha risposto con un piano straordinario che prevede 60,7 milioni di investimenti all’anno per assumere 2mila ricercatori post Pnrr. Ma il timore dell’associazione è che no
basteranno in un Paese in cui, stimano, il 90% di chi ha un dottorato non riesce a trovare una posizione stabile all’Università.
«A maggio 2025 i contratti di ricerca attivi erano circa 22mila – spiega Vitolo -. Oggi sono scesi a circa 10.000, è impensabile che vengano sostituiti da poco più di 2mila nuove posizioni». Il Mur ha in cantiere altri progetti che daranno continuità ai fondi Pnrr, tra gli altri il super calcolatore Leonardo.
(da La Stampa)
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Maggio 28th, 2026 Riccardo Fucile
I GOVERNATORI LEGHISTI VOLEVANO NUOVI POTERI PER LE LORO REGIONI. DAL CONSIGLIO DEI MINISTRI, INVECE, È USCITO UN TESTO IN CUI VENGONO RIPROPOSTI POTERI GIÀ ESISTENTI, SEMPRE INGABBIATI DENTRO VINCOLI NAZIONALI, VERIFICHE MINISTERIALI, SENZA RISORSE AGGIUNTIVE
Si rischia sempre di restare delusi quando si prova a replicare nella vita vera quel
che si è sognato. Dev’essere accaduto anche ai leghisti con l’autonomia differenziata. Una volta calata nella vita vera, la loro bandiera ha dovuto affrontare i veti delle burocrazie ministeriali, le resistenze degli alleati di governo, i paletti degli uffici legislativi. Mano a mano che superava questi ostacoli, il grande progetto del Carroccio si è pian piano svuotato, e quel che rimane, oggi, è qualcosa di profondamente diverso dalla rivoluzione annunciata quattro anni fa.
Fa uno strano effetto, però, ripercorrere i desideri iniziali dei presidenti di Regione della Lega, leggere le pre-intese che avevano firmato solo qualche mese fa con Calderoli, e poi guardare oggi il testo delle intese preliminari di cui ha iniziato a discutere il Parlamento. L’autonomia è stata silenziosamente depotenziata soprattutto sulla materia più delicata e pesante: “La tutela della salute”.
I leghisti volevano nuovi poteri per le loro Regioni. Dal Consiglio dei ministri, invece, è uscito un testo in cui vengono riproposti poteri già esistenti, sempre ingabbiati dentro vincoli nazionali, verifiche ministeriali, programmazione statale e senza risorse aggiuntive.
Il nuovo governatore del Veneto Alberto Stefani prova a vendere gli effetti dell’autonomia nella sua Regione come se valesse, «per la sola Sanità, 300 milioni di euro». Si potrebbe pensare che Stefani si aspetti 300 milioni in più.Non è così. Quelli li sognava l’ex governatore Luca Zaia.
La cifra nasce da una stima di quanto i cittadini veneti già spendono oggi per fondi sanitari integrativi, forme private di assistenza e via dicendo. La proposta iniziale di Zaia e degli altri tre governatori interessati era quella di collegare strutturalmente quella spesa privata al sistema sanitario regionale, attraverso leggi regionali e una regia pubblica.
Il presidente del Piemonte Alberto Cirio, intervenendo in audizione alla Camera, offre una sintesi impeccabile di quel che è diventata l’autonomia in materia sanitaria: «Se noi avessimo una maggior discrezionalità condivisa, non autonoma, potremmo coprire esigenze che oggi non possiamo». Insomma, si è trasformata in una concessione di «discrezionalità condivisa» tra lo Stato e la Regione. Come slogan, «Più autonomia» funzionava. Invece ora i leghisti padani dovranno sostituirlo con “Più discrezionalità condivisa”. Il loro sconforto, in effetti, sarebbe comprensibile.
(da La Stampa)
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Maggio 28th, 2026 Riccardo Fucile
SGANCIA SILURI: “CI VUOLE PIÙ RIGORE NEL SOPIRE AMBIZIONI E PERSONALISMI E METTERE AL CENTRO L’INTERESSE COMUNE. ALTRO CHE TOTO-MINISTRI. QUI C’È DA LOTTARE FINO ALL’ULTIMO, CON GRANDE UMILTÀ” … LE PRIMARIE? NO, SE NON CAMBIA LA LEGGE ELETTORALE. ALTRIMENTI LE FAREMO”
Il voto delle Amministrative fa discutere a sinistra. E Goffredo Bettini, tra i fondatori del Pd, interviene con una serie di proposte molto esplicite. C’è stata una battuta d’arresto a sinistra
Non c’è stata alcuna vittoria della destra. Lei su questo giornale ha riassunto i dati reali. Un sostanziale equilibrio, con una lieve prevalenza del centrosinistra. La partita per le Politiche è apertissima, ma non sarà una marcia trionfale.
Giorgia Meloni ha fallito la prova del governo e ha subito dei colpi
La sua compagine è divisa, ma non domata. Il voto, tuttavia, ha confermato alcuni elementi essenziali: l’ondata del No al referendum non si riversa meccanicamente nel voto politico e amministrativo; l’alleanza unitaria è la premessa per vincere, però da sola non basta; il nostro campo nell’insieme non accende ancora un lampo di speranza, di empatia, di passione per un futuro diverso dell’Italia.
Ancora siamo un po’ troppo sull’idea: ognuno per sé e Dio per tutti.
Ci vuole più rigore, in ogni momento, nel sopire ambizioni e personalismi e mettere al centro l’interesse comune. Altro che toto-ministri. Qui c’è da lottare fino all’ultimo, con grande umiltà.
Il centrosinistra ha conquistato Pistoia con un sindaco pacifista: si è dato un’anima e ha vinto. È così anche a livello nazionale?
Sì, ci vuole un’anima. Ci vogliono risposte nette su alcuni dilemmi.
La lotta per la pace, senza tanti se e tanti ma. Se non c’è la pace tutto il resto è vano. Se si apre un conflitto si deve operare con la diplomazia e la politica per chiuderlo il prima possibile, in modo realistico.
Nell’assetto mondiale, poi, il riconoscimento del multipolarismo: la sola via per convivere. Non c’è più solo un impero, ci sono tanti imperi. Inoltre, un’Europa totalmente diversa, non subalterna agli Stati Uniti, né trascinata dai Volenterosi in avventure guerresche; piuttosto autonoma, unita politicamente, con una forte difesa comune di deterrenza per l’aggressività degli altri. Ancora: la solidarietà a ogni popolo martoriato e indifeso. A partire dalla Palestina, che va riconosciuta dal governo italiano. Per l’Italia, un concreto e dettagliato programma per la ricostruzione industriale; la progressività fiscale; la lotta agli sprechi e alle disuguaglianze.
E poi – ecco l’anima!–, la cura delle persone in carne e ossa.
Però la coalizione oggi appare ancora slabbrata, come ha detto lei, ognun per sé.
La nostra coalizione raduna partiti diversi. Metterli insieme non è stato facile. Non finirò mai di dire che Conte ha fatto un miracolo nel portare il Movimento 5 Stelle a un accordo per il governo del Paese.
Così come è stata ammirevole la volontà unitaria di Elly Schlein. Ma dobbiamo sapere che l’elettorato dei 5 Stelle si allarga o si restringe a seconda della situazione che si trova di fronte e quindi non bisogna maramaldeggiare sul voto di Venezia, né sulla figura del candidato del centrosinistra. Alle Amministrative va sempre male; se sente puzza di bruciato circa alcuni valori o principi ritenuti costitutivi, si allontana.
Alle Politiche nazionali il partito di Conte si esprime al massimo.
Nei sondaggi è stabilmente sopra il 13%. Se, come credo, ci sarà una legge elettorale che vincola gli schieramenti a un programma comune e all’indicazione del premier, tutto ciò imporrà un salto di qualità nella fiducia e nel rispetto reciproco, nell’iniziativa unitaria e nella definizione dei punti fondamentali di una visione comune.
Ma come si può procedere per decidere la guida della coalizione?
Criticano Conte e Schlein? Il problema del centrosinistra mi pare inverso. Ha persino troppe personalità in grado di guidare la coalizione e candidarsi a premier.
Scegliere, per tanti motivi, non è facile e scontato. Se non cambia la legge elettorale, sulla base appunto di un manifesto comune, ogni partito può andare con il suo leader e sotto le proprie bandiere. Per formare il governo dopo il voto. Se, al contrario, saremo obbligati dalle regole elettorali a scegliere prima, lo faremo nel solo modo possibile, allo stato attuale: le primarie. In questo caso saranno decisivi la lealtà e il clima fraterno.
Il termine “Campo Largo” è una sua invenzione: vale ancora?
Quando dico campo largo, intendo un campo senza pregiudizi, veti, ferite del passato, settarismi vecchi o nuovi
Ho detto, ben prima di tutti, che sarebbe stato essenziale organizzare un campo di energie che non si riconoscono nei partiti e che possono raccogliere un voto democratico, riformista o moderato. In quest’ultima direzione si sono mosse forze importanti. Renzi si è candidato a rappresentarne alcune. Altre si muovono ancora in autonomia. E sta irrompendo nella scena politica la straordinaria esperienza civica promossa da Alessandro Onorato.Vedremo il 12 alla loro assemblea nazionale, se avranno la forza politica e programmatica per diventare un soggetto nazionale più stabile. Ma Campo Largo, forse, non basta più. Indica la voglia di includere, ma non l’obiettivo che deve qualificarlo. Oggi, mi piace di più parlare di campo dell’alternativa.
(da Il Fatto Quotidiano)
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Maggio 28th, 2026 Riccardo Fucile
AVS: “HANNO PAURA AD OMAGGIARE UN ANTIFASCISTA” ..IL M5S: “SIAMO UN PAESE IN CUI LA MEMORIA STORICA NON È CONDIVISA DA TUTTE LE FORZE POLITICHE”
La mano guantata del commesso sposta il drappo rosso che copre la targa sullo
scranno 14 della Camera dei deputati. Silenzio religioso. «Da questo banco il deputato socialista Giacomo Matteotti pronunciò lo storico discorso del 30 maggio 1924, in difesa del libero Parlamento e contro le intimidazioni e le violenze fasciste, che gli sarebbe costato la vita», recita l’iscrizione. Applauso. Viva emozione a sinistra. Ma dall’altra parte dell’emiciclo – dal lato della destra – i banchi sono desolatamente vuoti.
Quelli di Fratelli d’Italia sono meno di dieci, su 115, come testimonia implacabilmente la foto postata sui social dal parlamentare Arturo Scotto. Così quel vuoto farà velocemente il giro del web, a testimonianza dell’esibita indifferenza della destra italiana per un martire della democrazia. «Hanno paura ad omaggiare un antifascista», è stato il commento della capogruppo di Avs, Luana Zanella.È un fatto storico, probabilmente con pochi precedenti, un seggio intitolato a un deputato. L’idea è venuta a un esponente di Avs, Devis Dori, 47 anni, lombardo di Treviglio, che due anni fa, in occasione del centenario dall’assassinio di Matteotti, presentò un ordine del giorno per rendergli così eterna memoria. E i discorsi di ieri, a cominciare da quello del presidente della Camera, Lorenzo Fontana, leghista, ne hanno tratteggiato con rispetto la figura di grande italiano.
Un uomo che per primo, e con più lucidità di altri, riconobbe il pericolo che l’Italia correva con Benito Mussolini al potere. Matteotti aveva denunciato i brogli che avvelenarono le elezioni del 1924 e consacrarono il mussolinismo. Ce li aveva davanti, i deputati fascisti, nei banchi ora occupati da Fratelli d’Italia, mentre
snocciolava i pestaggi degli squadristi, e loro lo irridevano, e gli dicevano «taci, tu non sei italiano».
«Matteotti individuò nello squadrismo il braccio armato di un regime spregiudicato, che impediva la libera espressione della sovranità popolare. E accusò apertamente il governo mussoliniano di fondare il proprio consenso sull’uso sistematico della violenza», ha ricordato Fontana.
E il suo compagno di partito, Riccardo Molinari, ha ricordato che si stava commemorando «il coraggio: un valore che è fondamentale più di tutti per fare attività politica», e Matteotti è stato coraggiosissimo. Federico Fornaro, che a Matteotti ha dedicato una biografia, fa notare che è stato un riconoscimento tutt’altro che scontato da parte della Camera. Solo che la buona notizia – un Parlamento che sa fare memoria – è stata subito offuscata dal vuoto degli assenti.
E c’è poi la contraddizione di senatori come il meloniano Luca De Carlo, che va spesso a Fratta Polesine, nella casa-museo di Matteotti, e l’altro giorno ha donato i quaderni dell’uomo politico socialista alla biblioteca del suo Comune, Calalzo di Cadore. Per Fratelli d’Italia ha parlato Stefano Giovanni Maullu: «Matteotti ci ricorda che la democrazia non è mai una conquista definitiva, viva».
«Ma siamo un Paese in cui la memoria storica non è condivisa da tutte le forze politiche, pensiamo alle polemiche sollevate in merito al 25 aprile, pensiamo ai fatti accaduti qui alla Camera lo scorso 30 gennaio, che hanno portato alla sospensione di tantissimi parlamentari», ha ricordato Carmela Auriemma del M5S. Infatti uno dei sospesi, Andrea Casu, del Pd, non è potuto entrare in aula perché squalificato dopo le proteste che portarono ad annullare la conferenza stampa sulla remigrazione con Casapound: «Squalificato per antifascismo nel giorno in cui la Camera dei deputati dedica una targa a Matteotti».
(da agenzie)
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Maggio 28th, 2026 Riccardo Fucile
PER QUESTO PAPA LEONE XIV, LAUREATO IN MATEMATICA, HA FATTO DUE CONTI E HA DECISO DI INTERVENIRE DRASTICAMENTE
Un commissariamento di fatto. Teso a mettere in ordine, una volta per tutte, i conti dell’ospedale creato da padre Pio. È quanto ha stabilito papa Leone XIV che ha creato ieri una “commissione di indirizzo e vigilanza” che controllerà la fondazione della Casa Sollievo della Sofferenza di San Giovanni Rotondo ed è composta da uomini di fiducia del Papa.
L’ospedale non è una struttura sanitaria qualsiasi. È di proprietà diretta della Santa Sede, come il Bambino Gesù e il 50 per cento del Fatebenefratelli sull’isola Tiberina (l’altro 50 per cento è di della fondazione Luxottica). A differenza di altri ospedali cattolici, i suoi problemi ricadono sotto la diretta responsabilità vaticana.
All’epoca di Benedetto XVI il cardinale Tarcisio Bertone accarezzò l’idea, poi sfumata, di creare un polo sanitario cattolico coinvolgendo anche il San Raffaele di Milano e il Gemelli.
Papa Francesco ha rimesso ordine nelle finanze vaticane affidandosi in particolare al gesuita spagnolo Juan Antonio Guerrero . Ora Leone, che da buon matematico sa leggere da solo un budget, ha fatto un passo in più.Croce e delizia del Vaticano, l’ospedale nel Gargano, emanazione dei frati francescani e convenzionato con la Regione Puglia, attira moltissimi pazienti […] ma la sua gestione è stata spesso opaca ed ha accumulato col tempo non pochi problemi economici.
Ultimamente affrontati dal nuovo management con tagli e nuovi contratti che hanno suscitato però ansie e proteste di medici, infermieri e dipendenti amministrativi. Oltretevere è andata maturando la convinzione che senza un intervento drastico l’ospedale sarebbe destinato al fallimento. Il deficit è strutturale e limitarsi a coprirlo ogni anno non risolve il problema che si ripropone l’anno successivo.
La situazione patrimoniale resta difficile, c’è chi parla di un debito di oltre 100 milioni, e, in particolare, il pagamento dei fornitori è un tasto dolente. Da qui la decisione del Papa di prendere in mano la cosa.
Con un chirografo Leone ha creato una commissione che ha ampi poteri ed è composta da suoi uomini di fiducia. Dovrà analizzare i conti e «migliorare l’efficacia, l’efficienza e la sostenibilità dell’attività della Fondazione, sia nel breve sia nel lungo periodo».
Il presidente è lo spagnolo Maximino Caballero Ledo, dal 2020 “ministro delle finanze” vaticano indicato dal gesuita Guerrero come suo successore, il coordinatore Fabio Gasperini, segretario dell’Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica (Apsa), e gli altri membri sono il prefetto dell’Apsa, monsignor Giordano Piccinotti, che col Papa ha una notevole consuetudine, il nuovo Sostituto agli affari generali della Segreteria di Stato, monsignor Paolo Rudelli, fedelissimo di Parolin, e l’arcivescovo di Foggia-Bovino Giorgio Ferretti. Dopo il robusto intervento di risanamento, assicurano in Vaticano, arriverà «una nuova stagione di rilancio».
(da Repubblica)
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Maggio 28th, 2026 Riccardo Fucile
CIRCA DUE TERZI DEGLI “UNDER-35” IMPIEGATI NEL SETTORE DEL TURISMO HA CONTRATTI PRECARI O PAGHE TROPPO BASSE, CON STIPENDI MEDI ANNUI DI APPENA 6.250 EURO … ANCHE I PART-TIME STABILI RESTANO SOTTO I 12MILA EURO LORDI E SPESSO NON GARANTISCONO NEMMENO CONTRIBUTI SUFFICIENTI PER PENSIONE O NASPI … IL GUAIO È CHE TURISMO E SERVIZI SONO ORMAI GLI UNICI SETTORI CHE CONTINUANO A CREARE NUOVI POSTI DI LAVORO IN ITALIA (I FAMOSI RECORD DI CUI SI VANTA GIORGIA MELONI)
Basse retribuzioni, precariato diffuso e part-time imposto, che mortifica le
prospettive per i giovani e allontana con il passare degli anni la pensione, comunque misera. Due terzi degli under 35 che lavorano nel turismo sono precari o, per dirla con l’Istat, “a bassa intensità lavorativa”: significa che la loro retribuzione lorda annua è di 6.250 euro.
E del resto un part-time stabile nel turismo viene pagato in media 11.743 euro, una cifra così bassa che non permette neanche di raggiungere i minimi contributivi per l’accredito di un anno di pensione o di Naspi (52 settimane lavorative).
Ai margini nei servizi, non solo turismo, ma anche commercio e ristorazione, oltre ai giovani, anche le donne: più della metà ha contratti atipici, contro il 18,7% degli uomini. È ai lavoratori di un terziario che ha assorbito negli ultimi anni la quasi totalità della crescita occupazionale, ma con una quota sempre maggiore di lavoro povero, che è dedicato iI XIII Congresso della Uiltucs, il sindacato del commercio, turismo e servizi, che si è aperto ieri al Lingotto di Torino, con il titolo “Vite che contano”.
Un terziario che però si rifiuta di accettare che il lavoro povero diventi «un modello strutturale, una condizione di estrema gravità aggravata dalla diffusione dei contratti pirata, dal dumping salariale e dalla frammentazione contrattuale». La Uiltucs stima che ci siano 2,8 milioni di lavoratori non coperti o coperti solo parzialmente da un Ccnl.
(da agenzie)
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Maggio 28th, 2026 Riccardo Fucile
FRATELLI D’ITALIA STABILE AL 28,4%; PD AL 22,2%… TESTA A TESTA TRA LE COALIZIONI: IL CAMPO LARGO AL 44,9%, IL CENTRODESTRA AL 44,8%
Coerente con il risultato della recentissima tornata amministrativa, la Supermedia di questa settimana non vede stravolgimenti nei rapporti di forza, con le due coalizioni principali ancora virtualmente appaiate, appena al di sotto del 45%.
Il dato forse più significativo è la crescita di Futuro Nazionale, che sale a un 4% record, forse beneficiando di alcuni consensi in uscita da Lega e M5s che vedono un calo dello 0,3%.
Questa, nel dettaglio, la Supermedia Liste: FDI 28,4 (=) PD 22,2 (+0,2) M5S 12,3 (-0,3) Forza Italia 8,2 (=) Lega 7,0 (-0,3) Verdi/Sinistra 6,5 (+0,1) Futuro Nazionale 4,0 (+0,4) Azione 3,0 (=) Italia Viva 2,5 (=) +Europa 1,4 (-0,2) Noi Moderati 1,3 (+0,1)
Questa, invece, la Supermedia Coalizioni 2026: Campo largo 44,9 (-0,2) Centrodestra 44,8 (-0,2) Futuro Nazionale 4,0 (+0,4) Azione 3,0 (=) Altri 3,3 (-0,1)
(da agenzie)
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Maggio 28th, 2026 Riccardo Fucile
“INFRAGO”, LA “RFI” TEDESCA, DI PROPRIETÀ DI DEUTSCHE BAHN, È RICORSA A METODI CREATIVI PER OSTACOLARE ITALO (COME NEGARE GLI SPAZI NELLE STAZIONI E SOSTENERE CHE LA CONCORRENZA FOSSE CONTRARIA)
L’Autorità di vigilanza europea dei trasporti è chiara: la concorrenza deve essere
garantita ovunque e a tutti. Dunque, anche la Germania dovrebbe concedere un pacchetto minimo di fasce orarie nelle tratte più importanti, e con contratti di lunga durata, a chiunque volesse entrare nel mercato del trasporto ferroviario.
Sulla carta, la Deutsche Bahn, che ha il monopolio sul 95% dei collegamenti, dovrebbe lasciare spazio a un concorrente come Italo. Ma la prassi si sta rivelando molto più complicata.
L’azienda italiana, che ha annunciato l’intenzione di far partire i suoi primi treni in Germania ad aprile 2028 – anzitutto su collegamenti cruciali come Monaco-Francoforte-Colonia-Dort- mund e Monaco-Berlino-Amburgo – sta incontrando enormi ostacoli nel tentativo di ritagliarsi uno spazio oltre le Alpi.
Complice, anche, il fatto che la società InfraGo, che gestisce l’infrastruttura ferroviaria, è di proprietà di Deutsche Bahn. Finora InfraGo è ricorsa a metodi creativi per impedire a Italo di mettere piede in Germania. A un certo punto ha sostenuto che la concorrenza fosse contraria.
Un tantino lapalissiano che Flixtrain o altri competitor non gradiscano l’ingresso di un altro concorrente. Ancora più incredibile la vicenda che riguarda gli spazi nelle stazioni chiesti da Italo per le biglietterie o le lounge. Dopo un anno, a fronte di una richiesta per 18 stazioni, InfraGo ha fatto sapere che glieli concederebbe solo a Norimberga.
Non meraviglia, insomma, che Italo abbia deciso nel frattempo di protestare con l’Agenzia federale delle reti.
(da la Repubblica”)
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Maggio 28th, 2026 Riccardo Fucile
BONELLI (AVS): “QUESTO È IL SECONDO GRAVE EPISODIO IN POCO TEMPO. MELONI NON PUÒ CONTINUARE A FARE FINTA DI NIENTE”
La chat, intitolata «Congresso FdI», in cui alcuni dirigenti trentini del partito hanno scritto insulti di stampo antisemita, diventa un caso nazionale. I deputati di Pd, M5S e Avs chiedono a Giorgia Meloni di riferire in Aula. Elly Schlein invoca «una condanna ferma» da parte della premier, e «provvedimenti nei confronti degli autori dei messaggi».
Lo scambio è stato reso pubblico dal quotidiano Domani . Gli insulti prendono le mosse da una foto pubblicata su Instagram dal militante Francesco Barone che lo ritrae con il giornalista David Parenzo. Nel gruppo la minoranza locale interna del partito, capitanata dall’ex consigliere comunale, Cristian Zanetti, scontratasi anche con Barone nel congresso per la guida di FdI a Trento, si lancia in una serie di commenti offensivi: «Non so cosa ci sia peggio degli ebrei», «lecca…o dei giudei», «ad averci le p… le cose sarebbero diverse». Nella conversazione comparirebbero anche il consigliere comunale di Trento Daniele Demattè, Silvia Farci ed Emilio Giuliana.
«Invece di scusarsi con le comunità ebraiche per le frasi agghiaccianti emerse dalle chat del congresso di Trento — replica infatti Angelo Bonelli di Avs — FdI attacca l’opposizione. È il loro schema abituale: quando vengono colti in flagrante, alzano un polverone per distogliere l’attenzione. Questo è il secondo grave episodio in poco tempo dopo l’inchiesta di Fanpage su Gioventù nazionale. Meloni non può continuare a fare finta di niente: faccia pulizia in casa sua invece di delegare a Donzelli il compito di fare polemica con l’opposizione».
Dal territorio è Francesca Gerosa, presidente di FdI in Trentino, a tentare di fare chiarezza. «Abbiamo avviato una verifica interna, ma quei messaggi appartengono a una chat privata non nota e che non coincide in alcun modo con gli strumenti ufficiali del partito. Ognuno si assumerà personalmente la responsabilità di quanto detto, se vero».
(da Corriere della Sera)
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