LO PSICODRAMMA DELLA DESTRA A VENEZIA. IL MINISTRO DELLA CULTURA, ALESSANDRO GIULI, CHE CONOSCE BENE BUTTAFUOCO (ERANO AMICI E COLLEGHI AL “FOGLIO”), È CONVINTO CHE IL PRESIDENTE DELLA BIENNALE NON MOLLERÀ, E CHE PUNTI A FARSI CACCIARE: “PIETRANGELO CERCA IL MARTIRIO, MA NON GLI FAREMO UN REGALO DEL GENERE”
IL CAOS SCATENATO DALLE DIMISSIONI DELLA GIURIA INTERNAZIONALE, CHE ESCLUDENDO ISRAELE E RUSSIA DAI PREMI AVEVANO ESPOSTO IL GOVERNO AL RISCHIO DI RICORSO
Ma cosa è successo? È successo che la giuria artistica internazionale della Biennale,
composta dalla presidente Solange Farkas (brasiliana), Zoe Butt (australiana), Elvira Dyangani Ose (spagnola), Marta Kuzma (nata negli Usa da famiglia ucraina), Giovanna Zapperi (attività prevalente tra Francia e Svizzera) si è dimessa in blocco.
Il motivo: gli ispettori del ministero hanno bocciato l’idea della giuria di escludere dai premi i padiglioni della Russia e di Israele i cui capi di Stato e di governo sono inseguiti da mandati di cattura del Tribunale internazionale per crimini di guerra.
Secondo i regolamenti della Biennale non ci possono essere discriminazioni di alcun tipo tra gli artisti ammessi. Uno di loro, l’israeliano Belu-Simion Fainaru, origini rumene, aveva sollevato il caso minacciando le vie legali perché fossero riconosciuti i suoi diritti. Ora saranno i visitatori a sostituire gli esperti e a stabilire con il loro voto la classifica.
Gli ebrei in esilio a Babilonia appendevano le cetre alle fronde dei salici, incapaci di suonare e cantare a causa del dolore. È l’episodio che Salvatore Quasimodo rievoca nella sua celeberrima poesia, per sostenere l’impossibilità di fare arte di fronte alla guerra. Ma è proprio nelle situazioni estreme che c’è più bisogno di documentare l’orrore, a futura memoria. Purché non lo facciano coloro che quell’orrore devono glorificare.
«Pietrangelo cerca il martirio», è il titolo della giornata che Alessandro Giuli consegna ai suoi collaboratori. È uno sfogo privato, ma nella battaglia sulla Biennale c’è dentro un mondo: la destra che si sfrangia nell’impatto accecante con il potere, il realismo e la nostalgia, la Russia, i rancori, Israele che erode il consenso, l’Ucraina come unico baluardo, l’arte, le gelosie
«Ma è proprio per questo che il governo non gli darà la soddisfazione di cacciarlo – prosegue nel ragionamento – Non lo renderemo un martire, figurarsi se gli facciamo un regalo del genere»
Giuli pensa che non sarà il governo a commissariare la Biennale. Non per una storia che valuta frutto di una serie di errori che attribuisce esclusivamente a Buttafuoco. «È un pasticcio che gli è esploso addosso», sostiene sempre con gli stessi interlocutori. Sarebbe stato lo scrittore e giornalista siciliano, questa la tesi, a condurre per mano i giurati verso il burrone.
Il titolare della Cultura premette di non conoscere cosa sia realmente accaduto in quelle stanze veneziane nelle ultime ore, in che modo la giuria abbia deciso di ritirarsi, ma ritiene probabile che si sia consumato uno strappo tra loro e il presidente della Biennale. Perché, continua a ripetere a chi riesce a contattarlo, li avrebbe portati a sbattere, «mettendoli in una condizione impossibile». Così scomoda da indurli a rivoltarsi contro di lui.
C’è un passaggio, in particolare, che non va giù all’ex condirettore del Foglio, oggi al governo: la scelta di Buttafuoco di scaricare il nodo del ricorso dell’artista israeliano su Palazzo Chigi e sul ministero della Cultura. E invece, sostiene con i suoi, si tratta di una questione che spetta soltanto alla fondazione gestire, «non è che ci si ricorda di essere giustamente autonomi quando si decide sulla Russia e poi si chiede al governo una soluzione se insorge un problema con Israele».
Da qui parte ogni riflessione di Giuli, così come la scelta di parlare l’altro ieri al telefono con lo scultore israeliano e di indicargli la strada, sempre la stessa, per rispondere alle decisioni della Biennale: se ritiene di essere stato discriminato in quanto ebreo il bersaglio della sua denuncia non può che essere la presidenza della mostra, non certo l’esecutivo
Giuli pensa di aver agito per il meglio. Di più, ripete agli amici, è certo di essersi mosso, rispetto alla riapertura del padiglione russo, per evitare all’Italia «una procedura d’infrazione con l’Europa, attraverso interlocuzioni costanti con Bruxelles».
Fa un po’ strano immaginare i visitatori intenti a decretare i vincitori della mostra, assegnare i premi «per decisione del popolo…», ma è la strada che non dispiace a Buttafuoco, non ora che ogni ponte con Palazzo Chigi sembra essere crollato.
(da agenzie)
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