Maggio 15th, 2026 Riccardo Fucile
LA LISTA PER IL CDA DEL COLOSSO STATALE ASIATICO HANNO OTTENUTO LA MAGGIORANZA IN ASSEMBLEA BATTENDO QUELLA DI KKCG MARITIME, NONOSTANTE I MOLTI DUBBI SULLA SICUREZZA (FERRETTI HA UNA DIVISIONE DIFESA CHE LA RENDE UN’AZIENDA STRATEGICA) … GIORGIA MELONI SI VANTA DELLA CRESCITA DELL’OCCUPAZIONE, MA L’UNICO LAVORO CHE SI CREA IN ITALIA È A BASSA PRODUTTIVITÀ: RISTORAZIONE E TURISMO. NEL FRATTEMPO, LE FABBRICHE CHIUDONO (ELECTROLUX) O VENGONO VENDUTE AL MIGLIOR OFFERENTE
Siemens compra il cuore ferroviario di Mermec e porta sotto il suo controllo uno dei campioni italiani della tecnologia applicata alle infrastrutture.
Il gruppo tedesco, attraverso la controllata Siemens Mobility, ha firmato un accordo con Angelo Holding per acquisire le attività di segnalamento, elettrificazione, telecomunicazioni, diagnostica e analisi dei dati della società fondata a Monopoli nel 1970.
Il closing è previsto entro la fine del 2026, subordinato alle autorizzazioni di rito. I termini finanziari non sono stati resi noti, ma nei giorni scorsi Bloomberg aveva indicato una valutazione superiore a un miliardo di euro. Il perimetro della cessione comprende circa 1.700 dipendenti, 430 milioni di euro di ricavi nell’esercizio 2025 e clienti in oltre 70 Paesi. Restano fuori alcune partecipazioni, tra cui Angelstar, Mont Saint Michel con la controllata Compagnie des Signaux e Mermec Deutschland.
Per Siemens l’acquisizione ha una logica industriale precisa. Il gruppo rafforza la propria posizione in un segmento sempre più strategico: la diagnostica delle infrastrutture ferroviarie.
«Questo passo amplia la nostra presenza industriale in Italia, all’interno del nostro business di segnalamento, nel quale siamo leader mondiali, e migliora significativamente il nostro portafoglio globale di diagnostica», ha dichiarato Michael Peter, ceo di Siemens Mobility. I dipendenti, tutti i siti e le capacità industriali di Mermec diventeranno parte dell’ecosistema globale di innovazione di Siemens Mobility, che include l’asset strategico del sito Ferrosud a Matera.
Pertosa ha ottenuto che il quartier generale resti in Puglia per vari anni, così come il nome Mermec, mentre Monopoli e Matera diventeranno gli unici centri di eccellenza mondiali del gruppo per i treni di misura e i sistemi di diagnostica delle infrastrutture ferroviarie.
Per Pertosa la cessione ha una motivazione personale e industriale
«Sono formalmente in pensione da nove mesi. In questo momento, le mie condizioni di salute non sono delle migliori e i miei figli stanno seguendo in modo indipendente le proprie strade imprenditoriali. Ho scelto il partner più solido per garantire un futuro sicuro alla società», spiega l’imprenditore. Da qui la decisione di affidare l’azienda costruita in quasi mezzo secolo a un operatore globale, salvaguardando occupazione e competenze.
Le risorse incassate serviranno a rafforzare le altre attività di Angelo Holding e a sostenere la crescita di nuove imprese tecnologiche nel Mezzogiorno. Mermec, acronimo di Meridional Meccanica, cambia così azionista, ma punta a restare radicata nel territorio dove è nata.
(da Corriere della Sera)
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Maggio 15th, 2026 Riccardo Fucile
IL WWF SCRIVE A SERGIO MATTARELLA: “LA LEGGE PRESENTA PROFILI DI INCOSTITUZIONALITÀ E INCOMPATIBILITÀ CON IL DIRITTO EUROPEO PER ACCONTENTARE MENO DELL’1% DELLA POPOLAZIONE”
Un flash mob ieri mattina è stato organizzato da M5S e Wwf Italia, davanti al Pantheon,
a Roma, per denunciare «quanto sta accadendo nell’iter di discussione al Senato del ddl 1552, che punta a modificare la legge 157/92, aprendo così alla caccia selvaggia, una vicenda di eccezionale gravità istituzionale».
Il ddl, a prima firma Lucio Malan, capogruppo di Fratelli d’Italia a Palazzo Madama, secondo gli organizzatori del flash mob […] presenterebbe, a causa degli emendamenti approvati, «alcuni elementi particolarmente critici: dal ritorno della possibilità di caccia sul demanio marittimo, con la riapertura di fatto della cosiddetta ”caccia in spiaggia”, all’ampliamento delle specie cacciabili includendo animali come lo stambecco, l’oca selvatica e il piccione, fino all’introduzione di un divieto molto ampio di “ostacolare o rallentare” l’attività venatoria, che rischia di colpire anche forme di dissenso e protesta pacifica con evidenti profili di incostituzionalità».
Non a caso, il disegno di legge ora in discussione, il 1552, dalle opposizioni è già stato ribattezzato «ddl spara tutto» e «caccia selvaggia».
Ma il Wwf Italia non ci sta e insieme ad altre associazioni ambientaliste e per la difesa degli animali ha scritto di recente anche al presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, segnalando pure la mancata osservanza della lettera ufficiale della Commissione europea contenente il richiamo alle gravi violazioni delle direttive europee Uccelli e habitat.
Nonostante il richiamo formale dell’Ue […] i lavori parlamentari «sono proseguiti senza alcuna sospensione e senza un confronto nel merito delle criticità, anzi al contrario il testo è stato irrigidito con il rigetto di tutti gli emendamenti presentati dalle opposizioni che avrebbero potuto correggere almeno in parte le problematiche segnalate dalle associazioni e dal mondo scientifico».
Il direttore affari legali e istituzionali del Wwf Italia, Dante Caserta, non ha dubbi: «Siamo di fronte a un fatto gravissimo. Si sta portando avanti una legge sapendo che presenta profili di incostituzionalità e incompatibilità con il diritto europeo. Una legge che aumenta i rischi per la sicurezza e la salute pubblica, comprime gli spazi di libertà dei cittadini, danneggia lo sviluppo di una economia sostenibile e favorisce il bracconaggio.
Tutto questo per accontentare meno dell’1% della popolazione, mentre la maggioranza degli italiani è fortemente contraria a misure che danneggiano tutti. Non si può andare avanti come se nulla fosse. Serve fermarsi subito e riportare questo tema dentro un confronto serio, trasparente e rispettoso della legalità e della democrazia».
(da agenzie)
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Maggio 15th, 2026 Riccardo Fucile
LA DECISIONE CHE RICONOSCE LA CITTADINANZA A QUATTRO MINORI SIRIANI ARRIVATI IN ITALIA NEL 2018 POTREBBE RAPPRESENTARE UN PRECEDENTE
Una famiglia, un padre diventato cittadino italiano e sei figli minorenni. Ma per lo Stato solo due sono italiani, gli altri no. È il paradosso finito davanti al Tribunale
civile di Trento, che con una sentenza del 6 maggio ha riconosciuto la cittadinanza italiana a quattro minori siriani nati all’estero, figli di un rifugiato poi naturalizzato. Una decisione che interviene direttamente sugli effetti della riforma approvata nel 2025: il blocco, o la sospensione, delle pratiche per i figli di persone straniere diventate italiane per naturalizzazione.
La famiglia in questione si era stabilita a Trento nel gennaio 2018. Nel 2023 alla coppia nascono in Italia altri due figli, due gemelli. Nello stesso anno il padre presenta domanda di cittadinanza italiana, dopo aver maturato i cinque anni di residenza previsti per i rifugiati. Il decreto di concessione arriva nel marzo 2025. Il giuramento viene fissato dal Comune per il 5 giugno, quindi dopo l’entrata in vigore delle nuove norme sulla cittadinanza.
È lì che nasce il caso. Il Comune di Trento, applicando le indicazioni arrivate dal ministero dell’Interno, riconosce la cittadinanza ai due figli nati in Italia, ma non agli altri quattro, nati in Siria. Stesso padre, stessa famiglia, ma status diversi tra fratelli. La famiglia presenta ricorso al Tribunale civile. Nel frattempo il padre si ammala gravemente e muore prima della decisione. Per il giudice, però, la morte del genitore non cambia l’esito: il diritto dei figli alla cittadinanza si era già formato al momento in cui si erano realizzate le condizioni previste dalla legge.
Il nodo della riforma
Al centro della sentenza c’è la nuova norma voluta dal governo per limitare la trasmissione automatica della cittadinanza italiana per discendenza, soprattutto nei casi di persone nate all’estero da generazioni di italiani emigrati, spesso senza un legame effettivo con l’Italia. Il punto controverso è il rapporto tra questa stretta e l’articolo 14 della legge sulla cittadinanza, che riguarda invece i figli minori conviventi di chi diventa cittadino italiano. Secondo la linea seguita dal Viminale, i limiti introdotti per i nati all’estero dovevano valere anche per i figli minorenni di persone straniere naturalizzate. Una lettura che, in concreto, ha portato molti Comuni a sospendere o respingere pratiche per bambini e ragazzi nati fuori dall’Italia, ma cresciuti qui. Il Tribunale di Trento arriva alla conclusione opposta. Secondo il giudice, la riforma del 2025 serve a intervenire sulla cittadinanza per discendenza, cioè sullo ius sanguinis, non sui casi di naturalizzazione.
La sentenza non cancella automaticamente la prassi seguita finora dal ministero dell’Interno. Ma offre una base giuridica ai ricorsi già presentati o a quelli che potrebbero arrivare nei prossimi mesi. Ora la palla passa al Viminale, che dovrà decidere se impugnare la sentenza o prendere atto dell’orientamento del Tribunale di Trento. In caso contrario, la pronuncia potrebbe diventare un riferimento per i Comuni e per le famiglie coinvolte in procedimenti simili.
Il Pd: «Dal ministero diano indicazioni chiare»
Sul caso interviene anche la deputata del Partito democratico Ouidad Bakkali: «È un altro fallimento del governo Meloni sulle politiche migratorie», attacca. Secondo la parlamentare dem, la modifica alla legge sulla cittadinanza fu introdotta «in sordina» con l’obiettivo di colpire «i diritti di discendenza degli italiani all’estero», senza valutare gli effetti sui figli minori dei cittadini stranieri naturalizzati. Ora «una sentenza storica» riconosce che il diritto dei minori ad acquisire la cittadinanza attraverso i genitori «deve essere garantito».
«Serve con urgenza una circolare ministeriale che dia indicazioni chiare», sottolinea Bakkali. L’obiettivo, aggiunge, è «ripristinare il diritto di questi bambini e di queste bambine, di questi ragazzi, a diventare cittadini italiani come i loro padri e le loro madri». Anche perché il caso trentino mostra, secondo la deputata, l’ingiustizia più evidente: «Un figlio diventa cittadino italiano perché è nato qui e un altro bambino non lo diventa perché magari per qualche mese è nato all’estero».
(da agenzie)
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Maggio 15th, 2026 Riccardo Fucile
LA SUPERMEDIA DI YOUTREND-AGI… DECISIVI VANNACCI E CALENDA?
Centrodestra e centrosinistra sono testa a testa nei sondaggi. Sarà il sistema elettorale a
decidere chi vincerà le prossime elezioni. Lo dice una elaborazione delle rilevazioni di Youtrend per il Corriere della Sera, che si basa sulla Supermedia
dei sondaggi Youtrend/Agi. Il Campo Largo senza Azione è i leggerissimo vantaggio sul centrodestra senza Futuro nazionale di Vannacci. 45,1 contro il 45 per cento.
Con il sistema elettorale in vigore, il Rosatellum, nessuna delle due coalizioni avrebbe la maggioranza assoluta e si verificherebbe un sostanziale pareggio: 200 seggi (su 400) alla Camera e 98 (su 200) al Senato per il Campo largo contro i 179 e i 91 del centrodestra.
I sondaggi su centrodestra e centrosinistra
Una situazione del genere porterebbe i partiti fuori dalle coalizioni a essere decisivi. A patto che riescano a entrare in Parlamento. «Una novità rispetto al 2022. Mentre nella parte proporzionale ci sarebbe un pareggio assoluto, nei collegi uninominali del Rosatellum stavolta prevarrebbe nettamente il Campo largo (81 seggi a 63 alla Camera, 38 a 31 al Senato) perché allora Pd e M5S si presentarono separati. Ora, insieme, conquisterebbero molti più parlamentari», osserva Giovanni Diamanti, presidente di Youtrend. «Ma non è la legge elettorale che produce il pareggio. È il Paese che è spaccato a metà», conclude.
Lo Stabilicum
Con lo Stabilicum invece la simulazione parte dal medesimo equilibrio (45,1 contro 45). Ma per via del premio di maggioranza previsto, 70 seggi alla Camera e 35 al Senato, con un modestissimo 0,1 per cento di differenza la coalizione vincente (in questo caso il Campo largo) si aggiudicherebbe una vittoria netta. In termini di scranni: 216 contro 146 alla Camera e 107 contro 72 al Senato. Carlo Calenda e Roberto Vannacci, è la conclusione, potrebbero subire accesi corteggiamenti.
(da agenzie)
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Maggio 15th, 2026 Riccardo Fucile
TRE ARRESTI TRA ITALIA E SPAGNA, LA CACCIA AL CAPO CHE SI SAREBBE RIFUGIATO A MOSCA
La procura nazionale antimafia indaga su un’azione di spionaggio internazionale collegata alla Russia. Che parte dalle informazioni carpite dal sistema informatico di due traghetti di Grandi Navi Veloci (Gnv). E finire sui server di un gruppo hacker filorusso. Due marittimi lettoni hanno ricevuto qualche migliaio di euro per bucare i sistemi. Con l’obiettivo di prendere i comandi a distanza dei traghetti tramite i dispositivi elettronici installati di nascosto, anche se non è certo che il gruppo fosse capace di arrivare a questo
Gli hacker di Gnv
Il Corriere della Sera racconta che il capo dell’operazione è un altro cittadino lettone di 40 anni che ora è a Mosca. Un suo connazionale è stato arrestato una settimana fa in Spagna su mandato della procura di Genova per il reato di accesso abusivo a sistema informatico. La storia comincia a dicembre 2025 con la denuncia di Gnv al Centro di sicurezza cibernetica della polizia postale ligure. L’indagine è seguita dal Comitato di analisi strategica antiterrorismo. Gli arrestati sono due ragazzi lettoni di 24 e 25 anni, fermati sei mesi fa sulle navi Fantastic e Bridge. Il primo al porto francese di Sète, il secondo in quello di Napoli. Poi c’è il complice rintracciato in Spagna. Che era il collegamento con il capo.
La confessione
Uno di loro ha confessato di essere stato pagato per installare il dispositivo. Senza dire molto sui mandanti. All’epoca dei primi due arresti, con la collaborazione di Parigi, il ministro dell’Interno francese Laurent Nunez fece riferimenti alla Russia: «Oggi dietro le interferenze straniere c’è molto spesso un solo Paese». Ci sono sospetti di sabotaggio anche dietro la collisione lo scorso anno nel mare del Nord fra la portacontainer portoghese Solong e la petroliera svedese Stena Immaculate, noleggiata dalle forze armate Usa per trasportare cherosene per gli aerei. Il comandante della prima nave, cittadino russo, è stato processato e condannato, ma per negligenza e omicidio colposo di un marittimo disperso e dichiarato morto.
(da agenzie)
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Maggio 15th, 2026 Riccardo Fucile
I DOCUMENTI DELL’OFFICE OF GOUVERNEMENT ETHICS: VENDITE SU AMAZON, APPLE, MICROSOFT E UBER
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump è stato coinvolto in una serie di transazioni
finanziarie nel 2026 relative a importanti aziende americane. Per un totale di diverse centinaia di milioni di dollari. Lo dicono alcuni documenti pubblicati nella notte di giovedì 14 maggio dall’Office of Goverment Ethics (OGE) americano. I documenti con il nome del presidente descrivono in dettaglio transazioni che coinvolgono diversi giganti della tecnologia e importanti attori dell’economia statunitense, tra cui Amazon, Apple, Microsoft e Uber. Menzionati anche il produttore di chip Nvidia e il costruttore di aerei Boeing.
Le transazioni finanziarie di Trump
Per ciascuna di queste società gli importi riportati variano da 1 milione a 5 milioni di dollari. Ma i documenti non specificano la natura esatta degli asset coinvolti. Per esempio se si trattasse di acquisti di azioni, obbligazioni o altri strumenti finanziari. I documenti menzionano anche diverse vendite su larga scala, tra cui quelle di Microsoft, Amazon e Meta, alcune valutate tra i 5 e i 25 milioni di dollari. L’Office of Government Ethics ha lo scopo di prevenire conflitti di interesse finanziari e altre violazioni etiche all’interno dei circa 140 uffici e agenzie del ramo esecutivo, secondo quanto riportato sul suo sito web. Altri documenti finanziari riguardanti il presidente degli Stati Uniti sono stati resi pubblici in passato.
Il patrimonio e il trust
Attualmente il patrimonio del presidente degli Stati Uniti è detenuto in un trust amministrato da suo figlio, Donald Jr. Si tratta di un trust revocabile, il che significa che può riprendere il controllo diretto dei suoi beni in qualsiasi momento. Durante l’amministrazione molte polemiche sono state sollevate sulle scommesse effettuate riguardo le scelte di Trump. Poche ore prima che la Casa Bianca annunciasse un’azione contro il Venezuela e il rapimento di Nicolás Maduro, qualcuno aveva puntato 32 mila dollari proprio su quell’esito, allora ritenuto altamente improbabile. La scommessa si è trasformata in una vincita superiore ai 400mila dollari. Non ci sono prove di insider trading ma l’anonimato degli utenti e l’uso di stablecoin rendono difficile capire chi abbia scommesso e con quali informazioni.
Le anomalie
Molte scommesse su cui si sono registrate vincite anomale riguardano decisioni che solo il presidente e una ristretta cerchia di fedelissimi possono conoscere in anticipo. Non solo: Donald Trump Jr. è diventato azionista e membro del consiglio consultivo di Polymarket. In parallelo, il figlio del presidente ha assunto anche un ruolo retribuito come consulente strategico di Kalshi, principale concorrente di Polymarket. A fine marzo il Financial Times ha scritto che Pete Heghset, segretario alla difesa Usa, si era informato su investimenti in aziende di armi.
L’attacco Usa all’Iran
Su Polymarket sei account hanno vinto quasi un milione di euro puntando sull’attacco Usa all’Iran. Il 23 marzo un post di Trump su una «risoluzione totale» delle ostilità è stato preceduto di 14 minuti da un volume di scambi definito «anormale» dagli esperti, permettendo a ignoti trader di incassare profitti milionari su un calo dei prezzi dell’11%. Il 7 aprile 2026 i trader hanno scommesso un totale di quasi un miliardo di dollari (950 milioni) sul calo dei prezzi del petrolio. Prima dell’annuncio del cessate il fuoco.
Secondo i dati del London Stock Exchange alle 19.45 GMT di quel giorno sono stati venduti 8.600 lotti di futures sul Brent e sul greggio Usa. Alle 23.00 Trump ha annunciato la tregua di due settimane. Facendo crollare i futures (ovvero i contratti derivati standardizzati negoziati su mercati regolamentati che obbligano le parti a scambiare un’attività sottostante – materie prime, indici, valute – a un prezzo prefissato entro una data futura) del 15%. Il prezzo è sceso sotto i 100 dollari al barile all’inizio della sessione di trading del giorno successivo.
(da agenzie)
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Maggio 15th, 2026 Riccardo Fucile
GLI ACCORDI COMMERCIALI VANTATI NON SONO STATI FESTEGGIATI DAI MERCATI, LE AZIONI BOEING HANNO PERSO VALORE
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha lasciato la Cina oggi 15 maggio. Vantando accordi commerciali a cui i mercati hanno creduto poco. Mentre Pechino ha messo in guardia Washington sulla cattiva gestione di Taiwan e ha sostenuto che la guerra con l’Iran non avrebbe mai dovuto iniziare. La visita di Trump al principale rivale strategico ed economico degli Stati Uniti, la prima di un presidente americano dal suo ultimo viaggio nel 2017, mirava a ottenere risultati concreti per risollevare i suoi indici di gradimento, in vista delle cruciali elezioni di medio termine.
Il menu degli ospiti
L’agenzia di stampa Reuters racconta che il vertice è stato ricco di sfarzo. Dai grandi ricevimenti con soldati in marcia ai sontuosi banchetti e alle visite private a un giardino segreto, mentre Trump ha ripetutamente elogiato il suo ospite, commentandone la cordialità e il prestigio. «È stata una visita incredibile. Penso che ne siano derivati molti aspetti positivi», ha detto Trump a Xi durante il loro ultimo incontro al complesso di Zhongnanhai, ex giardino imperiale che ospita gli uffici dei leader cinesi, prima di cenare con un menù a base di polpette di aragosta e capesante Kung Pao. Poco prima dell’incontro di venerdì, il ministero degli Esteri cinese ha rilasciato una dichiarazione in cui esprimeva la propria frustrazione nei confronti della guerra tra Stati Uniti, Israele e l’Iran.
La guerra del Golfo
«Questo conflitto, che non sarebbe mai dovuto accadere, non ha motivo di continuare», ha affermato il ministero, aggiungendo che la Cina stava sostenendo gli sforzi per raggiungere un accordo di pace in una guerra che aveva gravemente compromesso le forniture energetiche e l’economia globale. Trump ha dichiarato che i due leader avevano discusso dell’Iran e che condividevano «opinioni molto simili», sebbene Xi non abbia commentato.
Ci si aspettava che Trump esortasse la Cina a usare la propria influenza sull’Iran per raggiungere un accordo. Ma gli analisti dubitano che Xi sarà disposto a fare pressioni su Teheran o a porre fine al suo sostegno militare, dato il valore dell’Iran per Pechino come contrappeso strategico agli Stati Uniti.
I colloqui
I colloqui di ieri hanno evidenziato quello che la Casa Bianca ha definito il desiderio condiviso dai leader di riaprire lo Stretto di Hormuz, al largo delle coste iraniane, attraverso il quale un tempo transitava un quinto del petrolio e del gas mondiali, e l’apparente interesse di Xi per gli acquisti di petrolio americani al fine di ridurre la dipendenza dal Medio Oriente. «Ciò che è degno di nota è che non vi è alcun impegno cinese a fare qualcosa di specifico riguardo all’Iran», ha affermato Patricia Kim, ricercatrice di politica estera presso la Brookings Institution.
I funzionari statunitensi hanno affermato di aver anche raggiunto accordi per la vendita di prodotti agricoli. E di aver compiuto progressi nella creazione di meccanismi per gestire gli scambi commerciali futuri. Entrambe le parti dovrebbero identificare beni non sensibili per un valore di 30 miliardi di dollari.
I chip
I dettagli degli accordi sono scarsi e non si sono visti segnali di una svolta nella vendita dei chip AI avanzati H200 di Nvidia alla Cina, nonostante l’arrivo a sorpresa all’ultimo minuto del CEO Jensen Huang. Trump ha dichiarato a Fox News che la Cina aveva accettato di ordinare 200 aerei Boeing, il suo primo acquisto di aerei commerciali di fabbricazione statunitense in quasi un decennio. Ma la cifra era ben lontana dai circa 500 previsti dai mercati e le azioni Boeing sono crollate di oltre il 4%. «Per il mercato, il vertice può essere strategicamente rassicurante, ma deludente nella sostanza», ha detto a Reuters Chim Lee, analista senior per la Cina presso l’Economist Intelligence Unit. Le azioni cinesi sono scese, poiché il vertice tra i leader delle due maggiori economie mondiali ha prodotto pochi accordi in grado di entusiasmare gli investitori.
La tregua commerciale
Il principale risultato del vertice potrebbe essere il mantenimento della fragile tregua commerciale raggiunta durante l’ultimo incontro tra i leader a ottobre, quando Trump ha sospeso i dazi a tre cifre sulle merci cinesi, mentre Xi ha
rinunciato a bloccare le forniture di terre rare. Non è ancora stato deciso se estendere la tregua oltre la sua scadenza, prevista per la fine dell’anno, ha dichiarato venerdì a Bloomberg TV il rappresentante per il commercio degli Stati Uniti, Jamieson Greer, che accompagnava Trump.
Taiwan
Taiwan, a soli 80 km dalla costa cinese, è da tempo un punto critico nelle relazioni bilaterali, con Pechino che si rifiuta di escludere l’uso della forza militare per ottenere il controllo dell’isola e gli Stati Uniti vincolati per legge a fornirle i mezzi di autodifesa. «La politica statunitense sulla questione di Taiwan rimane invariata fino ad oggi», ha dichiarato a NBC News il Segretario di Stato Marco Rubio, che viaggia con Trump, aggiungendo che i cinesi «sollevano sempre la questione… noi chiariamo sempre la nostra posizione e andiamo avanti».
Trump ha sollevato con Xi la questione del più acceso critico della Cina a Hong Kong, il magnate dei media Jimmy Lai, condannato a 20 anni di carcere a febbraio nel più grande caso di “sicurezza nazionale” nella storia del centro finanziario asiatico. Gli affari di Hong Kong sono una questione interna della Cina, ha risposto il ministero degli Esteri cinese.
(da agenzie)
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Maggio 15th, 2026 Riccardo Fucile
AVREBBE INVESTITO OLTRE 7 MILIONI DI DOLLARI IN PROSPETTIVA DELLA MISSIONE IN CINA
Il Presidente americano Donald Trump avrebbe aumentato in modo significativo i
propri investimenti in Apple poco prima della visita ufficiale in Cina, viaggio in cui è stato accompagnato dai vertici di alcune delle maggiori multinazionali americane tra cui figura anche Apple. Secondo i dati dell’Ufficio per l’etica governativa degli Stati Uniti, citati dalla stampa economica statunitense, nei primi mesi del 2026 il presidente americano avrebbe investito fino a 7,2 milioni di dollari (circa 6,2 milioni di euro) nel colosso dell’iPhone. Non è tuttavia possibile stabilire gli importi esatti delle operazioni su Apple perché gli elenchi dichiarati prevedono solo cifre approssimative. Tuttavia, come emerge dai dati, Trump ha aumentato in modo significativo i propri investimenti nella società. L’acquisto più consistente risale all’inizio di febbraio e aveva un valore compreso tra uno e cinque milioni di dollari. Dai dati non risulta chiaro se gli investimenti siano stati destinati ad azioni o ad altri strumenti finanziari.
Tuttavia, come emerge dai dati, Trump ha aumentato in modo significativo i propri investimenti in Apple. L’acquisto più consistente risale all’inizio di febbraio e aveva un valore compreso tra uno e cinque milioni di dollari.
Operazioni anche su Nvidia e Tesla
Non c’è soltanto Apple. Durante la sua visita di Stato, Trump è stato accompagnato da una nutrita delegazione di big manager, tra cui il miliardario tech Elon Musk, il Ceo di Apple Tim Cook, il Ceo del produttore di chip Nvidia Jensen Huang e il Ceo di Boeing Kelly Ortberg. Secondo le analisi, nei mesi precedenti al viaggio, Trump ha anche effettuato numerose operazioni di compravendita sui titoli di queste aziende. Tuttavia in questi casi non emerge una tendenza chiara che indichi se abbiano prevalso gli acquisti o le vendite.
Boeing si è aggiudicata in Cina una commessa di 300 aerei del valore di oltre 37 miliardi di dollari, annunciata anche da Trump, che però aveva citato una cifra
diversa. In Borsa, invece, ci si aspettava una commessa ancora più consistente, motivo per cui il titolo ha registrato un calo significativo.
I dati emersi colpiscono anche perché Trump ha effettuato un gran numero di transazioni: solo per quanto riguarda gli acquisti, nei tre mesi in questione si contano oltre 2.300 voci. Tuttavia, almeno una parte delle transazioni non è stata gestita da Trump in prima persona, bensì da conti amministrati. Le operazioni di maggiore entità hanno riguardato la vendita di titoli del settore tecnologico. Secondo quanto riportato, Trump ha venduto titoli singoli di Microsoft, Amazon e Meta per un valore fino a 25 milioni di dollari, tutti il 10 febbraio.
Il dossier Cina
Obiettivo del viaggio di Trump è di riaprire il dialogo economico con la Cina in una fase segnata da tensioni commerciali, dazi e scontri sulle tecnologie strategiche.
Il dossier Apple è particolarmente sensibile. Il gruppo guidato da Tim Cook continua infatti a dipendere fortemente dalla filiera produttiva cinese, nonostante negli ultimi anni abbia cercato di diversificare parte della produzione verso India e Sud-est asiatico. Parallelamente Trump ha più volte chiesto alle aziende americane di riportare manifattura e investimenti negli Stati Uniti, arrivando anche a minacciare nuovi dazi sugli iPhone prodotti all’estero.
L’acquisto massiccio di titoli Apple nei mesi che hanno preceduto il viaggio in Cina rischia di alimentare polemiche politiche e interrogativi sul possibile conflitto di interessi tra attività pubblica e investimenti privati, soprattutto in una fase in cui i rapporti tra Stati Uniti e Cina restano uno dei dossier più delicati per i mercati globali.
(da La Stampa)
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Maggio 15th, 2026 Riccardo Fucile
MELONI NERVOSA E A FINE CORSA: “IN CRISI PER LA GUERRA E IL BONUS 110%”. BALLE E SCUSE… PERDE LA CALMA, APRE AI “RESPONSABILI” E SCARICA TUTTI I GUAI SU CHI L’HA PRECEDUTA
“Invocate sempre la presenza della premier in Parlamento, ma oggettivamente c’è poco di cui parlare”. Sono passati dieci minuti e Giorgia Meloni già si innervosisce. Il leader di Italia Viva, Matteo Renzi, è il secondo a porle la domanda: la incalza sul caso Giuli che “stava benissimo nel bosco a suonare il flauto”, sul ginecologo Marco Mattei alla Corte dei Conti, la legge elettorale per “affrontare la crisi di Hormuz”, il Piano casa che “sta dando management fees a un cittadino privato chiamato Mario Abbadessa, scelto senza gara pubblica”. Renzi la descrive come una sorta di “famiglia Addams”. Lei, in un Senato stracolmo, si gira ai colleghi di governo Adolfo Urso e Luca Ciriani e ripete indignata: “Che livello!”. Sarà solo la prima intemerata della premier nel suo pomeriggio a Palazzo Madama.
Alle 16:30 inizia il premier time e l’unico, all’opposizione, a cui dedica parole al miele è Carlo Calenda che le chiede una cabina di regia per affrontare le emergenze economiche: da Meloni “porte aperte” alle opposizioni “responsabili” perché “le tensioni geopolitiche incidono sulla crescita e sul potere di acquisto delle famiglie”.
Il resto dell’ora e mezzo di domande e risposte serrate al Senato – tra fischi, borbottii e diverse interruzioni – Meloni lo passa sulla difensiva con le opposizioni. Tra i banchi del governo ci sono molti ministri, ma non i vicepremier Matteo Salvini e Antonio Tajani. Meloni si agita (“di fronte agli insulti c’è poco di cui parlare”), poi inizia la lista delle giustificazioni rispondendo all’intervento del pentastellato Stefano Patuanelli, che accusava il suo governo di austerità e di non aver fatto niente sulla politica industriale. Il refrain è sempre il solito, il nemico lo stesso: il Superbonus. “Finiremo di pagarlo nel 2027, alla fine del mio mandato quindi non accetto lezioni da chi ha sperperato soldi con il Superbonus”, accusa la premier. Parole con cui espone il fianco, perché i 5Stelle le ricordano quando era stato il suo governo a prorogare diverse norme del 110%.
Rispondendo ai colleghi di maggioranza, Meloni rivendica poi i risultati ottenuti: il Sud con “i 55 miliardi investiti” e una nuova cabina di regia, il Piano casa su cui punta la Lega (anche se il capogruppo Massimiliano Romeo le ricorda di “venire più spesso al Senato per spiegare cosa ha fatto il governo”), il taglio delle tasse, i salari e il Pnrr.
Altro nervosismo si aggiunge quando arriva l’altra critica più dura, quella dal capogruppo Pd Francesco Boccia. Dopo aver elencato le riforme fallite dal governo, il dem la accusa di non essere più una del popolo, ma cambiata dai Palazzi del potere. La premier prima sbotta lamentando le troppe domande del senatore (“è un quizzone finale?”) poi alza la voce e mostra un assaggio di campagna elettorale in vista del 2027: “Sono andata a fare la spesa al supermercato sabato scorso – dice – Non rinuncio a stare in mezzo alla gente e a fare una vita normale. E attorno a questo governo c’è ancora tanto affetto e questo qualcosa significherà”. E ancora: “Se l’Italia oggi è così disastrosa, in che condizioni era quando l’abbiamo ereditata? È possibile che gli italiani si aspettino di più da noi, ma temo che non se lo aspettino da voi perché ci sono già passati”. E su questo fa subito capire quali saranno i temi su cui batterà Fratelli d’Italia in campagna elettorale: “Abbiamo alzato le tasse solo alle banche e le abbiamo abbassate ai lavoratori”, dice la premier riferendosi alla controversa tassa sugli extra-profitti per le banche, annunciata ma poi annacquata dopo le barricate di FI.
L’unico annuncio arriva in fondo alla seduta quando Meloni fa sapere che entro l’estate sarà approvata la legge delega e i rispettivi decreti attuativi sul nucleare. Finisce la seduta tra gli applausi di Fratelli d’Italia e Meloni si volta verso le opposizioni: “Ma non dovevate fare la bagarre? Siete lì seduti e pacati…”.
(da Il Fatto Quotidiano)
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