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“LA NOSTRA STRADA E’ L’EUROPA”: L’ARMENIA CON LE ULTIME ELEZIONI VOLTA LE SPALLE A MOSCA

IL PAESE SI CONFERMA UN ASSET UE

Non succederà subito e nemmeno presto, ma la strada presa dall’Armenia porta lontano da Mosca e arriva in Europa. Il partito Contratto Civile guidato da Nikol
Pashinyan ha vinto le elezioni per la terza volta superando la maggioranza di quel che gli basta per governare da solo.
Il mandato è chiaro: pace con i Paesi vicini, affrancamento dalla Russia e legami più stretti con Bruxelles. Dove un tempo si diffidava del populista ed erratico Pashinyan, da otto anni primo ministro e – secondo i suoi critici – incline a perpetuare la propria permanenza al potere. Ma dove oggi lo si considera un punto di forza nella regione. A dissolvere i dubbi, il ribadito europeismo e la maggior prudenza acquisita dal leader armeno.
“Voto trasparente”
“Questo voto ci porterà più vicini all’UE”, dice a Fanpage.it da Erevan il popolare commentatore politico Tatul Hakobyan. “Ma politicamente siamo già una continuazione dell’Europa”. Hakobyan è un severo critico di Pashinyan. Gli chiediamo dei sospetti di irregolarità alle urne, dopo gli arresti di oppositori del governo avvenuti nelle ultime settimane. “È stato un voto pulito”, risponde. “Devo ammetterlo: nessun broglio. Il risultato rispetta quel che vogliono gli armeni”.
Pashinyan ha ottenuto oltre il 50 per cento dei consensi per tre fattori chiave: in primo luogo, la sua agenda di pace. Dopo la sconfitta militare e la perdita del Nagorno-Karabakh (il territorio a maggioranza armena conquistato passato definitivamente all’Azerbaigian dopo l’offensiva militare del 2023, ndr) ha trovato sostegno tra chi ritiene che la normalizzazione dei rapporti con l’Azerbaigian e la Turchia sia necessaria per la sicurezza e lo sviluppo del Paese. A ciò si aggiunge il sostegno di una base ancora significativa, secondo Hakobyan pari a circa il 15–20%, conquistata dal suo profilo politico e dal suo carisma. Infine, l’opposizione filorussa, poco popolare tra molti armeni, ha contribuito a rafforzare il vantaggio del premier.
“Nel complesso, la vittoria di Pashinyan appare coerente con l’attuale equilibrio politico del Paese”, afferma l’intervistato.
Un asset per l’Europa
Le riforme da intraprendere per una futura integrazione nell’UE sono profonde e possono permettere al Paese di consolidare democrazia e Stato di diritto. “Ci vorranno almeno 15 anni, e dovremo fare bene i nostri compiti”, osserva Hakobyan. “Siamo ancora una democrazia ibrida, con problemi nello Stato di diritto e nelle
istituzioni”. L’adesione all’Unione Europea è l’obiettivo, ma ciò che conta è “costruire un’Armenia democratica, fondata sullo Stato di diritto e sulla giustizia sociale”. Con questo voto, l’Armenia chiede all’Europa di svolgere un ruolo di sostegno al suo consolidamento democratico.
“La conferma di Pashinyan è avvenuta nonostante le pressioni e le minacce russe, anche per questo è molto incoraggiante per l’UE”, commenta a Fanpage.it Nicoletta Pirozzi, responsabile del programma UE, politica e istituzioni dell’Istituto Affari Internazionali (IAI). Bruxelles nelle ultime settimane si è spesa, offrendo accordi commerciali rafforzati, finanziamenti e sostegno economici al governo armeno. Non che abbia fatto la differenza. La popolazione era già per la maggior parte pro-europea.
“La tenuta democratica del Paese lo rende un asset importante nella strategia di contrasto all’influenza di Mosca”, nota Pirozzi. “Rafforza la consapevolezza che – in parallelo alla resistenza armata dell’Ucraina all’invasione militare – in molti Paesi dell’area ex-sovietica si resiste alle interferenze del Cremlino”.
Vladimir Putin, prima del voto, aveva evocato pubblicamente uno “scenario ucraino” per l’Armenia. Non ha funzionato. “Ci sarà adesso un rafforzamento dei legami tra Bruxelles e un partner che – pur essendo piccolo e ancora lontano dalla membership – è già diventato un partner importante dell’UE”, conclude l’accademica dell’IAI.
Minacce e diplomazia
La Russia vorrà alzare ostacoli sul percorso europeo dell’Armenia. “Ci aspettano altri anni difficili: i russi useranno il ricatto energetico e quello dei rapporti commerciali per esercitare pressione politica”, dice Tatul Hakobyan. Il piccolo Paese caucasico dipende per l’85-90 per cento da Mosca, riguardo al gas naturale (dati IAE). La rete è di proprietà del colosso energetico del Cremlino, la Gazprom. L’energia elettrica è prodotta al 70 per cento con combustibili provenienti da Russia e Iran. E le alternative immediate sono poche. “Pashinyan dovrà incontrare Putin e mantenere aperti i canali diplomatici per evitare che la Russia metta subito Erevan di fronte a una scelta obbligata tra UE e Mosca: per noi sarebbe deleterio”, afferma Hakobyan.
Il primo ministro rieletto dovrà anche essere cauto nel perseguire la normalizzazione dei rapporti con la Turchia, storicamente disastrosi a causa del genocidio degli armeni da parte dell’Impero Ottomano tra il 1915 e il 1917, ed esacerbati per il sostegno di Ankara all’Azerbaigian nel conflitto del Nagorno-Karabakh.
La pacificazione fa parte del programma di Peshinyan. La riapertura dei confini con la Turchia porterebbe vantaggi economici all’Armenia. Ma cambierebbe ulteriormente in senso anti-russo gli equilibri politici nel Caucaso meridionale. “I russi potrebbero farcela pagare cara”, teme Hakoboyan.
L’irritazione del Cremlino per le scelte filo-occidentali di Erevan era già cresciuta dopo l’accordo “Trump Route for International Peace and Prosperity” (TRIPP) mediato dagli USA, con cui si è creato un corridoio infrastrutturale tra l’Azerbaigian e la sua exclave del Nakhchivan attraverso l’Armenia. L’accordo elimina il ruolo di controllo che Mosca aveva sui corridoi di transito tra Armenia e Azerbaigian, escludendola dalle principali dinamiche infrastrutturali e strategiche.
Come Mosca ha perso il Caucaso del sud
La perdita d’influenza della Russia sul Caucaso meridionale è un dato di fatto, e non da oggi. “Mosca non è più un mediatore di potere indispensabile nella regione”, spiega a Fanpage.it Rasmus Nilsson, docente alla School of Slavonic and East European Studies dell’University College di Londra. “Il punto di svolta è stato l’incapacità di influenzare il futuro del Nagorno-Karabakh”. L’Armenia faceva parte dell’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva (CSTO) a guida russa. Mosca non ha né voluto né potuto salvare la regione contesa dall’attacco azero. Uno dei disastri strategici conseguenti all’invasione dell’Ucraina, su cui Putin ha puntato tutto.
“Il risultato è che né il regime armeno né quello azero si fidano di Mosca, e persino i georgiani (dove è al potere una fazione sensibile agli interessi russi, ndr) restano diffidenti”, osserva Nilsson. L’Armenia è di fatto uscita dal CSTO. La Russia mantiene ancora una base militare a Gyumri, che può servire come punto di presenza e intelligence, e come leva di pressione sull’Armenia. “Probabile che Erevan cerchi nei prossimi mesi di ridurre gradualmente la presenza e il ruolo della
base”, prevede Nilsson. Può riuscirci. Putin, tra attacchi ucraini sul suolo russo, perdite al fronte e crisi interne, ha troppe altre grane da gestire. E non ha risorse infinite. Al Cremlino lo sanno bene. Ormai lo riconoscono.

Da Fanpage)

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