Maggio 9th, 2026 Riccardo Fucile
MASSIMO FINI RICORDA IL PARTIGIANO “PEDRO” OVVERO IL CONTE PIER LUIGI BELLINI DELLE STELLE CHE SI SCONTRO’ CON WALTER AUDISIO, MENTRE L’INTERO PAESE CORSE A CREARSI LA NUOVA INDENTITA’ ANTIFASCISTA
Anche quest’anno non ho celebrato il 25 aprile, giorno che segna simbolicamente la liberazione dall’occupante nazista. Per la verità, anche se sembra un dettaglio ma non lo è, in termini giuridici, gli occupanti non erano i tedeschi con cui avevamo stipulato un’alleanza (che poi quell’alleanza non si dovesse fare e fu uno dei più tragici errori di Mussolini è un altro discorso), bensì proprio gli Alleati. Il mito della Resistenza ha innescato un equivoco non innocente e cioè che fossimo stati noi italiani a riscattarci in libertà. A liberarci sono stati gli Alleati, gli americani, gli inglesi, ma anche i razzisti sudafricani e i neozelandesi perché avevano la sfortuna di far parte del Commonwealth. Se si va al Cemetery War, vicino a San Siro, fra le tante tombe bianche, tutte uguali com’è nello stile degli anglosassoni, se ne trovano 417 appunto di ragazzi di poco più di vent’anni appartenenti al Commonwealth, venuti a morire inutilmente per la libertà d’Europa. Che cosa poteva importare a un ragazzo sudafricano di quello che accadeva a diecimila chilometri di distanza dal suo Paese? Ho il massimo rispetto dei partigiani, quelli veri. Lo fu, in un modo un po’ singolare, anche mio padre, Benso Fini, membro del Cln del Corriere della Sera che teneva i contatti coi partigiani di montagna col pretesto che lì era sfollata sua moglie, Zenaide Tobiasz, ebrea. Certo non ebbe mai scontri diretti, fisici, il suo ruolo era diverso. Emilio Radius racconta in un suo libro come quest’uomo, dall’aria di impiegatuccio, con spesse lenti, riuscisse a uccellare i fascisti della zona. Indubbiamente, come ho già detto, non ebbe mai scontri fisici, non voglio gabellare mio padre come un eroe della Resistenza, ce ne sono già troppi, ma certamente con una moglie ebrea e i nazisti in casa la sua situazione non era proprio delle più tranquille. Mi piacerebbe restituire questo racconto con le parole dello stesso Radius, ma non riesco più a trovare il libro. Ho una biblioteca di circa 12 mila libri, ma quando debbo consultarne uno per un qualche riscontro non lo trovo mai. Il fatto è che ho troppi libri, mannaggia la miseria.
Il mito della Resistenza ha ingenerato un equivoco, non innocuo come tutti gli equivoci, e cioè che si sia stati noi italiani a riscattarci in libertà, mentre furono gli americani, gli inglesi e gli sfortunati ragazzi che appartenevano al Commonwealth (cosa che ricorda un po’ la storia dei nordcoreani chiamati in soccorso da Putin e che, del tutto sprovveduti su un territorio che non conoscevano affatto, sono stati tutti sterminati).
Il 25 aprile assistemmo a una scena molto nota a noi italiani, specialisti, come scrisse Ennio Flaiano, nel “correre in soccorso dei vincitori”. Gli italiani da tutti i fascisti che erano stati, o quasi (solo 13 docenti universitari si rifiutarono di giurare fedeltà al fascismo e persero la cattedra) erano diventati tutti antifascisti. Mi raccontò Arturo Tofanelli, il giornalista che ha inventato il primo magazine a colori, per lo meno in Italia, che quel fatidico giorno stava viaggiando da Torino a Milano: “Vedevo, ai lati dei binari, il luccicare di quelle che sembravano medaglie, erano i distintivi del Partito fascista di cui si stavano rapidamente liberando”.
La mia infanzia, nel dopoguerra, è stata segnata da ragazzi poco più grandi di me che sostenevano di aver partecipato alla Resistenza e mi rimproveravano perché io non l’avevo fatta. Come minimo erano stati tutti “staffette partigiane” (Fallaci compresa, poteva mancare?). E io, nella mia ingenuità, mi dicevo: “Ma quanti messaggi si scambiano questi partigiani?”.
Ma torniamo alla Resistenza, quella vera e quella montata ad arte. A catturare Mussolini, che dopo tanta retorica sulla “bella morte” per la quale molti ragazzi italiani andarono a morire per Salò (anche questo è un segno della nostra classe dirigente che al momento del dunque trova sempre una qualche ragione per svignarsela, vedi il re e Badoglio che fuggono da Roma lasciandola in balìa dei tedeschi, vedi anche le atroci lettere di Aldo Moro inviate dalla prigione brigatista) fu il partigiano Pedro, alias conte Pier Luigi Bellini delle Stelle, con un’azione audacissima: erano solo 7 i partigiani sotto il suo comando, fermò la colonna di trecento tedeschi, che erano sì in fuga, ma armati di tutto punto al comando del colonnello Fallmerayer. Da Milano, per ordine del Cln lombardo, arrivarono a Salò numerosi “partigiani” con divise nuove di zecca, nessuno li aveva mai visti, tanto che Pedro e i suoi sul momento pensarono che fossero fascisti travestiti. Al comando di questo manipolo c’era il “colonnello Valerio”, al secolo ragionier Walter Audisio, che aveva l’ordine di fucilare Mussolini e tutti gli altri gerarchi fascisti che seguivano il Duce in fuga. Valerio si fece consegnare la lista dei gerarchi fascisti, quelli responsabili e quelli meno responsabili e a fianco di ogni nome metteva una croce che significava la condanna a morte per i catturati. Quando arrivò al nome della Petacci mise pure una “X”: “Ma come – disse Pedro – vuoi fucilare anche la donna?”. “Sì”. “Allora – rispose Pedro – io ritiro i miei uomini dalla piazza”. In un successivo articolo pubblicato sull’Unità, Valerio si sofferma a lungo su particolari scabrosi, come le mutandine della Petacci. Era talmente volgare quel pezzo che il giorno dopo l’Unità fu costretta a rettificare il tiro. La Petacci, com’è noto, fu fra le persone appese a testa in giù a Piazzale Loreto, ma con la gonna legata perché non le si vedessero le pudenda. C’è qui tutto il cattolicesimo italiano, per cui fucilare la donna era lecito, ma esporre appunto le sue pudenda al pubblico era tabù. Del resto a queste scabrosità i partigiani, o alcuni di essi, non erano alieni. Proprio il giorno della Liberazione fecero sfilare, nude e rasate a zero, le ragazze che erano state coi fascisti, o presunti tali o con i nazisti. È proprio questo particolare della rasatura che più fa rabbrividire. Si sa quanta importanza hanno per le donne i capelli e il modo in cui li portano. Non a caso nell’Islam, seguendo la sharia, le donne devono portare il velo e anche da noi, se entrano in chiesa, devono coprire il capo. Così è ancora usanza nel nostro Sud. Non voglio con questo giustificare i massacri che si fanno in Iran contro le donne che non si vestono “adeguatamente”. È solo un dato di fatto. Davanti allo scempio di Piazzale Loreto con i corpi impiccati a testa in giù, Sandro Pertini, non ancora indementito, esclamò: “L’Insurrezione è disonorata!”. Gli stessi americani, evidentemente molto diversi da quelli di oggi, da quelli di Trump, ne furono scandalizzati e chiesero che i corpi fossero immediatamente portati alla morgue, cioè all’obitorio.
Bellini delle Stelle, ingegnere, fece una normale carriera all’Eni e non lo sentì mai citare l’episodio di cui era stato protagonista, Walter Audisio, per un’azione che somigliava più a quella del boia, divenne parlamentare del Partito Comunista. […]
Ho raccontato l’apologo del partigiano Pedro a mio figlio e alla fine gli ho chiesto: “Allora, preferiresti essere Pedro o Valerio?”. Ha risposto: “Pedro” e mi ha fatto piacere. Gli ho detto: “Ma tu non puoi sapere, Matteo, che Pedro per comportarsi come si comportò nella vita civile dovette avere molto più coraggio di quando rischiò la pelle combattendo. Perché il vero eroismo non è quello di un giorno, ma quello, quotidiano, difficilissimo, della rinuncia alle lusinghe e alle facili scorciatoie. È quello di combattere ad armi impari con chi usa tutti i mezzi per arrivare. È quello di accettare, pur di non vendersi, un posto nella vita sociale più modesto di quello che pensiamo ci spetterebbe. Ci vuole una grande forza interiore per essere Pedro. E a maggior ragione ce ne vuole oggi quando chi si comporta con onestà e dignità non ha nemmeno, a differenza d’un tempo, il rispetto del contesto sociale, ma gli tocca anzi subire la commiserazione, se non l’aperto disprezzo dei bari della vita”. Ci vuole una grande forza interiore per essere e restare Pedro.
Massimo Fini
(da ilfattoquotidiano.it)
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Maggio 9th, 2026 Riccardo Fucile
DOVE LA PROPAGANDA SI SPACCIA PER INFORMAZIONE
Si potrebbe dire che XXI secolo, in onda lunedì in seconda serata, è un programma a
cura del governo, di tipo istituzionale. Dove la propaganda si spaccia per informazione, ma lo fa in maniera soft. Un modulo ad esempio che né Vespa, Del Debbio o Porro saprebbero inventare. E deve essere questo il motivo per cui Francesco Giorgino gode di una curiosa, e immeritata, immunità dalle critiche anche aspre che politici o commentatori progressisti indirizzano a quelli. Forte di un alto concetto di sé, definisce il suo giornalismo basato solo “su evidenze empiriche”, si dice guidato dal massimo “rispetto dei valori supremi della libertà e del pluralismo”, sottolinea che “la politica deve lasciare in pace l’informazione”. Poi ti accorgi che invece è lui che non lascia in pace la politica, quella al potere, per omaggiarla. In fondo, della trasmissione il giornalista ha fatto un ottimo prodotto da ufficio stampa: fa il punto sull’operato della premier e dei suoi ministri. Settimana dopo settimana c’è sempre una parola buona per il governo: dal cambiamento climatico alla cultura, dallo sport alle crisi internazionali, dalla giustizia all’universo dei social, dalle stragi in Svizzera alla scuola, dal dissesto geologico ai trasporti. Non un dubbio, una perplessità, una critica, una increspatura sul mare piatto di XXI secolo.
Parlandone più di un anno fa scrissi che al confronto Porta a Porta di Vespa è la culla del pluralismo. Ma perché, mi chiedo oggi, scomodare sempre il povero Vespa? Giorgino è tutt’altra cosa, e se un confronto s’ha da fare egli è piuttosto un Mario Appelius del nuovo secolo, l’uomo che dalla radio magnificava l’operato del Duce (anche se pure lui alla fine pagò per non avere voluto occultare le sconfitte dell’Asse). A parte due puntate sul referendum, Giorgino proprio non sa cosa sia,
non la par condicio, ma il semplice pluralismo: finora (va in onda da febbraio) ha ospitato otto tra ministri e vice, più il presidente della Camera, più 4 esponenti della maggioranza (tutti di Fratelli d’Italia) e un inviato del governo. L’anno scorso i ministri erano stati una ventina, più due sottosegretari e sette esponenti di maggioranza e la stessa premier (sei presenze per la minoranza). L’opposizione? Un elemento si direbbe di esclusivo arredamento, di contorno (si son visti solo Ascani, Guerini e Gubitosa), da offrire agli spettatori in piccolissime dosi, non si sa mai! Ma i numeri, anzi le “evidenze empiriche” del suo modo di informare, per usare la lingua del nostro, sono il meno. Il meglio del conduttore del nuovo secolo lo si vede quando si rivolge agli ospiti: le domande sono come i passaggi di Platini, agli interlocutori basta spingere la palla in rete. Se c’è la Calderone e si parla di salario lui chiede “quand’è che un salario si dice giusto?”, se c’è Urso sussurra: “Le misure del governo sono in grado di alleviare le difficoltà delle famiglie?”: a volte fa l’impertinente, ma con giudizio, come quando si rivolge a Valditara dicendogli, ohibò, “le faccio una domanda diretta, perché tanta violenza nelle scuole?”, o al malcapitato Abodi: “Che significato hanno le Olimpiadi invernali per l’Italia?”. Se c’è Mantovano gli chiede “quali sono i provvedimenti del governo contro le dipendenze dai social”, mentre se c’è il viceministro Leo che rischia di perdersi sul rapporto deficit/Pil, suggerisce complice: “Se invece che 3,1% fosse stato 3,04 saremmo a posto”. Se poi irrompe il referendum, è vero, gli elettori hanno detto no ma il governo non voleva di certo mettere i giudici sotto scopa, come dice l’opposizione. Insomma il giornalista vero, si sostiene, deve vestire i panni del wacthdog, del cane da guardia; il nostro appare invece come un grazioso lapdog, fa compagnia. Il lunedì, in seconda serata.
(da agenzie)
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Maggio 9th, 2026 Riccardo Fucile
I SOVRANISTI LIQUIDANO I MAGA: FANNO PERDERE VOTI E POLTRONA
Non si sono disturbati nemmeno Pro-Pal e centri sociali a contestarli (erano tutti a Venezia per la Biennale). L’incontro romano di Marco Rubio con Giorgia Meloni è scivolato via come occasione di routine, un doppio esercizio di equilibrismo segnato dalla consapevolezza dei protagonisti che tra un’ora, un giorno, una settimana, potrebbe arrivare un tweet di Donald Trump a cambiare ogni carta messa in tavola. Lo sa Rubio, lo sa Meloni, lo sanno tutti, e dunque meglio restare sul generico ed esaltare «la duratura partnership strategica», le «priorità comuni», la «collaborazione transatlantica costante» (Rubio), il «dialogo franco tra alleati che difendono i propri interessi» (Meloni) o anche la «meravigliosa notizia» delle origini italiane del Segretario di Stato Usa (Tajani).
Dal lato Meloni il colloquio ha confermato un guardingo distacco dalle posizioni e dalle richieste dell’amministrazione Usa, e non poteva essere altrimenti. Dopo aver a lungo rinviato la presa di distanza dalle mattane del Presidentissimo, la premier non può dare neanche lontanamente l’impressione di preparare ulteriori giravolte, e infatti dice che l’unità dell’Occidente è preziosa ma, riferendosi alla difesa degli interessi italiani, fa capire: non ad ogni costo. Dal lato Rubio, le ambizioni legate al viaggio – se esistevano – erano state già stroncate dai malevoli tweet della Casa Bianca alla vigilia della partenza. Il Segretario di Stato si è arrangiato di conseguenza, badando soprattutto ai segnali da veicolare sulla stampa statunitense: per mal che vada, i contatti romani torneranno utili nel duello con J.D. Vance per la futura corsa alla Presidenza, dove il voto dei cattolici Usa e degli italoamericani avrà il suo peso.
La visita conferma che sarebbe complicato per la destra italiana – ammesso e non concesso che lo voglia – un rewind ai tempi belli dell’afflato Maga e delle pacche sulle spalle alla Casa Bianca. Gli appuntiti paletti posti da Trump sulle questioni di maggior rilievo per il nostro Paese sono stati ribaditi uno per uno, rendendo oggettivamente impossibile un riavvicinamento a breve termine. Il ritiro delle truppe Usa, dice Rubio, resta sul tavolo: la decisione è prerogativa esclusiva di Trump, inutile parlarne. La mancata concessione di Sigonella per le operazioni belliche in Iran è un macigno perché gli americani stanno nella Nato soprattutto per quello, per la possibilità di schierare forze nei Paesi europei «che possiamo impiegare in altre situazioni». Su Hormuz ci si aspetta dagli alleati «qualcosa di più delle parole forti».
Meloni non poteva che prendere atto e passare all’appuntamento successivo (con gli agricoltori, a Milano). E tuttavia l’incontro ha avuto una sua utilità: conferma, anche agli ultimi pasdaran del trumpismo di destra, che il problema con la Casa Bianca è assai più concreto delle sgradevoli battute sul Papa o della sguaiata denigrazione dell’impegno militare italiano nelle vecchie guerre americane, ma ha a che fare con questioni insormontabili per qualunque governo. Gli atti di fedeltà richiesti da Donald Trump, se soddisfatti, provocherebbero probabilmente la caduta dell’esecutivo in Parlamento e un tracollo del consenso personale di Meloni.
Dare le basi ai caccia diretti a Hormuz, collaborare alla guerra nel Golfo, facilitare il ritiro Usa moltiplicando le spese militari, lasciare l’Ucraina al suo destino assumendo il ruolo che una volta era di Viktor Orban, significherebbe rinunciare a ogni prospettiva di un bis a Palazzo Chigi. Il famoso bivio – con l’Europa o con Trump? – che ha a lungo agitato il centrodestra, da un mese non esiste più perché da una parte c’è la possibilità di giocarsi la conferma e dall’altra il suicidio.
E così, al convegno di Confagricoltura, Meloni liquida con un paio di battute il summit americano dal quale è appena è uscita. Entrambi comprendiamo – dice la premier riferendosi al colloquio con Rubio – quanto sia importante il rapporto transatlantico, «ma entrambi sappiamo che è necessario per ciascuno difendere i propri interessi nazionali». Quella congiunzione avversativa è rivelatrice, ricorda una citazione celebre tra i nerd del Trono di Spade: tutto ciò che viene prima del “ma”, non conta niente.
Flavia Perina
(da lastampa.it)
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Maggio 9th, 2026 Riccardo Fucile
NULLA COME QUESTA SVENTURATA ESPOSIZIONE CERTIFICA IL FALLIMENTO DEL DISEGNO MELONIANO
E’ sicuramente uno scherzo del destino, e non l’ultimo “uovo del drago” depositato dal
diabolico Buttafuoco. Ma fa comunque un certo effetto che la sessantunesima edizione della Biennale di Venezia accusata di putinismo apra i battenti nello stesso giorno in cui la Russia celebra l’ottantunesimo anniversario della vittoria sul nazifascismo.
All’Arsenale il taglio del nastro che apre la rassegna, stavolta intossicata dai miasmi sul padiglione russo, tra reprimende europee, sarabande salviniane e scorribande delle Pussy Riot. Sulla Piazza Rossa la solita parata militare, stavolta senza blindati e missili ma con i reduci della Seconda guerra mondiale e i soldati del fronte ucraino, in colonna davanti allo zar di Mosca e ai pochi capi di Stato che ancora gli baciano la pantofola.
In mezzo, il più velenoso regolamento di conti tra la nomenklatura di governo e di sottogoverno e l’intellighenzia al seguito delle destre al comando. Da quasi quattro anni vagheggiano e vaneggiano di un nuovo “racconto” da offrire al Paese, che parte dalla storia, abbraccia la religione, incrocia l’arte, attraversa la letteratura e il cinema. Poi, invariabilmente, tutto precipita nella spartizione della Rai e nell’occupazione manu militari di tutte le casematte del potere materiale e immateriale. Più che “egemonia”, fanno “macelleria culturale”.
Nulla come questa sventurata Biennale certifica il fallimento del disegno meloniano, che anche sulla cultura va a sbattere sullo stesso muro contro il quale si infrange la sua politica estera. Non solo l’abbraccio mortale con Trump (al quale la premier si è voluttuosamente abbandonata), ma anche quello con Putin (al quale alcuni suoi Fratelli e quasi tutti i leghisti non si sono mai sottratti). Con il fantasma dell’uomo del Cremlino che aleggia tra le calli, la kermesse alla Serenissima è la rappresentazione plastica del caos.
A partire da Salvini: tra un comiziaccio da fascio-sovranista a piazza Duomo e una visita da re magio con i giocattoli alla famiglia del bosco, capitan Matteo ha scoperto che «l’arte non ha colore né confini né censure», e quindi va con gioia al padiglione russo perché «gli assenti hanno sempre torto». Alessandro Giuli gli risponde per le rime: «Pensavo facesse autocritica, per scusarsi del fatto che frequenta poco il suo ministero… ».
Una rissa da bar, che se il paragone non suonasse irriguardoso per pezzi da novanta come Andreatta e Formica ricorderebbe quella famosa tra i “commercialisti di Bari”
e le “comari di Windsor” della Prima Repubblica. Ma questo è puro “teatrino della politica”: il 24 maggio a Venezia si vota, Vannacci ha messo la freccia e nessuno vuole farsi scavalcare dal partito filo-russo del generale.
Restiamo alla macelleria culturale intorno alla Biennale. L’hanno affidata a Pietrangelo Buttafuoco, forse l’unico vero intellettuale (insieme a Giordano Bruno Guerri e a Franco Cardini) di una destra radicale ma colta, libera, per certi versi “irregolare”. Buona scelta, di quelle che avrebbero potuto e dovuto fare anche in altri ambiti, se solo ne avessero avuto il coraggio. Non l’hanno fatto, e ora capiamo il perché.
Buttafuoco ha deciso di accogliere Russia e Israele, convinto che l’arte debba unire e non dividere i popoli. Alla sua maniera, un po’ guascona e un po’ dannunziana, ha citato l’appello di Mattarella «ai liberi e agli audaci». Giusto o sbagliato che sia il merito, ha esercitato il suo ruolo in autonomia. Ma è proprio questo che il governo non accetta, cioè il metodo: io ti ho messo lì, tu obbedisci agli ordini.
In un primo momento, senza esplicitare la “teoria”, Giuli aveva provato a risolvere con la burocrazia: mandando a Venezia gli ispettori, sperava di far emergere qualche irregolarità nelle procedure. Missione fallita. E ora il ministro, pur confermando la sua posizione pro-Ucraina, prova a voltare pagina: «Pietrangelo ha portato la Russia in mostra alle spalle del governo… così ha fatto un favore a uno Stato belligerante… ma l’autonomia è un confine che non possiamo valicare».
Metodo corretto, se solo il governo l’avesse fatto suo fin dall’inizio. Ma non è così. Da Leonardo alla Fenice, tutti gli incarichi conferiti finora sono ispirati solo dalla fedeltà. L’appartenenza clanica e minoritaria al vecchio Msi di Colle Oppio. Proprio perché rinchiusa per anni in quella setta, la Sorella d’Italia vinte le elezioni avrebbe potuto stupirci aprendo porte e finestre del partito, offrendo incarichi di responsabilità a persone capaci, affini ma non organiche. Uno sparuto drappello di “indipendenti di destra”, come negli anni ’70 e ’80 esistevano gli “indipendenti di sinistra”. Certo, di là non esistono i Rodotà e gli Sciascia. Ma si poteva trovare di meglio dei Gianmarco Mazzi e dei soliti Pavolini in minore selezionati di volta in volta dall’anima nera di palazzo Chigi Giovanbattista Fazzolari.
«Non tollereremo rendite e parassitismi, i soldi dei contribuenti sono sacri!», aveva tuonato Giuli, appena seduto sulla sedia elettrica che fu di Sangiuliano. In quest’ultimo anno la politica culturale della destra è rimasta sempre la stessa. Insulti alla sinistra che «non ha più intellettuali ma solo comici». Sberleffi agli attori e ai registi che chiedono la riforma del tax credit.
Pesci in faccia agli Elio Germano rappresentanti di «una minoranza rumorosa che ciancia in solitudine». Repulisti agli Uffizi di Firenze, alla Pinacoteca di Brera, al museo Ginori di Sesto Fiorentino. Blitz sullo statuto dell’Accademia del cinema italiano e sulla governance del Centro sperimentale cinematografico. Bordate contro Massini e Saviano, Augias e Scurati, Gruber e Fazio. «Sgomento» di fronte al delinquente Kaufmann che prima di massacrare a Villa Pamphili la compagna e la figlioletta di 6 mesi ha incassato 836mila euro per un film mai girato. «Non permetteremo più che questo accada», giurava nel sangue il Divo Giuli, allora.
Un anno dopo, è tutto uguale. Anzi, è persino peggio. C’è la vergogna del finanziamento negato al documentario su Giulio Regeni dalla Commissione ministeriale, che invece l’ha generosamente concesso a un porno-soft con Manuela Arcuri e a una biografia di Gigi D’Alessio. Il ministro ha avuto almeno il buon gusto di scusarsi, alla cerimonia dei David al Quirinale, di fronte al Capo dello Stato. «Mai più», ha promesso. Ma chi si fida, dopo un’intera legislatura di impegni traditi?
Tutto resta Cosa Loro: poltrone ministeriali e commissioni scientifiche, fondazioni culturali e musei, teatri ed enti lirici, premi letterari e bande musicali. Altro che appelli alla destra a non «vedere la cultura come il terreno di una guerra di trincea, in cui eserciti contrapposti si contendono posizioni di potere», come scriveva lo stesso Giuli nel suo Gramsci è vivo di due anni fa.
L’encefalogramma delle nuove iniziative è piatto, dimenticate le stantie fiction Rai su Fiume e Marconi e archiviate la mostra penosa su Tolkien e quella pelosa sul Futurismo. In compenso, è caduta sul campo pure Beatrice Venezi, la “bacchetta nera” imposta a ogni costo alla Fenice. Dalla «nuova egemonia culturale» è tutto: la linea a voi, solito “culturame” della sinistra woke e radical chic.
(da Repubblica)
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Maggio 9th, 2026 Riccardo Fucile
RISPETTO ALLA SPESA PREVISTA INIZIALMENTE COSTERA’ IL 248% IN PIU’ (PER ORA)
Il cosiddetto “decreto Ponte” è diventato legge dello Stato. Con 160 voti a favore, 110 contrari e 7 astenuti, ieri la Camera dei Deputati ha infatti approvato il testo senza modifiche rispetto al Senato, definendo le regole e i costi per l’infrastruttura sullo Stretto di Messina. Dal testo emerge che l’opera varrà complessivamente 14,442 miliardi di euro, il 248% in più rispetto alle stime iniziali. Al netto del via libera parlamentare, il provvedimento non scioglie i nodi principali che da anni accompagnano l’opera: tempi, sostenibilità economica, compatibilità ambientale e, soprattutto, la reale possibilità di avviare i cantieri nei termini annunciati dal ministro Matteo Salvini e poi sistematicamente smentiti dai fatti. Si prevede infatti una profonda rimodulazione delle tempistiche di esborso: 2,787 miliardi verranno traslati dal quadriennio 2026-2029 al periodo 2030-2034.
L’intervento normativo del governo, forte anche del voto di fiducia incassato in Parlamento, si è reso indispensabile in seguito ai rilievi formulati in autunno dai magistrati contabili, i quali avevano portato alla ricusazione della delibera Cipess riguardante il progetto definitivo. Per superare l’impasse, la supervisione delle procedure non sarà più affidata a un supercommissario, ma competerà direttamente al Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti. Il dicastero dovrà chiarire come l’opera si regge economicamente, aggiornando il Piano economico finanziario della Stretto di Messina spa e verificando costi, coperture, tariffe, canoni, ricavi attesi e sostenibilità complessiva. Una questione tutt’altro che marginale, soprattutto se si considera che l’appalto di riferimento è sostanzialmente quello di vent’anni fa, mentre i costi sono enormemente cresciuti.
Non solo conti. Il Mit e le amministrazioni competenti dovranno svolgere nuovi controlli per rispettare la direttiva “Habitat” (la disciplina europea che regola i progetti su siti Natura 2000, come lo Stretto di Messina). È prevista una ricognizione delle valutazioni ambientali e della valutazione di incidenza, tenendo conto anche delle soluzioni alternative, oltre a un provvedimento del Mit sulle conseguenze attese per la salute e la sicurezza pubblica, e una nuova deliberazione del Consiglio dei ministri sugli Iropi (“motivi imperativi di rilevante interesse pubblico”) che possono giustificare il progetto nonostante impatti rilevanti.
Il decreto riordina peraltro la governance delle grandi opere pubbliche, riducendo il numero dei commissari straordinari e rafforzando il ruolo delle aziende pubbliche già operanti nel settore. Per gli interventi viari collegati al Ponte viene nominato commissario l’amministratore delegato di Anas, Claudio Andrea Gemme, mentre per le infrastrutture ferroviarie complementari il ruolo spetta all’ad di Rfi, Aldo Isi. Entrambi opereranno con i poteri dello «Sblocca cantieri», cioè in deroga alle norme sui contratti pubblici, per coordinare e accelerare la realizzazione delle opere accessorie. Nel corso dell’esame parlamentare il provvedimento è passato da 11 a 15 articoli, includendo la messa in sicurezza del traforo del Gran Sasso e delle autostrade A24 e A25, la funzionalità dei commissari per gli Europei di calcio del 2032, misure per la linea C della metropolitana di Roma e la tutela della laguna di Venezia. È stato inoltre acquisito al patrimonio dello Stato il Mose, insieme a interventi di semplificazione per i gasdotti di importazione dall’estero dichiarati di interesse strategico nazionale.
Lo scorso marzo, il presidente dell’Autorità Nazionale Anticorruzione, Giuseppe Busia, ha aperto un nuovo fronte sulla realizzazione del Ponte in audizione davanti alla commissione Ambiente del Senato, sostenendo che l’opera, così come oggi configurata, richiederebbe una nuova gara d’appalto per allinearsi alle regole europee. «Il tema principale della nuova gara non è risolto dal decreto», ha spiegato il presidente dell’Anac, evidenziando come «l’assenza di una gara» comporti che «il passaggio da un progetto in cui il privato era chiamato a sostenere gran parte dei costi, il 60%, a una decisione politicamente diversa di garantire un finanziamento integralmente pubblico cambia completamente il quadro e quindi richiede una nuova gara». Il riferimento è all’articolo 72 della direttiva europea sugli appalti, che disciplina le modifiche sostanziali dei contratti in corso. Sul tema dei costi legati all’opera, Busia ha ricordato che la base originaria era intorno ai 4 miliardi, mentre oggi il valore complessivo è arrivato a una cifra che, a suo avviso, rende quantomeno necessario un confronto con Bruxelles per verificare la compatibilità con la normativa.
(da lindipendente.online)
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Maggio 9th, 2026 Riccardo Fucile
E’ UN DANDY PER ROTOCALCHI EVOLUTI, UN DEMOCRISTIANO ESOTERICO, IL TRIONFO DELLA CULTURA TRASFORMATA IN SOPRAMMOBILE
Pietrangelo Buttafuoco è il trionfo definitivo della cultura italiana trasformata in
soprammobile. Non più l’intellettuale tragico, non più il corsaro ideologico, non più il monaco guerriero della destra esoterica: ma il suo derivato televisivo, commestibile, nazionalpopolare. Una specie di cardinale barocco progettato da Mediaset dopo una full immersion di Franco Battiato, Julius Evola e “Linea Verde”.
Per anni ci hanno venduto Buttafuoco come figura irregolare, scandalosa, quasi indecifrabile. In realtà è perfettamente leggibile. Anzi: perfettamente italiano. Dietro le citazioni arabe, i turbamenti mediterranei, le pose levantine e la dizione da ierofante etneo, c’è il più classico prodotto culturale italiano: il democristiano estetico. Non la Democrazia Cristiana dei congressi e delle correnti — troppo faticosa — ma quella atmosferica, antropologica. Quella delle casalinghe che vogliono sentirsi colte senza correre il rischio di capire davvero qualcosa.
Buttafuoco infatti non è realmente radicale. È ornamentale. È il radicalismo trasformato in tappezzeria culturale. Lo ascolti parlare e sembra sempre che stia per rivelarti un segreto custodito dai sufi nel deserto siriano. Poi, dopo venti minuti di Bisanzio, Ibn Khaldun e l’Etna metafisico scopri che il concetto finale era: “la Sicilia è complessa”.
Ed è qui che emerge il suo vero talento: la trasformazione della profondità in atmosfera. Buttafuoco non argomenta, aromatizza. È il diffusore per ambienti della cultura italiana.
Persino la sua conversione all’Islam, che poteva essere un gesto destabilizzante, in lui diventa immediatamente salottiera. Non spaventa nessuno. È un Islam da terrazza di Taormina, da aperitivo con intellettuali Rai, da spezia culturale da spolverare sopra la solita malinconia italiana. Non c’è mai davvero il rischio del conflitto. Buttafuoco rende innocuo tutto ciò che tocca perché lo trasforma in scenografia.
Ed è precisamente questo che il sistema culturale italiano ama. Perché l’Italia non premia quasi mai gli intellettuali veramente pericolosi. Premia quelli che simulano il pericolo restando perfettamente integrabili. Buttafuoco è ideale in questo senso: sembra estremo ma è rassicurante. Sembra eretico ma è compatibilissimo col buffet inaugurale della Biennale. Sembra un derviscio antioccidentale ma parla come uno che non farebbe mai saltare un invito a “Che tempo che fa”.
La sua intera parabola racconta la trasformazione della destra italiana da tragedia ideologica a lifestyle culturale. Negli anni Ottanta il militante missino aveva il senso della sconfitta storica, della marginalità, perfino della violenza autolesionista. Buttafuoco prende quel mondo e lo converte in prodotto da libreria d’aeroporto elegante. È la museificazione della retorica dello sconfitto attraverso la retorica siciliana.
Anche il suo linguaggio, apparentemente ricchissimo, spesso funziona come una macchina del fumo. Un lessico sontuoso che crea l’illusione della profondità. In Italia basta pronunciare “Mediterraneo”, “Oriente”, “Bisanzio”, “zolfo”, “misticismo”, “saraceni” con sufficiente gravità e metà del pubblico va in trance. Buttafuoco lo sa benissimo. È un professionista dell’incantamento semantico.
E infatti il suo pubblico ideale non è il lettore feroce, né il vero reazionario, né il rivoluzionario. È il pubblico che vuole sentirsi intelligente senza essere disturbato. La borghesia italiana che desidera il brivido dell’eresia in confezione regalo. Le famose “casalinghe di destra colte” che vogliono poter dire durante una cena: “Sai, Buttafuoco ha una visione mediterranea molto interessante”.
In questo senso è profondamente nazionalpopolare. Nonostante le pose aristocratiche, Buttafuoco appartiene totalmente alla televisione italiana. Ne ha il ritmo, il compiacimento, la battuta preparata, la teatralità controllata. Anche quando cita René Guénon sembra stia facendo un provino permanente per un talk show del sabato sera.
Possiede davvero cultura, memoria, stile. Non è un bluff totale. Sarebbe quasi più facile se lo fosse. Il problema è che usa quel talento soprattutto per costruire il personaggio Buttafuoco. Un personaggio perfetto per un Paese che ama gli intellettuali purché non diventino troppo intelligenti, i reazionari purché siano eleganti, i mistici purché facciano audience.
Così oggi Buttafuoco finisce naturalmente alla Biennale di Venezia, cioè nel luogo dove il sistema italiano consacra definitivamente i propri simulacri culturali. Ed è una nomina perfetta. Perché Buttafuoco è ormai questo: un simulacro riuscitissimo dell’intellettuale italiano. Una figura che dà continuamente l’impressione di custodire un segreto enorme mentre in realtà custodisce soprattutto il proprio personaggio.
È il Pasolini compatibile con gli sponsor. Il dandy antimoderno per rotocalchi evoluti. Il sufi da salotto Rai. Il democristiano esoterico. Il mistico televisivo. Il barocco prêt-à-porter.
E forse il suo vero genio consiste proprio qui: nell’aver capito prima di tutti che in Italia la cultura non deve più produrre idee. Deve produrre atmosfera.
Ottavio Cappellani
(da mowmag.com)
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Maggio 9th, 2026 Riccardo Fucile
CAMPO LARGO AVANTI A VENEZIA E IN TOSCANA, IL CENTRODESTRA A REGGIO CALABRIA… AL VOTO QUASI 900 COMUNI TRA MAGGIO E , GIUGNO, CON VENTI CAPOLUOGHI
Il centrosinistra per l’appuntamento delle amministrative del 24 e 25 maggio raccoglie segnali favorevoli da Venezia alla Toscana, mentre il centrodestra dopo la sconfitta del referendum sulla giustizia cerca il riscatto al Sud, a partire da Reggio Calabria. Da domani, sabato 9 maggio, scatta il divieto di pubblicare e diffondere i risultati dei sondaggi elettorali. È l’ultima fotografia di una tornata che i partiti leggono già in chiave nazionale. Saranno chiamati al voto quasi 900 Comuni, con calendari diversi nelle Regioni a statuto speciale: il grosso delle urne sarà aperto il 24 e 25 maggio, appunto, con eventuali ballottaggi il 7 e 8 giugno. In Trentino-Alto
Adige si voterà il 17 maggio, mentre in Sardegna il primo turno è fissato al 7 e 8 giugno.
I riflettori sono puntati soprattutto sui venti capoluoghi, tra cui Venezia, Salerno, Avellino, Mantova, Lecco, Messina, Agrigento, Reggio Calabria, Crotone, Andria, Chieti, Macerata, Fermo, Prato, Pistoia e Arezzo. Non ci sono metropoli come Roma, Milano o Napoli, ma il voto pesa lo stesso. Perché arriva dopo un No alla riforma della Giustizia che ha sparigliato le carte, con la legislatura ormai entrata nella sua fase finale. Maggioranza e opposizione sono già attente a misurare la tenuta delle coalizioni in vista delle politiche. Pur con la cautela che è d’obbligo quando si tratta di sondaggi, una tendenza già si intravede, e fa ben sperare il centrosinistra.
Il test di Venezia
L’osservata speciale resta Venezia. Dopo dieci anni di Luigi Brugnaro, il centrodestra prova a conservare Ca’ Farsetti con Simone Venturini, assessore uscente e candidato della coalizione. Il centrosinistra, invece, punta su Andrea Martella, senatore Pd e coordinatore veneto dem, sostenuto dal campo largo.
Qui le ultime rilevazioni danno Martella avanti. Il sondaggio Tecnè per Citynews, pubblicato il 7 maggio e realizzato tra il 5 e il 6 maggio, assegna al candidato del centrosinistra il 49% tra chi esprime un’intenzione di voto. Venturini è al 41%, mentre gli altri candidati raccolgono complessivamente il 10%. Il dato che tiene aperta la partita è quello degli indecisi o astenuti: il 46%.
Un quadro simile era emerso dal sondaggio BiDiMedia, pubblicato il 1° maggio. In quel caso Martella era dato al 47,3% e Venturini al 41,6%. E poi gli altri candidati: Giovanni Andrea Martini al 3,2%, Michele Boldrin al 3%. Numeri alla mano, dunque, il campo largo avrebbe i margini per giocarsi Venezia da favorito. Resta però da capire se il vantaggio basterà già al primo turno, superando il 50%, o se la partita si sposterà al ballottaggio.
Anche in Toscana il centrosinistra è avanti
Il secondo fronte favorevole al centrosinistra è la Toscana. Il sondaggio Emg Different per Toscana Tv, pubblicato l’8 maggio e realizzato tra il 27 aprile e il 4 maggio, fotografa tre partite molto diverse ma tutte competitive per il campo progressista. A Prato Matteo Biffoni, già sindaco dem della città e sostenuto dal
centrosinistra, viene indicato oltre il 53%, davanti al candidato del centrodestra Gianluca Banchelli, fermo al 38,5%. A Pistoia Giovanni Capecchi, sostenuto dalla coalizione progressista e anche dal Movimento 5 Stelle, è dato poco sopra il 50%, mentre Annamaria Celesti, candidata del centrodestra, è al 44,5%. Più aperta Arezzo, dove Marcello Comanducci, candidato del centrodestra, è al 43%, davanti a Vincenzo Ceccarelli, sostenuto dal campo largo, al 40,5%. Il civico Marco Donati è al 13%. Qui il ballottaggio sembra lo scenario più probabile.
Il centrodestra punta su Reggio Calabria
Se Venezia è il bersaglio grosso del centrosinistra, Reggio Calabria è la città in cui il centrodestra cerca il riscatto. Dopo il passaggio dell’ex sindaco Giuseppe Falcomatà in Consiglio regionale, il centrosinistra sostiene Domenico Battaglia, vincitore delle primarie. Il centrodestra punta invece su Francesco Cannizzaro, deputato e coordinatore regionale di Forza Italia.
Una rilevazione Swg per Lac News, pubblicata il 19 aprile e realizzata tra il 13 e il 16 aprile, indica Cannizzaro in netto vantaggio, tra il 52 e il 56%, davanti a Battaglia, stimato tra il 32 e il 36%. Più indietro Eduardo Lamberti Castronuovo, tra il 5 e il 9%, e Saverio Pazzano, tra il 4 e il 6%. Lo stesso sondaggio registra anche una bocciatura netta dell’amministrazione uscente di centrosinistra: il 74% la giudica poco o per niente efficace. Un dato che il centrodestra può utilizzare per raccontare Reggio come possibile cambio di fase nel Mezzogiorno.
A Salerno De Luca corre senza il simbolo del Pd
Un’altra città da attenzionare è Salerno, dove però non ci sono rilevazioni disponibili. Vincenzo De Luca torna in campo per provare a riconquistare il Comune dopo due mandati alla guida della Regione Campania. Lo fa però senza il simbolo del Pd, che non presenta una propria lista. M5S, Avs e altre forze progressiste sostengono l’avvocato Franco Massimo Lanocita, mentre il centrodestra si presenta con Gherardo Maria Marenghi. In corsa c’è anche l’area centrista con Armando Zambrano. Il risultato dirà molto sulla forza residua del sistema deluchiano.
A Fermo la partita è aperta
Tra le sfide più incerte c’è Fermo. Una rilevazione Tecnè per CF Comunicazione realizzata tra il 27 e il 30 aprile, fotografa una partita completamente aperta. Leonardo Tosoni, sostenuto da Fratelli d’Italia, Angelica Malvatani, appoggiata da Movimento 5 Stelle, Avs, Pd, Progetto Riformista, e Alberto Maria Scarfini, sostenuto da liste civiche, sono tutti indicati nella stessa forbice, tra il 28 e il 34%. Anche qui pesa l’incertezza: dichiara un’intenzione di voto il 52%, mentre indecisi e astensione arrivano al 48%.
La Sicilia si divide
In Sicilia le rilevazioni disponibili raccontano due partite molto diverse. A Messina il sindaco uscente Federico Basile, sostenuto da Sud chiama Nord e liste civiche, parte avanti. Il sondaggio Swg, commissionato da Sud chiama Nord e pubblicato il 22 aprile, lo colloca tra il 50 e il 54%. Marcello Scurria, sostenuto da Fratelli d’Italia, Lega e Forza Italia è indicato tra il 23 e il 27%. Antonella Russo, sostenuta da Pd, M5S e Controcorrente, è tra il 19 e il 23%. Indecisi e non voto arrivano al 30%. Il giudizio sull’operato del sindaco uscente rafforza il quadro: il 72% lo valuta molto o abbastanza efficace. Anche un’altra rilevazione, realizzata da Lab21 e pubblicata il 10 aprile, confermava il vantaggio di Basile con una stima puntuale al 54,3%, davanti a Scurria al 21,1% e Russo al 20,6%.
Ad Agrigento, invece, il sondaggio Keix commissionato da Controcorrente che sostiene il candidato del campo largo Michele Sodano, lo dà in testa con una forbice tra il 36 e il 39%. Il centrodestra è diviso: Dino Alonge, sostenuto da Forza Italia, Fratelli d’Italia e Udc è indicato tra il 16 e il 19%; Luigi Gentile, sostenuto da Lega, Democrazia Cristiana, Noi Moderati e Sud chiama Nord tra il 10 e il 13%. Gli indecisi sono il 25%. Qui il vantaggio del centrosinistra si intreccerebbe con le divisioni nel centrodestra.
Le altre città al voto
Anche in Lombardia il centrosinistra potrebbe sorridere. L’ultima fotografia, datata prima che la campagna elettorale entrasse nel vivo, darebbe in vantaggio il campo progressista. A Mantova il sondaggio Winpoll per Scenari Politici, pubblicato il 13 febbraio, dava Andrea Murari, candidato del centrosinistra, al 64,7%, e il candidato del centrodestra Raffaele Zancuoghi al 23,8%. Con un’ampia area di indecisi e astenuti, il 32%.
Ma la mappa del voto non si esaurisce ai sondaggi. A Lecco il centrosinistra prova a confermare Mauro Gattinoni, mentre il centrodestra sostiene Filippo Boscagli. A Macerata il campo progressista punta su Gianluca Tittarelli per provare a battere il sindaco uscente leghista Sandro Parcaroli. Ad Avellino il centrosinistra corre con Nello Pizza, mentre il centrodestra si presenta diviso: Forza Italia e Fratelli d’Italia appoggiano Laura Nargi, Lega e Udc sostengono Gianluca Festa.
A Chieti il campo largo sostiene Giovanni Legnini, ex vicepresidente del Csm ed ex commissario per la ricostruzione, mentre il centrodestra si divide tra Cristiano Sicari e Mario Colantonio. A Crotone il sindaco uscente Vincenzo Voce cerca la riconferma con una lista civica e l’appoggio del centrodestra, mentre il centrosinistra sostiene Giuseppe Trocino.
In Puglia, a Trani il centrosinistra punta su Marco Galiano, ex sindacalista e dirigente scolastico, mentre il centrodestra schiera Angelo Guarriello. Ad Andria la sindaca uscente dem Giovanna Bruno cerca la riconferma contro Sabino Napolitano, candidato del centrodestra.
(da agenzie)
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Maggio 9th, 2026 Riccardo Fucile
IL FORZISTA NAZARIO PAGANO, PRESIDENTE DELLA COMMISSIONI AFFARI COSTITUZIONALI DELLA CAMERA, STA RALLENTANDO L’ITER DI APPROVAZIONE DELLA RIFORMA, MANDANDO NEL PANICO GIORGIA MELONI, TERRORIZZATA DI FINIRE “NEL PANTANO”
A trovare il nome, non troppo originale per la verità, sembra sia stata Marina Berlusconi
in persona. “Mi parlate di rischio di pareggio, di non vittoria alle elezioni. Non ci vedrei alcun dramma. Viva il Pareggione!”, avrebbe esclamato la capa di Forza Italia e di Fininvest parlando con qualche colonnello azzurro. Così, da alcuni giorni, come racconta lo storico centrista Marco Follini, nei corridoi di Camera e Senato ha cominciato a circolare il “fantasma del pareggio”.
Anzi, del Pareggione appunto. Una strana creatura che spaventa parecchio chi pensa di poter impugnare il bastone del comando nella prossima legislatura: Giorgia Meloni ed Elly Schlein in primis. Ma che va a genio a tutti coloro, e sono tanti, stanchi di fare i gregari in un bipolarismo mutato in bipopulismo.
A spingere la Cavaliera a tifare per il Pareggione sono diverse ragioni. La prima è il timore di ritrovarsi come alleato il generale Roberto Vannacci: si narra che Meloni, pur di fare il bis a palazzo Chigi, sia pronta ad allargare la coalizione perfino a leader di Futuro nazionale accreditato del 3 e il 4%. Una scelta che radicalizzerebbe a destra il governo e che renderebbe Forza Italia residuale, un simulacro dell’europeismo e del liberismo predicato da Silvio buonanima.
La seconda ragione è legata alla speranza e all’ambizione di Marina di avere un ruolo centrale nella prossima legislatura. Di essere lei a dare le carte per la formazione di un nuovo governo, capace di scompaginare gli attuali schieramenti in nome dell’europeismo, dell’anti-trumpismo, dei diritti civili, di un ritrovato garantismo e del liberismo economico.
La terza, forse la più importante ragione della Cavaliera: la “non vittoria” del Campo progressista o del centrodestra, aprirebbe la strada alla necessità di un accordo ampio per la scelta del successore di Sergio Mattarella. E la presidente Fininvest intende assolutamente essere della partita. Di più, qualcuno, tra gli azzurri, si spinge a dire: “Marina spera di esserne la protagonista…”.
Alla capa di Forza Italia è stato spiegato che la condicio sine qua non per rendere il pareggione un’ipotesi concreta, è fermare la riforma elettorale. Lo Stabilicum: un proporzionale puro, senza collegi uninominali maggioritari e con un premio di maggioranza monstre per lo schieramento che prende anche un solo voto in più dell’altro, cui lavora da tempo Meloni. E che, guarda caso, Forza Italia sta frenando. E non poco.
Se si va a leggere il timing fissato dal forzista Nazario Pagano, presidente della Commissione affari costituzionali della Camera dove è stata incardinata la riforma elettorale, sembra di scorrere l’orario dei treni “accelerati” del Novecento. Martedì scorso sono cominciate le audizioni e Pagano ha iscritto oltre settanta relatori.
Così se ne andrà maggio. Poi giugno sarà dedicato agli emendamenti e, se va bene, a fine luglio dovrebbe arrivare il via libera di Montecitorio allo Stabilicum. Poi la palla passerebbe al Senato.
Un passo della formichina che spaventa Meloni, terrorizzata di “finire nella pantano” dei “giochi di palazzo”, in cui “a decidere non sono i cittadini ma i soliti noti…”. […] Ma mentre la segretaria dem riflette, tentata com’è di offrire (senza clamore) sponda a Meloni pur di non finire vittima di veti, agguati e caminetti dopo la chiusura delle urne, la “pareggite” si diffonde. Contagia rapida.
Viaggia veloce per i Palazzi come il primo Covid. L’untore più attivo è Carlo Calenda. Il leader di Azione, per rendere più appetibile il Pareggione, non parla più di un governo tecnico guidato da Mario Draghi. Ma di un esecutivo politico di unità nazionale “con dentro tutti quelli che credono nell’Europa e nel superamento del bipopulismo”.
I proseliti non mancano. C’è Matteo Renzi, naturalmente. Ci sono tanti riformisti del Pd che piuttosto di vedere Elly o tantomeno Giorgia a palazzo Chigi, punterebbero su Paolo Gentiloni o un premier moderato. E ci starebbe anche Conte. Il motivo: da buon neo-democristiano, progressista solo per convenienza, il leader 5Stelle con il pareggio avrebbe ampi spazi di manovra e (soprattutto) non dovrebbe incoronare Schlein premier. Senza contare che perfino Matteo Salvini, pur di incassare qualche poltrona e di non marciare al fianco del traditore Vannacci, brinderebbe a un governo con tutti (o quasi) dentro.
(da huffingtonpost.it)
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Maggio 9th, 2026 Riccardo Fucile
OGGI SONO 700MILA LE VETTURE REGISTRATE IN ITALIA. UN TEMPO L’AUTO ERA UN SIMBOLO DEL “BENESSERE ECONOMICO”, ADESSO È UN “VAMPIRO” CHE SI NUTRE DI CARBURANTI SEMPRE PIÙ COSTOSI
Gli italiani sono i più dipendenti dall’auto in tutta Europa. Il 70% dei residenti, infatti, possiede un mezzo di questo tipo, a differenza delle percentuali francesi, tedesche e spagnole che non superano il 60% (proprio come la media Ue, ferma al 57,8 per cento).
È ciò che emerge dalle Storie di dati dell’Istat nel report “Lo sviluppo dei trasporti e delle comunicazioni”, che ricorda come l’auto sia stata «simbolo di benessere economico» nel boom economico: tra 1961 e 1971, le autovetture iscritte sono passate allora da meno di 50 a oltre 200 ogni mille abitanti.
Poi, le vetture iscritte al Pra (Pubblico registro automobilistico) sono diventate 500 nel 1991 e, nel 2024, hanno superato i 700.
Il rapporto mette, di fianco, i dati della rete ferroviaria. L’Italia non ha nulla da invidiare agli altri Paesi: l’estensione nazionale è di 3,7 km ogni mille km quadrati, superiore alla media Ue (2,1) e inferiore solo a Francia (4,3) e Spagna (6,3).
Ma la domanda di trasporto ferroviario complessiva è di oltre 55 miliardi di passeggeri per chilometro, la metà di quella francese e tedesca (rispettivamente 107 e 109 miliardi di passeggeri).
(da ilsole24ore.com)
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