Maggio 7th, 2026 Riccardo Fucile
ARMATI DI UNO SFOLLAGENTE TELESCOPICO ED ALTRE ARMI IMPROPRIE, HANNO PRESO DI MIRA EXTRACOMUNITARI E PERSONE SENZA FISSA DIMORA, SCELTE IN MODO CASUALE … FURONO CINQUE LE AGGRESSIONI A SFONDO RAZZIALE CONSUMATE IN UNA NOTTE DAI DUE
Armati di uno sfollagente telescopico ed altre armi improprie, fecero una vera e propria “caccia all’uomo” a Roma prendendo di mira persone di origine extracomunitaria e senza fissa dimora, selezionate in modo del tutto casuale.
Cinque le aggressioni a sfondo razziale consumate in una notte da 3 giovani, due dei quali appartenenti alla compagine giovanile di un’organizzazione militante nell’estrema destra. Perquisiti e denunciati dalla polizia. Uno di loro, minorenne, è stato sottoposto alla misura cautelare del collocamento in comunità. Trovata la spranga usata, un coltello e una copia del “Mein Kampf”.
Le aggressioni erano state compiute tutte la notte del 7 febbraio scorso nella zona della stazione Termini. L’ultima fu interrotta dall’improvviso per il sopraggiungere di alcune persone. Le vittime allo stato sono rimaste ignote.
Le indagini, condotte dagli investigatori della Digos della Questura capitolina e coordinate dai magistrati della Procura presso il Tribunale Ordinario e per i Minorenni di Roma, sono state avviate a seguito della denuncia sporta presso il Compartimento di Polizia Ferroviaria da un cittadino di origini nigeriane.La successiva e complessa attività di indagine condotta dagli investigatori della Digos della Questura capitolina ha consentito di risalire all’esatta identità dei presunti responsabili dei cinque episodi.
Nel corso delle attività di perquisizione sono stati rinvenuti anche i capi d’abbigliamento utilizzati durante le aggressioni e materiale propagandistico inerente all’ideologia di estrema destra, I tre ragazzi, sono stati denunciati, in concorso tra loro, per il reato di lesioni personali aggravate dall’odio razziale,
nonché per porto di armi e oggetti atti ad offendere. Il giovane minorenne, ha precedenti penali inerenti all’apologia del fascismo e per aver imbrattato, il 7 giugno 2025, la Sinagoga di via Garfagnana con epiteti antisemiti ed il simbolo della svastica.
(da agenzie)
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Maggio 7th, 2026 Riccardo Fucile
E’ QUANTO EMERGE DALLA TESTIMONIANZA REGISTRATA DAI MEDIA URUGUAIANI DI UN EX COMPAGNO DI MARÍA DE LOS ÁNGELES GONZÁLEZ COLINET, CHE RISULTA TUTTORA SCOMPARSA… L’UOMO, CONTRADDICENDO QUANTO AFFERMATO DAL GIUDICE, HA RIFERITO CHE, SEBBENE SIA VERO CHE IL MINORE È NATO IN UN CONTESTO DI GRAVE VULNERABILITÀ, LA MADRE HA CERCATO DI PRENDERSI CURA DI LUI DURANTE I PRIMI MESI DI VITA
La madre biologica del bambino poi adottato da Nicole Minetti si prese cura del
figliodurante i suoi primi mesi di vita. E che poi tentò di vederlo quando era nell’Inau ma le fu impedito. E’ quanto emerge dalla testimonianza registrata dai media uruguaiani di un ex compagno di María de los Ángeles González Colinet, questo il nome della donna che risulta tuttora scomparsa.
L’uomo, contraddicendo quanto affermato dal giudice, ha riferito che, sebbene sia vero che il minore è nato in un contesto di grave vulnerabilità, la madre ha cercato di prendersi cura di lui durante i primi mesi di vita.
Il testimone ha dichiarato che González Colinet “andò a trovare la bambina, ma la cacciavano via”, riferendosi a coloro che lavoravano presso il centro Inau dove si trovava il piccolo. “L’ho portata lì, e un paio di volte le hanno permesso di vederlo. Poi hanno iniziato a non farla più entrare”, ha aggiunto.
Ha anche affermato che “a causa della tossicodipendenza di González Colinet”, l’Inau chiese che le venisse tolta la custodia del bambino. “L’ho persino portata al Tribunale di Pace e se n’è andata piangendo perché il giudice non glielo ha restituito”, ha aggiunto. Secondo i registri dell’ospedale Pereira Rossell, dove il bambino è nato – scrivono i media locali – la madre è stata con il neonato per i primi otto giorni. Dopodiché, è intervenuto l’Inau e González Colinet non ha più avuto praticamente contatti continui con il figlio.
(da agenzie)
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Maggio 7th, 2026 Riccardo Fucile
GIORNI FA UN COLONO ISRAELIANO HA SPUTATO SULLA PORTA DI INGRESSO DELLA CATTEDRALE DI SAN GIACOMO A GERUSALEMME E POI USA IL DITO MEDIO PER FORMARE IL SIMBOLO DELLA CROCE …AD APRILE, UN SOLDATO ISRAELIANO HA COLPITO CON UNA MAZZA UNA STATUA DI GESÙ CROCIFISSO IN LIBANO. SEMPRE A GERUSALEMME, UN UOMO HA AGGREDITO LA SUORA CATTOLICA FRANCESE MARIE-REINE IN PIENO GIORNO SUL MONTE SION
Il piccolo villaggio cristiano di Debel nel sud del Libano è nuovamente al centro di un episodio di vandalismo di simboli religiosi da parte di soldati israeliani. Questa volta a diventare virale sui social, accendendo i riflettori su un fenomeno ricorrente, è l’immagine di un soldato israeliano che infila una sigaretta nella bocca di una statua della Vergine Maria. Solo tre settimane fa, sempre da Debel provenivano le immagini che avevano fatto il giro del mondo di un altro soldato israeliano intento a prendere a martellate una statua di Gesù.
Il portavoce dell’Idf ha confermato che, da un’indagine preliminare, è emerso che la foto è stata scattata nel villaggio di Debel diverse settimane fa, ma è stata condivisa online solo oggi.
Il soldato responsabile del vandalismo sulla statua di Gesù il 20 aprile scorso, insieme a quello che lo aveva fotografato, erano stati condannati a trenta giorni di detenzione e rimossi da incarichi di combattimento.
L’esercito afferma di “rispettare la libertà di culto, i luoghi sacri e i simboli religiosi di tutte le religioni e comunità” e di “non avere alcuna intenzione di danneggiare infrastrutture civili, inclusi edifici religiosi o simboli religiosi”Negli ultimi mesi, diversi episodi hanno aumentato la tensione tra Israele e la Santa Sede. Dopo i dissensi intorno alle restrizioni all’accesso al Santo Sepolcro a Pasqua durante la guerra con l’Iran, la settimana scorsa, una suora francese cattolica è stata aggredita in pieno giorno in città vecchia a Gerusalemme, un atto per cui è stato arrestato un trentaseienne israeliano nei giorni scorsi.
(da agenzie)
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Maggio 7th, 2026 Riccardo Fucile
AVREBBE CHIESTO A TAJANI DI APPOGGIARE LA SUA RICHIESTA…C’È UN PICCOLO (GRANDE) PROBLEMA: È INDAGATA PER IL CASO ALMASRI: CHE COSA SUCCEDE SE VA A PROCESSO? ALTRO PROBLEMA: BARTOLOZZI NON PARLA INGLESE
Giusi Bartolozzi è tornata a indossare la toga, ma potrebbe tenerla ancora davvero per
poco. L’ex capa di gabinetto del ministro Carlo Nordio, dimessasi dopo il fallimento al referendum, è tornata in ruolo come magistrata presso la corte d’appello di Roma, ma da subito sono circolate indiscrezioni sulla sua ricerca di un nuovo incarico su un fronte che non sia quello direttamente giudiziario.
Uno in particolare alletterebbe la ex zarina, portandola a trasferirsi oltre la Manica e lontana dalle tensioni nostrane: magistrato di collegamento a Londra.
La richiesta deve arrivare da un ministero al Csm, per ottenere il placet della prima commissione e poi del plenum. Il ministero della Giustizia – osservato speciale e in piena riorganizzazione dopo le sue dimissioni – non è in questo momento la porta giusta a cui bussare.
Ecco perché, secondo fonti interne, la richiesta a palazzo Bachelet dovrebbe arrivare dal ministero degli Esteri guidato da Antonio Tajani. Se tutto andrà come spera Bartolozzi, la richiesta arriverà dalla Farnesina al Consiglio (martedì si è svolta la seduta di commissione e nessuna lettera è ancora pervenuta), che poi dovrà assumersi la responsabilità di accordarle l’incarico.
Del resto, il ruolo cui la magistrata punta ha molti punti di contatto con il ministero di Tajani: il ruolo infatti prevede facilitare la cooperazione giudiziaria tra Italia e Regno Unito e le funzioni riguardano rogatorie, estradizioni, riconoscimenti di sentenze e scambio di informazioni tra procure e tribunali. Insomma, dall’ufficio passano tutti i dossier transnazionali più complessi, oltre che il rapporto con le autorità giudiziarie del Regno Unito per le indagini su reati di criminalizzata.
La richiesta di un incarico fuori ruolo a Londra di Bartolozzi a cui la Farnesina sta pensando, tuttavia, rischia di incontrare molti problemi, sia politici che pratici.
Anche perché, sostengono fonti di via Arenula, l’ex capa di gabinetto non parla inglese. Lo starebbe studiando, ma per un incarico di tale responsabilità servirebbe quantomeno la padronanza fluente della lingua.
Un premio politico a Bartolozzi, invece, sarebbe molto complicato da giustificare dopo le sue dimissioni “forzate” e richieste su forti pressioni addirittura di palazzo Chigi.
Il fatto che la richiesta di questo nuovo incarico possa passare dalla Farnesina, poi, è il segnale di una sua cesura definitiva con il mondo di Fratelli d’Italia, cui lei era molto legata grazie allo stretto rapporto con l’ex sottosegretario Andrea Delmastro.
Tanto che, prima del referendum, si favoleggiava di un seggio per lei sicuro in Sicilia. Invece, secondo fonti del ministero, Bartolozzi starebbe cercando buoni uffici presso il suo ex partito, visto che il ministero è guidato dal leader di Forza Italia, con cui era stata eletta alla Camera e che lei aveva lasciato nel corso della passata legislatura per traslocare al gruppo misto.
Nel caso in cui la richiesta del ministero degli Esteri arrivasse al Csm, si aprirebbero anche una serie di problemi di natura tecnica. Il Consiglio che ha appena rimesso in ruolo Bartolozzi, infatti, dovrebbe prendere in considerazione la sua nomina all’estero nel momento in cui la toga risulta ancora indagata per il caso Almasri.
Ora il fronte penale è fermo, in attesa che si risolva il conflitto di attribuzione sollevato dalla Camera nei confronti della procura di Roma davanti alla Corte costituzionale. Bartolozzi, infatti, è indagata per false informazioni al pubblico ministero e, se la Consulta stabilisse che la competenza sul suo caso spetta al tribunale dei ministri e non ai magistrati romani, l’autorità giudiziaria dovrà chiedere un’autorizzazione a procedere a Montecitorio dagli esiti scontati, come già avvenuto per i ministri coinvolti nel caso e “scudati”.
Se così non fosse, invece, l’ex capa di gabinetto ora tornata in toga rischia di trovarsi imputata in un procedimento penale e questo si tradurrebbe anche nell’apertura di un procedimento disciplinare a suo carico al Csm.
In altre parole, nel caso di richiesta della Farnesina, ai consiglieri del Csm si porrà il dilemma di accordare o meno un incarico fuori ruolo a Bartolozzi, nelle more in cui si attende di sapere se sarà o meno rinviata a giudizio.
Dal punto di vista generale, la prima commissione in genere accorda sempre le richieste che provengono dai ministeri sulla base del principio di leale collaborazione e, di norma, eventuali preclusioni a nuovi incarichi scattano per le toghe nel momento in cui vengono colpite da sentenze di condanna. Non il caso di Bartolozzi, che in caso di rinvio a giudizio comunque avrebbe davanti un iter processuale ancora da cominciare.
(da agenzie)
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Maggio 7th, 2026 Riccardo Fucile
RONCONE: “LO SAPEVANO CHE BUTTAFUOCO È bINCONTROLLABILE. IL PADIGLIONE RUSSO È UN PO’ STILE PALAZZO D’INVERNO… ARTE DI REGIME. DEL RESTO ANASTASIA KARNEEVA, COMMISSARIA DEL PADIGLIONE, È IN SOCIETÀ CON EKATERINA VINOKUROVA, FIGLIA DEL MINISTRO DEGLI ESTERI RUSSO SERGEJ LAVROV”
Sulla banchina dell’Arsenale ecco gli sguardi dei primi visitatori, donne diafane con i capelli inzuppati e nobili decaduti in vecchi trench gocciolanti, metrosexual avvolti in mantelle dai toni pastello, critici d’arte, tutti con l’aria allietata e un po’ sognante. «È l’effetto dei vodka tonic», spiega un fotografo.
Scusa, in che senso? «Quei furbi dei russi, al primo piano del loro padiglione, hanno aperto un bar». Ma non è nemmeno mezzogiorno. «Sì, però danno da bere gratis»
Diciamo che i servizi segreti di Putin conoscono bene le debolezze dell’animo umano Qui vanno d’alcol, sempre meglio l’alcol del plutonio.
Poi andiamo a vedere cos’hanno combinato (gira voce che l’allestimento sia d’una tristezza efferata). Comunque alla fine ci sono anche loro, i russi, ed è così che s’arriva alla pre apertura di questa molto annunciata Biennale, edizione numero 61: sotto una pioggerella fitta, con un vento di scirocco che soffia dalla laguna, con pozzanghere di melma giallastra dentro cui camminiamo in un miscuglio di curiosità ed eccitazione.
Le file sono lunghissime. I cronisti s’intruppano dietro quella del Teatro Piccolo. La conferenza stampa del presidente Pietrangelo Buttafuoco inizierà tra pochi minuti e lui, il feroce saracino, per citare il titolo d’un suo libro di qualche tempo fa, quando girò voce si fosse convertito all’Islam assumendo il nome di Giafar al-Siqilli, è già
lì, in fondo al corridoio: sta per venirci a dire che nella clamorosa e lunga polemica della vigilia, in un irripetibile e impeccabile packaging che mischia l’imbarazzo della premier Meloni, certe ambizioni sprecate per una nuova egemonia culturale destrorsa, la furia filo ucraina del potente sottosegretario Fazzolari, non ha vinto, ma stravinto
La platea è affollata, i primi interventi sono molto tecnici, qualcuno visionario, un po’ pallosi. Poi però prende la parola Buttafuoco e, subito, sfotte Giuli. «Grazie al ministro che sostiene le nostre iniziative…»: un modo elegante per ricordare che, su ordine di Giovanbattista Fazzolari, furibondo, Giuli gli ha addirittura spedito gli ispettori, non partiti su notizie di irregolarità, ma piuttosto venuti a cercarle, tipo pesca a strascico. Quindi, un pensiero alla presidente del Consiglio, e ai suoi dubbi legati alla partecipazione della Russia: «…ha detto non sono d’accordo ma… ed è proprio con quel “ma” che, da par suo, e la ringrazio, ha confermato, sgargiante e definitiva, la libertà e l’autonomia… che sono alla radice dello ius, della civiltà del diritto: quella dottrina di cui Sergio Mattarella, il capo dello Stato, è maestro»
Un Buttafuoco in purezza. Buttafuoco è questo. Voleva riammettere la Russia, e c’è riuscito. Così come ha voluto pure Israele (padiglione, letteralmente, blindato). Poi, va bene: gli si è dimessa la giuria in blocco, sono arrivate lettere di fuoco da Bruxelles. La sensazione, però, è che lui avesse previsto tutto, o quasi. Vogliamo dire che ha provocato per il gusto di provocare? Forse, può darsi, ne sarebbe certo il tipo, ma non c’è certezza.
L’unico dato sicuro è che a Palazzo Chigi non possono stupirsi, perché lo sapevano e lo sanno che Buttafuoco è un intellettuale incontrollabile, sguinzagliato nel suo mondo destro e irregolare, di dottrine psichedeliche, capace di vagabondare, in prosa scritta o memorabili orazioni, tra il barocco e il lirico, trastullandosi pure in feroci frequentazioni giornalistiche e sfolgoranti incursioni teatrali
Il ministro Giuli aveva ringhiato: «Non gli faremo fare il martire!». Guardi, ministro, che Buttafuoco è qui tutto magretto nella sua giacca scura ed elegante, ben sbarbato, e sembra tutt’altro che affranto mentre sogghigna e sotto sotto si sciala e indica la strada, e dice che se è alle radici del pasticcio che vogliamo andare, bisogna uscire dall’Arsenale e arrivare ai Giardini. Il padiglione russo, superato l’ingresso, è sulla destra. Un po’ stile Palazzo d’Inverno, un po’ salone massaggi turco. Domina il verde. E la vodka. A fiumi.
L’altra sera hanno organizzato pure un dj set, ma adesso c’è un certo Alexey Khovalyg che si esibisce, un mongolo con la faccia identica a quella dei tanti mongoli disgraziati che Putin usa come carne da macellare sul fronte ucraino. Lo applaudono, anche se così fatti di vodka, applaudirebbero pure un gatto alla chitarra e un coniglio alla batteria, come nella famosa barzelletta.
Noto che l’unica istallazione, oltre al bar, è un gigantesco mazzo di fiori. Forse farebbero meglio a metterli nei loro cannoni. Ma è chiaro che questi — come Buttafuoco per primo sa — non rappresentano l’arte che resiste al regime: ma sono arte di regime (del resto Anastasia Karneeva, commissaria del padiglione, è in società con Ekaterina Vinokurova, figlia del ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov).
Fuori ci sono gli agenti del reparto mobile, perché un paio d’ore fa sono arrivate Pussy Riot e Femen, fumogeni rosa, bandiere dell’Ucraina, cori anti Putin.
Ma la vera chicca, in realtà, è nel padiglione dell’Austria, dove la ricca e assai glamour Eva Dichand, filantropa e collezionista d’arte e pure editrice del quotidiano Heute, ha finanziato un’istallazione dove una povera performer è costretta a starsene, nuda e a testa in giù, dentro una campana.
Sul significato dell’opera, ai tavoli del bistrot con vista mare, s’è aperto un dibattito serrato, al quale prende parte, invitato da una incantevole fotomodella francese, anche un certo Mikhail Mostovoi, o Mostovoijc, o qualcosa di simile, non s’è capito bene. Sostiene d’essere un mercante d’arte internazionale. Sulla quarantina, modi raffinati, sfoggia un ottimo italiano, che alterna al tedesco e all’inglese: tutti fingiamo di credere che sia come dice, un mercante, ma nessuno ci toglie dalla testa il sospetto che sia qui a osservare per conto dello Zar.
Fabrizio Roncone
per corriere.it
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Maggio 7th, 2026 Riccardo Fucile
“LA GUERRA DI GAZA? GIUSTA, MA SI INDAGHI SUI CRIMINI”
«Se l’accordo con l’Iran è quello di cui si vocifera Trump di fatto sta facendo un accordo
molto simile a quello concluso da Obama nel 2015 da cui lui si ritirò nel primo mandato. Ma il risultato potrebbe essere comunque tutt’altro che da buttare». A 80 anni suonati, Ehud Olmert non sembra essersi rassegnato al ruolo di illustre pensionato. A pochi mesi da elezioni in Israele che saranno un referendum su Benjamin Netanyahu dopo la strage del 7 ottobre e tre anni di guerre, l’ex premier ammette in un’intervista esclusiva con Open di essere al lavoro per spodestare il leader del Likud e favorire la nascita di un nuovo governo. La foto di Yitzhak Rabin in bella vista alle sue spalle nell’ufficio di Tel Aviv, tra le fiamme di guerra forse finalmente in ritirata Olmert intravede i semi di un altro, possibile Medio Oriente: un Iran senza ambizioni nucleari, il disarmo di Hamas e Hezbollah, un nuovo regime transitorio nella Striscia di Gaza, il rilancio del processo di pace israelo-palestinese. Tessere di un mosaico complicatissimo. Ma non impossibile, è il messaggio, se c’è la volontà politica.
Moratoria sull’arricchimento del nucleare iraniano, stop alle sanzioni Usa con lo sblocco di miliardi di fondi e riapertura dello Stretto di Hormuz. Dopo settimane di
negoziati caotici l’accordo con Teheran pare in vista. Se è così, sig. Olmert, sarà valsa la pena fare questa guerra?
«Penso che la fase iniziale della guerra fosse inevitabile, perché gli iraniani non erano disposti a un accordo di nessun tipo, e andavano puniti da un’operazione congiunta di Stati Uniti e Israele. Ma il tutto probabilmente poteva essere concluso due mesi fa, evitando danni all’economia mondiale, se il punto d’arrivo era quello che sta emergendo ora: non il collasso del regime, non la presa in custodia dell’uranio arricchito da parte degli americani, ma un accordo che preveda una supervisione internazionale sul programma nucleare iraniano. L’importante ora è che ci sia un’intesa chiara su come funzioneranno quei meccanismi di ispezione. Se l’Iran li accetterà e saranno efficaci, sarà un risultato molto significativo».
A luglio 2006 da primo ministro lei portò Israele in guerra in Libano dopo che Hezbollah s’era infiltrata nel nord del Paese uccidendo due soldati e rapendone altri tre. Fu guerra per un mese, poi l’Onu mediò un cessate il fuoco e rilanciò la missione Unifil per farlo rispettare e disarmare Hezbollah. Vent’anni dopo siamo da capo. O no?
«Per 17 anni dopo quella guerra non ci sono più state ostilità – non un proiettile, razzo, bomba o mortaio è più piovuto su Israele dal Libano. Poi l’8 ottobre 2023 Hezbollah ha perso il senso della realtà, pensando di infliggere a Israele lo stesso tipo di distruzione che Hamas aveva portato il giorno prima. Errore tremendo, a seguito del quale Hezbollah è stata quasi interamente distrutta. Ora però spero che si arriverà a un nuovo accordo, e più ambizioso di prima. Perché l’elemento nuovo che non è mai esistito prima è che ora c’è un governo libanese che sotto la leadership del presidente Michel Aoun è pronto non solo a lavorare insieme a Israele per disarmare Hezbollah – condizione essenziale per la stabilità e la sicurezza di entrambi i Paesi – ma anche di considerare seriamente di negoziare la pace con Israele».
Dopo il 7 ottobre Israele ha fatto guerra a Hamas a Gaza e oltre, a Hezbollah in Libano, all’Iran due volte. In tutti gli scenari ha ottenuto risultati militari importanti, ma non una vittoria completa, costretto ad accettare alla fine fragili tregue. Oggi è un Paese più sicuro rispetto a tre anni fa?
«Non c’è alcun dubbio. Certo non c’è stata alcuna vittoria totale perché Hamas è ancora in circolazione. Ma è una Hamas più piccola e più debole, senza razzi né posizioni di comando militare, senza un’ampia fetta dei suoi leader e la gran parte dei miliziani, eliminati da Israele. E noi siamo molto più all’erta, come non fummo il 7 ottobre».
Per molte persone in Occidente Israele si sente ormai uno Stato al di sopra del diritto internazionale, che si arroga la facoltà di distruggere vite, città o infrastrutture nei Paesi vicini nella proporzione che ritiene necessaria per ottenere i suoi obiettivi di sicurezza. È una descrizione sbagliata?
«La guerra a Gaza era legittima perché Hamas non ha lasciato scelta a Israele se non quella di fare tutto il possibile per eliminare i suoi leader e quanti più dei terroristi che ci hanno aggredito il 7 ottobre. Ma è vero che è durata molto più del necessario, e che la reazione imponente di Israele ha causato danni e dolori per la maggior parte delle persone di Gaza. Bisognerà indagare se sono stati commessi crimini di guerra, e se ciò sarà accertato sarà una cosa terribile con cui andranno fatti i conti».
Indagini interne a Israele o di corti internazionali?
«La cosa dovrà essere investigata prima di tutto internamente. Se ciò condurrà a risultati affidabili allora non ci sarà bisogno di indagini internazionali. Se invece le indagini in Israele non saranno sufficienti o appropriate, allora ci sarà bisogno di una partecipazione internazionale».
Che ne è di Gaza a sette mesi dalla firma del cessate il fuoco? Le pare si stia muovendo qualcosa di concreto nella direzione indicata dal piano Trump, cioè il disarmo e la cessione del potere da parte di Hamas e il completamento del ritiro dell’Idf?
«Al momento il piano Trump viene implementato solo in parte, in un equilibrio fragile e instabile, tra combattimenti a bassa intensità. Dobbiamo procedere con l’attuazione di quel piano e cercare di stabilizzare la situazione, introducendo quella forza internazionale di sicurezza composta da palestinesi e da soldati di Paesi arabi moderati che possa prendere il controllo militare di Gaza».
Tra pochi mesi in Israele si vota. Due dei principali leader dell’opposizione, Yair Lapid e Naftali Bennett, hanno annunciato che formeranno una lista congiunta per provare a spodestare Benjamin Netanyahu dopo 17 anni al potere – breve interruzione a parte. Ci riusciranno? Li sostiene?
«Non so se ci riusciranno, è troppo presto per dirlo. D’altra parte ci sono altri contendenti come l’ex capo di Stato maggiore Gadi Eisenkot che pare molto popolare: magari vincerà lui. Di certo spero che Netanyahu vada a casa e che s’insedi un nuovo governo di cambiamento».
Qual è la prima cosa che questo nuovo governo dovrebbe fare per indicare una strada diversa?
«Per prima cosa mi aspetterei che mettesse fine a quella politica di polarizzazione interna al Paese e a quel tentativo di distruggere il sistema legale che il governo Netanyahu ha perseguito. Sulla scena internazionale, dovrebbe riavviare un dialogo con l’Autorità Palestinese in vista di una soluzione complessiva al conflitto sulla base di due Stati. Qualsiasi governo pronto a negoziare coi palestinesi su questa base cambierà la percezione di Israele e migliorerà il suo status internazionale».
Lei fu l’ultimo primo ministro israeliano a provarci: dopo la conferenza di Annapolis del 2007 l’accordo con l’Anp sembrava a portata di mano, poi i negoziati fallirono. Ha rimpianti?
«Certo, rimpiango che i palestinesi nel 2008 non accettarono il piano di pace che avevo presentato. Se lo avessero fatto tutto in Medio Oriente sarebbe andato diversamente negli ultimi 15 anni, la vita di milioni di persone sarebbe stata diversa. Ma non è troppo tardi, dunque spero che qualsiasi nuovo governo sosterrà quel piano di pace e che questa sarà la base di un accordo completo coi palestinesi».
Anche sul fronte palestinese sarebbe ora che cambiasse l’interlocutore, considerato che Abu Mazen lo era già vent’anni fa e fu colui che rigettò la sua proposta, non crede?
«Probabile, ma sono già abbastanza indaffarato a tentare di spodestare il primo ministro israeliano per occuparmi pure del ricambio della leadership palestinese».
(da agenzie)
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Maggio 7th, 2026 Riccardo Fucile
I TREDICI MILIONI DI ABBONATI AL NEW YORK TIMES
Tra le (poche) notizie rassicuranti, l’impressionante record dei 13 milioni di abbonati al New York Times — giornalismo “classico” sebbene tecnologicamente riformato — è una delle più significative. Un giornale è un’agenzia di selezione delle notizie e di impaginazione del mondo.
Lo comperi e lo leggi se ti fidi di un lavoro che non è il tuo, così come quando vai dal dentista piuttosto che trapanarti da solo i denti, o sali su un aereo sapendo che non sarai tu a pilotarlo (anzi: proprio perché sai che non sarai tu a pilotarlo).
Il successo di un giornale è dunque in schietta controtendenza rispetto all’idea che ognuno di noi sia in grado, navigando, di capire in proprio come funziona il mondo; confezionando un collage di letture varie, articoli, materiali i più disparati che possono essere anche, se non tutti alcuni, di buona qualità: ma non sono “un giornale”.
Un giornale non sei tu che lo confezioni. Lo leggi proprio perché concepito e deciso da altri, e ti alleggerisce dall’ossessione/illusione di “farcela da solo”. Pagando uno specifico servizio professionale, riconosci ad altri una padronanza della materia che sai di non avere
Ovviamente il rischio che l’informazione “fai da te”, sprovvista di filtri e di anticorpi, esposta a qualunque virus cognitivo, e però gratuita, continui a prosperare nella parte meno avvertita e più esposta dell’opinione pubblica, è quasi una certezza.
Ma se anche i lettori del NYT dovessero essere un’élite, un’élite di tredici milioni di persone è una consolazione culturale e politica. Dopo anni di contagio dal basso verso l’alto, chissà che l’alto non riesca a contagiare il basso, prima o poi.
(da Repubblica)
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Maggio 7th, 2026 Riccardo Fucile
FDI E LEGA SPINGONO SULLA LEGGE ELETTORALE, FORZA ITALIA FRENA
Qualcuno l’ha ribattezzato il patto della spigola. La spigola c’era, ma non il patto. Sia
perché il vertice di governo a Palazzo Chigi ha deciso ben poco. Sia perché anche sul dossier politico trattato ci sono ancora divisioni nella maggioranza. Non a caso la premier Giorgia Meloni avrebbe voluto tenere segreto fino all’ultimo il pranzo con i vice Matteo Salvini, Antonio Tajani e Maurizio Lupi.
I quattro si sono incontrati all’ora di pranzo per parlare dell’ultimo anno prima del voto e al centro del vertice c’è stata soprattutto la discussione sulla legge elettorale “Stabilicum”, le cui audizioni sono iniziate nei giorni scorso alla Camera. La premier Meloni ha chiesto di accelerare sull’approvazione in prima lettura della legge perché “bisogna far sì che chi vince governi” e avrebbe ottenuto l’appoggio di Lega, Noi Moderati e Forza Italia. Soprattutto in uno scenario in cui potrebbe scendere in campo la sindaca di Genova Silvia Salis e dietro a lei Matteo Renzi, è stato tra gli argomenti del vertice.
Ma è sul testo e sulle modifiche da fare che Forza Italia frena. Il leader azzurro Antonio Tajani ha dato la sua disponibilità ad andare avanti, ma ha chiesto ritocchi, come stabilito nella riunione coi dirigenti di partito di martedì sera. In particolare su due punti: abbassare il premio di maggioranza e garantire che sia lo stesso tra Camera e Senato. Gli azzurri propongono di non assegnare il premio in caso di mancanza di una maggioranza tra le due Camere per lasciare al presidente della Repubblica il potere di decidere con un impianto proporzionale. Inoltre, rispetto a Fratelli d’Italia e Noi Moderati, Forza Italia e Lega sono più tiepide a introdurre le preferenze come chiede Meloni. Meloni lo ha chiesto espressamente nella riunione dei leader: “Bisogna far scegliere i cittadini: è una nostra battaglia”, ha spiegato. Di questo e dei tempi parleranno i delegati della maggioranza in una riunione che si terrà la prossima settimana
La decisione di accelerare sulla legge elettorale stringe Tajani in una morsa, tra Meloni che vuole approvarla il prima possibile e la famiglia Berlusconi che invece è per rimandarla a data da destinarsi. Ma martedì sera, Tajani, incontrando i suoi dirigenti di partito, ha proprio risposto indirettamente a Marina Berlusconi e alle voci sulla sua volontà di spingere per le larghe intese: “Noi non vogliamo il pareggio – ha detto Tajani – non stiamo con i piedi in due scarpe, siamo nella coalizione di centrodestra”.
Durante il vertice però si è parlato anche a lungo della situazione politica internazionale e delle conseguenze della crisi di Hormuz. Domani la premier, il ministro degli Esteri Tajani e il ministro della Difesa Guido Crosetto incontreranno il segretario di Stato Marco Rubio, e Meloni ha dato la linea: l’Italia rimane ancorata all’alleanza atlantica e ai suoi impegni ma, quando serve, bisogna saper dire anche agli alleati quando sbagliano, è stato il senso delle parole della premier. Durante l’incontro si è parlato anche della crisi a Hormuz con l’Italia che appoggia la missione navale europea dopo il cessate il fuoco. Sulla crisi energetica, invece, si prosegue sulla linea di chiedere la deroga al Patto di Stabilità e di accelerare sulla legge delega sul nucleare.
Non si è parlato, invece, delle nomine. Al tavolo Lupi avrebbe chiesto lo stato dell’arte su Consob e Antitrust, ma Meloni ha risposto che non “è l’occasione per parlarne”. Le nomine, previste per oggi, sono in bilico. Il Consiglio dei ministri non è stato nemmeno convocato.
Riforme Bluff e sceneggiate sul “melonellum”, scomparsi dai radar il premierato e l’autonomia
Urge procrastinare. La vecchia battuta è adatta per le riforme istituzionali promesse dal governo. Vale anche per la legge elettorale, il Melonellum che per FdI è fondamentale per evitare il pareggio nelle Politiche, ma che per ora giace in commissione alla Camera. “Acceleriamo” giurano dalla maggioranza. Ma la Lega resta gelida, perché l’abolizione dei collegi uninominali le potrebbe costare sangue. E da FI giurano che dalla casa madre di Milano l’ordine sia di rallentare. Per questo da FdI sussurrano di un possibile voto di fiducia in Senato, se la legge venisse approvata entro l’estate a Montecitorio. Nell’attesa alla Camera se la dorme anche
il premierato, riforma delle riforme per Meloni, che però piace poco o nulla ai suoi alleati, e che avrebbe bisogno di un rischiosissimo referendum per essere approvata. Poi ci sarebbe la legge sull’autonomia differenziata cara al Carroccio, stroncata dalla sentenza della Consulta a fine 2024, che ne bocciò parti fondamentali. A novembre, il ministro per le Autonomie e padre della legge, il leghista Roberto Calderoli, ha pubblicato le pre-intese con quattro regioni. Ma la strada resta strettissima. Anzi, paludosa.
(da Il Fatto Quotidiano)
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Maggio 7th, 2026 Riccardo Fucile
ALCUNI SINDACI DELLA LEGA NON TROVANO DI MEGLIO CHE ANDARE AL PARLAMENTO UE PER DIFENDERE I FONDI DI COESIONE DELLA RIFORMA DEL COMMISSARIO FITTO CHE LI CENTRALIZZA : MA FITTO E’ DI FDI CHE FA PARTE DEL GOVERNO MELONI INSIEME ALLA LEGA
Qualche decina di sindaci della Lega ieri era a Bruxelles, cartelli in mano, davanti al Parlamento Europeo. La causa: difendere i fondi di coesione dalla riforma che li centralizza. Per la sola Lombardia si rischierebbero circa 4,4 miliardi di euro. Un problema c’è: il commissario europeo con delega alla Coesione e alle Riforme si
chiama Raffaele Fitto. È di Fratelli d’Italia. Il governo di cui la Lega fa parte ogni giorno, con ministri, viceministri e sottosegretari.
La delegazione lombarda, guidata dal senatore Massimiliano Romeo e dall’assessore Guido Guidesi, prendeva di mira un alleato di coalizione. Era anche previsto un incontro con Fitto in persona, nel medesimo pomeriggio della manifestazione. Si protestava davanti al Parlamento europeo e poi si andava a stringergli la mano nell’ufficio accanto.
Facciamo un passo indietro. La riforma riguarda il Quadro finanziario pluriennale 2028-2034. La proposta della Commissione punta a ridurre gli attuali circa 540 programmi regionali a 27 Piani nazionali, uno per stato membro, togliendo alle regioni la programmazione diretta dei fondi. Il modello è il Pnrr: fondi gestiti centralmente, regioni a eseguire. Contro questa impostazione si sono schierate 149 regioni di venti paesi, il Comitato europeo delle Regioni, e ora anche i sindaci leghisti. Fitto è però un alleato, il commissario scelto dal governo Meloni, che ha indicato in più sedi il metodo Pnrr come strada per la coesione post-2027. La Lega lo sa. Eppure eccoli a fare opposizione a una politica che il loro governo produce.
Il perché non è oscuro. Serve un nemico per l’elettorato del nord: il centralismo, i burocrati, lo Stato che sottrae risorse ai territori virtuosi. Che quel centralismo abbia oggi il volto di Fratelli d’Italia è scomodo, e quindi si aggira. Si alzano i cartelli, si fa scena, si torna a Roma e si vota la fiducia.
È la fotografia di questa maggioranza. Partiti che si fanno opposizione tra loro per nutrire le rispettive propagande, poi governano insieme. Fa rumore, non fa danni e non disturba il sistema ma vi partecipa.
(da lanotiziagiornale.it)
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