Destra di Popolo.net

MATILDA DE ANGELIS E LINO MUSELLA VINCONO I DAVID E ATTACCANO “L’IMPOVERIMENTO CULTURALE”

Maggio 7th, 2026 Riccardo Fucile

“VIVA LA PALESTINA” IN DIRETTA RAI

Che potesse essere una serata complicata per la Rai s’era capito. S’annusava nell’aria. Io sono come le bestie, sento il tempo che viene, ripete ossessivamente il Benito Mussolini di Luca Marinelli. Ed infatti – tolto l’absolute cinema di Annalisa in apertura – basta il primo premio della serata, miglior attrice non protagonista, per capirlo.
Matilda De Angelis: “Stiamo vivendo un impoverimento culturale”
Ritira la statuetta Matilda De Angelis per Fuori di Mario Martone. Film su Goliarda Sapienza, scrittrice ignorata in vita, interpretata da Valeria Golino. E da qui l’attacco dell’attrice: “In vita è stata ostacolata. Dei grandi artisti ci accorgiamo solo quando sono morti, quando appartengono al passato e al futuro e non al presente, e non possono dare fastidio e non possono farci niente.”
Da lì il passo verso il presente è diretto. “In questo momento il nostro Paese sta vivendo un impoverimento culturale importante. Mi dispiace che si debba arrivare a umiliare un’intera categoria per ricordarci che il cinema esiste.” Poi la frase più netta: “Non capisco perché ci siamo lasciati abbrutire e addomesticare”. Al ministro Giuli, ma non soltanto a lui, devono essere fischiate le orecchie.
Il cinema, chiude De Angelis, deve tornare onesto, limpido, sociale e politico. “L’amore in questo momento è un atto politico e sociale.” Un manifesto.
Musella: “Il cinema fa paura agli autocrati e ai fascisti”
Poi arriva Lino Musella. L’attore napoletano vince il David come miglior attore non protagonista, alla sua seconda candidatura, per Nonostante di Valerio Mastandrea. Ringrazia il collega – “è tutta colpa tua” – e Bellocchio. Dedica il premio alla Global Sumud Flotilla (!!!). Poi dice, senza giri di parole: “Non smetterò mai di dire: Palestina libera.”
Cita Robert De Niro. Quindi formula la tesi, semplice e precisa: il cinema, come il teatro, la musica, la poesia, può essere una minaccia contro gli autocrati e i fascisti.
Parole e momenti che faranno sicuramente tremare qualche seggiola ai piani alti dell’ei fu Viale Mazzini. Oggi i piani alti stanno in via Severo. Vedremo se ci saranno conseguenze, reazioni da quella che un tempo veniva considerata TeleMeloni.
Una cosa è certa: deve essere stata una serata dura da gestire per Flavio Insinna. Se l’è passata meglio Bianca Balti che sembrava passare lì per caso.
(da Fanpage)

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GLI STRISCIONI RAZZISTI “NO MOSCHEA” DELLA LEGA SONO STATI RIMOSSI DAGLI AUTOBUS A VENEZIA E MESTRE: “MESSAGGI DISCRIMINATORI”

Maggio 7th, 2026 Riccardo Fucile

L’AZIENDA DI TRASPORTO PUBBLICO AVREBBE DOVUTO RIFIUTARLI DA SUBITO IN QUANTO VIOLANO IL REGOLAMENTO

È di pochi giorni fa la notizia della rimozione degli striscioni della Lega dagli autobus ACTV-AVM e VELA che servono il Comune di Venezia e Mestre. Gli striscioni erano entrati al centro di aspre polemiche a causa del loro testo: «No moschea, Vota Lega». Erano stati affissi durante la campagna elettorale per le elezioni amministrative in Veneto previste il 24 e il 25 maggio e, dopo le proteste dei rappresentanti della comunità islamica di Venezia e dell’UCOII (Unione delle Comunità Islamiche d’Italia), sono stati rimossi. Merito anche, più in generale, «di tutti i cittadini e le cittadine veneziani che, con senso civico, hanno preso posizione pubblicamente attraverso i propri social, condannando e contrastando questi messaggi discriminatori», come ha commentato in un messaggio sui social il presidente della Comunità Islamica Veneziana e Ministro di Culto, Sadmir Aliovski. Open lo ha raggiunto per un commento sulla questione.Sadmir Aliovski, presidente «Nel mese di aprile abbiamo notato che per il Comune di Venezia e Mestre si aggiravano 70 autobus delle compagnie di trasporti ACTV-AVM e VELA che riportavano sulla fiancata degli slogan con scritto “No moschea”. Siamo quindi dovuti subito intervenire in quanto un simile striscione, esposto su mezzi pubblici che stiamo pagando tutti noi – cittadini di fede musulmana inclusi – era particolarmente aggressivo e diretto contro una sola parte della comunità: quella appartenente alla religione islamica. Non potevamo ignorare la cosa».
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Come vi siete mossi, quindi?
«A livello locale abbiamo inviato una lettera al Prefetto, mentre a livello nazionale l’Unione delle Comunità Islamiche d’Italia, da noi sollecitata, ha fatto un esposto alla Procura. La situazione così si è velocemente smossa e dopo due giorni abbiamo visto la rimozione degli striscioni. Ci tengo a precisare che abbiamo fatto il nostro intervento non per la costruzione di una moschea, ma per chiedere che non venissero utilizzate immagini di luoghi o simboli religiosi e sacri. La richiesta era quella di non strumentalizzare le sacralità di nessuna religione, soprattutto dal momento che la comunità islamica veneziana ormai conta 25mila persone».
Le aziende di trasporti hanno rilasciato qualche dichiarazione?
«VELA ha dichiarato che avrebbe rimosso gli striscioni riscontrando la presenza di contenuti di natura religiosa non compatibili con le regole che disciplinano l’utilizzo degli spazi pubblicitari sui mezzi del trasporto pubblico locale. Dal canto mio trovo positivo che la società che gestisce il trasporto pubblico nella nostra città, dopo quasi una settimana, abbia compreso la gravità della situazione e abbia chiesto al committente di sostituire gli striscioni con un messaggio alternativo conforme alle condizioni contrattuali, che non consentono la diffusione di contenuti religiosi, indipendentemente dal soggetto committente. Sarebbe stato però ancora meglio se, fin dal primo giorno, non fossero stati accettati e diffusi messaggi di questo tipo sui mezzi pubblici, visto che la normativa non lo consente. Ma, ormai, il danno era fatto».
Come è la situazione dei luoghi di culto a Venezia? Esiste una moschea?
«No, attualmente non esiste una moschea, anche perché per poter essere definito tale un luogo di culto deve rispondere a specifici requisiti, anche architettonici e strutturali. A Venezia ci sono centri culturali islamici, che non sono moschee. Sono centri che promuovono la cultura, il dialogo, l’integrazione e che sono molto utili alla città. Io personalmente avevo chiesto per il momento, piuttosto, visto che mancano i presupposti a quanto pare per costruire una vera moschea, di regolarizzare i nostri centri culturali, già attivi qui nel territorio ed esistenti da più di vent’anni. Dopo vent’anni, invece, al posto della regolarizzazione è arrivata questa bufera che li considera non in regola e abusivi».
Qual è la storia di questi centri culturali?
«Sono centri attivi sul territorio da molto tempo, nei quali si svolgono attività socioculturali. Nell’arco delle attività è normale che ci possano essere anche momenti di preghiera: si tratta dei comuni 5 momenti di preghiera giornalieri, che durano all’incirca 10 minuti l’uno nell’arco di ogni giornata, e dopo i quali si riprende l’attività socioculturale in cui si era impegnati prima della breve pratica religiosa. Ci siamo trovati molto spesso anche insieme alla comunità cristiana, per degli incontri di dialogo con la chiesa della Città Marghera, la chiesa della Resurrezione. Ci ritroviamo per discutere e, quando è il momento, interrompiamo brevemente l’attività di dialogo e facciamo le nostre preghiere in una saletta predisposta dal parroco. Dopodiché, riprendiamo l’attività di dialogo, ma questo non trasforma certamente la chiesa in moschea. Così i nostri centri culturali sono centri nei quali, per diritto costituzionale, a volte si prega. L’abbiamo fatto in varie occasioni, anche in varie sale in cui facciamo dei convegni o eventi. Il punto sta nel fatto di capire che c’è un’esigenza, quella di rispettare la preghiera della propria fede religiosa, che non è da prendere di mira per creare propaganda, soprattutto elettorale. Pregare è una necessità che non nuoce a nessuno: se io lavoro e sono di fede musulmana, ho il mio diritto di occupare quei 5 minuti di pausa, non essendo magari fumatore, andando a pregare in quel momento».
Qual è quindi la polemica legata ai centri culturali islamici?
«Inizialmente la polemica era legata al fatto che si trattasse di centri che spesso si trovavano in zone abitate, per esempio al piano terra di un condominio. In un certo modo, quindi, potevano dare fastidio a causa del flusso di persone che entravano e uscivano. Attualmente, però, quasi tutti i centri culturali si trovano nella prima periferia della città e sono abbastanza distaccati dal centro. È un peccato perché il diritto non prevede che una religione per essere applicata debba uscire fuori dal centro delle città: la fede e la vita quotidiana devono andare in parallelo, non devono essere esclusi, fuori dalla vita di tutti i giorni e dai luoghi in cui si svolge. Ad ogni modo, comprendevamo benissimo come, soprattutto la preghiera del mattina – quella dell’alba – e la preghiera notturna, potessero creare disagio per il rumore».
(da agenzie)

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IL “WASHINGTON POST” HA VERIFICATO LE FOTO PUBBLICATE DAI MEDIA IRANIANI: GLI ATTACCHI DEL REGIME DI TEHERAN HANNO DANNEGGIATO O DISTRUTTO ALMENO 228 STRUTTURE NEI SITI MILITARI AMERICANI IN MEDIORIENTE (HANGAR, CASERME, DEPOSITI, AEREI, APPARECCHIATURE)

Maggio 7th, 2026 Riccardo Fucile

GLI ATTACCHI AEREI HANNO COSTRETTO I COMANDI USA A TRASFERIRE IL PERSONALE IN SITI FUORI DALLA PORTATA DEL FUOCO DEI PASDARAN

Le immagini satellitari mostrano che l’Iran ha colpito molte più infrastrutture militari statunitensi di quanto riportato. E’ quanto scrive il Washington Post. Le immagini pubblicate dai media iraniani affiliati allo Stato e verificate dal Washington Post, scrive il quotidiano Usa, mostrano danni ad almeno 228 strutture o attrezzature in siti militari statunitensi.
Gli attacchi iraniani hanno danneggiato o distrutto almeno 228 strutture o equipaggiamenti legati a siti militari americani sparsi in Medio Oriente dall’inizio della guerra, colpendo hangar, caserme, depositi di carburante, velivoli e apparecchiature radar, comunicazioni e difesa aerea.
Il Washington Post da conto di un’analisi svolta sulle immagini satellitari da cui emerge che l’entità dei danni è di gran lunga superiore a quanto pubblicamente ammesso dal governo degli Stati Uniti o precedentemente riportato.
La minaccia di attacchi aerei ha reso alcune basi americane nella regione troppo pericolose per essere presidiate ai livelli abituali: di conseguenza, all’inizio del conflitto, il 28 febbraio, i comandi Usa hanno trasferito la maggior parte de
personale dei siti più esposti fuori dalla portata del fuoco iraniano, secondo quanto riferito da funzionari ufficiali.
Sette militari americani, ad esempio, hanno perso la vita in attacchi di Teheran alle strutture Usa, di cui sei in Kuwait e uno in Arabia Saudita, e oltre 400 soldati hanno riportato ferite entro la fine di aprile, come ha comunicato il Pentagono. Malgrado la maggior parte dei feriti sia rientrata in servizio nel giro di pochi giorni, almeno 12 hanno riportato lesioni classificate come gravi dai funzionari militari, secondo quanto riferito da fonti ufficiali statunitensi.
(da agenzie)

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SONIA ALFANO LASCIA POLEMICAMENTE AZIONE, A CUI AVEVA ADERITO DUE ANNI FA: “NON C’È DISCUSSIONE, NÉ CONFRONTO DEMOCRATICO. SI FANNO SCELTE FUORI DA OGNI CONDIVISIONE. CON L’INDICAZIONE DEL SINDACO DI SIRACUSA, FRANCESCO ITALIA, A COMMISSARIO REGIONALE SI RIPOSIZIONA IL PARTITO NELL’AREA DEL CENTRODESTRA. NON POTEVO FARE PARTE DI QUESTO MECCANISMO”

Maggio 7th, 2026 Riccardo Fucile

L’ATTACCO A CALENDA: “NON MI HA NEANCHE RISPOSTO AL TELEFONO” – L’EX EUROPARLAMENTARE POTREBBE ADERIRE AL PARTITO “CONTROCORRENTE” DELL’EX IENA ISMAELE LA VARDERA

Sonia Alfano lascia polemicamente Azione di Carlo Calenda e sembra destinata ad approdare in Controcorrente Ismaele La Vardera. Un amore tradito secondo la ex presidente della Commissione antimafia europea.
“Non c’e’ discussione, ne’ confronto democratico”, accusa, “si negano al telefono e si fanno scelte fuori da ogni condivisione. Con l’indicazione del sindaco di Siracusa, Francesco Italia, a commissario regionale si riposiziona il partito nell’area centrista del centrodestra. Non potevo fare parte di questo meccanismo.
Anche molti altri responsabili regionali del Dipartimento legalita’ pensano come me che cosi’ non si puo’ continuare”. Nel corso della conferenza stampa a Palazzo dei Normanni era presente anche l’ex Iena La Vardera, che l’ha invitata a fare ingresso nel suo partito: “Puo’ essere la tua casa naturale”, ha detto il candidato alla presidenza della Regione. “Mi sono presa un po’ di tempo per decidere”, e’ stata la risposta di Sonia Alfano, figlia di Beppe Alfano, il giornalista ucciso dalla mafia a Barcellona Pozzo di Gotto (Messina)
Sonia Alfano lascia Azione, aveva aderito al partito due anni fa ed è stata a capo del dipartimento legalità. “Era un passaggio necessario, chiudo un capitolo fondamentale della mia vita, un momento che avrei voluto condividere prima con Carlo Calenda, ma che non mi ha neanche risposto al telefono – dice Alfano.
Ho lavorato per anni, da sola, nella costruzione di un partito ed è stata un’esplosione bellissima, che però devo mettere da parte perché la coerenza viene prima di tutto. Ed è proprio per coerenza che oggi io, insieme a tanti dirigenti e attivisti che hanno sostenuto questo progetto fin dall’inizio, abbiamo deciso di fare un passo indietro.
Non ho più visto nel partito quei valori e quella linearità che ci avevano convinto ad aderire. Sono state abbandonate battaglie fondamentali che avevano alimentato speranze ed entusiasmo”. E aggiunge: “Sono lusingata dai numerosi contatti ricevuti in queste ore da tanti partiti, segnali che testimoniano la validità del lavoro svolto.

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L’ERRORE STRATEGICO DI TRUMP: COCCOLA GLI EVANGELICI E LA DESTRA MA PERDE I CATTOLICI, CHE FURONO DECISIVI PER LA SUA ELEZIONE (E LO SARANNO ANCHE ALLE MIDTERM

Maggio 7th, 2026 Riccardo Fucile

PER TORNARE AD ATTACCARE PAPA LEONE XIV, IL TYCOON HA SCELTO “SALEM NEWS”, RETE TV E PIATTAFORMA STREAMING TURBO-CONSERVATRICE -… MICHAEL J. O’LOUGHLIN, DIRETTORE DELLA RIVISTA NATIONAL CATHOLIC REPORTER: “INIMICARSI I CATTOLICI NON È UNA BUONA IDEA. CREDO ANCHE CHE LO FACCIA PERCHÉ IL PAPA È AMERICANO E GODE DI SONDAGGI INTERNI PIÙ ELEVATI DEI SUOI, SENTE IL FIATO DELLA CONCORRENZA” … I SONDAGGI: DUE AMERICANI SU TRE SOSTENGONO PREVOST E BOCCIANO TRUMP E HEGSETH PER I LORO MESSAGGI RELIGIOSI

È una rete televisiva e piattaforma streaming conservatrice, legata al gruppo Salem Media, attiva con programmi di informazione e commento politico.
Il network si rivolge in particolare a un pubblico evangelico e alla destra americana ed è stato anche il canale su cui l’attivista Charlie Kirk, assassinato lo scorso anno, trasmetteva i suoi podcast.
Negli anni è diventato uno spazio mediatico vicino alle posizioni dell’area trumpiana, ospitando esponenti politici e opinionisti del mondo repubblicano e contribuendo a rafforzare l’ecosistema dei media conservatori negli Usa.
Due americani su tre vedono positivamente il fatto che Leone XIV li abbia esortati a contattare il Congresso per chiedere il rifiuto della guerra e di lavorare per la pace, e una percentuale ancora maggiore boccia i messaggi in cui la religione è stata strumentalizzata a fini politici, e bellici, da Donald Trump e Pete Hegseth.
E’ quanto emerge da un sondaggio pubblicato oggi da Washington Post e Abcnews, a poche ore dalla partenza per Roma del segretario di Stato, Marco Rubio, che domani sarà in visita in Vaticano, per ricucire i rapporti dopo gli attacchi che Trump ha mosso al Papa per le sue critiche alla guerra con l’Iran e alle politiche sull’immigrazione.
Attacchi che in realtà il tycoon ha rinnovato ieri ripetendo quanto affermato in passato in un post, cioé di “non voler un Papa che pensa che sia Ok che l’Iran abbia un’arma nucleare”, affermazione che vista negativamente dal 57% degli intervistati, mentre viene sostenuta solo dal 38%.
Il sondaggio conferma poi come l’attacco senza precedenti di Trump nei confronti di Leone XIV, il primo Pontefice americano, stia erodendo il sostegno elettorale tra i cattolici che nel 2024 hanno votato in massa, con un margine di 20 punti, per lui. Ora tra i cattolici che hanno votato per lui il suo tasso di popolarità è sceso al 49%, rispetto al 63% del febbraio 2025, mentre in generale tra i cattolici è al 38%.
Per quanto riguarda poi la popolarità di Leone XIV, il 41% degli intervistati dà un giudizio positivo su di lui e solo 16% uno negativo, con un 43% di americani che dicono di non conoscere bene il Papa che l’8 maggio conclude il suo primo anno di Pontificato.
Papa Prevost naturalmente è molto più conosciuto tra i cattolici americani, con il 61% di loro, il 76% tra i democratici e il 48% tra i repubblicani, che ha un giudizio positivo sul Pontefice nato a Chicago, mentre solo il 14% ha un giudizio negativo, il 6% tra i democratici e il 23% tra i repubblicani.
Infine, la stragrande maggioranza degli intervistati, l’87%, boccia l’ormai famigerato post in cui Trump si è rappresentato come Gesù, e a un consistente 69% non piace il fatto che Hegseth al Pentagono abbia pregato invocando “una schiacciante azione violenta contro quelli che non meritano nessuna pietà”. Nel dettaglio, il poll indica che non solo il 95% degli elettori democratici, ma anche il 79% dei repubblicani non ha accolto positivamente il post di Trump-Gesù, una bocciatura che viene condivisa dal 90% degli elettori cristiani, sia da quelli protestanti di ogni denominazione che dai cattolici.
Netto anche il giudizio negativo del 75% degli intervistati sul post con cui Tru mentre cercava di spingere l’Iran al negoziato, ha affermato che “un’intera civilità morirà questa notte e non sarà più portata in vita”, con un’apparente allusione al ricorso alle armi nucleari che è stata fortemente condannata, anche da teologici e filosofi che studiano i rapporti tra morale e guerra.
In questo nuovo attacco di Donald Trump a papa Leone colpisce la scelta dei tempi: proprio alla vigilia dell’arrivo a Roma del suo ministro degli Esteri, Marco Rubio, che doveva diminuire la tensione. E come reagisce il mondo cattolico americano?
Lo chiediamo a Michael J. O’Loughlin, direttore della rivista National Catholic Reporter , un’esperienza di quindici anni nel periodico gesuita America, The Jesuit Review . Gli ricordo che il Papa ha già risposto a Trump in modo significativo: «Spero di essere ascoltato per il valore della parola di Dio».
«Risposta perfetta del Papa, ricorda di essere un leader religioso, mentre Trump lo tratta come un qualunque leader politico che lo critica nelle sue scelte: va subito all’attacco. Ma è recidivo, inimicarsi i cattolici non è una buona idea. Credo anche che lo faccia perché il Papa è americano e gode di sondaggi interni più elevati dei suoi, sente il fiato della concorrenza, tutto molto illogico, ma questa è la natura di Trump».
Quanto è difficile la missione di Rubio?
«Il presidente non gli ha fatto un favore. Ma il senso della missione non cambia.
Trump è impulsivo ma non vuole l’escalation. La missione del segretario di Stato è più importante delle dichiarazioni ripetute di Trump. Il fatto stesso che l’incontro avvenga dimostra che sia il Vaticano che la Casa Bianca vogliono voltare pagina».
C’è un risvolto di politica interna?
«Sì, Rubio è profondamente cattolico e vuole dimostrare di essere vicino al Papa anche in funzione delle presidenziali 2028. È ormai emerso come uno dei candidati di punta alla corsa repubblicana, significativo che JD Vance sia rimasto a casa. Rubio ha un vantaggio: è parte del mondo trumpiano ma è anche parte di una coalizione più tradizionale del pensiero repubblicano. Il vicepresidente è invece emerso solo attraverso Maga e il trumpismo».
Che differenza vede tra cattolici e cristiani evangelici?
«Gli evangelici sono più schierati con il trumpismo. Fanno parte di quella base elettorale di circa il 40% pronta a sostenere il presidente ad ogni costo. Il voto cattolico è più frammentato. Gli 80 milioni di cattolici sono generalmente più favorevoli alla giustizia sociale, vogliono proteggere gli immigrati e si sono alternati tra democratici e repubblicani. John Kennedy, il primo presidente cattolico, era un democratico».

(da “Corriere della Sera”)

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S’È FERMATA DUBAI. CON LO STOP AL TURISMO IMPOSTO DALLA GUERRA NEL GOLFO, GLI HOTEL DI SUPERLUSSO DELLA CITTÀ DEGLI EMIRATI ARABI CHIUDONO PER “RESTAURO”: RINNOVANO CAMERE, RISTORANTI, SPA E SERVIZI, INVESTONO MILIONI SPERANDO DI TORNARE PRESTO AD ATTRARRE RICCONI

Maggio 7th, 2026 Riccardo Fucile

IL CASO PIÙ ECLATANTE È QUELLO DEL BURJ AL ARAB, DIVENTATO UN SIMBOLO DI DUBAI CON LA SUA STRUTTURA A FORMA DI VELA, CHE RIAPRIRÀ SOLO A FINE 2027

Il Park Hyatt Dubai, l’Armani Hotel all’interno del Burj Khalifa, il St. Regis Dubai The Palm, l’Anantara Word Islands Dubai Resort, il JWMarriott Marquis Hotel Dubai, il Radisson Blu Hotel di Dubay Media City.
Con il turismo congelato dall’attuale situazione geopolitica, Dubai si ferma e coglie l’occasione per rifarsi il look. Il mondo dell’ospitalità si ferma. Chiudono per restauro molti degli indirizzi più noti e blasonati della metropoli emiratina, approfittando della fase di stasi per rinnovare camere, ristoranti, spa e servizi, sperando di tornare presto ad attrarre viaggiatori da ogni dove.
Ma il restyling più chiacchierato è quello del Burj Al Arab, emblema della città stessa, parte del gruppo Jumeirah, che chiude per la prima volta dalla sua apertura, dedicandosi a un accurato restauro dei suoi spazi.
Inaugurato nel 1999, l’hotel è diventato subito uno dei simboli dell’ospitalità di lusso della città. Con la sua struttura a forma di vela, tra le più fotografate al mondo, e un design interno opulento, luccicante di marmi e oro, l’albergo ha contribuito a ridefinire lo skyline della città: quando è stato completato, alla fine degli anni Novanta, non si era mai vista una struttura così.
Il rooftop panoramico dalla vista circolare, l’atrio alto 180 metri scale, balconate e giochi d’acqua, il ristorante sommerso con le pareti-acquario, la pista per gli elicotteri sospesa nel vuoto, la piscina a sfioro nell’acqua del mare: non si era mai visto niente del genere.
Si diceva che avesse “sette stelle”: non esiste una classificazione del genere nel settore ospitalità, ma le solite cinque per tutto quello sfarzo non bastavano neanche.
I numeri sono da record: un imponente atrio alto ben 180 metri, tra fontane a cascata e acquari popolati da 400 specie tra pesci, squali e razze, quasi 1.790 metri
quadrati di foglia d’oro a 24 carati attraversano gli ambienti, insieme a 86.500 cristalli Swarovski applicati a mano.
Oltre 30 varietà di marmo Statuario, la stessa utilizzata da Michelangelo, rivestono circa 24.000 metri quadrati di pareti e pavimenti, e poi specchi, mosaici e chi più ne ha più ne metta: non si è badato a spese insomma.
Ora questo simbolo di Dubai spegne le luci: Jumeirah Group ha annunciato un programma di restauro concepito come un intervento di conservazione a lungo termine, più che una semplice ristrutturazione. L’obiettivo è mantenere intatto il valore architettonico e culturale dell’edificio, intervenendo sugli interni con la stessa attenzione riservata alla tutela di un’opera d’arte.
Come ha dichiarato Thomas B. Meier, Chief Executive Officer di Jumeirah: “Jumeirah Burj Al Arab è molto più di un punto di riferimento architettonico; è un simbolo di ambizione, artigianalità ed eccellenza duratura. Negli ultimi 27 anni, questa straordinaria struttura ha accolto gli ospiti con la stessa passione e standard di livello mondiale che la distinguono da qualsiasi altro hotel al mondo. Questo programma di restauro segna un nuovo capitolo nella storia del Burj Al Arab”.
Un lavoro di grande responsabilità, come lo definisce l’interior architect Tristan Auer – a capo di questa fase del restyling – noto per la sua capacità di lavorare su contesti culturali ed edifici storici (dal Carlton Cannes al parigino Hôtel de Crillon) senza snaturarne l’identità. Sarà – come spiega – un restauro conservativo, con la missione di preservare materiali, proporzioni e identità originaria, intervenendo in modo mirato sugli elementi che necessitano di aggiornamento o rilettura.
Il progetto si svilupperà in circa diciotto mesi e sarà articolato in più fasi, così da permettere un intervento progressivo sugli spazi senza interrompere la continuità della struttura nel suo complesso.
L’idea non è trasformare, ma “riportare in equilibrio” gli spazi, mantenendo il linguaggio opulento che ha reso riconoscibile la struttura fin dalla sua apertura, trasformandola in un emblema. Per vedere il risultato dobbiamo aspettare la fine del 2027, sperando che la situazione nel Medioriente sia tornata alla normalità.
(da Repubblica)

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