GLI STRISCIONI RAZZISTI “NO MOSCHEA” DELLA LEGA SONO STATI RIMOSSI DAGLI AUTOBUS A VENEZIA E MESTRE: “MESSAGGI DISCRIMINATORI”
L’AZIENDA DI TRASPORTO PUBBLICO AVREBBE DOVUTO RIFIUTARLI DA SUBITO IN QUANTO VIOLANO IL REGOLAMENTO
È di pochi giorni fa la notizia della rimozione degli striscioni della Lega dagli autobus ACTV-AVM e VELA che servono il Comune di Venezia e Mestre. Gli striscioni erano entrati al centro di aspre polemiche a causa del loro testo: «No moschea, Vota Lega». Erano stati affissi durante la campagna elettorale per le elezioni amministrative in Veneto previste il 24 e il 25 maggio e, dopo le proteste dei rappresentanti della comunità islamica di Venezia e dell’UCOII (Unione delle Comunità Islamiche d’Italia), sono stati rimossi. Merito anche, più in generale, «di tutti i cittadini e le cittadine veneziani che, con senso civico, hanno preso posizione pubblicamente attraverso i propri social, condannando e contrastando questi messaggi discriminatori», come ha commentato in un messaggio sui social il presidente della Comunità Islamica Veneziana e Ministro di Culto, Sadmir Aliovski. Open lo ha raggiunto per un commento sulla questione.Sadmir Aliovski, presidente «Nel mese di aprile abbiamo notato che per il Comune di Venezia e Mestre si aggiravano 70 autobus delle compagnie di trasporti ACTV-AVM e VELA che riportavano sulla fiancata degli slogan con scritto “No moschea”. Siamo quindi dovuti subito intervenire in quanto un simile striscione, esposto su mezzi pubblici che stiamo pagando tutti noi – cittadini di fede musulmana inclusi – era particolarmente aggressivo e diretto contro una sola parte della comunità: quella appartenente alla religione islamica. Non potevamo ignorare la cosa».
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Come vi siete mossi, quindi?
«A livello locale abbiamo inviato una lettera al Prefetto, mentre a livello nazionale l’Unione delle Comunità Islamiche d’Italia, da noi sollecitata, ha fatto un esposto alla Procura. La situazione così si è velocemente smossa e dopo due giorni abbiamo visto la rimozione degli striscioni. Ci tengo a precisare che abbiamo fatto il nostro intervento non per la costruzione di una moschea, ma per chiedere che non venissero utilizzate immagini di luoghi o simboli religiosi e sacri. La richiesta era quella di non strumentalizzare le sacralità di nessuna religione, soprattutto dal momento che la comunità islamica veneziana ormai conta 25mila persone».
Le aziende di trasporti hanno rilasciato qualche dichiarazione?
«VELA ha dichiarato che avrebbe rimosso gli striscioni riscontrando la presenza di contenuti di natura religiosa non compatibili con le regole che disciplinano l’utilizzo degli spazi pubblicitari sui mezzi del trasporto pubblico locale. Dal canto mio trovo positivo che la società che gestisce il trasporto pubblico nella nostra città, dopo quasi una settimana, abbia compreso la gravità della situazione e abbia chiesto al committente di sostituire gli striscioni con un messaggio alternativo conforme alle condizioni contrattuali, che non consentono la diffusione di contenuti religiosi, indipendentemente dal soggetto committente. Sarebbe stato però ancora meglio se, fin dal primo giorno, non fossero stati accettati e diffusi messaggi di questo tipo sui mezzi pubblici, visto che la normativa non lo consente. Ma, ormai, il danno era fatto».
Come è la situazione dei luoghi di culto a Venezia? Esiste una moschea?
«No, attualmente non esiste una moschea, anche perché per poter essere definito tale un luogo di culto deve rispondere a specifici requisiti, anche architettonici e strutturali. A Venezia ci sono centri culturali islamici, che non sono moschee. Sono centri che promuovono la cultura, il dialogo, l’integrazione e che sono molto utili alla città. Io personalmente avevo chiesto per il momento, piuttosto, visto che mancano i presupposti a quanto pare per costruire una vera moschea, di regolarizzare i nostri centri culturali, già attivi qui nel territorio ed esistenti da più di vent’anni. Dopo vent’anni, invece, al posto della regolarizzazione è arrivata questa bufera che li considera non in regola e abusivi».
Qual è la storia di questi centri culturali?
«Sono centri attivi sul territorio da molto tempo, nei quali si svolgono attività socioculturali. Nell’arco delle attività è normale che ci possano essere anche momenti di preghiera: si tratta dei comuni 5 momenti di preghiera giornalieri, che durano all’incirca 10 minuti l’uno nell’arco di ogni giornata, e dopo i quali si riprende l’attività socioculturale in cui si era impegnati prima della breve pratica religiosa. Ci siamo trovati molto spesso anche insieme alla comunità cristiana, per degli incontri di dialogo con la chiesa della Città Marghera, la chiesa della Resurrezione. Ci ritroviamo per discutere e, quando è il momento, interrompiamo brevemente l’attività di dialogo e facciamo le nostre preghiere in una saletta predisposta dal parroco. Dopodiché, riprendiamo l’attività di dialogo, ma questo non trasforma certamente la chiesa in moschea. Così i nostri centri culturali sono centri nei quali, per diritto costituzionale, a volte si prega. L’abbiamo fatto in varie occasioni, anche in varie sale in cui facciamo dei convegni o eventi. Il punto sta nel fatto di capire che c’è un’esigenza, quella di rispettare la preghiera della propria fede religiosa, che non è da prendere di mira per creare propaganda, soprattutto elettorale. Pregare è una necessità che non nuoce a nessuno: se io lavoro e sono di fede musulmana, ho il mio diritto di occupare quei 5 minuti di pausa, non essendo magari fumatore, andando a pregare in quel momento».
Qual è quindi la polemica legata ai centri culturali islamici?
«Inizialmente la polemica era legata al fatto che si trattasse di centri che spesso si trovavano in zone abitate, per esempio al piano terra di un condominio. In un certo modo, quindi, potevano dare fastidio a causa del flusso di persone che entravano e uscivano. Attualmente, però, quasi tutti i centri culturali si trovano nella prima periferia della città e sono abbastanza distaccati dal centro. È un peccato perché il diritto non prevede che una religione per essere applicata debba uscire fuori dal centro delle città: la fede e la vita quotidiana devono andare in parallelo, non devono essere esclusi, fuori dalla vita di tutti i giorni e dai luoghi in cui si svolge. Ad ogni modo, comprendevamo benissimo come, soprattutto la preghiera del mattina – quella dell’alba – e la preghiera notturna, potessero creare disagio per il rumore».
(da agenzie)
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