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MARINA BERLUSCONI PENSA A ZAIA COME NUOVO LEADER DI FORZA ITALIA: NELL’INCONTRO SEGRETO TRA LA CAVALIERA E L’EX GOVERNATORE DEL VENETO, AVVENUTO ALL’INSAPUTA DEL LEADER DEL CARROCCIO E DEL MINISTRO DEGLI ESTERI A CASA DELLA PRESIDENTE DELLA FININVEST, SI È PARLATO UFFICIALMENTE “DI PROGETTI EDITORIALI” MA TRA I DUE LA SINTONIA E’ TOTALE SU IMPRESE E TEMI LIBERALI (DIRITTI LGBTQ+ E FINE VITA)

Maggio 8th, 2026 Riccardo Fucile

L’EX “DOGE”, OLTRE 200MILA PREFERENZE IN VENETO ALLE ULTIME REGIONALI, POTREBBE ESSERSI (FINALMENTE) STANCATO DI RESTARE IN PANCHINA NEL CARROCCIO A TRAZIONE SOVRANISTA

Che ci faceva Luca Zaia, campione del leghismo al Nord, a casa di Marina Berlusconi, custode dell’eredità politica del papà e dunque sempre più interventista sulla linea di Forza Italia? È il rovello che accende maggioranza e governo da un paio di giorni.
Da quando la notizia del faccia a faccia, che avrebbe dovuto restare riservato, tanto che Matteo Salvini non era nemmeno stato avvisato, ha invece cominciato a trapelare, formidabile humus dei chiacchiericci in Transatlantico tra i politici del centrodestra.
Nei corridoi del Palazzo, si affastellano allora suggestioni, teorie disparate, qualche perfidia
La tesi più ricorrente: vuoi vedere che l’ex Doge, oltre 200mila preferenze solo in Veneto alle ultime regionali, si è scocciato di restare in panchina nel Carroccio a trazione sovranista-salviniana?
Nell’inner circle dell’ex governatore, ora presidente del consiglio regionale, i più smentiscono traslochi. Almeno per ora. E in futuro, è fantascienza immaginare Zaia dentro FI? La risposta, detta sottovoce, è il vecchio adagio: in politica, mai dire mai.L’incontro, da quanto è in grado di ricostruire Repubblica, risale al 22 aprile scorso.
Non nella sede del Biscione a Cologno Monzese, com’era toccato ad Antonio Tajani in occasione dell’ultima visita-summit dai Berlusconi, né nella sede di Mondadori: Zaia è stato ricevuto a casa della primogenita dell’ex Cavaliere, in corso Venezia a Milano. Come vuole la prassi, quando è bene che il rendezvous non venga reclamizzato.
A domanda, la spiegazione sulla ragione formale dell’incontro è che Zaia volesse discutere con la figlia del fondatore di FI di un paio di «progetti editoriali» che ha in testa. Forse un libro, forse pure un podcast: l’ex governatore ne sta già conducendo uno, appena lanciato, si chiama Fienile, e come visualizzazioni va forte, 90milioni tra tutte le piattaforme social.
Nell’incontro non si è discusso solo di libri, però. Più fonti raccontano che la discussione è scivolata sull’attualità politica. Sui temi dell’agenda liberale rilanciata da Marina Berlusconi e che Zaia in buona parte condivide: imprese, diritti, il fine vita, argomento scelto, non a caso, dal nuovo capogruppo azzurro alla Camera, Enrico Costa, per l’avvio del nuovo corso in Parlamento. Su questi temi, tra Zaia e Marina Berlusconi c’è piena sintonia.
Zaia mal sopporta le torsioni simil vannacciane della Lega di oggi. E dopo la delusione per non avere centrato il terzo mandato in Regione (per lui, a dirla tutta, sarebbe stato il quarto) si sarebbe aspettato, riferiscono a mezza bocca i suoi in Veneto, di non finire ai margini del partito nazionale. Nonostante l’addio proprio di Roberto Vannacci, Zaia non ha ottenuto i galloni di vicesegretario.
Anche se il “suo” Veneto è stato la regione in cui il sì ha sbancato al referendum sulla giustizia, a differenza del resto dello Stivale. Zaia si è dovuto accontentare di un posto defilato nella «segreteria» varata dal vicepremier, organismo nuovo di zecca, parallelo al tradizionale consiglio federale.
Peraltro, nulla di ufficiale, convocazione via mail, senza delibere formali, lamentano i fedelissimi dell’ex Doge. E Tajani? Il segretario di FI non sembra impensierito.
(da Repubblica)

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IL DIRITTO STA SOPRA LE FAZIONI

Maggio 8th, 2026 Riccardo Fucile

SANCHEZ E’ L’UNICO LEADER EUROPEO CHE NON SI FA INTIMIDERE DAL CIALTRONE DELLA CASA BIANCA

L’aperto sostegno di Pedro Sánchez a Francesca Albanese viene commentato con sollievo a sinistra e con toni ostili e beffardi a destra. Ma non dovrebbe funzionare così, perché la questione non è se Albanese sia politicamente simpatica o antipatica; se dica cose affini o contrarie alle opinioni del pubblico che fischia o applaude.
La questione è se le sanzioni del governo Usa (non simboliche: anche economiche) ai danni di una cittadina europea nonché funzionaria delle Nazioni Unite, e anche ai danni dei giudici della Corte Penale dell’Aja, sulla base di come hanno liberamente svolto il loro lavoro, siano lecite o illecite; se siano una comprensibile presa di
posizione politica, oppure una intimidazione gravissima, e inaccettabile. In senso più lato, se l’intolleranza della Casa Bianca nei confronti di chiunque essa consideri non amico, non sottomesso, non docile, debba ricevere, in Europa, una risposta forte e decisa, o se si debba glissare e incassare il colpo in virtù degli ormai fantomatici “solidi rapporti di alleanza con gli Stati Uniti” (anche se l’atlantismo, dal punto di vista ideologico, è un concetto che nel 2026 ha già un sapore museale).
Non sono tempi, questi, per commentini da bar sulle disgrazie del “nemico” (tale risulta essere l’italiana Albanese per la destra politica e mediatica italiana). Sono tempi nei quali i princìpi del diritto internazionale barcollano, e si deve decidere se provare a tenerli in piedi o lasciarli crollare. Sánchez lo ha fatto. È questo che interessa, il resto è la ciancia risaputa delle fazioni.
(da Repubblica)

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IL PIANO CASA NON C’E’? PAZIENZA, LE POLTRONE SONO TUTTE GIA’ PRONTE

Maggio 8th, 2026 Riccardo Fucile

SOLO ANNUNCI, TUTTO SULLA CARTA, MA INTANTO SONO PREVISTI DUE COMMISSARI CON UN COSTO DI 5 MILIONI

Il Piano casa non c’è. Esiste solo sulla carta, ma le poltrone sono state già preparate da Matteo Salvini, nelle vesti di ministro delle Infrastrutture. Incarichi confezionati con un costo che sfiora i 5 milioni di euro solo nel primo biennio. E la stima è prudenziale, perché bisogna attendere i decreti attuativi.
Peraltro il progetto, nelle intenzioni di Giorgia Meloni, ha una durata decennale: nella speranza di portare a compimento il piano, l’esborso, solo per i commissari, potrebbe essere di (almeno) 25 milioni.
La premier ha parlato di 10 miliardi di euro e centinaia di migliaia di alloggi. Ma questo riguarda il futuro. Il presente è il provvedimento, approvato dal governo, che prevede stanziamenti incerti per risolvere l’emergenza abitativa in Italia.
Commissario ricognizione
La certezza è che Palazzo Chigi ha fatto ricorso allo strumento prediletto, ossia la moltiplicazione di incarichi e poteri attraverso l’istituzione di commissari straordinari.
Una specialità della casa, dalle carceri allo sport. Proprio nelle ultime ore alla Camera è stato approvato il decreto Commissari, provvedimento ad hoc, per cristallizzare le posizioni su varie opere, e per indicare il commissario sugli stadi. Il Piano casa raddoppia. Prevede infatti la figura due commissari. Il primo «per la ricognizione dei fabbisogni e il programma di interventi», indicato dal ministro delle Infrastrutture Salvini, e formalmente nominato dalla presidenza del Consiglio.
Il compenso sarà determinato da un decreto ad hoc. I super poteri sono stati già messi nero su bianco
Tra i compiti base c’è quello di predisporre «l’elenco degli immobili su cui possono essere presentate iniziative di edilizia sociale» e definire «uno o più schemi-tipo di
convenzione volti a disciplinare i rapporti tra gli enti proprietari e i soggetti attuatori».
Tutto questo ha un prezzo. Solo per la costituzione della struttura commissariale, il governo ha messo a disposizione 154mila euro per il 2026 e 265mila euro per l’anno prossimo con un conto iniziale di 419mila euro.
Non è l’unica spesa prevista dal governo su questo capitolo.
Nel testo spuntano altre risorse a disposizione. «Per l’esercizio delle proprie funzioni, compresa la stipula di eventuali convenzioni e la nomina di esperti per lo svolgimento dell’attività di indirizzo, coordinamento e monitoraggio al medesimo affidata, al commissario straordinario è riconosciuta una dotazione, nel limite di spesa di 500mila euro per l’anno 2026 e di 1 milione di euro per l’anno 2027», si legge nella bozza finale del decreto esaminato a Palazzo Chigi. Insomma, un altro milione e mezzo sul biennio, che si somma al resto.
La questione economica non passa inosservata. «Con questo cosiddetto Piano casa non vengono recuperate nemmeno le risorse tagliate annualmente a partire dall’insediamento di questo governo. Cambiano titoli e problemi di cui fingono di occuparsi ma con Meloni e Salvini crescono sempre solo le poltrone», osserva Andrea Casu, deputato del Partito democratico.
Per aggiungere un bel po’ di poltrone, il governo ha pensato di sfornare l’ennesima cabina di monitoraggio, guidata dalla presidente del Consiglio (o un delegato), insieme a un rappresentante del ministero delle Infrastrutture, quello delle Politiche di coesione, il commissario e gli enti locali.
Almeno in questo caso, non sono previsti stanziamenti. C’è giusto la possibilità di essere nel nuovo organismo.
«Il Piano casa di Meloni è un gioco di prestigio da quattro soldi, anzi da zero soldi, visto che non c’è l’ombra di un euro. Gli unici soldi certi sono destinati agli stipendi dei commissari nominati dal governo. Più che un piano casa, un piano poltrona», dice il segretario di +Europa, Riccardo Magi.
Esperti a chiamata
C’è un secondo commissario incluso nel pacchetto. Quello per il progetto di realizzazione dei «programmi infrastrutturali di edilizia integrale».
La struttura serve, scrive il governo, «per assicurare il coordinamento e l’azione amministrativa necessari per la tempestiva ed efficace realizzazione del programma di investimento individuato e dichiarato di preminente interesse strategico nazionale».
A sua disposizione c’è un plafond di 600mila euro all’anno. Una parte di questi finanziamenti può essere usata per reclutare esperti a chiamata diretta, da pagare fino a un massimo di 80mila euro.
Una corsia preferenziale per reclutare professionisti di fiducia in nome dell’emergenza.
C’è ancora una spesa, indiretta, affrontata dallo Stato: il commissario potrà contare su un contingente di «massimo di dieci unità di personale non dirigenziale delle amministrazioni pubbliche con oneri a carico delle amministrazioni di appartenenza».
Insomma, saranno gli altri a pagare i dipendenti della struttura, almeno fino a quando sarà in piedi.
In questo caso non esiste un onere calcolato con precisione, ma la stima del costo, per le casse pubbliche, è di almeno mezzo milione di euro all’anno. Mettendo insieme le varie voci, ecco che si arriva a un esborso di 5 milioni di euro. Il Piano casa, insomma, parte dalle poltrone.
(da Fanpage)

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I FINTI SOVRANISTI CON IL TERRORE DI NON ESSERE PIU’ COLONIA AMERICANA

Maggio 8th, 2026 Riccardo Fucile

INVECE DI PERSEGUIRE L’INTERESSE NAZIONALE PREFERISCONO UNA DEMOCRAZIA A SOVRANITA’ LIMITATA IMPOSTA ATTRAVERSO UNA OCCUPAZIONE MILITARE

I leader che si autodefiniscono sovranisti al governo in Italia, pochi giorni fa hanno ricevuto il più bel regalo che potessero desiderare. Almeno in teoria. Da ben prima di Bruxelles e dei vincoli di bilancio, infatti, la piena sovranità dell’Italia è negata dall’occupazione militare imposta dagli Stati Uniti dal lontano 1945. La presenza militare americana ha storicamente costretto il Paese al ruolo di una democrazia a sovranità limitata: non solo impossibilitata ad avere una vera politica estera autonoma, ma con tanto di piani americani per il colpo di Stato già pronti nel caso in cui i cittadini italiani avessero scelto opzioni sgradite da Washington alle urne. È storia: l’organizzazione USA dedita a sorvegliare la democrazia italiana si chiamava “Gladio”.
Bene, pochi giorni fa, Trump ha ipotizzato di iniziare il ritiro dei militari americani dall’Italia. Ma, a palazzo Chigi, anziché stappare lo spumante per la fortuna di avere finalmente la possibilità di passare dalle parole ai fatti in termini di sovranità, è sceso il gelo. Giorgia Meloni ha protestato che «non sarebbe corretto» perché l’Italia ha sempre mantenuto i suoi impegni; Matteo Salvini non ha avuto nemmeno il coraggio di ribattere, trincerandosi dietro un imbarazzato «non commento le minacce». Parole testuali. Per il politico che rivendica di essere il vero sovranista della coalizione, la possibile fine dell’occupazione militare straniera del suo Paese è una «minaccia».
Non sappiamo di preciso quanti siano i siti militari statunitensi presenti sul territorio italiano, il dato non è pubblico ed alcuni di questi sono segreti: gli accordi bilaterali tra Italia e Stati Uniti che ne regolano l’uso restano in larga parte riservati. Quelli di cui sappiamo l’esistenza sono 31, ma di certo non sono tutti. Conosciamo invece il numero di militari americani presenti in Italia. O meglio, ne conosciamo quello ufficiale: secondo gli ultimi dati resi pubblici dal Dipartimento della guerra statunitense sono 12.662. L’Italia è il quarto Paese al mondo con più soldati a stelle
e strisce sul proprio territorio dopo Giappone, Germania e Corea del Sud. Ma il documento non conteggia i soldati in missione temporanea, né il numero di ufficiali dei servizi segreti e delle unità speciali. L’unica cosa che sappiamo per certo sono le conseguenze dell’ottantennale occupazione americana: interi territori sottratti alla sovranità nazionale; inquinamento e contaminazione del territorio e delle falde acquifere con residui bellici, metalli pesanti, esplosivi, rifiuti militari e conseguente aumento di tumori e patologie nelle aree circostanti; inquinamento elettromagnetico specie in corrispondenza delle stazioni radar, come il MUOS di Niscemi; presenza di ordigni nucleari (in particolare nella base di Ghedi, a Brescia, ma non solo) controllati dagli americani ma che metterebbero a rischio l’Italia in caso di guerra o di incidenti.
Dopo 80 anni di servitù forzata seguita alla seconda guerra mondiale, il governo Meloni si è visto servire direttamente dal potere americano l’opportunità di mettere fine a tutto questo. Un governo “sovranista” avrebbe dovuto chiamare immediatamente la Casa Bianca, prima che il cervello suggerisse a Trump di scoreggiare su Truth un nuovo comunicato nel quale cambiava idea, e rilanciare. «Benissimo, Donald, siamo d’accordo con te. Firmiamo subito l’accordo: riprenditi tutti i soldati e usali per rifare l’America Great Again a casa loro. Puoi riprenderti anche tutte le armi atomiche. Tranquillo, non vogliamo niente: alla bonifica dei territori che avete devastato per quasi un secolo ci pensiamo noi, basta che andate via». Il giorno dopo l’Italia sarebbe stata finalmente libera di perseguire i propri interessi in un mondo multipolare, senza essere obbligata a contravvenire continuamente all’articolo 11 della propria Costituzione per assecondare la prossima guerra americana. Non dovrebbe essere il sogno per una classe politica che si dichiara “sovranista”, nel senso di dedita solo all’interesse nazionale? Peccato che siano solo politicanti. E domani aspetteranno con la cenere in testa il vicepresidente americano Vance, in visita a Roma, pronti a qualsiasi rassicurazione con il solo scopo di rinnovare il patto di vassallaggio e legare ancora una volta i destini dell’Italia a quelli dell’impero americano in disfacimento.
(da – lindipendente.online)

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“REBIBBIA È UN GRAND HOTEL”. NEL CARCERE ROMANO, IL BOSS GIULIANO CAPPOLI, INTERCETTATO NELLA SUA CELLA, SI VANTAVA DI RIUSCIRE A GESTIRE IL SUO TRAFFICO DI DROGA E DI DECIDERE LE SORTI DEGLI ALTRI DETENUTI

Maggio 8th, 2026 Riccardo Fucile

DA UN’INCHIESTA DELLA PROCURA DI ROMA, CHE HA PORTATO A 21 ARRESTI, È EMERSO CHE NEL PENITENZIARIO ENTRAVANO CELLULARI CRIPTATI, UTILIZZATI PER ORDINARE SPEDIZIONI DI STUPEFACENTI E DISPORRE RAPIMENTI

«Qui è un grand hotel». È una frase pronunciata l’8 novembre, al telefono, a rivelare ciò che accade nel carcere di Rebibbia, dove Giuliano Cappoli riusciva a gestire il suo giro d’affari anche quando era detenuto e a decidere le sorti dei detenuti anche quando era libero.
Uno spaccato che emerge dall’inchiesta con cui la procura ha interrotto una faida tra famiglie criminali, arrestando 21 persone. A quanto pare, nel più grande penitenziario di Roma circolano più cellulari che in un negozio di telefonia.
E in quei periodi, da una cella, Cappoli parlava del sequestro di una persona o dei tentativi di importare 170 mila euro di “fumo” dalla Spagna. Ed era al corrente dell’aggressione avvenuta a Barcellona contro un ragazzo albanese
«Nel periodo in cui eravamo detenuti lui comunicava con Manuel Grillà – dice il pentito Fabrizio Capogna – vidi la foto sul telefono, di un signore anziano sequestrato che, se non sbaglio, era il padre della persona che aveva con loro il debito di droga. Vidi anche la foto di un uomo a terra che era stato accoltellato in Spagna». Tutte immagini poi trovate nei cellulari criptati dai carabinieri del Nucleo investigativo.
Quando era detenuto parlava con l’esterno e, quando era libero, discuteva con i detenuti, sempre «facendo ricorso a telefonini criptati che evidentemente non hanno alcuna difficoltà a fare ingresso nelle case circondariali», si legge.
È a lui, ad esempio, che si rivolge Valerio Del Grosso – il killer di Luca Sacchi, il personal trainer ucciso per difendere la fidanzata invischiata in un affare di droga – quando ha un problema in carcere: «Ieri me chiama dal carcere di Rebibbia…Del Grosso…Valerio no siccome che ce sta uno là sopra, n’albanese…», dice Cappoli al telefono spiegando la soluzione: «Me faccio aprì dall’assistente vado su e lo pio… ce metto n’attimo proprio».
Un’altra conversazione è con Alessandro Capriotti, “Er Miliardero”, indagato nell’ambito dell’inchiesta sui mandanti dell’omicidio di Fabrizio “Diabolik” Piscitelli. Cappoli chiede all’uomo «di interessarsi, per far spostare all’interno della sezione dove si trova un suo amico». «Capriotti – scrivono gli investigatori – rassicura Cappoli sul fatto che interverrà sul personale della polizia penitenziaria per assicurare al detenuto l’allocazione desiderata».
(da agenzie)

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IL PIANO CASA È UN AFFARE (MA NON PER LE FAMIGLIE IN DIFFICOLTÀ). IL PROGETTO DEL GOVERNO SULL’EDILIZIA SI BASA SU UNA “GAMBA FINANZIARIA” CHE POTRA’ GARANTIRE FINO A 300 MILIONI TRA BONUS E COMMISSIONI

Maggio 8th, 2026 Riccardo Fucile

CHI INVESTIRÀ? AL MOMENTO UN FONDO DI INVESTIMENTO, FINANZIATO DALLA PUBBLICA CASSA DEPOSITI E PRESTITI CON IL FONDO SOVRANO DEGLI EMIRATI ARABI, MUBADALA INVESTMENT (COINVOLTO DAL PREZZEMOLONE MARIO ABBADESSA, EX RESPONSABILE DI “HINES” IN OTTIMI RAPPORTI CON IL CAPO GABINETTO DI MELONI, GAETANO CAPUTI)

Commissioni di gestione milionarie, fino a 30 milioni secondo fonti finanziarie, e possibile bonus, se tutto andrà bene, a otto zeri (si parla di 300 milioni). Sono alcuni dei numeri dei potenziali profitti privati della gamba finanziaria del Piano casa del governo Meloni, il cui impianto legislativo è stato approvato la scorsa settimana.
Quel che non è stato pubblicizzato sono i dettagli tecnici della parte “privata”. Il decreto legge punta in un anno a rimettere in sesto 60mila vecchie “case popolari”: il ministero delle Infrastrutture di Matteo Salvini spenderà 1 miliardo.
L’altra parte riguarda i “100mila alloggi in 10 anni” annunciati dalla premier Giorgia Meloni. Si chiama Affordable housing, la fascia più redditizia […]: non famiglie in difficoltà ma ceto medio a cui affittare case a prezzi (un po’) inferiori al mercato, magari da riscattare (rent to buy).
Il decreto li codifica in “piani di edilizia convenzionata”, con un commissario ad hoc e procedure in deroga semplificate per i fondi esteri, a patto che i progetti siano miliardari e che il 70% degli alloggi venga affittato o venduto con sconto del 33% sul mercato (con un vincolo a 30 anni).
§Sul restante 30% ci si potrà mettere d’accordo coi Comuni per aumentare il guadagno.
Chi investirà? La forma qui è un puro fondo di investimento, finanziato dalla pubblica Cassa Depositi e Prestiti con il Fondo sovrano degli Emirati arabi, Mubadala Investment.
Ad aver coinvolto Mubadala è stato Mario Abbadessa, ex responsabile Italia di Hines, colosso Usa impegnato in grandi progetti immobiliari tra Roma, Milano e Firenze. È ad Abbadessa che il governo affida le chiavi dell’operazione.
L’input è arrivato da Palazzo Chigi, dove Abbadessa conta sui buoni rapporti col capo di gabinetto di Meloni, Gaetano Caputi, che ha presenziato – caso rarissimo – alla conferenza stampa per l’approvazione del decreto (restando muto).Al momento prevede che Cdp, che amministra il risparmio postale, investa poco più di 400 milioni, Mubadala circa 500, ma con l’impegno a salire. […] Il fondo sarà lussemburghese, piattaforma di investimento e società di advisor è di Abbadessa e di altri ex manager Hines, Andrea Imperatore e Francesca Orlandini.
La società deve produrre un rendimento agli investitori e incassare commissioni. Per queste ultime, fonti finanziarie parlano di un 2% totale su un investimento ipotizzato in partenza tra 1,2 e 1,5 miliardi.
Si sa che Cdp avrebbe contrattato commissioni dello 0,75% sulla sua quota a salire all’1% del capitale investito quando partiranno i progetti: si arriva a 3 -4 milioni l’anno per anni e la quota dei “privati” sarà più alta.
È poi previsto un bonus a fine investimento (cosiddetto carry) per la quota che eccederà un rendimento dell’8%: di questa somma, l’80% andrà agli investitori, il resto ad Abbadessa&C. Il senatore Federico Fornaro ha chiesto con un’interrogazione al Tesoro, che controlla Cdp, perché non si è fatta una gara pubblica, ma senza ottenere risposta.
(da Il Fatto Quotidiano)

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“COLPEVOLE’’ DI AVER FATTO CRESCERE NEI SUOI TRE ANNI ALLA GUIDA DI LEONARDO L’UTILE DEL 60% E LA CAPITALIZZAZIONE “DA 4,6 A OLTRE 34 MILIARDI DI EURO”, ROBERTINO CINGOLANI FA GLI SCATOLONI

Maggio 8th, 2026 Riccardo Fucile

A FARGLI COMPAGNIA, TRE MANAGER DELLA PRIMA LINEA: SIMONE UNGARO (STRATEGIA E INNOVAZIONE), CARLO GUALDARONI (L’ALTRO CONDIRETTORE GENERALE) E FILIPPO MARIA GRASSO (CAPO DEGLI AFFARI ISTITUZIONALI)

Molto risicata la differenza di voti ottenuta tra le due liste presentate, quella del Mef e quella dei gestori dei fondi di investimento: nel dettaglio, si legge in una nota di Leonardo, la lista di maggioranza del Mef ha ottenuto il 50,097% del capitale presente in assemblea mentre quella di minoranza dei fondi di investimento ha ottenuto il voto favorevole del 49,481% del capitale presente.
Nell’ultimo giorno alla guida di Leonardo, Roberto Cingolani saluta l’azienda di cui ha assunto il timone ormai tre anni orsono consegnando al suo successore designato – Lorenzo Mariani, attuale managing director di Mbda Italia, la cui nomina sarà ufficializzata già oggi dal cda dopo l’assise dei soci – un gruppo in salute che, come ha ricordato ieri nel corso di un briefing con alcune testate nazionali e internazionali, ha visto crescere la capitalizzazione di mercato «da 4,6 a oltre 34 miliardi di euro» e la cui solidità è riflessa nella trimestrale: si è chiusa con un balzo degli ordini (+30,7%, a 9 miliardi) e con una decisa crescita anche dell’utile netto adjusted (+60%, a 184 milioni), dell’Ebita (+33%, a 281 milioni), nonché dei ricavi, a quota 4,4 miliardi (+7%), mentre sul debito netto, salito sopra i 3 miliardi (2 miliardi in più del dato di fine 2025), ha inciso l’acquisizione di Iveco Defence.
Sono numeri che consentono di confermare le guidance comunicate a marzo nell’aggiornamento del piano industriale, con il quale si stima un livello più che significativo per ricavi (circa 21 miliardi), ordini (circa 25 miliardi) ed Ebita (circa 2,03 miliardi) e su cui ora dovrà esercitarsi il futuro management
Nell’incontro di ieri con la stampa Cingolani detta un messaggio chiaro sulla mossa del Governo di non riconfermarlo. «Il motivo? Non è necessario capirlo. Le istituzioni decidono e io non contesto mai queste decisioni», dice senza tentennamenti.
Quanto al passaggio di testimone, non si aspetta, dirà più volte, rivoluzioni.
Ma qualche primo cambiamento nella struttura organizzativa sta già scattando. Perché, nel frattempo, sono in procinto di lasciare il gruppo i tre manager forse più vicini a Cingolani: Simone Ungaro, condirettore generale per la strategia e l’innovazione, Carlo Gualdaroni, l’altro condirettore generale con delega al business, e Filippo Maria Grasso, chief Corporate Bodies & Institutional Affairs Officer.
È uno snodo centrale per lo sviluppo della strategia firmata dall’ormai ex ad, che in questi tre anni ha assicurato a Leonardo un apprezzamento di Borsa del 420 per cento. Quanto alle mosse di Mariani e alle possibilità che riveda le sue, partendo dalle alleanze, Cingolani chiarisce che non sono frutto di relazioni personali, «ma basate sulla strategia e approvate dal board».
Ergo, lo dice senza giri di parole, «non mi aspetto un cambiamento radicale, il nuovo ceo ha lavorato con me, sono sicuro che garantiranno continuità». Ma è chiaro, e questo Cingolani lo rimarca, che i nuovi vertici «hanno piena libertà di cambiare, ma se lo faranno sarà perché è cambiato il contesto».
D’altronde, il piano è «rolling, aggiornato ogni anno».
I margini di manovra del nuovo ceo, dunque, non sono in discussione.
Ma Cingolani ci tiene a evidenziare un ultimo aspetto quando, con riferimento al ruolo dello Stato nelle aziende della difesa, dice che «è giustificato perché una società potrebbe prendere decisioni inaccettabili. Tuttavia mandati troppo brevi (3 anni) non sono ideali». Servono almeno 5 «vista la complessità e i tempi lunghi del settore difesa». Una sponda non da poco a chi, tra breve, assumerà il timone.
(da Sole24Ore)

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“PUTIN NON MEDIA PIU’ TRA LE ELITE, L’EQUILIBRIO DEL POTERE IN RUSSIA SI STA ROMPENDO”

Maggio 8th, 2026 Riccardo Fucile

IL POLITICO RUSSO NADEZHDIN: “GUERRA SEMPRE MENO POPOLARE, ECONOMIA IN DIFFICOLTA’, CRESCITA DELLE TENSIONI INTERNE”

“Putin non riesce più a mediare i conflitti tra le diverse componenti dell’élite: l’equilibrio del potere in Russia si sta rompendo”. A dirlo, da Mosca, è Boris Nadezhdin, il politico pacifista che osò pensare di sfidare il presidente alle elezioni. E ne fu escluso. Nadezhdin conosce la leadership russa dall’interno. Tutte le figure chiave. Da decenni. Le sue parole sembrano dare maggiore consistenza all’ipotesi di un imminente colpo di stato, avanzata da un non meglio identificato “servizio di intelligence occidentale” e ripresa da CNN e altri media.
Il recente arresto di un alleato del segretario del Consiglio di sicurezza ed ex ministro della Difesa Sergey Shoigu, il rafforzamento delle misure di sicurezza attorno a Putin, il ridimensionamento delle celebrazioni del 9 maggio e l’aumento degli shutdown di internet sono segnali che, secondo quel report, indicano timori d golpe. E proprio Shoigu sarebbe il presunto cospiratore. Più un elenco di indizi evidenti che vera intelligence.
“Questo regime autocratico non ha futuro”, osserva Nadezhdin. Ma sulla prossimità di un rivolgimento è scettico. “Non siamo vicini. Tempi e modi di una svolta restano imprevedibili”. Fatto sta che i segnali si moltiplicano. Anche al di là delle lotte al vertice. “C’è una situazione nuova in Russia: la gente inizia a vedere un collegamento diretto tra i problemi quotidiani e la politica di Vladimir Putin”.
Inflazione. Connettività digitale alla mercé del governo. Stanchezza della guerra. Che è arrivata a casa. I droni ucraini ormai colpiscono a 1000 chilometri dal fronte. A Mosca, centrato un palazzo residenziale di lusso. Nessuna vittima. Ma l’atmosfera nella capitale è diversa da quella che in questi giorni di maggio sempre avvolgeva i preparativi della parata ideata per mostrare al mondo la potenza della Russia. Sulla via Tverskaya, niente carri armati né missili intercontinentali. Solo soldati. A piedi.
Ex parlamentare, già vicino a Boris Nemtsov – il politico assassinato nel 2015 -, Nadezhdin ha definito l’invasione dell’Ucraina “un errore disastroso”. Le lunghe file per sostenerne la candidatura alle presidenziali del 2024 non sono bastate: escluso per ragioni “tecnico-legali”. La Commissione elettorale centrale è, di fatto, espressione del Cremlino.
Boris Boreisevich, la guerra non è più qualcosa di lontano: i droni arrivano sempre più spesso in territorio russo. La percezione dell’opinione pubblica sta cambiando?
La situazione non è cambiata in modo radicale. Il governo resta in una posizione relativamente solida e il consenso per Vladimir Putin è ancora alto. Non credo a una crisi immediata del sistema.
La tendenza è però negativa, per le autorità. Dall’inizio di quest’anno vediamo un peggioramento dell’opinione pubblica. Nei sondaggi e nei focus group che conduco nel mio collegio – nella regione di Mosca – crescono i giudizi negativi sul governo. Non è ancora una situazione critica, ma la dinamica è sfavorevole.
Gli attacchi ucraini si moltiplicano, alcune città sono state colpite. La guerra sta “arrivando a casa”
Per i primi anni si è parlato di “operazione militare speciale”, e per molte famiglie era qualcosa di distante. La maggioranza sosteneva l’operazione e voleva una vittoria.
Ma la situazione ha iniziato a cambiare l’anno scorso e sta cambiando più rapidamente quest’anno. Questa guerra senza fine diventa sempre meno popolare.
Quanto pesa l’economia?
È il fattore principale. Nei nostri focus group, la prima causa di insoddisfazione è la situazione economica delle famiglie: salari bassi, pensioni insufficienti, sanità costosa.
Un esempio? La mia pensione: circa 450 euro al mese.
Poi ci sono altri problemi: le restrizioni su internet, che colpiscono soprattutto i giovani, insieme alle difficoltà nei viaggiare e il peggioramento dell’istruzione.
La guerra è solo uno dei fattori: per la maggior parte delle persone viene dopo l’economia.
Le restrizioni su internet entrano direttamente nella vita quotidiana. Tra l’altro, colpiscono i ricavi delle piccole imprese. Stanno minando il rapporto tra cittadini e potere? E perché il governo insiste su queste misure?
In Russia esistono diversi centri di potere, che noi chiamiamo “torri del Cremlino”. Semplificando, sono tre.
Il primo è il blocco della sicurezza: servizi segreti, polizia, apparati militari.
I cosiddetti “siloviky”…
Oggi sono il pilastro principale del sistema. E stanno aumentando la loro influenza. Non solo contro l’opposizione ma anche contro la burocrazia statale: ogni giorno vediamo arresti di funzionari, sindaci, amministratori.
La seconda “torre” è quella dei responsabili economici del governo. Ed è sotto forte pressione.
La terza è l’amministrazione presidenziale, che si occupa della politica interna e delle elezioni.
Questi tre blocchi hanno interessi diversi. In passato Putin riusciva a bilanciarli. Oggi molto meno. Il peso si sta spostando sempre più verso il blocco della sicurezza
Le restrizioni su internet non vengono dalla parte civile dell’amministrazione, che le considera controproducenti, ma dai silovik
L’equilibrio interno all’élite si sta incrinando?
Non siamo ancora vicini a una rottura aperta. Ma le tensioni stanno aumentando.
Chi lavora nell’economia e nelle amministrazioni civili è sempre meno soddisfatto, anche perché vede colleghi e funzionari arrestati ogni giorno dagli apparati di sicurezza. Questo indebolisce la loro lealtà.
Come interpreta il comportamento recente di Putin, che appare più difensivo? Ridimensiona la parata del 9 maggio invocando il rischio droni, chiede a Trump che chieda a Zelensky una tregua per il Giorno della vittoria…
Non ci vedo segnali particolari. Bisogna capire che il sistema russo è diverso da quello occidentale. Negli Stati Uniti o in Europa i leader dipendono dall’opinione pubblica. In Russia no: il sistema è autocratico e il risultato delle elezioni è controllato. Detto questo, se l’opinione pubblica diventasse massicciamente contraria al potere, allora sì, il sistema potrebbe cambiare. Ma oggi siamo ancora lontani da quel punto. Siamo piuttosto in una fase simile alla fine dell’era Brezhnev: un lento deterioramento. Putin non ha molto da temere, nell’immediato.
Esiste un “destino autoritario” della Russia?
No. Non esiste una “via speciale” russa. Molti grandi Paesi europei hanno avuto fasi autoritarie: Italia con Mussolini, Spagna con Franco, Portogallo con Salazar.
La differenza è che l’Europa occidentale ha imparato la lezione della Seconda guerra mondiale e ha costruito istituzioni che limitano il potere personale.
In Russia invece abbiamo questo sistema presidenziale troppo concentrato. È pericoloso che una sola persona resti al potere per così tanto tempo.
Le elezioni sono controllate, lei ha detto più volte che non vuole una “rivoluzione colorata”. E allora come può cambiare il sistema?
Nessuno può dire quando e come avverrà il cambiamento. Chi sostiene di saperlo non è realistico. Però sono certo di una cosa: questo regime non ha prospettiva storica. Anche per ragioni economiche, un sistema così militarizzato non può funzionare a lungo
Il cambiamento può avvenire in modi diversi e imprevedibili. Io continuo a credere in una trasformazione pacifica e legale. Nella storia russa è già successo: ci sono stati momenti di cambiamento senza rivoluzioni violente. L’esautorazione di
Khrushchev è un esempio (il Presidium del Comitato centrale gli impose le dimissioni, in modo istituzionale, ndr).
Qual è il ruolo delle nuove generazioni?
È fondamentale. Tra i giovani quasi nessuno sostiene le idee alla base del sistema attuale: l’isolamento, l’idea di accerchiamento, la contrapposizione all’Europa.
Lei continuerà a fare politica?
Il mio obiettivo è usare ogni spazio legale, comprese le elezioni, per parlare con le persone e spiegare le cause reali dei problemi.
Molti cittadini vedono le difficoltà quotidiane, ma non le collegano alle politiche del governo. Il mio lavoro è creare questo collegamento. E sta avvenendo.
Lei è molto attento a restare nella legalità. Ma non ha paura che l’arrestino lo stesso? O peggio, vista la fine di altri politici di opposizione?
Il sistema funziona in modo selettivo. Alcuni vengono arrestati, altri no. Non c’è una logica trasparente. Ho subito pressioni: totale esclusione dai media, ostacoli politici e logistici, persone del mio staff perseguite penalmente. Per ora non mi hanno arrestato. Forse perché li conosco tutti, quelli al potere. Ho bevuto il tè con Putin. Il numero due dell’amministrazione presidenziale Sergey Kirienko è stato il mio capo (in un partito liberale pro-UE da tempo dissolto, ndr).
Da fuori, uno potrebbe dire: ma se Nadezhdin può parlare così liberamente, allora la Russia è un Paese libero.
Se la Russia fosse un Paese libero, sarei in Parlamento, o forse al Cremlino.
(da Fanpage)

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SEMPRE PIÙ CONNESSI, MA SEMPRE PIÙ SOLI: UN NUOVO STUDIO DIMOSTRA CHE I SOCIAL MEDIA NON AIUTANO A RIDURRE LA SOLITUDINE E CHE LE INTERAZIONI CON SCONOSCIUTI POSSONO ADDIRITTURA AUMENTARLA

Maggio 8th, 2026 Riccardo Fucile

ANCHE LE INTERAZIONI CON AMICI REALI NON SEMBRANO RIDURRE L’ISOLAMENTO SOCIALE, UN RISCHIO DA NON SOTTOVALUTARE VISTO CHE LA SOLITUDINE È COLLEGATA A MAGGIOR RISCHIO DI DEPRESSIONE, MALATTIE CARDIOVASCOLARI, ICTUS, DEMENZA E MORTE PREMATURA

Le interazioni sui social media con persone che non si conoscono sono associate a un aumento della solitudine. Non solo: quelle con gli amici, anche se non sono risultate correlate a un maggior isolamento, non portano a una sua diminuzione. E’ quanto emerge da una ricerca condotta dall’Università Statale dell’Oregon e pubblicata su Public Health Reports, rivista ufficiale del Servizio Sanitario Pubblico degli Stati Uniti che ha finanziato lo studio.
L’agenzia ha sviluppato un profondo interesse per la solitudine in seguito al rapporto del 2023 sull’epidemia di solitudine negli Stati Uniti, redatto dall’allora chirurgo generale Vivek Murthy. Oggi la ricerca è stata ampliata intervistando oltre 1.500 adulti di età compresa tra i 30 e i 70 anni su 10 piattaforme (Facebook, X, Reddit, YouTube, LinkedIn, Instagram, TikTok, Snapchat, Pinterest e WhatsApp) e consentendo un passo avanti nella comprensione del ruolo dei social media sull’emarginazione sociale.
“Gli studi precedenti – sottolinea l’autore dello studio Brian Primack, professore presso il College of Health dell’OSU – si erano concentrati sugli adolescenti, mentre questo esamina gli adulti di mezza età e in età avanzata che costituiscono il 75% della popolazione statunitense.
Queste persone sono fortemente esposte ai social media e molti degli effetti negativi della solitudine sulla salute si aggravano progressivamente con l’avanzare dell’età adulta”. E’ noto infatti che le persone che si sentono spesso sole hanno una probabilità più che doppia di sviluppare la depressione, corrono un rischio maggiore del 29% di malattie cardiache, del 32% di ictus, del 60% di andare incontro ad una morte prematura. Infine negli anziani il rischio di sviluppare demenza sale del 50%.
Dati alla mano, è emerso che circa il 35% dei contatti sui social media del gruppo di studio erano persone che non avevano mai incontrato di persona. “Le interazioni sui social media con degli sconosciuti – afferma Jessica Gorman, dell’Università statale dell’Oregon e coautrice dello studio – possono portare ad una forte idealizzazione delle amicizie perché non c’è un’esperienza personale che possa contrastarla”.
(da agenzie)

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