Ottobre 21st, 2026 Riccardo Fucile
UNA DISFATTA POLITICA SOPRATTUTTO PER SALVINI, CHE AVEVA PROMESSO DI CANCELLARE LA LEGGE FORNERO E DI ABBASSARE A 64 ANNI L’ETÀ PENSIONABILE
Chi andrà in pensione dal prossimo anno dovrà fare i conti con una doppia novità: lavorare più a lungo e, a parità di contributi accumulati, ricevere un assegno più basso. Non è una tassa né un taglio agli assegni, ma l’effetto dell’aumento dell’età pensionabile e della revisione dei coefficienti che trasformano i contributi in pensione.
Nel sistema contributivo ogni lavoratore accumula un capitale, il montante contributivo, formato dai versamenti rivalutati. Al pensionamento, questo viene moltiplicato per il coefficiente di trasformazione, che determina l’assegno annuo lordo. Se aumenta la speranza di vita, la percentuale diminuisce perché il capitale deve finanziare più anni di pensione.
Per il biennio 2027-28, a 67 anni il coefficiente scenderà dal 5,608% al 5,514%. Per ogni 100 mila euro accumulati, significa passare da 5.608 a 5.514 euro annui lordi, a parità di età. Ma il coefficiente dipende anche da quando si lascia il lavoro: per chi uscirà con l’anticipata a 64 anni, nel 2027 sarà del 5,009% e del 6,382% a 71 anni.
Dal 2027, intanto, per la pensione di vecchiaia serviranno 67 anni più un mese, dal 2028 67 anni e tre mesi.
Per capire gli effetti, immaginiamo tre dipendenti che hanno lavorato per 40 anni con retribuzioni medie lorde annue di 23 mila, 38 mila e 53 mila euro (nella realtà contano anche rivalutazioni e andamento degli stipendi).
Queste tre retribuzioni producono rispettivamente 300 mila, 500 mila e 700 mila euro di contributi. Nel primo caso, raggiunti i 67 anni, l’assegno teorico scende da 1.294 a 1.272 euro lordi al mese, su tredici mensilità: 22 euro in meno, ossia 282 euro l’anno. Con 500 mila euro la perdita è di 470 euro annui, con 700 mila di 658.
Ma l’età di uscita ovviamente pesa anche di più. A parità di montante di 300 mila euro, con i coefficienti del 2027 l’assegno sarebbe di 1.156 euro lordi mensili per chi esce a 64 anni, e 1.473 a 71: 317 euro di differenza. Il divario sale a 528 euro con 500 mila euro di contributi e a 739 con 700 mila. Sono naturalmente calcoli teorici perché lavorare più a lungo permette anche di accumulare nuovi contributi.
Il prossimo anno sale anche il requisito per l’anticipata ordinaria: serviranno 42 anni e 11 mesi di contributi agli uomini e 41 anni e 11 mesi alle donne; dal 2028, rispettivamente, 43 anni e un mese e 42 anni e un mese. Eccezioni per attività gravose o usuranti.
(da Corriere della Sera)
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Ottobre 21st, 2026 Riccardo Fucile
CON IL RITORNO ALLA PREFERENZE, PREVISTO DAL MELONELLUM, MOLTI DEPUTATI HANNO BISOGNO DI FAR APPROVARE QUALCHE NORMA LOCALE E DI INCASSARE FINANZIAMENTI PER PROGETTI TERRITORIALI, PER INGOLOSIRE I POTENZIALI ELETTORI
Non proprio mance, ma opere di bene per gli eletti alla ricerca del bis. In manovra ci sarà un
fondo parlamentare da 300 milioni di euro per cercare di evitare il consueto assalto alla diligenza.
Ma allo stesso tempo servirà anche a placare la smania dei parlamentari – di destra e di sinistra – alle prese con l’ultima finanziaria prima delle elezioni.
L’annuncio – del fondo – è stato dato dal ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti questa mattina durante la consueta riunione con i vertici politici e tecnici di Via XX Settembre.
L’idea del fondo nasce come valvola di compensazione per evitare (o sperare) il Vietnam degli emendamenti, favorendo micro-norme locali e finanziamenti a pioggia per piccoli progetti territoriali richiesti dai singoli parlamentari di maggioranza e opposizione.
La trovata non è nuova: venne utilizzata anche lo scorso anno, ma la somma fu un terzo più bassa. Proprio nel 2025 avvenne un patto tra maggioranza e opposizione per dividersi il fondo parlamentare a seconda, ovvio, dei pesi in Parlamento. Lasciando il resto blindato.
(da agenzie)
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Ottobre 21st, 2026 Riccardo Fucile
NELL’INCONTRO CON IL SOTTOSEGRETARIO MANTOVANO SAREBBE EMERSA L’INTENZIONE DI NON FIRMARE IL DECRETO SE IL GOVERNO SI FOSSE INTESTARDITO A TENERE IN VITA LA NORMA. MA COSÌ NON È STATO. C’ERANO RISERVE ANCHE NELLA STESSA MAGGIORANZA E I SINDACATI DI POLIZIA ERANO CONTRARISSIMI
I militari che arrestano? Non in linea con gli standard delle democrazie occidentali. Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ieri mattina ha formulato la sua contrarietà alla norma simbolicamente più potente del decreto sicurezza: permettere ai soldati di operare come la polizia.
È probabile che l’argomento sia stato affrontato a margine dell’incontro che il presidente ha avuto con il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Alfredo Mantovano, accompagnato dal Commissario straordinario per l’edilizia penitenziaria, Marco Doglio, al Quirinale intorno al mezzogiorno. Sarebbe emersa l’intenzione di non firmare il decreto se il governo si fosse intestardito a tenere in vita la norma. Ma così non è stato.
C’erano riserve anche nella stessa maggioranza, e contrarissimi i sindacati di polizia. Sarebbe stato facile parlare di deriva cilena. Dopodiché la ratio che ha mosso il presidente della Repubblica a chiedere il depennamento è presto detta: l’ordine interno spetta alle forze civili, quello esterno a quelle militari, che non dispongono nemmeno del necessario addestramento per svolgere compiti di polizia giudiziaria.
Quest’ultimi rimarranno all’interno del progetto come Strade sicure, e i 500 inviati ora a Milano, potranno controllare il territorio, identificare vandali o saccheggiatori, anche minorenni, ma poi dovranno chiamare la polizia o i carabinieri, che valuteranno se esistono gli estremi per il fermo.
Mattarella firmerà il decreto. Non ci sono profili di incostituzionalità. Va nella direzione indicata lunedì a Imperia, quando aveva chiesto di capire meglio la radice della violenza di questi giorni? Non sembra. La risposta è unicamente repressiva. È l’ennesimo decreto sicurezza che aggiunge un nuovo reato – violenza organizzata nelle manifestazioni pubbliche – estendendo il fermo preventivo anche ai minorenni, per manifestazioni non organizzate, sempre però con il vaglio del magistrato. Le norme in realtà ci sono già, e da tempo, il che non ha impedito di contenere le esplosioni di violenza.
Anche questo decreto nasce da una fitta interlocuzione tra gli uffici del Quirinale e quello di Palazzo Chigi. Dalla moral suasion che il presidente mette in campo, per smussare gli angoli di provvedimenti stridenti con la Costituzione. Solo che stavolta il confronto è durato 24 ore. Il tempo è stato poco per un esame approfondito. L’incontro con Mantovano è stato lo snodo della giornata.
Poco dopo, da fonti parlamentari, è venuto fuori che l’unica eccezione rispetto alle bozze del nuovo decreto sicurezza riguardava la possibilità di dare compiti di polizia giudiziaria ai militari. «Risolto questo punto sembra che il Quirinale possa dare il via libera al provvedimento», scriveva l’Ansa. E poco dopo il governo ha approvato il provvedimento, senza la norma sui militari che arrestano.
(da Repubblica)
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Ottobre 21st, 2026 Riccardo Fucile
IL DOSSIER: “SI TRATTA DI UNO SCENARIO PEGGIORE RISPETTO A QUELLO PREVISTO LO SCORSO ANNO, A SEGUITO DEL RITIRO FORMALE DEGLI STATI UNITI DALL’ACCORDO DI PARIGI E DELLA REVISIONE DELLE STIME SULLE EMISSIONI STORICHE”
L’umanità si sta dirigendo verso un mondo più caldo di quanto gli esperti avessero previsto lo
scorso anno, e gli Stati Uniti sono una delle principali cause di questa situazione. È quanto emerge da un nuovo rapporto delle Nazioni Unite.
Se tutti i Paesi manterranno le promesse di ridurre le emissioni che intrappolano il calore nell’atmosfera, secondo l’aggiornamento dei calcoli climatici diffuso mercoledì dal Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente (Unep) la Terra si riscalderà probabilmente di altri 1,2 gradi Celsius rispetto alle temperature attuali.
Si tratta di circa 0,1 gradi Celsius in più rispetto alle proiezioni formulate lo scorso anno dallo stesso gruppo di scienziati. “Si tratta di uno scenario peggiore rispetto a quello previsto lo scorso anno, a seguito del ritiro formale degli Stati Uniti dall’Accordo di Parigi e della revisione delle stime sulle emissioni storiche”, si legge nel rapporto, che attribuisce agli Stati Uniti anche l’aumento delle emissioni registrato lo scorso anno, sottolineando che tutte le altre 20 principali economie mondiali hanno ridotto il proprio inquinamento da carbonio oppure, quantomeno, hanno rallentato la crescita delle emissioni di anidride carbonica derivanti dalla combustione di carbone, petrolio e gas.
“In termini quantitativi, l’aumento registrato negli Stati Uniti (133 milioni di tonnellate di CO2 equivalente) ha superato di gran lunga quello di tutti gli altri Paesi ed è stato determinato dalla maggiore domanda di elettricità e dalla ripresa della produzione di energia elettrica da carbone”, afferma il rapporto.
Secondo il documento, i 124 Paesi che hanno aumentato le proprie emissioni – a esclusione dei 63 che le hanno ridotte, tra cui la maggior parte delle nazioni europee – hanno aggiunto 189 milioni di tonnellate di anidride carbonica nel 2025.
Il 70% di questo incremento è riconducibile agli Stati Uniti. I nuovi calcoli indicano che, se i Paesi attueranno integralmente gli impegni contenuti nei piani climatici presentati alle Nazioni Unite, entro il 2100 la temperatura globale sarà superiore di 2,6 gradi Celsius rispetto ai livelli preindustriali. Se invece il mondo continuerà lungo il percorso attuale, senza considerare gli impegni nazionali, la temperatura sarà più alta di 2,8 gradi Celsius rispetto alla seconda metà del XIX secolo: una stima identica a quella formulata lo scorso anno.
Entrambi gli scenari superano ampiamente gli obiettivi fissati dal Patto sul clima di Parigi del 2015: mantenere il riscaldamento globale ben al di sotto dei 2 gradi Celsius e, preferibilmente, limitarlo a 1,5 gradi Celsius. Attualmente, la temperatura globale è già superiore di circa 1,4 gradi Celsius rispetto ai livelli preindustriali. All’inizio di quest’anno, e nuovamente nel presente rapporto, i funzionari delle Nazioni Unite hanno riconosciuto che non è più possibile limitare il riscaldamento all’obiettivo di 1,5 gradi Celsius che si erano prefissati.
Le speranze sono ora riposte nella possibilità di contenere l’aumento della temperatura a circa 1,8 gradi Celsius, per poi riuscire in qualche modo a rimuovere dall’atmosfera una quantità sufficiente di anidride carbonica da riportare le temperature a 1,5 gradi. Il mondo è ancora “pericolosamente lontano” persino da questi obiettivi, ha dichiarato il segretario generale delle Nazioni Unite António Guterres. “Ma disponiamo degli strumenti necessari per cambiare rotta e allontanarci dall’orlo del precipizio”, ha aggiunto. Ridurre drasticamente le emissioni globali di carbonio – del 18% entro il 2030 e del 69% entro il 2040 – “è l’unico modo per tornare a una situazione in cui la realtà sia ancora in larga misura gestibile, senza impatti devastanti. Per questo motivo, una simile riduzione è assolutamente sensata”, ha affermato Inger Andersen, direttrice esecutiva dell’Unep.
(da agenzie)
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Ottobre 21st, 2026 Riccardo Fucile
“SPACCHIAMO TUTTO, TUTTI COMPATTI SOTTO LE AGENZIE DELLE ENTRATE, I COMUNI, I TRIBUNALI”… SI RISCHIANO SCONTRI IN PIAZZA VISTO CHE I GRUPPO NEONAZISTI SI TRAVESTONO DA GUARDIE BIANCHE DEL SISTEMA E VOGLIONO ATTACCARE CHI PROTESTA
«Il 17 ottobre? Era un assaggio». «È solo l’inizio e faremo di peggio». «Prepariamoci a un sabato di fuoco». «Sarà uno scenario di guerra». «Beh, speriamo». Nelle chat di Telegram, tra i messaggi criptati di Session e i commenti dei video di TikTok, le maschere antigas si alternano alle scene del videogioco sparatutto Fortnite, le barricate si danno il cambio con i negozi saccheggiati di Milano.
Se il 17 è stato l’antipasto, sui social la promessa è che il 24 ottobre, con una rabbia rinfocolata «dalla repressione dei decreti del governo», si terrà «il secondo round». Guidato sì da un malessere sociale, ma di nuovo imprevedibile, in gran parte spontaneo, senza un obiettivo preciso né una regia comune. Anzi, stavolta peggio: nelle stesse piazze si temono interessi opposti.
Quella data cerchiata di rosso è anzitutto un trend, il contenitore unico di istanze, allarmi, mobilitazioni vere o fake che siano. «Spacchiamo tutto, ci saranno un botto di vetri e robe in giro», si legge nei gruppi whatsapp. «Vi aspettiamo raga, casino», è la schermata di TikTok sopra una strada in fiamme. «Basta spaccare — posta un altro — gli scontri con la polizia sono sufficienti, faremo come Atena con il fuoco». No, «tutti compatti sotto le Agenzie delle entrate, i Comuni, i tribunali», è la chiamata di chi è pronto a «pretendere ciò che ci spetta» per i «salari da fame mentre i prezzi raddoppiano».
È soprattutto sulla piattaforma virale dei giovanissimi che ribollono i commenti di una marea multiforme e girano a decine volantini, grafiche, locandine. «Fermiamoli», dicono al governo. «Facciamoci sentire», riscaldano la piazza. Sono quasi tutte uguali, quasi tutte Ai slop, poltiglia digitale. Dietro ci sono sigle di movimenti inesistenti — “Studenti uniti” — o di gruppetti di cui s’era persa la memoria — il triestino No Green Pass “La gente come noi”.
C’è anche chi prova a organizzarsi con gruppi di comunicazione, assemblee web, manuali di pratiche di piazza, team legali o sanitari. Chi convoca piazze pacifiche per evitare che le ragioni della protesta — «il caro-vita, il caro-affitti, i salari bassi, la precarietà» — vengano oscurati.
Sui manifesti del neonato “Movimento 17 ottobre” non c’è una sola data, ma tante: ogni sabato, come fu per Gaza. C’è un orario: le 15. E ci sono decine di città: Roma, Torino, Milano, Bologna, Padova, Trieste, Rimini, Napoli, Firenze. Per ognuna c’è un simbolo: una falce, un martello, un carro, un arpione. Ricordano la jacquerie, la rivolta contadina francese del 1358. Segno che c’è la mano di qualcuno che i movimenti sociali e il loro immaginario li conosce eccome. (…)
Sono nati all’improvviso per provare a capitalizzare le mobilitazioni prima ancora che a organizzarle e per ora muovono qualche centinaio di persone. Come “Italia in piazza”, altro gruppo che si autonarra spuntato dal nulla di TikTok. Sono loro ad aver dato il preavviso alle questure per cortei pacifici ma come già è stato il 17 ottobre chi scenderà in strada il prossimo sabato non lo farà per aderire a un movimento ma perché sa, e vedrà da TikTok, che lì troverà altra gente a cui unirsi nella protesta o nella battaglia. Se solo a Roma di piazze se ne contano tre, «sceglieremo in base a quel che leggeremo nelle chat», scrivono su whatsapp.
Sono le stesse chat dove nelle scorse ore si è auto-alimentato un tam tam di manifestazioni violente fasulle (Pavia), caccia agli stranieri (Milano), stupri su studentesse (Verona). Falsi, gravissimi, allarmi conditi da audio concitati e foto di armi che hanno seminato il panico, creato il deserto. Decine di poliziotti a Cremona sono rimasti a presidiare cortei fantasma, stazioni e scuole. A Ravenna i banchi si sono svuotati per il terrore di violenze sessuali. Anche per Como girano screenshot che terrorizzano i commercianti: sondaggi per scegliere quale negozio assaltare.
(da agenzie)
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Ottobre 21st, 2026 Riccardo Fucile
L’INIZIATIVA DEL GOVERNO PREVEDE 100 MILA ABITAZIONI IN 10 ANNI A PREZZI CALMIERATI CON UN INVESTIMENTO PUBBLICO DI 10 MILIARDI, DANDO UN RUOLO CENTRALE A UN IMPRENDITORE PRIVATO, IL MANAGER 42ENNE MARIO ABBADESSA – I RISCHI DEL POTERE DI VETO DA PARTE DEGLI EMIRATI ARABI SULLA GESTIONE DEI FONDI VINCOLATI AL PIANO CASA
Il Piano casa del governo Meloni finisce nel mirino delle opposizioni dopo l’inchiesta di
Milena Gabanelli e Mario Gerevini sul Corriere della Sera, che solleva interrogativi sul ruolo del fondo sovrano di Abu Dhabi Mubadala nella gestione di investimenti immobiliari finanziati anche da società pubbliche italiane.
Al centro della vicenda c’è Add Capital, la società del manager Mario Abbadessa che guida due fondi lussemburghesi da 2,3 miliardi di euro, nei quali ha investito anche Cassa depositi e prestiti. Mubadala ha versato 600 milioni nei fondi e acquisito il 15% di Add Capital, ottenendo – secondo Dataroom – un sostanziale potere di veto sulle decisioni strategiche della società: il fondo emiratino potrebbe così bloccare operazioni che riguardano anche capitali pubblici italiani.
Il Pd chiede chiarimenti e annuncia un’interrogazione parlamentare, mentre il M5s sollecita la premier a riferire alle Camere.
“Dal Mef silenzio tombale”, attacca il deputato dem Federico Fornaro, che già a gennaio aveva presentato un’interrogazione sui “molti lati oscuri” dell’operazione. Il parlamentare chiede chi abbia scelto Abbadessa per la gestione dei fondi, senza una selezione competitiva, e perché l’operazione non sia stata affidata direttamente a Cdp.
Sulla stessa linea Antonio Misiani e Irene Tinagli, che denunciano una “corsia preferenziale” per operatori immobiliari stranieri nell’accesso a risorse di partecipate pubbliche.
“È sorprendente che proprio Giorgia Meloni, che per anni ha detto di volersi battere contro la speculazione e i grandi interessi della finanza internazionale per proteggere la sovranità italiana, avalli operazioni di questo genere”, attaccano, chiedendo alla premier di chiarire.
Ancora più duro il M5s. “La risposta all’emergenza abitativa italiana non può essere commissariata e gestita da un grattacielo emiratino”, denuncia il deputato Agostino Santillo, chiedendo che Meloni riferisca “subito in Parlamento”
(da agenzie)
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Ottobre 21st, 2026 Riccardo Fucile
“È IL NOME DI CORTESIA CHE ABBIAMO DATO ALL’AMERICANIZZAZIONE DEL MONDO ATTRAVERSO LA GLOBALIZZAZIONE”
C’è una parola che da qualche anno non riesco più a scrivere senza sentire che suona un po’ falsa.
Viene scandita battendo il pugno sui podi, brandita come una password che apra ogni porta e chiuda ogni discussione: i valori dell’Occidente. La ripetono i sovranisti che si sentono assediati da sud e da est, la ribadiscono gli esperti di geopolitica, la ridicono, con timbri opposti, tanto una certa destra che si crede in guerra di civiltà quanto una certa sinistra che si crede erede dei Lumi.
Ogni volta che la sento, invece della solidità che chi la pronuncia vorrebbe evocare, avverto il rumore di una scatola che sbatacchia a vuoto. Cos’è l’Occidente? Quando nasce, cosa è diventato, cosa vuol dire oggi?
Cominciamo dal nome, più onesto di chi lo usa. In tedesco l’Occidente si dice Abendland, la terra della sera. In latino era l’occidens, il luogo dove il sole cade, da occidere, cadere, tramontare. In ogni lingua, questa parola non indica una civiltà né un sistema di valori, ma la direzione in cui la luce muore.
L’Occidente è, alla lettera, il posto dove si fa buio.
Chi oggi invoca l’Occidente come un bastione, un’alba di valori da difendere, sta usando senza saperlo una parola che vuol dire esattamente il contrario. Ma Occidente rispetto a cosa?
Perché ovest non è un luogo. È una direzione. Il mio ovest è l’est di qualcun altro. Ogni civiltà che ha usato questa parola vi ha abbinato un contenuto diverso, tarato sulle proprie paure e desideri. Per gli intellettuali russi dell’Ottocento, gli zapadniki, gli occidentalisti che si opponevano agli slavofili, l’Occidente era l’Europa: Parigi, il parlamento, il diritto, i Lumi, tutto ciò che la Russia arretrata avrebbe dovuto importare per smettere d’essere se stessa.
Un secolo e mezzo dopo, quando Vladimir Putin e Dmitrij Medvedev evocano la decadenza dell’Occidente, guardano nella stessa direzione e vedono il nemico. La parola è identica, il contenuto rovesciato. […]
Per gli americani, la parola ha preso una piega opposta e ancora più rivelatrice. Il loro ovest, il West con la maiuscola, non era un altrove da imitare o da temere, ma terra di conquista. […] Era il vuoto da riempire, il “selvaggio da civilizzare”, e per definizione presupponeva un Altro da spingere via o cancellare: il nativo americano, il messicano, chiunque fosse già lì.
La frontiera dava una versione laica del Manifest Destiny e marchiava come Altro tutto ciò che le si opponeva. L’Occidente americano non nasce come patrimonio di valori, ma come movimento di conquista che ha bisogno di un nemico per definirsi e se lo produce mentre avanza.
Nel 1890 fu dichiarata chiusa la frontiera del “selvaggio West”. Da allora, il nemico è diventato prima il tedesco, poi il sovietico, il jihadista, il cinese, l’iraniano.
Il russo guarda a ovest e vede una civiltà da raggiungere o da combattere. L’americano guarda a ovest e vede uno spazio da possedere e degli indigeni da rimuovere. In entrambi i casi, Occidente non descrive chi lo pronuncia, ma il suo rapporto con qualcun altro, un modello o una preda. È già, in nuce, quello che diventerà nel Novecento: non un’identità, ma una relazione di potere travestita da geografia.
Allora la domanda è chi abbia coniato l’Occidente che invochiamo oggi e per nascondere cosa. La parola è antica. La usava la Roma tardo-antica, dopo che Diocleziano divise l’impero in due. E poi la cristianità latina contro Bisanzio e contro l’Islam.
Il concetto politico ha perfino un indirizzo civico, il 17 di rue Monsieur-le-Prince a Parigi, dove negli anni ’40 dell’Ottocento Auguste Comte conia l’Occidentalité. Europa e cristianità non gli bastavano, perché includevano la Russia ortodossa ed escludevano i coloni d’America e d’Australia. Gli occorreva una parola che tenesse fuori i russi.
E la inventò. Spengler, come abbiamo visto, ne fece un destino.
Ma l’Occidente con la maiuscola che si sente pronunciare oggi dai podi, quello fatto di “valori condivisi” e di un “blocco compatto da difendere”, prende la forma attuale dopo il 1945. A costruirlo furono la Guerra Fredda e le sue istituzioni: Bretton Woods nel 1944, il Piano Marshall nel 1947, la Nato nel 1949. Serviva un nome che tenesse insieme sotto un’unica bandiera l’Europa occidentale e il Nord America contro il blocco sovietico, e quel nome fu l’Occidente, il “mondo libero”. Non era una civiltà che si riconosceva, ma un’alleanza militare che si dava un’anima.
Lo studioso David Gress ha intitolato un saggio, con perfetta ironia, From Plato to Nato, “Da Platone alla Nato”, come se ci fosse una linea diretta che va dai dialoghi socratici al quartier generale di Bruxelles. Invece quella linea, si sa, fu disegnata a tavolino, nel dopoguerra, per necessità strategica. Anzi, la si cominciò a tracciare già nella guerra precedente. Il primo corso di Western Civilization alla Columbia University nacque durante la Prima guerra mondiale e si chiamava War Issues, questioni di guerra. Ed è qui che il prendere a pugni il podio diventa tragicomico.
Dietro quella parola nobile, i valori dell’Occidente, c’è un fatto molto meno nobile e mai nominato, ovvero l’egemonia americana. Gli americani bianchi, culturalmente, sono un’evoluzione del pensiero europeo, mescolato a ciò che hanno trovato e in gran parte distrutto nel loro cammino verso il West. Ma dal 1945 quella propaggine americana dell’Europa è diventata la capitale che comanda l’alleanza. E all’Europa è toccato accettare una definizione benevola che la mettesse alla pari: siamo tutti l’Occidente. Una parola generosa che nascondeva una gerarchia.
Occidente, in fondo, è il nome di cortesia che abbiamo dato all’americanizzazione del mondo attraverso la globalizzazione. È il velo diplomatico steso su un rapporto di potere.
È ironico che oggi i più accesi difensori dell’Occidente, in Europa, siano i sovranisti, gli stessi che, fino a ieri, guardavano a Washington come alla capitale della propria civiltà.
Washington, nel frattempo, li ha scaricati. Il protezionismo, l’isolazionismo, il disprezzo per gli alleati europei hanno lasciato i nostri sovranisti nella posizione dell’orfano che chiama un padre che se ne va. Continuano a invocare l’Occidente come un bastione di valori proprio mentre la potenza che teneva in piedi quel bastione annuncia che non le interessa più.
E che nel Golfo scopre di non avere abbastanza missili per difenderlo.
È il funzionamento abituale della parola. Quando le cose vanno bene è un club aperto a chiunque ne accetti le regole, quando si mettono male si richiude nel perimetro originario e sforna libri su quanto era superiore.
e allora cosa mettiamo al posto dell’Occidente? Semplice, si può dire Europa invece che Occidente, e Nord globale invece di “mondo libero”, termini più onesti.
Quando mi viene spontaneo di dire “occidentali”, per deformazione di anni, mi correggo con una definizione per me più percepibile: “europei e anglosassoni”. Ma il punto non è la parola, è ciò che le chiediamo di reggere.
Ma la Terra della Sera, l’Abendland, non deve per forza essere vissuta come un tramonto da temere.
Se si smette di fingere che sia un bastione eterno, il tramonto torna a essere quello che è sempre stato prima che qualcuno ne facesse una bandiera, semplicemente l’ora in cui la luce cambia, si fa più obliqua e più dolce, e ci prepara alla notte senza che questo sia una sconfitta.
Dopo ogni notte, puntualmente, torna l’alba. Che viene da Oriente, un’altra parola, anche quella, che abbiamo trasformato in una gabbia, e che invece voleva dire soltanto: la direzione da cui arriva di nuovo la luce. Bisogna guardare in quella direzione con più attenzione e meno paura, verso un’Asia che non comincia a Mosca e non finisce a Pechino, per capire dove si sta spostando il futuro.
Carlo Pizzati
per “la Repubblica”
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Ottobre 21st, 2026 Riccardo Fucile
“LA STAMPA”: “SIAMO PENULTIMI IN EUROPA PER L’OCCUPAZIONE DEGLI UNDER VENTINOVE, FRA I PEGGIO CLASSIFICATI PER L’ETÀ DI USCITA DALLA CASA DI FAMIGLIA. E FRA IL 2011 E IL 2024 IL 6% DEI GIOVANI HA LASCIATO L’ITALIA”
Lunedì sera, alla fine di una giornata spesa a raccogliere i cocci della devastazione di Milano,
da Palazzo Chigi è partita una nota sulla legge di Bilancio che sembrava scritta apposta per non dimenticare nessuno. «Ci saranno interventi a favore di giovani e anziani, il rafforzamento della sanità, il sostegno alle famiglie e le misure per fronteggiare il costo dell’energia».
Che in Italia ci sia un serio problema generazionale è ormai noioso ripeterlo: siamo penultimi in Europa per l’occupazione degli under ventinove, secondi per numero di Neet (Not in Education, Employment or Training), fra i peggio classificati per l’età di uscita dalla casa di famiglia: 30,2 contro una media europea di 26,3.
L’ultimo rapporto dell’Ocse – è di qualche giorno fa – calcola che fra il 2011 e il 2024 il sei per cento dei giovani tra 18 e 34 anni ha lasciato l’Italia per cercare fortuna all’estero. A gennaio il governatore della Banca d’Italia Fabio Panetta stimò che un giovane laureato tedesco guadagna l’ottanta per cento in più di un italiano, un francese il trenta.
Fra le misure di una legge di Bilancio più magra del previsto, l’unica proposta effettivamente dedicata ai giovani per il 2027 è la promessa di una tassa piatta al cinque per cento sui soli aumenti contrattuali degli under trentacinque. Era stata accarezzata una cedolare molto bassa per gli affitti lughi, ma se ne sono perse le tracce in una manovra divenuta piccina.
I partiti si affollano a promettere cose alla constituency dominante, e quest’anno non fa eccezione: fra le tante, nonostante conti fragili e rendimenti alle stelle, la Lega chiede l’abbassamento dell’età pensionabile a 64 anni. Ed è difficile sostenere che l’opposizione sia più efficace nell’immaginare soluzioni.
Prendiamo un caso, limitato ma esemplificativo. Lo scorso giugno, nell’ambito della proposta «Restiamo In Italia» contro la fuga dei giovani laureati, il Partito democratico ha lanciato una proposta di legge per introdurre un bonus da duecento euro dedicato ad «assunti o confermati con contratto di lavoro subordinato a tempo indeterminato», come se fosse normale per un under trentacinque godere di un contratto di quel tipo.
Per quell’incentivo venivano immaginati settecento milioni di euro l’anno, abbastanza per aiutare appena 270mila giovani su una platea di sei milioni.
Dopo l’uscita dall’incubo del Covid – il cui prezzo l’hanno pagato loro per primi – molte speranze per i giovani erano state riposte nel Recovery Plan, ma abbiamo fallito di nuovo. Sabato scorso, durante una manifestazione a Piazza del Popolo, la responsabile nazionale dell’Udu, una delle più grandi associazioni universitarie, ha portato sul palco il «futuro negato del Pnrr».
Non si può sostenere facesse propaganda: dei quasi duecento miliardi fra prestiti e contributi a fondo perduto ne abbiamo destinati ai più giovani cinque miliardi, il 2,5 per cento del totale. La Spagna – con l’Italia il Paese che ha avuto di più dal piano – ha investito più del quadruplo.
Quel che non ha fatto la cattiva programmazione, l’ha fallito la burocrazia lenta. È il caso dei nuovi posti per gli studenti universitari: avevamo preso l’impegno a raddoppiarli da sessanta a 120 mila, ne abbiamo realizzati poco più della metà, il resto arriverà entro il 2027, in gran parte grazie alla trasformazione di strutture private, e dunque a prezzi non accessibili a tutti.
Prima del Pnrr erano stati gli scellerati bonus edilizi: duecento miliardi di spesa per garantire la ristrutturazione delle seconde case a chiunque, tranne a chi la casa non ha l’opportunità di acquistarla, se non grazie al sostegno dei genitori benestanti.
Per avere un termine di paragone, l’investimento del Pnrr nel rifacimento, la ricostruzione e la messa in sicurezza degli edifici scolastici è stato inferiore ai dieci miliardi, un ventesimo di quella cifra. E dunque, in brutale sintesi, quattrocento miliardi di spesa pubblica in sei anni, e solo briciole alle nuove generazioni.
Sarà una coincidenza, ma le piazze piene della rabbia giovanile di questo autunno sono quelle francesi e italiane, e solo in Francia e in Italia – ormai persino più che in Grecia – il debito pubblico è alto abbastanza per negare le speranze dei più giovani. Quest’anno per pagare gli interessi necessari a ripagarlo spenderemo 96 miliardi, nel 2028 arriveremo a 112. Quest’anno sulla scuola abbiamo investito la metà di quella cifra.
(da “La Stampa”)
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Ottobre 21st, 2026 Riccardo Fucile
NEI CORRIDOI DEI SUPERMERCATI DI CAMPANIA, PUGLIA E SICILIA I CONSUMATORI APPOGGIANO LA RIVOLTA DEI TIR: “DOVREMMO ANDARE A PROTESTARE PURE NOI”, “SEMBRA IL COVID, MA SIAMO MESSI MOLTO PEGGIO”, “È DIFFICILE ANDARE AVANTI ANCHE PER LA CLASSE MEDIA”… E MENTRE IN SICILIA I BLOCCHI SONO STATI SCIOLTI A METÀ, IN CAMPANIA LA PROTESTA DEI CAMIONISTI STA FERMANDO LE AUTOSTRADE, E MINACCIA DI ARRIVARE A ROMA
Paola Solimene si ferma davanti al banco frutta del supermercato Md sullo stradone al confine tra Santa Maria Capua Vetere e Grazzanise.
Prende una confezione di pomodori. Non è quello che era entrata ad acquistare ma negli scaffali non c’è altro. La frutta no, a quella dovrà rinunciare. Banane, mele, pere, uva sono scomparse.
Al loro posto, sotto i cartellini con i prezzi, giace una fila di cassette vuote. La signora Paola si stringe nelle spalle. «Fa nulla, non moriremo di fame e là fuori c’è chi sta lottando anche per noi […] La verità è che dovremmo andare anche noi a protestare insieme agli altri. Invece siamo dei vigliacchi e io sono la prima».
Difficile trovare una protesta che metta d’accordo chi blocca le strade e chi viene bloccato. Eppure è quello che sta accadendo a Santa Maria Capua Vetere, una cittadina di oltre trentamila abitanti, stretta tra Capua e Caserta. All’uscita dell’autostrada una lunga fila di Tir blocca solo a metà il passaggio delle auto.
I mezzi pesanti, invece, non circolano da giorni, nessuno porta più frutta, verdure, carne, pesce, latte, quello che viene definito “il fresco”, le merci deperibili che ora stanno marcendo in qualche Tir parcheggiato in uno dei tanti presidi in cui si divide la protesta. Gli autotrasportatori sono radunati nella rotonda che smista il traffico in arrivo dall’autostrada. Sono sotto gli occhi di tutto ma nessuno li insulta, nessuno chiede di mettere fine ai blocchi.
Chi arriva al presidio porta solidarietà, la frase più ripetuta è: «Andate avanti».
La signora Vincenza Caccavale Osserva quello che ha messo nel carrello e sospira: «Ci dobbiamo adattare con quello che troviamo. Mi sembra il Covid ma in realtà siamo messi peggio. Allora dovevamo fare la fila però poi il cibo si trovava, adesso non c’è quasi nulla. Anche se non l’ho vissuta sembra la guerra che mi raccontava mia mamma ».
Poco più in là, davanti al banco latte e yogurt è fermo Federico Maiorana, giacca, cravatta, le iniziali ricamate sulla camicia. Ha uno studio da avvocato e non nasconde i suoi timori. «Sono molto preoccupato. Questi scaffali vuoti sono il segnale di una crisi che è molto più ampia. È sempre più difficile andare avanti anche per noi che dovremmo essere la classe media».
Scaffali vuoti anche all’Eurospin. Teresa Parrollo si guarda intorno, disorientata. «In qualche modo ci arrangeremo, questa protesta è giusta. La vita è diventata troppo cara per tutti. Vivo in un paese vicino, non ci sono mezzi pubblici, al lavoro devo per forza andare in macchina. Sono quaranta chilometri al giorno, una spesa che è diventata esagerata con i rincari dei prezzi del carburante».
In Campania si va avanti. «Ora speriamo che i cittadini si uniscano a noi», conclude Davide Di Costanzo.
A protestare accanto agli autotrasportatori ci sono gli agricoltori, anche loro in forte difficoltà, come spiega Gianni Fabbris, segretario di Altragricoltura. «Questa è una crisi molto più seria di quello che appare. Si protesta perché è fallito il sistema, non perché ci sia una regia o un complotto.
Il popolo si è mobilitato e lo farà a lungo e il governo non riesce a comprendere quello che sta accadendo. Continua a concertare un’eventuale intesa con le solite organizzazioni professionali che però non rappresentano chi sta protestando ».
(da agenzie)
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