Novembre 6th, 2026 Riccardo Fucile
BARTOLOZZI È IMPUTATA PER FALSE DICHIARAZIONI SUL CASO ALMASRI – L’AULA AVEVA SOSTENUTO CHE BARTOLOZZI AVREBBE DOVUTO USUFRUIRE DELLO STESSO SCUDO CHE SPETTAVA AI MINISTRI. LA CONSULTA HA “ESCLUSO UNA LESIONE DELLE PREROGATIVE DELLA CAMERA IN RELAZIONE ALLA MANCATA RICHIESTA DI AUTORIZZAZIONE A PROCEDERE NEI CONFRONTI DI BARTOLOZZI…”
Giusi Bartolozzi non si salva, per ora, dal processo sul caso Almasri. La Corte costituzionale ha accolto solo parzialmente il conflitto di attribuzioni sollevato dalla Camera contro i magistrati di Roma in favore dell’ex capo di gabinetto del ministro della Giustizia Carlo Nordio (ora consigliera giuridica del ministro degli Affari Ue Tommaso Foti).
Bartolozzi è imputata nella Capitale (il processo è in fase di udienza preliminare) per aver reso false dichiarazioni al Tribunale dei ministri sulla liberazione del generale libico Osama Almasri, per cui erano indagati Nordio, Giorgia Meloni, il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi e il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano.
La posizione della premier è stata in seguito archiviata, mentre i due ministri e il sottosegretario hanno evitato il processo grazie alla Camera, che ha negato l’autorizzazione a procedere nei loro confronti.
Successivamente, l’Aula ha sollevato il conflitto contro il Tribunale e la Procura di Roma, sostenendo che l’ex “zarina” avrebbe dovuto essere indagata in concorso con i membri del governo, permettendo anche a lei di usufruire dello scudo parlamentare e – soprattutto – non consentendo ai magistrati di sentirla come testimone con l’obbligo di rispondere e dire la verità (da cui l’accusa di false dichiarazioni).
Nella discussione davanti alla Corte (svolta il 6 ottobre) l’avvocato di Montecitorio Vittorio Manes ha sottolineato in questo senso il “ruolo assolutamente protagonistico” avuto nella vicenda da Bartolozzi, che ha partecipato “in prima persona a tutte le fasi valutative e decisionali”.
La Consulta, comunica l’ufficio stampa, ha però “escluso una lesione delle prerogative della Camera in relazione alla mancata richiesta di autorizzazione a procedere” nei confronti di Bartolozzi, ritenendo soltanto che il Tribunale dei ministri “avrebbe dovuto esplicitare le ragioni per le quali non ha ritenuto di configurare una possibile responsabilità per concorso nei reati attribuiti al ministro”. In sostanza, il processo può andare avanti: i verbali con le false dichiarazioni restano utilizzabili.
I magistrati, però, dovranno spiegare ex post alla Camera perché non hanno considerato concorrente l’ex “zarina”, “in modo da porla in condizioni di eventualmente promuovere” un nuovo conflitto di attribuzioni, nel caso in cui ritenga violate le proprie prerogative. La vicenda, quindi, potrebbe non essere chiusa.
La Corte, riferisce l’ufficio stampa, ha respinto anche l’altra argomentazione della Camera, cioè quella “che sussistesse un obbligo di chiedere un’autorizzazione a procedere nei confronti della dottoressa Bartolozzi per il diverso reato di false dichiarazioni“, in quanto “connesso” a quello contestato a Nordio.
“Non è stata infatti condivisa la tesi della Camera, secondo cui l’obbligo di chiedere l’autorizzazione a procedere si estenderebbe anche ai reati compiuti da un terzo e semplicemente connessi a quelli ministeriali, come – in ipotesi – dichiarazioni false realizzate allo scopo di occultare la responsabilità di un ministro”, si legge nel comunicato.
“La Corte ha, in proposito, sottolineato che la specialità della disciplina dei reati ministeriali, con la connessa garanzia dell’autorizzazione a procedere a tutela dell’azione di governo, esclude una interpretazione estensiva della disciplina dell’autorizzazione stessa. Eventuali esigenze di riservatezza istituzionale su circostanze apprese da persone interrogate dal Tribunale che non rivestano funzioni ministeriali possono essere tutelate, ove ne ricorrano le condizioni di legge, attraverso lo strumento dell’opposizione del segreto di Stato“.
(da Il Fatto Quotidiano)
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Novembre 6th, 2026 Riccardo Fucile
MA TRUMP E’ STANCO DEL SUO SEGRETARIO ALLA GUERRA DA QUANDO IN ESTATE A CAMP DAVID, NEL CORSO DI UNA RIUNIONE INFUOCATA, LO ACCUSO’ DI AVERGLI NASCOSTO CHE LA GUERRA ALL’IRAN STESSE CONSUMANDO LE RISERVE MILITARI PIÙ RAPIDAMENTE DEL PREVISTO
Il segretario alla Difesa Pete Hegseth è diventato un problema. I repubblicani lo hanno scaricato.
Il vicepresidente JD Vance, che risultò decisivo per far approvare la sua nomina in un Senato spaccato, ha attribuito la sconfitta elettorale alla guerra, quindi di riflesso a colui che a Washington considerano il “principale venditore” del conflitto, quello che ha convinto il presidente Donald Trump a dare il via all’attacco.
Tutti stanno voltando le spalle a Hegseth, tranne Trump. Ma non per affetto: silurare il ministro della Difesa dopo il tracollo elettorale, sarebbe come rinnegare la guerra. «Ho ricevuto lamentele su di lui, ma non capisco il perché», ha dichiarato il presidente. In realtà Trump sarebbe stanco di lui, da quando in estate a Camp David, nel corso di una riunione infuocata, lo aveva accusato di avergli nascosto il fatto che la guerra all’Iran stesse consumando le riserve militari molto più rapidamente del previsto. Il capo del Pentagono aveva scaricato le responsabilità sul vice, Stephen Feinberg, ma ora potrebbe toccare a lui.
Il segretario alla Difesa è accusato di aver condotto una guerra senza autorizzazione delle Camere e non aver tutelato i civili durante le operazioni militari. Una volta presentata alla Camera, la richiesta di impeachment deve essere portata all’esame dell’aula entro due giorni di lavoro.
Se l’aula approvasse gli articoli, Hegseth verrebbe formalmente messo in stato d’accusa. Per rimuoverlo servirebbe la condanna del Senato, con una maggioranza dei due terzi. Secondo la Cnn, oltre ai democratici, tra i sostenitori dell’impeachment ci sarebbero anche alcuni repubblicani, molti dei quali sconfitti alle elezioni. […] alla fine Trump potrebbe salvare il suo ministro e sacrificare il generale Dan Caine, capo degli Stati maggiori riuniti, oppure l’ammiraglio Brad Cooper, che supervisiona la guerra. In ogni caso il presidente deve decidere in fretta: se Hegseth dovesse restare al suo posto, rischia di venire rimosso dal nuovo Congresso, che si riunisce il 3 gennaio, a maggioranza dem, e che poi avrebbe potere di veto sul sostituto.
Hegseth sembra avere i giorni contati, ma se il Senato rappresenta il suo maggiore incubo, lo stesso Senato potrebbe anche diventare la sua via di fuga. Hegseth potrebbe lasciare il Pentagono e diventare senatore del Tennessee: grazie a una normativa dello Stato dove Hegseth risiede dal 2022, la nuova governatrice Marsha Blackburn lo nominerebbe per occupare il suo seggio, rimasto vacante, fino alle elezioni del 2028
(da “la Repubblica”)
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Novembre 6th, 2026 Riccardo Fucile
L’AMBASCIATORE STEFANINI: “NEL GIRO DI DUE MESI ZELENSKY E L’UCRAINA AVRANNO DI NUOVO UN CONGRESSO AMICO A WASHINGTON. NELLE PROSSIME SETTIMANE SARANNO SOTTO PRESSIONE, MILITARE DI PUTIN E DIPLOMATICA DI TRUMP, IL SOSTEGNO EUROPEO È FONDAMENTALE PER AIUTARE KIEV A NON ESSERE SCHIACCIATA IN UNA TENAGLIA RUSSO-AMERICANA. ALTRO PERDENTE È BENJAMIN NETANYAHU”
Due anni fa’ l’America scelse Trump. Per due anni il mondo l’ha o abbracciato o subito; assecondato molto, contrastato poco, ma comunque accettato. Ieri l’America l’ha ripudiato. Politicamente non istituzionalmente:r imane Presidente fino al 20 gennaio del 2029, un’eternità nel disordine internazionale regnante, in buona parte causato dallo stesso Trump.
Azzoppato certo, ma con tutti i notevoli poteri in politica estera e nella sicurezza nazionale riconosciutigli dalla Costituzione – e non è certo nuovo ad allargarseli più dei predecessori. Cosa ne farà? La domanda aleggia da Berlino a Pechino, da Mosca a Bruxelles.
Ieri Donald Trump ha ignorato tutto e si è rifugiato nel decantare il rinnovamento architettonico della Casa Bianca. Nello sbalordimento generale. Non sarà così per sempre. Rimane una presenza internazionale dominante, avendo dietro di sé la massima potenza economica e militare. Sa usarla. Può sempre intimorire con missili o con dazi.
Il risultato delle Midterm cancella la forza di soggezione esercitata sugli altri leader, alleati o avversi. Pochi gli hanno apertamente tenuto testa – Xi Jinping fra i secondi, Mark Carney fra i primi. Ora altri se ne scopriranno capaci.
Donald Trump continuerà ad avere l’ascolto di simpatizzanti come Vladimir Putin o Kim Jong-un, nonché di alleati ideologici come Javier Milei. Con più di una punta di delusione, scoprirà di aver credito solo a termine.
Gli interlocutori si domanderanno infatti due cose: quanto può promettere senza vederselo bloccato dal Congresso; chi viene dopo di lui. Non c’è nulla di peggio che parlare con qualcuno che ti guarda dietro le spalle aspettando di parlare con qualcun’altro.
Ieri, l’America si è risvegliata alla rovescia. Maggioranze in Congresso massicciamente invertite, roccaforti espugnate in Texas e nel Sud, il primo senatore dichiaratamente gay, il primo di culto musulmano – e dichiaratamente socialista. Per l’Europa e per il mondo non c’è rovesciamento. Stesso Presidente, presumibilmente stessa, o analoga, politica estera.
Più mitigata dove il Congresso riesce a mettere dei paletti – su un intervento semi-militare su Cuba? Sulle pretese groenlandesi? Forse più aggressiva dove il Presidente ha mano libera magari con qualche simpatia del pubblico, con l’Iran sul programma nucleare di Teheran o con l’Unione europea, rivale commerciale e approfittatore in sicurezza.
Sul piano internazionale ed europeo si possono fare tre ordini di considerazione. Uno, chi ci guadagna e chi ci perde. Fra i secondi Vladimir, fra primi, Volodymir. Nel giro di due mesi Zelensky e l’Ucraina avranno di nuovo un Congresso amico a Washington. Nelle prossime settimane saranno sotto pressione, militare di Putin e diplomatica di Trump, il sostegno europeo è fondamentale per aiutare Kiev a non essere schiacciata in una tenaglia russo-americana. Altro perdente, Benjamin Netanyahu.
In Israele cominciano i negoziati perla formazione del nuovo governo; l’opposizione ha subito detto che con la nuova maggioranza a Washington bisogna che Bibi si faccia da parte. Cercherà di giocare la carta di riprendere la guerra con l’Iran su cui Trump è in mezzo al guado. Altri vincenti i pasdaran.
Se si negozia hanno una mano più forte, aspettando un Congresso che taglierebbe i fondi perla guerra. È stato eletto per porvi fine. Due, cosa succede con l’Europa che Trump non ama. Può accentuare il confronto sul terreno commerciale – nuovi dazi – e della regolamentazione Ue sulle Big Tech. Si ergerebbe così a paladino degli interessi nazionali e dei posti di lavoro americani.
Bruxelles lo sa e non si attende ammorbidimenti da Washington. La Nato tira invece un respiro di sollievo. Il nuovo Congresso sarà un forte freno agli istinti antiatlantici dell’amministrazione.
Tre, la galassia Mega – le forze politiche europee che si ispirano al trumpismo – vede frantumarsi la potente sponda americana. Prendere le distanze – come ha già abbondantemente fatto Marine Le Pen – o rimanere fedeli?
Stefano Stefanini
per “QN – Quotidiano nazionale”
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Novembre 6th, 2026 Riccardo Fucile
GLI 8 DEPUTATI DELLA LISTA ARABA UNITA SCONFESSANO LA LOTTA ARMATA DI HAMAS E PROMUOVONO IL BOARD PER GAZA, E CONFERMANO L’APPOGGIO A EISENKOT. FANNO LO STESSO GLI ALTRI TRE PARTITI PALESTINESI, CHE HANNO 11 PARLAMENTARI: “NON CHIEDIAMO MINISTERI, CI BASTA CAMBIARE GOVERNO”. L’OBIETTIVO È FAR FUORI “BIBI”, POI SI VEDRÀ – LO STESSO EISENKOT AFFILA LE LAME: LA PRIMA COSA CHE FARÒ DA PREMIER, CONFIDA, SARÀ UNA COMMISSIONE CHE INDAGHI SUL 7 OTTOBRE E SU NETANYAHU
A un certo punto delle consultazioni per il nuovo governo israeliano, quando dalla residenza
brutalista del presidente Isaac Herzog esce la delegazione degli ebrei ultraortodossi ed entra quella dei partiti arabi, proprio davanti alle grandi vetrate dipinte da Reuven Rubin s’infila sorridente e sornione «il Cheshire Cat» della politica mediorientale, come lo chiama la stampa londinese: Tony Blair, che su questi rami s’appollaia sempre, uguale allo Stregatto di Alice nel Paese delle meraviglie.
L’ex premier inglese deve vedere Herzog. E parlargli delle meraviglie del Board of Peace for Gaza.
Ma non è giornata e gli concedono solo qualche minuto di cortesia: gli haredim lituani han detto che non sosterranno più Netanyahu, gli arabi han ripetuto che loro ci stanno solo se non ci sarà Netanyahu e insomma perfino le sette vite del gatto Netanyahu, stavolta, sembrano assottigliarsi.
Bibi è più debole. E se non è una fiaba, Gadi Eisenkot vede già la fine del rivale e il lieto fine per sé. Al secondo round di colloqui coi determinanti partiti minori, sotto gli occhi dei familiari di soldati caduti a Gaza e venuti qui a contestare, le posizioni si fan più chiare. 67 deputati sono pronti a votare Gadi, solo 46 per Bibi.
Il colpo basso è arrivato dai rabbini di Ebraismo della Torah Unito, 7 seggi alla Knesset che rappresentano gli ultraortodossi askenaziti: ieri a Herzog non hanno fatto nomi, e dunque si sono sfilati da un possibile incarico a Bibi.
Una botta dura. Temuta, ma inattesa. Che poche ore dopo ha mandato il premier alle corde con l’uno-due degli arabi. Gli 8 deputati della Lista Araba Unita sconfessano la lotta armata di Hamas e promuovono il Board per Gaza, questo sì, ma poi confermano l’appoggio a Eisenkot. Fanno lo stesso gli altri tre partiti palestinesi, che hanno 11 parlamentari: «Non chiediamo ministeri, ci basta cambiare governo»
E dunque. Baciare il rospo e convincere Eisenkot ad allearsi con gli arabi? O investire nell’usato sicuro dell’unità nazionale, con una staffetta Bibi-Gadi? Herzog sembra preferire quest’ultima ipotesi. Anche se le distanze fra il premier e l’ex generale restano enormi
E altre nubi s’addensano: l’ambasciatore israeliano all’Onu, Danny Danon, va in tv a chiarire che Bibi non c’entra col crollo di Trump, «la decisione d’attaccare l’Iran è stata degli Usa, troppo facile dare la colpa a noi». Lo stesso Eisenkot affila le lame: la prima cosa che farò da premier, confida, sarà una commissione che indaghi sul 7 ottobre e su Netanyahu
(da Corriere della Sera)
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Novembre 6th, 2026 Riccardo Fucile
IN LOMBARDIA VOLANO GLI STRACCI SULLA “MANOVRINA”. I SALVINIANI IMPALLINANO L’ASSESSORE REGIONALE AL WELFARE GUIDO BERTOLASO PERCHÉ AVEVA CHIESTO PER LA SANITÀ LE RISORSE CHE LA LEGA VORREBBE DESTINARE ALLA “NUOVA QUOTA 100”
Come già successo la scorsa settimana l’atteso e controverso decreto Bollette con il tetto al prezzo del gas, quello che dovrebbe tagliare con urgenza i costi dell’energia per imprese e famiglie, entra in Consiglio dei ministri ma non viene approvato, dopo che già era pronta una conferenza stampa per raccontarlo agli italiani.
Il rinvio sarebbe solo fine a lunedì, dice il ministero dell’Ambiente guidato da Gilberto Pichetto Fratin, responsabile del provvedimento, e aggiunge che il testo illustrato ieri è quello «definitivo».
I nodi ancora aperti però sarebbero diversi, e non così semplici da sciogliere. Nel resoconto del Cdm si legge infatti che sarà necessaria una nuova interlocuzione con Bruxelles, e poi un’ulteriore verifica da parte del ministero dell’Economia.
Cosa non quadra ancora? Fonti di governo parlano prima di tutto di un problema contabile di disallineamento tra coperture e spese. Non riguarderebbe il famoso tetto, ma un’altra misura contenuta nel decreto, quella che prevede di tagliare gli oneri di sistema pagati in bolletta dalle industrie gasivore, come cemento, carta, acciaio e vetro.
I ricavi per questo intervento sono stati ottenuti vendendo vecchie riserve di metano accumulate durante la crisi del gas russo, e già versati lo scorso settembre all’ente pubblico che gestisce e distribuisce i vari incentivi energetici.
La misura però scatterebbe il prossimo anno e questo, secondo la Ragioneria dello Stato, provocherebbe un entrata nel 2026 e un aggravio di debito pubblico nel 2027. Non un problema di copertura, ma una discrepanza che andrà sanata garantendo che l’impiego delle risorse avvenga nello stesso anno in cui sono acquisite.
L’osservazione della Ragioneria però non è nuova, anzi era già sul tavolo una settimana fa. E questo, insieme al supplemento di interlocuzione con l’Europa, pare sintomo del fatto che nel decreto ci siano anche altri problemi da risolvere.
La grande indiziata è ancora una volta la misura dal maggiore impatto, cioè il tetto che limiterà a 58,9 euro il prezzo del gas pagato dalle centrali termoelettriche, compensando loro la differenza rispetto a quello di mercato, oggi a 90 euro, in modo da ridurre a cascata il prezzo dell’energia prodotta.
È uno dei detonatori del conflitto esploso tra le società elettriche e il resto della Confindustria, con l’associazione Elettricità Futura che ha prima deciso di uscire da Confindustria Energia e poi attaccato il governo per aver trattato il settore come una cassa da cui attingere: l’impatto del solo decreto Bollette, ha stimato, sarebbe compreso tra i 3,5 e i 4,5 miliardi di euro, che salirebbero tra i 6 e i 7 considerando anche l’incremento Irap contenuto in manovra.
Il problema è sempre lo stesso: chi pagherà il costo dell’intervento? All’inizio si pensava sarebbe stato scaricato a valle nelle bollette degli utenti beneficiari, cioè quelli con tariffe variabili, che avrebbero comunque goduto di un risparmio netto.
Poi però Pichetto ha parlato di una ripartizione tra i consumatori e gli stessi produttori. A quel punto la lobby di settore ha reagito alzando i toni e i tecnici del ministero si sono rimessi al lavoro per trovare un meccanismo meno impattante.
FONTANA PROVA A SOCCORRERE GIORGETTI. I SALVINIANI ALL’ATTACCO DI BERTOLASO
La difesa è tutta politica, con il Federale di oggi all’orizzonte. E visto lo scontento che negli ultimi giorni per la manovra serpeggia nel Carroccio, sul fronte di quota 64 e flat tax: per entrambe, per Matteo Salvini e i suoi, si sarebbe fatto troppo poco.
Nella Lega ancora infuocata in barba al congresso che doveva pacificare, sul banco degli imputati ora si ritrova il titolare dell’Economia Giancarlo Giorgetti. Per il quale, allora, scende in campo il governatore lombardo Attilio Fontana, da mesi con l’ormai (quasi) ex capogruppo al Senato Massimiliano Romeo in prima linea per chiedere più attenzione al Nord.
«Chi può negare i meriti del ministro Giancarlo Giorgetti, riconosciuto in tutto il mondo come il miglior ministro del governo?», chiede allora il numero uno di Palazzo Lombardia […].
«In questi anni il governo Meloni ha affrontato sfide inusuali, da guerre e fibrillazioni sull’energia alla crisi di Hormuz, trovando risorse adeguate nonostante la pesante eredità del precedente esecutivo. Gli effetti del reddito di cittadinanza e del Superbonus pesano tuttora sui conti: le politiche demagogiche della sinistra hanno scaricato i costi sulle future generazioni», continua allora Fontana.
Per poi ricordare, con un monito abbastanza netto ai compagni di partito, che «nonostante ciò, qualcuno ha lavorato per proteggere il Paese», e il nome e cognome del titolare del Mef è anche superfluo farlo.
«I risultati sono evidenti: debito pubblico in calo di quasi 5 punti, obiettivo europeo del 3 per cento sfiorato per pochi decimali, spread ai minimi storici, successo dei titoli di Stato e crescente fiducia internazionale — rimarca ancora Fontana — . Questo ha permesso di aumentare i fondi per la sanità, pagare le pensioni, sostenere il manifatturiero e tagliare le tasse».
Attenzione, questo non vuol dire che la Lombardia non sia perplessa per alcuni passaggi della manovra: due giorni fa anche il Pirellone ha firmato la richiesta al governo da tutte le Regioni di rivedere le cifre, con alcuni pronti a paventare un ricorso alla Consulta.
Perché «sul tema sanità, l’obiettivo comune di Regioni e governo è mantenere inalterati i livelli di prestazione ai cittadini, in coerenza con la politica economica prudente dell’esecutivo, che ha aumentato gli stanziamenti dopo quindici anni di tagli della sinistra», sempre Fontana.
E che ci siano fibrillazioni lo dimostrano anche le parole dell’assessore al Welfare dello stesso Fontana, Guido Bertolaso, che al numero uno di Palazzo Lombardia è legato da un patto di ferro. «Leggo che qualcuno ha chiesto quattro miliardi per una questione relativa alle pensioni a 64 anni.
Quei quattro miliardi, se fossero destinati alla sanità, credo che sarebbero un gesto apprezzato da tutti i cittadini», Bertolaso dixit. E via un altro putiferio dentro la Lega, «non si possono depredare i pensionati per finanziare la sanità», replica il salviniano doc Emanuele Monti, che siede nell’aula regionale lombarda e del Carroccio è responsabile della sanità.
(da agenzie)
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Novembre 6th, 2026 Riccardo Fucile
“QUELLO CHE È CAMBIATO È CHE SI STA STRUTTURANDO UNA NUOVA ‘SINISTRA SOCIALE’, PIÙ ATTENTA ALLE DISUGUAGLIANZE E AL REDDITO”
I repubblicani non prendevano una botta di queste proporzioni dalle elezioni di midterm del
1974, quando si votò tre mesi dopo le dimissioni di Nixon per lo scandalo Watergate.
È vero che tutti i presidenti americani di solito perdono le elezioni a metà mandato; ma così, in queste dimensioni, di rado.
A guardare le cose dall’Europa, viene però qualche dubbio sull’ipotesi di una svolta a sinistra.
Se si guarda alle due parole d’ordine con cui i democratici hanno vinto, scopriremo infatti che sono le stesse che hanno dato la vittoria a Trump due anni fa: no al carovita e all’inflazione, basta avventure militari lontano da casa (soprattutto se perdenti). Se ne deve dunque dedurre che la domanda degli elettori è rimasta più o meno la stessa, ma ha cercato (e trovato) risposte in un’offerta politica di diverso colore.
Molti tra i democratici che hanno vinto possono essere definiti «populisti», seppure di conio diverso rispetto ai Maga: più moderati e rispettosi delle istituzioni repubblicane, ma non meno radicali contro l’establishment. Solo che stavolta è l’altro establishment.
Quello che è cambiato, magari, è che, come a New York, a Londra a Berlino nelle elezioni per il sindaco, si sta strutturando una nuova «sinistra sociale», molto meno interessata ai dilemmi woke e alla cultura gender, e più attenta alle disuguaglianze e al reddito.
Non più dominio incontrastato della destra Maga, il mercato elettorale dei «latinos», dei giovani, dei «forgotten men», i «dimenticati» da una società sempre più diseguale, tecnologica, impersonale, ha trovato dei competitori agguerriti nei democratici.
Se ci fosse davvero una svolta ideale verso sinistra, non si spiegherebbe d’altronde come mai, in base ai dati finora disponibili, in California sia stata bocciata in un referendum la proposta di una patrimoniale del 5% a carico dei super ricchi, presentata dal più di sinistra di tutti, Bernie Sanders. E come mai, all’opposto, in Florida sia passata a furor di popolo una riduzione delle tasse sugli immobili, lanciata dal governatore repubblicano dello Stato.
In ogni caso, vedremo presto se un vento nuovo esiste davvero, e se soffia anche in Europa: oppure se, a fine mese, il partito di estrema destra Vox vincerà le elezioni in Spagna insieme con l’alleato Partito popolare, e nella prossima primavera Marine Le Pen conquisterà l’Eliseo, dopo cinquant’anni di tentativi di famiglia. Può darsi insomma che il voto contro Trump non sia un voto di sinistra. Ma contro Trump.
Antonio Polito
per il “Corriere della Sera”
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Novembre 6th, 2026 Riccardo Fucile
L’IPOTESI DELLA FIRMA USATA DA ALTRI… I CANALI TELEGRAM E GLI 80.000 ISCRITTI IN RUSSIA,,, IL COLLEGAMENTO CON LA WAGNER
Una mail partita dalla Colombia. Intestata a una donna che lavora nell’amministrazione di un’azienda sanitaria. Da lì è arrivata la minaccia ai voli che ha fermato sei aerei in Italia e altri in Europa. A firmarla i «Combattenti dello Stato Maschile», pronti a colpire «il vostro regime femminista».
Ma il sospetto degli investigatori è che la firma possa essere stata utilizzata da altri. Il 19 ottobre scorso la mail che annunciava bombe in alcune scuole italiane e su un volo Ryanair per Gedda era firmata dal «Corpo delle Guardie della Rivoluzione islamica». Le scuole, gli asili, i tribunali, gli ospedali, i centri commerciali. Ieri gli aeroporti. E domani? «Sarà un’escalation», dicono gli investigatori.
Stato Maschile
«Siete tutti complici di un complotto criminale, vogliamo annientarvi per questo», c’era scritto in un italiano approssimativo, nella e-mail arrivata a una dipendente di Aviapartner, una delle tre società di handling che collabora con Aeroporti di Roma, e a una serie di colleghi proprio di Adr. Repubblica fa sapere che sui voli «Helsinki-Italia» e «Dublino-Italia» non c’era nulla. Il collegamento è con «Male State» («Muzhskoye gosudarstvo»), movimento russo estremista, ultranazionalista, razzista, omofobo e misogino fondato da Vladislav Pozdnyakov. Lui è stato condannato per incitamento all’odio contro le donne. La Russia ha dichiarato fuorilegge l’organizzazione nel 2021.
Gli incel
Il collegamento più intuitivo è con gli incel. La parola è un’abbreviazione dell’inglese involuntary celibate (“celibe involontario”). Indica una persona che si trova nell’impossibilità di avere rapporti affettivi o sessuali. Il concetto è nato alla fine degli anni Novanta e con il tempo si è trasformato in una sottocultura quasi esclusivamente maschile e radicata nel web.
La firma usata da altri
Ma il sospetto è che la firma sia stata usata da altri. Oltre a quelle di ottobre, anche la mail che ha fermato un volo Ryanair diretto a Roma era firmata dai «militanti della provincia di Neviansk» (Russia siberiana). Il Corriere spiega che gli allarmi vengono mandati attraverso caselle di posta elettronica hackerate. La pista principale dei falsi allarmi porta alla Russia. Intanto ogni minaccia deve essere considerata credibile: «Non possiamo fare il gioco dell’al lupo, al lupo», spiega un investigatore dell’Antiterrorismo.
Evgheny Prigozhin
La Stampa parla anche di sei canali Telegram e un numero di iscritti tra i 60 e gli 80 mila per i gruppi redivivi di Stato Maschile. Sono diventati feroci sostenitori dell’invasione dell’Ucraina, che salutarono così, sul canale del gruppo: «La vittoria è con noi, gli ucraini sono sotto di noi», «Il cielo è sopra di noi, avanti, fratelli russi». Alcuni dei gestori come Vladimir Ivanov lavoravano con Evgheny Prigozhin, il fondatore del Gruppo Wagner ma anche della troll factory di San Pietroburgo, o collegate a “Tsargrad”, l’impero mediatico dell’oligarca ortodosso (e putiniano) Konstantin Malofeeev.
(da agenzie)
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Novembre 6th, 2026 Riccardo Fucile
SENTIVAMO LA MANCANZA DEI CAZZARI SOVRANISTI DEI “COMBATTENTI PER LO STATO MASCHILE”
i mancavano i «combattenti per lo Stato maschile» che vogliono annientarci perché il nostro
«regime femminista» sta dando troppo spago alle donne. Non bastavano le incognite del clima, della tecnologia e della demografia. Dobbiamo preoccuparci anche di un sedicente gruppuscolo di reazionari al cui confronto Vannacci sembra un attivista del Gay Pride.
Sempre che non recitino una parte, si tratta di persone che considerano Barbablù un progressista e sognano di regnare su un harem di donne sottomesse, nella speranza di trovarne qualcuna che se li fili almeno lì.
Di moderno, purtroppo, hanno solo quella capacità di smanettare sui computer che consente loro di seminare il panico negli aeroporti di mezza Europa, con allarmi-bomba conditi da messaggi inneggianti a un mondo patriarcale che per fortuna non tornerà mai più.
Qualcuno sospetta che siano al soldo di Putin, ma il punto non è nemmeno sapere chi ci sia dietro. Il punto è sapere che cosa ci sia davanti. Come ci attrezzeremo a vivere camminando sul filo dell’allarmismo, tra annunci di attentati e blackout assortiti, circondati da Pierini che urlano continuamente «al lupo» per indurci col tempo ad abbassare le difese, anche quelle emotive, così da farci diventare sempre più cinici e confusi, dunque più malleabili. In attesa di contromisure, qui all’interno del «regime femminista» si cerca comunque di resistere: respinti i «combattenti per lo Stato maschile», ci prepariamo all’imminente urto con i templari.
(da corriere.it)
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Novembre 6th, 2026 Riccardo Fucile
PRESENTE ALLE SEDUTE MA POCO ATTIVO, HA PRESENTATO IN PROPRIO SOLO 5 CINQUE PROPOSTE IN DUE ANNI
Sono passati oltre due anni dall’elezione di Roberto Vannacci al Parlamento Europeo. All’inizio di febbraio di quest’anno l’ex generale di divisione dell’esercito italiano, ha lasciato la Lega e lanciato il suo partito «Futuro Nazionale» per andare alla conquista del Parlamento italiano alle prossime elezioni del 2027. In questi due anni, come europarlamentare, cosa ha fatto concretamente a Bruxelles?
Presente, ma poco attivo
La presenza di Vannacci in aula al Parlamento europeo è alta. Ha preso parte a 103 sedute plenarie su 104 e 6093 votazioni con appello nominale su 6158 (dato di metà ottobre su mpscore.eu). Ma il lavoro di un parlamentare si misura soprattutto sull’attività che svolge all’interno delle commissioni di cui è membro.
È in queste sedi, infatti, che si prepara il grosso del lavoro legislativo e politico prima di approdare in aula. L’ex generale è membro di quattro commissioni permanenti, due le ha abbandonate il 3 febbraio con l’uscita dalla Lega: quella per gli Affari Esteri (Afet) e quella per l’ambiente, la sanità pubblica e la sicurezza alimentare (Envi).
È invece rimasto membro della commissione Sicurezza e Difesa (Sede), incentrata sulla costruzione di una unione europea di difesa, vigila sulla strategia industriale al fine di creare un mercato unico della difesa, minacce all’integrità territoriale, collaborazione tra Ue e Nato. In due anni ha partecipato solo a 9 riunioni su 24.
Mentre a quella per le libertà civili, giustizia e affari interni (Libe), che si occupa di difesa dello stato di diritto nella Ue, protezione delle minoranze, lotta alle discriminazioni, asilo e migrazione, è andato ancora meno: 7 volte su 28 (mpscore.eu).
L’ex generale ha controfirmato decine di proposte di risoluzione, ma ne ha presentate solo cinque in prima persona (, quattro su cinque a tema migrazioni.
Anche la sua partecipazione attiva ai lavori non è particolarmente elevata: dall’elezione l’ex generale ha controfirmato decine di proposte di risoluzione, ma ne ha presentate solo cinque in prima persona (qui), quattro su cinque a tema migrazioni. La prima, il 23 settembre 2024: chiede all’Unione europea di rivedere gli orientamenti politici in materia migratoria e alla Commissione di presentare un piano d’azione di contrasto. La seconda il 22 novembre è immediatamente successiva all’elezione di Trump, e chiede nuovamente l’abolizione delle politiche migratorie dell’Ue e la ridefinizione delle politiche climatiche in linea con la nuova amministrazione statunitense. Il 12 giugno 2025 chiede alla Commissione di elaborare un piano d’azione per contrastare le infiltrazioni islamiste in Europa. Il 23 settembre propone una risoluzione di condanna degli omicidi della rifugiata ucraina Iryna Zarutska e dell’attivista politico statunitense Charlie Kirk. Infine, il 27 novembre 2025, chiede al Parlamento il divieto di qualsiasi forma di applicazione della sharia nella Ue. Sebbene la sharia non sia nemmeno lontanamente contemplata nelle leggi nazionali e nella Costituzione, esorta gli Stati membri a sciogliere gli organismi di mediazione informale e a confiscare i beni correlati.
Il rapporto con i lobbisti
Il suo rapporto con i lobbisti, che ogni parlamentare europeo ha l’obbligo di rendicontare, è invece decisamente attivo. Ci sono riunioni a cui partecipano solo gli staff dei deputati e altre a cui i deputati vanno personalmente. Si tratta di incontri di varia natura: ragioni istituzionali (perché si è relatore per il proprio gruppo di un progetto di legge), ragioni collegate alle commissioni di cui si è membri e altre liberamente scelte. Su queste ultime abbiamo fatto un confronto tra i capidelegazione, cioè i referenti dei vari partiti italiani all’interno del Parlamento Europeo.
La scheda di Carlo Fidanza (FdI) è aggiornata ad ottobre: su 68 incontri, il 28% non è direttamente attinente alle sue competenze in Parlamento (compagnie assicurative, produttori di armi, aziende farmaceutiche, un circuito di carte di credito). La scheda aggiornata di Nicola Zingaretti (Pd) registra 110 incontri e l’8% fuori dal perimetro delle commissioni di cui è membro (principalmente aziende vinicole italiane). La rendicontazione di Paolo Borchia (Lega) è aggiornata, ma scarna: solo 10 incontri, di cui uno fuori perimetro con una società di consulenza per le relazioni pubbliche. Idem per Fulvio Martusciello (Forza Italia): solo 4, tutte attinenti alle commissioni di cui fa parte, ma l’aggiornamento è fermo a marzo e, soprattutto, è finito nell’inchiesta della magistratura belga sulle presunte attività di lobbying illecite dell’azienda cinese Huawei nelle istituzioni europee, e il Parlamento gli ha revocato l’immunità. Pasquale Tridico (M5S) ha registrato 74 incontri fino a luglio, il 9% fuori dall’ambito diretto.
Vannacci dichiara 37 incontri, al netto di quelli a cui ha partecipato come relatore ombra, di cui il 54% fuori dall’ambito diretto delle commissioni di cui fa parte
Vannacci dichiara 37 incontri, al netto di quelli a cui ha partecipato come relatore ombra, di cui il 54% fuori dall’ambito diretto delle commissioni di cui fa parte: Federacciai (10/9/24), Terna (18/9/2024), Assomela (30/1/2025), Assarmatori (25/3/2025), Enel (20/9/2025), Manifattura Sigaro Toscano (25/11/25). È chiaro che le competenze di un parlamentare europeo sono ampie e può incontrare qualunque portatore di interessi, purché lo dichiari. Ma come facciamo a essere sicuri che poi agisca liberamente e non seguendo le indicazioni dei lobbisti? La certezza non c’è, perché non ci sono resoconti degli incontri, ma si può provare a ricostruire a ritroso, andando a vedere le interrogazioni: lo strumento, scritto o orale, che i deputati usano per fare pressioni sulla Commissione su fatti specifici.
L’intreccio tra attività, lobbisti, finanziatori
Fidanza ha presentato 9 interrogazioni, da solo o come primo firmatario. Nessuna queste appare collegata agli incontri che ha avuto. Lo stesse vale per Zingaretti, che ne ha presentate 11. Tra le 18 di Tridico ce n’è una anti-lobbista: quella di richiesta di maggiore tassazione delle grandi piattaforme digitali. Le 11 di Martusciello non sembrano collegate allo scarno resoconto dei suoi incontri, ma il capodelegazione di Forza Italia è accusato dalla magistratura belga di far parte di un gruppo di 15 deputati che, dietro regali di modesto valore (smartphone, devices e biglietti per partite di calcio) o trasferimenti di alcune migliaia di euro, avrebbero favorito l’azienda cinese Huawei.
Borchia ne ha presentate 28, di cui due a favore di una filiera, con le quali contesta le sanzioni dell’Autorità italiana della Concorrenza a numerose imprese che operano nel nostro Paese nel settore della ghisa, e contro l’aumento delle accise sui prodotti contenenti nicotina.
Vannacci ne presenta 18 come primo o unico firmatario e ne controfirma altre 41. Ed è riscontrabile una certa continuità tra la sua attività politica, i suoi incontri con i lobbisti e i finanziatori di Futuro Nazionale.
Le interrogazioni di Vannacci
Vannacci ha incontrato tre volte Fuels Europe (18/9/24, 27/11/24 e 17/6/26), l’associazione di multinazionali del petrolio e del gas tra cui membri c’è la russa Lukoil che, nonostante le sanzioni, continua in parte a operare in Europa nel settore lubrificanti con impianti di miscelazione in Finlandia, Austria e Romania; e carburanti con impianti di raffinazione e reti di stazioni di servizio in Bulgaria, Romania, Serbia, Croazia, Paesi Bassi. Ebbene, il 31 ottobre 2024 critica la risoluzione del Parlamento di sospendere il memorandum d’intesa con l’Azerbaigian per il raddoppio della fornitura del gas se continua la repressione contro giornalisti e oppositori politici (qui); il 22 gennaio 2025 attacca la Commissione chiedendo conferma dell’esistenza di contratti e finanziamenti destinati a gruppi ambientalisti a favore del Green Deal (qui); l’11 settembre 2025 chiede alla Commissione come valuta il fatto che l’Ucraina acquisti gas russo con finanziamenti europei, mentre viene chiesto agli Stati membri di non acquistarlo (qui); il 16 dicembre 2025 attacca il piano di transizione ecologica REPowerEU perché ha «puntato principalmente sull’abbandono delle forniture russe, senza però garantire un adeguato rafforzamento della capacità interna» (qui).
Il 17 luglio 2024 il suo staff incontra l’associazione dei costruttori europei di automobili, di cui fa parte Stellantis. Il 12 novembre 2024 Vannacci firma con altri un’interrogazione che parte dalle dichiarazioni di Stellantis e finisce col chiedere la riduzione delle sanzioni previste per i costruttori sulle quote tra vetture elettriche ed endotermiche prodotte (qui).
Il 20 febbraio 2025 incontra l’Unic, l’associazione delle concerie italiane, per gli impatti del regolamento Ue (115/2023) sulla riduzione della deforestazione e le emissioni di gas serra, e il 21 maggio presenta un’interrogazione per chiedere la revisione del regolamento stesso (qui).
Il 30 aprile 2025 incontra Federchimica sulle priorità del sistema dell’industria chimica (rientra nella tematica che riguarda la Commissione di cui in quel momento fa ancora parte) e il 29 gennaio 2026 firma, insieme ad altri, una risoluzione che mette in dubbio l’affidabilità scientifica su cui si basa il quadro normativo UE in materia di microplastiche e il loro effetto sulla salute umana (qui). Il 26 febbraio 2026 incontra Confimpresaitalia, di cui fanno parte anche i balneari, e il 27 luglio 2026 chiede alla Commissione l’immediata archiviazione della procedura d’infrazione aperta contro l’Italia per il non rispetto della normativa europea sulle Concessioni balneari (qui).
Dal mondo industriale, d’altronde, arrivano diversi finanziamenti a Futuro Nazionale. In sette mesi, dal 5 marzo di quest’anno a inizio ottobre, il partito ha raccolto 567.786 euro tra donazioni, servizi, comodati e altri contributi: il 64%, cioè 366 mila euro, arriva dal mondo delle imprese. Immobiliari, alimentari, edilizie e soprattutto petrolifere
Domenico Affinito e Milena Gabanelli
(da corriere.it)
argomento: Politica | Commenta »