Ottobre 22nd, 2026 Riccardo Fucile
LA CREATIVITA’ PENALE DEI FRATELLI DI GIORGIA NON HA NE’ LIMITI NE’ PUDORE
In quattro anni hanno inventato una ventina di nuovi reati, alcuni inutili, altri controproducenti rispetto al fine che si promettevano, altri ancora gravemente lesivi delle più elementari libertà costituzionali: la disobbedienza civile è diventata reato, le rivendicazioni sindacali pure. Dal decreto Rave del 2022, passando per il decreto Cutro e i decreti Sicurezza dell’anno scorso, fino all’ultima mostruosità di martedì, il governo Meloni passerà alla storia per una pericolosissima ossessione securitaria che non guarda in faccia ai profili di merito (come hanno osservato magistrati e avvocati, l’apparato normativo che esce dai decreti Sicurezza mal si concilia con i principi costituzionali di offensività, tassatività, ragionevolezza e proporzionalità) né a quelli di forma perché il decreto è diventato sistematica fonte del diritto penale. E con modalità che di fatto hanno cambiato la Costituzione: sia per i decreti dell’anno scorso che per il più recente, esistevano già disegni di legge in Parlamento. Così il governo scippa al Parlamento la funzione che la Costituzione e qualche secolo di dottrina gli conferiscono, ovvero quella legislativa. Qualcuno sostiene che la “bulimia punitiva” questa volta sia giustificata dalle violenze dello scorso weekend, ma a parte l’ovvia considerazione che la legge penale non può essere retroattiva (articoli 25 Costituzione, 2 Codice penale, 7 Cedu), non ci si era mai spinti a ipotizzare di dare all’esercito per le strade poteri di polizia giudiziaria. Il presidente della Repubblica ha respinto al mittente la proposta, ma come ha spiegato ieri su Repubblica Franco Gabrielli, è gravissimo anche solo il fatto che ci abbiano pensato: “Questo Paese ha faticosamente costruito un sistema che distingue le responsabilità civili della sicurezza pubblica da quelle militari della difesa contro le minacce esterne. Un argine fondamentale per una democrazia liberale”.
A Milano saranno inviati 500 parà della Folgore e mezzo governo li avrebbe voluti in strada ad arrestare gente: pare che il ministro Crosetto sia rimasto deluso dalla bocciatura del Colle (“Dovete spiegarmi cosa farà l’esercito a questo punto”). Il capo delle forze armate è il presidente della Repubblica e non il ministro della Difesa a cui però spettano le funzioni di direzione politica e amministrativa dell’esercito e a cui, per esempio, risponde il capo di Stato maggiore. Non è affatto confortante l’idea che Crosetto pensi seriamente di mandare i parà della Folgore – che non hanno alcuna formazione in materia di ordine pubblico – ad arrestare gente a Milano: come ha detto Gabrielli, “quando si apre un varco del genere è difficile richiuderlo”. Non evocheremo i colonnelli (o i generali), la Grecia, la Spagna, il Cile: però attenzione perché stiamo attraversando una mutazione esecutivizzante della nostra democrazia (non solo per l’abuso cronico dei decreti, ma anche per una generale marginalizzazione del Parlamento e il tentativo di ridurre il capo dello Stato a un notaio, come la nuova legge elettorale dimostra). Se a questo quadro si aggiungono trovate pericolose (e potenzialmente eversive) come il conferimento di poteri straordinari all’esercito, la situazione può facilmente scappare di mano. Nel 2005, commentando il pacchetto Sicurezza dell’epoca (il decreto Pisanu in tema di terrorismo internazionale), Stefano Rodotà ricordò che ai tempi della Legge Reale “l’estensione del fermo di polizia fu almeno accompagnata dall’obbligo del ministro dell’Interno di presentare periodiche relazioni al Parlamento sull’uso di quello strumento”. Non è stata la legge Reale a sconfiggere il terrorismo interno, ma occhio perché ha continuato a fare danni anche molto tempo dopo l’emergenza durante la quale era stata approvata. Fin qui.
(da ilfattoquotidiano.it)
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Ottobre 22nd, 2026 Riccardo Fucile
SE IL CAPITALISMO HA ANCORA UN CERVELLO, LO ADOPERI
Per dirla come al bar: quanto costerebbe, a un ricco, una tassa patrimoniale, e quanto
gli costerebbe pagarsi i vigilantes che lo proteggono? E a parte i conti in tasca (vuoi scommettere che costerebbe di meno la patrimoniale?), che futuro sognano, i ricchi? Quanto Welfare e quanto filo spinato, considerando che il primo è il contrario del secondo?
Le tasse servono per pagare più scuole, più insegnanti, più poliziotti, affidando allo Stato, alla collettività, il compito di educare, assistere, quando occorre reprimere. Si chiama stato sociale ed è una soluzione di tipo europeo — fino a che l’Europa esisterà in quanto tale, con buona pace di Putin e di Trump.
L’altra soluzione è di tipo sudamericano: privatizzare la sicurezza, privatizzare tutto. Quartieri bunker e guardie armate alla porta. Il “chi va là” come condizione quotidiana, e magari qualcuno è così stupido che lo considera pure uno status symbol, vivere blindato.
Se fossi un ricco, mi porrei la domanda. Farei come quella combriccola di miliardari americani che hanno fondato l’associazione “Tax the rich”. Sono arcistufi di fare beneficenza: vogliono pagare più tasse. Sono più intelligenti dei loro pari grado. Sanno che una società più equilibrata, meno difforme socialmente, è la migliore garanzia per il futuro di tutti. E anche per la sicurezza di tutti.
In mezzo a tanti appelli (giustificati) ai ragazzini delle periferie, “pensate a quello che fate”, vale la pena un appello simmetrico da rivolgere agli straricchi: pensate a quello che fate. Se il capitalismo ha ancora un cervello, lo adoperi. Se invece è solo una sequenza di algoritmi, il guaio è grosso.
(da Repubblica)
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Ottobre 22nd, 2026 Riccardo Fucile
IL GOVERNO MELONI GENERA SOLO INSICUREZZA E USA LA REPRESSIONE PERCHE’ NON SA FARE PREVENZIONE
Non è vero che i giornali non li legge più nessuno. Li leggono a palazzo Chigi, dal primo all’ultimo rigo. E dopo averli letti, decretano. Sarà per questo che si chiamano decreti legge: perché il governo legge le cronache del giorno, e le trasforma in un decreto.
D’altronde cominciò così l’avventura di questo esecutivo. Ottobre 2022: migliaia di giovani, italiani e stranieri, si radunano all’interno d’un capannone abbandonato a Cittanova (nei pressi di Modena), in occasione del fine settimana di Halloween. È un rave party, che manda in tilt il traffico stradale e diventa immediatamente una notizia. Sicché il governo Meloni battezza il primo decreto legge della sua (lunga) serie, introducendo uno specifico reato per punire l’invasione di terreni o di edifici. E quante volte è stato applicato il nuovo reato in quattro anni? Zero, zero tagliato. Ma che importa, ciò che conta è cavalcare la notizia, rigirarla a tuo vantaggio, gonfiare i muscoli dinanzi agli elettori.
No, non è un governo: è un edicolante. Che ha continuato a vendere carta stampata con il decreto Cutro (marzo 2023), inasprendo le pene contro gli scafisti e imprimendo una stretta alla gestione dei flussi migratori. Anche in quel caso, una notizia normativa per reagire a una notizia di cronaca: il naufragio d’un caicco davanti alla spiaggia calabrese di Cutro, che provocò 94 vittime fra i migranti che erano a bordo.
Oppure, altro episodio: il decreto Caivano, di pochi mesi dopo. Lo stupro di due cugine adolescenti da parte di altri adolescenti, la reazione inorridita dell’opinione pubblica, il decreto che introduce sanzioni contro i minorenni. Stravolgendo il sistema di giustizia minorile e sopprimendo in molti casi l’istituto della messa alla prova, uno strumento cardine per la rieducazione e il reinserimento sociale dei minorenni accusati di reati.
Milano, 18 ottobre: scontri in piazza del Duomo
Sicché adesso ci risiamo. Scendono in piazza gli studenti, protestando contro le condizioni della scuola italiana. A Milano e altrove, gruppi di teenager s’abbandonano a violenze, disordini, saccheggi. Una minoranza, rispetto alla gran massa della popolazione studentesca; ma questo comportamento criminale oscura le buone ragioni della protesta. L’esecutivo reagisce, come sempre, con un tic: l’ennesimo decreto. Trasformando il disagio giovanile in una questione d’ordine pubblico. E spingendosi a progettare una soluzione cilena, con i soldati autorizzati a compiere arresti nelle strade.
Non passa, Mattarella dice niet. Ma nel decreto cortei s’affaccia una nuova figura di reato: la «partecipazione violenta a manifestazioni pubbliche», punita con cinque anni di galera. Viene introdotta una sfilza d’aggravanti. I minori fra i 14 e i 18 anni diventano perseguibili senza alcuna attenuante legata alla loro età. Infine, per sovrapprezzo, scatta l’arresto in «flagranza differita» e il fermo preventivo di 24 ore per i minorenni.
Domanda: ma prima di quest’ultima addizione al codice penale le manifestazioni violente erano lecite? La violenza veniva punita nelle case e premiata nelle strade? Vietata a 19 anni e consentita a 17? No, evidentemente. Così come è evidente il populismo — nella sua accezione deteriore — che sorregge queste iniziative normative.
Il capo dello Stato aveva chiesto al governo di non legiferare sull’onda dei fatti d’attualità, per quanto gravi e biasimevoli. Nulla da fare, anche perché le elezioni s’avvicinano, e bisogna accattivarsi gli elettori. Sennonché di quattrini per mance e regali ce n’è pochi, mentre confezionare l’ennesimo reato è gratis. Niente cassa, solo grancassa.
Tuttavia non è vero, non è affatto vero, che in questi casi manca un conto da pagare. Paga la certezza del diritto, paga la dignità della legislazione. «Le caratteristiche distintive della legge sono la generalità e la durata illimitata», stabiliva la Costituzione girondina del 1793.
Ma se le leggi si moltiplicano, se divengono pignole come atti notarili, se infine durano il tempo d’un fiammifero, nessuno potrà mai conoscerle, e dunque rispettarle. Nemmeno i giudici, con 35mila figure di reato in circolo nel nostro generoso ordinamento, cui s’aggiungono a settimane alterne nuovi delitti e nuove pene.
Servirebbe la memoria di Pico della Mirandola per tenerne il conto. E servirebbe un astrofisico per districarsi nella galassia del codice penale, dove — per dirne una — negli ultimi anni il delitto di omicidio si è smembrato nell’omicidio stradale, nel femminicidio, nell’omicidio nautico, cui sta per aggiungersi l’omicidio sul lavoro.
Da qui un doppio paradosso. Uno: il governo Meloni promette maggiore sicurezza, ma la sua azione normativa genera maggiore insicurezza. Nei rapporti giuridici, e perciò nella vita sociale.
Due: usa la repressione, giacché non ha saputo fare prevenzione. Ma pure la repressione dei decreti sicurezza fa cilecca, altrimenti non sarebbe necessario snocciolarli uno dopo l’altro. Sicché ogni nuovo decreto certifica il fallimento del decreto precedente. Contenti loro, scontenti noi.
(da Repubblica)
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Ottobre 22nd, 2026 Riccardo Fucile
“SFIDARE GIORGIA MELONI IN UN CONFRONTO? LEI E’ PREMIER, AL MOMENTO IO SONO SOLO LA SINDACA DI UNA GRANDE CITTA’, SE UN GIORNO AVRO’ TITOLO NESSUN PROBLEMA” … “A FIANCO DEGLI AUTOTRASPORTATORI: I PROBLEMI SOCIALI NON SI RISOLVONO DENUNCIANDOLI”…” PRIMARIE DIVISIVE, MA SE SI DEVONO FARE PER FORZA, SI FACCIANO SUBITO, E’ DA UN ANNO CHE NON SI PARLA D’ALTRO”… “ELLY HA UNA GRANDE MERITO, AVER CREDUTO E LOTTATO PER UNA ALLEANZA AMPIA PROGRESSISTA”… “SOLO UNITI SI VINCE, IO A GENOVA VOLEVO VINCERE E HO VINTO”… “A FIANCO DELL’UCRAINA, BALUARDO CONTRO LA DITTATURA”
Intervista a tutto tondo per Silvia Salis nello studio di Otto e Mezzo. Lilli Gruber l’ha
incalzata sul suo ruolo e l’ha definita «L’anti Meloni come sanno tutti» e Aldo Cazzullo ha sottolineare il suo ruolo di potenziale federatrice non del Centro ma di tutto il “campo largo”
Il tema principale del dibattito è stato quello della sicurezza nelle città. E Salis ha parlato apertamente del ruolo delle forze dell’ordine nel caso Genova: «Noi vogliamo più agenti e più sicurezza. Ma sappiamo bene che non basta. Non si può pensare di avere una divisa in ogni angolo della città. Occorre fare politiche sociali, prevenire i fenomeni della criminalità. Ovvero fare quello che non fa la destra».
Federatrice di centro? «Non ci penso proprio»
È una delle voci che trapelano e che la stessa Elly Schlein avrebbe fatto trapelare direttamente con Silvia Salis. «Abbiamo parlato anche di questo ma non mi ha fatto una proposta. Ma io credo di non essere adatta a fare la federatrice di centro, perché io sono progressista e guardo a sinistra. Le mie idee e le mie azioni sono di sinistra. Poi è vero che per vincere occorre avere anche il centro. Il campo largo deve appunto essere tale».
Immancabile il tema delle primarie: «Tutti sanno che sono contraria. Ma ormai si capisce che si devono fare e allora facciamole in fretta. E poi vinciamo le elezioni».
Schlein o Conte?: «Voterò ma nel segreto dell’urna. Non voglio dire a chi va la mia preferenza per ragioni di correttezza verso la maggioranza che mi sostiene a Genova»
“Giorgia Meloni è una donna determinata e con costruzione politica solida. Come donna, poteva fare di più una volta al governo, poteva fare qualcosa per le donne. Più attenzione allo stato sociale, alle famiglie”.
Questo l’affondo nei confronti della premier della sindaca di Genova Silvia Salis, ospite negli studi di Otto e mezzo su La7 alla domanda di Lilli Gruber che le ha chiesto di elencare pregi e difetti della presidente del Consiglio. “Sfidarla anche solo in dibattito? Se avrò titolo sì – ha concluso Salis -, ma al momento sono la sindaca di Genova”. E, una volta di più, ha ribadito che ha davanti “altri quattro anni di mandato a Genova. Se per me ci sarà un giro in politica nazionale, non sarà il prossimo”.
Poi si è tornato a parlare di primarie. “Ormai facciamole, le primarie, così possiamo passare a una fase successiva di consolidamento. Non sarebbe corretto per i partiti che mi sostengono dire per chi voterei. Mi riconosco nel Pd, ma sosterrò chi vincerà. Se Elly Schlein dovesse perdere – ha concluso – sarebbe sicuramente un duro colpo avendo così tanto distacco dai Cinque Stelle in termini di consensi”. “Con Schlein ci sentiamo spesso. Non mi ha chiesto formalmente di fare la federatrice, ma mi sostiene a Genova come Pd. Credo si vinca ovunque, anche al centro che ha un peso come l’estrema sinistra. Per me tutti dentro, anche Renzi: l’obiettivo – ha concluso – è vincere”
Ma si è parlato anche dei fatti che hanno agitato l’Italia negli ultimi giorni, dalle manifestazioni al sud Italia alle violenze di Milano. “Esprimo solidarietà al sud Italia. C’è sconcerto di come le notizie sul Meridione non siano arrivate, mentre si è parlato incessantemente di Milano. E’ incredibile come ci si sia concentrati sulle violenze e non si sia data voce a una protesta che ha svuotato supermercati e pompe di benzina. Ignorare questa tensione e queste richieste legittime spostando l’attenzione sulla risposta securitaria è un modo per aggirare il problema”.
Su Genova, invece, il tema caldo è quello dell’ex Ilva. “Non ho mai detto che l’Ilva di Genova non ha bisogno di Taranto, ma che in questo momento di impasse dove non è chiaro come la filiera possa sopravvivere. Genova fa un prodotto richiesto dal mercato fatto dagli stabilimenti che possono funzionare. Mi sembra una richiesta legittima. Sono la sindaca di Genova: vedo l’impasse, ma so che lo stabilimento di Genova non può non lavorare”.
(da agenzie)
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Ottobre 22nd, 2026 Riccardo Fucile
IL PREMIER LECORNU PUNTA IL DITO CONTRO MÉLENCHON: “ORGANIZZA L’INSURREZIONE”. DI CERTO IL TRIBUNO ROSSO, PUR PRENDENDO LE DISTANZE DALLE VIOLENZE, NON AIUTA CON IL SUO ATTEGGIAMENTO
Mentre la tensione nelle strade di Francia comincia a calare nell’attesa dell’Atto II dei gilet gialli previsto per sabato, continua il duello a distanza che vede da una parte La France Insoumise di Jean-Luc Mélenchon e dall’altra il governo e le destre.
Intervenendo all’Assemblea nazionale, il premier Sébastien Lecornu ha denunciato la «pianificazione, in certi luoghi, di uno schema insurrezionale condotto da gruppuscoli di estrema sinistra e dell’ultrasinistra». Il riferimento è alla formazione della gauche radicale, accusata di strumentalizzare e fomentare i disordini visti nei giorni scorsi.
Ma l’irruento tribuno della gauche radicale, che alcuni sondaggi danno come sfidante al ballottaggio presidenziale contro la favorita Marine Le Pen, non ci sta a fare da capro espiatorio. Per questo chiede ai suoi a stare attenti alle «provocazioni». «Invito gli attivisti e i sostenitori della nostra campagna presidenziale alla vigilanza, alla prudenza e alla moderazione», ha scritto su X Mélenchon.
La pressione sul suo partito, però, si fa sempre più pesante. Soprattutto dopo ieri mattina, quando è stato arrestato un 34enne sospettato di aver partecipato all’incendio del comune di Limoges. L’uomo era conosciuto dai servizi per la sua vicinanza ai movimenti della sinistra più estrema, che in passato gli è valsa la schedatura con la lettera S, generalmente riservata alle persone che rappresentano un pericolo per la sicurezza pubblica.
Soprattutto perché Lecornu parla di una «nebulosa di estrema sinistra», mettendo sullo stesso piano insoumis, movimenti extraparlamentari e black bloc. Il presidente del Senato, Gérard Larcher, è arrivato addirittura ad evocare la possibilità di vietare il partito.
Di certo Mélenchon, pur prendendo le distanze dalle violenze, non aiuta con il suo atteggiamento ambiguo. Come quando dice di sostenere lo slogan Acab (All cops are bastard) a seconda «dei giorni e delle ore» o quando afferma che gli attacchi ricevuti dagli agenti «fanno parte del mestiere». In realtà, La France Insoumise ha avuto dei contatti con alcuni gruppuscoli estremi, tra i quali la Jeune Garde, realtà ormai sciolta che tra i suoi membri ha avuto un paio di persone accusate dell’uccisione di un giovane di estrema destra.
Gli insoumis respingono ogni accusa e per difendersi impugnano una recente inchiesta del sito Mediapart, secondo la quale il ministro dell’interno, Laurent Nuñez, avrebbe chiesto ai servizi di intelligence territoriali di dare la colpa al partito di estrema sinistra per i recenti disordini. L’esecutivo ha negato in blocco, mentre i melenchoniani hanno annunciato che faranno ricorso alla Corte di Giustizia, denunciando uno «scandalo di Stato».
(da agenzie)
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Ottobre 21st, 2026 Riccardo Fucile
“IL FENOMENO È AMPIO, VA COMPRESO, E NESSUN LIBRO È STATO RUBATO”
“Ci hanno buttato giù due scaffali?! E chi se ne frega!”. Altro che maranza. Per due giorni
abbiamo rincorso Carlo, il figlio di Giangiacomo e Inge nonché Leonard Bernstein del nostro secolo. L’ad della casa editrice ha risposto: “Faccio solo interviste scritte”. Abbiamo telefonato così alla segreteria: “Carlo Feltrinelli è grato dell’affetto dei lettori. Stop”.
Poi al direttore editoriale Gianluca Foglia – che ci ha dirottati sulla direttrice Barbara Nardi. Alla fine – dopo vari dinieghi, mail, inviti a richiamare più tardi – siamo riusciti a parlare con il capo della comunicazione Massimiliano Tarantino, che ha spiegato al Foglio la posizione del gruppo. “La libreria assaltata si trova a Torino”, ha detto. A Porta Nuova, sì. “Ma posso dirvi che il fatto è del tutto casuale”.
In che senso “casuale”? “I ragazzi sono entrati semplicemente perché erano inseguiti dalla digos, perché erano terrorizzati dalla polizia, per questo hanno vandalizzato. Lo hanno fatto, sì, ma solo perché erano mossi dall’impeto”. E anche noi, in effetti, abbiamo pensato che gli impetuosi non potessero esecrare tanto una Feltrinelli. “Non odiano noi”. No. Fosse stato un atto politico, poi, non avrebbero certo assaltato un presidio rosso. “Certo che no. Avrebbero scassinato una banca americana o una magari Mondadori!”.
Non c’è dubbio. “E poi noi, pensando tanto ai ragazzi che hanno buttato giù due scaffali, stiamo guardando il dito anziché la luna”.
“Li hanno buttati giù. Ma chi se ne frega”. Beh, insomma. “Mi scusi, ma cosa dovremmo dichiarare?”. Sarà che siamo affezionati alle vostre librerie, da largo Argentina a viale Libia, dove incontriamo spesso Christian Raimo. “Abbiamo messo un cartello fuori dal negozio a Torino, e tanto basta”. E che c’è scritto? “Che i librai e le libraie ringraziano calorosamente i concittadini e le concittadine”. E i maranzi e le maranze? “Non si tratta di ringraziarli, loro, né di condannarli”. Ma…? “Ma di capirli”. E’ questa la posizione di Feltrinelli? “Sì. Noi crediamo che il fenomeno sia sociale, congiunturale”.
Cioè? “Che sia molto più grande rispetto ai danni di una singola libreria”. Chiaro. Auguriamo a tutti i commercianti, da Milano a Torino, di essere indulgenti quanto lo siete voi. “A noi libri non ne hanno rubati”. Hanno rubato Nike e Vuitton. “Neppure un libro è scomparso”. Per questo, su Instagram, li difende Saviano e non Arnault?
“Questi ragazzi hanno sollevato un punto di attenzione”. Status symbol e virtue signaling. “Noi siamo stati invasi, sì, e siamo rimasti sconvolti. Ma il danno non può essere ridotto a un vetro”. Qual è il danno? “Il danno è quello delle giovani generazioni. Non soltanto italiane ma ancor prima europee”.
(da Il Foglio)
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Ottobre 21st, 2026 Riccardo Fucile
“È L’OTTAVO PACCHETTO SICUREZZA VARATO DA GIORGIA MELONI IN QUATTRO ANNI. DUE PACCHETTI ALL’ANNO, DI CUI SEI DECRETI LEGGE: ANTI-RAVE, CUTRO SUGLI SCAFISTI, CAIVANO CONTRO LE BABY-GANG, BLOCCO STRADALE, COLTELLI E DASPO URBANO, E ADESSO QUESTO. I PENALISTI CALCOLANO CHE SIANO STATI INTRODOTTI ALMENO 57 NUOVI REATI E I RISULTATI NON SONO STATI BRILLANTISSIMI… UNA FORMA GRAVE DI INCONTINENZA LEGISLATIVA, FORSE FISIOLOGICA IN UN GOVERNO COSÌ LONGEVO DA AVERE ORMAI BISOGNO DEL PANNOLONE, O DELL’UROLOGO. ANZI DEL GIUROLOGO, LO SPECIALISTA CHE CURA LE DISFUNZIONI DELLE VIE GIURIDICHE”
Ora che abbiamo il nuovo reato di «partecipazione violenta a una manifestazione», possiamo stare tranquilli. Prima non c’era, ed è sicuramente sfruttando questa lacuna che le orde di teppisti hanno potuto saccheggiare indisturbate il centro di Milano. E poi c’è il fermo preventivo esteso ai minori, l’imputabilità degli under-18, l’arresto in flagranza differito, il “chi rompe paga” in caso di danneggiamenti.
È l’ottavo pacchetto sicurezza varato da Giorgia Meloni in quattro anni. Due pacchetti all’anno, di cui sei decreti legge: anti-rave, Cutro sugli scafisti, Caivano contro le baby-gang, blocco stradale, coltelli e Daspo urbano, e adesso questo.
I penalisti calcolano che siano stati introdotti almeno 57 nuovi reati (da quello per maternità surrogata all’omicidio nautico) e 60 aggravanti, oltre a un aumento complessivo delle pene per 500 (cinquecento) anni di carcere. Mezzo millennio di galera: nemmeno Rocco (quello del codice) e i suoi fratelli sarebbero riusciti a tanto. Purtroppo i risultati non sono stati – diciamo – brillantissimi, soprattutto per una coalizione che ha fatto della sicurezza il suo cavallo di battaglia.
Per fermare i maranza, ci siamo ammalati di decretanza: una forma grave di incontinenza legislativa, forse fisiologica in un governo così longevo da avere ormai bisogno del pannolone, o dell’urologo. Anzi del giurologo, lo specialista che cura le disfunzioni delle vie giuridiche.
Ci vorrebbe uno veramente bravo, per esempio Roberto Calderoli, il ministro leghista: ve lo ricordate, nel 2010, armato di piccone e di torcia, che dava fuoco agli scatoloni delle leggi inutili? Beh, adesso la pira sarebbe molto più alta. Ma lui ha altro per la testa, deve mandare avanti la sua riforma dell’autonomia differenziata, che se passerà darà origine a tonnellate di norme, decreti e regolamenti, regionali però.
Dispiace un po’, peraltro, che il consiglio dei ministri abbia scartato la proposta di dare ai militari poteri di polizia giudiziaria. Perché ad ammanettare i delinquenti (veri o presunti) devono essere solo poliziotti e carabinieri? Perché non anche pompieri, forestali, bidelli, cacciatori e personal trainer? Perché non gli iscritti all’Associazione Combattenti Decima Mas? E perché non riesumare quella benemerita figura del regime, il capofabbricato, che sorvegliava gli inquilini sospetti? Del resto, il generale con la vestaglietta l’ha detto chiaramente: «Andremo a cercarli casa per casa».
Non è nostra intenzione, comunque, tarpare le ali alla creatività normativa di Giorgia nostra. Al contrario, la incoraggiamo ad andare fino in fondo. Una volta sistemati gli spaccavetrine, si occupi degli scassamaroni che ammorbano la vita quotidiana dei cittadini.
Potrebbe introdurre, per esempio, il reato di vivavoce (perché siamo condannati ad ascoltare che sugo sta preparando tua suocera?) con aggravante se commesso sul Frecciarossa, il reato di happy hour (se più di cinque persone ingombrano il marciapiede schiamazzando e bevendo uno spritz) e, per baristi e ristoratori invadenti, quello di tavolino selvaggio. O il reato di lancio della cicca accesa, o di abbandono di monopattino (ergastolo in caso di lesioni al passante che inciampa). Basta buonismo! Tolleranza zero: nessuno scassamaroni deve restare impunito.
Riccardo Chiaberge
per Dagospia
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Ottobre 21st, 2026 Riccardo Fucile
RESE ACCESSIBILI 400.000 MAIL: GLORIFICAZIONE DEL NAZISMO, MINACCE CONTRO EBREI E MIGRANTI, CONVOLTI ESPONENTI DI PRIMO PIANO DEL PARTITO… FECCIA CHE DOVREBBE ESSERE IN GALERA DA ANNI
L’estrema destra tedesca dell’Afd sta cercando di limitare i danni d’immagine dopo l’attacco
hacker agli account di posta elettronica del partito – lo Spiegel parla di 11 account – ma è già al centro di aspre critiche a causa del contenuto del materiale hackerato. Il partito di Alice Weidel ha ammesso che durante l’incidente avvenuto a settembre sono “trapelate grandi quantità di dati”.
All’inizio della settimana, alcuni sconosciuti hanno reso accessibili più di 400mila email che sarebbero provenienti dagli account di posta dell’Afd. Come riporta la Faz, l’Afd ha cercato di dare l’impressione che le email fossero vecchie e non contenessero informazioni rilevanti per la valutazione pubblica del partito. Per l’Afd si tratta di un grave incidente digitale anche perché stando allo Spiegel, nella fuga di dati si trovano anche episodi finora sconosciuti.
Come riporta la Zdf, le email documenterebbero riferimenti a Hitler, simboli nazisti, dichiarazioni antisemite e messaggi contro i migranti. Emergerebbe la vicenda di un biglietto di auguri natalizi con una svastica e il saluto “Heil Hitler”, che un dirigente locale dell’Afd avrebbe attribuito a un altro esponente del partito. In un’altra comunicazione comparirebbe il saluto “Heil und Sieg”. Altri messaggi conterrebbero battute sulla possibilità di trasformare i rifugiati in borse e stivali, mentre alcune comunicazioni interne riguarderebbero accuse di negazionismo dell’Olocausto e glorificazione di Hitler rivolte a esponenti locali del partito.
Sono coinvolte anche informazioni riservate, come documenti riservati provenienti dai ministeri o verbali delle sedute delle commissioni del Bundestag. La dirigenza del partito ha presentato l’attacco hacker come un attacco al partito e alla democrazia; allo stesso tempo, ha messo in discussione la validità dei contenuti pubblicati. Sui social media numerosi commentatori ritengono che la fuga di notizie possa fornire nuovo materiale per un procedimento di messa al bando o per il procedimento di classificazione in corso.
(da agenzie)
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Ottobre 21st, 2026 Riccardo Fucile
LO SDENG DEL KAPPAO: “SE L’ESECUTIVO GIUDICA NECESSARIO RACCOGLIERE RISORSE AGGIUNTIVE PER LA MANOVRA, “ALLORA TUTTE LE AZIENDE CHE HANNO UTILI SUPERIORI A 500 MILIONI, POTRANNO CONTRIBUIRE” … PERCHÉ PALAZZO CHIGI NON BATTE CASSA A ENEL, ENI, POSTE, FERRARI, LAMBORGHINI, LEONARDO, ETC.? INSOMMA, CARA GIORGIA, “DEVE ESSERCI RISPETTO RECIPROCO”
I già survoltati otoliti di Giorgia Meloni non se lo aspettavano di finire sballottati, fino ad andare in tilt, da un tostissimo intervento dell’amministratore delegato di Intesa, Carlo Messina.
Davanti alla richiesta di ulteriori 5 miliardi di euro a carico del settore del credito e assicurativo per sostenere la legge di bilancio 2027, approfittando del palco del Forum internazionale dell’agricoltura e dell’alimentazione di Coldiretti, il banchiere romano non l’ha toccata piano: “Non c’è un solo settore che deve pagare in un momento di difficoltà, anche a fronte di accordi già presi. Noi l’anno scorso abbiamo raggiunto un accordo per un contributo triennale che sarebbe stato quello richiesto alle banche per i prossimi tre anni. Io ci ho creduto”.
Non mancando di ricordare di essere stato contattato personalmente da Giorgia Meloni lo scorso anno per raggiungere l’intesa con il mondo bancario, Messina ha aggiunto il carico: “Noi avevamo proposto di farlo solo annuale, ma ci hanno detto di farlo triennale perché così si sarebbe data stabilità al bilancio pubblico e anche alle banche”.
Gli “accordi” di cui parla Messina fanno riferimento a un’intesa fiscale raggiunta per garantire un gettito complessivo di circa 10,5 miliardi di euro distribuiti nel periodo tra il 2026 e il 2029, presentati dal governo come una soluzione per assicurare risorse ai conti pubblici senza introdurre una tassa sugli extraprofitti
Dopo alcune conformi dichiarazioni d’amor patrio (“Noi abbiamo sempre aiutato il governo e continueremo a farlo”, “Le banche sono pronte a fare di tutto per far funzionare correttamente questo Paese’’, “L’interesse del governo è l’interesse delle banche”), lancia in resta, Messina è partito alla carica dei capoccioni del governo.
Primo: “Deve esserci rispetto reciproco”.
Secondo: “Noi siamo degli amministratori per conto dei nostri azionisti, e non possiamo prendere delle responsabilità per delle cose che vengono fatte in modo non trasparente e non coerenti con quelli che erano gli accordi presi”.
Terzo: “Oggi si parla moltissimo degli utili delle banche. Ma quello che non si dice è che a fronte dei 50 miliardi di utili, lo Stato incasserà 25 miliardi di imposte”. Il che significa che “Quest’anno 25 miliardi di euro di spesa pubblica sarà finanziata dalle banche”.
Quarto, e qui scoppia la bomba: Se l’esecutivo giudica necessario raccogliere risorse aggiuntive per la manovra, “allora tutte le aziende che hanno utili superiori a 500 milioni, quelle aziende che guadagnano tanto, potranno contribuire”.
Non solo. Messina aggiunge anche possibili questioni di costituzionalità: “Perché non puoi andare contro un settore, contro una categoria, quella bancario-assicurativa. Per questo ci deve essere un’attenzione a fare in modo che sia generalizzata la visione su questi interventi”.
Infatti, tra le società italiane che hanno registrato bilanci con utili superiori ai 500 milioni di euro, non ci sono solo istituti di crediti e assicurazioni.
Perché Lor Signori non battono cassa, per sostenere la malconcia legge di bilancio 2027, a Enel, Eni, Poste, Ferrari, Lamborghini, Leonardo, etc.?
Ecco l’elenco delle aziende con più di 500 milioni di euro di utile:
1. UniCredit: 9,5 miliardi di euro
2. Intesa Sanpaolo: 7,7 miliardi di euro
3. Enel: 7,0 miliardi di euro
4. Assicurazioni Generali: 3,5 miliardi di euro
5. Eni: 2,6 miliardi di euro
6. Poste Italiane: 2,0 miliardi di euro
7. Ferrari: 1,6 miliardi di euro
8. BPER Banca: 1,5 miliardi di euro
9. Automobili Lamborghini: 1,4 miliardi di euro
10. Mediobanca: 1,3 miliardi di euro
11. Banco BPM: 1,2 miliardi di euro
12. Snam: 1,1 miliardi di euro
13. Monte dei Paschi di Siena: 1,0 miliardo di euro
14. Terna: 800 milioni di euro
15. A2A: 650 milioni di euro
16. Hera: 500 milioni di euro
Ad aggiungere benzina ci ha pensato anche il presidente di Intesa, Gian Maria Gros-Pietro, spiegando che i soci hanno già concesso fiducia a “un contratto che non viene osservato”. Un atteggiamento che “non perdonerebbero una seconda volta”.
(da Dagoreport)
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