Giugno 7th, 2026 Riccardo Fucile
CASO MINETTI:; SECONDO ALCUNI QUOTIDIANI LA TESTIMONE HA RILASCIATO UNA DICHIARAZIONE GIURATA… IL FATTO RILANCIA: “PUBBLICHEREMO IL CONTENUTO TESTALE DELLE CONVERSAZIONI”
Lasciata sola dopo aver inutilmente chiesto di essere ascoltata dai magistrati e aver scoperto dalle agenzia di stampa che la procura generale di Milano non lo avrebbe fatto, Graciela ha ritrattato. Lo ha fatto con un documento di quattro pagine, scritto davanti a un notaio, in cui fa marcia indietro rispetto a quanto raccontato a il Fatto quotidiano in oltre un’ora e mezza di registrazione e 766 messaggi, incluse fotografie e screenshot di Whatsapp con altre persone.
Il Corriere della sera, il Domani e Repubblica scrivono che Graciela nella dichiarazione giurata afferma di non sapere nulla di ciò che avveniva nella tenuta. La notizia dell’atto formale è arrivata alla Procura generale di Milano a istruttoria conclusa: le dichiarazioni sono state trasmesse tra venerdì pomeriggio e sabato mattina dall’Uruguay ai magistrati e poi indirizzate al Quirinale.
Secondo Repubblica il senso della dichiarazione giurata è questo: “Non ho mai visto che la signora Minetti fosse coinvolta in una presunta operazione destinata ad assoldare prostitute. Nel periodo in cui ho lavorato nella residenza ‘Gin tonic’ non ho mai visto che la signora Minetti fosse coinvolta in una presunta operazione destinata a reperire, attirare, assoldare o indurre a coinvolgere prostitute all’interno della residenza”.
Inoltre, sostiene di non aver dato l’autorizzazione a pubblicare il suo nome e che il senso del sue parole sarebbe stato distorto. In realtà, Graciela aveva autorizzato la pubblicazione dell’intervista e del suo nome.
Poi, l’11 maggio, quando oramai il giornale era andato in stampa, aveva prima solo chiesto delle piccole modifiche , aveva di nuovo autorizzato a scrivere che “Nicole non aveva cambiato vita”, ma più tardi era apparsa spaventata e aveva chiesto che si parlasse principalmente del caso delle presunte molestie sessuali da parte di Cipriani. Prossimamente il Fatto quotidiano pubblicherà il contenuto testuale delle conversazioni avute con lei.
Il 12 maggio anche il Corriere della sera aveva pubblicato il resoconto di un incontro con la testimone dal titolo “il fortino di Graciela” in cui dichiarava: “Là dentro ho visto tutto, ho paura e vivo nascosta”.
E sempre al quotidiano via Solferino aveva affermato: “Sono pronta a testimoniare a sostegno dell’inchiesta milanese sulla grazia”.
Il 13 maggio, era stata intervistata dalla trasmissione televisiva Sin Piedad, ribadendo di voler essere ascoltata. Poi, il 14 maggio l’Ansa aveva titolato: “Non serve sentire la testimone su Minetti, non c’è riscontro sulle sue parole”. Dopo quel giorno, Graciela ha smesso di rispondere ai nostri messaggi. Il 29 maggio, secondo il Corriere della sera, si è presentata da un notaio rilasciando una dichiarazione giurata che ritratta il suo resoconto, poi spedita in Italia e arrivata quando ormai l’istruttoria veniva considerata chiusa e il presidente Mattarella aveva comunicato di non aver intenzione di cambiare idea sulla grazia.
Su cosa è accaduto in Uruguay tra il 14 e il 29 maggio e sul reale motivo della ritrattazione al momento si possono fare solo ipotesi. Graciela vive blindata e non risponde a messaggi e telefonate.
(da Il Fatto Quotidiano)
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Giugno 7th, 2026 Riccardo Fucile
LA GRAVITA’ POLITICA CONSISTE NEL NON VOLERNE PRENDERE ATTO
La bolla mediatica di un paese solido nonostante i venti contrari che spirano
dall’infida Europa sta lasciando il posto alla crescente consapevolezza di vivere in una nazione in preoccupante declino.
Sembra essersi esaurita la spinta propulsiva della nostra creatività, la capacità di superare in avanti i momenti difficili, ripartendo a razzo dopo crisi strutturali o eventi drammatici. Dalla crisi del 2008 l’Italia non riesce più a tirarsi fuori dagli impacci, dai limiti storici della sua base produttiva, senza un guizzo risolutivo, senza idee innovative e senza classi dirigenti consapevoli della fine di un ciclo storico: l’arresto traumatico della lunga fase di espansione di una nazione che pur non possedendo materie prime era diventata una delle manifatture più importanti del mondo. Come se tutti i fattori di debolezza, che per un lungo tratto erano stati nascosti o attutiti dalla fase di espansione, improvvisamente fossero emersi in maniera tale da diventare un ostacolo per ogni duratura ripresa. L’ultima illusione che la ricchezza del Nord fosse in grado di trascinare con sé l’intera economia nazionale è miseramente naufragata. La spinta propulsiva che ci si aspettava dall’aver dato centralità alla questione settentrionale si è dimostrata un bluff. Giuseppe Berta aveva dimostrato già nel 2015 nel saggio Le vie del Nord come il Settentrione non fosse più il motore del paese sul piano economico e come avesse dissipato quelle “virtuose pratiche” (civili e morali) di cui si credeva un tempo depositario. Bisogna tornare al 1973 per vedere così minacciata la nostra economia dall’aumento vertiginoso dell’energia.
Perché l’Italia si sta dimostrando così fragile? Perché ai grandi sconvolgimenti si presenta meno attrezzata per superarli o per limitarne i danni? Restiamo un paese “oscuro a se stesso, nel quale tutti soffrono più malesseri che dolori, senza capirne con chiarezza il perché”, come scriveva Guido Piovene nel suo preziosissimo Viaggio in Italia. “Sotto un involucro di sorriso e bonomia, l’Italia è diventata il
paese d’Europa più duro da vivere, quello in cui più violenta e più assillante è diventata la lotta per il denaro e per il successo”. Considerazioni ancora oggi attuali.
La responsabilità di tutto ciò, certo, non è ascrivibile solo alle destre oggi al governo, ma il loro modo di intendere le priorità della nazione non fa altro che acuire i motivi che sono alla base del declino di lungo periodo. La destra italiana ha oggi la responsabilità grave di nascondere la polvere sotto il tappeto con un trionfalismo arrogante, di rivestire di subalternità e di aggressività una particolare forma di nazionalismo localistico e impotente.
Qual è la zavorra che appesantisce la nostra economia e ci trascina sempre più giù nelle statistiche del malessere? A mio parere l’Italia è malata essenzialmente di disuguaglianze (territoriali, sociali, economiche, di genere, di salute, di dotazioni di servizi essenziali) e questa sua malattia si ripercuote, ormai senza più attenuazioni, sulla sua base produttiva. Tutto ciò che nel passato era sembrato funzionale allo sviluppo, ora sembra accelerarne la caduta. Il Sud a scarso livello di industrializzazione, il basso costo della manodopera, l’emigrazione di massa dal meridione, i servizi pubblici sostituiti dalla famiglia e dai parenti, la più ridotta partecipazione delle donne al mercato del lavoro, un peso enorme dei lavori precari che non ha pari in Europa, l’assenza di politiche alternative sull’energia, la produzione in serie di violenza dalle periferie delle grandi aree metropolitane e delle medie città di cemento che abbiamo irresponsabilmente costruito.
Le ali della nostra economia sono tarpate dalle disuguaglianze. E la gravità consiste nel non volerne prendere atto, come invece avvenne nell’immediato Secondo dopoguerra, avviando un paese povero e sconfitto verso i suoi anni migliori, con il sostanziale consenso di tutti i principali attori politici che avevano sconfitto il fascismo.
La lotta alle disuguaglianze, dunque, non è solo un entusiasmante programma politico, ma una grande strategia di crescita dell’economia. L’Italia è un paese lungo geograficamente, ristretto economicamente e storto socialmente. Ma gli squilibri territoriali e gli egoismi sociali, oltre un certo limite, diventano un
handicap economico, rallentano il motore dello sviluppo, ne inficiano la potenza, e addirittura sono in grado di incepparlo.
Se il Pil rappresenta la ricchezza di una nazione, è ovvio che questa ricchezza non aumenta se non quando essa si propaga in tutte le sue parti.
In effetti, una nazione è come un corpo. Se si cammina su di un solo piede, sarà difficile mantenersi in piedi, ed è già un miracolo fare qualche passo in avanti. Se si usa una sola mano pur avendone due, si possono sollevare pesi inferiori alle possibilità.
Viene in mente l’apologo intramontabile di Menenio Agrippa: un corpo è sano solo se lo sono tutte le sue parti e solo se esse cooperano tra loro. Abbiamo bisogno di un nuovo apologo per l’Italia, quello delle divisioni territoriali e della umiliazione sociale si sta dimostrando perdente.
Se guardiamo ai dati sulla crescita salariale nel periodo 2020-2025, l’Italia compare all’ultimo posto in Europa. Il salario lordo annuo degli italiani, a parità di potere d’acquisto, è stato nel 2021 di 29.694 euro rispetto ai 29.341 del 1990. Nello stesso periodo gli spagnoli sono passati da 25.000 dollari a 27.000, i francesi da 29.000 a 40.000 e i tedeschi da 30.000 a 43.000. L’Italia, dunque, è rimasta sostanzialmente ferma al 1990. I vantaggi sarebbero enormi se si riducesse la disparità delle retribuzioni tra l’Italia e il resto d’Europa.
In Italia il divario di genere è doppio rispetto al resto d’Europa. Se in Europa la differenza tra il tasso di occupazione delle donne rispetto a quello degli uomini è di 10,7 punti, nel nostro paese è di ben 20 punti. Una differenza, però, non uniforme territorialmente: nel Sud appena il 35% delle madri con figli in età prescolare lavora rispetto al 64% delle mamme del Centro-Nord. E il tasso di occupazione delle donne nel Sud è così basso non soltanto perché mancano gli asili ma perché manca il lavoro. In ogni caso, se si portasse il tasso di occupazione femminile meridionale ai livelli del Centro-Nord comporterebbe un vantaggio economico per l’Italia intera, oltre che un passo in avanti in materia di diritti elementari.
Si vive in due Italie nettamente distinte, è evidente. Geograficamente e socialmente. Come fa a reggere una nazione con differenze così marcate? Ecco perché l’Autonomia differenziata è un veleno per la nostra base produttive. Un secondo motore dello sviluppo, quello meridionale, sarebbe più che necessario all’Italia
intera. Ecco perché l’avversione per il salario minimo (e per ogni forma di riduzione delle differenze salariali) è un ulteriore freno per la nostra economia. Ecco perché aver tolto il reddito di cittadinanza porterà solo all’aumento della povertà e una riduzione dei consumi.
I progressisti hanno una grande opportunità di mostrarsi fino in fondo tali e di non cercare nel moderatismo la chiave di volta del successo. L’Italia sta sperimentando il radicalismo della destra, quello di sinistra non ancora. L’identità dei progressisti non può che definirsi come lotta quotidiana alle disuguaglianze per arrestare il declino della nazione.
(da Il Fatto Quotidiano)
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Giugno 7th, 2026 Riccardo Fucile
ALTERA IL RAPPORTO TRA VOLONTA DEI VOTANTI E RAPPRESENTANZA DEGLI STESSI
Le leggi elettorali che prevedono un premio di maggioranza o di governabilità sono per definizione “leggi truffa” perché servono ad alterare significativamente il rapporto tra volontà dei votanti e rappresentanza degli stessi. L’Italia, purtroppo, ha un triste primato di tali leggi, dalla n. 2444/1923 (cosiddetta legge Acerbo), preordinata a instaurare il regime fascista, alla n. 58/1953 (alla quale deve l’epiteto denigratorio), fino al Porcellum (nomen omen: n. 270/2005) e all’Italicum (n. 52/2015), mai applicato.
Il premio di maggioranza è incompatibile con un ordinamento realmente democratico, come dimostra la sostanziale inesistenza dell’istituto fuori dall’Italia: solo in Grecia e a Malta è previsto tale premio, ma in misure tali da non assicurare un’effettiva prevalenza parlamentare. Tutto il resto del mondo ignora il premio di maggioranza. Probabilmente lo ignoreremmo pure noi se la Corte costituzionale, anziché sanzionarlo, non avesse aperto all’ipotesi, giungendo fino a definire il 40 per cento di voti come soglia ragionevole per garantirne l’applicazione (con un argomento non dissimile da un pugno sbattuto sul tavolo: n. 35/2017). Si è così ignorato il principio secondo il quale ogni sistema elettorale deve salvaguardare il rapporto tra singolo votante e rappresentanza dello stesso, come sancito dall’articolo 48 della Costituzione che, al secondo comma, afferma solennemente che il voto è personale ed eguale. Eguale ovviamente anche nel conteggio secondo il rapporto “uno vale uno” che il premio di maggioranza modifica in modo abnorme. L’aperta violazione del parametro costituzionale sarebbe giustificata, secondo la favoletta propalata dal centrodestra, per salvaguardare la governabilità. Ma questo risultato non si può conseguire incidendo sui diritti fondamentali dei quali l’eguaglianza costituisce cardine.
Augusto Barbera con altri studiosi sostiene che l’ordinamento repubblicano disciplinato nella seconda parte della Costituzione è stato configurato per l’apprensione delle forze costituenti di non ricadere in un esecutivo come quello fascista caratterizzato dall’assoluto accentramento di poteri. Una riforma utile ad assicurare stabilità al governo va fatta, di conseguenza, nell’ambito proprio, innovando cioè la seconda parte della Costituzione, senza alterare o violare i principi della prima. Gli strumenti sono noti, a iniziare dalla sfiducia costruttiva. Occorre aggiungere: il premio di governabilità previsto dallo Stabilicum comporta una doppia truffa. La prima deriva dal tipo di normazione, la seconda riguarda in concreto la pesante elusione della volontà popolare. Sembra che il centrodestra abbia concordato nell’aumentare al 42 per cento la soglia d’applicazione del premio (ridotto ma ancora abnorme). Quale che sia la misura della soglia non cambia l’illecita e grave manipolazione della volontà degli elettori. Per comprenderlo basta fare una semplice ipotesi suffragata oggi dai sondaggi. Secondo rilevazioni sostanzialmente condivise dagli operatori, all’esito elettorale le due maggiori coalizioni supererebbero entrambe il 42 per cento attestandosi a distanza minima con uno scarto che, secondo alcuni sondaggisti, non andrebbe oltre lo 0,1 per cento dell’intero elettorato. La riforma prevede che la coalizione con un voto in più ottenga il premio di maggioranza; l’altra coalizione, che con il sistema proporzionale otterrebbe probabilmente un egual numero di seggi, subisce una drastica riduzione. È costituzionalmente ragionevole tutto ciò? Può ammettersi che una norma prevarichi la rappresentanza popolare?
Uno 0,1 per cento avrebbe la capacità di polverizzare perfino un milione di voti. Per evitare questo grave attentato alla democrazia occorre prevedere un meccanismo che riconduca la scelta al popolo sovrano. Unica soluzione praticabile è il ballottaggio perché sia l’intera comunità nazionale, comprendendo coloro che non hanno votato per le due coalizioni, a decidere chi dovrà rappresentare gli italiani e governare il Paese. Solo il ballottaggio può rabberciare una riforma costituzionalmente illegittima nell’ipotesi che entrambe le coalizioni superino la soglia del 42 per cento. In mancanza di tale previsione sarebbe estremamente difficile per il presidente Mattarella dare immediato corso a una legge che offende i principi fondanti della Repubblica.
(da Il Fatto Quotidiano)
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Giugno 7th, 2026 Riccardo Fucile
LE NOZZE DI DUA LIPA A PALERMO
La grossolanità del titolo di un giornale inglese (molto contento di far coincidere
Palermo e mafia) ha messo in ombra il vero dibattito sorto attorno al fastoso matrimonio di Dua Lipa, dinamica popstar anglo-albanese molto quotata nelle classifiche mondiali.
Come già accadde per le nozze di Bezos a Venezia, Lipa e il suo sposo hanno noleggiato un pezzetto del centro storico di Palermo per farne uso privato. Poiché poche cose sono pubbliche come una città, specialmente una piazza del suo centro storico, una parte dei palermitani si è sentita espropriata e non l’ha presa bene. Ed è questo — non la mafia — l’argomento rilevante, specie in uno scorcio d’epoca nel quale non sembra esserci limite al potere dei soldi.
Le grandi manifestazioni popolari — gare sportive, concerti, cortei politici, sagre, processioni — hanno sulle città un impatto evidente, seppure per poche ore e non per un paio di giorni (è il caso delle nozze dei due Lipa). Ma hanno anche una evidente rilevanza pubblica.
Qui invece si tratta di una festa privata, che non inclina certo al basso profilo. Si tratta di circoscrivere e affidare al governo di un piccolo esercito di buttafuori un pezzo di spazio civico. Se ville e castelli non bastano più si affitta una città d’arte, sperando che le città d’arte bastino, almeno per un poco, a ospitare coreografie e banchetti direttamente proporzionali al patrimonio degli anfitrioni.
Pensare male di questa tendenza attira quasi in automatico l’accusa di populismo, in aggiunta a quella di non capire come funziona l’economia di mercato (lo volete capire che tutto ha un prezzo?). Muterei il capo di imputazione: non è populismo, è civismo pensare che ci sia un drastico limite all’uso privato di una città.
(da Repubblica)
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Giugno 7th, 2026 Riccardo Fucile
IMPRENDITRICE DENUNCIA PARLAMENTARE DI FORZA ITALIA (LUI NEGA)
Un pomeriggio di febbraio, lo studio ovattato di un parlamentare, bandiere scenografiche e divanetto per gli ospiti. Chi entra in quelle stanze per motivi di lavoro pensa di non aver nulla da temere in uno dei palazzi istituzionali più blindati di Roma. Invece proprio nel cuore di San Luigi dei Francesi – l’ex complesso dei Beni Spagnoli, l’edificio dove hanno i loro uffici gli eletti a Palazzo Madama – una donna di 52 anni, che chiameremo solo V., professionista autonoma, salde radici in Emilia, residente da alcuni anni in una cittadina del Sud Italia, scopre che si può scivolare in un incubo.
Vittima di un atto di violenza sessuale da parte di un senatore di Forza Italia. Che lei, stimata agente di commercio di vini di pregio, aveva incontrato per la prima volta. V. è stata contattata da un terzo, un carabiniere parente di lui (e conoscente di lei), in quanto «il senatore aveva bisogno di una fornitura importante di bottiglie, in particolare champagne e Sassicaia, per le cantine della nuova villa a Capri da inaugurare». Questo, almeno, è il racconto che la professionista ha depositato in un’articolata denuncia che Repubblica è in grado di rivelare, nella doverosa e doppia scelta: tutelare chi denuncia, e sentire chi è accusato.
La violenza che la donna dice di aver subìto, a freddo, «senza alcun consenso né espresso né implicito», è avvenuta il 25 febbraio ‘25. La querela giunge oltre un anno dopo. Perché? «Sono stata in terapia, ero sotto choc. E ho avuto paura. Sono stata intimidita da un amico del senatore, un carabiniere anche suo lontano parente. Ha cercato di dissuadermi dal fare la querela», spiega.
Il parlamentare indicato nella querela è Francesco Silvestro di FI. Ma sotto accusa finisce anche A. P., l’uomo che, tempo prima, si era già presentato a lei come carabiniere. A tutela di entrambi i denunciati, il pm potrebbe decidere di sentirli, prima di proseguire con l’iscrizione nel registro degli indagati. E gli atti, oggi in un ufficio di periferia, potrebbero presto essere trasferiti a Roma.
Silvestro, 55 anni, già assessore ad Arzano (Comune poi sciolto per camorra), oggi segretario di Fi in provincia di Napoli, facoltoso imprenditore, è noto come “il re della notte”, sia perché è titolare della prima azienda italiana di materassi («Siamo un colosso da 100 milioni»), sia perché ama tirare tardi nei locali romani e bere
champagne («Sempre il Krug»). Ieri sera ha risposto a Repubblica negando però quanto denunciato dalla donna a suo carico.
Le sue parole, tuttavia, confermerebbero alcuni elementi del racconto della stessa V. al pm. Questi: é vero che l’ha incontrata un’unica volta a San Luigi dei Francesi; è vero che doveva inaugurare la sua villa a Capri; è vero che le ha ordinato dei vini; è vero che a suggerirle l’agente di commercio è stato il carabiniere-parente. Falsa, a suo dire «assurda», invece, la scena di lui che le mette le mani sulla testa e la spinge a subire un atto di violenza.
Cosa accade, secondo V., in quei «terribili» 30-35 minuti nello studio al Senato? Dopo i convenevoli, e dopo l’ordinativo con cui lui largheggia («Champagne, sassicaia, vari cartoni»), il parlamentare si racconta con orgoglio («Io guidavo i camion che ero ancora minorenne, e adesso sto al Senato»). Silvestro avrebbe cominciato con frasi allusive e molestie («Il vino mi eccita, perdo i freni») e di punto in bianco lei si ritrova col senatore che la blocca, spingendo un tavolino contro di lei che resta immobile seduta sul divano, «costretta» all’atto sessuale. V. dice di aver lasciato quella stanza in stato di choc. Fuori, l’attendeva in auto un amico che l’ha trovata in lacrime.
Silvestro non è mai stato denunciato per molestie. È finito invece nella bufera per altre storie: un vecchio procedimento per tentata corruzione e falso da cui è uscito (con la prescrizione); le sospette frequentazioni con personaggi in odore di camorra, da lui smentite; lo scontro pubblico con Mimmo Rubio, il giornalista autore di inchieste anticamorra che Silvestro aveva querelato (perdendo la causa). Attengono ai meme e al ”colore” invece le gaffe in aula, di cui il senatore – che ha avuto vari dolori, un figlio morto giovanissimo, un fratello travolto da una voragine – è il primo a sorridere.
Nella denuncia, colpiscono tuttavia anche le presunte intimidazioni. Quando A. P. è messo al corrente della violenza dalla donna, le dà appuntamento «in un anonimo bar di una zona industriale in Campania» e, facendole segno di tenere a distanza borsa e cellulare «nel timore di essere registrato», l’avrebbe ammonita: «Guarda che se denunci, ti rovini la vita. Pensaci bene, i politici hanno un potere che neanche ti immagini. Se lo fai, non lavorerai più». Per inciso: l’ordinativo, circa 7mila euro di vini per Silvestro, la vittima l’ha cestinato. Il senatore, ricorda V., aveva assicurato che poteva pagare ma «tutto in contanti».
La palla passa a questo punto alla magistratura, la giustizia farà il suo corso.
(da La Repubblica)
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Giugno 7th, 2026 Riccardo Fucile
E DOPO 5 MESI PASSA CON VANNACCI: COERENZA SOVRANISTA
Addio al Carroccio che ha deragliato a destra. Così Davide Bergamini, già
commissario del partito di Matteo Salvini a Bologna e sindaco di Vigarano Mainarda, nel ferrarese, ha deciso di cambiare casacca.
Passando dalla Lega a Forza Italia anche sui banchi del parlamento, dove siede dal 2022.
«La Lega si è spostata troppo a destra, io sono prima di tutto un sindaco, mi piacciono le cose concrete – spiega – rispetto tutti ma non posso farmi trascinare nelle idee del generale Vannacci, ho preferito andarmene io».
Così si era espresso Bergamini nel gennaio di quest’anno. A distanza di 5 mesi ennesimo salto della quaglia; come se niente fosse, ora passa da Forza Italia a Futuro Nazionale, il partito di quel Vannacci di cui parlava male .
(da agenzie)
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Giugno 7th, 2026 Riccardo Fucile
“SONO SCELTE SBAGLIATE DEL PASSATO” (UN SILURO A TAJANI CHE HA PORTATO DENTRO AL PARTITO ANCHE ESPONENTI CHE NON NE CONDIVIDEVANO I VALORI FONDAMENTALI)… PER GIORGIA MELONI, LA COPERTA E’ CORTA: SA CHE SE IMBARCA ANCHE VANNACCI, RISCHIA DI PERDERE FORZA ITALIA. MARINA BERLUSCONI HA DETTO CHIARAMENTE CHE “NON VUOLE ESTREMISTI IN COALIZIONE”
Nessun rammarico per i due deputati che da Forza Italia sono passati a Futuro Nazionale di Roberto Vannacci.
La primogenita di Silvio Berlusconi, Marina, a quanto apprende l’Adnkronos da fonti vicine ad Arcore, non sarebbe preoccupata per l’addio di Attilio Pierro e Davide Bergamini, che avevano aderito al movimento azzurro nel gennaio scorso e sono approdati oggi ufficialmente in Futuro nazionale.
Certe uscite, raccontano le stesse fonti, sono considerate la conseguenza di scelte sbagliate del passato, che hanno portato dentro al partito anche esponenti che non ne condividevano i valori fondamentali.
La presidente di Fininvest non ha nessuna intenzione di interferire nella linea politica di Fi, ma le sta a cuore il futuro del partito fondato dal padre e crede fermamente in una sua svolta liberal. In tale contesto c’è stato il doppio avvicendamento alla Camera e al Senato con la nomina dei capigruppo Enrico Costa e Stefania Craxi.
(da Adnkronos)
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Giugno 7th, 2026 Riccardo Fucile
THIEL TORNA NELLA CITTA’ ETERNA DOPO CHE, LO SCORSO MARZO, IL SUO CICLO DI CONFERENZE ERA STATO SNOBBATO SIA DAL GOVERNO MELONI, SIA DAI QUATTRO SCAPPATI DI CASA DELL’EGEMONIA CULTURALE DI DESTRA
Come mai Peter Thiel torna a cianciare di Anti Cristo nella città eterna? Non gli è
bastato all’eminenza nera dei Big Tech, gran sostenitore finanziario del vice-Trump, JD Vance, il fallimentare debutto romano, snobbato sia dal governo Meloni, sia dai quattro scappati di casa dell’egemonia culturale di destra?
È successo che nessuno, ma proprio nessuno, Mago Othelma compreso, si aspettava che, dopo appena un anno di pontificato, la prima enciclica di Papa Leone venisse dedicata, anziché a chissà quale questione teologica, al tema contemporaneo, il più controverso e dibattuto: che fare per regolamentare la nuova e dirompente rivoluzione tecnologica prodotta dall’Intelligenza Artificiale?
A far girare i neuroni di Thiel, già survoltati del loro, fino al punto di spingerlo a far organizzare il prossimo 11 giugno nella cornice barocca del Salone Borromini alla Biblioteca Vallicelliana, di nuovo a cura dell’Associazione Culturale Gioberti, un nuovo convegno capitolino è stata la scelta del primo Papa americano Robert Prevost di invitare per la presentazione dell’enciclica “Magnifica Humanitas” il cofondatore di Anthropic, Christopher Olah, che insieme all’americano di origine italiana, il cattolico Dario Amodei, ha sviluppato Claude, l’unico modello generativo di AI focalizzato sulla sicurezza etica.
Tant’è che Anthropic, che è più potente del rivale GPT di OpenAi, ha rotto un contratto da 200 milioni di dollari con il Pentagono per l’uso e abuso militare di Claude, mandando su tutte le furie Trump.
Ovviamente la nascita di un’alleanza dei due avversari, tra i più temuti dal presidente demente degli Stati Uniti, meritava una nuova “crociata” nella capitale del mondo cattolico da parte dell’ideologo della tecnodestra che, non contento di accumulare miliardi con le tecnologie di Palantir, vuol fare anche il Mosè del Web sparando cazzate su cazzate sull’arrivo prossimo venturo di un Anti Cristo, nemico dell’innovazione e del progresso tecnologico (insomma, del suo conto in bancarotta
(da Dagoreport)
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Giugno 6th, 2026 Riccardo Fucile
LA CORTE DEI MIRACOLI RECLUTATA DA VANNACCI
Venghino, signori, venghino. In Futuro nazionale c’è posto per tutti. Almeno per ora. Il generale ha aperto al reclutamento senza test psicoattitudinali né richieste di giuramento. Per Roberto Vannacci la selezione avverrà dopo.
Sa che il numero è potenza. Quello dei sondaggi che lo danno vicino al 5%, ma soprattutto quello degli iscritti (e siamo sulla soglia dei 100 mila) e dei rappresentanti nelle istituzioni.
I parlamentari arruolati sono quattro (Emanuele Pozzolo, Edoardo Ziello, Laura Ravetto e Rossano Sasso) ma già nella giornata di oggi ne dovrebbero arrivare altri quattro. L’annuncio è previsto in una conferenza stampa a Viareggio. Un gradino sotto ci sono i consiglieri regionali.
E anche su questo fronte, Futuro nazionale alla vigilia della sua prima assemblea nazionale (a Roma il 13 e 14 giugno) può schierarne quattro: il più noto è Massimiliano Simoni, vero braccio destro del generale, unico superstite dei 9 consiglieri leghisti alle elezioni in Toscana del novembre scorso, subito pronto a seguire Vannacci nella nuova avventura politica
E poi, tra quelli della prima ora, c’è il veneto Stefano Valdegamberi, putiniano di ferro, anche lui ex leghista, scatenato reclutatore di adepti tra le campagne e i vigneti del suo territorio
In Lombardia i colonnelli vannacciani sono due (presto ne dovrebbe arrivare un terzo): Pietro Macconi, una lunga storia a destra dal Msi fino a FdI, e Luca Ferrazzi, già in An e poi nelle liste civiche di Roberto Maroni e Letizia Moratti.
Il bacino d’utenza è prevalentemente quello di chi si dice deluso da Lega e Fratelli d’Italia, ma non mancano anche fuoriusciti di Forza Italia. La «campagna acquisti»
sta funzionando egregiamente in Veneto. Con alcune sorprese, come l’adesione di Stefano Gentilini, figlio di Giancarlo, il mitico «sceriffo» leghista di Treviso.I transfughi da queste parti sono parecchi. Ecco gli ex consiglieri regionali Joe Formaggio (FdI, famosa una sua foto con mitra in braccio), Luciano Sandonà (ex leghista, passato a FdI, non rieletto), Mariangelo Foggiato (indipendentista). C’è anche l’ex sottosegretario in quota An-FdI Luca Belotti.
Futuro nazionale può contare su due sindaci a Verona: Roberto Brizzi (Bussolengo) e Luciano Alberti (San Mauro di Saline). Al momento, ci sono solo altri due sindaci vannacciani: Mauro Giannini (Pennabilli, noto per le sue camicie nere), Francesco Garofano (Millesimo) e Claudio Cavallo di Stellanello (Savona).
In Lombardia il generale può fare affidamento sull’ideologo di destra Roberto Longhi Javarini, il «Barone nero», sull’ex consigliere regionale di Lega e Fi Max Bastoni ma anche su una vecchia conoscenza del Carroccio che fu: Pier Gianni Prosperini (quello del famoso «Ciapa el camel» rivolto agli immigrati).
A Vigevano l’ex assessore leghista Furio Suvilla non è riuscito ad andare al ballottaggio ma con il suo 14% ha attirato le luci dei riflettori.
A Terni si è arruolato Orlando Masselli (già candidato sindaco di FdI sconfitto da Stefano Bandecchi), a Genova Francesco Maresca (assessore nella giunta di Marco Bucci e ora consigliere di opposizione), a Novara i consiglieri comunali Mauro Gigantino, Maurizio Nieli e Michele Ragno. Con Vannacci anche l’ex parlamentare campano Franco Cardiello (già senatore Pdl).
(da agenzie)
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