Ottobre 21st, 2026 Riccardo Fucile
FONTANA E ROMEO CON LUI, SI VOTERA’ A SCRUTINIO SEGRETO… “NON SIAMO UN PARTITO DI ESTREMA DESTRA”
Alla fine le 80 firme sono arrivate. Massimo Garavaglia ha raccolto le sottoscrizioni
necessarieper candidarsi alla segreteria della Lega e sfidare Matteo Salvini al congresso straordinario del partito, in programma sabato 24 e domenica 25 ottobre a Milano. Il senatore ed ex ministro del Turismo del governo Draghi è riuscito a raggiungere la soglia prevista dal regolamento, che richiede il sostegno di almeno 80 delegati provenienti da quattro regioni diverse, in tempo per la scadenza delle 13 di oggi, mercoledì 21 ottobre. Un risultato tutt’altro che scontato, considerando che la candidatura era stata annunciata appena una settimana fa e che la raccolta firme, raccontano, avrebbe incontrato più di qualche resistenza da parte del cerchio magico del segretario.
Con due candidati in corsa, il congresso dovrà scegliere un nuovo leader attraverso un voto a scrutinio segreto. Saranno circa 700 i delegati chiamati a esprimersi, 400 eletti e 300 di diritto, gli stessi delle precedenti assise di Firenze, dove nell’aprile 2025 Salvini era stato riconfermato per acclamazione. Questa volta, invece, il vicepremier dovrà misurarsi con uno sfidante espressione dell’ala nordista del Carroccio, che da mesi chiede un cambio di rotta sulla linea politica e sulla gestione interna del partito.
Il sostegno dei lombardi e la scelta di Zaia
A sostenere Garavaglia sono soprattutto i dirigenti lombardi. Dalla Lombardia, a quanto si apprende, sono arrivate infatti oltre 50 delle 80 firme necessarie, tra cui quelle del governatore Attilio Fontana e degli assessori regionali Massimo Sertori e Claudia Terzi. Al fianco dell’ex ministro c’è anche il capogruppo al Senato e segretario regionale Massimiliano Romeo, tra i più attivi nel contestare la linea dell’attuale Lega. Una decina di sottoscrizioni sono arrivate invece dal Veneto, mentre le altre provengono dal Piemonte e dal Trentino. Proprio in Veneto, l’ex governatore Luca Zaia avrebbe scelto di non firmare per nessuno dei due candidati, posizione condivisa anche da alcuni suoi ex assessori.
La candidatura dell’ex ministro punta a dare rappresentanza ai leghisti in rotta con il Carroccio sovranista: «La Lega è la Lega, non è di estrema destra. Siamo federalisti e siamo il partito dei territori», aveva spiegato Garavaglia annunciando la propria discesa in campo. L’obiettivo è riportare al centro dell’agenda politica del Carroccio le richieste dei territori, delle partite Iva e delle piccole e medie imprese, recuperando il rapporto con l’elettorato settentrionale. Saranno questi i temi al centro della sua mozione, da presentare al congresso.
Garavaglia, vicino al ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, ha però messo in chiaro la posta in gioco: nessuna rottura definitiva all’orizzonte. «È sicuramente una candidatura di testimonianza e politica. Non mi pongo il tema del risultato, ma che si discuta serenamente e anche, se vogliamo, gioiosamente», ha spiegato. Perché «la mia candidatura è per unire, non per dividere». L’orizzonte resta quello delle prossime elezioni politiche, alle quali il Carroccio dovrebbe in questo modo arrivare compatto, per poi valutare un nuovo congresso aperto anche ai militanti. Tra le proposte sostenute dall’area nordista c’è anche il modello tedesco della Cdu-Csu, che piace anche a Zaia, con una maggiore autonomia delle componenti territoriali.
Le tensioni interne e la nuova segreteria di Salvini
La tensione intanto resta alta. Nei giorni scorsi, in provincia di Bergamo, sono comparsi striscioni a sostegno dello sfidante, con slogan come «Congresso farsa, il Nord non fa la comparsa» e «Basta cerchi magici, Garavaglia segretario». Una polemica sulla quale è intervenuto oggi su X anche il senatore salviniano Claudio Borghi: «Quindi suppongo che quello che fino a ieri per qualcuno era il “congresso farsa” magicamente adesso si trasforma nel congresso verissimo (come è sempre stato)».
Durante la raccolta delle firme, lo stesso Garavaglia ha raccontato di aver sentito «voci un po’ particolari. Può essere che qualche dirigente abbia voluto essere più realista del re», ha spiegato ieri in un’intervista a Repubblica interrogato sull’ipotesi di boicottaggi. Salvini, dal canto suo, sta lavorando a un nuovo simbolo del partito e alla composizione di una segreteria politica con cui condividere la gestione della Lega fino alle elezioni, magari allargata proprio all’ala nordista che con il congresso e l’ex ministro in campo, avrà ora l’opportunità di pesarsi.
(da agenzie)
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Ottobre 21st, 2026 Riccardo Fucile
“I GIOVANI HANNO ASPETTATIVE BLOCCATE E FATICANO A TROVARE UN LAVORO”
Ai giovani sono state «bloccate le aspettative» dice Mario Draghi a proposito delle proteste scoppiate tanto in Italia, quanto nel resto d’Europa. Casi diversi tra loro, ma con un unico elemento comune: il voto imminente e di estrema importanza. L’ex presidente della Bce e ex premier lo ha spiegato in un’intervista a Bloomberg, in cui individua nelle aspettative bloccate la chiave per leggere il disagio di una generazione. Draghi dice chiaramente che la violenza «va condannata in ogni circostanza». Gli attori politici, le dinamiche delle folle e gli scontri, precisa, possono aggravare la situazione, ma restano fattori amplificatori. «Sono amplificatori, più che spiegazioni» del disagio, che affonda le radici nella mancanza di crescita e nel senso di esclusione di chi cerca ancora il proprio posto.
Le proteste a un anno da «elezioni cruciali»
«Non è affatto semplice spiegare queste rivolte in tre Paesi diversi; ognuno ha le proprie motivazioni specifiche», dice Draghi. L’unico filo rosso sono le elezioni dell’anno prossimo, ma per lui «questa è solo la cornice». La spiegazione più solida, aggiunge, sta altrove: «i giovani hanno la sensazione che nessuno li ascolti». Lo scambio è avvenuto con Lisa Abramowicz, che durante la conferenza di Citadel Securities gli ha chiesto delle immagini dei disordini arrivate nel fine settimana da Parigi e Milano.
Che cosa chiedono davvero le nuove generazioni
Il ragionamento parte da un’idea in apparenza semplice: «La maggior parte delle persone vuole crescita e giustizia sociale, o crescita con giustizia sociale. Per i giovani, la giustizia sociale significa giustizia fra generazioni. E quando non c’è crescita, diventa molto difficile mantenerla». Secondo Draghi è questo a «generare ansia». I ragazzi percepiscono le dinamiche sociali come bloccate, una strada del tutto bloccata, «faticano a trovare un impiego» e si trovano davanti «una società in rapidissima trasformazione tecnologica», senza sentirsi preparati ad affrontarla.
L’Europa ha un problema di crescita
Draghi cerca una spiegazione più profonda delle singole circostanze politiche. «Tutta l’Europa ha avuto e ha un problema di crescita, di crescita che manca». Le previsioni, osserva, sono state riviste leggermente al rialzo e l’economia sta andando un po’ meglio. La condizione di fondo però resta quella di «una società ricca, certamente, anziana e che non cresce».
Chi comanda quando l’economia ristagna
Nelle fasi di stagnazione, spiega l’ex premier, chi ha già un lavoro e una posizione conserva il proprio vantaggio, mentre per i più giovani diventa più difficile farsi spazio. «Quando non c’è crescita, a comandare sono quelli che occupano già le posizioni, gli anziani». Da qui nasce, secondo Draghi, la sensazione dei ragazzi di non avere voce, e la convinzione che l’Europa offra poche possibilità di avanzare a chi non ha ancora un lavoro, una posizione, un futuro definito.
(da agenzie)
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Ottobre 21st, 2026 Riccardo Fucile
IL LAVORO E’ DIVENTATO SFRUTTAMENTO E PRECARIATO, LA CASA UN PRIVILEGIO, LA SALUTE E L’ISTRUZIONE NON SONO PIU’ ALLA PORTATA DI TUTTI, I SALARI INFERIORI A 20 ANNI FA, L’INFORMAZIONE IN MANO AL REGIME SOVRANISTA CHE SEMINA ODIO
Le proteste della gen Z in Europa – da Milano a Parigi, passando per la Spagna e l’Albania, –
sono le proteste di una generazione che non ce la fa più. Sono scoppiate per ragioni diverse – da contestazioni sulla scuola, sulla casa e contro il carovita – ma hanno un filo rosso che le attraversa: l’esasperazione totale per un modello economico, sociale e culturale che esclude e che schiaccia, che annulla qualsiasi prospettiva sul futuro e mette costantemente in discussione la sopravvivenza del presente.
Viviamo in un sistema violento, dove il lavoro è diventato sinonimo di sfruttamento e precariato, dove una casa dignitosa è un privilegio, dove la salute non è più alla portata di tutti. Il benessere venduto dalla società capitalista occidentale si è piano piano rivelato per ciò che è: utopia delle masse, appannaggio di pochi.
Eppure, in questi giorni agitati, a scandalizzare non sono state le ragioni di questa presa di consapevolezza collettiva, quanto le forme dei suoi effetti. Sulla violenza del sistema si continua a tacere. Ma quella di chi lo mette in discussione è diventata bersaglio dell’indignazione collettiva, a partire dai media. Leggiamo sui giornali e sentiamo i soliti commentatori ripetere che “la violenza va condannata senza se e senza ma”, un’espressione scontata e retorica che impedisce di raccontare la complessità e le mille sfaccettature del momento storico che stiamo vivendo.
La violenza del sistema
Il drammaturgo tedesco Bertold Brecht, circa cent’anni fa, scriveva che “tutti vedono la violenza del fiume in piena, nessuno vede la violenza degli argini che lo costringono”.
Quella di Brecht è un’opera che torna particolarmente attuale proprio in questi giorni. E infatti, negli spazi dove non prevale il racconto mainstream di ciò che sta accadendo, ritroviamo diberso richiami anche al “Libro delle Svolte”:
Ci sono molti modi di uccidere una persona: si può infilare a qualcuno un coltello nel ventre, togliergli il pane, non guarirlo da una malattia, ficcarlo in una casa inabitabile, massacrarlo di lavoro, spingerlo al suicidio, farlo andare in guerra. Solo pochi di questi modi sono proibiti nel nostro Stato.
I giovanissimi scesi in piazza in questi giorni vedono il mondo per quello che è. Un mondo in cui il “sogno americano” è morto e sepolto. Non è vero che impegnandosi a scuola si avranno mille opportunità nel mondo del lavoro. Non è vero che un buon impiego proteggerà dalla povertà. Non è vero che facendo i giusti sacrifici si costruirà una casa confortevole.
E il “sogno europeo”, non esiste più: la sanità pubblica cade a pezzi e curarsi non è più un diritto ma un privilegio, il welfare è stato picconato da privatizzazioni continue che hanno reso il benessere sinonimo di lusso, le comunità dove ci si prende gli uni cura degli altri sono state sfasciate da sovranismi vari ed eventuali.
E tutto questo ha devastato un’intera generazione. Che ora è parecchio arrabbiata.
Una generazione senza futuro
Le piazze del fine settimana sono state descritte come una manipolo di “maranza” violenti, un’orda di vandali in preda a una furia cieca, da condannare senza se e senza ma. Però questa è un’interpretazione parziale, paternalista e francamente piuttosto iniqua, architettata da chi non ha alcun interesse a riconoscere le ragioni e le origini di un malessere profondo. Eppure, nonostante tutto, è una narrazione che funziona.
Perché alla fine l’opinione pubblica si lascia indignare di più per la vetrina di una multinazionale rotta che per il fatto che oltre quel vetro ci siano oggetti che costano come le case in cui la maggior parte delle persone vive. Che oltre quel vetro lavorino persone con stipendi che in un anno non arrivano alle stesse cifre che vengono spese in un giorno lì dentro da una manciata di persone.
Da quando ci viene più facile difendere la proprietà privata – attenzione, quella di un brand multimiliardario, mica del negozio dell’artigiano che in quello spazio ci ha condensato il lavoro di una vita – invece che gli altri diritti che vengono quotidianamente violati: quello alla salute, alla casa, al lavoro?
L’indignazione dell’opinione pubblica
Ci scandalizziamo perché dei ragazzi hanno rubato delle scarpe o delle felpe, ma non per il fatto che la società in cui viviamo abbia normalizzato i costi esorbitanti di quelle scarpe e di quelle felpe. Social network e piattaforme hanno contribuito alla narrazione per cui sia perfettamente ordinario avere addosso ogni giorno migliaia e migliaia di euro, o telefoni che costano più di una rata di affitto. Tutti mostrano uno stile di vita che però nessuno può davvero permettersi.
Il punto è che non sono più solo i simboli di uno status privilegiato, di ricchezza e agio, a essere fuori portata. Non è solo questione di un ascensore sociale rotto che non permette di migliorare le proprie condizioni di partenza. L’ordinaria sopravvivenza, ormai, diventa prerogativa di pochi. Eppure la maggioranza – quella che fatica a fare la spesa e a pagare le bollette, la stessa che si ritrova a fare delle scelte tra beni di prima necessità perché costano troppo e con gli stipendi da fame ormai non ci si assicura più nemmeno il minimo indispensabile – è più scombussolata da qualche episodio di quelli che negli anni Settanta sarebbero stati definiti “espropri proletari” nelle catene della grande distribuzione.
Le proteste di questi giorni sono il sintomo di una profonda ingiustizia sociale, di un sistema politico ed economico emarginante, sinceramente violento, che ha escluso un’intera generazione dallo sguardo al futuro. E non si è fermato lì, ha anche ridotto questa generazione al silenzio.
Ridotti al silenzio
Perché non va bene la rabbia, che è violenta e rompe le vetrine. Ma non va nemmeno bene sedersi pacificamente in mezzo a un’autostrada per denunciare la catastrofe climatica, perché fa arrivare “i grandi” in ritardo al lavoro mentre il mondo brucia.
Non va bene lanciare vernice lavabile contro i palazzi, perché lì dentro c’è chi prende decisioni che devono andare bene a tutti, e non va disturbato. Non va bene lamentarsi dello sfruttamento, perché gli scansafatiche non piacciono a nessuno. E non va nemmeno bene piantare le tende in piazza contro il caro affitti, perché è un comportamento da viziati che vogliono tutto senza essere disposti a fare nulla.
Eccola la generazione nelle piazze di tutta Europa. Una generazione inascoltata, marginalizzata, vessata. Una generazione che dovrebbe essere il futuro di tutti, ma alla quale è stato impedito di immaginare il futuro, distruggendone il presente un pezzo alla volta. Una generazione che protesta in modo apartitico, ma incredibilmente politico. Le manifestazioni non sono state organizzate nei luoghi tradizionali delle mobilitazioni, dai partiti ai sindacati: c’è stato un passaparola via social, emblema della profonda distanza che ormai si è cicatrizzata rispetto a quegli spazi.
L’incapacità della politica
Del resto la politica sta facendo di tutto per ampliare il divario. Una parte sta dando sfogo a tutta la retorica razzista e securitaria di cui è capace, parlando di “orde di maranza” violenti e chiamando l’esercito a fare da vedetta a negozi e supermercati. Mentre l’altra parte è più impegnata a prendere le distanze e condannare la rabbia che non trova nemmeno un secondo per provare a comprendere quale sia la sua origine. A puntare il dito “contro la violenza senza se e senza ma”, senza nemmeno chiedersi cosa sia davvero violento al giorno d’oggi.
(da fanpage)
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Ottobre 21st, 2026 Riccardo Fucile
LAVORA DA 21 ANNI, E’ IN PRESIDIO PER DARE UN FUTURO A LORO
“Faccio questo lavoro da 21 anni insieme a mio fratello. Siamo qui perché se fallisce l’azienda per noi finisce tutto, e io ho tre figli piccoli”. Francesco è uno degli autotrasportatori in presidio a Maida, in provincia di Catanzaro. Si trova qui dalla mezzanotte di giovedì 15 ottobre e, come racconta a Fanpage.it, non se ne andrà fino a quando non avrà delle risposte da parte del governo.
“Io mi auguro di smontare il blocco adesso. Spero che da un momento all’altro mi chiamino da qualche istituzione dicendo che il problema è risolto. Ma fino a quando non succederà continueremo a bloccare tutto”.
Francesco ha 39 anni, fa l’autotrasportatore per l’azienda di suo fratello, ma dire che vive e lavora nel Catanzarese sarebbe riduttivo: “Le giornate sono sempre le stesse: si parte, si fa la consegna, e poi è caricare, scaricare. Copriamo la Sicilia, il nord Italia. Tutto”.
Come molti altri suoi colleghi, anche Francesco ha iniziato da giovanissimo, ereditando il mestiere in famiglia e trasmettendolo a sua volta al fratello minore: “Faccio l’autotrasportatore da 21 anni. Sono cresciuto in questo settore e ci credo. Io mangio e vivo col trasporto. Se va male, in automatico vado male pure io”.
Da giovedì scorso è in presidio e non si fermerà. La rete attraverso cui si riforniscono i supermercati, la Grande distribuzione organizzata, viaggia per la maggior parte su gomma, così come l’80% di tutto l’ortofrutticolo italiano. Ma i primi disagi sono stati registrati anche per quanto riguarda i rifornimenti degli aeroporti. Fermare i camion significa svuotare i supermercati e paralizzare non solo il Sud ma tutta l’Italia.
Per Francesco si è trattato di un estremo rimedio: “Lo faccio principalmente per la mia famiglia e per i miei figli, perché prima vengono loro e poi io”. A 39 anni si è trovato davanti all’impossibilità di proseguire con il lavoro che sosteneva la sua famiglia composta da 5 persone.
“A marzo io e altri colleghi abbiamo segnalato che le cose non andavano, ma siamo esplosi quando il gasolio è arrivato a 2,50 euro a litro. Lo capisce pure un bambino che non possiamo lavorare così. Ci hanno detto di scaricare il rialzo sul committente, ma come facciamo?”.
“Il governo? Ci hanno offerto fondi che ci spettavano a marzo”
A nulla è servito il tavolo di trattative che si è svolto ieri a Milano tra il Governo e le principali associazioni degli autotrasportatori. Gli industriali dell’autotrasporto si trovano sul versante opposto rispetto a chi questo mestiere lo fa sulla strada, come Francesco.
I 480 milioni di euro messi sul tavolo dal ministro dei Trasporti Matteo Salvini fanno gola a chi vuole sfondare il blocco, non a chi lo ha messo in piedi. “Per quanto ci riguarda la trattativa è andata in fumo. Si tratta di fondi che erano già destinati a noi dall’anno scorso e avrebbero dovuto essere sbloccati a maggio”. E aggiunge: “Rispetto al dovuto ci hanno offerto l’equivalente di 100 a testa”.
Francesco fa parte di Federalog ed è perentorio: “Non parliamo solo di Calabria. Siamo tutti parte di un’unica categoria e siamo tutti uniti. Il blocco continuerà”.
(da fanpage)
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Ottobre 21st, 2026 Riccardo Fucile
LO SOSTIENE UN SONDAGGIO DELL’ISTITUTO NOTO: MOLTI EX ELETTORI DELLA LEGA NON HANNO GRADITO LA LINEA SOVRANISTA DEL “CAPITONE”, SEDOTTO DA VANNACCI – QUEL CACADUBBI DI ZAIA OTTIENE IL 92% DI GIUDIZI POSITIVI TRA GLI ELETTORI DELLA LEGA (PECCATO CHE L’EX PRESIDENTE DELLA REGIONE VENETO IN QUESTI ANNI E’ RIMASTO A GUARDARE I DISASTRI DI SALVINI)
Tra gli elettori leghisti del 2024 solo meno della metà approva oggi l’operato di Matteo
Salvini. Tra le motivazioni anche la percezione di un partito che si è spostato troppo a destra rispetto al passato e ha abbandonato il Nord.
Tra i possibili leader, Luca Zaia ottiene il risultato più alto di gradimento mentre l’ex segretario in odor di riconferma si piazza al quarto posto dopo Attilio Fontana e Massimiliano Fedriga.
Alla vigilia del congresso un sondaggio realizzato dall’istituto Noto per Repubblica passa al setaccio le ragioni per cui la Lega ha perso consensi in particolare negli ultimi due anni ma anche rispetto al 2019.
Emerge che, tra gli elettori attuali, l’approvazione dell’operato di Salvini è pari all’87% ma scende al 48% tra gli ex elettori del 2024 e al 35% tra quelli del 2019. I giudizi negativi sono rispettivamente l’11%, il 50% e il 64%.
Il leader conserva quindi un sostegno molto forte tra chi vota oggi Lega, mentre tra gli ex elettori, soprattutto quelli del 2019, prevalgono le valutazioni critiche. Inoltre il 51% degli ex votanti del 2024 e il 58% degli ex del 2019 percepisce la Lega più a destra rispetto a qualche anno fa.
Tra gli elettori attuali questa lettura riguarda il 35%, mentre il 52% ritiene invariata la collocazione del partito. La percezione di uno spostamento a destra influisce quindi nel calo dei consensi.
La collocazione preferita è il centrodestra moderato. Anche il 40% degli elettori attuali la pensa così, sale a 50 la percentuale tra gli ex elettori del 2024 e al 55% tra quelli del 2019. Sommando chi preferisce il centro attento a territori e imprese, la richiesta di moderazione sale rispettivamente al 61%, al 73% e all’81%.
Per favorire il ritorno, gli ex elettori chiedono soprattutto più attenzione a cittadini e imprese del Nord: 44% tra gli ex votanti del 2024 e 45% tra gli ex del 2019. Per il 12% dei votanti di due anni fa il cambio di segretario potrebbe riavvicinarli alla Lega.
La percentuale sale a 21 tra gli ex elettori del 2019. Solo il 3% e il 7% indica che nessun cambiamento favorirebbe un loro ritorno. La scelta di rivolgersi a tutta l’Italia convince il 77% degli elettori attuali, ma solo il 40% degli ex 2024 e il 34% degli ex 2019. […]
Riguardo il giudizio sui leader, Zaia ottiene la quota più alta di giudizi positivi: 92% tra gli attuali, 72% tra gli ex votanti del 2024 e 76% tra gli ex del 2019.
Salvini invece riceve un giudizio positivo da parte dell’86% degli attuali votanti, e scende al 35% e 22% tra quelli del 2024 e del 2019. E infine perché gli elettori si sono allontanati dalla Lega? L’insoddisfazione per Salvini è la singola ragione più citata: 19% tra gli ex 2024 e 25% tra gli ex votanti del 2019.
(da agenzie)
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Ottobre 21st, 2026 Riccardo Fucile
UNA DISFATTA POLITICA SOPRATTUTTO PER SALVINI, CHE AVEVA PROMESSO DI CANCELLARE LA LEGGE FORNERO E DI ABBASSARE A 64 ANNI L’ETÀ PENSIONABILE
Chi andrà in pensione dal prossimo anno dovrà fare i conti con una doppia novità: lavorare più a lungo e, a parità di contributi accumulati, ricevere un assegno più basso. Non è una tassa né un taglio agli assegni, ma l’effetto dell’aumento dell’età pensionabile e della revisione dei coefficienti che trasformano i contributi in pensione.
Nel sistema contributivo ogni lavoratore accumula un capitale, il montante contributivo, formato dai versamenti rivalutati. Al pensionamento, questo viene moltiplicato per il coefficiente di trasformazione, che determina l’assegno annuo lordo. Se aumenta la speranza di vita, la percentuale diminuisce perché il capitale deve finanziare più anni di pensione.
Per il biennio 2027-28, a 67 anni il coefficiente scenderà dal 5,608% al 5,514%. Per ogni 100 mila euro accumulati, significa passare da 5.608 a 5.514 euro annui lordi, a parità di età. Ma il coefficiente dipende anche da quando si lascia il lavoro: per chi uscirà con l’anticipata a 64 anni, nel 2027 sarà del 5,009% e del 6,382% a 71 anni.
Dal 2027, intanto, per la pensione di vecchiaia serviranno 67 anni più un mese, dal 2028 67 anni e tre mesi.
Per capire gli effetti, immaginiamo tre dipendenti che hanno lavorato per 40 anni con retribuzioni medie lorde annue di 23 mila, 38 mila e 53 mila euro (nella realtà contano anche rivalutazioni e andamento degli stipendi).
Queste tre retribuzioni producono rispettivamente 300 mila, 500 mila e 700 mila euro di contributi. Nel primo caso, raggiunti i 67 anni, l’assegno teorico scende da 1.294 a 1.272 euro lordi al mese, su tredici mensilità: 22 euro in meno, ossia 282 euro l’anno. Con 500 mila euro la perdita è di 470 euro annui, con 700 mila di 658.
Ma l’età di uscita ovviamente pesa anche di più. A parità di montante di 300 mila euro, con i coefficienti del 2027 l’assegno sarebbe di 1.156 euro lordi mensili per chi esce a 64 anni, e 1.473 a 71: 317 euro di differenza. Il divario sale a 528 euro con 500 mila euro di contributi e a 739 con 700 mila. Sono naturalmente calcoli teorici perché lavorare più a lungo permette anche di accumulare nuovi contributi.
Il prossimo anno sale anche il requisito per l’anticipata ordinaria: serviranno 42 anni e 11 mesi di contributi agli uomini e 41 anni e 11 mesi alle donne; dal 2028, rispettivamente, 43 anni e un mese e 42 anni e un mese. Eccezioni per attività gravose o usuranti.
(da Corriere della Sera)
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Ottobre 21st, 2026 Riccardo Fucile
CON IL RITORNO ALLA PREFERENZE, PREVISTO DAL MELONELLUM, MOLTI DEPUTATI HANNO BISOGNO DI FAR APPROVARE QUALCHE NORMA LOCALE E DI INCASSARE FINANZIAMENTI PER PROGETTI TERRITORIALI, PER INGOLOSIRE I POTENZIALI ELETTORI
Non proprio mance, ma opere di bene per gli eletti alla ricerca del bis. In manovra ci sarà un
fondo parlamentare da 300 milioni di euro per cercare di evitare il consueto assalto alla diligenza.
Ma allo stesso tempo servirà anche a placare la smania dei parlamentari – di destra e di sinistra – alle prese con l’ultima finanziaria prima delle elezioni.
L’annuncio – del fondo – è stato dato dal ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti questa mattina durante la consueta riunione con i vertici politici e tecnici di Via XX Settembre.
L’idea del fondo nasce come valvola di compensazione per evitare (o sperare) il Vietnam degli emendamenti, favorendo micro-norme locali e finanziamenti a pioggia per piccoli progetti territoriali richiesti dai singoli parlamentari di maggioranza e opposizione.
La trovata non è nuova: venne utilizzata anche lo scorso anno, ma la somma fu un terzo più bassa. Proprio nel 2025 avvenne un patto tra maggioranza e opposizione per dividersi il fondo parlamentare a seconda, ovvio, dei pesi in Parlamento. Lasciando il resto blindato.
(da agenzie)
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Ottobre 21st, 2026 Riccardo Fucile
NELL’INCONTRO CON IL SOTTOSEGRETARIO MANTOVANO SAREBBE EMERSA L’INTENZIONE DI NON FIRMARE IL DECRETO SE IL GOVERNO SI FOSSE INTESTARDITO A TENERE IN VITA LA NORMA. MA COSÌ NON È STATO. C’ERANO RISERVE ANCHE NELLA STESSA MAGGIORANZA E I SINDACATI DI POLIZIA ERANO CONTRARISSIMI
I militari che arrestano? Non in linea con gli standard delle democrazie occidentali. Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ieri mattina ha formulato la sua contrarietà alla norma simbolicamente più potente del decreto sicurezza: permettere ai soldati di operare come la polizia.
È probabile che l’argomento sia stato affrontato a margine dell’incontro che il presidente ha avuto con il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Alfredo Mantovano, accompagnato dal Commissario straordinario per l’edilizia penitenziaria, Marco Doglio, al Quirinale intorno al mezzogiorno. Sarebbe emersa l’intenzione di non firmare il decreto se il governo si fosse intestardito a tenere in vita la norma. Ma così non è stato.
C’erano riserve anche nella stessa maggioranza, e contrarissimi i sindacati di polizia. Sarebbe stato facile parlare di deriva cilena. Dopodiché la ratio che ha mosso il presidente della Repubblica a chiedere il depennamento è presto detta: l’ordine interno spetta alle forze civili, quello esterno a quelle militari, che non dispongono nemmeno del necessario addestramento per svolgere compiti di polizia giudiziaria.
Quest’ultimi rimarranno all’interno del progetto come Strade sicure, e i 500 inviati ora a Milano, potranno controllare il territorio, identificare vandali o saccheggiatori, anche minorenni, ma poi dovranno chiamare la polizia o i carabinieri, che valuteranno se esistono gli estremi per il fermo.
Mattarella firmerà il decreto. Non ci sono profili di incostituzionalità. Va nella direzione indicata lunedì a Imperia, quando aveva chiesto di capire meglio la radice della violenza di questi giorni? Non sembra. La risposta è unicamente repressiva. È l’ennesimo decreto sicurezza che aggiunge un nuovo reato – violenza organizzata nelle manifestazioni pubbliche – estendendo il fermo preventivo anche ai minorenni, per manifestazioni non organizzate, sempre però con il vaglio del magistrato. Le norme in realtà ci sono già, e da tempo, il che non ha impedito di contenere le esplosioni di violenza.
Anche questo decreto nasce da una fitta interlocuzione tra gli uffici del Quirinale e quello di Palazzo Chigi. Dalla moral suasion che il presidente mette in campo, per smussare gli angoli di provvedimenti stridenti con la Costituzione. Solo che stavolta il confronto è durato 24 ore. Il tempo è stato poco per un esame approfondito. L’incontro con Mantovano è stato lo snodo della giornata.
Poco dopo, da fonti parlamentari, è venuto fuori che l’unica eccezione rispetto alle bozze del nuovo decreto sicurezza riguardava la possibilità di dare compiti di polizia giudiziaria ai militari. «Risolto questo punto sembra che il Quirinale possa dare il via libera al provvedimento», scriveva l’Ansa. E poco dopo il governo ha approvato il provvedimento, senza la norma sui militari che arrestano.
(da Repubblica)
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Ottobre 21st, 2026 Riccardo Fucile
IL DOSSIER: “SI TRATTA DI UNO SCENARIO PEGGIORE RISPETTO A QUELLO PREVISTO LO SCORSO ANNO, A SEGUITO DEL RITIRO FORMALE DEGLI STATI UNITI DALL’ACCORDO DI PARIGI E DELLA REVISIONE DELLE STIME SULLE EMISSIONI STORICHE”
L’umanità si sta dirigendo verso un mondo più caldo di quanto gli esperti avessero previsto lo
scorso anno, e gli Stati Uniti sono una delle principali cause di questa situazione. È quanto emerge da un nuovo rapporto delle Nazioni Unite.
Se tutti i Paesi manterranno le promesse di ridurre le emissioni che intrappolano il calore nell’atmosfera, secondo l’aggiornamento dei calcoli climatici diffuso mercoledì dal Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente (Unep) la Terra si riscalderà probabilmente di altri 1,2 gradi Celsius rispetto alle temperature attuali.
Si tratta di circa 0,1 gradi Celsius in più rispetto alle proiezioni formulate lo scorso anno dallo stesso gruppo di scienziati. “Si tratta di uno scenario peggiore rispetto a quello previsto lo scorso anno, a seguito del ritiro formale degli Stati Uniti dall’Accordo di Parigi e della revisione delle stime sulle emissioni storiche”, si legge nel rapporto, che attribuisce agli Stati Uniti anche l’aumento delle emissioni registrato lo scorso anno, sottolineando che tutte le altre 20 principali economie mondiali hanno ridotto il proprio inquinamento da carbonio oppure, quantomeno, hanno rallentato la crescita delle emissioni di anidride carbonica derivanti dalla combustione di carbone, petrolio e gas.
“In termini quantitativi, l’aumento registrato negli Stati Uniti (133 milioni di tonnellate di CO2 equivalente) ha superato di gran lunga quello di tutti gli altri Paesi ed è stato determinato dalla maggiore domanda di elettricità e dalla ripresa della produzione di energia elettrica da carbone”, afferma il rapporto.
Secondo il documento, i 124 Paesi che hanno aumentato le proprie emissioni – a esclusione dei 63 che le hanno ridotte, tra cui la maggior parte delle nazioni europee – hanno aggiunto 189 milioni di tonnellate di anidride carbonica nel 2025.
Il 70% di questo incremento è riconducibile agli Stati Uniti. I nuovi calcoli indicano che, se i Paesi attueranno integralmente gli impegni contenuti nei piani climatici presentati alle Nazioni Unite, entro il 2100 la temperatura globale sarà superiore di 2,6 gradi Celsius rispetto ai livelli preindustriali. Se invece il mondo continuerà lungo il percorso attuale, senza considerare gli impegni nazionali, la temperatura sarà più alta di 2,8 gradi Celsius rispetto alla seconda metà del XIX secolo: una stima identica a quella formulata lo scorso anno.
Entrambi gli scenari superano ampiamente gli obiettivi fissati dal Patto sul clima di Parigi del 2015: mantenere il riscaldamento globale ben al di sotto dei 2 gradi Celsius e, preferibilmente, limitarlo a 1,5 gradi Celsius. Attualmente, la temperatura globale è già superiore di circa 1,4 gradi Celsius rispetto ai livelli preindustriali. All’inizio di quest’anno, e nuovamente nel presente rapporto, i funzionari delle Nazioni Unite hanno riconosciuto che non è più possibile limitare il riscaldamento all’obiettivo di 1,5 gradi Celsius che si erano prefissati.
Le speranze sono ora riposte nella possibilità di contenere l’aumento della temperatura a circa 1,8 gradi Celsius, per poi riuscire in qualche modo a rimuovere dall’atmosfera una quantità sufficiente di anidride carbonica da riportare le temperature a 1,5 gradi. Il mondo è ancora “pericolosamente lontano” persino da questi obiettivi, ha dichiarato il segretario generale delle Nazioni Unite António Guterres. “Ma disponiamo degli strumenti necessari per cambiare rotta e allontanarci dall’orlo del precipizio”, ha aggiunto. Ridurre drasticamente le emissioni globali di carbonio – del 18% entro il 2030 e del 69% entro il 2040 – “è l’unico modo per tornare a una situazione in cui la realtà sia ancora in larga misura gestibile, senza impatti devastanti. Per questo motivo, una simile riduzione è assolutamente sensata”, ha affermato Inger Andersen, direttrice esecutiva dell’Unep.
(da agenzie)
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