Ottobre 21st, 2026 Riccardo Fucile
“SPACCHIAMO TUTTO, TUTTI COMPATTI SOTTO LE AGENZIE DELLE ENTRATE, I COMUNI, I TRIBUNALI”… SI RISCHIANO SCONTRI IN PIAZZA VISTO CHE I GRUPPO NEONAZISTI SI TRAVESTONO DA GUARDIE BIANCHE DEL SISTEMA E VOGLIONO ATTACCARE CHI PROTESTA
«Il 17 ottobre? Era un assaggio». «È solo l’inizio e faremo di peggio». «Prepariamoci a un sabato di fuoco». «Sarà uno scenario di guerra». «Beh, speriamo». Nelle chat di Telegram, tra i messaggi criptati di Session e i commenti dei video di TikTok, le maschere antigas si alternano alle scene del videogioco sparatutto Fortnite, le barricate si danno il cambio con i negozi saccheggiati di Milano.
Se il 17 è stato l’antipasto, sui social la promessa è che il 24 ottobre, con una rabbia rinfocolata «dalla repressione dei decreti del governo», si terrà «il secondo round». Guidato sì da un malessere sociale, ma di nuovo imprevedibile, in gran parte spontaneo, senza un obiettivo preciso né una regia comune. Anzi, stavolta peggio: nelle stesse piazze si temono interessi opposti.
Quella data cerchiata di rosso è anzitutto un trend, il contenitore unico di istanze, allarmi, mobilitazioni vere o fake che siano. «Spacchiamo tutto, ci saranno un botto di vetri e robe in giro», si legge nei gruppi whatsapp. «Vi aspettiamo raga, casino», è la schermata di TikTok sopra una strada in fiamme. «Basta spaccare — posta un altro — gli scontri con la polizia sono sufficienti, faremo come Atena con il fuoco». No, «tutti compatti sotto le Agenzie delle entrate, i Comuni, i tribunali», è la chiamata di chi è pronto a «pretendere ciò che ci spetta» per i «salari da fame mentre i prezzi raddoppiano».
È soprattutto sulla piattaforma virale dei giovanissimi che ribollono i commenti di una marea multiforme e girano a decine volantini, grafiche, locandine. «Fermiamoli», dicono al governo. «Facciamoci sentire», riscaldano la piazza. Sono quasi tutte uguali, quasi tutte Ai slop, poltiglia digitale. Dietro ci sono sigle di movimenti inesistenti — “Studenti uniti” — o di gruppetti di cui s’era persa la memoria — il triestino No Green Pass “La gente come noi”.
C’è anche chi prova a organizzarsi con gruppi di comunicazione, assemblee web, manuali di pratiche di piazza, team legali o sanitari. Chi convoca piazze pacifiche per evitare che le ragioni della protesta — «il caro-vita, il caro-affitti, i salari bassi, la precarietà» — vengano oscurati.
Sui manifesti del neonato “Movimento 17 ottobre” non c’è una sola data, ma tante: ogni sabato, come fu per Gaza. C’è un orario: le 15. E ci sono decine di città: Roma, Torino, Milano, Bologna, Padova, Trieste, Rimini, Napoli, Firenze. Per ognuna c’è un simbolo: una falce, un martello, un carro, un arpione. Ricordano la jacquerie, la rivolta contadina francese del 1358. Segno che c’è la mano di qualcuno che i movimenti sociali e il loro immaginario li conosce eccome. (…)
Sono nati all’improvviso per provare a capitalizzare le mobilitazioni prima ancora che a organizzarle e per ora muovono qualche centinaio di persone. Come “Italia in piazza”, altro gruppo che si autonarra spuntato dal nulla di TikTok. Sono loro ad aver dato il preavviso alle questure per cortei pacifici ma come già è stato il 17 ottobre chi scenderà in strada il prossimo sabato non lo farà per aderire a un movimento ma perché sa, e vedrà da TikTok, che lì troverà altra gente a cui unirsi nella protesta o nella battaglia. Se solo a Roma di piazze se ne contano tre, «sceglieremo in base a quel che leggeremo nelle chat», scrivono su whatsapp.
Sono le stesse chat dove nelle scorse ore si è auto-alimentato un tam tam di manifestazioni violente fasulle (Pavia), caccia agli stranieri (Milano), stupri su studentesse (Verona). Falsi, gravissimi, allarmi conditi da audio concitati e foto di armi che hanno seminato il panico, creato il deserto. Decine di poliziotti a Cremona sono rimasti a presidiare cortei fantasma, stazioni e scuole. A Ravenna i banchi si sono svuotati per il terrore di violenze sessuali. Anche per Como girano screenshot che terrorizzano i commercianti: sondaggi per scegliere quale negozio assaltare.
(da agenzie)
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Ottobre 21st, 2026 Riccardo Fucile
L’INIZIATIVA DEL GOVERNO PREVEDE 100 MILA ABITAZIONI IN 10 ANNI A PREZZI CALMIERATI CON UN INVESTIMENTO PUBBLICO DI 10 MILIARDI, DANDO UN RUOLO CENTRALE A UN IMPRENDITORE PRIVATO, IL MANAGER 42ENNE MARIO ABBADESSA – I RISCHI DEL POTERE DI VETO DA PARTE DEGLI EMIRATI ARABI SULLA GESTIONE DEI FONDI VINCOLATI AL PIANO CASA
Il Piano casa del governo Meloni finisce nel mirino delle opposizioni dopo l’inchiesta di
Milena Gabanelli e Mario Gerevini sul Corriere della Sera, che solleva interrogativi sul ruolo del fondo sovrano di Abu Dhabi Mubadala nella gestione di investimenti immobiliari finanziati anche da società pubbliche italiane.
Al centro della vicenda c’è Add Capital, la società del manager Mario Abbadessa che guida due fondi lussemburghesi da 2,3 miliardi di euro, nei quali ha investito anche Cassa depositi e prestiti. Mubadala ha versato 600 milioni nei fondi e acquisito il 15% di Add Capital, ottenendo – secondo Dataroom – un sostanziale potere di veto sulle decisioni strategiche della società: il fondo emiratino potrebbe così bloccare operazioni che riguardano anche capitali pubblici italiani.
Il Pd chiede chiarimenti e annuncia un’interrogazione parlamentare, mentre il M5s sollecita la premier a riferire alle Camere.
“Dal Mef silenzio tombale”, attacca il deputato dem Federico Fornaro, che già a gennaio aveva presentato un’interrogazione sui “molti lati oscuri” dell’operazione. Il parlamentare chiede chi abbia scelto Abbadessa per la gestione dei fondi, senza una selezione competitiva, e perché l’operazione non sia stata affidata direttamente a Cdp.
Sulla stessa linea Antonio Misiani e Irene Tinagli, che denunciano una “corsia preferenziale” per operatori immobiliari stranieri nell’accesso a risorse di partecipate pubbliche.
“È sorprendente che proprio Giorgia Meloni, che per anni ha detto di volersi battere contro la speculazione e i grandi interessi della finanza internazionale per proteggere la sovranità italiana, avalli operazioni di questo genere”, attaccano, chiedendo alla premier di chiarire.
Ancora più duro il M5s. “La risposta all’emergenza abitativa italiana non può essere commissariata e gestita da un grattacielo emiratino”, denuncia il deputato Agostino Santillo, chiedendo che Meloni riferisca “subito in Parlamento”
(da agenzie)
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Ottobre 21st, 2026 Riccardo Fucile
“È IL NOME DI CORTESIA CHE ABBIAMO DATO ALL’AMERICANIZZAZIONE DEL MONDO ATTRAVERSO LA GLOBALIZZAZIONE”
C’è una parola che da qualche anno non riesco più a scrivere senza sentire che suona un po’ falsa.
Viene scandita battendo il pugno sui podi, brandita come una password che apra ogni porta e chiuda ogni discussione: i valori dell’Occidente. La ripetono i sovranisti che si sentono assediati da sud e da est, la ribadiscono gli esperti di geopolitica, la ridicono, con timbri opposti, tanto una certa destra che si crede in guerra di civiltà quanto una certa sinistra che si crede erede dei Lumi.
Ogni volta che la sento, invece della solidità che chi la pronuncia vorrebbe evocare, avverto il rumore di una scatola che sbatacchia a vuoto. Cos’è l’Occidente? Quando nasce, cosa è diventato, cosa vuol dire oggi?
Cominciamo dal nome, più onesto di chi lo usa. In tedesco l’Occidente si dice Abendland, la terra della sera. In latino era l’occidens, il luogo dove il sole cade, da occidere, cadere, tramontare. In ogni lingua, questa parola non indica una civiltà né un sistema di valori, ma la direzione in cui la luce muore.
L’Occidente è, alla lettera, il posto dove si fa buio.
Chi oggi invoca l’Occidente come un bastione, un’alba di valori da difendere, sta usando senza saperlo una parola che vuol dire esattamente il contrario. Ma Occidente rispetto a cosa?
Perché ovest non è un luogo. È una direzione. Il mio ovest è l’est di qualcun altro. Ogni civiltà che ha usato questa parola vi ha abbinato un contenuto diverso, tarato sulle proprie paure e desideri. Per gli intellettuali russi dell’Ottocento, gli zapadniki, gli occidentalisti che si opponevano agli slavofili, l’Occidente era l’Europa: Parigi, il parlamento, il diritto, i Lumi, tutto ciò che la Russia arretrata avrebbe dovuto importare per smettere d’essere se stessa.
Un secolo e mezzo dopo, quando Vladimir Putin e Dmitrij Medvedev evocano la decadenza dell’Occidente, guardano nella stessa direzione e vedono il nemico. La parola è identica, il contenuto rovesciato. […]
Per gli americani, la parola ha preso una piega opposta e ancora più rivelatrice. Il loro ovest, il West con la maiuscola, non era un altrove da imitare o da temere, ma terra di conquista. […] Era il vuoto da riempire, il “selvaggio da civilizzare”, e per definizione presupponeva un Altro da spingere via o cancellare: il nativo americano, il messicano, chiunque fosse già lì.
La frontiera dava una versione laica del Manifest Destiny e marchiava come Altro tutto ciò che le si opponeva. L’Occidente americano non nasce come patrimonio di valori, ma come movimento di conquista che ha bisogno di un nemico per definirsi e se lo produce mentre avanza.
Nel 1890 fu dichiarata chiusa la frontiera del “selvaggio West”. Da allora, il nemico è diventato prima il tedesco, poi il sovietico, il jihadista, il cinese, l’iraniano.
Il russo guarda a ovest e vede una civiltà da raggiungere o da combattere. L’americano guarda a ovest e vede uno spazio da possedere e degli indigeni da rimuovere. In entrambi i casi, Occidente non descrive chi lo pronuncia, ma il suo rapporto con qualcun altro, un modello o una preda. È già, in nuce, quello che diventerà nel Novecento: non un’identità, ma una relazione di potere travestita da geografia.
Allora la domanda è chi abbia coniato l’Occidente che invochiamo oggi e per nascondere cosa. La parola è antica. La usava la Roma tardo-antica, dopo che Diocleziano divise l’impero in due. E poi la cristianità latina contro Bisanzio e contro l’Islam.
Il concetto politico ha perfino un indirizzo civico, il 17 di rue Monsieur-le-Prince a Parigi, dove negli anni ’40 dell’Ottocento Auguste Comte conia l’Occidentalité. Europa e cristianità non gli bastavano, perché includevano la Russia ortodossa ed escludevano i coloni d’America e d’Australia. Gli occorreva una parola che tenesse fuori i russi.
E la inventò. Spengler, come abbiamo visto, ne fece un destino.
Ma l’Occidente con la maiuscola che si sente pronunciare oggi dai podi, quello fatto di “valori condivisi” e di un “blocco compatto da difendere”, prende la forma attuale dopo il 1945. A costruirlo furono la Guerra Fredda e le sue istituzioni: Bretton Woods nel 1944, il Piano Marshall nel 1947, la Nato nel 1949. Serviva un nome che tenesse insieme sotto un’unica bandiera l’Europa occidentale e il Nord America contro il blocco sovietico, e quel nome fu l’Occidente, il “mondo libero”. Non era una civiltà che si riconosceva, ma un’alleanza militare che si dava un’anima.
Lo studioso David Gress ha intitolato un saggio, con perfetta ironia, From Plato to Nato, “Da Platone alla Nato”, come se ci fosse una linea diretta che va dai dialoghi socratici al quartier generale di Bruxelles. Invece quella linea, si sa, fu disegnata a tavolino, nel dopoguerra, per necessità strategica. Anzi, la si cominciò a tracciare già nella guerra precedente. Il primo corso di Western Civilization alla Columbia University nacque durante la Prima guerra mondiale e si chiamava War Issues, questioni di guerra. Ed è qui che il prendere a pugni il podio diventa tragicomico.
Dietro quella parola nobile, i valori dell’Occidente, c’è un fatto molto meno nobile e mai nominato, ovvero l’egemonia americana. Gli americani bianchi, culturalmente, sono un’evoluzione del pensiero europeo, mescolato a ciò che hanno trovato e in gran parte distrutto nel loro cammino verso il West. Ma dal 1945 quella propaggine americana dell’Europa è diventata la capitale che comanda l’alleanza. E all’Europa è toccato accettare una definizione benevola che la mettesse alla pari: siamo tutti l’Occidente. Una parola generosa che nascondeva una gerarchia.
Occidente, in fondo, è il nome di cortesia che abbiamo dato all’americanizzazione del mondo attraverso la globalizzazione. È il velo diplomatico steso su un rapporto di potere.
È ironico che oggi i più accesi difensori dell’Occidente, in Europa, siano i sovranisti, gli stessi che, fino a ieri, guardavano a Washington come alla capitale della propria civiltà.
Washington, nel frattempo, li ha scaricati. Il protezionismo, l’isolazionismo, il disprezzo per gli alleati europei hanno lasciato i nostri sovranisti nella posizione dell’orfano che chiama un padre che se ne va. Continuano a invocare l’Occidente come un bastione di valori proprio mentre la potenza che teneva in piedi quel bastione annuncia che non le interessa più.
E che nel Golfo scopre di non avere abbastanza missili per difenderlo.
È il funzionamento abituale della parola. Quando le cose vanno bene è un club aperto a chiunque ne accetti le regole, quando si mettono male si richiude nel perimetro originario e sforna libri su quanto era superiore.
e allora cosa mettiamo al posto dell’Occidente? Semplice, si può dire Europa invece che Occidente, e Nord globale invece di “mondo libero”, termini più onesti.
Quando mi viene spontaneo di dire “occidentali”, per deformazione di anni, mi correggo con una definizione per me più percepibile: “europei e anglosassoni”. Ma il punto non è la parola, è ciò che le chiediamo di reggere.
Ma la Terra della Sera, l’Abendland, non deve per forza essere vissuta come un tramonto da temere.
Se si smette di fingere che sia un bastione eterno, il tramonto torna a essere quello che è sempre stato prima che qualcuno ne facesse una bandiera, semplicemente l’ora in cui la luce cambia, si fa più obliqua e più dolce, e ci prepara alla notte senza che questo sia una sconfitta.
Dopo ogni notte, puntualmente, torna l’alba. Che viene da Oriente, un’altra parola, anche quella, che abbiamo trasformato in una gabbia, e che invece voleva dire soltanto: la direzione da cui arriva di nuovo la luce. Bisogna guardare in quella direzione con più attenzione e meno paura, verso un’Asia che non comincia a Mosca e non finisce a Pechino, per capire dove si sta spostando il futuro.
Carlo Pizzati
per “la Repubblica”
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Ottobre 21st, 2026 Riccardo Fucile
“LA STAMPA”: “SIAMO PENULTIMI IN EUROPA PER L’OCCUPAZIONE DEGLI UNDER VENTINOVE, FRA I PEGGIO CLASSIFICATI PER L’ETÀ DI USCITA DALLA CASA DI FAMIGLIA. E FRA IL 2011 E IL 2024 IL 6% DEI GIOVANI HA LASCIATO L’ITALIA”
Lunedì sera, alla fine di una giornata spesa a raccogliere i cocci della devastazione di Milano,
da Palazzo Chigi è partita una nota sulla legge di Bilancio che sembrava scritta apposta per non dimenticare nessuno. «Ci saranno interventi a favore di giovani e anziani, il rafforzamento della sanità, il sostegno alle famiglie e le misure per fronteggiare il costo dell’energia».
Che in Italia ci sia un serio problema generazionale è ormai noioso ripeterlo: siamo penultimi in Europa per l’occupazione degli under ventinove, secondi per numero di Neet (Not in Education, Employment or Training), fra i peggio classificati per l’età di uscita dalla casa di famiglia: 30,2 contro una media europea di 26,3.
L’ultimo rapporto dell’Ocse – è di qualche giorno fa – calcola che fra il 2011 e il 2024 il sei per cento dei giovani tra 18 e 34 anni ha lasciato l’Italia per cercare fortuna all’estero. A gennaio il governatore della Banca d’Italia Fabio Panetta stimò che un giovane laureato tedesco guadagna l’ottanta per cento in più di un italiano, un francese il trenta.
Fra le misure di una legge di Bilancio più magra del previsto, l’unica proposta effettivamente dedicata ai giovani per il 2027 è la promessa di una tassa piatta al cinque per cento sui soli aumenti contrattuali degli under trentacinque. Era stata accarezzata una cedolare molto bassa per gli affitti lughi, ma se ne sono perse le tracce in una manovra divenuta piccina.
I partiti si affollano a promettere cose alla constituency dominante, e quest’anno non fa eccezione: fra le tante, nonostante conti fragili e rendimenti alle stelle, la Lega chiede l’abbassamento dell’età pensionabile a 64 anni. Ed è difficile sostenere che l’opposizione sia più efficace nell’immaginare soluzioni.
Prendiamo un caso, limitato ma esemplificativo. Lo scorso giugno, nell’ambito della proposta «Restiamo In Italia» contro la fuga dei giovani laureati, il Partito democratico ha lanciato una proposta di legge per introdurre un bonus da duecento euro dedicato ad «assunti o confermati con contratto di lavoro subordinato a tempo indeterminato», come se fosse normale per un under trentacinque godere di un contratto di quel tipo.
Per quell’incentivo venivano immaginati settecento milioni di euro l’anno, abbastanza per aiutare appena 270mila giovani su una platea di sei milioni.
Dopo l’uscita dall’incubo del Covid – il cui prezzo l’hanno pagato loro per primi – molte speranze per i giovani erano state riposte nel Recovery Plan, ma abbiamo fallito di nuovo. Sabato scorso, durante una manifestazione a Piazza del Popolo, la responsabile nazionale dell’Udu, una delle più grandi associazioni universitarie, ha portato sul palco il «futuro negato del Pnrr».
Non si può sostenere facesse propaganda: dei quasi duecento miliardi fra prestiti e contributi a fondo perduto ne abbiamo destinati ai più giovani cinque miliardi, il 2,5 per cento del totale. La Spagna – con l’Italia il Paese che ha avuto di più dal piano – ha investito più del quadruplo.
Quel che non ha fatto la cattiva programmazione, l’ha fallito la burocrazia lenta. È il caso dei nuovi posti per gli studenti universitari: avevamo preso l’impegno a raddoppiarli da sessanta a 120 mila, ne abbiamo realizzati poco più della metà, il resto arriverà entro il 2027, in gran parte grazie alla trasformazione di strutture private, e dunque a prezzi non accessibili a tutti.
Prima del Pnrr erano stati gli scellerati bonus edilizi: duecento miliardi di spesa per garantire la ristrutturazione delle seconde case a chiunque, tranne a chi la casa non ha l’opportunità di acquistarla, se non grazie al sostegno dei genitori benestanti.
Per avere un termine di paragone, l’investimento del Pnrr nel rifacimento, la ricostruzione e la messa in sicurezza degli edifici scolastici è stato inferiore ai dieci miliardi, un ventesimo di quella cifra. E dunque, in brutale sintesi, quattrocento miliardi di spesa pubblica in sei anni, e solo briciole alle nuove generazioni.
Sarà una coincidenza, ma le piazze piene della rabbia giovanile di questo autunno sono quelle francesi e italiane, e solo in Francia e in Italia – ormai persino più che in Grecia – il debito pubblico è alto abbastanza per negare le speranze dei più giovani. Quest’anno per pagare gli interessi necessari a ripagarlo spenderemo 96 miliardi, nel 2028 arriveremo a 112. Quest’anno sulla scuola abbiamo investito la metà di quella cifra.
(da “La Stampa”)
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Ottobre 21st, 2026 Riccardo Fucile
NEI CORRIDOI DEI SUPERMERCATI DI CAMPANIA, PUGLIA E SICILIA I CONSUMATORI APPOGGIANO LA RIVOLTA DEI TIR: “DOVREMMO ANDARE A PROTESTARE PURE NOI”, “SEMBRA IL COVID, MA SIAMO MESSI MOLTO PEGGIO”, “È DIFFICILE ANDARE AVANTI ANCHE PER LA CLASSE MEDIA”… E MENTRE IN SICILIA I BLOCCHI SONO STATI SCIOLTI A METÀ, IN CAMPANIA LA PROTESTA DEI CAMIONISTI STA FERMANDO LE AUTOSTRADE, E MINACCIA DI ARRIVARE A ROMA
Paola Solimene si ferma davanti al banco frutta del supermercato Md sullo stradone al confine tra Santa Maria Capua Vetere e Grazzanise.
Prende una confezione di pomodori. Non è quello che era entrata ad acquistare ma negli scaffali non c’è altro. La frutta no, a quella dovrà rinunciare. Banane, mele, pere, uva sono scomparse.
Al loro posto, sotto i cartellini con i prezzi, giace una fila di cassette vuote. La signora Paola si stringe nelle spalle. «Fa nulla, non moriremo di fame e là fuori c’è chi sta lottando anche per noi […] La verità è che dovremmo andare anche noi a protestare insieme agli altri. Invece siamo dei vigliacchi e io sono la prima».
Difficile trovare una protesta che metta d’accordo chi blocca le strade e chi viene bloccato. Eppure è quello che sta accadendo a Santa Maria Capua Vetere, una cittadina di oltre trentamila abitanti, stretta tra Capua e Caserta. All’uscita dell’autostrada una lunga fila di Tir blocca solo a metà il passaggio delle auto.
I mezzi pesanti, invece, non circolano da giorni, nessuno porta più frutta, verdure, carne, pesce, latte, quello che viene definito “il fresco”, le merci deperibili che ora stanno marcendo in qualche Tir parcheggiato in uno dei tanti presidi in cui si divide la protesta. Gli autotrasportatori sono radunati nella rotonda che smista il traffico in arrivo dall’autostrada. Sono sotto gli occhi di tutto ma nessuno li insulta, nessuno chiede di mettere fine ai blocchi.
Chi arriva al presidio porta solidarietà, la frase più ripetuta è: «Andate avanti».
La signora Vincenza Caccavale Osserva quello che ha messo nel carrello e sospira: «Ci dobbiamo adattare con quello che troviamo. Mi sembra il Covid ma in realtà siamo messi peggio. Allora dovevamo fare la fila però poi il cibo si trovava, adesso non c’è quasi nulla. Anche se non l’ho vissuta sembra la guerra che mi raccontava mia mamma ».
Poco più in là, davanti al banco latte e yogurt è fermo Federico Maiorana, giacca, cravatta, le iniziali ricamate sulla camicia. Ha uno studio da avvocato e non nasconde i suoi timori. «Sono molto preoccupato. Questi scaffali vuoti sono il segnale di una crisi che è molto più ampia. È sempre più difficile andare avanti anche per noi che dovremmo essere la classe media».
Scaffali vuoti anche all’Eurospin. Teresa Parrollo si guarda intorno, disorientata. «In qualche modo ci arrangeremo, questa protesta è giusta. La vita è diventata troppo cara per tutti. Vivo in un paese vicino, non ci sono mezzi pubblici, al lavoro devo per forza andare in macchina. Sono quaranta chilometri al giorno, una spesa che è diventata esagerata con i rincari dei prezzi del carburante».
In Campania si va avanti. «Ora speriamo che i cittadini si uniscano a noi», conclude Davide Di Costanzo.
A protestare accanto agli autotrasportatori ci sono gli agricoltori, anche loro in forte difficoltà, come spiega Gianni Fabbris, segretario di Altragricoltura. «Questa è una crisi molto più seria di quello che appare. Si protesta perché è fallito il sistema, non perché ci sia una regia o un complotto.
Il popolo si è mobilitato e lo farà a lungo e il governo non riesce a comprendere quello che sta accadendo. Continua a concertare un’eventuale intesa con le solite organizzazioni professionali che però non rappresentano chi sta protestando ».
(da agenzie)
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Ottobre 21st, 2026 Riccardo Fucile
NEI GIOVANI ESISTE ALTRA AMBIZIONE CHE TRAVESTIRSI DA BENESTANTE?
Sui tumulti e le razzie del weekend milanese spendono parole anche i rapper famosi, quelli
che hanno avuto successo, ormai tutti sui quarant’anni e oltre. Molti di loro non più figli, ma padri. Con diversi accenti e diverso peso individuale, quello che dicono è spesso molto interessante. Potrebbero starsene zitti e rimanersene comodi ma non lo fanno, si sentono chiamati in causa, sono partiti dalle stesse periferie.
Conoscono la materia. Le loro opinioni sono comunque nel merito, in genere molto più nel merito rispetto alle parole impaurite della politica. Magari si stanno chiedendo, quei ragazzi ormai ingrigiti, se sono stati buoni o cattivi maestri, ma andrebbe già di lusso sapere che di maestri, buoni o cattivi, c’è ancora richiesta.
In una chiacchierata recente Marracash mi disse: i ragazzi del mio quartiere (la Barona), vent’anni fa, se avessero incontrato un influencer di quelli che inneggiano alla ricchezza lo avrebbero fatto arrosto e mangiato sul posto. Ora vogliono diventare come lui. Credo sia attorno a questo snodo che tutto si deciderà: se il modello unico sia così unico, ormai, che non esiste altra ambizione che travestirsi da benestante — e la partita sarebbe perduta in partenza.
Oppure se ci siano margini, ci sia fantasia, ci sia libertà di cambiare e di deviare dal percorso, dunque ci sia vera opposizione. Certo i mezzi sono importantissimi, violenti o non violenti è una differenza decisiva. Ma i fini, quelli sono ancora più importanti. Diventare come? Desiderare cosa?
(da Repubblica)
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Ottobre 21st, 2026 Riccardo Fucile
UNA MANIFESTAZIONE, ANCHE VIOLENTA, NON E’ UN CAMPO DI BATTAGLIA… I SOLDATI NON SONO GALOPPINI ELETTORALI
Ci risiamo. Rispondere alla complessità algoritmica di questa moltitudine di invisibili che ha incendiato Milano con la solita aritmetica dell’ordine misurato in anni di galera è patetico, grottesco e persino pericoloso. Mandare 500 soldati attribuendo loro funzioni di polizia giudiziaria significava avventurarsi oltre un confine mai valicato. Ci ha pensato il presidente Mattarella a fermare l’azzardo, cancellandolo. Se poliziotti professionalmente addestrati alla gestione dell’ordine pubblico non sono riusciti a fermare ragazzi che correvano, si disperdevano, ricomparivano altrove, che cosa avrebbero combinato soldati senza la stessa esperienza. Quante volte si sarebbe rischiato l’errore fatale?
I soldati sono addestrati a fronteggiare un nemico. I cittadini non sono nemici. Una manifestazione, anche violenta, non è un campo di battaglia. E militarizzare l’ordine pubblico non significa renderlo più sicuro. Ma esattamente il contrario, come l’orrenda America di Trump insegna. Tanto più che la prima domanda alla quale il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi dovrebbe rispondere è perché le sue strutture, i suoi investigatori, non siano riusciti a prevenire disordini annunciati da giorni sui social. Il sindaco Sala ha sollevato il problema. Il ministro gli ha risposto dandogli del radical chic. Milano devastata, agenti feriti, ragazzi arrestati. Ma Piantedosi trova il tempo (e l’umore) per una battuta da maranza.
Il punto è che nessuno sembra sapere davvero chi siano questi ragazzi. Il 4 ottobre compare su Instagram l’account “Italia in Piazza”. Tredici giorni dopo migliaia di giovani si ritrovano nelle strade. A Milano il preavviso alla Questura lo firma un diciassettenne accompagnato dalla madre. A Roma due universitarie raccontano di essersi incontrate nei commenti di TikTok. Ma nelle piazze arriva di tutto. Studenti, minorenni delle periferie, antagonisti, reduci no vax, professionisti della tensione. Qualcuno protesta contro il carovita, altri contro il governo, altri sono soltanto a caccia di uno scontro e di un saccheggio. Nelle stesse chat convivono richieste di salari decenti, scuole abitabili, ma anche istruzioni su quali negozi assaltare. La Rete non seleziona. Somma, confonde, amplifica. Basta un messaggio, una convocazione. E una rabbia sufficientemente diffusa perché migliaia di sconosciuti decidano di incontrarsi.
La moltitudine scesa in piazza non è un movimento politico. Non ha un programma o un capo. È rabbia sociale. Una miscela di esclusione, frustrazione, desiderio di consumo, bisogno di appartenenza. Molti sono figli dell’immigrazione, cresciuti in un paese che li considera stranieri. Desiderano quello che vedono sui loro schermi. Reclamano merci. Vogliono quelle scarpe, quella felpa, quel telefono connesso con un po’ di autostima. Non vogliono distruggere il mondo che li esclude. Vogliono entrarci, sfondando la porta. Non sanno, o fanno finta, che chi saccheggia commette un furto. Chi lancia una pietra contro un poliziotto può ucciderlo. Credono che la moltitudine cancelli le responsabilità individuali. In ogni caso se ne fregano. Il loro è un nodo scorsoio anche culturale. Ma tagliarlo solo per punire non è abbastanza. E non significa rimediare al danno. Dopo quattro anni e cinque decreti sicurezza, il governo scopre che qualche centinaio di ragazzi può assediare Milano. E propone altre uniformi, altre manette, altre pene. È la formula di Meloni e Piantedosi: trasformare la questione sociale in una penale. Ignorare sempre le proprie responsabilità, che precedono quelle dei manifestanti, da mettere puntualmente in capo alla sinistra. La quale trova a malapena il tempo di replicare con parole sensate, per poi rituffarsi dentro al proprio ombelico dove discutere di leadership, primarie, campi larghi, programmi. Mentre fuori dalle sue sedi cresce una rabbia che non conosce il suo linguaggio, non aspetta le sue decisioni. Sempre che quella rabbia vada a sinistra e non anche a destra, come accade in mezza Europa. O verso il nulla di nulla autoreferenziale. […]
Non saranno i 500 soldati a cambiare questo paesaggio. Potranno presidiare le piazze, sorvegliare le vetrine. Non potranno restituire una prospettiva di vita a chi non ne vede nessuna. Ma Mattarella ha fermato i poteri speciali, non la logica che li aveva concepiti. Il rischio resta la reciproca spirale: il governo che addita soltanto delinquenti e aumenta la repressione. I ragazzi che accerchiati dalle divise, raddoppiano la sfida. La politica scompare, resta lo scontro tra gli adulti che distribuiscono disprezzo e i giovani che restituiscono vendetta. Siamo dentro la guerra sociale delle diseguaglianze. Dentro al frastuono di un mondo che perde pezzi e a un governo che usa un altro po’ di fil di ferro elettorale per vincere la gara del comando. E poi vantarsene.
(da Il Fatto Quotiidiano)
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Ottobre 21st, 2026 Riccardo Fucile
E SUI TIR SALVINI FA IL GIOCO DELLE TRE CARTE
La sanità non è in cima alle priorità nella manovra allo studio del governo Meloni. Il
contenuto del Documento programmatico di finanza pubblica (Dpfp) è stato ottimo profeta. In rapporto al Pil, nessun balzo.
La previsione parla di non più di 2,5 miliardi di euro su questa voce. E nulla ha cambiato l’allarme della Corte dei conti lanciato lunedì sulle liste d’attesa che sono un problema. Per questo motivo le regioni guidate da Pd e Movimento 5 stelle hanno chiesto di dare seguito alla richiesta, di 5,5 miliardi di euro, formulata dal ministro della Salute, Orazio Schillaci.
«È assolutamente prioritario stanziare almeno la cifra che il ministro Schillaci aveva indicato, non è pensabile nemmeno un euro in meno», hanno scritto i presidenti di Campania, Emilia-Romagna, Puglia, Sardegna, Toscana e Umbria. Una sfida rilanciata dalla segretaria del Pd, Elly Schlein: «Chiediamo di portare la spesa sanitaria alla media europea del 7 per cento del Pil». Ma l’orientamento del governo è un altro, perché vanno placate le varie richieste sul tavolo. A cominciare dalla riduzione delle tasse per il ceto medio. «Il taglio dell’Irpef deve essere la priorità», ha detto la senatrice di FI, Licia Ronzulli.
Intanto, la legge di Bilancio è già in ritardo sulla tabella di marcia: la scadenza del 20 ottobre è stata superata. Ufficiosamente il motivo è nella trattativa sulla flessibilità con la Commissione europea. All’orizzonte non si vedono tesoretti. I 5 miliardi di euro, messi in conto nel Documento programmatico di bilancio da Giancarlo Giorgetti, devono essere prelevati da banche e assicurazioni con modalità ancora tutte da definire.
Con il governo Meloni aumentano fame, mancanza di cure e abitazioni dignitose
Prelievi finanziari
Il vicepremier Antonio Tajani ha proposto di allargare anche il perimetro: «Si sta lavorando su tutto il mondo finanziario, non soltanto banche e assicurazioni. Vorrei che fossero coinvolte anche Cassa depositi e prestiti e altre realtà. Sempre con un’ottica non punitiva e non colpendo i cosiddetti extraprofitti».
Intanto i manager di questi settori hanno ricordato di aver già contribuito. «Avevamo un accordo triennale con il governo. Io ci ho creduto», ha sottolineato l’amministratore delegato di Intesa Sanpaolo, Carlo Messina. E ha aggiunto: «Si parla moltissimo degli utili delle banche. Erano gli utili che si sapevano l’anno scorso che si sarebbero realizzati. Ma quello che non si dice è che a fronte dei 50 miliardi di utili lo Stato incasserà 25 miliardi di imposte».
Numeri diversi, ma situazione simile riguarda i colossi dell’energia. «Le aziende elettriche hanno avuto un decreto bollette non più tardi di qualche mese fa», ha spiegato l’ad di Enel, Flavio Cattaneo. Che ha poi elencato: «Abbiamo avuto un incremento sostanziale dell’Irap, due punti in più, abbiamo dato due mesi di componente gratuita di elettricità alle famiglie con Isee inferiore a 25mila euro, abbiamo dato cassa al sistema che entro la fine dell’anno sarà di 1,5 miliardi».
Insomma, sono pronti gli argomenti al tavolo della trattativa con il governo.Bisogna, poi, reperire le risorse adeguate anche per gli emendamenti dei parlamentari necessari a elargire fondi sui collegi elettorali e le lobby amiche. I 100 milioni di euro dello scorso anno potrebbero essere confermati, nonostante i partiti chiedano di raddoppiare se non di triplicare queste risorse. Il Mef però vuole scansionare ogni centesimo di spesa.
La manovra delle briciole. Caro benzina, protesta dei tir
Salvini in ritardo
In questo futuro incerto, si prova a tamponare il presente. E sono arrivate altre promesse di fondi per agricoltori e autotrasportatori. Dopo mesi di immobilismo, il governo ha annunciato lo sblocco degli stanziamenti fermi da mesi. «Da oggi iniziamo a erogare i contributi sui 430, che ora sono diventati 480 milioni», ha detto il viceministro dei Trasporti, Edoardo Rixi, rivendicando una dotazione complessiva di un miliardo di euro destinato al comparto.
C’è chi ha accolto con favore l’iniziativa: il comitato degli autotrasportatori in Sicilia ha revocato i blocchi. Ma sulla A16, all’altezza del casello di Avellino Est, tir e trattori hanno continuato a protestare, così come sulla Strada statale 18, nel Tirreno cosentino, e a macchia di leopardo in altre zone del Sud. I più colpiti dai rincari del gasolio preferiscono toccare con mano le misure.
Nuovo Codice della strada, l’allarme della Rete di mobilità equa: «La velocità messa davanti alla sicurezza»
Il dossier dell’autotrasporto è stato comunque un altro disastro di Matteo Salvini: i camionisti chiedevano risposte da maggio e per trovare una soluzione-tampone sono stati necessari i blocchi sulle autostrade. Il leader della Lega ha scaricato, come al solito, le responsabilità sull’Ue: «Ci sono delle normative europee che limitano la possibilità di erogare questi soldi. Siamo in discussione serrata con Bruxelles». I fondi bloccati da mesi, tuttavia, non dipendono dalla commissione. Lo scaricabarile è sempre un rifugio sicuro.
(da editorialedomani.it)
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Ottobre 21st, 2026 Riccardo Fucile
IL FALLIMENTO DELLE DUE GRANDI PROMESSE FATTE AI GIOVANI DALLA POLITICA: L’UGUAGLIANZA A SINISTRA, IL MERITO A DESTRA… E SIAMO ARRIVATI AL COPRIFUOCO E AI MILITARI IN MIMETICA PER DIFENDERE I RICCHI DAI POVERI
La scelta di militarizzare la risposta alle bande di minorenni che hanno saccheggiato Milano era attesa e forse inevitabile. È il riflesso d’ordine che guida la destra fin dal suo debutto a Palazzo Chigi, ben testimoniato dal susseguirsi di pacchetti sicurezza dopo ogni fatto di cronaca di rilievo: solo la costante moral suasion di Sergio Mattarella ha impedito, in questa come in precedenti circostanze, che portassero a forme di repressione incompatibili con la democrazia.
L’elettorato di destra applaudirà, per riflesso condizionato e per la convinzione che le maniere forti siano la via maestra dell’ordine pubblico. La sinistra reagirà denunciando la incombente deriva autoritaria: anche qui un dejà vu dei decreti Rave, Cutro, Caivano, eccetera, tutti accolti con i medesimi allarmi sulla torsione delle garanzie costituzionali. E tuttavia in questa catena di riflessi pavloviani rischiano di perdersi due elementi di novità veri, che incrinano il racconto di entrambe le parti.
Il primo riguarda l’immagine che rifletteranno le nostre città, Milano per prima, con i negozi di scarpe e di abbigliamento sorvegliate da soldati armati di mitragliette (anche se privi del potere di fermare gente). È qualcosa che associamo ad altri mondi, ad altre latitudini, ai quartieri ricchi di Città del Messico o Bogotà, alle zone dei grandi alberghi nelle capitali africane: luoghi dove le diseguaglianze sono così estreme che il benessere può proteggere se stesso soltanto con le armi in pugno.
In Italia l’esercito è stato usato più volte per contrastare grandi fenomeni criminali, la mafia in Sicilia, la camorra in Campania, o per liberare polizia e carabinieri dai presidi sotto le ambasciate o le prefetture. Ma proteggere una sede istituzionale è una cosa, dover difendere manu militari le vie dello shopping è tutt’altra: a destra bisognerebbe cominciare a chiedersi se mandare i parà a via Montenapoleone segnali un salto di qualità «legge e ordine» oppure il fallimento di quattro anni di interventi in nome della sicurezza.
Il secondo dato interpella la sinistra e la sua tendenza a chiudersi nell’orticello di casa, in questo caso la polemica contro la «deriva cilena» del governo e le sue responsabilità nella crescita della protesta giovanile. Ovunque quella protesta incendia le piazze, ovunque ha un carattere ben più politicizzato e collettivo del nostro, e né la sinistra di Pedro Sanchez, né i liberali di Emmanuel Macron, né l’economia sociale di mercato alla tedesca, sembrano avere una risposta.
Infatti ovunque la replica sono misure estreme di ordine pubblico: Sanchez vieta l’accesso ai social media fino a sedici anni (misura che sarebbe opportuna anche da noi, se si crede alla tesi della guerra ibrida lanciata da Guido Crosetto), Macron decreta il coprifuoco notturno a Parigi, la Germania discute la messa al bando dei movimenti estremisti. Lo stato confusionale delle vecchie culture politiche è evidente. Il modello europeo è l’ultima isola di democrazia effettiva del pianeta, ma non sa più come difendere il suo futuro e ha difficoltà persino a capire il suo presente.
Cos’è questa ventata di violenza? “Disinformatia” russa come ai tempi della guerra fredda, rivolta di immigrati come nella Brixton degli anni ’80, furore ideologico come nel ’77, ventata libertaria come nel ’68, o addirittura manzoniano assalto ai forni, o anche più indietro, magari fino a Spartaco? Si cercano accostamenti melodrammatici con fatti storici imparagonabili, vissuti in contesti radicalmente diversi perché, altrimenti, si dovrebbe riflettere sul fallimento delle due grandi promesse che destra e sinistra hanno rivolto ai giovani nell’ultimo ventennio. L’uguaglianza, a sinistra. Il merito, a destra.
Entrambe sono state stroncate dalla crescita esponenziale delle disparità per nascita, per censo, per provenienza etnica, e altre promesse non ce ne sono. C’è il fortino assediato del benessere di chi ce l’ha fatta, e il coprifuoco, i social oscurati, i militari in mimetica per tenere a bada gli altri, sperando che basti.
Flavia Perina
(da lastampa.it)
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