Settembre 5th, 2026 Riccardo Fucile
L’OCCUPAZIONE “PIÙ ALTA DI SEMPRE”? È “ANZIANA”. E I SALARI REALI SONO PIÙ BASSI DEL 6% RISPETTO AL 2021, IL DATO PEGGIORE DELL’OCSE – IL VERO RECORD È QUELLO DEI GIOVANI INATTIVI – I 20 MILIARDI PER IL TAGLIO DEL CUNEO? IL FISCAL DRAG (LE TASSE SUGLI AUMENTI) SE N’È MANGIATI 25 – I TAGLI ALLE ACCISE CHE AVVANTAGGIANO I RICCHI, LE COLPE SCARICATE SUI PREDECESSORI
La presidente del Consiglio Giorgia Meloni a Bari vanta 1,3 milioni di contratti di lavoro, la
centralità riconquistata in Europa, ma glissa sulla Casa Bianca. E poi scarica sui predecessori il fallimento sulle liste d’attesa nella sanità pubblica. Argomento per argomento, cosa non torna nel discorso autocelebrativo della premier.
Politica estera. Vanta la presunta centralità ma tace su Trump e Ucraina
Privata dell’unico asso nella manica della politica estera — la special relationship col presidente americano, che da mesi non è più special e probabilmente nemmeno più relationship — Meloni preferisce elidere il tema.
Silenzio su guerre e crisi internazionali. Trump mai nominato. Come se il blocco di Hormuz, che fa schizzare in alto il prezzo della benzina anche in Italia, fosse acqua passata. Come se il conflitto in Ucraina, più longevo persino del suo governo, non continuasse ad essere il primo cruccio dell’Europa, e il sostegno con armi e finanze a Kiev la più aspra frizione con la Lega.
Del resto, cosa potrebbe rivendicare la premier? Esclusa dal tavolo del Volenterosi, rimane un partner per Zelensky ma senza più l’allure della interlocuzione privilegiata con la Casa Bianca, la ragione per cui il leader ucraino non mancava mai di includere Roma nei suoi tour europei.
«Stiamo recuperando centralità nel Mediterraneo», rilancia Meloni. Anche in questo caso, tutto questo recupero non si vede. Il dossier libico dimostra come siano altri Stati a esercitare influenza. La strategia energetica con l’Algeria, infine, non nasce con lei, ma con Draghi che nel 2022 ha preparato la sostituzione della Russia come principale fornitore di gas.
Economia e conti pubblici. Nessun cenno alla manovra quoziente familiare addio
La sorpresa è che l’annuncio sulla manovra non c’è. Alla festa del record, Meloni non anticipa nulla sulla quinta legge di Bilancio, quella elettorale. L’unica novità è una Zes annacquata per il Nord: «Vogliamo applicare questo meccanismo a tutta Italia». Ma parla solo di sportello unico e semplificazioni, non di estendere credito d’imposta e aiuti di Stato riservati al Sud.
Ignora invece il taglio dell’Irpef al ceto medio: sugli stipendi bassi promette «intendiamo perseverare». Definisce la stabilità «la prima grande riforma»: anche perché di altre realizzate se ne sono viste poche o nulla. Rivendica lo spread sceso dai 233 punti dell’insediamento a «stabilmente sotto 80», con «miliardi di interessi risparmiati». Il calo è reale e premia la stabilità politica, ma si deve anche al Bund salito al 3,3%, mentre il Btp resta sopra il 4%.
E i risparmi maturano solo rifinanziando il debito, non finiscono subito nelle tasche degli italiani. Molti bonus alle famiglie, infine, ma silenzio tombale sulla grande promessa mancata del 2022, il quoziente familiare. E sul no della maggioranza al congedo paritario delle opposizioni: singolare per una premier che rivendica di aiutare donne e madri.
Lavoro e precariato. Sale l’occupazione over 50 salari reali in calo del 6%
«Occupazione più alta di sempre», 63,2%. E «mai così tante donne al lavoro», rivendica Giorgia Meloni. Vero. Ma la crescita è “anziana”. Dall’insediamento del governo gli occupati aumentano di un milione 117mila, quelli over 50 di un milione 282mila, con 251mila di almeno 65 anni: pesano la stretta sulle pensioni e la cancellazione di Opzione donna.
Sotto i 50 se ne perdono 165mila. Il tasso femminile ha toccato il 54,6%, record. Ma resta 17 punti sotto quello maschile e 13 sotto la media Ue: l’Italia è ultima. Vero: «I contratti precari sono diminuiti».
Quelli a termine sono scesi di 510mila. Ma tra i 15-34enni i disoccupati calano di 213mila, gli occupati salgono di 70mila e gli inattivi di ben 280mila. Tra i 15-24enni si perdono 139mila occupati e gli inattivi crescono di 342mila (altro record): non studiano e non cercano un posto.
Anche i salari sono cresciuti «più del decennio precedente». Vero per le retribuzioni nominali: +11,9% dall’ottobre 2022 contro +10%. Ma gli aumenti sono stati divorati dall’inflazione. Il governo rivendica 20 miliardi per il taglio del cuneo. Il fiscal drag – più tasse sugli aumenti nominali – se n’è mangiati 25. I salari reali restano del 6,1% sotto il 2021, il peggior divario tra le grandi economie Ocse. Italiani più poveri.
Energia e carburanti. Decreto bollette al palo benzina e diesel senza freni
Meloni rivendica di avere «protetto» famiglie e imprese dai rincari energetici con «oltre 60 miliardi», il bonus sociale a 315 euro e bollette più leggere. Il bonus per i vulnerabili è corretto: circa 200 euro ordinari più 115 una tantum. Non tornano i 60 miliardi attribuiti al suo governo: gli atti ufficiali ne consentono di ricostruire circa 35 fino al 2025. Per arrivare a 60 bisogna includere risorse varate da Mario Draghi.
Le accise mobili sono costate oltre 2 miliardi, ma non hanno impedito a benzina e diesel di restare sopra i due euro. E sono regressive: premiano più chi riempie il Suv che chi usa un’utilitaria. Intanto il decreto Bollette è al palo: dei 5 miliardi di «risparmi strutturali» promessi da Meloni è partito soprattutto il bonus. Fermi il taglio dello spread tra gas italiano ed europeo e il disaccoppiamento dell’elettricità dal gas. I rincari invece corrono.
Sicurezza. Più reati, celle sovraffollate nuove rotte per gli immigrati
Rivendicazioni sui numeri degli arresti. Un riferimento agli sbarchi: «Abbiamo protetto i confini di questa nazione», «ci hanno dato degli estremisti e ora ci copiano in tutta Europa».
In realtà, numeri alla mano, la sicurezza resta un tallone d’Achille del governo Meloni. All’inizio della legislatura i reati erano aumentati; negli ultimi mesi si è registrato un calo, ma il risultato più evidente delle politiche del governo è stato finora il sovraffollamento carcerario, accompagnato da una moltiplicazione delle fattispecie penali: secondo le Camere penali, dal 2022 sono stati introdotti 57 nuovi reati, una sessantina di aggravanti e aumenti di pena per circa 500 anni di carcere.
Meloni ha rivendicato poi il calo degli sbarchi, che nel 2026 effettivamente c’è stato ma che, come ha fatto notare Sos Mediterranee, è legato anche a un cambio delle rotte, in particolare verso la Grecia, mentre è aumentata la mortalità in mare: il tasso è passato dall’1,5 al 2,6 per cento
Sanità. I ritardi sulle liste d’attesa rovesciati sugli altri governo
«Secondo voi le liste d’attesa le ha create il governo Meloni? Sono iniziate con il governo Meloni? No, esistevano anche 15 anni fa e sono aumentate… La sinistra le ha lasciate a noi». E ancora: «Su dieci prestazioni sanitarie, otto sono erogate nei tempi previsti e due no: sono troppe, ma almeno ora sappiamo dove intervenire».
È l’autodifesa e sono i numeri che Giorgia Meloni snocciola dal palco di Bari parlando della sanità e della Piattaforma nazionale, ideata dal governo, per monitorare le liste d’attesa. Ed è sulla base di questa piattaforma che Agenas, l’Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali, nel luglio scorso, ha pubblicato un bollettino che sintetizza lo stato dell’arte.
Se è vero che le prenotazioni complessive sono salite a 14,9 milioni (di cui 8,4 milioni di prime visite e 6,6 milioni di esami diagnostici), con un incremento di 1,6 milioni di prestazioni garantite rispetto ai 13,3 milioni del primo semestre 2025, è anche vero che ci sono ancora circa 2,8 milioni di cittadini che, nei primi sei mesi dell’anno, hanno dovuto attendere oltre i limiti previsti. E il 20% delle visite urgenti, quindi da garantire entro 3 giorni, non viene effettuato nei tempi stabiliti.
(da Repubblica)
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Settembre 5th, 2026 Riccardo Fucile
CERNOBBIO, MARIO MONTI ATTACCA VANNACCI
«Oramai sono vecchio, ma combatterò fino all’ultima mia energia il suo tentativo di ricostruzione della retorica del fascismo». A dirlo è l’ex presidente del consiglio Mario Monti concludendo il dialogo con il leader di Futuro Nazionale Roberto Vannacci al forum Teha di Cernobbio. Un faccia a faccia che ha messo al centro due visioni opposte sui temi caldi della politica, dall’integrazione europea all’identità nazionale, passando per demografia, difesa e declino industriale.
Monti e il fascismo di Vannacci
«Non vedo in lei la ricostituzione del Partito fascista ma un aspetto del fascismo, il più insidioso, è già in atto. Trovo in lei la ricostruzione della narrativa, della retorica dello spirito del fascismo, più o meno si dichiara la superiorità dell’Italia, degli Italiani e, vogliamo dire, della razza italiana», ha detto Monti rivolgendosi a Vannacci.
«Non ho mai ritenuto la popolazione italiana a priori inferiore, ma non necessariamente superiore alle altre popolazioni. Ho il terrore di una ricostruzione psicologica di una “Italietta” e del fatto che siccome non riusciamo con i governi attuali a dare più crescita ai nostri cittadini perché ci importa il loro voto non il loro benessere, allora la popolazione dovrà essere soddisfatta dando corda alla sua identità», ha spiegato.
«Il mio incubo è vedere le mie figlie in battaglia con Macron»
Vannacci, dal canto suo, ha difeso una posizione fortemente critica nei confronti dell’attuale assetto dell’Unione europea.
(da agenzie)
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Settembre 5th, 2026 Riccardo Fucile
MELONI RESTA DELL’IDEA DI VOTARE IN PRIMAVERA
Con un bizzarro tempismo, il centrodestra festeggia il record di durata del governo
litigando su quando farlo finire. Meloni, Tajani e Salvini scelgono proprio la giornata della grande celebrazione sul porto di Bari per ricordare agli italiani che la longevità, in politica, non è sempre sinonimo di armonia: si può durare, anche bisticciando a ciclo continuo, persino sulla data di scadenza.
La premier ha fretta di archiviare la legislatura. I fedelissimi confidano sottovoce: «Fosse per Giorgia, si voterebbe fra tre mesi». Cioè subito dopo il varo del controverso Melonellum, sempre che i deputati di maggioranza non facciano altri scherzi col voto segreto quando il testo tornerà a Montecitorio. Votare a dicembre non si può, ovviamente, c’è una legge di bilancio da approntare, anche se Giancarlo Giorgetti sta già mandando messaggi in bottiglia, direzione Palazzo Chigi: pure stavolta è difficile immaginare una manovra davvero espansiva. Tradotto: scordiamoci misure d’impatto su larga scala buone per la campagna elettorale.
Dopo la manovra, comunque, Meloni vuole sterzare verso il voto. Nella sua cerchia le ripetono da dopo il referendum: più passa il tempo, più Vannacci rischia di crescere e la coalizione di perdere consensi. Non esclude un voto nella prima metà dell’anno prossimo il capodelegazione di FdI al governo, Francesco Lollobrigida, passeggiando tra gli stand di panzerotti e spaghetti “all’assassina” piazzati dietro al palco del comizio della leader a Bari. «Si voterà a maggio? Nessuna preclusione, si vota quando è necessario – risponde il ministro dell’Agricoltura – Prima c’è da approvare la legge elettorale, poi ne discuteremo».
Problema: gli alleati la pensano all’opposto. Scrutano gli stessi sondaggi di Meloni con apprensione, vedono che Futuro nazionale ha già sorpassato sia la Lega che FI. Però anziché fretta, predicano calma. Vorrebbero più tempo, per attrezzarsi e tentare un recupero, che alla premier sembra improbabile. Dunque per una volta Salvini e Tajani si ritrovano a giocare di sponda contro le volontà della leader, anziché a scornarsi tra loro come accade di solito, dalle tasse sulle banche alle bizze della politica estera.
Il primo a esporsi è Salvini, in mattinata, a margine di un punto stampa a Milano. «Stiamo festeggiando il governo più longevo della storia della Repubblica, perché interrompere prima l’enorme lavoro che tutti stiamo facendo? C’è una scadenza ed è nell’autunno 2027». Poi torna sul ballottaggio, per esprimere la sua contrarietà: «Giusto andare al voto con un solo turno». Anzi, lui il secondo turno lo abolirebbe anche per le Comunali: «One shot, chi vince governa». Poi insiste: «Ho tante cose da fare, tanti cantieri da portare avanti e vorrei arrivare fino all’ultimo giorno». A partire ovviamente dal famigerato Ponte sullo Stretto, sogno del ministro dei Trasporti impallinato da inchieste e controlli della magistratura. Salvini spera ancora di posare la prima pietra entro il voto. Ma considerata la ridda infinita di rimandi, non è detto. Pure Tajani si allinea, a domande dei cronisti a Cernobbio, anche se con meno enfasi del capo lumbard: «La data? Per me è la fine della legislatura, si vedrà. Non ho problemi a votare un mese prima, due mesi prima, ma forse la data giusta è quella di fine legislatura».
Il ministro degli Esteri conferma anche quanto anticipato da Repubblica nei giorni scorsi: la premier sta pensando di accorpare elezioni nazionali e comunali nelle grandi città, visto che l’anno prossimo si voterà a Roma, Milano, Napoli, Torino e Bologna. «Ci saranno problemi forse con l’election day per ragioni economiche – ammette Tajani – Ma non c’è stata ancora una decisione». E prenderla, se queste sono le premesse, non sarà una passeggiata.
(da agenzie)
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Settembre 5th, 2026 Riccardo Fucile
MA SE HA PAURA DI PERDERE VUOL DIRE CHE LE COSE NON VANNO COSI’ BENE COME VUOLE FARCI CREDERE
Sarà anche il più longevo della storia della Repubblica, il governo di Giorgia Meloni, ma di certo non ha battuto nessun record di coerenza, sincerità e modestia, perlomeno nel discorso autocelebrativo che la premier ha recitato a Bari.
Andiamo con ordine, però.
“La sinistra inventa ogni giorno una nuova emergenza”, esordisce Meloni. E mentre lo dice, ci chiediamo chi abbia inventato l’emergenza rave, l’emergenza maranza, l’emergenza anarchici, l’emergenza centri sociali, l’emergenza ambientalisti, l’emergenza migranti-in-arrivo-dalla-Spagna e tutti i relativi nuovi reati che sono stati inventati per contrastarle.
Alla sinistra, Meloni attribuisce anche di “non finirla” con “tutto questo complottismo”, e anche qui forse varrebbe la pena di ricordare a Meloni chi è che vedeva complotti ovunque, da quelli della “finanza internazionale” a quelli dell’immarcescibile George Soros, fino a quelli dell’ideologia gender e dell’ideologia green .
E mentre dice alla sinistra, sempre, che “battere Meloni non è un programma elettorale”, verrebbe da dire alla premier che anche inventarsi una legge elettorale per non essere battuta non tocca esattamente i vertici della politica.
E se rischia di essere battuta, Meloni, è anche per colpa di un tizio, Roberto Vannacci, che va in giro con il ciondolo di Ordine Nuovo, che chiama “badogliani” i traditori, e che sta mietendo voti a colpi di “me ne frego” e altre fascisterie varie. Forse, fossimo in lei, eviteremmo di definire l’antifascismo come un “arma di distrazione di massa”.
E se rischia di perdere, Meloni, è anche perché forse le cose non vanno così bene come dice la premier. Sul fronte economico, soprattutto, dove la crescita è zero e il debito è alle stelle. Su questo Meloni tace, dal palco di Bari. E il silenzio, in questo caso, è più bugiardo di mille parole. Tanto più ieri, in Puglia, dove sono arrivate le prime 2500 lettere di licenziamento ai lavoratori dell’indotto dell’Ilva.
Una cosa vera, però, la dice, Giorgia Meloni, quando parla di migranti e dice che le proposte di Fratelli d’Italia erano “fuori dalla civiltà giuridica europea” mentre oggi “ sono la civiltà giuridica europea”.
È vero, per l’appunto, che Meloni è riuscita, con la complicità dei popolari europei e delle destre più estreme a far diventare legge ciò che fino a qualche anno fa era ritenuto un abominio umanitario: l’idea, cioè, che l’Europa non sia più solidale al suo interno nella gestione dei richiedenti asilo, cosa che va contro gli interessi dell’Italia, peraltro. E che li possa parcheggiare in campi di prigionia in Paesi terzi, in attesa di decidere se accoglierli o rimpatriarli.
Tutto vero, sì. Peccato sia l’unica cosa per cui non c’è niente di cui essere fieri.
(da Fanpage)
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Settembre 5th, 2026 Riccardo Fucile
SE IN CASA VANNACCI SI FANNO LE PRIMARIE, IO VOTO PER LA MOGLIE
Solo una donna può fermare quell’uomo e non è Meloni e nemmeno Schlein, ma Camelia
Mihailescu, sua moglie. Il video in cui, mascherata da contadina della steppa, la signora Vannacci si scola un bicchierino di vodka alla salute dell’«amico Vladimir» ci rivela un paio di cose fondamentali.
La prima è che, nell’era dei social, la comunicazione politica ha perso ogni residuo accento di gravitas e non procede più neanche per slogan ma per scenette (sembrano tornati i tempi di Carosello: oggi Gino Bramieri sarebbe candidato premier).
La seconda è che si è finalmente capito chi detta la linea da quelle parti. Non sappiamo infatti se dietro ai libri al contrario e ai video in toga e colbacco del Generale ci siano davvero i mestatori russi, ma di sicuro c’è un’avvocata rumena.
La tostissima Camelia, al cui confronto il marito è solo una copia di mille riassunti (scritti, tra l’altro, in buona parte da lei).
A volte viene quasi il sospetto che Vannacci vagheggi il ritorno del patriarcato mediterraneo per sottrarsi al giogo di un matriarcato del Mar Nero. Ma l’uomo è intelligente e gli starà benissimo così.
Il problema, semmai, riguarda i nostalgici che lo osannano: con due lauree, una carriera brillante, un carattere spigliato e persino una vena sarcastica, Camelia si direbbe il tipo di donna che piace più agli elettori degli altri partiti che a quelli di suo marito. E comunque, se a casa Vannacci si fanno le primarie, io voto per lei.
(da il Corriere della Sera)
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Settembre 5th, 2026 Riccardo Fucile
VA AVANTI LA PRATICA LEGALE CON LA RICHIESTA DI REINTEGRO
Non esclude di fare causa a Paolo Corsini, Sigfrido Ranucci, la cui battaglia legale per essere reintegrato a Report continua. E, a rigor di legge, potrebbe anche avere successo. Ma l’ex conduttore starebbe pensando anche a una causa nei confronti del direttore dell’approfondimento Rai per alcune sue parole. Per esempio, l’uso dell’espressione “non so se la bomba fosse vera o farlocca”, ma pure alcune altre sue uscite sul ruolo di Lavitola nelle inchieste di Report.
Nessuna decisione è stata ancora presa, ma un’azione legale contro Corsini non viene esclusa. Mentre continua quella per il reintegro d’urgenza per il fatto che la Rai, sempre nella figura di Corsini, non ha fornito spiegazioni chiare ed esaurienti sui motivi della rimozione, nemmeno a fronte della richiesta degli avvocati del giornalista. “Il reintegro è assolutamente possibile. Però, se ci fosse, per come si sono messe le cose per la redazione potrebbe diventare un problema…”, ragiona una fonte Rai. “Potremmo fare una conduzione a quattro, cinque o a sei”, ironizza Ranucci. Se invece l’urgenza dovesse essere rigettata, rimarrebbe la causa normale per demansionamento, che ha tempi decisamente più lunghi.
Ma c’è anche un altro aspetto. Ranucci ha 30 giorni per accettare una delle tre proposte dell’azienda (vicedirettore al Tg3 o a Rainews, oppure corrispondente al Cairo), ma, se ci fosse un rifiuto su tutto, Ranucci sarebbe passibile di licenziamento. Difficile che si arrivi a tanto, ma l’ipotesi c’è. Una soluzione provvisoria potrebbe essere accettare un incarico e mettersi in ferie, a fronte di un monte-ferie notevole.
Intanto, dopo l’accordo raggiunto (co-conduzione di Claudia Di Pasquale e Daniele Piervincenzi, e Giulio Valesini e Bernardo Iovene capo-autori), nelle stanze di via Teulada è tornato un po’ di sereno, anche se qualche strascico all’interno della redazione rimane. “A un certo punto dovevamo decidere se immolarci tutti con Sigfrido o puntare a salvare Report ed è stata scelta la seconda strada…”, spiega uno di loro. E la soluzione trovata viene ritenuta un compromesso accettabile. “È stato importante riuscire a tenere compatta la squadra, sono contenta di aver rivisto il sorriso in tutti loro”, ha dichiarato Di Pasquale ieri all’Ansa. Resta però da definire come organizzare la doppia conduzione, se Piervincenzi si limiterà a condurre Report Lab o si allargherà. E qualcuno si chiede: tra conduttori e capo-autori a chi spetterà la parola finale sulle decisioni?
Un sospiro di sollievo si tira anche ai piani alti dell’azienda dove il pasticcio sembrava divenuto inestricabile. Ma una richiesta di chiarimento è giunta da tre consiglieri di amministrazione: Roberto Natale, Alessandro di Majo e Davide Di Pietro hanno chiesto la convocazione di un cda straordinario per avere spiegazioni da Giampaolo Rossi sulla “pessima” gestione dell’“affaire Report” e lumi sulle motivazioni della rimozione di Ranucci. L’azienda, però, non ha ancora risposto.
(da il Fatto Quotidiano)
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Settembre 5th, 2026 Riccardo Fucile
QUANDO CAPIREMO CHE NON SIAMO PADRONI DEL PIANETA MA SOLO SUOI ABITANTI?
Può essere che “ondate di calore” non sia la definizione corretta per l’afa quasi permanente
di questa estate. Se la cosiddetta ondata non è l’eccezione, ma la regola, allora bisognerà parlare piuttosto di “ondate di fresco” quando si rompe, per pochi giorni, la cappa dei 35-40 gradi.
È un po’ tutta la meteorologia, del resto, che si trova di fronte all’esigenza di cambiare linguaggio nella stessa misura in cui cambia il clima.
“Maltempo” per dire che piove e “bel tempo” per dire che il sole splende implacabile non sono più termini accettabili in un momento in cui si aspettano le perturbazioni come una benedizione – sempre che la pioggia non si trasformi in uragano. Il vero maltempo è quello che dissecca i campi e minaccia la malora e la fame.
Il discorso sul tempo meteorologico, in realtà, risente in modo quasi imbarazzante delle esigenze umane, anche dell’organizzazione – ormai decrepita – della società industriale (i weekend, le ferie di agosto). Si parla del clima, dunque dello stato del pianeta, come se fossero le nostre comodità a poterlo dirigere, ma di ben altri parametri tiene conto la natura, al confronto dei quali le preoccupazioni sul meteo del prossimo weekend (speriamo che non piova, c’è la prima comunione di mia nipote) assumono una valenza fantozziana, dunque patetica e comica.
Se c’è una cosa buona e positiva, nell’angoscioso trascorrere di questa estate implacabile, è la possibilità di capire che non siamo padroni del pianeta, siamo solo suoi abitanti. Il cielo è più forte di noi, e non per ragioni religiose. Per ragioni materiali.
(da Repubblica)
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Settembre 5th, 2026 Riccardo Fucile
LA PREMIER DIPINGE UN PAESE CHE NON C’E’, LE TRUPPE CAMMELLATE APPLAUDONO E CHI CONTESTA E’ TENUTO LONTANO
Si è lodata senza risparmio e ha imposto a Bari, la città che ha ospitato la sua festa, il ritmo della sua musica, i toni alti e quelli bassi. Le cattiverie con i sorrisetti e quelle senza. Teatrale, ha spiegato all’Italia che senza Giorgia sarebbe un Paese di serie B.
Millequattrocento e tredici giorni più un’oretta di Giorgia live in una Bari assetata, scottata dal sole e piegata dall’ordine di azzerare ogni contestazione, ogni sibilo, ogni fischio. È la festa di Giorgia, è il governo più longevo. A sentire la premier: più sicurezza, più lavoro, più salari. E più scuole, più appalti. Più ordine pubblico, più Pnrr, più dignità per le donne, più certezza per le partite Iva, più misure per i poveri, più ricchezza per gli stipendiati. E poi i meno: meno liste di attese nella sanità, meno brutture nelle città, meno burocrazia nel respingere gli immigrati illegali, meno immigrati, meno licenziati, meno affamati in piazza.
Giorgia sola sul palco, assoluta leader di un governo che ha il marchio di Fratelli d’Italia, la destra senza il centro, anzi la destra che si è mangiata il centro. C’è Giorgia, eccola. “Vuoi fare il comizio al posto mio?”, dice a un povero fan che intendeva spingerla nel supporto celebrativo. È in scena nella sua identità romanesca, nella verve di una giornata da combattente. Lei e lei, e poi basta.
Bari recintata dalla Celere giunta da ogni parte del Paese, chiusa la bocca alla città vecchia, quella rumorosa e cattivella, fermi i bus e i taxi, vuoto il lungomare, arrestati nelle sabbie mobili del porto i crocieristi, isolato San Nicola, il santo che la Russia venera. C’è Giorgia che arriva e punge, accusa, certifica: “Con il Pnrr abbiamo provato quel che sappiamo fare. Avete visto?”. E sugli immigrati e l’Albania: “Ci avevano detto che eravamo fuori dall’Europa e invece avete visto?”. È un racconto quasi capovolto della realtà che, nelle viscere della premier, diviene però l’opposto. La verità contro le falsità della sinistra.
Giorgia è dentro “il popolo, il nostro popolo. Gente che lavora”. Il racconto di Meloni, la fotografia che fa dell’Italia è racchiusa in una diversa valutazione dell’esistenza e dell’apparenza. “Sapete perché ho voluto raccontarvi tutto questo?”, chiede lei a loro. È il popolo più legato, sono gli stretti congiunti, chiamati a salutare l’importante compleanno, giunti in autobus a Bari, nel molo turistico, e sistemati nell’ultimo tratto della striscia d’asfalto in modo che la platea festante rendesse bene all’occhio della telecamera. Sono forse cinquemila i presenti, meno del previsto, ma assiepati dietro il palco monumentale fanno scena, come effetto fa Giorgia quando cambia tono se deve dirigere gli strali sui cattivi che nell’ordine risultano: gli immigrati irregolari, gli islamisti, i jihadisti e i giudici. I primi delinquono e sono un pericolo per la sicurezza, i secondi bucano l’identità nazionale cristiana e sono pericolosi per l’integrità dei costumi occidentali. I giudici invece spesso rendono vana la fatica del governo di incarcerare i cattivi. E lo fanno perché?
Tutti lo sanno che i giudici remano contro in questa serata afosa ma finalmente addolcita dal fatto che il sole non punge più, e anche le zanzare sono esauste. La presidente del Consiglio, oggi nettamente più spigolosa e piena di fiele per l’opposizione: “Festeggeranno il tempo più lungo passato lontano dal governo. Gli auguriamo diecimila giorni così”.
Di Trump niente, non gli agevola il discorso sulla benzina che costa troppo, e nemmeno sul fatto che adesso il governo dovrà mirare meglio gli aiuti. Dice che a volte nuota “nella colla”, ma non ricorda se il ponte sullo Stretto è un’opera o un disastro, e sul clima che chiude in casa le città, svuota i ristoranti, brucia le campagne. E la grandine che buca le auto, i ghiacciai che si sciolgono, le montagne assetate e soprattutto i condizionatori accesi. Perché il peggio deve ancora venire: quando gli italiani si troveranno, tempo qualche settimana, con le bollette gonfie dell’energia utilizzata per resistere all’afa, che dirà, anzi che farà? Sul clima, insomma, zero carbonella.
Conta il resto. “Voglio che si ricordi che c’è stato un tempo in cui l’Italia ha mostrato di saper essere all’altezza”. L’inno di Mameli, il cielo buio, il tricolore. Grazie Giorgia!
(da Il Fatto Quotidiano)
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Settembre 5th, 2026 Riccardo Fucile
IL CASO PIÙ ECLATANTE: IL RIENTRO IN ITALIA DELL’AMBASCIATORE ITALIANO IN ETIOPIA, SEM FABRIZI A LUGLIO, IN CIRCOSTANZE MAI CHIARITE (SEMBRA CHE LA DECISIONE FOSSE NOTA DA ALMENO UN MESE PRIMA, E CHE SIA STATA PRESA IN AUTONOMIA DA PALAZZO CHIGI)… CI SONO ALMENO ALTRI DUE CASI, FINORA RIMASTI SOTTO RISERBO, IN CUI DIPLOMATICI ITALIANI SONO STATI MESSI DA PARTE SU INDICAZIONE DELLA PRESIDENZA DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI – LE POSIZIONI ANCORA SCOPERTE, LA POSSIBILE “PROMOZIONE” DI FABRIZIO SAGGIO E L’IMPOTENZA DI TAJANI
C’è chi ritiene che il principale problema di Antonio Tajani alla Farnesina si chiami Giorgia
Meloni, chi punta il dito contro Alfredo Mantovano, chi invece azzarda che il principale cruccio del ministro degli Esteri siano più semplicemente gli ambasciatori.
Per Tajani e il suo entourage, il refrain è che “il diplomatico deve fare il diplomatico, se necessario andare ai festival della cucina italiana, ma alla politica ci deve pensare il ministro”.
Ma l’esortazione affinché gli ambasciatori “stiano al proprio posto” è contestata. “E’ anacronistico. E’ impensabile oggi che il ministero possa occuparsi di tutto”, spiega un diplomatico.
Intanto Tajani ha deciso, come è noto da tempo, di affidare a un uomo di Chiesa, don Marco Malizia sua ex guida spirituale, un ruolo crescente nelle attività della Farnesina. Libero di affiancare il ministro nei viaggi all’estero, inviare comunicazioni agli ambasciatori e di consigliare eventi a cui partecipare […], inaugurare nuove sale. Una situazione ilare, certo. Ma che è anche rivelatrice di un tema.
Il clima che si respira in alcuni corridoi della Farnesina, storia nota sin dall’inizio del governo Meloni, va al di là delle questioni di principio e da molti viene fatto risalire al momento in cui Elisabetta Belloni ha lasciato la posizione di segretario generale.
“C’è una chiara discontinuità rispetto alle legislature precedenti, questo è palese – spiega al Foglio un altro diplomatico di lunga esperienza –. Un tempo le direzioni generali del ministero degli Esteri avevano un peso, le decisioni erano concertate con loro. Ora accade meno, c’è un accentramento che, peraltro, segue talvolta logiche di simpatie politiche”.
Insomma, “prima gli ambasciatori erano tutelati”, ci si lamenta, e il riferimento va al caso recente dell’ambasciatore italiano in Etiopia, Sem Fabrizi. Il rientro in Italia del diplomatico ad agosto, dopo avere presentato le credenziali solo a gennaio scorso è avvenuto in circostanze tuttora misteriose, parrebbe per evitare che il governo etiope arrivasse a cacciare Fabrizi come persona non grata, il massimo affronto per un paese sul piano diplomatico.
Si parla di malumori dell’Etiopia per la decisione del diplomatico di esternalizzare a una società privata la gestione della concessione dei visti, c’è chi ipotizza persino una sua eccessiva “attenzione” per il rispetto del diritto internazionale e dei diritti umani, oltre che delle norme sull’embargo alle armi.
Sebbene il premier Abiy Ahmed porti in dote l’onorificenza delle onorificenze – premio Nobel per la Pace nel 2019 per avere messo fine al conflitto con l’Eritrea – il leader di Addis Abeba guida ora una nuova offensiva nel Tigray e ne sostiene un’altra nel Sudan, al fianco di gente poco raccomandabile come Mohamed Hamdan Dagalo, noto come “Hemedti”, capo delle Rapid Support Forces e accusato di genocidio dalle Nazioni Unite.
E però Abiy è – era? – anche il principale sponsor del Piano Mattei di Giorgia Meloni, della politica dal rinnovato slancio italiano in Africa, scollegato dalla prudenza multilaterale di stampo europeo. Proprio all’intermediazione di Abiy si deve il successo riscosso da Meloni a febbraio scorso, quando i leader africani furono riuniti dal premier etiope ad Addis Abeba con la premier italiana, nell’ambito del secondo incontro Italia-Africa.
Ma sempre in quell’occasione, come ricostruito dal Post, in un colloquio ristretto fra Meloni, Abiy e Fabrizi lo stesso premier etiope avrebbe alzato i toni, lamentandosi con la presidente del Consiglio dell’ambasciatore lì presente. Non solo, ma fonti diplomatiche spiegano al Foglio come, nel periodo immediatamente antecedente la rimozione di Fabrizi, l’ambasciatore etiope a Roma si sia recato più volte alla Farnesina per lamentarsi del diplomatico italiano.
Per Giuseppe Mistretta, nostro ambasciatore in Etiopia tra il 2014 e il 2017, nessuna tra le motivazioni fatte circolare finora può spiegare la gravità dell’iniziativa presa dal governo italiano. “In passato ci sono state tensioni importanti tra Italia ed Etiopia ma mai a nessuno sarebbe venuto in mente di ritirare l’ambasciatore”.
Per Mistretta, non regge nemmeno la formula usata dalla Farnesina per spiegare l’accaduto. “Il fatto che ‘non si sia creata la chimica’ tra Fabrizi e Abiy, come ha detto il ministero, è certamente una spiegazione discutibile e insufficiente. Abiy è stato abituato dalla nostra premier a ottenere ciò che voleva. Dalla vicenda di Fabrizi è chiaro che l’Etiopia ci ha dettato l’agenda e noi abbiamo eseguito”.
Al Foglio risulta che la decisione di richiamare a Roma l’ambasciatore fosse nota da almeno un mese prima, da luglio, e che sia stata presa dalla presidenza del Consiglio dei ministri.
“La Farnesina ha solo preso atto della decisione”, spiega un funzionario che preferisce restare anonimo. Da comunicazioni ufficiali del ministero degli Esteri, Fabrizi è rientrato per essere assegnato a un nuovo incarico, incarico però finora sconosciuto, anche perché non ci sono bandi interni per posizioni aperte, secondo quanto risulta al Foglio.
La posizione di ambasciatore ad Addis Abeba resta quindi scoperta, pur trattandosi di una tra le più ambite, assegnata prevalentemente a chi è destinato a una lunga e brillante carriera. Non che l’Etiopia sia l’unica casella ancora scoperta della diplomazia italiana. C’è anche Parigi, dove Emanuela D’Alessandro ha lasciato la posizione per andare al Quirinale, per riprendere l’incarico di consigliera diplomatica del presidente della Repubblica.
Nonostante la posizione sia di prestigio, è rimasta scoperta ormai da quasi due mesi e gira il nome di Riccardo Guariglia, attuale segretario generale della Farnesina come suo successore.
Certo, non è in sé una novità che Palazzo Chigi faccia sentire la sua voce nella gestione della politica estera, talvolta prevaricando le competenze della Farnesina, ma di certo, dice Mistretta, “non con una tale brutalità”.
Al Foglio risultano almeno altri due casi, finora rimasti sotto riserbo, in cui diplomatici italiani sono stati messi da parte su indicazione della presidenza del Consiglio dei ministri.
Questi episodi mostrano un attivismo di Chigi più che malvisto dal personale della Farnesina. “Succede così: loro chiamano direttamente l’Ufficio del personale delle risorse umane del ministero degli Esteri. Dicono: quello lì non va bene. E subito dopo viene spostato di ufficio, declassato”.
E’ successo di recente per chi curava la candidatura italiana per la sede della nuova Autorità doganale europea – alla fine l’ha spuntata Lille a scapito di Roma –, un fallimento che ha portato a reazioni evidentemente contrariate da parte di Chigi nei confronti del personale diplomatico.
In altri casi, una dichiarazione considerata non propriamente in linea con i desiderata della presidenza del Consiglio ha portato a un altro intervento diretto nei confronti del diplomatico, anche in questo caso scavalcando la Farnesina, declassandolo.
Poi ci sono vicende già finite sui giornali.
Nel 2023 era stato emblematico il caso dell’accreditamento del nuovo ambasciatore dell’Unione europea in Libia. In quel caso fu la stessa presidenza del Consiglio dei ministri a ostacolare la nomina del candidato italiano, che era in competizione con un francese, perché considerato non adatto al ruolo.
E sempre in Libia è noto l’attivismo dei servizi segreti italiani, guidati dal generale Giovanni Caravelli, che a più riprese ha scavalcato l’ambasciatore italiano a Tripoli, Gianluca Alberini, nella gestione di dossier delicati, come le relazioni speciali con Khalifa Haftar, nell’est del paese.
Più volte, i meeting con gli Haftar, anche legati a questioni squisitamente economiche, sono stati tenuti all’esclusiva presenza di Caravelli e non di Alberini – “lui è sempre stato così, quando arriva in un paese non avvisa mai”, commenta un ambasciatore.
E più di recente, ha fatto discutere il caso della competizione per la scelta del nuovo ambasciatore dell’Ue in Kosovo. Il governo italiano aveva proposto un suo candidato, un ambasciatore con grande esperienza nei Balcani e nel Mediterraneo. Il rivale, lo sloveno Marko Macovec, dato per favorito, ha però fallito la prova psicologica, tenuta da un ente terzo e imparziale.
Invece di assegnare la carica al diplomatico italiano, l’unico rimasto in corsa, la Commissione Ue ha deciso incredibilmente di azzerare tutto e annullare la procedura di selezione. Anche in quella circostanza, la Farnesina era apparsa debole e impacciata nella difesa di un proprio diplomatico, lasciato vittima di una situazione paradossale (ora l’ambasciatore dell’Ue in Kosovo, insediatosi pochi giorni fa, si chiama Dirk Schiebel).
Ma se alcuni ambasciatori effettivamente “portano pena”, altri evidentemente ne portano meno, almeno agli occhi di Meloni, che sin dall’inizio della sua legislatura si appoggia alla consulenza di Fabrizio Saggio, consigliere diplomatico di Chigi e coordinatore del Piano Mattei.
in molti lo vorrebbero come nuovo rappresentante italiano a Washington prima della scadenza della legislatura e nonostante la sua giovane età al posto di Marco Peronaci, insediato appena un anno fa. Ma per una posizione tanto importante il discorso dei canonici quattro anni di mandato non vale, dato che il ruolo di ambasciatore negli Stati Uniti è una nomina squisitamente politica, spiegano al Foglio due diplomatici.
Saggio è visto come il giusto mediatore per addolcire i rapporti tesi fra Giorgia Meloni e Donald Trump. Una mattina di fine giugno, il consigliere diplomatico della premier è comparso all’improvviso a Washington al fianco di Massad Boulos, consuocero del presidente degli Stati Uniti. Mentre l’inviato della Casa Bianca per l’Africa era impegnato nel presentare al segretario di stato Marco Rubio il vicecomandante generale libico di Bengasi, Saddam Haftar, come presidente in pectore della nuova Libia unificata con l’ovest, ecco spuntare in alcune foto anche Fabrizio Saggio.
Un cameo sorprendente e anche un modo per accreditare Saggio – si dice – come potenziale anello di congiunzione fra Stati Uniti e Roma in tempi tanto difficili.
Ma è con il ruolo di coordinatore della cabina di regia del Piano Mattei che Saggio gioca il grosso delle sue carte. Il fiore all’occhiello della politica estera di Giorgia Meloni ha però creato molte gelosie sulle modalità di gestione delle risorse. Accentrando la gestione di una fetta importante dei fondi destinati alla cooperazione allo sviluppo, […] Chigi è accusato da più parti di volere esautorare la Farnesina. E proprio dalla Farnesina si sono levate non poche critiche
“Sembra un fondo di investimento, più che uno strumento politico. Ed è tutto accentrato attorno a Chigi, qui la Farnesina non tocca”, spiega un diplomatico. “Fa riflettere poi il fatto che nello staff del Piano Mattei non ci sia un solo esperto di Africa. C’è un chiaro problema di governance”, osserva Mistretta.
Il ministro degli Esteri intanto è relegato alla scomoda posizione di spiegare come funziona il Piano Mattei senza averne mai gestito nemmeno un euro. E’ successo domenica scorsa, per esempio, quando Tajani ha partecipato a un convegno, “Il piano Mattei a due anni dal lancio. Cosa cambia per la cooperazione e gli investimenti”, gentilmente ospitato dalla Fiera campionaria del peperoncino a Rieti.
(da “il Foglio”)
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