Giugno 9th, 2026 Riccardo Fucile
PERO’ A FAR VORTICARE GLI OTOLITI GIÀ FRAGILI DELLA DUCETTA E’ LA TENUTA DI FORZA ITALIA E LEGA SULLA LEGGE ELETTORALE: COSTRETTA A CEDERE A SALVINI (ACCISE) E A DARGLI PURE UNA MANO PER NON VEDERE LA LEGA SMANTELLATA DA VANNACCI
Giorgia Meloni conferma di possedere le virtù del camaleonte, anche le più sfacciate. Da quanto tempo l’ex “pontiera” non si riempie la bocca della parola Trump? Ora, il massimo che si concede è: “Ci vogliono gli Stati Uniti”.
E quanto si sarà incazzata di essere stata esclusa dal tavolo dei Volenterosi Macron, Merz e Starmer, che hanno rispolverato il formato E3 (Francia, Germania, Regno Unito) per invitare Zelensky a Londra?
Il presidente ucraino, da parte sua, non ha alzato un dito per far aggiungere un posto a tavola per la fu “Giorgia dei Due Mondi”: ci ha messo un po’ ma finalmente ha capito che trattasi di un leader “tutta chiacchiere e distintivo” con accompagnamento di occhioni e smorfie.
Un tipino inaffidabile che ancora spera di ritornare nelle grazie del Demente della Casa Bianca. Una “profumiera” a capo di un governo, in compagnia di un putiniano chiamato Matteo Salvini, che figura, tra i 27 stati dell’Ue, al diciottesimo posto per contributi sulla base del prodotto interno lordo. In quattro anni di conflitto, tra aiuti finanziari, umanitari e militari, il governo Meloni ha stanziato soltanto lo 0,23% del suo Pil: 15,6 miliardi.
Essendo intelligente e scaltra, la Meloni, per rimbalzare il documento congiunto di Francia e Germania che propone l’ingresso nell’Ue dell’Ucraina, mica si è opposta direttamente, ma si è attaccata ai paesi dei Balcani che hanno fatto richiesta prima di Kiev.
Pur avendo disertato, per ripicca con il duo Macron e Merz che non se la filano, l’incontro di tre giorni fa a Tivat, in Montenegro, la Thatcher della Garbatella, che ha un rapporto consolidato con il premier albanese Edi Rama, che nel 2023 la ospitò per le vacanze nel suo Paese, ha fatto notare come sia inopportuno concedere una corsia preferenziale a Kiev, quando Albania e Montenegro hanno chiesto da anni di far parte dell’Unione.
Per capire quanto gli otoliti di Giorgia Meloni abbiano ripreso a vorticare per l’isolamento forzoso a cui è costretta, basta osservare il suo comportamento con la questione del diritto di veto al Consiglio europeo: malgrado non ci sia più Viktor Orban tra i piedi, a opporsi a qualsiasi decisione importante, Meloni non ha ancora accettato di dare il suo via libera alla rimozione dell’unanimità nelle decisioni prese dai capi di Stato e di Governo dei 27.
Per cambiare le regole sull’unanimità, infatti, serve l’unanimità: il veto è uno dei fattori che frena qualsiasi riforma e innovazione a Bruxelles (non a caso tutti coloro che hanno a cuore l’Europa, da Draghi a Prodi, ne chiedono da tempo il superamento), concedendo ai paesi più piccoli un potere di ricatto su tutti gli altri 27. Ma il no alla rimozione del veto resta per Meloni l’unica arma per metterlo in quel posto a Macron e Merz. Così imparano a non invitarmi, tiè!
Ma le maggiori difficoltà per Meloni, però, non sono tra le aule grigie degli europalazzi, piuttosto tra quelle affrescate di Roma.
In barba allo sconquasso economico mondiale, all’inflazione crescente e alle risorse energetiche appese allo Stretto di Hormuz, infatti, nemmeno la sua liaison con Trump, ha avuto effetti penalizzanti nei sondaggi, che danno FdI sempre tra il 27 e 29%.
Dati che non possono che far gongolare la Ducetta, che però è angosciata dal mantenimento dell’equilibrio tra Fratelli d’Italia, Lega e Forza Italia, i tre partiti dell’alleanza di governo, in vista delle politiche del prossimo anno.
I rapporti sono sempre più tesi, a partire dalla riforma della legge elettorale che, a colpi di maggioranza, Meloni vuole far passare entro novembre.
Fino al giorno dell’approvazione delle nuove norme, Giorgia Meloni ha capito che dovrà concedere qualche carotina a uno scalpitante Matteo Salvini (vedi le accise lo stop al “voucher energia” di Urso), avendo bisogno dei voti della Lega per farla approvare.
Anzi: Meloni si trova nella condizione di dover rafforzare e “puntellare” il fu Truce del Papeete, alle prese con Vannacci che gli sta smontando il partito.
Sebbene ripeta a tutti che si voterà alla scadenza della legislatura, a ottobre 2027, la “Statista della Sgarbatella” in realtà sogna di bruciare i tempi e anticipare l’apertura delle urne a primavera, perché teme i contraccolpi economici da qui a un anno.
È invece contrarissima ad andare a elezioni in autunno: promettere “L’età dell’oro” a ottobre e un mese dopo firmare una legge finanziaria lacrime e sangue da inviare agli ‘’aguzzini’’ di Bruxelles per l’approvazione, è troppo persino per una Camaleonte come Meloni. (Nel 2022, presentò una finanziaria in sostanza fatta da Draghi. Ora il discorso è diverso).
Allo stesso tempo la premier, che punta al voto politico ad aprile-maggio, è contraria all’election-day con le amministrative di primavera, che chiameranno alle urne gli elettori di cinque città governate attualmente da giunte di centro-sinistra (Roma, Milano, Bologna, Torino, Napoli).
L’election-day, la Ducetta, è possibile solo nel caso di poter strappare al centrosinistra Roma e Milano, i due comuni più importanti d’Italia.
Con il candidato ciellino Maurizio Lupi, scelto dal gran puparo La Russa, potrebbe giocarsela alla grande a Milano, ma la Madunnina non basta.
Occorre espugnare anche la Città Eterna, che è ancora sottosopra sul nome del candidato prescelto da via della Scrofa.
Tutto sta girando intorno dati dei sondaggi: Calenda poteva farcela a battere Gualtieri, ma ha giurato che con la destra non ci andrà mai, l’autocandidato Rampelli viene dato sconfitto per 5 punti: vale la pena lasciare la vicepresidenza della Camera per fare il capo dell’opposizione in Campidoglio?
C’è poi da considerare un altro ostacolo, il più grande, tra Meloni e le elezioni anticipate: Sergio Mattarella.
Il Quirinale, con la crisi energetica che morde i risparmi degli italiani, l’inflazione che aumenta e i soldi che scarseggiano, potrebbe facilmente tirare in ballo la
questione dei costi per “sconsigliare” due tornate elettorali differenti. E per sciogliere le Camere, il pallino ce l’ha in mano, per ora, Sergione Mattarella
(da Dagoreport)
argomento: Politica | Commenta »
Giugno 8th, 2026 Riccardo Fucile
CHI E’ IL NUOVO SINDACO CHE HA STRAPPATO IL COMUNE AL CENTRODESTRA VINCENDO CON OLTRE IL 72% DI VOTI… DETERMINANTE L’APPOGGIO DELLA LISTA “CONTROCORRENTE”
Sulle note di “Sogna, ragazzo, sogna” di Roberto Vecchioni, Michele Sodano, candidato di
Controcorrente, appena eletto sindaco di Agrigento, si è presentato alla città, davanti alla sede elettorale di viale della Vittoria. “Oggi è un nuovo giorno per Agrigento, un nuovo grande giorno. Grazie ad Agrigento, sarò il sindaco di tutti. La città ha scelto di essere libera”, dice alla folla che si è ritrovata in strada.
Sodano, laureato in Economia aziendale e management alla Bocconi di Milano, con un’esperienza da finance assistant per le Nazioni Unite a Copenaghen, nel 2018 è stato eletto deputato alla Camera con il Movimento 5 Stelle. Oggi presiede i dipartimenti del movimento Controcorrente.
“Ricominciamo a sognare – dice -ricominciamo a essere orgogliosi. Non dobbiamo essere per forza sempre in coda alle classifiche. Lavoriamo per una città di giustizia sociale, di meritocrazia, che punta sul lavoro. Questa vittoria non è stata l’obiettivo di un uomo solo, ma di una comunità intera che ha creduto in un nuovo progetto”. La campagna elettorale è finita e ora per Sodano comincia il lavoro più difficile: amministrare una delle città fra le ultime in Italia in tutti i parametri. “Non sarà facile – dice – dobbiamo lavorare tutti insieme”.
Al suo fianco, come Sodano ha sottolineato, il leader di Controcorrente Ismaele La Vardera che dopo il verdetto è scoppiato a piangere. “Oggi abbiamo fatto un miracolo politico grazie alla credibilità di un progetto, l’unione di intenti e il candidato giusto”, dice La Vardera nel giorno del suo compleanno. “Una vittoria che apre uno scenario importante, un modello politico: quello che è accaduto ad Agrigento può accadere nel resto della Sicilia, mandando a casa il governo Schifani. Oggi facciamo la storia”.
(da agenzie)
argomento: Politica | Commenta »
Giugno 8th, 2026 Riccardo Fucile
IN UN ANNO 3,5 MILIONI DI PRESENZE TURISTICHE IN CITTA’ CON UN INCREMENTO DEL 15%, LA META’ VIENE DALL’ESTERO,, + 30% DI VISITE AI MUSEI NEGLI ULTIMI 4 MESI… GENOVA E’ DIVENTATA META DEL TURISMO INTERNAZIONALE, IL NEW YORK TIMES L’HA INSERITA NELLE 52 PLACES TO GO 2026 E LA GUIDA MICHELEN VOYAGE ET CULTURE LE HA ASSEGNATO LE TRE STELLE
Il Comune di Genova allarga sempre di più il “raggio” di ricerca di potenziali turisti e punta sul Canada. La missione promozionale partita il primo giugno, nell’ambito della Settimana delle celebrazioni della Repubblica Italiana, ha portato una delegazione a Ottawa e Montreal raccontando una città in piena rinascita culturale e turistica.
Circa 40 tra giornalisti, operatori e istituzioni hanno partecipato agli incontri. A Ottawa era presente la console d’Italia, Sandra Aiello, mentre a Montréal il console Generale d’Italia Enrico Pavone. La missione ha potuto contare sul supporto di ENIT – Agenzia Nazionale del Turismo.
Al centro delle presentazioni, i grandi asset della destinazione: i Palazzi dei Rolli e il ventennale UNESCO 2026, l’Ottobre Paganini (festival diffuso che si terrà dall’1° ottobre all’8 novembre), la gastronomia, l’outdoor verticale, e i grandi eventi dell’anno: dall’UlisseFest (10–12 luglio) al Salone Nautico Internazionale (1–6 ottobre).
A sostenere il racconto, i numeri di una costante crescita: 3,5 milioni di presenze nel 2025, +15% rispetto all’anno precedente, con il 50% di visitatori internazionali e un incremento dei visitatori ai musei del +30% nel primo quadrimestre 2026
Sono stati presentati i recenti riconoscimenti, tra cui le tre stelle della Guida Verde Michelin Voyage et Culture attribuite a Genova e ai musei di Strada Nuova, insieme all’inserimento da parte del New York Times della città tra i 52 Places to Go 2026.
“Iniziative come l’ultima missione promozionale in Canada servono a promuovere l’immagine e le bellezze di Genova in tutto il mondo, in linea con quanto abbiamo fatto in questo primo anno di mandato per accompagnare la città nel suo percorso di affermazione come meta turistica a livello internazionale, in parallelo ai grandi investimenti compiuti nei settori del turismo congressuale e degli eventi internazionali – spiega l’assessora al Turismo del Comune di Genova Tiziana Beghin – La promozione turistica è una leva strategica di crescita economica della città: per questo motivo, come amministrazione stiamo lavorando per valorizzare Genova come destinazione turistica completa, creando un interesse globale su quel mix tra storia, cultura, natura, innovazione, qualità dell’accoglienza e posizione strategica nel Mediterraneo che rendono la nostra città un unicum a livello europeo e non solo”.
La missione si è conclusa con la cena della Festa della Repubblica celebrata il 4 giugno alla Casa d’Italia di Montréal, sede storica della comunità italiana in Quebec, che quest’anno ha celebrato 90 anni di vita insieme agli 80 anni della Repubblica Italiana. La cena, organizzata con il supporto del Comune di Genova, e in collaborazione con la Camera di Commercio di Genova, ha portato in tavola i sapori della cucina genovese ed è stata presieduta dall’Ambasciatore d’Italia in Canada, Alessandro Cattaneo. La presenza di 250 ospiti tra diplomatici, istituzioni, operatori economici, giornalisti e rappresentanti della comunità italiana in Canada, ha rappresentato un momento celebrativo e di networking di alto profilo che ha consolidato le relazioni istituzionali tra Genova e il mercato canadese.
(da Genova24)
argomento: Politica | Commenta »
Giugno 8th, 2026 Riccardo Fucile
VANNACCI È PRONTO AD ANNUNCIARE NUOVI ARRIVI ANCHE AL SENATO: SOPRATTUTTO AL SUD, SUL CARRO DELL’EX PARÀ DELLA FOLGORE SONO SALITE TANTE TERZE FILE DELLA POLITICA LOCALE, EX MILITARI, NO VAX E NOSTALGICI DEL SALUTO ROMANO
Il prossimo fine settimana Roberto Vannacci riunirà il partito all’auditorium della
Conciliazione, a Roma, dove si terrà l’assemblea costituente di Futuro nazionale. Potrebbe essere quella l’occasione per annunciare nuovi arrivi dal Senato, di cui si parla in queste ore.
Poi sarà la volta di nominare dei commissari regionali che gestiscano il movimento, perché «non siamo ancora pronti per fare i congressi ed eleggere dei coordinatori. Commissariare è l’unica soluzione», dice uno dei suoi fedelissimi.
Questa necessità di dare ordine al partito è sentita innanzitutto a sud di Roma. Ha fatto riflettere, nel quartier generale dei vannacciani, il caso della Campania, dove si è svolta pochi giorni fa un’assemblea che ha eletto l’avvocato Catello Di Capua come referente regionale di Fn. Scelta che ha sollevato polemiche, vista la condanna per favoreggiamento ricevuta da Di Capua nel 2014
L’avvocato aveva svelato il contenuto dell’interrogatorio di un collaboratore di giustizia, da lui assistito, all’avvocato Michele Santonastaso, legale di diversi esponenti del clan dei Casalesi (poi arrestato per corruzione, falsa testimonianza e falsa perizia), rivelandogli che il suo assistito stava raccontando agli inquirenti dei legami tra Santonastaso e la camorra. Scontata la condanna, Di Capua è stato riabilitato, ma di certo resta un’ombra.
Tanto che il coordinatore di Futuro nazionale per il Sud, il deputato Rossano Sasso, ora impone la marcia indietro e precisa: «Di Capua non è il referente regionale di Fn. Non esistono referenti regionali».
Intanto sul carro di Vannacci saltano tante terze file della politica locale, professionisti al loro primo tentativo, ex militari, qualche piccolo imprenditore. Il tour al Sud del generale, passato dalla Campania alla Puglia, fino alla Sicilia, ha fatto emergere «la natura spontanea con cui si avvicinano a noi», racconta Sasso.Durante il giro in Sicilia, invece, Vannacci è rimasto ammaliato dall’imprenditore di Milazzo Stefano Ruvolo, che ha fatto confluire la sua formazione politica “Patto per l’Italia” in Futuro nazionale.
Ruvolo è presidente di un’associazione di categoria che rappresenta piccoli imprenditori, è lobbista alla Camera ed è entrato di recente nel mondo della sanità privata. Per presentarsi al generale, ha donato al partito 18 mila euro. Utili, perché una struttura senza finanziamenti resta uno scheletro vuoto.
Ma le simpatie abbondano anche tra forze dell’ordine e militari in pensione. A Palermo, ad esempio, c’era Giovanni Sgarioto, ex sovrintendente capo della Polizia. Ancor più a sud, fino in Tunisia, l’ex generale Adriano Ruspolini, compagno d’arme
di Vannacci in Afghanistan, ha inaugurato un comitato nordafricano di Fn. Futurismo puro.
Il vannaccismo è un catalizzatore che ormai va oltre il generale. Ingloba pezzi della galassia no-vax, nonostante Vannacci si sia sempre dichiarato favorevole all’obbligo vaccinale. Così a Trieste ha aderito a Fn il consigliere comunale Ugo Rossi, che si era presentato alle elezioni con il movimento 3V: “Vaccini vogliamo verità”. In Abruzzo accoglie invece un’attivista transgender, nonostante il generale si batta contro la “teoria gender”. E lei, l’attivista, evidentemente sottoscrive.
Ma attrae soprattutto piccoli partiti di destra, più o meno radicale. Li fagocita, come ha fatto con il movimento “Indipendenza” dell’ex sindaco di Roma Gianni Alemanno. Inevitabile conseguenza: ai raduni di Vannacci spuntano sempre più spesso aquile imperiali, svastiche, camicie nere e tatuaggi nostalgici.
L’ex consigliere comunale della Lega di Verona Andrea Bacciga, oggi con Vannacci, è stato appena condannato in via definitiva per il saluto romano fatto durante una seduta del Consiglio comunale. E Checco Lattuada, che era stato nominato responsabile dei comitati in Lombardia, il Giorno della memoria ha pensato di postare sui social la foto di un suo saluto fascista.
Se al Sud c’è fermento spontaneo, a Roma e nel Nord si tesse la rete che tiene unita la politica e le imprese. I finanziamenti più importanti arrivano da lì. Come i 60 mila euro sborsati dalla famiglia romana Cieri, attiva nell’edilizia. O i 30 mila euro della “Compagnia petrolifera piemontese” di Stefano Maurizio Finzi. In tutto, già 300 mila euro raccolti in meno di quattro mesi.
(da “la Stampa”)
argomento: Politica | Commenta »
Giugno 8th, 2026 Riccardo Fucile
L’APPALTO SARÀ AFFIDATO A UNA SOCIETÀ ESTERNA, CHE DOVRÀ SOTTOPORRE UN GRUPPO DI POVERI RICERCATORI A MIGLIAIA DI ORE DI TRASMISSIONI PER “MISURARE STEREOTIPI” E “VALUTARE LINGUAGGI” E VERIFICARE POSSIBILI RAPPRESENTAZIONI DISTORTE
La Rai vuole essere certa di rappresentare correttamente le donne. E per scoprirlo è pronta a rivolgersi a una società esterna con un appalto da oltre 800mila euro. L’obiettivo è monitorare la programmazione del servizio pubblico per verificare il rispetto della figura femminile, il pluralismo dei temi e il contrasto all’hate speech.
Un compito tutt’altro che marginale: analizzare migliaia di ore di trasmissioni, classificare contenuti, misurare stereotipi, valutare linguaggi e verificare se alcuni programmi possano trasmettere una rappresentazione distorta della donna.
I ricercatori dovranno valutare almeno 1.600 trasmissioni tra Rai1, Rai2 e Rai3, produrre report periodici e segnalare eventuali criticità. Tra gli aspetti da valutare figurano il numero di donne presenti in video, il loro ruolo narrativo, la presenza di sessismo, discriminazioni e stereotipi, ma anche il modo in cui vengono raccontati femminicidi e violenze di genere. Una sorta di check up permanente del servizio pubblico.
Legittimo, anche alla luce di alcuni casi clamorosi, ma non proprio low cost.
(da “Domani”)
argomento: Politica | Commenta »
Giugno 8th, 2026 Riccardo Fucile
SUCCESSO DEL PARTITO CENTRISTA “CONTRATTO CIVILE”
L’Armenia fa un passo verso l’Europa e si allontana dalla Russa. Nelle ultime elezioni
parlamentari a trionfare è stato il partito centrista Contratto Civile e formerà il nuovo governo in autonomia, senza l’appoggio di altre forze politiche.
Lo ha dichiarato il primo ministro armeno Nikol Pashinyan, nel corso di una conferenza stampa tenutasi dopo l’annuncio dei primi risultati elettorali: “Il 7 giugno 2026 si sono tenute le elezioni ordinarie per l’Assemblea nazionale e, a seguito di queste, il partito Contratto civile ha vinto e formerà il governo da solo”.
I dati ufficiali: a Pashinyan 49,81% delle preferenze
A spoglio ultimato, la Commissione elettorale centrale dell’Armenia, ha reso noto che il partito del primo ministro armeno Nikol Pashinyan non ha raggiunto il 50 per cento dei voti nelle elezioni parlamentari dopo lo spoglio delle schede in tutti i seggi. Secondo i dati più recenti, il partito Contratto Civile ha ottenuto 727.160 voti (49,81%), il blocco di opposizione Strong Armenia si è classificato secondo con 340.062 voti (23,29%), terza Alleanza Armenia (9,94%).
“Nessuna influenza illegale sul voto”
Il premier ha respinto le accuse di irregolarità elettorali avanzate dalle forze di opposizione durante la giornata del voto, escludendo qualsiasi coinvolgimento di rappresentanti del partito di governo in frodi o violazioni. Pashinyan ha inoltre negato che le autorità abbiano esercitato “qualsiasi influenza illegale” sulla libera espressione della volontà dei cittadini e ha dichiarato di non ritenere possibili sviluppi post-elettorali nel Paese. Il premier ha indicato tra le priorità dei prossimi cinque anni lo “sradicamento definitivo” del sistema criminale-oligarchico, definendolo una richiesta emersa dai cittadini.
Obiettivo: proseguire l’avvicinamento all’Ue
Sul piano della politica estera, Pashinyan ha confermato che l’Armenia proseguirà il riavvicinamento all’Unione europea, mantenendo al tempo stesso la partecipazione e l’adesione all’Unione economica eurasiatica (Uee) e continuando a sviluppare i rapporti con la Russia e con gli altri Stati membri dell’organizzazione. Il premier ha inoltre affermato che il voto ha confermato il sostegno popolare alla pace, allo sviluppo regionale e alla cooperazione. In risposta a una domanda rivolta da un giornalista turco, Pashinyan ha dichiarato che l’Armenia deve “istituzionalizzare la pace” con l’Azerbaigian e aprire il confine con la Turchia.
(da agenzie)
argomento: Politica | Commenta »
Giugno 8th, 2026 Riccardo Fucile
NON DOVRA’ SOLO NOMINARLO VICE-SEGRETARIO MA SARA’ OBBLIGATO AD ACCETTARE LA DIVISIONE DELLA LEGA IN DUE PARTITI GEMELLI, SUL MODELLO CDU-CSU: UNO TERRITORIALE AL NORD (GUIDATO DA ZAIA, FEDRIGA, FONTANA) E UNO NAZIONALE (IN MANO A SALVINI) … SI DECIDERA’ TUTTO TRA IL CONSIGLIO FEDERALE DI MERCOLEDI’ 10 GIUGNO E IL “RITIRO” LEGHISTA DEL 4-5 LUGLIO
Brutte notizie sull’asse della trattativa tra Matteo Salvini e Luca Zaia. Partita come discussione sul nominare l’ex governatore a vicesegretario del partito, la posta in gioco si è fatta (molto) ingombrante. Zaia, giurano i suoi, non ha alcuna intenzione di accettare una nomina soltanto formale. La richiesta è sempre la stessa: la divisione della Lega sul modello Cdu-Csu, partito territoriale e partito nazionale.
Ma così, sul tavolo non ci sarebbe insomma più solo la nomina di un vicesegretario
Due date sono da cerchiare in rosso. Mercoledì, dopodomani, il consiglio federale leghista dovrebbe essere messo al corrente delle novità. Un appuntamento forse un po’ frettoloso. Perché Zaia vuole che sia messo nero su bianco un nuovo statuto del partito che preveda le due Leghe «sorelle», stile Cdu-Csu tedesche: due partiti distinti, uno nazionale, uno radicato nel Nord, legati da un accordo federale ma autonomi nella linea, nel simbolo, nell’identità.
Ma a ieri sera la discussione non era ancora matura fino a questo punto. Anzi, l’ex governatore è in attesa di proposte che ancora non sono arrivate. Zaia, e con lui gli altri governatori (Fedriga, Fontana, Fugatti), ora stanno a guardare. In particolare il presidente del Friuli-Venezia Giulia potrebbe essere coinvolto nel pacchetto di testa della futura Lega. Ma se si arrivasse a una non scelta entro la data fissata per il «ritiro» leghista convocato da Salvini a Treviso, di sicuro sarebbe un problema.
Per questo Salvini oggi si trova a un bivio: o cedere una parte del suo potere (parte cospicua, per quanto riguarda il Nord) o trovarsi disarmato di fronte agli attacchi di Roberto Vannacci, che cresce al ritmo di qualche migliaio di iscritti al giorno.
Un bel dilemma: un ridimensionamento o continuare la partita con i fedelissimi, archiviando le istanze di Zaia e di tutta la componente nordista. Perché tutto l’ex governatore vuole essere, dice un suo amico, tranne che «una presenza rassicurante. Non farà mai il vice con una scrivania accanto a quella del segretario».
Il tutto turba la Lega non poco, le voci sui nuovi addii si moltiplicano al massimo livello: qualcuno parla addirittura di due parlamentari europei. Voci probabilmente prive di fondamento ma significative di un clima.
(da l “Corriere della Sera”)
argomento: Politica | Commenta »
Giugno 8th, 2026 Riccardo Fucile
L’AMBASCIATORE STEFANINI: “PECCATO CHE IL FORMATO NON VEDA AL TAVOLO L’ITALIA. ROMA È STATA TROPPO ONDIVAGA SULLA NECESSITÀ DI GARANZIE EUROPEE AL FUTURO POST-BELLICO DI KIEV”
In Europa si fanno tante riunioni. Troppe. Poche contano. Quella di ieri a Londra fra i
leader di Francia, Germania e Regno Unito col Presidente ucraino è fra quelle. Si colloca a uno snodo cruciale: fra proposta di negoziato bilaterale diretto di Volodymir Zelensky – “facciamola finita” – nyet di Vladimir Putin e defilarsi di Donald Trump.
La diplomazia è bloccata. Gli europei, pur protagonisti nel sostegno a Kiev, ne sono stati tenuti ai margini per comune intesa di Mosca e Washington. Macron, Merz e Starmer vi rientrano oggi con un messaggio molto semplice al Cremlino: siamo pronti alla trattativa, ma se, causa il rifiuto russo di sedersi al tavolo, non ci sarà trattativa Mosca-Kiev, l’Ucraina continuerà ad avere tutto il nostro appoggio necessario
L’incontro londinese è al tempo stesso un’apertura negoziale e una risposta all’intransigenza di Mosca, non scalfita neppure dalle blandizie affaristiche degli emissari di Trump, Steve Witkoff e Jared Kushner. Peccato che il formato E3+Ucraina non veda al tavolo l’Italia. Declinante o non invitata?
Non fa differenza. Roma è stata troppo ondivaga sulla necessità di garanzie europee – di chi altri se Washington si tira indietro – al futuro post-bellico di Kiev. Giorgia Meloni e Guido Crosetto lo negheranno ma hanno fatto capire che era un amaro calice da tener lontano il più a lungo possibile.
Gli altri tre leader, e soprattutto il quarto, Zelensky, hanno invece bisogno di chiarezza d’impegno adesso per mettere gli europei al tavolo delle trattative. Un “dopo vedremo” non basta. Quindi tirano avanti senza Italia.
Il che risolve anche il problema del “mediatore europeo”. Se ci sarà lo saranno loro. Se Putin non lo vuole la guerra, che non sta andando particolarmente bene per lui, continuerà. Disastro per l’Ucraina, ma sempre di più anche per la Russia.
Peccato perché l’assenza dell’Italia peserà anche domani. I formati ristretti sono il dramma costante della nostra politica estera. Grande successo quando ci entriamo (G7, gruppo di contatto ex-Jugoslavia), infelice gara ad inseguimento quando ne rimaniamo fuori (negoziato per l’accordo nucleare con l’Iran del 2015). Qui può diventare particolarmente grave.
Comprensibilmente – siamo in Europa non in Medio Oriente o nell’Indo Pacifico – i leader francese, tedesco e britannico vogliono farvi sentire la voce, o le voci, europee. Questo non varrà solo per la guerra russo-ucraina
Il futuro negoziato sull’Ucraina – prima o poi ci sarà – metterà la prima pietra della futura architettura di sicurezza continentale ed euro-atlantica. Chi siederà a quel tavolo? Gli americani naturalmente, ma senza deleghe in bianco come ai vecchi tempi.
Per loro scelta. Donald Trump ha il pregio di essere esplicito. Con lui, gli Usa tutelano principalmente i loro interessi nazionali, vedi l’incontro di Anchorage con Vladimir Putin, a sorpresa e senza alcuna successiva informativa degli alleati, non quelli “atlantici”. Fuori dagli E3 oggi, domani l’Italia sarà ai blocchi di partenza di un’altra corsa diplomatica a inseguimento.
Cosa possono dire i tre leader franco-tedesco-britannici, affiancati da Zelensky? Ripetono che sono pronti a sedersi a un vero tavolo negoziale. L’hanno già detto e lo confermano.
Ma la condizione sine qua non è che sia un “vero” negoziato, il che significa avere come interlocutori fondamentali, su un piede di parità, Mosca e Kiev.
C’è certamente spazio per altri partecipanti in veste di mediatori, facilitatori, garanti ecc. ma il do ut des della trattativa deve essere fra Russia e Ucraina. Che è quanto Zelensky chiede e Putin rifiuta. A questo rifiuto Londra oggi risponderà: «Caro Vladimir, non vuoi negoziare con Volodymyr e continui invece a fargli la guerra, pardon l’operazione speciale che ha già mietuto tante giovani vite umane russe?
Non ci lasci altra scelta che continuare a sostenerlo. PS: ti saresti dovuto accorgere che è un vicolo cieco da cui non puoi uscire più vincitore di quanto hai già strappato. Incassa e accontentati».
Il problema di Putin è proprio che non può accontentarsi delle conquiste territoriali già fatte, fra il 2014 e il 2022-26, pari a circa il 20% del territorio ucraino internazionalmente riconosciuto.
Non che Kiev lo cederebbe formalmente, ma sarebbe la situazione di fatto con un cessate il fuoco sulla linea del fronte attuale. Che è quanto chiede Zelensky per mettere fine alla guerra. Soluzione coreana – dove dura da settant’anni.§Ma Putin ha posto una posta troppo alta. Vuole di più, specie un’Ucraina sottomessa. L’ha detto e ripetuto troppe volte. “Accontentarsi” significa tirarsi indietro e perdere la faccia.
Quindi deve continuare una guerra che non può vincere. Se non facendo venir meno il sostegno occidentale a Kiev. C’è riuscito, in buona parte, col pezzo più grosso quello americano. Trump non fa più assistenza militare all’Ucraina.
Gliela vende. Può ripetere con gli europei? Dove ha amici, come Matteo Salvini e Roberto Vannacci, i governi frenano, ma oggi, da Londra, i tre principali leader, pur tutti a rischio in politica interna, gli dicono di no. Si fa così politica estera. Anche per arrivare al tavolo negoziale.
Stefano Stefanini
per “la Stampa”
argomento: Politica | Commenta »
Giugno 8th, 2026 Riccardo Fucile
SONO DIVERSI GLI ELEMENTI CHE SOSTENGONO L’ACCUSA
«Non pensavo di dover affrontare, dopo la violenza, anche il dileggio. Lui bello, io normale. Quando l’ho letto non credevo ai miei occhi. Questo non riguarda l’inchiesta, posso e voglio dirlo». Si chiama V. l’imprenditrice che ha denunciato il senatore di Forza Italia Francesco Silvestro per una violenza sessuale nello studio del parlamentare a San Luigi dei Francesi. Oggi lei parla in un’intervista a Repubblica nella quale replica alle parole di Silvestro. Intanto a carico del senatore Palazzo Madama valuterà sanzioni che vanno dalla censura all’interdizione ai lavori del Senato (per un massimo di dieci giorni). E il leader di Forza Italia Antonio Tajani valuta la sua sospensione dal partito.
Francesco Silvestro e l’accusa di violenza sessuale
Silvestro è stato denunciato da una rappresentante di vini che lo accusa di violenza sessuale nel suo studio in Senato. «Non voglio intralciare il lavoro dei magistrati. Né gettare la mia vita nel tritacarne», dice a Repubblica. Spiega di avere clienti come «manager, professionisti, esponenti istituzionali. E mi è capitato di avere ordinativi da parlamentari, persone perbene, che c’entra?», in risposta al senatore.
Poi racconta come tutto è cominciato. «È partito da loro. Conoscevo da anni un signore, per lavoro, che si era sempre presentato a me come carabiniere. Con lui ci sentivamo o scambiavamo gli auguri di Natale. Nel 2025 lo rivedo a Roma. Mi dice: adesso sto col senatore Silvestro. Poi mi chiama a febbraio, dice che “il senatore” mi voleva vedere perché per inaugurare la sua villa a Capri: doveva rifornire la cantina».
Il 25 febbraio 2025 non è andata da sola all’appuntamento: «Mi accompagna quasi sull’uscio di quel Palazzo un amico che ha l’auto elettrica. Gli dico: aspettami, devono ordinarmi delle bottiglie». Descrive la stanza: «Un segretario mi fa accomodare dentro, oltre l’anticamera dove ci sono gli assistenti. Lui era in aula, mi dicono, arriva dopo, si chiude la porta alle sue spalle. La stanza? Più lunga che larga: a sinistra la sua scrivania con le due bandiere, a destra salottino con il divano». Dopo le prime ordinazioni tutto degenera. E, assicura, non c’è stato alcun consenso tra di loro. «Tengo a dire che allora prendo piumino e borsetta.. Lui però mi blocca. Ero come raggelata. Un senatore. Nel suo studio. La cosa mi ha paralizzato: è a piano terra, certo ci sono le tende, ma se qualcuno da fuori… La psicologa mi ha spiegato che questa paralisi è tipica».
Dopo la violenza
V. prosegue nel racconto: «Esco dal palazzo sconvolta, il mio amico mi ha vista in lacrime e mi ha fatto compagnia fino a tardi. Quella stessa sera il senatore mi manda un link e un indirizzo. È un hotel. Non ho mai risposto». Ha aspettato un anno a sporgere denuncia perché «stavo male dentro. Sono stata sotto terapia psicologica, cercavo di rimuovere, ma in realtà dovevo affrontarlo per superarlo». Dice anche di aver contattato lo studio di Giulia Bongiorno per la denuncia: «Dopo qualche giorno mi hanno chiamato, spiegando che lo studio era oberato, non aveva tempo».
L’incontro con il carabiniere
C’è un nuovo incontro con il carabiniere: «Ma ci vediamo con lui, alla fine , in un bar un po’ degradato in una zona industriale della Campania. Lui mi vede, mi chiede di lasciare borsa a telefono lontano…». E poi? «Le frasi che erano sul giornale. Che mi sarei rovinata la vita, non avrei più lavorato, eccetera». Poi replica alla frase di Silvestro su lui bel ragazzo, lei normale: «Voleva dire che non sono Miss Universo. Che squallore. Mi ha dato l’ultima consapevolezza. Un’ulteriore forza. Adesso veramente, dopo aver letto quelle parole, sono ancora più convinta di aver fatto la scelta giusta. Sarà la magistratura a valutare».
Forza Italia
Intanto sempre secondo Repubblica Tajani riflette sulle possibili sanzioni al
senatore. Che ha rotto da tempo con Fulvio Martusciello, capodelegazione di FI a Bruxelles e, appunto, segretario regionale del partito partenopeo. Silvestro ha un’impresa di materassi. Sul sito del Viminale si presenta come odontotecnico diplomato. Aggiunge anche una laurea «hc» (honoris causa?) in «economia e commercio» e si dichiara «socio aggregato» di una camera degli avvocati. In altri documenti si presenta pure come «console dell’Ossezia del Sud». Che per la Farnesina non esiste. Per la decisione si valuta anche la questione dell’opportunità. Perché oltre all’accusa c’è il luogo in cui è stato commessa: il Senato.
(da Repubblica)
argomento: Politica | Commenta »