Ottobre 22nd, 2026 Riccardo Fucile
“SFIDARE GIORGIA MELONI IN UN CONFRONTO? LEI E’ PREMIER, AL MOMENTO IO SONO SOLO LA SINDACA DI UNA GRANDE CITTA’, SE UN GIORNO AVRO’ TITOLO NESSUN PROBLEMA” … “A FIANCO DEGLI AUTOTRASPORTATORI: I PROBLEMI SOCIALI NON SI RISOLVONO DENUNCIANDOLI”…” PRIMARIE DIVISIVE, MA SE SI DEVONO FARE PER FORZA, SI FACCIANO SUBITO, E’ DA UN ANNO CHE NON SI PARLA D’ALTRO”… “ELLY HA UNA GRANDE MERITO, AVER CREDUTO E LOTTATO PER UNA ALLEANZA AMPIA PROGRESSISTA”… “SOLO UNITI SI VINCE, IO A GENOVA VOLEVO VINCERE E HO VINTO”… “A FIANCO DELL’UCRAINA, BALUARDO CONTRO LA DITTATURA”
Intervista a tutto tondo per Silvia Salis nello studio di Otto e Mezzo. Lilli Gruber l’ha
incalzata sul suo ruolo e l’ha definita «L’anti Meloni come sanno tutti» e Aldo Cazzullo ha sottolineare il suo ruolo di potenziale federatrice non del Centro ma di tutto il “campo largo”
Il tema principale del dibattito è stato quello della sicurezza nelle città. E Salis ha parlato apertamente del ruolo delle forze dell’ordine nel caso Genova: «Noi vogliamo più agenti e più sicurezza. Ma sappiamo bene che non basta. Non si può pensare di avere una divisa in ogni angolo della città. Occorre fare politiche sociali, prevenire i fenomeni della criminalità. Ovvero fare quello che non fa la destra».
Federatrice di centro? «Non ci penso proprio»
È una delle voci che trapelano e che la stessa Elly Schlein avrebbe fatto trapelare direttamente con Silvia Salis. «Abbiamo parlato anche di questo ma non mi ha fatto una proposta. Ma io credo di non essere adatta a fare la federatrice di centro, perché io sono progressista e guardo a sinistra. Le mie idee e le mie azioni sono di sinistra. Poi è vero che per vincere occorre avere anche il centro. Il campo largo deve appunto essere tale».
Immancabile il tema delle primarie: «Tutti sanno che sono contraria. Ma ormai si capisce che si devono fare e allora facciamole in fretta. E poi vinciamo le elezioni».
Schlein o Conte?: «Voterò ma nel segreto dell’urna. Non voglio dire a chi va la mia preferenza per ragioni di correttezza verso la maggioranza che mi sostiene a Genova»
“Giorgia Meloni è una donna determinata e con costruzione politica solida. Come donna, poteva fare di più una volta al governo, poteva fare qualcosa per le donne. Più attenzione allo stato sociale, alle famiglie”.
Questo l’affondo nei confronti della premier della sindaca di Genova Silvia Salis, ospite negli studi di Otto e mezzo su La7 alla domanda di Lilli Gruber che le ha chiesto di elencare pregi e difetti della presidente del Consiglio. “Sfidarla anche solo in dibattito? Se avrò titolo sì – ha concluso Salis -, ma al momento sono la sindaca di Genova”. E, una volta di più, ha ribadito che ha davanti “altri quattro anni di mandato a Genova. Se per me ci sarà un giro in politica nazionale, non sarà il prossimo”.
Poi si è tornato a parlare di primarie. “Ormai facciamole, le primarie, così possiamo passare a una fase successiva di consolidamento. Non sarebbe corretto per i partiti che mi sostengono dire per chi voterei. Mi riconosco nel Pd, ma sosterrò chi vincerà. Se Elly Schlein dovesse perdere – ha concluso – sarebbe sicuramente un duro colpo avendo così tanto distacco dai Cinque Stelle in termini di consensi”. “Con Schlein ci sentiamo spesso. Non mi ha chiesto formalmente di fare la federatrice, ma mi sostiene a Genova come Pd. Credo si vinca ovunque, anche al centro che ha un peso come l’estrema sinistra. Per me tutti dentro, anche Renzi: l’obiettivo – ha concluso – è vincere”
Ma si è parlato anche dei fatti che hanno agitato l’Italia negli ultimi giorni, dalle manifestazioni al sud Italia alle violenze di Milano. “Esprimo solidarietà al sud Italia. C’è sconcerto di come le notizie sul Meridione non siano arrivate, mentre si è parlato incessantemente di Milano. E’ incredibile come ci si sia concentrati sulle violenze e non si sia data voce a una protesta che ha svuotato supermercati e pompe di benzina. Ignorare questa tensione e queste richieste legittime spostando l’attenzione sulla risposta securitaria è un modo per aggirare il problema”.
Su Genova, invece, il tema caldo è quello dell’ex Ilva. “Non ho mai detto che l’Ilva di Genova non ha bisogno di Taranto, ma che in questo momento di impasse dove non è chiaro come la filiera possa sopravvivere. Genova fa un prodotto richiesto dal mercato fatto dagli stabilimenti che possono funzionare. Mi sembra una richiesta legittima. Sono la sindaca di Genova: vedo l’impasse, ma so che lo stabilimento di Genova non può non lavorare”.
(da agenzie)
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Ottobre 22nd, 2026 Riccardo Fucile
IL PREMIER LECORNU PUNTA IL DITO CONTRO MÉLENCHON: “ORGANIZZA L’INSURREZIONE”. DI CERTO IL TRIBUNO ROSSO, PUR PRENDENDO LE DISTANZE DALLE VIOLENZE, NON AIUTA CON IL SUO ATTEGGIAMENTO
Mentre la tensione nelle strade di Francia comincia a calare nell’attesa dell’Atto II dei gilet gialli previsto per sabato, continua il duello a distanza che vede da una parte La France Insoumise di Jean-Luc Mélenchon e dall’altra il governo e le destre.
Intervenendo all’Assemblea nazionale, il premier Sébastien Lecornu ha denunciato la «pianificazione, in certi luoghi, di uno schema insurrezionale condotto da gruppuscoli di estrema sinistra e dell’ultrasinistra». Il riferimento è alla formazione della gauche radicale, accusata di strumentalizzare e fomentare i disordini visti nei giorni scorsi.
Ma l’irruento tribuno della gauche radicale, che alcuni sondaggi danno come sfidante al ballottaggio presidenziale contro la favorita Marine Le Pen, non ci sta a fare da capro espiatorio. Per questo chiede ai suoi a stare attenti alle «provocazioni». «Invito gli attivisti e i sostenitori della nostra campagna presidenziale alla vigilanza, alla prudenza e alla moderazione», ha scritto su X Mélenchon.
La pressione sul suo partito, però, si fa sempre più pesante. Soprattutto dopo ieri mattina, quando è stato arrestato un 34enne sospettato di aver partecipato all’incendio del comune di Limoges. L’uomo era conosciuto dai servizi per la sua vicinanza ai movimenti della sinistra più estrema, che in passato gli è valsa la schedatura con la lettera S, generalmente riservata alle persone che rappresentano un pericolo per la sicurezza pubblica.
Soprattutto perché Lecornu parla di una «nebulosa di estrema sinistra», mettendo sullo stesso piano insoumis, movimenti extraparlamentari e black bloc. Il presidente del Senato, Gérard Larcher, è arrivato addirittura ad evocare la possibilità di vietare il partito.
Di certo Mélenchon, pur prendendo le distanze dalle violenze, non aiuta con il suo atteggiamento ambiguo. Come quando dice di sostenere lo slogan Acab (All cops are bastard) a seconda «dei giorni e delle ore» o quando afferma che gli attacchi ricevuti dagli agenti «fanno parte del mestiere». In realtà, La France Insoumise ha avuto dei contatti con alcuni gruppuscoli estremi, tra i quali la Jeune Garde, realtà ormai sciolta che tra i suoi membri ha avuto un paio di persone accusate dell’uccisione di un giovane di estrema destra.
Gli insoumis respingono ogni accusa e per difendersi impugnano una recente inchiesta del sito Mediapart, secondo la quale il ministro dell’interno, Laurent Nuñez, avrebbe chiesto ai servizi di intelligence territoriali di dare la colpa al partito di estrema sinistra per i recenti disordini. L’esecutivo ha negato in blocco, mentre i melenchoniani hanno annunciato che faranno ricorso alla Corte di Giustizia, denunciando uno «scandalo di Stato».
(da agenzie)
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Ottobre 21st, 2026 Riccardo Fucile
“IL FENOMENO È AMPIO, VA COMPRESO, E NESSUN LIBRO È STATO RUBATO”
“Ci hanno buttato giù due scaffali?! E chi se ne frega!”. Altro che maranza. Per due giorni
abbiamo rincorso Carlo, il figlio di Giangiacomo e Inge nonché Leonard Bernstein del nostro secolo. L’ad della casa editrice ha risposto: “Faccio solo interviste scritte”. Abbiamo telefonato così alla segreteria: “Carlo Feltrinelli è grato dell’affetto dei lettori. Stop”.
Poi al direttore editoriale Gianluca Foglia – che ci ha dirottati sulla direttrice Barbara Nardi. Alla fine – dopo vari dinieghi, mail, inviti a richiamare più tardi – siamo riusciti a parlare con il capo della comunicazione Massimiliano Tarantino, che ha spiegato al Foglio la posizione del gruppo. “La libreria assaltata si trova a Torino”, ha detto. A Porta Nuova, sì. “Ma posso dirvi che il fatto è del tutto casuale”.
In che senso “casuale”? “I ragazzi sono entrati semplicemente perché erano inseguiti dalla digos, perché erano terrorizzati dalla polizia, per questo hanno vandalizzato. Lo hanno fatto, sì, ma solo perché erano mossi dall’impeto”. E anche noi, in effetti, abbiamo pensato che gli impetuosi non potessero esecrare tanto una Feltrinelli. “Non odiano noi”. No. Fosse stato un atto politico, poi, non avrebbero certo assaltato un presidio rosso. “Certo che no. Avrebbero scassinato una banca americana o una magari Mondadori!”.
Non c’è dubbio. “E poi noi, pensando tanto ai ragazzi che hanno buttato giù due scaffali, stiamo guardando il dito anziché la luna”.
“Li hanno buttati giù. Ma chi se ne frega”. Beh, insomma. “Mi scusi, ma cosa dovremmo dichiarare?”. Sarà che siamo affezionati alle vostre librerie, da largo Argentina a viale Libia, dove incontriamo spesso Christian Raimo. “Abbiamo messo un cartello fuori dal negozio a Torino, e tanto basta”. E che c’è scritto? “Che i librai e le libraie ringraziano calorosamente i concittadini e le concittadine”. E i maranzi e le maranze? “Non si tratta di ringraziarli, loro, né di condannarli”. Ma…? “Ma di capirli”. E’ questa la posizione di Feltrinelli? “Sì. Noi crediamo che il fenomeno sia sociale, congiunturale”.
Cioè? “Che sia molto più grande rispetto ai danni di una singola libreria”. Chiaro. Auguriamo a tutti i commercianti, da Milano a Torino, di essere indulgenti quanto lo siete voi. “A noi libri non ne hanno rubati”. Hanno rubato Nike e Vuitton. “Neppure un libro è scomparso”. Per questo, su Instagram, li difende Saviano e non Arnault?
“Questi ragazzi hanno sollevato un punto di attenzione”. Status symbol e virtue signaling. “Noi siamo stati invasi, sì, e siamo rimasti sconvolti. Ma il danno non può essere ridotto a un vetro”. Qual è il danno? “Il danno è quello delle giovani generazioni. Non soltanto italiane ma ancor prima europee”.
(da Il Foglio)
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Ottobre 21st, 2026 Riccardo Fucile
“È L’OTTAVO PACCHETTO SICUREZZA VARATO DA GIORGIA MELONI IN QUATTRO ANNI. DUE PACCHETTI ALL’ANNO, DI CUI SEI DECRETI LEGGE: ANTI-RAVE, CUTRO SUGLI SCAFISTI, CAIVANO CONTRO LE BABY-GANG, BLOCCO STRADALE, COLTELLI E DASPO URBANO, E ADESSO QUESTO. I PENALISTI CALCOLANO CHE SIANO STATI INTRODOTTI ALMENO 57 NUOVI REATI E I RISULTATI NON SONO STATI BRILLANTISSIMI… UNA FORMA GRAVE DI INCONTINENZA LEGISLATIVA, FORSE FISIOLOGICA IN UN GOVERNO COSÌ LONGEVO DA AVERE ORMAI BISOGNO DEL PANNOLONE, O DELL’UROLOGO. ANZI DEL GIUROLOGO, LO SPECIALISTA CHE CURA LE DISFUNZIONI DELLE VIE GIURIDICHE”
Ora che abbiamo il nuovo reato di «partecipazione violenta a una manifestazione», possiamo stare tranquilli. Prima non c’era, ed è sicuramente sfruttando questa lacuna che le orde di teppisti hanno potuto saccheggiare indisturbate il centro di Milano. E poi c’è il fermo preventivo esteso ai minori, l’imputabilità degli under-18, l’arresto in flagranza differito, il “chi rompe paga” in caso di danneggiamenti.
È l’ottavo pacchetto sicurezza varato da Giorgia Meloni in quattro anni. Due pacchetti all’anno, di cui sei decreti legge: anti-rave, Cutro sugli scafisti, Caivano contro le baby-gang, blocco stradale, coltelli e Daspo urbano, e adesso questo.
I penalisti calcolano che siano stati introdotti almeno 57 nuovi reati (da quello per maternità surrogata all’omicidio nautico) e 60 aggravanti, oltre a un aumento complessivo delle pene per 500 (cinquecento) anni di carcere. Mezzo millennio di galera: nemmeno Rocco (quello del codice) e i suoi fratelli sarebbero riusciti a tanto. Purtroppo i risultati non sono stati – diciamo – brillantissimi, soprattutto per una coalizione che ha fatto della sicurezza il suo cavallo di battaglia.
Per fermare i maranza, ci siamo ammalati di decretanza: una forma grave di incontinenza legislativa, forse fisiologica in un governo così longevo da avere ormai bisogno del pannolone, o dell’urologo. Anzi del giurologo, lo specialista che cura le disfunzioni delle vie giuridiche.
Ci vorrebbe uno veramente bravo, per esempio Roberto Calderoli, il ministro leghista: ve lo ricordate, nel 2010, armato di piccone e di torcia, che dava fuoco agli scatoloni delle leggi inutili? Beh, adesso la pira sarebbe molto più alta. Ma lui ha altro per la testa, deve mandare avanti la sua riforma dell’autonomia differenziata, che se passerà darà origine a tonnellate di norme, decreti e regolamenti, regionali però.
Dispiace un po’, peraltro, che il consiglio dei ministri abbia scartato la proposta di dare ai militari poteri di polizia giudiziaria. Perché ad ammanettare i delinquenti (veri o presunti) devono essere solo poliziotti e carabinieri? Perché non anche pompieri, forestali, bidelli, cacciatori e personal trainer? Perché non gli iscritti all’Associazione Combattenti Decima Mas? E perché non riesumare quella benemerita figura del regime, il capofabbricato, che sorvegliava gli inquilini sospetti? Del resto, il generale con la vestaglietta l’ha detto chiaramente: «Andremo a cercarli casa per casa».
Non è nostra intenzione, comunque, tarpare le ali alla creatività normativa di Giorgia nostra. Al contrario, la incoraggiamo ad andare fino in fondo. Una volta sistemati gli spaccavetrine, si occupi degli scassamaroni che ammorbano la vita quotidiana dei cittadini.
Potrebbe introdurre, per esempio, il reato di vivavoce (perché siamo condannati ad ascoltare che sugo sta preparando tua suocera?) con aggravante se commesso sul Frecciarossa, il reato di happy hour (se più di cinque persone ingombrano il marciapiede schiamazzando e bevendo uno spritz) e, per baristi e ristoratori invadenti, quello di tavolino selvaggio. O il reato di lancio della cicca accesa, o di abbandono di monopattino (ergastolo in caso di lesioni al passante che inciampa). Basta buonismo! Tolleranza zero: nessuno scassamaroni deve restare impunito.
Riccardo Chiaberge
per Dagospia
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Ottobre 21st, 2026 Riccardo Fucile
RESE ACCESSIBILI 400.000 MAIL: GLORIFICAZIONE DEL NAZISMO, MINACCE CONTRO EBREI E MIGRANTI, CONVOLTI ESPONENTI DI PRIMO PIANO DEL PARTITO… FECCIA CHE DOVREBBE ESSERE IN GALERA DA ANNI
L’estrema destra tedesca dell’Afd sta cercando di limitare i danni d’immagine dopo l’attacco
hacker agli account di posta elettronica del partito – lo Spiegel parla di 11 account – ma è già al centro di aspre critiche a causa del contenuto del materiale hackerato. Il partito di Alice Weidel ha ammesso che durante l’incidente avvenuto a settembre sono “trapelate grandi quantità di dati”.
All’inizio della settimana, alcuni sconosciuti hanno reso accessibili più di 400mila email che sarebbero provenienti dagli account di posta dell’Afd. Come riporta la Faz, l’Afd ha cercato di dare l’impressione che le email fossero vecchie e non contenessero informazioni rilevanti per la valutazione pubblica del partito. Per l’Afd si tratta di un grave incidente digitale anche perché stando allo Spiegel, nella fuga di dati si trovano anche episodi finora sconosciuti.
Come riporta la Zdf, le email documenterebbero riferimenti a Hitler, simboli nazisti, dichiarazioni antisemite e messaggi contro i migranti. Emergerebbe la vicenda di un biglietto di auguri natalizi con una svastica e il saluto “Heil Hitler”, che un dirigente locale dell’Afd avrebbe attribuito a un altro esponente del partito. In un’altra comunicazione comparirebbe il saluto “Heil und Sieg”. Altri messaggi conterrebbero battute sulla possibilità di trasformare i rifugiati in borse e stivali, mentre alcune comunicazioni interne riguarderebbero accuse di negazionismo dell’Olocausto e glorificazione di Hitler rivolte a esponenti locali del partito.
Sono coinvolte anche informazioni riservate, come documenti riservati provenienti dai ministeri o verbali delle sedute delle commissioni del Bundestag. La dirigenza del partito ha presentato l’attacco hacker come un attacco al partito e alla democrazia; allo stesso tempo, ha messo in discussione la validità dei contenuti pubblicati. Sui social media numerosi commentatori ritengono che la fuga di notizie possa fornire nuovo materiale per un procedimento di messa al bando o per il procedimento di classificazione in corso.
(da agenzie)
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Ottobre 21st, 2026 Riccardo Fucile
LO SDENG DEL KAPPAO: “SE L’ESECUTIVO GIUDICA NECESSARIO RACCOGLIERE RISORSE AGGIUNTIVE PER LA MANOVRA, “ALLORA TUTTE LE AZIENDE CHE HANNO UTILI SUPERIORI A 500 MILIONI, POTRANNO CONTRIBUIRE” … PERCHÉ PALAZZO CHIGI NON BATTE CASSA A ENEL, ENI, POSTE, FERRARI, LAMBORGHINI, LEONARDO, ETC.? INSOMMA, CARA GIORGIA, “DEVE ESSERCI RISPETTO RECIPROCO”
I già survoltati otoliti di Giorgia Meloni non se lo aspettavano di finire sballottati, fino ad andare in tilt, da un tostissimo intervento dell’amministratore delegato di Intesa, Carlo Messina.
Davanti alla richiesta di ulteriori 5 miliardi di euro a carico del settore del credito e assicurativo per sostenere la legge di bilancio 2027, approfittando del palco del Forum internazionale dell’agricoltura e dell’alimentazione di Coldiretti, il banchiere romano non l’ha toccata piano: “Non c’è un solo settore che deve pagare in un momento di difficoltà, anche a fronte di accordi già presi. Noi l’anno scorso abbiamo raggiunto un accordo per un contributo triennale che sarebbe stato quello richiesto alle banche per i prossimi tre anni. Io ci ho creduto”.
Non mancando di ricordare di essere stato contattato personalmente da Giorgia Meloni lo scorso anno per raggiungere l’intesa con il mondo bancario, Messina ha aggiunto il carico: “Noi avevamo proposto di farlo solo annuale, ma ci hanno detto di farlo triennale perché così si sarebbe data stabilità al bilancio pubblico e anche alle banche”.
Gli “accordi” di cui parla Messina fanno riferimento a un’intesa fiscale raggiunta per garantire un gettito complessivo di circa 10,5 miliardi di euro distribuiti nel periodo tra il 2026 e il 2029, presentati dal governo come una soluzione per assicurare risorse ai conti pubblici senza introdurre una tassa sugli extraprofitti
Dopo alcune conformi dichiarazioni d’amor patrio (“Noi abbiamo sempre aiutato il governo e continueremo a farlo”, “Le banche sono pronte a fare di tutto per far funzionare correttamente questo Paese’’, “L’interesse del governo è l’interesse delle banche”), lancia in resta, Messina è partito alla carica dei capoccioni del governo.
Primo: “Deve esserci rispetto reciproco”.
Secondo: “Noi siamo degli amministratori per conto dei nostri azionisti, e non possiamo prendere delle responsabilità per delle cose che vengono fatte in modo non trasparente e non coerenti con quelli che erano gli accordi presi”.
Terzo: “Oggi si parla moltissimo degli utili delle banche. Ma quello che non si dice è che a fronte dei 50 miliardi di utili, lo Stato incasserà 25 miliardi di imposte”. Il che significa che “Quest’anno 25 miliardi di euro di spesa pubblica sarà finanziata dalle banche”.
Quarto, e qui scoppia la bomba: Se l’esecutivo giudica necessario raccogliere risorse aggiuntive per la manovra, “allora tutte le aziende che hanno utili superiori a 500 milioni, quelle aziende che guadagnano tanto, potranno contribuire”.
Non solo. Messina aggiunge anche possibili questioni di costituzionalità: “Perché non puoi andare contro un settore, contro una categoria, quella bancario-assicurativa. Per questo ci deve essere un’attenzione a fare in modo che sia generalizzata la visione su questi interventi”.
Infatti, tra le società italiane che hanno registrato bilanci con utili superiori ai 500 milioni di euro, non ci sono solo istituti di crediti e assicurazioni.
Perché Lor Signori non battono cassa, per sostenere la malconcia legge di bilancio 2027, a Enel, Eni, Poste, Ferrari, Lamborghini, Leonardo, etc.?
Ecco l’elenco delle aziende con più di 500 milioni di euro di utile:
1. UniCredit: 9,5 miliardi di euro
2. Intesa Sanpaolo: 7,7 miliardi di euro
3. Enel: 7,0 miliardi di euro
4. Assicurazioni Generali: 3,5 miliardi di euro
5. Eni: 2,6 miliardi di euro
6. Poste Italiane: 2,0 miliardi di euro
7. Ferrari: 1,6 miliardi di euro
8. BPER Banca: 1,5 miliardi di euro
9. Automobili Lamborghini: 1,4 miliardi di euro
10. Mediobanca: 1,3 miliardi di euro
11. Banco BPM: 1,2 miliardi di euro
12. Snam: 1,1 miliardi di euro
13. Monte dei Paschi di Siena: 1,0 miliardo di euro
14. Terna: 800 milioni di euro
15. A2A: 650 milioni di euro
16. Hera: 500 milioni di euro
Ad aggiungere benzina ci ha pensato anche il presidente di Intesa, Gian Maria Gros-Pietro, spiegando che i soci hanno già concesso fiducia a “un contratto che non viene osservato”. Un atteggiamento che “non perdonerebbero una seconda volta”.
(da Dagoreport)
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Ottobre 21st, 2026 Riccardo Fucile
FONTANA E ROMEO CON LUI, SI VOTERA’ A SCRUTINIO SEGRETO… “NON SIAMO UN PARTITO DI ESTREMA DESTRA”
Alla fine le 80 firme sono arrivate. Massimo Garavaglia ha raccolto le sottoscrizioni
necessarieper candidarsi alla segreteria della Lega e sfidare Matteo Salvini al congresso straordinario del partito, in programma sabato 24 e domenica 25 ottobre a Milano. Il senatore ed ex ministro del Turismo del governo Draghi è riuscito a raggiungere la soglia prevista dal regolamento, che richiede il sostegno di almeno 80 delegati provenienti da quattro regioni diverse, in tempo per la scadenza delle 13 di oggi, mercoledì 21 ottobre. Un risultato tutt’altro che scontato, considerando che la candidatura era stata annunciata appena una settimana fa e che la raccolta firme, raccontano, avrebbe incontrato più di qualche resistenza da parte del cerchio magico del segretario.
Con due candidati in corsa, il congresso dovrà scegliere un nuovo leader attraverso un voto a scrutinio segreto. Saranno circa 700 i delegati chiamati a esprimersi, 400 eletti e 300 di diritto, gli stessi delle precedenti assise di Firenze, dove nell’aprile 2025 Salvini era stato riconfermato per acclamazione. Questa volta, invece, il vicepremier dovrà misurarsi con uno sfidante espressione dell’ala nordista del Carroccio, che da mesi chiede un cambio di rotta sulla linea politica e sulla gestione interna del partito.
Il sostegno dei lombardi e la scelta di Zaia
A sostenere Garavaglia sono soprattutto i dirigenti lombardi. Dalla Lombardia, a quanto si apprende, sono arrivate infatti oltre 50 delle 80 firme necessarie, tra cui quelle del governatore Attilio Fontana e degli assessori regionali Massimo Sertori e Claudia Terzi. Al fianco dell’ex ministro c’è anche il capogruppo al Senato e segretario regionale Massimiliano Romeo, tra i più attivi nel contestare la linea dell’attuale Lega. Una decina di sottoscrizioni sono arrivate invece dal Veneto, mentre le altre provengono dal Piemonte e dal Trentino. Proprio in Veneto, l’ex governatore Luca Zaia avrebbe scelto di non firmare per nessuno dei due candidati, posizione condivisa anche da alcuni suoi ex assessori.
La candidatura dell’ex ministro punta a dare rappresentanza ai leghisti in rotta con il Carroccio sovranista: «La Lega è la Lega, non è di estrema destra. Siamo federalisti e siamo il partito dei territori», aveva spiegato Garavaglia annunciando la propria discesa in campo. L’obiettivo è riportare al centro dell’agenda politica del Carroccio le richieste dei territori, delle partite Iva e delle piccole e medie imprese, recuperando il rapporto con l’elettorato settentrionale. Saranno questi i temi al centro della sua mozione, da presentare al congresso.
Garavaglia, vicino al ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, ha però messo in chiaro la posta in gioco: nessuna rottura definitiva all’orizzonte. «È sicuramente una candidatura di testimonianza e politica. Non mi pongo il tema del risultato, ma che si discuta serenamente e anche, se vogliamo, gioiosamente», ha spiegato. Perché «la mia candidatura è per unire, non per dividere». L’orizzonte resta quello delle prossime elezioni politiche, alle quali il Carroccio dovrebbe in questo modo arrivare compatto, per poi valutare un nuovo congresso aperto anche ai militanti. Tra le proposte sostenute dall’area nordista c’è anche il modello tedesco della Cdu-Csu, che piace anche a Zaia, con una maggiore autonomia delle componenti territoriali.
Le tensioni interne e la nuova segreteria di Salvini
La tensione intanto resta alta. Nei giorni scorsi, in provincia di Bergamo, sono comparsi striscioni a sostegno dello sfidante, con slogan come «Congresso farsa, il Nord non fa la comparsa» e «Basta cerchi magici, Garavaglia segretario». Una polemica sulla quale è intervenuto oggi su X anche il senatore salviniano Claudio Borghi: «Quindi suppongo che quello che fino a ieri per qualcuno era il “congresso farsa” magicamente adesso si trasforma nel congresso verissimo (come è sempre stato)».
Durante la raccolta delle firme, lo stesso Garavaglia ha raccontato di aver sentito «voci un po’ particolari. Può essere che qualche dirigente abbia voluto essere più realista del re», ha spiegato ieri in un’intervista a Repubblica interrogato sull’ipotesi di boicottaggi. Salvini, dal canto suo, sta lavorando a un nuovo simbolo del partito e alla composizione di una segreteria politica con cui condividere la gestione della Lega fino alle elezioni, magari allargata proprio all’ala nordista che con il congresso e l’ex ministro in campo, avrà ora l’opportunità di pesarsi.
(da agenzie)
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Ottobre 21st, 2026 Riccardo Fucile
“I GIOVANI HANNO ASPETTATIVE BLOCCATE E FATICANO A TROVARE UN LAVORO”
Ai giovani sono state «bloccate le aspettative» dice Mario Draghi a proposito delle proteste scoppiate tanto in Italia, quanto nel resto d’Europa. Casi diversi tra loro, ma con un unico elemento comune: il voto imminente e di estrema importanza. L’ex presidente della Bce e ex premier lo ha spiegato in un’intervista a Bloomberg, in cui individua nelle aspettative bloccate la chiave per leggere il disagio di una generazione. Draghi dice chiaramente che la violenza «va condannata in ogni circostanza». Gli attori politici, le dinamiche delle folle e gli scontri, precisa, possono aggravare la situazione, ma restano fattori amplificatori. «Sono amplificatori, più che spiegazioni» del disagio, che affonda le radici nella mancanza di crescita e nel senso di esclusione di chi cerca ancora il proprio posto.
Le proteste a un anno da «elezioni cruciali»
«Non è affatto semplice spiegare queste rivolte in tre Paesi diversi; ognuno ha le proprie motivazioni specifiche», dice Draghi. L’unico filo rosso sono le elezioni dell’anno prossimo, ma per lui «questa è solo la cornice». La spiegazione più solida, aggiunge, sta altrove: «i giovani hanno la sensazione che nessuno li ascolti». Lo scambio è avvenuto con Lisa Abramowicz, che durante la conferenza di Citadel Securities gli ha chiesto delle immagini dei disordini arrivate nel fine settimana da Parigi e Milano.
Che cosa chiedono davvero le nuove generazioni
Il ragionamento parte da un’idea in apparenza semplice: «La maggior parte delle persone vuole crescita e giustizia sociale, o crescita con giustizia sociale. Per i giovani, la giustizia sociale significa giustizia fra generazioni. E quando non c’è crescita, diventa molto difficile mantenerla». Secondo Draghi è questo a «generare ansia». I ragazzi percepiscono le dinamiche sociali come bloccate, una strada del tutto bloccata, «faticano a trovare un impiego» e si trovano davanti «una società in rapidissima trasformazione tecnologica», senza sentirsi preparati ad affrontarla.
L’Europa ha un problema di crescita
Draghi cerca una spiegazione più profonda delle singole circostanze politiche. «Tutta l’Europa ha avuto e ha un problema di crescita, di crescita che manca». Le previsioni, osserva, sono state riviste leggermente al rialzo e l’economia sta andando un po’ meglio. La condizione di fondo però resta quella di «una società ricca, certamente, anziana e che non cresce».
Chi comanda quando l’economia ristagna
Nelle fasi di stagnazione, spiega l’ex premier, chi ha già un lavoro e una posizione conserva il proprio vantaggio, mentre per i più giovani diventa più difficile farsi spazio. «Quando non c’è crescita, a comandare sono quelli che occupano già le posizioni, gli anziani». Da qui nasce, secondo Draghi, la sensazione dei ragazzi di non avere voce, e la convinzione che l’Europa offra poche possibilità di avanzare a chi non ha ancora un lavoro, una posizione, un futuro definito.
(da agenzie)
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Ottobre 21st, 2026 Riccardo Fucile
IL LAVORO E’ DIVENTATO SFRUTTAMENTO E PRECARIATO, LA CASA UN PRIVILEGIO, LA SALUTE E L’ISTRUZIONE NON SONO PIU’ ALLA PORTATA DI TUTTI, I SALARI INFERIORI A 20 ANNI FA, L’INFORMAZIONE IN MANO AL REGIME SOVRANISTA CHE SEMINA ODIO
Le proteste della gen Z in Europa – da Milano a Parigi, passando per la Spagna e l’Albania, –
sono le proteste di una generazione che non ce la fa più. Sono scoppiate per ragioni diverse – da contestazioni sulla scuola, sulla casa e contro il carovita – ma hanno un filo rosso che le attraversa: l’esasperazione totale per un modello economico, sociale e culturale che esclude e che schiaccia, che annulla qualsiasi prospettiva sul futuro e mette costantemente in discussione la sopravvivenza del presente.
Viviamo in un sistema violento, dove il lavoro è diventato sinonimo di sfruttamento e precariato, dove una casa dignitosa è un privilegio, dove la salute non è più alla portata di tutti. Il benessere venduto dalla società capitalista occidentale si è piano piano rivelato per ciò che è: utopia delle masse, appannaggio di pochi.
Eppure, in questi giorni agitati, a scandalizzare non sono state le ragioni di questa presa di consapevolezza collettiva, quanto le forme dei suoi effetti. Sulla violenza del sistema si continua a tacere. Ma quella di chi lo mette in discussione è diventata bersaglio dell’indignazione collettiva, a partire dai media. Leggiamo sui giornali e sentiamo i soliti commentatori ripetere che “la violenza va condannata senza se e senza ma”, un’espressione scontata e retorica che impedisce di raccontare la complessità e le mille sfaccettature del momento storico che stiamo vivendo.
La violenza del sistema
Il drammaturgo tedesco Bertold Brecht, circa cent’anni fa, scriveva che “tutti vedono la violenza del fiume in piena, nessuno vede la violenza degli argini che lo costringono”.
Quella di Brecht è un’opera che torna particolarmente attuale proprio in questi giorni. E infatti, negli spazi dove non prevale il racconto mainstream di ciò che sta accadendo, ritroviamo diberso richiami anche al “Libro delle Svolte”:
Ci sono molti modi di uccidere una persona: si può infilare a qualcuno un coltello nel ventre, togliergli il pane, non guarirlo da una malattia, ficcarlo in una casa inabitabile, massacrarlo di lavoro, spingerlo al suicidio, farlo andare in guerra. Solo pochi di questi modi sono proibiti nel nostro Stato.
I giovanissimi scesi in piazza in questi giorni vedono il mondo per quello che è. Un mondo in cui il “sogno americano” è morto e sepolto. Non è vero che impegnandosi a scuola si avranno mille opportunità nel mondo del lavoro. Non è vero che un buon impiego proteggerà dalla povertà. Non è vero che facendo i giusti sacrifici si costruirà una casa confortevole.
E il “sogno europeo”, non esiste più: la sanità pubblica cade a pezzi e curarsi non è più un diritto ma un privilegio, il welfare è stato picconato da privatizzazioni continue che hanno reso il benessere sinonimo di lusso, le comunità dove ci si prende gli uni cura degli altri sono state sfasciate da sovranismi vari ed eventuali.
E tutto questo ha devastato un’intera generazione. Che ora è parecchio arrabbiata.
Una generazione senza futuro
Le piazze del fine settimana sono state descritte come una manipolo di “maranza” violenti, un’orda di vandali in preda a una furia cieca, da condannare senza se e senza ma. Però questa è un’interpretazione parziale, paternalista e francamente piuttosto iniqua, architettata da chi non ha alcun interesse a riconoscere le ragioni e le origini di un malessere profondo. Eppure, nonostante tutto, è una narrazione che funziona.
Perché alla fine l’opinione pubblica si lascia indignare di più per la vetrina di una multinazionale rotta che per il fatto che oltre quel vetro ci siano oggetti che costano come le case in cui la maggior parte delle persone vive. Che oltre quel vetro lavorino persone con stipendi che in un anno non arrivano alle stesse cifre che vengono spese in un giorno lì dentro da una manciata di persone.
Da quando ci viene più facile difendere la proprietà privata – attenzione, quella di un brand multimiliardario, mica del negozio dell’artigiano che in quello spazio ci ha condensato il lavoro di una vita – invece che gli altri diritti che vengono quotidianamente violati: quello alla salute, alla casa, al lavoro?
L’indignazione dell’opinione pubblica
Ci scandalizziamo perché dei ragazzi hanno rubato delle scarpe o delle felpe, ma non per il fatto che la società in cui viviamo abbia normalizzato i costi esorbitanti di quelle scarpe e di quelle felpe. Social network e piattaforme hanno contribuito alla narrazione per cui sia perfettamente ordinario avere addosso ogni giorno migliaia e migliaia di euro, o telefoni che costano più di una rata di affitto. Tutti mostrano uno stile di vita che però nessuno può davvero permettersi.
Il punto è che non sono più solo i simboli di uno status privilegiato, di ricchezza e agio, a essere fuori portata. Non è solo questione di un ascensore sociale rotto che non permette di migliorare le proprie condizioni di partenza. L’ordinaria sopravvivenza, ormai, diventa prerogativa di pochi. Eppure la maggioranza – quella che fatica a fare la spesa e a pagare le bollette, la stessa che si ritrova a fare delle scelte tra beni di prima necessità perché costano troppo e con gli stipendi da fame ormai non ci si assicura più nemmeno il minimo indispensabile – è più scombussolata da qualche episodio di quelli che negli anni Settanta sarebbero stati definiti “espropri proletari” nelle catene della grande distribuzione.
Le proteste di questi giorni sono il sintomo di una profonda ingiustizia sociale, di un sistema politico ed economico emarginante, sinceramente violento, che ha escluso un’intera generazione dallo sguardo al futuro. E non si è fermato lì, ha anche ridotto questa generazione al silenzio.
Ridotti al silenzio
Perché non va bene la rabbia, che è violenta e rompe le vetrine. Ma non va nemmeno bene sedersi pacificamente in mezzo a un’autostrada per denunciare la catastrofe climatica, perché fa arrivare “i grandi” in ritardo al lavoro mentre il mondo brucia.
Non va bene lanciare vernice lavabile contro i palazzi, perché lì dentro c’è chi prende decisioni che devono andare bene a tutti, e non va disturbato. Non va bene lamentarsi dello sfruttamento, perché gli scansafatiche non piacciono a nessuno. E non va nemmeno bene piantare le tende in piazza contro il caro affitti, perché è un comportamento da viziati che vogliono tutto senza essere disposti a fare nulla.
Eccola la generazione nelle piazze di tutta Europa. Una generazione inascoltata, marginalizzata, vessata. Una generazione che dovrebbe essere il futuro di tutti, ma alla quale è stato impedito di immaginare il futuro, distruggendone il presente un pezzo alla volta. Una generazione che protesta in modo apartitico, ma incredibilmente politico. Le manifestazioni non sono state organizzate nei luoghi tradizionali delle mobilitazioni, dai partiti ai sindacati: c’è stato un passaparola via social, emblema della profonda distanza che ormai si è cicatrizzata rispetto a quegli spazi.
L’incapacità della politica
Del resto la politica sta facendo di tutto per ampliare il divario. Una parte sta dando sfogo a tutta la retorica razzista e securitaria di cui è capace, parlando di “orde di maranza” violenti e chiamando l’esercito a fare da vedetta a negozi e supermercati. Mentre l’altra parte è più impegnata a prendere le distanze e condannare la rabbia che non trova nemmeno un secondo per provare a comprendere quale sia la sua origine. A puntare il dito “contro la violenza senza se e senza ma”, senza nemmeno chiedersi cosa sia davvero violento al giorno d’oggi.
(da fanpage)
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