Giugno 9th, 2026 Riccardo Fucile
SALVINI È STRETTO IN UNA MORSA: MENTRE L’EX GENERALE DRENA IL CARROCCIO DA DESTRA, LA NOMINA DI LUCA ZAIA COME VICESEGRETARIO “AL NORD” SANCIRÀ LA FINE DELLA LEGA “SOVRANISTA” E IL RITORNO DEL TERRITORIO
Tante volte nei 12 anni e mezzo di leadership leghista, Matteo Salvini è stato in affanno. Spesso a un passo dal baratro. Eppure, dal Papeete in poi sono trascorsi 7 anni, ma il vicepremier è riuscito sempre a cavarsela. Solo che adesso la sua parabola sembra aver imboccato la definitiva parabola discendente.
Comunque vada, non sarà più il leader incontrastato nel partito. Quello che ha trasformato la Lega Nord in Lega per Salvini premier, denominazione di un tempo andato, che oggi non è più al passo con i tempi. La figura dell’ex presidente della regione Veneto, Luca Zaia, incombe.
La concorrenza a destra di Roberto Vannacci sta lasciando il segno, sia in termini di immagine che di sondaggi. Certo, non preoccupa il peso elettorale dei singoli parlamentari che vanno via: da Laura Ravetto a Domenico Furgiuele, nessuno è un “acchiappavoti”.
Ma il contraccolpo mediatico si avverte. E c’è poi un fattore economico che non può essere trascurato: la perdita di 5 deputati, passati con Futuro Nazionale alla Camera, comporta il caldo di circa 350mila euro di trasferimenti della Camera. Ogni eletto garantisce una dota ai gruppi. Quindi ogni singolo addio ha un peso sul bilancio.
Qualche numero aiuta a orientarsi. Nel 2024 il gruppo leghista a Montecitorio ha ricevuto un contributo di poco superiore 4,6 milioni di euro, chiudendo in disavanzo di 52mila euro.
Il partito di Salvini, d’altra parte, ha spesso chiuso con un sostanzioso segno positivo la rendicontazione dei gruppi: nella scorsa legislatura sul conto bancario
del gruppo della Lega c’erano oltre 5 milioni di euro, accantonati nei vari anni, quando i salviniani avevano una presenza massiccia in Parlamento.
Sono soldi fondamentali: vengono impiegati in gran parte per l’assunzione del personale, ma servono anche per la comunicazione e i servizi studi. Non è una questione secondaria, in vista di una campagna elettorale delicatissima per la sopravvivenza del partito di Salvini.
Al di là della questione finanziaria, c’è il tema politico. Il consiglio federale di domani segna un punto di svolta. Il segretario e vicepremier deve comunque prevedere la road map per cedere almeno una porzione di potere. «È un compromesso inevitabile», secondo la versione dei leghisti alla Camera.
Non si può tirare avanti come se nulla fosse accaduto, anche perché il fenomeno Vannacci è stato gonfiato proprio da Salvini che gli ha garantito un taxi per l’Europarlamento con la candidatura del 2024. La resa dei conti era stata rinviata nell’immediato. Ora, con i sondaggi a picco, non può essere rinviabile. La formula di Zaia come leader dell’ala nordista è l’unica praticabile: i pieni poteri tra Veneto, Lombardia e Friuli-Venezia Giulia lascerebbero all’attuale segretario le regioni con minore radicamento e anche minori risorse.
(da EditorialeDomani)
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Giugno 9th, 2026 Riccardo Fucile
SE ENTRA NELLA COALIZIONE SOVRANISTI AVANTI DI DUE PUNTI SUL CAMPO LARGO, SE NON ENTRA IL CAMPO LARGO VINCE CON 2,4 PUNTI DI VANTAGGIO
Swg ha ipotizzato due scenari contro il Campo Largo. Uno con Futuro nazionale dentro la
coalizione di centrodestra, l’altro con il nuovo partito che corre da solo. E che in quel caso da solo vale oltre il 5 per cento
Futuro Nazionale, con il generale Roberto Vannacci, potrebbe dare un contributo non da poco alla coalizione di centrodestra: per la precisione ben due punti percentuali. Questi i dati che emergono da un sondaggio SWG realizzato per La7, che ha misurato il consenso delle coalizioni in due scenari distinti: uno con Futuro Nazionale all’interno del centrodestra e uno con il movimento fuori.
Ipotesi 1: Futuro nazionale è con il centrodestra
Nel primo scenario, SWG ipotizza una coalizione di centrodestra composta da Fratelli d’Italia, Lega, Forza Italia, Noi Moderati e Futuro Nazionale. In questo caso, il centrodestra raggiungerebbe il 47,1%, superando il Campo Largo fermo al 45,1%. Il campo largo includerebbe Partito Democratico, Movimento 5 Stelle, Alleanza Verdi-Sinistra, Italia Viva, +Europa e Avanti PSI. A seguire Azione al 4,3%, altri partiti al 3,5%.
Ipotesi 2: Futuro nazionale corre da solo
Nella seconda simulazione, con Futuro Nazionale fuori dalla coalizione di centrodestra, le forze di governo scenderebbero al 42,6%. E il Campo Largo si attesterebbe, invece, al 45,0%,. Da solo Vannacci, con questo scenario, raccoglierebbe il 5,2% dei consensi. A seguire Azione 3,9% e altri 3,3%.
(da agenzie)
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Giugno 9th, 2026 Riccardo Fucile
L’ENNESIMA LITE CON NETANYAHU INCORONA UNA POLITICA ESTERA POVERA DI IDEE E RICCA DI COLPI A VUOTO
Una delle misure della disperazione di Donald Trump è l’umiliante pervicacia con cui è costretto a rincorrere gli alleati, che talvolta si aggiungono agli avversari nella lista dei soggetti da tenere a freno. Il caso in questione è naturalmente Benjamin Netanyahu.
Il presidente ha in modo perentorio detto che «Israele e Iran devono immediatamente smettere di sparare», dopo lo scambio di missili del fine settimana. Poi ha aggiunto: «Entrambe le parti, Israele e Iran, stanno cercando di arrivare a un immediato cessate il fuoco! I negoziati finali sulla “pace” stanno procedendo, ma devono sottostare all’ignoranza o alla stupidità che si mettono in mezzo. L’embargo resterà in vigore e in piena forza fino a che un “accordo finale” non sarà raggiunto. Le cose devono procedere rapidamente».
Giusto il giorno prima Trump si era prodotto in un coro di reprimende contro il primo ministro israeliano, che disgraziatamente crede di essere alla guida degli eventi in Medio Oriente, quando invece «sono io che comando», come ha detto nella solita sventagliata di interviste arrabbiate.
Una settimana fa si era prodotto nella performativa esibizione di molte parole con la effe in telefonate infuocate con l’alleato che continua ad attaccare il Libano quando la Casa Bianca intima di smetterla e poi riaccende il conflitto con l’Iran che l’altro tentava invano di raffreddare.
L’ennesimo battibecco con Netanyahu, che finora lo ha indotto a fare tutto quello che chiedeva o quasi, incorona una politica estera povera di idee strategiche e ricca di colpi a vuoto. Nella tempestosa intervista a Meet the Press, finita con il presidente che lascia indignato lo studio, ha perfino detto di non avere «mai
garantito niente nuove guerre» – e del resto «perché avrebbe dovuto costruire il più grande esercito del mondo?» – cosa sostanzialmente e tecnicamente falsa, visto che ha passato anni, anzi decenni, a ritagliare la sua identità politica con le forbici dell’isolazionismo e del disimpegno, in aperta opposizione con le avventure militari costruite sui pilastri dell’imperialismo americano.
Il negoziatore Trump ha sempre presentato l’imprevedibilità come una risorsa, proponendo continue variazioni sul tema tattico presentato molti decenni fa da Nixon con la sua “madman theory”. Ma applicata al Medio Oriente l’imprevedibilità trumpiana non produce una leva vantaggiosa, ma uno stallo senza risoluzione. Le tregue annunciate su Truth non sopravvivono al comunicato successivo, e dopo l’ultimo abbozzo di cessate il fuoco Netanyahu ha fatto sapere che l’esercito avrebbe continuato a colpire il Libano meridionale «come previsto», e il ministro della Difesa ha negato l’esistenza di una qualche tregua. Teheran fa lo stesso, e mentre il Trump assicura che i negoziati procedono «molto bene», il ministro degli Esteri, Abbas Araghchi, smentisce qualunque progresso.
Il risultato è che la politica estera di Trump gira a vuoto. L’embargo sui porti iraniani, che il tycoon definisce «la cosa più potente», serve in teoria a strappare un «accordo finale» di cui però nessuno conosce i termini. C’è poi il processo di erosione sul fronte interno, con la Camera che ha approvato, grazie al concorso di alcuni repubblicani, una risoluzione per limitare i poteri di guerra del presidente.
Ogni mossa di Trump è una reazione a uno stimolo precedente, non il tassello di un disegno strategico, e questo suo essere reattivamente in balia di eventi che suscita e alimenta ma non controlla è la cifra della indecifrabile postura della sua amministrazione.
(da editorialedomani.it)
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Giugno 9th, 2026 Riccardo Fucile
COSA NON TORNA NEL DIETROFRONT
Punta del Este. La ritrattazione di Graciela consegnata a un notaio il 29 maggio scorso va
letta con attenzione per comprendere se, e su cosa, abbia davvero fatto dietrofront. E per farlo bisogna sapere quel che ha detto e documentato al Fatto tra aprile e maggio. Analizziamolo punto per punto.
“Riguardo alla signora Nicole Minetti – dichiara Graciela al notaio – durante tutto il tempo in cui ho lavorato nella tenuta “Gin Tonic”, non ho mai presenziato né in alcun modo mi consta con certezza, che la signora Minetti fosse coinvolta in una presupposta operazione orientata a cercare, coinvolgere, ingaggiare o in qualsiasi modo indurre a partecipare o invitare prostitute da nessuna parte”.
Il Fatto non ha mai scritto che lei avesse assistito personalmente ai festini. Riguardo alle “certezze” è sufficiente riportare la trascrizione di alcuni messaggi. “Nicole c’entra con l’organizzazione, è la maitresse anche oggi secondo te?”, le chiede il collega Thomas MacKinson. La domanda è centrata quindi sul suo ruolo di “maitresse”. E Graciela risponde: “Sì, lei c’entra con tutto, tutto… guarda le ragazze. Le ragazze devono fare esercizio, hanno la loro parrucchiera… Io… stiamo parlando di come era l’organizzazione fino a un anno fa. Io parlo di un anno fa. Nicole guarda le ragazze: questa mi piace, questa non mi piace…”.
Torniamo alla sua dichiarazione al notaio che riguarda “l’adozione del figlio”. Su questo Graciela spiega che “il focus dell’attenzione” di Minetti “è stato fondamentalmente diretto alla cura e all’educazione del bambino, che come ho già espresso pubblicamente, è molto allegro ed è in perfette condizioni”. Al Fatto aveva detto: “Il bambino sta sempre e solo con la tata uruguayana Fatima” e che “viveva praticamente 24 ore su 24 con lui”.
Terzo capitolo: le “molestie” subite da Giuseppe Cipriani. Graciela sostiene dinanzi al notaio: “Riguardo alla situazione con il signor Giuseppe Cipriani, indicata come molestia, devo chiarire che si è trattato di una situazione di molestia sul lavoro, conflitto risolto mediante accordo transattivo stipulato tra le parti”. Non specifica di quale tipo di molestia si sia trattato. E quindi non esclude affatto quel che ha già detto a MacKinson: “Ha cercato di baciarmi e un giorno mi ha chiesto un massaggio erotico (gli ho risposto che non facevo quel tipo di massaggio…). E l’ultimo giorno ha cercato di baciarmi di nuovo e voleva che lo toccassi. Mi sono rifiutata e la cosa non gli è piaciuta per niente”.
Per dimostrare la veridicità del suo racconto allega un messaggio inviato alla factotum di casa Cipriani: “Io non faccio quel tipo di massaggio e Giuseppe mi ha insinuato molte volte di fargli un massaggio sensuale”. Nella sua dichiarazione davanti al notaio su questo punto non ritratta una sola parola rispetto a quelle consegnate al nostro giornale.
A proposito della “copertura mediatica”, Graciela precisa: “La rivelazione del mio nome in maniera non autorizzata mi ha causato un danno enorme nella vita lavorativa e nella vita privata. Questo danno ha la sua origine nella pubblicazione del mio nome completo in un mezzo di stampa italiano, nonostante io, di fronte alla loro richiesta, abbia detto loro in maniera espressa e chiara che non autorizzavo la pubblicazione né l’utilizzo del mio nome. Hanno anche travisato alcune delle mie affermazioni”.
Il 9 maggio, giorno prima della stesura dell’intervista pubblicata l’11 maggio, MacKinson le scrive: “Allora, mi autorizzi a dire al direttore che faremo l’intervista con nome e cognome, ma con l’accordo che prima di pubblicare avrai tempo per leggere tutto e non verrà modificato dopo?”. Risposta di Graciela: “Sì”.
Il 10 maggio, alle 16:01, MacKinson le scrive: “Buongiorno, come stai? Oggi è il giorno che cambia le cose, grazie a te”, per spiegarle che scriverà l’intervista in giornata. Alle 20:29 MacKinson le invia il file Word con la bozza finale dell’intervista, pregandola di leggerla e segnalare modifiche. Graciela replica: “Lo farò più tardi stasera”. Risposta: “Devo chiudere il giornale tra un’ora, per questo te lo chiedo”. Anche ipotizzando un malinteso, in questo passaggio non ritratta nulla e non muta il contenuto delle sue dichiarazioni al Fatto.
Dal notaio Graciela assicura che proprio perché “attenta agli involontari malintesi, distorsioni e al rumore mediatico che queste pubblicazioni di carattere giornalistico hanno generato” non parlerà più con nessun giornalista. Soprattutto per “ritrovare la mia tranquillità familiare, salvaguardare i miei figli e me stessa da un’esposizione pubblica non desiderata né cercata e focalizzarmi interamente sul recupero della mia vita e sulla ricerca di un nuovo orizzonte lavorativo”.
Infine, un’informazione molto importante. Che invece di chiudere il capitolo, potenzialmente lo riapre: “Affermo la mia totale disposizione a comparire dinanzi agli ambiti istituzionali o giudiziari dove sia formalmente richiesta, al solo fine di chiarire qualsiasi dubbio o fatto che, a causa della mia inesperienza davanti ai media, possa aver causato un danno ingiustificato a terzi o alle istituzioni”. Sarebbe davvero interessante se un magistrato italiano, o qualsiasi istituzione interessata a fare chiarezza su questa vicenda, accogliesse questo suo ennesimo invito.
(da Il Fatto Quotidiano)
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Giugno 9th, 2026 Riccardo Fucile
RICORDA QUEI TIZI CHE AL BAR SI VANTANO DI AVER VINTO LA GARA DI RUTTI
La politica italiana era in crisi, ma per fortuna adesso c’è Vannacci. Il Generale Irrisolto ha creato un autentico bijou, dando vita a un partito che chiamerò qui – con approccio deliberatamente didascalico – “Trapassato Remoto”. Scrittore di livello stilistico rasoterra, e dunque di grande successo tra coloro che non hanno mai aperto un libro, Vannacci è una sorta di banalissimo Farinacci da discount, convinto (comicamente) di essere un Gigante e aduso a trattare a pesci in faccia i giornalisti, con toni patetici da bullo fuori corso. Vannacci dice le stesse cose che dicevano Meloni e Salvini in campagna elettorale quattro anni fa, però con ancora più foia e machismo d’accatto.
Noioso e prevedibile come pochi, ricorda quei tizi assurdi che, al bar, si vantano per avere appena vinto la gara di rutti. E tu gli offri una Sambuca con la mosca per levarteli di torno. Politicamente vale un’ameba, dialetticamente vale un pinolo, ideologicamente è uno Starace sensibilmente meno caricaturale. E per tutti questi motivi, al prossimo giro, prenderà parecchi voti.
Pur con tutti i suoi limiti, va però concesso al Generale Irrisolto di stare allestendo una classe dirigente di livello principesco. I meloniani sono deludenti, i renziani peggio ancora. Un disastro generalizzato. Invece in “Trapassato Remoto” il livello dei candidati è elevatissimo. La campagna acquisti del Generale Irrisolto si sta rivelando sontuosa. Un parterre de roi che pilucca dal meglio del meglio dei transfughi – figli di un Dio minore – di Fratelli di Donzelli, Lega Morta e Forza Gasparri. Quello di Vannacci è davvero un dream team autentico. Basta pensare al “Pistolero” (con rispetto parlando) Pozzolo, che dopo i fasti della celebre notte di Capodanno nel Biellese ci ha regalato pure l’incidente col Suv per “eccesso di aquaplaning”, con tanto di tasso alcolemico ampiamente fuori scala (guai però a chiamarlo “ubriaco”, altrimenti querela.
Lo chiameremo allora “Alcolicamente Sbarazzino”, con un rispetto semantico che difficilmente avrebbero usato lui e Vannacci laddove l’incidentato con troppo alcol in circolo fosse stato un vile nonché abietto migrante). Strepitoso pure l’arrivo della Ravetto, nome mitologico a lungo in Forza Italia e poi nella Lega. Decenni fa la si vedeva spesso (per sua sfortuna) in tivù, poi è caduta nel dimenticatoio: sono lontani i tempi in cui, con vivo sprezzo del ridicolo, “indossava” il broncio efferato se Aldo Busi osava farle una battuta. Se non altro, il suo sbrocco tragicomico di qualche settimana fa con una giornalista di Rai News ha ricordato ai più smemorati quanto possa essere enorme la sua perdurante impalpabilità astiosa. V
annacci (sempre con rispetto parlando) sta “raccattando” di tutto e di più. Infatti ha appena accolto altri quattro Churchill da Lega e Forza Italia. Il famosissimo Attilio Pierro (?), l’irreprensibile Gianangelo Bof (??), il garbato nonché folgorato sulla via della […] Remigrazione Domenico Furgiuele e il leggendario Davide Bergamini. Uno che, il 27 gennaio 2026, ci fece sapere quanto segue: “Passo dalla Lega a Forza Italia per non farmi trascinare a destra da Vannacci”. E che poi, con coerenza adorabile, ci rivela ora: “Ho deciso di intraprendere un nuovo percorso insieme al generale Vannacci”. Daje Bergamini!
E daje pure Antonio Maria Rinaldi, per gli amici “Bombolo”, l’esilarante economista euroscettico che farebbe tornare il buonumore financo a Scurati (forse). Una squadra simile non ce l’aveva neanche l’Olanda del ’74. Complimenti! Già che ci siamo, tra le sue ardite milizie non vorremmo che mancassero anche il Canaro, Jimmy il Fenomeno, Godzilla, Scaramacai, Pina Picierno, Leao, Emanuele “Frigna” Fiano, Nick Kamen, Minnie, la Pora Menca di Frassineto, Parenzo, Minetti & Cipriani, Capitan Harlock, Claudia Fusani, Marattin, Povia, l’Uomo Tigre, gli Oliver Onions e Pippo Franco. Stai riscrivendo la Storia, Farinacci-Vannacci: non fermarti proprio adesso!
Andrea Scanzi
(da ilfattoquotidiano.it)
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Giugno 9th, 2026 Riccardo Fucile
TRA L’ACCIAIO DELLE ARMI E L’ORO DELLE MONETE, I NUOVI “MEDIATORI”
Nel misterioso mondo neo-primitivo nel quale ci siamo oramai inoltrati, con capi di Stato
che sembrano capitribù, la guerra come prassi quotidiana di risoluzione (anzi, di non risoluzione) dei conflitti, le religioni impugnate come armi e le armi come unica religione condivisa, le istituzioni transnazionali ridotte a scatole vuote, può anche capitare che un singolo individuo molto ricco si improvvisi mediatore tra due Stati belligeranti (Russia e Ucraina) senza averne alcun titolo, né istituzionale né ufficioso.
È per il fatto di essere «uno degli uomini più ricchi del mondo» che Roman Abramovich cerca di mediare tra Zelensky e Putin. E se la ricchezza è una circostanza che, sia chiaro, non impedisce ad alcuno di avere le migliori virtù (possibile che Abramovich sia la più ispirata e saggia delle persone), sta di fatto che è diventata una forma di carisma, e anche di carisma politico, decisamente discriminante.
Fosse un elettricista, una cuoca, un insegnante o una dottoressa, a fare la spola tra Mosca e Kiev, ne saremmo tutti sbalorditi. Ci parrebbe di entrare in una favola — la favola della democrazia — nella quale la facoltà di incidere nella realtà delle cose è alla portata di tutti.
Invece è un oligarca, è uno straricco l’aspirante mediatore di pace: e ci pare del tutto naturale, quasi fisiologico, il suo sovrapporre al potere della ricchezza il potere tout court. Sono ricchissimo, dunque posso trattare da pari a pari con i capi di Stato.
In attesa di una sapiente riorganizzazione dei non ricchi (chissà mai che possano dire la loro, e addirittura contare qualcosa), mettiamoci comodi e godiamoci lo spettacolo di questa nuova Età dell’Oro. L’acciaio delle armi e l’oro delle monete, come nelle saghe arcaiche.
(da Repubblica)
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Giugno 9th, 2026 Riccardo Fucile
BASTA LEGGERE LA RISPOSTA ALLA GIORNALISTA CONCHITA SANNINO, CHE GLI AVEVA CHIESTO LA SUA VERSIONE DEI FATTI: “MODESTAMENTE IO SONO UN BEL RAGAZZO, LA SIGNORA È UNA SIGNORA NORMALE” – DI FATTO FINISCE QUI LA CARRIERA PARLAMENTARE DI SILVESTRO, IL CUI CASO È EMBLEMATICO DELLE FAIDE IN FORZA ITALIA… LA CAPOGRUPPO AL SENATO, STEFANIA CRAXI, LO SCARICA: “LA SUE PAROLE SONO QUANTO PIÙ LONTANE DALLA MIA CULTURA E DALLA MIA SENSIBILITÀ DI DONNA”
“Mi scuso, e lo ripeto, per espressioni che credevo colloquiali, considero comunque sbagliate e che nel contesto di una telefonata possono aver generato fraintendimenti
o leso sensibilità”: il grande limite di Francesco Silvestro, detto Franco, è tutto qui. In queste parole.
Il senatore napoletano di Forza Italia, al centro di una bufera politica non solo e non tanto per la denuncia contro di lui di una imprenditrice che lo accusa di violenza sessuale avvenuta in una stanza di Palazzo Madama, dopo ben quattro anni in parlamento non ha ancora ben compreso dove si trovi.
Quando due giorni fa Conchita Sannino, giornalista di Repubblica, nota per le sue inchieste sempre belle “toste”, lo chiama per chiedergli la sua versione dei fatti sull’accusa di violenza, lui non fa quello che farebbe un politico navigato: rispondere “la richiamo”, consultare avvocato e addetto stampa, e inviare una nota nella quale nega tutto e sostiene di avere fiducia nella magistratura.
No: Silvestro va di tono “colloquiale”, come se fosse ancora consigliere comunale a Arzano e un giornalista locale gli stesse chiedendo della sostituzione di un assessore, e si rovina con le sue stesse mani: “Io non ho ricevuto nessuna carta, nessun atto di indagine”, dice Silvestro alla Sannino, “vediamo. Poi ci divertiamo. Modestamente io sono un bel ragazzo, la signora è una signora normale…”.
Finisce qui, con questa frase la carriera da parlamentare di Franco Silvestro, che stamattina, e solo stamattina, si è scusato per quelle frasi che, al di là di come finirà la vicenda giudiziaria, lo hanno marchiato dal punto di vista politico, un marchio che sarà assai difficile da cancellare.
Silvestro ha vissuto la sua prima avventura da parlamentare volendo bruciare le tappe, e finendo per bruciarsi. Eletto nel 2022, entra a far parte della Commissione parlamentare antimafia, che però nel 2020 deve lasciare: è sotto processo per tentata concussione, ufficialmente abbandona l’organismo per assumere la presidenza della bicamerale sugli affari regionali.
Arriva la prescrizione, lui vorrebbe rientrare in Antimafia, ma Stefania Craxi, nuovo capogruppo azzurro, non è d’accordo. A proposito di Stefania Craxi: la vera svolta per Silvestro avviene un annetto fa, quando, inopinatamente, rompe il sodalizio con l’uomo che lo aveva fatto eleggere al Senato, il leader regionale di Forza Italia Fulvio Martusciello, capodelegazione al parlamento europeo, vicinissimo ad Antonio Tajani.
Silvestro, imprenditore assai facoltoso, “soffre” l’arrivo in Campania di Gianfranco Librandi, imprenditore di Saronno, assai facoltoso pure lui (possiamo dire più di Silvestro), che dopo essere stato pure parlamentare per due legislature, con il centrosinistra, nel 2024 è tornato al suo primo amore politico, Forza Italia, ed è diventato vice coordinatore regionale in Campania.
Convinto (chi sa da chi) che Librandi avrebbe preso il suo posto alle prossime politiche, Silvestro si mette a capo di un manipolo di ribelli e vuole sostituire Martusciello. Scrive una lettera insieme ai parlamentari Raffaele De Rosa, Annarita Patriarca e Pino Bicchielli e ai consiglieri regionali Livio Petitto, Susy Panico e Angela Parente, attraverso la quale si chiede il “commissariamento” oppure “la nomina di un comitato di reggenza” del partito regionale.
Silvestro & company indirizzano la lettera, tra gli altri, anche a Marina Berlusconi: in Campania e non solo si vantano degli ottimi rapporti con “Marina” e cercano di inserirsi nel famoso rinnovamento voluto, raccontano i retroscena, dalla primogenita di Silvio.
Ma arriva una legnata: il Fatto Quotidiano pubblica la durissima risposta del tesoriere del partito Fabio Roscioli, avvocato romano e figura di riferimento dei Berlusconi nella capitale. “Mi chiedo quale scopo possa avere”, scrive tra le altre cose Roscioli, “l’indirizzo della missiva a Marina Berlusconi, definita Presidente, riservando ad Antonio Tajani la veste di onorevole e non di segretario nazionale”.
Il rischio, prosegue Roscioli, è quello di “attirare l’eco mediatica” su questioni “che non avrebbero alcuna utilità per la risoluzione dei problemi” e le azioni “di essere interpretate come una partita giocata sul piano personale con la complicità di soggetti che invece nulla possono o vogliono fare riponendo la più totale fiducia nell’operato di Tajani”.
Silvestro e i suoi ribelli non si arrendono, tornano alla carica con un altro documento, ma nulla accade. Poi, l’altro ieri, il patatrac: l’accusa, ma soprattutto l’intervista alla Sannino, con espressioni francamente, per usare un eufemismo, fuori luogo, che scatenano l’indignazione di tutta l’opposizione nell’imbarazzato silenzio del centrodestra (a proposito, non si legge nemmeno mezza dichiarazione di vicinanza dei suoi compagni di ribellione, non un post, una riga, una sillaba. Begli amici, vero Franco?).
Stamattina arriva anche la Lega a menare duro: “Un’imprenditrice di 52 anni”, scrive Souad Sbai, responsabile nazionale Dipartimento Pari Opportunità del Carroccio, “denuncia di essere stata vittima di violenza sessuale nell’ufficio di un senatore della Repubblica, all’interno del complesso parlamentare di San Luigi dei Francesi. Fatti gravissimi, su cui la magistratura farà il suo corso, come è giusto che sia, nel pieno rispetto della presunzione di innocenza
Questa notizia non si può leggere senza indignazione, a maggior ragione rispetto a qualcosa che non richiede alcun processo per essere giudicato: le parole con cui il senatore Francesco Silvestro ha risposto alla denuncia: Io sono un bel ragazzo, lei è una signora normale.
Questa affermazione non è solo offensiva e gravissima, ma è la sintesi di una mentalità che considera la credibilità di una donna vittima di violenza proporzionale all’avvenenza fisica. È la stessa cultura che per decenni ha fatto sì che le donne non fossero propense a denunciare, sapendo che sarebbero state messe sotto processo al posto dei loro aggressori.
Questo non è accettabile e non lo sarà mai. Esprimo la mia piena e incondizionata solidarietà alla donna che ha avuto il coraggio di denunciare”, aggiunge la Sbai, “affrontando, secondo quanto riportato, anche pressioni e intimidazioni per spingerla al silenzio. Chi riveste una carica pubblica ha doveri ancora maggiori verso i cittadini, a partire dal rispetto della dignità di ogni persona”
Silvestro a quel punto capisce che è ora di dire qualcosa di sensato: “Chiedo scusa per le parole che ho pronunciato”, dichiara, “nel corso di un colloquio telefonico con una giornalista di Repubblica. Sono stato colto di sorpresa da quanto mi veniva attribuito, un episodio e accuse rispetto alle quali ho già dichiarato attraverso il mio legale stupore e totale estraneità. Mi sono anche dichiarato pronto, da subito, a fornire tutti i chiarimenti necessari.
Mi scuso, e lo ripeto, per espressioni che credevo colloquiali, considero comunque sbagliate e che nel contesto di una telefonata possono aver generato fraintendimenti o leso sensibilità”.
Stefania Craxi a quel punto esce allo scoperto: “In riferimento al grave episodio che viene contestato al Senatore Silvestro”, scrive la capogruppo di Fi al Senato, “ricordo che saranno le indagini ad accertare la fondatezza delle accuse. Mi limito a evidenziare che il clamore della vicenda, benché comprensibile, non rappresenta una tutela e garanzia dovuta alla denunciante e costituisce una forma di condanna preventiva dell’accusato
Quanto alle parole che gli sono state attribuite in un’intervista di Repubblica, prendo atto delle sue doverose scuse. Si tratta di espressioni”, azzanna la Craxi, “come lui stesso ha riconosciuto, totalmente sbagliate e, peraltro, quanto più lontane dalla mia cultura, storia, e dalla mia sensibilità di donna e madre”.
Per Silvestro ora si apre la partita processuale, e solo i giudici potranno accertare se le accuse che gli vengono rivolte sono vere. Quello che nessuno però potrà cancellare sono quelle frasi rivolte alla Sannino, espressioni che Silvestro riteneva “colloquiali”, e noi non solo gli crediamo, ma gli diciamo che il suo problema è stato proprio quello: non aver compreso fino in fondo che sedere nel Senato della Repubblica è un traguardo che, una volta conquistato, per essere conservato ha bisogno di estrema attenzione, di senso e misura, di consapevolezza di ciò che si è, di pazienza e tanto, tanto studio.
§Quando abbiamo conosciuto Franco Silvestro, molto prima che diventasse senatore, ci è apparso come una persona schietta, simpatica, un po’ guascona ma anche umile. Forse, l’umiltà in questi anni se l’è dimenticata.
(da agenzie)
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Giugno 9th, 2026 Riccardo Fucile
ALDO GRASSO: “DA SEMPRE LA RAI È CONSIDERATA IL BOTTINO DI GUERRA DI CHI VINCE LE ELEZIONI. LA VERITÀ È CHE IL SERVIZIO PUBBLICO NON È MAI ESISTITO, È UNA FAVOLA CHE CI RACCONTIAMO DA ANNI. ESISTE FORMALMENTE, MA NON È MAI ESISTITO NELLA SOSTANZA”
“L’annuncio della morte della televisione è fortemente esagerato. Solo che è cambiato
molto lo scenario con la quale la guardiamo. Coesistono da una parte la cosiddetta televisione lineare, con i palinsesti e l’orario dei programmi, dall’altra le piattaforme, con le quali uno può scegliersi il tempo e il modo con cui guardare quello che vuole. La domanda da farsi non è più ‘qual è il canale più visto’, ma ‘come la gente guarda la tv'”.
E’ iniziata con queste considerazioni l’intervista del critico televisivo del Corriere della Sera Aldo Grasso alla festa dell’Innovazione del Foglio a Venezia. Sul palco con il vicedirettore del Foglio Maurizio Crippa, Grasso ha sottolineato come però sia “finita una certa ritualità. La tv non è più il totem domestico intorno al quale le famiglie si riunivano, e quel totem era una sorta di orologio sociale.
Non solo dava le notizie, ma allo stesso tempo creava un rito collettivo per cui tutti insieme si guardava la stessa cosa. Tutto questo è in qualche modo svanito, ed è diventata una visione sostanzialmente solitaria: ognuno guarda ciò che gli piace guardare”.
E proprio le modalità di fruizione sono secondo il critico del Corriere “il vero cambiamento” di questi anni. “La vecchia televisione – ha detto Grasso – era fondamentalmente basata sulla nostra cultura libresca: i programmi si guardavano nella loro interezza, mentre il cambiamento conoscitivo e antropologico è che invece oggi si guarda per frammenti.
Quello che si sta perdendo dal punto di vista culturale è la contestualizzazione. Le piattaforme offrono frammenti che è difficile contestualizzare. Un frammento lo si fa circolare su internet e diventa una parola come un’altra”.
Grasso ha quindi risposto a una domanda su TeleMeloni che in Italia non decolla, mentre Trump negli Usa è riuscito praticamente a chiudere la storica trasmissione politica della Cbs “60 minutes”. “In Italia – ha replicato con una battuta – non sono riusciti a fare teleMeloni perché non sono capaci a farla. Da sempre la Rai è considerata il bottino di guerra di chi vince le elezioni. Chi lo fa, si prende la Rai”.
E qui Grasso sottolinea un aspetto molto interessante. “La verità – dice – è che il servizio pubblico non è mai esistito, è una favola che ci raccontiamo da anni. Esiste formalmente, ma non è mai esistito nella sostanza.
Quando si parla nostalgicamente della forza educativa e trasformativa della società che la tv ha davvero avuto, si dimentica di dire che questo è avvenuto in tutto il mondo nella stessa identica maniera: dagli Usa all’Austrialia. Da noi però abbiamo deciso di coltivare questo mito del servizio pubblico che io ho il sospetto che altro non sia che la forma democratica della radio e della tv di stato delle dittature”.
Qualcosa in effetti in Rai è avvenuto con la destra a Palazzo Chigi? “Sui tg invece qualcosa è successo. Sono intervenuti sui tg con un lavoro di disintermediazione molto fastidioso. E’ diventato una sorta di televisione dell’accesso. Non sono più i giornalisti che intervistano i politici, ma questi ultimi che si imparano a memoria un intervento breve che viene dato in modo molto assertivo come fosse un vocale telefonico. Questo ha riportato in campo vecchi format usurati come il ‘pastone’ e ‘panino’, ma in versione aggiornata da smartphone”
Il critico del Corriere ha anche commentato le recenti dichiarazioni del direttore del Tg di La7, Enrico Mentana, che ha detto che il canale è diventato una sorta di nuova Rai 3. “E’ un’operazione di marketing quella avvenuta a La 7. Sono stati espulsi dalle altre reti i programmi caratterizzanti di Rai 3 e sono confluiti su La 7. Siccome fanno ascolto l’imprenditore (Cairo, ndr) non si pone troppi problemi
ideologici: se funziona la reta va bene. E’ una delle reti in cui gli ascolti sono sempre cresciuti in questi anni. Anche perché le altre reti sono diventate monoideologiche e uno va a cercare la diversità”.
Grasso ha quindi concluso la sua intervista parlando del ruolo della critica oggi. “Questo – ha detto – è veramente uno dei problemi più importanti da affrontare: il ruolo della critica è praticamente sparito.
Ma è tenere accesa la fiammella del senso critico e quindi giudicare avendo gli strumenti per potere affrontare tutto questo, avendo un percorso formativo alle spalle. Tutto questo non esiste più. La perdita della competenza è la più grande perdita degli ultimi anni nel mondo della comunicazione e dei media”.
(da Il Foglio)
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Giugno 9th, 2026 Riccardo Fucile
PERO’ A FAR VORTICARE GLI OTOLITI GIÀ FRAGILI DELLA DUCETTA E’ LA TENUTA DI FORZA ITALIA E LEGA SULLA LEGGE ELETTORALE: COSTRETTA A CEDERE A SALVINI (ACCISE) E A DARGLI PURE UNA MANO PER NON VEDERE LA LEGA SMANTELLATA DA VANNACCI
Giorgia Meloni conferma di possedere le virtù del camaleonte, anche le più sfacciate. Da quanto tempo l’ex “pontiera” non si riempie la bocca della parola Trump? Ora, il massimo che si concede è: “Ci vogliono gli Stati Uniti”.
E quanto si sarà incazzata di essere stata esclusa dal tavolo dei Volenterosi Macron, Merz e Starmer, che hanno rispolverato il formato E3 (Francia, Germania, Regno Unito) per invitare Zelensky a Londra?
Il presidente ucraino, da parte sua, non ha alzato un dito per far aggiungere un posto a tavola per la fu “Giorgia dei Due Mondi”: ci ha messo un po’ ma finalmente ha capito che trattasi di un leader “tutta chiacchiere e distintivo” con accompagnamento di occhioni e smorfie.
Un tipino inaffidabile che ancora spera di ritornare nelle grazie del Demente della Casa Bianca. Una “profumiera” a capo di un governo, in compagnia di un putiniano chiamato Matteo Salvini, che figura, tra i 27 stati dell’Ue, al diciottesimo posto per contributi sulla base del prodotto interno lordo. In quattro anni di conflitto, tra aiuti finanziari, umanitari e militari, il governo Meloni ha stanziato soltanto lo 0,23% del suo Pil: 15,6 miliardi.
Essendo intelligente e scaltra, la Meloni, per rimbalzare il documento congiunto di Francia e Germania che propone l’ingresso nell’Ue dell’Ucraina, mica si è opposta direttamente, ma si è attaccata ai paesi dei Balcani che hanno fatto richiesta prima di Kiev.
Pur avendo disertato, per ripicca con il duo Macron e Merz che non se la filano, l’incontro di tre giorni fa a Tivat, in Montenegro, la Thatcher della Garbatella, che ha un rapporto consolidato con il premier albanese Edi Rama, che nel 2023 la ospitò per le vacanze nel suo Paese, ha fatto notare come sia inopportuno concedere una corsia preferenziale a Kiev, quando Albania e Montenegro hanno chiesto da anni di far parte dell’Unione.
Per capire quanto gli otoliti di Giorgia Meloni abbiano ripreso a vorticare per l’isolamento forzoso a cui è costretta, basta osservare il suo comportamento con la questione del diritto di veto al Consiglio europeo: malgrado non ci sia più Viktor Orban tra i piedi, a opporsi a qualsiasi decisione importante, Meloni non ha ancora accettato di dare il suo via libera alla rimozione dell’unanimità nelle decisioni prese dai capi di Stato e di Governo dei 27.
Per cambiare le regole sull’unanimità, infatti, serve l’unanimità: il veto è uno dei fattori che frena qualsiasi riforma e innovazione a Bruxelles (non a caso tutti coloro che hanno a cuore l’Europa, da Draghi a Prodi, ne chiedono da tempo il superamento), concedendo ai paesi più piccoli un potere di ricatto su tutti gli altri 27. Ma il no alla rimozione del veto resta per Meloni l’unica arma per metterlo in quel posto a Macron e Merz. Così imparano a non invitarmi, tiè!
Ma le maggiori difficoltà per Meloni, però, non sono tra le aule grigie degli europalazzi, piuttosto tra quelle affrescate di Roma.
In barba allo sconquasso economico mondiale, all’inflazione crescente e alle risorse energetiche appese allo Stretto di Hormuz, infatti, nemmeno la sua liaison con Trump, ha avuto effetti penalizzanti nei sondaggi, che danno FdI sempre tra il 27 e 29%.
Dati che non possono che far gongolare la Ducetta, che però è angosciata dal mantenimento dell’equilibrio tra Fratelli d’Italia, Lega e Forza Italia, i tre partiti dell’alleanza di governo, in vista delle politiche del prossimo anno.
I rapporti sono sempre più tesi, a partire dalla riforma della legge elettorale che, a colpi di maggioranza, Meloni vuole far passare entro novembre.
Fino al giorno dell’approvazione delle nuove norme, Giorgia Meloni ha capito che dovrà concedere qualche carotina a uno scalpitante Matteo Salvini (vedi le accise lo stop al “voucher energia” di Urso), avendo bisogno dei voti della Lega per farla approvare.
Anzi: Meloni si trova nella condizione di dover rafforzare e “puntellare” il fu Truce del Papeete, alle prese con Vannacci che gli sta smontando il partito.
Sebbene ripeta a tutti che si voterà alla scadenza della legislatura, a ottobre 2027, la “Statista della Sgarbatella” in realtà sogna di bruciare i tempi e anticipare l’apertura delle urne a primavera, perché teme i contraccolpi economici da qui a un anno.
È invece contrarissima ad andare a elezioni in autunno: promettere “L’età dell’oro” a ottobre e un mese dopo firmare una legge finanziaria lacrime e sangue da inviare agli ‘’aguzzini’’ di Bruxelles per l’approvazione, è troppo persino per una Camaleonte come Meloni. (Nel 2022, presentò una finanziaria in sostanza fatta da Draghi. Ora il discorso è diverso).
Allo stesso tempo la premier, che punta al voto politico ad aprile-maggio, è contraria all’election-day con le amministrative di primavera, che chiameranno alle urne gli elettori di cinque città governate attualmente da giunte di centro-sinistra (Roma, Milano, Bologna, Torino, Napoli).
L’election-day, la Ducetta, è possibile solo nel caso di poter strappare al centrosinistra Roma e Milano, i due comuni più importanti d’Italia.
Con il candidato ciellino Maurizio Lupi, scelto dal gran puparo La Russa, potrebbe giocarsela alla grande a Milano, ma la Madunnina non basta.
Occorre espugnare anche la Città Eterna, che è ancora sottosopra sul nome del candidato prescelto da via della Scrofa.
Tutto sta girando intorno dati dei sondaggi: Calenda poteva farcela a battere Gualtieri, ma ha giurato che con la destra non ci andrà mai, l’autocandidato Rampelli viene dato sconfitto per 5 punti: vale la pena lasciare la vicepresidenza della Camera per fare il capo dell’opposizione in Campidoglio?
C’è poi da considerare un altro ostacolo, il più grande, tra Meloni e le elezioni anticipate: Sergio Mattarella.
Il Quirinale, con la crisi energetica che morde i risparmi degli italiani, l’inflazione che aumenta e i soldi che scarseggiano, potrebbe facilmente tirare in ballo la
questione dei costi per “sconsigliare” due tornate elettorali differenti. E per sciogliere le Camere, il pallino ce l’ha in mano, per ora, Sergione Mattarella
(da Dagoreport)
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