Giugno 12th, 2026 Riccardo Fucile
“IL TIPICO ITALIANO CHE SI FINGE ANTITALIANO CON LA PENSIONE A 56 ANNI. UN FURBACCHIONE CHE SA BENE DOVE GRATTARE LA PANCIA DELL’ITALIA PROFONDA”… “LA SUA (E NOSTRA) FORTUNA È CHE NON GOVERNA, SENNÒ IL BLUFF SI VEDREBBE SUBITO. MA C’È ANCHE UN BLUFF GIÀ BEN VISIBILE”
Il debutto del generale Vannacci a Ottoemezzo ha fatto il pieno di ascolti e forse di voti.
Vannacci non deve camuffarsi: gli basta mostrarsi così com’è. Un fascio 2.0 all’acqua di rose, molto più all’italiana del fascismo vero, con la vestaglina a fiori o la camicetta di lino a righe.
Uno xenofobo che parla come un colonnello in pensione di fine 800, ma con moglie romena. Un omofobo che blatera di normalità e diritti come un tipo da bar al terzo grappino, ma si vede benissimo che dinanzi a un paio di gay o di lesbiche incazzati neri se la darebbe a gambe.
Il tipico italiano che si finge antitaliano con la pensione a 56 anni. Un furbacchione che sa bene dove grattare la pancia dell’Italia profonda: i migranti che disturbano soprattutto i quartieri popolari, i miliardi che buttiamo in Ucraina e nel riarmo, una Ue lontana le mille miglia dalla gente, una sinistra che pare occuparsi solo di esigue minoranze, il politically correct che bandisce mezzo vocabolario (il famoso “Zingaretti”).
Questi sono i suoi punti di forza, oltre ai tradimenti di Meloni e Salvini, che prima parlavano come lui e ora fanno l’opposto; e allo scandalo di FI eterodiretta da Marina B., che nessuno osa toccare per tenersi buona Mediaset e tirare i forzisti dalla propria parte.
Ma il vero asso nella manica del generale è l’eterno vizio della sinistra di vedere il ritorno del fascismo dappertutto, trasformando in uomo d’ordine anche un cazzaro come lui.
La sua “remigrazione” o “deportazione” altro non è che una normalissima norma presente in Italia dalla Turco-Napolitano e in tutta Europa: gli immigrati irregolari vanno rimpatriati. Solo che, siccome nessuno ci riesce e le parole “rimpatrio” ed “espulsione” sono usurate, se ne inventano altre. Magari bastasse così poco per riuscirci: servono troppi soldi, agenti e accordi coi Paesi d’origine (perlopiù insicuri per guerre e dittature).
Vannacci dice che è tutto semplice, come lo erano il blocco navale e i porti chiusi. Cita le deportazioni di Trump (che ne ha fatte meno di Biden e Obama) […] La sua (e nostra) fortuna è che non governa, sennò il bluff si vedrebbe subito.
Ma c’è anche un bluff già ben visibile: se è contro il “sistema delle poltrone”, perché non molla la sua al Parlamento europeo, ottenuta con la Lega, e non la fa mollare alle centinaia di transfughi imbarcati da altri partiti? Altrimenti la “nuova destra” è formata al cento per cento dai voltagabbana di quella vecchia.
MarcoTravaglio
(da Il Fatto Quotidiano)
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Giugno 12th, 2026 Riccardo Fucile
IL TAGLIO VERRÀ ATTUATO “MOLTO PRESTO”, E CON CONSEGUENZE PESANTI
Gli Usa pianificano un drastico taglio del numero di caccia e navi militari a disposizione delle operazioni Nato in Europa: lo riferisce il New York Times, secondo cui sono previsti in particolare la riduzione da 150 a 100 degli F-16 e degli F-15E in territorio europeo e da 26 a 15 degli aerei da ricognizione, il ritiro di tutti e otto gli aerei da cisterna e il “ricollocamento di un sottomarino lanciamissili, di una portaerei e di “diverse navi da guerra”. Tali intenzioni, aggiunge il Ny Times citando due alti funzionari europei, sono state comunicate agli alleati all’inizio di giugno in un documento.
Il Pentagono — aggiunge il Ny Times — ha “rifiutato di commentare le cifre specifiche contenute nel documento” citato, facendo riferimento a una più generica dichiarazione del suo Comando Europeo sull’intenzione di ridurre l’impegno
militare Usa in Europa. Alcuni dettagli di questo programma di disimpegno erano invece stati anticipati da Die Welt.
Funzionari statunitensi hanno indicato che il taglio dei mezzi militari statunitensi in Europa verrà attuato “molto presto”, ben prima di quando previsto dagli alleati europei, scrive ancora il giornale Usa. Tale improvvisa riduzione delle forze disponibili, aggiunge, può avere conseguenze su aspetti come capacità Nato di monitorare il traffico dei sottomarini russi o di lanciare missili Tomahawk a lungo raggio in profondità nel territorio russo.
La Nato ha annunciato che ridurrà il numero delle truppe nella sua missione di pace in Kosovo, composta da 4.600 uomini, a seguito del miglioramento della situazione di sicurezza. “Le condizioni attuali offrono l’opportunità di ottimizzare ulteriormente le dimensioni e la presenza della Kfor”, ha dichiarato il generale statunitense Alexus Grynkewich, comandante supremo delle forze alleate in Europa della Nato. Prima dell’annuncio, i diplomatici europei avevano segnalato la volontà degli Stati Uniti di ridurre le proprie forze nella Kfor. La Nato non ha fornito dettagli su quali truppe saranno ritirate.
(da agenzie)
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Giugno 12th, 2026 Riccardo Fucile
IL COMUNICATORE POLITICO DINO AMENDUNI: “VANNACCI NON HA TRATTATO GRUBER COME UNA MANGIABAMBINI E GRUBER NON HA RISERVATO A VANNACCI IL RUOLO DI ‘FREAK’ DELLA POLITICA”… IL LEADER DI FUTURO NAZIONALE È DIVENTATO ‘MAINSTREAM’ GRAZIE ALL’OSPITATA IN UNO DEI SALOTTI BUONI DELLA TV ITALIANA”… “GLI SCONFITTI SONO DUE: GIORGIA MELONI E MATTEO SALVINI”
Molte analisi delle ultime 48 ore sono secondo me falsate da un enorme problema
metodologico. Lilli Gruber è una giornalista, non è la segretaria nazionale del PD. Non può aver perso (né vinto) il confronto con un politico, perché non è una politica.
Una giornalista può fare domande utili o meno utili all’opinione pubblica. E Gruber, da questo punto di vista, ha fatto la sua parte: è stata un’intervista vera. E lo è stata in un paese, come il nostro, in cui le interviste vere sono una rarità (circostanza che Dagospia, tra l’altro, mette costantemente in evidenza).
Ma se proprio ci fosse la necessità di trattare le interviste come una partita dei Mondiali, direi che lo show Vannacci-Gruber ha rappresentato un classico esempio di coopetition.
Nel far competere idee certamente diverse tra loro, entrambi ne hanno tratto un vantaggio. E perché ciò accadesse, è stato necessario un reciproco riconoscimento di autorevolezza: Vannacci non ha trattato Gruber come una mangiabambini e Gruber non ha riservato a Vannacci il ruolo di ‘freak’ della politica, ma al contrario lo ha lanciato come nuovo leader della destra italiana, con tanto di carrellata finale su sondaggi che messo in evidenza la crescita di Futuro Nazionale e il potenziale ruolo di ago della bilancia dei destini della destra italiana.
Di fatto, i due attori in scena hanno entrambi “vinto”, ma lo hanno fatto separatamente e nel rispettivo campo di gioco.
Il leader di Futuro Nazionale è diventato ‘mainstream’ grazie all’ospitata in uno dei salotti buoni della televisione italiana. Allo stesso tempo la puntata di Otto e Mezzo di due giorni fa ha dettato e continua a dettare l’agenda: circostanza sempre meno frequente per un talk show in Italia.
La ricerca degli sconfitti di questo confronto va dunque condotta fuori dagli studi televisivi. I nomi sono due: Giorgia Meloni e Matteo Salvini.
La prima si è dovuta cimentare in una clamorosa inversione a U, discettando in Parlamento di “vera destra” (la sua) contro quella che favorirebbe la sinistra (quella di Vannacci, a suo dire). Nel farlo, Meloni ha ricordato all’Italia e ancora di più all’Europa quale sia la sua identità politica. Il tentativo di trasformarsi in sorta di Ursula Von Der Leyen del Mediterraneo appare ora per quello che in realtà è sempre stato: una finzione scenica.
E in più, dato ancora più preoccupante, ha fatto tutto ciò solo poche ore dopo il confronto Gruber-Vannacci, con una scelta di tempi che può essere chiaramente interpretata come una reazione a ciò che è stato percepito come un attacco frontale al suo Governo.
Per Salvini, invece i guai sono addirittura peggiori. Il suo partito sta diventando sempre più un doppione, qualcosa di superfluo. A che serve la Lega (inteso come partito nazionale) quando l’elettorato di destra ha già a disposizione un’alternativa sia di governo (Fratelli d’Italia) sia di potenziale opposizione (Futuro Nazionale)?
Morale della favola: con le sue domande, e con la cortese collaborazione di Vannacci, Lilli Gruber ha accelerato il processo di avvitamento già in corso nella destra italiana. Se questa è una sconfitta…
(da Dagoreport)
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Giugno 12th, 2026 Riccardo Fucile
I LAUREATI CHE LAVORANO ALL’ESTERO GUADAGNANO IL 60% IN PIU’ RISPETTO A CHI RIMANE IN ITALIA
I laureati italiani che vanno all’estero guadagnano il 60% in più rispetto a quelli che rimangono. Lo dice il “XXVIII Rapporto AlmaLaurea su Laurea e Occupazione”, presentato ieri all’università della Basilicata e illustrato dal Sole 24 Ore. Sono le differenze retributive a spingere molti giovani a emigrare per lavorare. Visto che a cinque anni dal conseguimento del titolo di studio, si può arrivare a guadagnare quasi il 60% in più. Le due rilevazioni, condotte dal consorzio che raggruppa 81 università, hanno coinvolto, per i percorsi di laurea, 335 mila persone che hanno completato gli studi nel 2025 e quasi 700 mila per gli esiti occupazionali. Sono stati intervistati a uno, tre e cinque anni dal titolo.
I laureati italiani
In generale si laureano più donne che uomini (il 59,6%), che però nelle discipline Stem sono ferme al 40,5% da dieci anni. Arriva al traguardo in tempo il 60,4% del campione. Quattro su dieci diventano fuori corso. I laureati nei tempi hanno il 14,1% di probabilità in più di essere occupati. L’età media della laurea è 26,3 anni. Il voto medio è di 102,8 su 110. In generale, l’89,1% del campione esprime una soddisfazione «elevata» per l’esperienza universitaria e il 72,1% confermerebbe corso e ateneo. I laureati di primo e secondo livello che a un anno di distanza già lavorano aumentano rispettivamente del 2,6% e del 2,2% e toccano l’81,2% e l’80,8%.
Il lavoro
A cinque anni di distanza gli occupati dopo una magistrale o una laurea a ciclo unico sono il 94,4%, che è il valore più alto degli ultimi 15 anni (+4,7 punti in un anno). L’occupabilità più elevata è quella dei laureati in medicina, sanità e farmaceutica. Poi ci sono ingegneria industriale e dell’informazione, informatica e tecnologie Ict, architettura e ingegneria civile. Le meno favorite sono le lauree psicologiche, artistiche/design e giuridiche. E le retribuzioni? A un anno dalla laurea la retribuzione mensile netta è in media di 1.491 euro per il primo livello e1.495 per il secondo. Il calo registrato nel giro di 12 mesi è, al netto dell’inflazione, di -1,4% per le prime e -0,9% per le seconde.
Chi espatria
Dopo cinque anni il guadagno netto è di 1.796 euro mensili per i laureati di primo livello e di 1.903 per quelli di secondo livello. Anche qui è importante il gruppo disciplinare. Ma ci sono anche i divari geografici e di genere. Gli uomini hanno il 13,7% di probabilità in più di essere occupati delle donne e una retribuzione superiore in media di 67 euro netti mensili. Chi sta al Nord ha il 34,8% di probabilità in più di lavorare rispetto a chi risiede nel Mezzogiorno. E guadagna di più. Chi espatria? Il 3,7% degli occupati a un anno dalla laurea con diploma ottenuto da noi e il 4,5% di quelli a cinque anni.
Gli stipendi
I paesi preferiti? Il 15,2% lavora in Germania, il 13,5% in Svizzera, il 9,6% in Spagna, il 9,5% in Francia, il 7,7% in Belgio, il 7,6% nei Paesi Bassi e il 7,3% nel Regno Unito. Soprattutto per lo stipendio: i nostri laureati di secondo livello oltreconfine percepiscono, a un anno dalla laurea, 2.290 euro mensili netti (+57,6% rispetto ai 1.452 euro di che resta in Italia). Dopo cinque anni arrivano a 2.941 euro (+59,9% rispetto ai 1.840 percepiti lungo la penisola). Per questo c’è un 37% che dichiara «molto improbabile» il rientro in Italia e un 31,5% che lo ritiene «poco probabile».
(da Open)
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Giugno 12th, 2026 Riccardo Fucile
CHISSA’ COME MAI E’ STATO NOMINATO NELL’ORGANO DI GARANZIA DELLA FERROVIA VERONA-PADOVA
L’ormai ex presidente aggiunto della Corte dei conti, Tommaso Miele, sul finire del 2025 ha
ottenuto un incarico da 300mila euro l’anno nel collegio consultivo tecnico dell’appalto per la realizzazione della ferrovia Verona-Vicenza-Padova. Il giudice è stato indicato nel ruolo dalla stazione appaltante, Rfi, e dalla società realizzatrice dell’opera, WeBuild. Miele si è dimesso ieri dall’incarico.
La circostanza, va precisato, non è agli atti del fascicolo (e dunque non è oggetto di contestazione) che vede Miele – in pensione da febbraio 2026 – indagato dalla Procura di Roma per corruzione e rivelazione di segreto insieme all’ex consigliere della Stretto di Messina Spa, Giacomo Saccomanno e all’imprenditore Vincenzo Virgiglio. Ma rappresenta un elemento che gli investigatori potrebbero voler approfondire. Anche perché ci sono diverse coincidenze interessanti.
I pm infatti accusano il giudice di essersi adoperato, da settembre 2025 in poi, per indirizzare in senso positivo il parere della Corte dei conti sulla delibera Cipess con cui il governo Meloni ha approvato il progetto del Ponte sullo Stretto di Messina (parere che però è stato negativo). In cambio, secondo chi indaga, Miele accettava raccomandazioni e contatti per ottenere incarichi prestigiosi e remunerativi anche in vista dell’imminente pensionamento.
Ed è proprio nel periodo su cui si concentra l’indagine – quando il giudice era ancora in carica alla Corte dei conti – che arriva l’incarico nel collegio tecnico per la realizzazione dell’Alta velocità tra Verona e Padova. Voluto da chi? Da Rfi, la società del gruppo Fs che detiene il 5,8% della società Stretto di Messina (Ferrovie possiede anche un altro 36% con Anas), e da Webuild, che è lo stesso colosso industriale che costruirà il ponte. “Quando andrò in pensione (…) io dovrei fare il presidente di non so che ancora… però mi hanno chiesto la disponibilità… io ho sparato alto… c’ho l’imbarazzo della scelta”, diceva Miele, intercettato, l’11 dicembre 2025 “a un amico, sindaco di un comune del Veronese”. Non è chiaro chi coprisse il compenso del giudice per il suo ruolo nel collegio. Dal codice dei contratti pubblici si apprende però che il compenso “proporzionato al valore dell’opera” è “a carico delle parti”.
D’altronde Miele era abituato a ricoprire incarichi ben retribuiti. Un esempio su tutti: dal sito di Leonardo Spa scopriamo che Miele è stato il magistrato delegato della Corte dei conti al controllo della gestione finanziaria dell’ex Finmeccanica tra il 25 luglio 2022 e il 31 dicembre 2025. Il suo ruolo era assistere alle riunioni del Cda e del Collegio sindacale. Per ogni seduta, Leonardo – si legge nella relazione corporate governance del 2024 – aveva previsto un gettone di presenza di ben 1.000 euro.
La procura di Roma sta poi approfondendo anche la posizione, nella vicenda, del commercialista Alberto Dello Strologo (non indagato). Si tratta di un professionista che ha un lungo curriculum tra partecipazione a organismi di revisore dei conti e sindaco effettivo (anche nel club calcistico del Milan) e liquidatore giudiziale, anche della Nbi Spa del Gruppo Webuild. Il sospetto, su cui stanno lavorando i pm, è che Dello Strologo abbia predisposto e fornito a Miele un report sul Ponte, utile al giudice per condizionare i pareri della Corte dei conti. Il Fatto ha contattato Dello Strologo, che però non ha fornito risposte. Da fonti aperte compaiono diversi link tra i due professionisti. Uno su tutti: fino a dicembre 2025 Miele era il direttore della rivista della Corte dei conti, di cui Dello Strologo risulta membro del comitato scientifico. Tutto materiale per gli investigatori.
(da Il Fatto Quotidiano)
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Giugno 12th, 2026 Riccardo Fucile
“DEMOLIRE I TABU’ E’ UNICO MODO PER ESSERE ALTERNATIVI AI SOVRANISTI”
«Abbattere i tabù e non inseguire la destra sul suo terreno mi sembra un buon modo per essere alternativi». Nei giorni in cui riemerge l’antico dibattito sull’ipotesi di una patrimoniale per i super ricchi, l’ex sindaca di Torino e oggi deputata Cinque stelle Chiara Appendino prende la questione di petto e lancia un messaggio al suo stesso partito e al campo largo: lavoriamoci.
Dice la premier Giorgia Meloni che lei lavora perché gli italiani lo riescano ad accumulare, un patrimonio, voi pensate solo a tassarlo…
«Giorgia Meloni ha tassato tutto, dai pannolini alle accise sulla benzina, ha il record di pressione fiscale, con quale credibilità parla di tasse? La verità è che il suo governo, anziché occuparsi dei più fragili e del ceto medio, si occupa della difesa corporativa dei super paperoni, che si arricchiscono in tempo di crisi accumulando ricchezza a scapito della maggioranza degli italiani».
Lei sarebbe favorevole a una patrimoniale?
«Il termine patrimoniale non mi piace, ma andiamo oltre la questione semantica. È immorale non aggredire i super paperoni nel momento in cui le diseguaglianze esplodono e la forbice tra ricchi e poveri si allarga. Si deve fare».
Ha in mente una proposta?
«C’è quella di Oxfam, basta fare copia-incolla. Un’imposta sui patrimoni oltre i cinque milioni di euro, si stima che siano 50mila persone, lo 0, 1 per cento della popolazione. Si ricaverebbero 15 miliardi di euro. E io faccio un passo in più: bisognerebbe interpretarla come una tassa di scopo, e vincolare quei soldi a una spesa specifica».
Tipo?
«Per me sono risorse che dovrebbero servire ad abbattere le liste d’attesa. Con 15 miliardi si potrebbero fare mille ospedali di comunità, 16mila posti letto, 1500 nuove tac, si garantirebbe lo stipendio a 4mila nuovi medici per dieci anni e 10mila infermieri per dieci anni. Così sì che si abbattono le liste d’attesa, non con le proposte della destra utili solo a fare propaganda».
Il punto è che non è contraria solo la destra: anche il presidente del Movimento, Giuseppe Conte, non è favorevole.
«Conosco la posizione del presidente, ma dentro al Movimento il tema delle diseguaglianze è molto sentito. Molti la pensano come me: in questo periodo stiamo lavorando a Nova, il cantiere del programma: io ho partecipato a Torino, e al tavolo in cui si discuteva di temi economici, la tassa sui grandi patrimoni è emersa. Ed è successo anche in altre città. Non basta solo la tassazione degli extraprofitti».
Vuole dire che è un tema sentito dai vostri elettori?
«Tra gli elettori e anche nel nostro gruppo ci sono sensibilità diverse, ed è un bene che non la pensiamo sempre tutti allo stesso modo. Ma penso che la maggioranza dei cittadini sia favorevole a strumenti di redistribuzione della ricchezza: discutiamone e portiamo il tema al tavolo progressista, dove AVS è già favorevole».
Perché anche nell’area progressista ci sono tante resistenze?
«Io credo che la parola patrimoniale rappresenti uno stigma, io stessa preferisco parlare di Millionaire tax. Ma va fatto. Mettere le mani nelle tasche dei paperoni significa essere radicali? Sì. Ma solo così si è alternativi a una destra caviale e champagne».
Ha avuto modo di parlarne col presidente Conte?
«C’è stato un confronto qualche mese fa, nel corso di un’assemblea, dove io ho posto il tema della radicalità. Ora questo dibattito sta riaffiorando, mi auguro si possa riaprire la questione».
Tra i contrari a una tassa sui patrimoni c’è chi dice: sarebbe inutile, perché i ricchi scapperebbero subito da un’altra parte.
«Mi sembra una scusa per non fare quello che è giusto fare. In questo momento non mi preoccupano i ricchi che scappano, ma un ceto medio sempre più fragile che scappa da città sempre più costose. Il tema è esattamente il contrario».
Nel dibattito di ieri alla Camera il suo collega Riccardo Ricciardi ha denunciato «tasse di successione ridicole». Intervenire sulle eredità è un’altra ipotesi?
«È un altro strumento per affrontare il tema della redistribuzione. Parliamone, alimentiamo questo dibattito».
Meloni in Aula vi ha ricordato che a tassare le banche è stata lei.
«La solita mistificazione della realtà, come quando dice che l’economia va bene e la produzione industriale non ha problemi. Hanno ottenuto un miliardo su 150 di extraprofitti, di cosa stiamo parlando. Viviamo in un Paese dove si svolge una lotta di classe al contrario».
La destra oggi potrebbe rispondervi: perché non avete fatto una patrimoniale voi quando eravate al governo?
«Le diseguaglianze sono esplose negli ultimi anni, e la pandemia da questo punto di vista è stata un punto di non ritorno. La lotta alle diseguaglianze è talmente nel Dna del M5s che al governo abbiamo fatto il Reddito di cittadinanza. Ma la domanda giusta è: perché non farla ora? » .
La segretaria dem Elly Schlein dice che sarebbe bene farla a livello europeo, ha ragione?
«Non possiamo aspettare l’Europa, non è sufficiente. Fossimo noi ad aprire la strada, sarei orgogliosa della mia italianità»
(da La Stampa)
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Giugno 12th, 2026 Riccardo Fucile
COME CONOSCERE LA COMPOSIZIONE DELL’UMANITA’
Piaccia o non piaccia il calcio, i Mondiali sono una maniera sempre imprevista e coinvolgente
di conoscere la composizione dell’umanità, diciamo la sua ripartizione post-tribale in popoli e nazioni (non sempre post-tribali, a giudicare dall’aggressività di alcune tra le più note, Usa e Russia su tutte).
Checché se ne dica ne sappiamo così poco, di come è fatto il mondo, che per esempio l’ingresso in campo delle Nazionali di Capo Verde e Curaçao, e permettetemi di metterci, per personale impreparazione, anche l’Uzbekistan, ci spinge ad aguzzare la vista, curiosi dei colori delle maglie, delle facce e dei nomi dei giocatori, delle differenze e delle ricorrenze negli atteggiamenti di gioco, nel modo di esultare o di abbattersi dopo il gol subìto. Chi sono, come vivono, che cosa pensano il cannoniere uzbeko, il quinto di fascia capoverdiano, il portiere di Curaçao? Come rimanere indifferenti a questa irruzione copiosa, coloratissima, di sconosciuti nel nostro campo visivo?
Non siamo così provinciali da considerare l’assenza dell’Italia una ragione per disinteressarcene, di questi Mondiali. Ma siamo così provinciali da considerare esotica la presenza di paesi dei quali sappiamo molto poco o quasi niente (Curaçao, per me, fino a poche settimane fa era solo un liquore).
Per altro, di mestiere non facciamo il geografo, neppure il titolare di un’agenzia di viaggi. Piuttosto che vergognarsi di questa lacunosa conoscenza dell’umanità, è preferibile metterla a profitto, e godersela. Questi mondiali affollati come mai prima sono una specie di atlante geografico che ci si spalanca davanti. Le partite delle eliminatorie, apparentemente le meno rilevanti, sono invece un viaggio entusiasmante nel meno noto.
Ovvio che si fa il tifo per i piccoli, per i destinati alla sconfitta. Altrettanto ovvio che anche nel macro ci si orienta come nel micro, tenendo le parti del predestinato soccombente. Se per esempio, e restando ai paesi ospitanti, Messico o Canada dovessero incontrare gli Usa e metterli sotto: sarebbe festa grande. Per gioco, bene inteso, ma il gioco è una cosa seria.
(da Repubblica)
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Giugno 12th, 2026 Riccardo Fucile
IN ALCUNI POST IL SACERDOTE HA SCRITTO: “MAMMA MIA CHE PERSONAGGIO SQUALLIDO E MISERABILE” E “QUESTI, CHE SI ERGONO A DIFENSORI DEI VALORI CRISTIANI, SONO I PRIMI A TRADIRLI E AD ESSERE PIÙ CHE DISCEPOLI DI CRISTO, TESTIMONI DI SATANA E DELLA SUA OPERA DI MALE”
L’europarlamentare di Fratelli d’Italia Elena Donazzan querela il parroco Sarcedo (Vicenza) per presunti insulti ricevuti sui social. In un video pubblicato sulla propria pagina Facebook, Donazzan mostra e commenta le parole che il sacerdote, don Fabio Miglioranza, avrebbe scritto nei suoi confronti. Tra queste, una in particolare: “Mamma mia che personaggio squallido e miserabile”.
La Donazzan cita poi un altro passaggio attribuito al parroco: “Provo disgusto e sdegno nel vedere la strumentalizzazione che ignoranti politici stanno facendo di questa esperienza, seguiti da persone che solamente sanno propagare odio e violenza. Questi, che si ergono a difensori dei valori cristiani, sono i primi a tradirli e ad essere più che discepoli di Cristo, testimoni di Satana e della sua opera di male”.
(da agenzie)
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Giugno 12th, 2026 Riccardo Fucile
SONO DUE GIOVANI ITALIANI DI ORIGINE STRANIERA VITTIME DELLA FECCIA SOVRANISTA
Ieri due ragazzi erano davanti al Colosseo tenendo in mano dei fogli, sui quali non c’erano né
slogan né rivendicazioni politiche. C’erano gli insulti ricevuti negli ultimi giorni conseguenti ad una lettera aperta, dove parlano di quanto loro si sentano italiani e di come la cittadinanza non dovrebbe essere una conquista ma un diritto. “Tornate al vostro Paese”, “Non sarete mai italiani”, “Andatevene”, Kilian e Lukman li mostrano uno dopo l’altro durante un flash mob organizzato a pochi giorni dalla manifestazione sulla remigrazione prevista a Roma il 13 giugno. Hanno 21 e 19 anni, uno studia Psicologia alla Sapienza, l’altro si prepara alla maturità. Sono italiani, ma di origine straniera e negli ultimi giorni si sono ritrovati a dover difendere pubblicamente qualcosa che non avrebbero mai immaginato di dover spiegare: il loro diritto a sentirsi parte del Paese in cui sono cresciuti.
Un testo semplice, diretto, senza slogan. Due ragazzi che si raccontano e parlano della paura di vivere in un Paese che torna a parlare apertamente di “rimpatri” e di appartenenza nazionale, come se alcune persone dovessero continuamente dimostrare di meritarsela.
“Abbiamo scritto questa lettera perché abbiamo paura di quello che può essere il 13 giugno”, racconta Kilian. “Ci fa paura il fatto che nel 2026 si parli ancora di queste cose e che ci siano persone che ci considerano italiani di serie B”. Dopo la pubblicazione della lettera sono arrivati centinaia di commenti e messaggi sui social: inviti a “tornare al proprio Paese”, insulti razzisti, accuse di non essere davvero italiani. Un paradosso per chi, quel Paese, lo sente e lo vive come casa sua.
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“Il mio Paese è l’Italia”, dice Kilian. “Elementari, medie, liceo, università: ho fatto tutto qui”. Lukman aggiunge un dettaglio che pesa più di molti slogan: “’Il problema non siete voi, sono altri immigrati’, come se esistessero immigrati di serie A e immigrati di serie B”.
La remigrazione e il clima politico
Negli ultimi anni il termine “remigrazione” è uscito dai margini dell’estrema destra europea diventando sempre più centrale nel dibattito pubblico. Una parola che indica il rimpatrio forzato di immigrati e che, nelle interpretazioni più radicali, arriva a coinvolgere anche cittadini italiani di origine straniera.
A Roma, nelle settimane precedenti alla manifestazione del 13 giugno, una raccolta firme a sostegno della remigrazione ha ottenuto oltre 115mila adesioni. Per Lukman rendersi conto di ciò, ci racconta, è stato uno dei momenti più difficili. “Vedere quel numero mi ha fatto chiedere se questo fosse davvero un luogo sicuro. Roma è casa mia, ma vedere così tante persone sostenere una proposta del genere è stato orribile”.
Il successo di slogan come “remigrazione” si inserisce in un momento storico in cui la percezione pubblica dell’immigrazione e dell’immigrato è sempre più distorta lontana dalla realtà. Da anni una parte del discorso politico costruisce l’idea dello straniero come problema sociale, culturale e di sicurezza. Eppure i dati raccontano altro: secondo Eurispes nel 2025 il 57% degli italiani considerava l’immigrazione una minaccia per la sicurezza personale, mentre in realtà solo lo 0,4% delle persone straniere presenti nel Paese si trova in carcere. Questo è il segno di una crepa sempre più profonda, tra realtà e rappresentazione, in cui la paura finisce per contare più dei fatti.
Kilian:“Il razzismo l’ho conosciuto da bambino”
Per Kilian il razzismo non è iniziato qualche giorno o mese fa, lo vive da molti anni. “Alle elementari ero quello con il nome strano. C’erano genitori che allontanavano i propri figli da me. I miei genitori provavano a spiegarmi perché tutto ciò succedeva, facendomi capire anche di stare attento. Oggi mi sembra assurdo che un bambino debba essere messo in guardia sui pericoli che può correre soltanto perché esiste”. Anche Lukman racconta di essere cresciuto con l’idea di dover fare attenzione. “Da piccolo non ci pensavo molto. Erano i miei genitori a dirmi di stare attento. Crescendo ho iniziato a capire meglio quello che mi circondava”.
Oggi quella sensazione si è trasformata in qualcosa di più concreto. “In questo periodo sto studiando il Novecento per la maturità”, dice Lukman. “Studiamo proprio il periodo in cui si parlava di razze e di discriminazione etnica, leggere certi commenti oggi fa più paura perché sembrano cose che dovrebbero appartenere al passato”.
Due piazze, due idee di Paese
Il 13 giugno Roma vedrà due piazze contrapposte: da una parte la manifestazione per la remigrazione, dall’altra quella promossa da realtà antifasciste e antirazziste. Due visioni opposte di società che si confronteranno nella stessa città.
Kilian e Lukman sperano in una politica democratica, che trovi finalmente il coraggio di prendere posizione. “Serve una presa di coscienza collettiva”, dice Kilian. “Non è una questione che riguarda solo noi. È una questione di umanità”. Per Lukman, però, il problema non è soltanto chi porta avanti queste idee retrograde. “Spero che si mobilitino le persone che hanno valori antifascisti e antirazzisti. Ma ho la sensazione che spesso il dibattito politico rincorra questi temi invece di contrastarli davvero”. È qui che la loro storia smette di essere solo la storia di due ragazzi, perché la domanda che lasciano aperta alla fine della lettera non riguarda soltanto loro, ma riguarda ognuno di noi: “Che cosa dice dell’Italia di
oggi il fatto che due giovani debbano spiegare pubblicamente perché si sentono italiani?”.
(da Fanpage)
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