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SOLO ORA CHE ALEMANNO E’ USCITO DA REBIBBIA VI ACCORGETE DEL PROBLEMA DELLE CARCERI?

Giugno 27th, 2026 Riccardo Fucile

INTERVISTA A FILIPPO BLENGINO DEI RADICALI ITALIANI CHE DA ANNI VISITA CARCERI E ISTITUTI MINORILI… PERSONALE INSUFFICIENTE, ALLARME PSICHIATRICO E GOVERNO MELONI

Gianni Alemanno è uscito dal carcere di Rebibbia dopo un anno e mezzo di reclusione per i reati di traffico d’influenze e abuso d’ufficio. Da dietro le sbarre, con lettere e diari, si è impegnato nel mettere in luce condizione disumana in cui versano i carcerati in Italia. Ha avuto soprattutto il merito di portare il tema della carceri nella parte destra dello schieramento, sdoganandolo finalmente come un qualcosa di trasversale a tutte le parti politiche. Una parte fondamentale dello Stato di diritto. Peccato che, ad accoglierlo fuori, ci sia stato qualcuno che non sempre ha condiviso queste idee, come il generale Vannacci che ha detto: “Tra Abele e Caino sono sempre dalla parte di Abele e Caino deve marcire in carcere”. Noi abbiamo parlato di carcere con chi se ne occupa da anni, i Radicali Italiani. Prima Marco Pannella e le sue memorabili lotte, ora una squadra di giovani sta cercando di tenere viva quella fiamma di libertà e diritti. Abbiamo intervistato il loro segretario Filippo Blengino, lui Caino lo difende sì, con le unghie e con i denti, anche in collaborazione con Nessuno Tocchi Caino, l’associazione affiliata al Partito Radicale Transnazionale che da anni si batte contro la pena di morte in tutto il mondo. Blengino ha visitato carceri in tutta Italia, oltre che tutti i minorili del nostro Paese, e ci ha raccontato la dura realtà delle patrie galere.
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Con la questione Alemanno si è riacceso, anche se solo per un attimo, il riflettore sulle condizioni dei carcerati italiani…
Sì, noi siamo stati in autunno nella sezione in cui era incarcerato Alemanno, e tra l’altro è la stessa sezione in cui sono tuttora incarcerati i fratelli Bianchi e Schettino. È una sezione di Rebibbia, del famoso reparto G8, che sicuramente soffre sovraffollamento, difficoltà col caldo eccetera, ma è la sezione migliore di Rebibbia, questo senza ombra di dubbio. Perché mentre queste persone comunque riescono ad avere dei percorsi lavorativi, a fare qualcosa, le altre migliaia di persone che sono a Rebibbia sono letteralmente lasciate a loro stesse. Secondo me
questo la dice anche un po’ lunga… Alemanno ha descritto in maniera puntuale la gravità della situazione della sua sezione che è una delle migliori, quindi immaginiamoci le peggiori.
Certo che la cosa che dispiace è che una persona che comunque ha scritto diversi diari dal carcere, messaggi anche molto belli, ripresi dal Presidente del Senato, poi vada con un manettaro di ferro come Vannacci…
Lascia un po’ perplessi visto che Vannacci ha detto: “Tra Abele e Caino sono sempre dalla parte di Abele e Caino deve marcire in carcere”.
Tra l’altro la cosa che lascia anche perplessi è che Alemanno è iscritto a Nessuno Tocchi Caino — un’associazione radicale che si occupa di carcere — da ben prima di essere stato incarcerato, ed è stato iscritto intorno agli anni ’80-’90 al Partito Radicale. Proprio perché era ovviamente lontano da molti nostri temi, ma legato a quelli della giustizia e del carcere in generale. Quindi, a differenza di altri, io credo che lui sia autentico sul tema del carcere, e non solo perché lo ha vissuto. Ma proprio in virtù della sua posizione potrebbe usarla meglio per far valere le giuste istanze dei detenuti.
Ma un’iniziativa in collaborazione Radicali-Alemanno?
Volentieri. Anzi, quando siamo andati abbiamo anche cercato di parlargli, ma lui in quell’occasione non ha voluto vederci. Però se c’è l’occasione, sì. Il tema per me rimane lo stesso: non è che il carcere non va bene così ma non va bene solo per Marco e va bene per Abdul. È una questione molto ampia, complessa, che riguarda sia gli italiani che gli stranieri, e che va affrontata con provvedimenti totalmente divergenti rispetto a quelli portati avanti dai suoi amici.
Vannacci ha detto anche che per lui la soluzione al sovraffollamento non è l’amnistia ma più carceri. È solo uno slogan?
Sì, più che altro è una cosa che si dice da anni e nessuno ha mai realizzato più carceri, per il semplice fatto che quelle che ci sono già cadono a pezzi, quindi prima di costruirne altre bisognerebbe sistemare quelle attuali. E lo stanziamento di risorse richiederebbe un intervento tale da rendere più facile, letteralmente, buttare giù alcune carceri e ricostruirle da zero. Ma poi non è questa la soluzione, come sappiamo, dove ci sono più sanzioni, più pene, più aumenti di pena, più carceri non
è che la criminalità scende, anzi al contrario. I paesi con tassi di criminalità minori sono quelli in cui il carcere è meno presente. Lascia il tempo che trova questa cosa.
Poi io credo che vada benissimo l’amnistia, benissimo l’indulto, però le vedo come misure estremamente emergenziali. Secondo me serve proprio un pacchetto… Il fatto che uno come Alemanno venga incarcerato e portato a Rebibbia, per dei reati di cui peraltro l’abuso d’ufficio è stato anche abolito. Beh io credo che qualcosa non funzioni.
C’è anche un tema di giustizia…
Sì, esatto. Dovrebbe essere un luogo di extrema ratio, non un luogo in cui chiunque può entrare, anche solo per stare due mesi.
Mi racconti un po’ i carceri che hai girato e i problemi che hai visto da vicino?
I problemi, purtroppo, ormai sono cronici, e mi rendo conto che ogni anno diciamo sempre le stesse cose. Sono gli stessi da anni, e la reazione della politica è la stessa da anni, non è cambiato praticamente nulla, dai governi di sinistra ai governi di destra. La deriva manettara di tenere tutti in carcere l’hanno sempre avuta tutti, tranne quando la Corte Europea ha condannato l’Italia con la sentenza Torreggiani, e allora hanno dovuto in qualche modo diminuire la popolazione carceraria.
Le cose più toccanti, più forti, sono sempre legate alle persone che si incontrano. Si incontrano agenti di polizia penitenziaria che vivono comunque anche loro il carcere, vivono anche loro una sorta di ergastolo in qualche modo, in condizioni molto difficili: sono sottopagati, hanno stipendi da fame, spessissimo vengono catapultati dalla Sicilia a Bolzano, spesso dormono in caserme fatiscenti e con turni di lavoro particolarmente massacranti.
C’è il tema degli educatori, in un sistema che dovrebbe poggiare alla base sul concetto costituzionale di rieducazione del reo. Nel momento in cui un educatore ha a che fare con 100-150 detenuti, ovviamente non sa neanche come si chiamano, non sa cosa hanno fatto, non li conosce. Quindi in un carcere come Torino, dove ci sono 1500 detenuti e 8 educatori, diventa difficile gestire questa macchina del presunto reinserimento.
Poi c’è il tema dei detenuti, e quindi qui c’è l’allarme psichiatrico — non solo i suicidi, che sono sempre in aumento, ma anche detenuti con disturbi seri, magari
con doppia diagnosi legati anche a tossicodipendenze in alcuni casi, e poi detenuti che invece maturano patologie psichiatriche stando in carcere. Dalle, tra molte virgolette, “banali depressioni” fino a patologie più complesse. E il carcere ovviamente non ha gli strumenti per gestire questa cosa. Chiusi i manicomi, queste persone non sono state reindirizzate da qualche altra parte, sono state messe in carcere e amen. Le carceri sono diventate anche un po’ dei manicomi criminali.
Poi l’altro tema vero è che il detenuto tipico italiano, nella maggior parte dei casi, entra in carcere e sta letteralmente dal mattino alla sera in sezione a guardare il soffitto.
Noi in carcere non è che andiamo sabato e domenica, andiamo tutta la settimana, spesso anche durante i giorni lavorativi. E, a prescindere da quando andiamo, tendenzialmente i laboratori, le scuole, le biblioteche le vediamo sempre vuote, perché manca il personale. Per cui queste persone hanno un accesso minimo all’istruzione, molti sono anche analfabeti, non parlano l’italiano. Per carità, esistono dei corsi base, però non c’è un percorso strutturato, molte carceri non hanno neanche le superiori.
Il lavoro, che dovrebbe essere il vero fulcro del carcere, non esiste. Viene fatto a rotazione ed è per il 90-95% lavoro interno al carcere: pulizia delle scale (i famosi “scopini”), oppure il vitto (i “portantini”) — cioè lavori interni all’amministrazione penitenziaria, e normalmente si fanno rotazioni, turni di tre mesi. Quindi magari uno lavora tre mesi e poi non lavora per nove mesi. Tutti questi sono sintomi di una grave crisi del sistema carcerario, che va posta in termini di umanità, ma anche in termini di economicità. Noi vediamo, nel momento in cui si applicano misure in cui il lavoro viene posto al centro — quindi misure alternative al carcere, in cui la persona sta fuori ma ha obblighi, controlli, vincoli — che il tasso di recidiva passa dal 70 al 10%. Quindi allo Stato conviene, in termini sociali e in termini economici, evidentemente non in termini elettorali…
Tu hai girato anche tutti i minorili d’Italia, lì la situazione è ancora più delicata…
Sì, è più delicata, anche perché è ovviamente un ambiente molto più complesso. Si diceva una volta che la giustizia minorile fosse il fiore all’occhiello della giustizia italiana, forse lo era. Poi è arrivato questo governo, con i vari decreti, tra cui il
Decreto Cutro, è riuscito a sovraffollare anche i minorili, come forse non era mai successo nella storia repubblicana. E tra l’altro, dal 2003 non avevamo più registrato suicidi nei minorili, e purtroppo, ultimamente, ne abbiamo registrati di nuovo.
Il vero tema dei minorili, più ancora che negli adulti, è proprio la questione psichiatrica. Perché questi ragazzi sono lasciati a loro stessi. Non sono ragazzi che hanno bisogno solo di reinserimento sociale o di essere “rieducati”: hanno bisogno proprio di essere educati. Sono ragazzi piccoli, di 15-16 anni, molte volte minori stranieri non accompagnati, spessissimo con fortissimi disagi psichici. Noi, quando andiamo nei minorili vediamo ragazzi che si tagliano le braccia, ci raccontano di ragazzi che ingoiano pile, lamette, gesti autolesivi anche importanti.
Lì c’è proprio il cuore del tema dell’allarme psichiatrico, e anche in questo caso la gestione con le sbarre non riesce a cogliere il problema: cioè tutelare la vita del minore, e insieme il problema sociale di portare quella vita verso una strada di legalità e rispetto delle regole. Invece, tenendo lì questa persona, semplicemente si ammala, sta ancora peggio, e quando esce — visto che notoriamente le carceri sono l’università del crimine per eccellenza — commetterà nel 70% dei casi non solo un altro reato, ma spesso un reato anche più grave. Quindi è un cane che si morde la coda.
Invece ci sono delle realtà virtuose, da prendere ad esempio?
Ci sono stati degli esperimenti in questi anni. Esistono carceri che hanno la fortuna, per una questione geografica, puramente casuale, di non avere particolare sovraffollamento, e quindi di essere un po’ più tranquilli. Ci sono poi degli istituti “premio”, ad esempio quella di Fossano, Bollate, dove una persona con una condanna definitiva anche lunga, ma con buona condotta, riesce ad accedere. Questi sono esempi positivi, ma sono una goccia di positività in una caraffa di problemi strutturali, che riguardano tutti: personale, detenenti, detenuti.
L’altro giorno hanno messo sotto sequestro un carcere, una cosa che non era mai successa nella storia repubblicana, tanto per dirne una. Eppure a livello mediatico se ne parla sempre poco, ma non è una questione di serie B, è una questione di tenuta. È lì che si vede la tenuta dello Stato di diritto, è lì che si misura la giustizia.
Ed è un peccato che non si riesca a farlo vedere, perché sarebbe veramente importante entrare con le telecamere, far vedere alle persone il carcere per com’è. Perché la gente pensa o all’hotel, o alle tute arancioni di Netflix, mentre c’è una realtà fatta di odori, di difficoltà, di urla, di caldo. Secondo me, far percepire alla gente cos’è davvero aiuta anche a capire che quello semplicemente non è il modo migliore per rieducare, usiamo anche la parola “punire” una persona: è semplicemente vendetta.
Abbiamo parlato del Decreto Cutro, abbiamo parlato di una linea politica orientata all’inasprimento delle pene, dal punto di vista del governo Meloni è stato fatto qualcosa sul fronte carcerario?
Hanno fatto una marea di danni su tutti i fronti. Sui minorili, in particolare, il Decreto Cutro li ha intasati di più. Ma io credo che questo governo sia estremamente pericoloso anche nelle piccole cose. Fino all’anno scorso, nei minorili, il dipartimento disponeva che gli agenti di polizia penitenziaria non fossero in divisa ma in borghese, con abiti civili. Questa cosa aveva un senso pedagogico, perché nel momento in cui i detenuti minorenni vengono riconosciuti come categoria più fragile ha a che fare sì con personale di polizia ma non in divisa, in modo da non creare tutta quella distanza.
Invece il governo ha deciso di obbligare tutti gli agenti a rimettere la divisa, e loro stessi non erano contenti. Sono piccole cose, ma raccontano della voracità con cui questo governo interviene anche sul carcere. Sono intervenuti anche sulle donne rispetto ai minori in carcere, sugli ICAM: una volta era obbligatorio il differimento della pena quando la donna era incinta o aveva un figlio minore di tre anni; adesso il differimento è diventato facoltativo, quindi il giudice può comunque ordinare la reclusione.
Nel carcere per adulti loro millantano di aver sbloccato concorsi pubblici per la polizia penitenziaria, è vero, ma il problema è che strutturalmente mancano psicologi, mediatori culturali. Ci sono carceri composte da 700-800 persone straniere che hanno un solo mediatore culturale, magari di un singolo paese africano — come se per tutta l’Europa ci fosse un solo mediatore culturale. Chiaro
che non basta. Eppure il mediatore culturale è una figura fondamentale, perché previene.
È proprio questo il tema: mentre noi cerchiamo di porre l’accento sulla prevenzione — su questo come su tutti i temi — loro puntano sulla reazione. Quindi meglio avere più polizia, meglio avere il taser, addirittura adesso la polizia penitenziaria avrà la possibilità di infiltrarsi in maniera segreta per percepire, capire, e forse addirittura dirigere alcune azioni dei detenuti, una cosa totalmente incostituzionale. Eppure lavorare sulla prevenzione, sull’educazione, sull’istruzione, costerebbe anche meno. Ma è meglio dire, come diceva Delmastro ‘l’intima gioia l’idea di far sapere ai cittadini come noi sappiamo trattare e incalziamo chi sta dietro quel vetro e non lo lasciamo respirare ‘.
Forse il tema più grande non è solo cosa è stato fatto, ma cosa non è stato fatto. Perché i richiami sul sovraffollamento li facciamo costantemente, ma sono iniziati ad arrivare anche richiami non solo dall’Europa, ma anche da esponenti di destra. Il Presidente del Senato, che è di destra, l’anno scorso è stato molto esplicito nel chiedere un intervento. Anche da Alemanno sono andati un po’ tutti, quindi c’è stata comunque una sorta di sommossa da parte delle istituzioni. Coglierla, anche con un intervento “camuffato” che riducesse un po’ la vergogna per cui in celle pensate per due persone ne stanno nove, sarebbe il minimo sindacale…

Michele Larosa
(da mowmag.com)

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“VOTO AD APRILE”. “NO SUBITO”: LO SLALOM DI MELONI TRA I SUOI MINISTRI

Giugno 27th, 2026 Riccardo Fucile

CROSETTO PREME PER ANDARE ALLE URNE, FITTO FRENA, DIVERGENZE TRA FAZZOLARI E GIORGETTI, INCOGNITA PREFERENZE

C’è un ministro come Guido Crosetto che vorrebbe votare presto. Un commissario europeo come Raffaele Fitto che la pensa in modo diametralmente opposto: bisogna aspettare per far autologorare la sinistra. C’è un vicepremier come Matteo Salvini che apre a rivolgimenti improvvisi “causa fattori economici” e poi un
sottosegretario come Giovanbattista Fazzolari secondo cui il momento giusto, da segnare già adesso sul calendario, è aprile. A cui però si oppone il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, ché altrimenti salta l’autonomia tanto cara alla Lega. Nel mezzo c’è la premier Giorgia Meloni che media e che però, ancora un paio di giorni fa, intervistata dalla Verità diceva di voler durare un altro anno pieno. Lasciate perdere i retroscena sul voto a ottobre: entro quella data è improbabile che nell’esecutivo siano riusciti a far prevalere una linea sull’altra. Nonostante l’accelerata sulla legge elettorale.
Fino a qualche settimana fa Crosetto, insieme al vicepremier Antonio Tajani e al ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida, andava a comporre un terzetto contrario al voto anticipato. Il principale ostacolo era, per ragioni di comprensibile responsabilità, l’essere nel bel mezzo del conflitto tra Stati Uniti e Iran. Ma ora che quello scenario internazionale ha risentito di un accordo (e di un negoziato che va avanti), il titolare della Difesa è tornato a pensare che non sarebbe uno scandalo andare nel più breve tempo possibile. Questo soprattutto, è il ragionamento di altri esponenti di FdI, per frenare la campagna già imbastita dal generale Roberto Vannacci e da Futuro nazionale, che ogni settimana che passa insidiano la maggioranza. Ce n’è stata una ulteriore prova ieri durante la discussione in Aula alla Camera sulla nuova legge elettorale. Vannacci ha iniziato a far circolare sui suoi social un appello per pungolare la maggioranza: “Sulle preferenze la politica deve metterci la faccia. Se qualcuno vuole togliere ai cittadini il diritto di scegliere i propri rappresentanti, lo dica apertamente. Niente giochi di palazzo. Niente voti segreti. Niente manovre fatte nell’ombra”. Preferenze che hanno perso quota ma che ancora non sono state escluse da Fratelli d’Italia.
Fatto sta che di altro avviso è un altro big di Fratelli d’Italia come Raffaele Fitto, vicepresidente della Commissione europea. Molto più convinto della necessità di inchiodare la sinistra alle proprie divisioni interne che potrebbero esplodere in maniera ancor più evidente con l’avanzar dei mesi (e poi in un anno di governo qualche coniglio dal cilindro potrebbe venir fuori). Chi ha le idee chiare sulla finestra più propizia è il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Giovanbattista Fazzolari, secondo cui le urne potrebbero essere convocate ad aprile: in tal caso ci
si potrebbe fregiare non solo del titolo di “governo più longevo della storia repubblicana” ma anche della legislatura più duratura con un unico esecutivo (e i parlamentari maturerebbero i contributi per il vitalizio). E’ però, quella di Fazzolari, una visione (rilanciata anche da articoli come quello di Bloomberg) che si scontra con quanto espresso anche nel corso di questa settimana dal ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, che rispetto all’ipotesi di andare al voto in quella finestra ha mostrato dubbi perché “per chiudere positivamente l’iter parlamentare dell’autonomia non si può votare in quella data”. Sfumature. In mezzo a questo variegato caleidoscopio di posizioni, insomma, si muove la presidente del Consiglio. La quale pure sa benissimo come un Vannacci impegnato per mesi in un battage ad personam contro di lei non giovi troppo a Fratelli d’Italia e al centrodestra (un nuovo sondaggio Emg assegna il 6,6 per cento a Fn). E che però, intervistata da Maurizio Belpietro al Festival della Verità, ha ribadito come “manca un anno o poco più alla fine di questa legislatura”. Per l’altro vicepremier, Antonio Tajani, “un mese prima o un mese dopo rispetto alla scadenza non è che cambi molto”. Ma il guadagnare tempo, per la leader di FdI, potrebbe servire non tanto al record di longevità che agguanterà il 4 settembre, quanto per riuscire a mettere in campo una manovra finanziaria con misure rivolte al ceto medio, come le consigliano di fare diversi osservatori. Oltre alla delega sul nucleare rivendicata da Meloni anche nei giorni scorsi. L’altra variabile sul voto in primavera è che di conseguenza, per non giocare troppo sull’effetto election day che potrebbe favorire il centrosinistra, bisognerebbe posticipare più in avanti, per esempio a giugno, il voto nelle città (tra cui Roma, Milano, Bologna e Torino). Forse arriveranno davvero a fine legislatura. Ma solo perché non si riescono a mettere d’accordo su quando staccare la spina.

(da agenzie)

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LE REGOLE DA FAR WEST

Giugno 27th, 2026 Riccardo Fucile

LA NUOVA LEGGE SULLA CACCIA: SPARA GRINGO, SPARA

Spara, gringo, spara. La nuova legge sulla caccia, già approvata dal Senato, riflette le parole d’ordine di questa stagione di governo. Che si distingue per una postura muscolare, benché alquanto sbilanciata: intransigente con i deboli, compiacente con i forti. In questo caso s’abbatte sui quadrupedi, però nemmeno noi bipedi ce la passiamo bene. Salvo quanti s’arruolino nel popolo dei cacciatori, che la legge battezza come «bioregolatori». Sicché diventano i custodi «della biodiversità e degli ecosistemi», manco fossero guardie forestali. E potranno cacciare ovunque, perfino nelle spiagge.
Loro, le bestie, non hanno diritto di voto in Parlamento. Altrimenti forse s’opporrebbero anche alle altre leggi da Far West che ci sono cadute sul groppone in questi anni. Quella che dichiara non punibili gli agenti segreti, cui viene consentito di creare pure gruppi terroristici o eversivi. Quell’altra che autorizza i poliziotti a portare armi private quando non sono in servizio. O che forgia uno scudo penale per le forze dell’ordine, con un registro separato per legittima difesa. Tutte novità introdotte dai decreti sicurezza, che si succedono come una scarica di fuochi d’artificio, e che in ultimo rendono la nostra vita più insicura.
Ma la sicurezza è l’alibi del vento autoritario che soffia in tutto il mondo, e il governo Meloni non fa certo eccezione. Come si manifesta? Intanto, schiacciando le assemblee parlamentari, privandole del potere di decidere le leggi. Del resto il buongiorno si vede dal mattino.
Nei suoi primi tre mesi d’esistenza questo esecutivo ha messo in pista 15 decreti legge, stracciando ogni record precedente (Draghi 12, Renzi 10, Berlusconi 9). E ha esordito alla media d’un voto di fiducia ogni 11 giorni, sommando 47 questioni di fiducia in 18 mesi, un altro record. Nonché un doppio bavaglio al Parlamento, anche perché la fiducia viene applicata non soltanto sui decreti, bensì pure sulle leggi più importanti; difatti adesso aleggia sull’approvazione della legge elettorale.
Questo diluvio normativo si converte in una tempesta di divieti irragionevoli (come il no alla cannabis light, benché priva d’effetti psicotropi). Di castighi insensati (per esempio l’arresto fino a un anno per l’automobilista che avesse assunto droghe qualche giorno prima, pur essendo perfettamente lucido nel momento di mettersi al volante). Di aggravi di pena (sono 9 le aggravanti introdotte dal decreto sicurezza
del 2025). E ovviamente di nuovi reati (14, solo a considerare quel decreto; ma in realtà si contano a decine, dal blocco stradale all’omicidio nautico, dai rave party all’occupazione abusiva degli immobili).
Le conseguenze? Possiamo misurarle attraverso lo scandalo della condizione carceraria. Mercoledì 24 giugno Luigi Manconi ha sollevato il caso dei bimbi reclusi in cella insieme alle loro madri, il cui numero è quasi raddoppiato negli ultimi tre anni. Effetto dell’ennesima stretta, che ha cancellato una norma di civiltà giuridica ospitata perfino dal codice Rocco, il codice fascista. Ma le cifre complessive sono ancora più eloquenti.
Nell’ottobre 2022 — al debutto del governo Meloni — la popolazione carceraria contava 55mila detenuti; ora sono quasi 65mila, con un indice d’affollamento al 139 per cento e 18mila persone in più dei posti letto. Mentre per la prima volta il sovraffollamento investe anche gli istituti penali per minorenni, con un incremento del 50 per cento. Merito del decreto Caivano, che ha aperto i portoni del carcere per lo spaccio di lieve entità e ha sbarrato l’accesso alla messa in prova per i minorenni.
Insomma, l’aria che tira è questa. E non è da comunisti mangiabambini segnalarne i danni. Né da avversari della destra per partito preso. È da liberali, piuttosto. D’altronde ci sono tante destre, e anche tante sinistre. Divise per visioni politiche, economiche, sociali. Ma dovrebbe unirle una comune cultura dei diritti, delle libertà costituzionali. Non è questo il caso.

(da Repubblica)

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LA LEGGE ELETTORALE PER FERIRE LA DEMOCRAZIA

Giugno 27th, 2026 Riccardo Fucile

ADESSO SIAMO ALL’ULTIMO FRANKESTEIN, IL MELONELLUM: SCANDALOSO NEL METODO E PERICOLOSO NEL MERITO

«La Repubblica è di tutti»: se c’è una memory card da custodire, in questo tempo gassoso in cui tutto evapora in un clic, è questa frase che Sergio Mattarella ci ha regalato nell’anniversario della prima seduta dell’Assemblea Costituente. Cinque parole semplici, che tuttavia impegnano la democrazia come nient’altro. La Repubblica è di tutti coloro che allora diedero la vita perché potesse nascere dalle rovine del fascismo e della guerra, da Matteotti a Gramsci, da Amendola a Don Minzoni. La Repubblica è di tutti noi cittadini che oggi la vorremmo davvero «casa comune», quella che ci accoglie liberi e uguali e ci assicura diritti e garanzie. Sembra un brutto scherzo del destino, ma questa splendida preghiera laica del Capo dello Stato, nel “tempio” di Montecitorio, la applaudono gli stessi mercanti ipocriti che la stanno per rinnegare. Ma nulla succede per caso.
Non è un caso che nel giorno in cui si ricorda l’avvio del confronto parlamentare dal quale nacque la Costituzione antifascista restino vuoti gli scranni della «sporca dozzina» di Vannacci. Non è un caso che quando il presidente ricorda i martiri della Resistenza gli “onorevoli” delle tre destre si alzino di malavoglia e Meloni e La Russa applaudano con malagrazia. Non è un caso, soprattutto, che d’ora in poi in quella stessa aula tornata «sorda e grigia» il governo stia per consumare l’ennesima ferita al corpo vivo della Repubblica, del Parlamento e della democrazia.
Non bastavano gli strappi tentati finora, dall’elezione diretta del premier alla separazione delle carriere tra giudici e pm. Ora tocca alla legge elettorale, e la forzatura non è meno pericolosa delle precedenti. A pochi mesi dalla fine della legislatura, anche la Sorella d’Italia azzarda il “golpetto” a uso e consumo della sua coalizione. Sempre più incerta sulla rielezione, ormai raggiunta nei sondaggi dal campo largo, invece di cambiare il suo schema di gioco, stravolge le regole di tutti.
Avvelena i pozzi, come hanno fatto da ventitré anni a questa parte i leader in crisi di risultati e di consensi. Per provare a rivincere, lanciando fin da ora l’opa sul Quirinale. O per mutilare la vittoria degli avversari, che già solo per questa immensa posta in gioco (l’elezione del nuovo Capo dello Stato nel 2029) dovrebbero giocare di squadra, cercando i voti e rinunciando ai veti.
Nel 1993, grazie ai referendum di Mario Segni, l’Italia provò a risorgere dalle rovine di Tangentopoli adottando un sistema di voto che ridava dignità al cittadino-elettore, agevolava la formazione di una maggioranza e assicurava la fisiologia dell’alternanza. Fu il Mattarellum, allora, a generare il bipolarismo in un paese che aveva conosciuto il consociativismo e il proporzionalismo. Ma non bastò. Nel 2005, con Berlusconi, ci toccò il Porcellum. Nel 2015 l’Italicum, nel 2016 il Rosatellum. Tutte porcherie, per lo più incostituzionali, bollate più volte dalla Consulta.
Adesso siamo all’ultimo Frankenstein, il Melonellum, appena sfornato dagli azzeccagarbugli di Colle Oppio. Pare che a partorirlo sia stata la mente raffinata del noto Fratello d’Italia uso a santificare le feste con l’uniforme delle SS. Dopo avere sudato sui sacri testi dei Mortati e dei Sartori, ci toccherà un papocchio vergato da Galeazzo Bignami. Per dire in quale abisso stiamo per precipitare.
Nel metodo, il Melonellum è scandaloso. Ancora una volta, la presidente del Consiglio impone alle Camere un testo blindato, o tutt’al più rimaneggiato nelle
segrete di palazzo Chigi, com’era già successo con la finta riforma della giustizia. Conferma così la sua visione illiberale della polis, dove alla fine quella che prevale è sempre la «verticale del potere». Con tanti saluti a De Gasperi che diceva «diamoci la mano, uomini di buona volontà», a Benedetto Croce che invocava «veni creator spiritus», a Piero Calamandrei che ripeteva «quando si scrivono le regole i banchi del governo devono restare vuoti».
Parole al vento, per queste destre senza gloria e senza memoria. Conta solo la volontà di chi comanda: non c’è spazio per il dialogo, non c’è tempo per il confronto. La nuova legge va approvata subito, senza modifiche: che si torni a votare ad aprile, a giugno o a settembre, le elezioni sono troppo vicine, e la sciamana Giorgia non può e non vuole rischiare. Cosa volete che gliene importi dello spirito costituente e della cultura della responsabilità repubblicana che ottant’anni fa permise a forze politiche diverse di unirsi nella stessa «comunità di destino»?
Nel merito, il Melonellum è pericoloso. Lo denunciano 160 costituzionalisti, tra i più autorevoli, quelli che hanno lanciato l’iniziativa “Per un voto uguale — Torniamo alla Costituzione” e che martedì prossimo si ritroveranno al Teatro de’ servi di Roma. Correggere le storture del Rosatellum, mutuate dal Porcellum e integrate nell’Italicum, è assolutamente necessario. La Corte costituzionale, inutilmente, lo chiede da anni. L’opposizione, colpevolmente, non ha una sua proposta organica.
Nel frattempo, il governo compie un misfatto: torna a cavalcare la sindrome autoritaria da “pieni poteri”, comprime il diritto di scelta degli elettori, altera l’equilibrio tra voti e seggi e trasforma la contesa elettorale in una sfida plebiscitaria. Il premio di maggioranza, abnorme come nelle precedenti versioni bocciate dalla Consulta, non è ispirato alla cultura della “governabilità”, ma alla dittatura della maggioranza.
L’attribuzione del 60% dei seggi al partito che supera la soglia dà a chi vince il controllo totale del Parlamento, e dunque degli organi elettivi di garanzia: Quirinale, Corte Costituzionale, Csm, autorità indipendenti. Così, chi prende il 40 o il 42% dei voti si prende tutto: le istituzioni, lo Stato, il Paese.
Al popolo sovrano non resta niente: eliminati i collegi uninominali, la scelta degli eletti è affidata alle solite liste bloccate. Finisce tra i rifiuti della storia anche il pannicello caldo delle preferenze: troppo rischiose per chi, come Salvini, sta perdendo il contatto con i territori. Per l’Armata Branca-Meloni il disincanto democratico e la disaffezione crescente dei cittadini dalle urne non è un problema, ma un’opportunità. Vale il ritornello ironico della canzonetta di Arbore: meno siamo, meglio stiamo.
Poi c’è l’ultimo maleficio: l’indicazione del candidato premier sul programma, che conferma la curvatura capocratica della pseudo-riforma. Nell’ultima versione, bontà loro, hanno aggiunto un codicillo che lascia inalterate le prerogative del presidente della Repubblica. Ma anche questa, alla fine, più che una clausola di salvaguardia pare una foglia di fico.
Delle due l’una. Se questa norma ha solo un valore simbolico, allora è inutile. Se invece ha un effetto sostanziale, allora è eversiva: diventa una scorciatoia per cambiare la forma di governo parlamentare senza passare dalla revisione costituzionale. Non prendiamoci in giro: combinata con il super-premio di maggioranza, l’indicazione preventiva del capo del governo configura quel «premierato di fatto» al quale aveva ambito il Cavaliere di Arcore, e che dieci anni dopo realizzerebbe l’Underdog della Garbatella. Un colpo di mano che il centrosinistra, il Paese e forse anche il Colle non le dovrebbero consentire.

(da Repubblica)

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SONDAGGIO PAGNONCELLI: VANNACCI AL 6% STACCA LA LEGA, SENZA DI LUI CAMPO LARGO AVANTI DI TRE PUNTI

Giugno 27th, 2026 Riccardo Fucile

FDI CALA AL 27%, FORZA ITALIA 8,3%, LEGA 5,6%

Come siamo oramai abituati, anche questo mese ha visto eventi rilevanti sia a livello internazionale che nazionale. In politica estera ha dominato il conflitto con l’Iran, che ha visto avviarsi una faticosa trattativa, per ora arrivata alla firma digitale di un memorandum con diversi aspetti piuttosto generici, ma che sembra complessivamente delineare una situazione di relativa difficoltà per gli Stati Uniti. Rimangono naturalmente al centro la guerra in Ucraina, con un posizionamento sempre più efficace, sia in termini politici che militari del paese attaccato dalla Russia, e il tema del Libano e di Gaza. Ma, per le ricadute sulla politica nazionale, particolare impatto ha avuto la polemica fra Giorgia Meloni e Donald Trump, che ha visto la nostra presidente del Consiglio reagire senza mezzi termini alle critiche, e in diversi casi agli insulti, del presidente americano.
Per quel che riguarda la politica interna, citando in disordine, la conclusione del turno di elezioni amministrative ha visto un sostanziale pareggio tra le coalizioni;
nella Lega si è enfatizzato il quadro di problematicità già evidente, con il segretario in difficoltà e ulteriori fuoruscite (non solo dalla Lega ma anche da Forza Italia) verso Roberto Vannacci sempre più attivo e presente nella cronaca politica; nella compagine di governo sono emerse differenze sulle spese per la difesa, in particolare in relazione all’utilizzo dei fondi Safe; tra le forze di opposizione rimane ancora prevalente la questione della leadership e della struttura delle alleanze (questione enfatizzata ulteriormente dalla foto a quattro che sembrava esprimere una distanza dalle forze centriste) mentre nel Pd i malumori rimangono evidenti, con una fuoruscita di rilievo come quella di Pina Picierno.
Le intenzioni di voto segnalano pochi cambiamenti, con una eccezione che vedremo tra poco.
Fratelli d’Italia vede un calo del proprio consenso che oggi si colloca al 27% con una contrazione dello 0,6% nell’ultimo mese. Stabile Forza Italia all’8,3% e anche la Lega che si conferma però ai suoi minimi negli anni recenti, con il 5,6%. In ulteriore ed evidente crescita invece Futuro nazionale, la formazione di Vannacci, che guadagna oltre un punto (+1,2 per l’esattezza) nell’ultimo mese e si colloca al 6 per cento, superando la Lega per la prima volta nei nostri sondaggi.
Il contributo al voto per Vannacci viene, come avevamo già evidenziato, dagli elettori della Lega e da quelli di Fratelli d’Italia, oltre a una piccola capacità di attrazione verso l’area dell’astensione.
Poche variazioni nell’ambito delle forze di opposizione: il Pd è infatti stabile al 20,1% (il dato più basso registrato nell’ultimo anno); sostanzialmente stabile anche il Movimento 5 Stelle, stimato al 14,3% contro il 14,5% di maggio; in calo invece Alleanza Verdi Sinistra che perde lo 0,6% e si colloca al 6,2%. Anche tra le «terze forze» si evidenzia una sostanziale stabilità, con Azione al 3%, Italia viva al 2% e +Europa all’1,9%, con un incremento dello 0,4% nell’ultimo mese.
Le coalizioni vedono il centrodestra «tradizionale» (cioè le forze che compongono l’attuale compagine di governo) al 41,7%, conto l’alleanza progressista (oltre a Pd, M5S, Avs, composta anche da Italia viva e +Europa) al 44,5%. È evidente che, per quanto non ci sia la certezza che tutti gli elettori di quest’area confermeranno il loro voto in caso di coalizione, la distanza diventa importante.
È quindi altrettanto evidente che il centrodestra attuale sembra obbligato all’alleanza con Vannacci, che lo porterebbe al 47,7%. Ammesso, anche in questo caso, che tutti gli elettori delle singole forze confermino il voto per una coalizione siffatta.
È infine da sottolineare che il piccolo incremento di partecipazione che si era registrato lo scorso mese e che avevamo attribuito ai risultati delle consultazioni amministrative, è prontamente rientrato. Oggi l’astensione e l’incertezza si collocano al 41,1% crescendo dell’1,3% e riavvicinandosi ai valori medi registrati nei mesi precedenti.

(da Corriere della Sera)

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DESTRA GALEOTTA! HARVARD? CONFINDUSTRIA? IL NORD PRODUTTIVO? NO, LA CLASSE DIRIGENTE DI VANNACCI ARRIVA DAL CARCERE. BASTA VEDERE IL CASO DI GIANNI ALEMANNO, APPENA USCITO DA REBIBBIA, CHE È ANDATO A CENA CON IL GENERALE E CON LA SUA “FECCIA”

Giugno 27th, 2026 Riccardo Fucile

MASNERI: “PIÙ CHE UNA DESTRA ‘LAW AND ORDER’, QUELLA DEL GENERALISSIMO È UNA DESTRA ‘ROMANZO CRIMINALE’. NON LA CALZA IN FACCIA DEI DIBATTITI DEL CAV. MA PROPRIO IL PASSAMONTAGNA. AGGIUNGIAMO UNA SPRUZZATINA DI QUEL PROFUMO VERO O PRESUNTO DI MAFIA CAPITALE. DEL RESTO ANCHE IL PRESIDENTE DELLA REGIONE LAZIO, FRANCESCO ROCCA, HA CONOSCIUTO LE PATRIE GALERE CON UNA GIOVANILE CONDANNA PER SPACCIO”

A chi le primarie? A voi. La ricerca dei candidati e la creazione di una classe politica non sono mai una passeggiata.
Correre insieme? Buttarsi al centro? Ma non nel centro storico (lì arriva subito l’accusa: troppo Ztl). Buttarsi di sotto? A destra pare più semplice. A destra-destra soprattutto.
Guardate il general Vannacci. Primarie? Macchè. Società civile? Ma mi faccia il piacere. I “club” (da pronunciare: clöb)? Magari come Silvione nel 1994? Le scuole di partito come una volta? Acqua, acqua. Meglio puntare su Rebibbia.
La destra-destra del General Vannacci ha già la sua accademia, il bacino, la sua costituency; Non Harvard, non Confindustria, e nemmeno Colle Oppio. No, tutti a Rebibbia! Non intendendo il quartiere romano, feudo del guru di sinistra Zerocalcare. Ma proprio il carcere.
Infatti dal penitenziario romano è appena uscito Gianni Alemanno, incensato, intervistato, lodato, riabilitato e asciugato nel fisico, acclamato come un oracolo dal popolo vannaccista dei prodi patrioti. Pronto a correre col generalissimo.
Diciamolo: la destra riparta dal gabbio. E certo conterà pure che fu forse il peggior sindaco da quando esiste Roma, insieme alla Raggi, che però non ha mai conosciuto la detenzione. E questo conta, appunto, essere stati cattivi amministratori, ma non basta. E’ il carcere il valore aggiunto, il plus (da pronunciare: plàs).
Forse ricollegandosi astutamente a tutto un immaginario local, le canzoni della mala, le Mantellate, “Er canto der carcerato” di Claudio Villa, quel “non è romano chi non ha salito lo scalino” (inteso di Regina Coeli, altro clöb che potrebbe fornire prestigiosi candidati)
Non la calza in faccia dei dibattiti del Cav. ma proprio il passamontagna. Aggiungiamo una spruzzatina di quel profumo vero o presunto di Mafia capitale (ma pure nel seminale “Caterina va in città” di Virzì, l’analisi più giusta della politica romana e nazionale che ci sia mai stata negli ultimi decenni, c’era un deputato di destra-destra che diceva “aho, me so fatto er gabbio”).
Del resto anche il presidente della regione Lazio, Francesco Rocca, ha conosciuto le patrie galere con una giovanile condanna per spaccio, e pure il papà di Giorgia Meloni fu condannato per narcotraffico laggiù in Ispagna. Poi alcuni si sono riabilitati, è importante, questa è la funzione originaria del penitenziario, e son diventati esperti di questione carceraria, dopo le esperienze sul campo.
E qui non si vuole scherzare sulla seria questione del sovraffollamento carcerario. E non mancano certo gli ex detenuti passati alla politica, internazionalmente,
storicamente, ma di solito si tratta di reati giovanili, o di reati politici. Alemanno come un Nelson Mandela del Grande Raccordo Anulare?
Che poi Rebibbia non è solo la grande accademia della destra-destra ma pure il suo bacino di voto. L’ex sindaco, che ha tenuto un pregevole diario dal carcere, oggi assicura: son tutti di destra, i carcerati di Rebibbia.
Ha dichiarato anche che “dentro”, ha trovato “molta empatia”, ma il dato importante è l’altro. Son tutti di destra, dentro. Non si sa se di destra semplice o di destra-destra. Ci saranno anche lì le correnti. Ma lo saranno, di destra o di destra-destra, anche gli stranieri, quelli che Vannacci vorrebbe remigrare, e che secondo l’Istat costituiscono il 31,5 per cento dei carcerati?
Non si remigra più. Piuttosto se magna. All’uscita da Rebibbia, Alemanno è andato a cenare con Vannacci e un manipolo di camerati in un ristorante a Roma Nord (invece di andare alla bisteccheria di Delmastro, che è pure più vicina).
Ristorante sardo, specializzato nel porceddu. Comunque, tra quello stormire di camicie bianche attillate da maschioni di mezza età e i porceddu c’erano pure il leggendario Antonio Maria Rinaldi già candidato al Campidoglio e il deputato Pozzolo (speriamo disarmato, e non alla guida), e il pasto si è svolto tra celebrazioni con tanto di “a noi!”, e una specie di preghiera laica, “La lode a Dio, la spada al Re, il cuore alla dama e l’onore a me”, “codice etico dei cavalieri medievali recitato da un giovane attivista di Futuro nazionale”, riportano i giornali (boh. Mai sentito. Ma qui più che l’etica c’è la cotica, parrebbe).
E forse ci voleva un inno più adatto, tipo piuttosto “Er canto d’aa malavita” di Gabriella Ferri (“amore amore manname ’na pagnotta che er vitto d’er Coeli nun m’abbasta!”). Manname un porceddu! Deluso chi da una destra securitaria si aspettava che cooptasse poliziotti, servitori dello stato, prefetti magari fascistoni, questori nostalgici, pescando magari nel nord più conservatore.
Alla conquista del tessuto produttivo. Cernobbio, a noi? Macché. Rebibbia a voi. Il galeotto romano, con la tuta a strisce e la palla al piede, ecco l’homus vannacciano. Magari anche con “kit del candidato”, qui con arance, lima, mascherina da banda Bassotti.
Più che una destra “Law and order”, per restare alle serie tv, quella del generalissimo è una destra “Romanzo criminale” (è già da capire, in un giochino estivo stupidino, chi sia Er Freddo, e chi Er Dandi – potrebbe essere Vannacci, con le sue vestagliette.
Ma in un altro giochino, e manuale di conversazione, se dei vicini di ombrellone vi accuseranno di essere “sinistra Ztl”, rispondete prontamente e senza incertezze: meglio della “destra Rebibbia”, come in un dialogo da film di Virzì, anche se il candidato galeotto neanche uno sceneggiatore se lo poteva immaginare, neanche romano, vabbè.

Michele Masneri
per “Il Foglio”

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COME FINIRÀ LA DISFIDA LOMBARDA TRA LA RUSSA E LE MELONI? NELLA SUA MILANO, NON SI MUOVE FOGLIA CHE IL PRESIDENTE DEL SENATO NON VOGLIA

Giugno 27th, 2026 Riccardo Fucile

SUI CANDIDATI AL COMUNE E ALLA REGIONE SARÀ ANCORA ‘GNAZIO-STRAZIO A DARE LE CARTE: MAURIZIO LUPI A PALAZZO MARINO E GIOVANNI BOZZETTI (FONDAZIONE FIERA MILANO) AL PIRELLONE… MA LE SORELLINE MELONI, COTONATE D’ONNIPOTENZA, TIRANO FUORI FIDANZA, PRANDINI, TATARELLA E RISCHIANO DAVVERO DI SBATTERE DI BRUTTO

Ignazio La Russa accelera. Giorgia e Arianna Meloni frenano. La partita per Milano e la Lombardia sta diventando uno dei dossier più delicati dentro Fratelli d’Italia.
Da una parte il presidente del Senato, convinto che candidature e alleanze vadano definite in fretta e che nella sua Milano vuole ancora “dare le carte”.
Dall’altra le sorelle Meloni, decise più che mai a far valere il loro peso nel cuore produttivo del Paese. Anche se finora, vedi la sostituzione dell’assessora al Turismo Barbara Mazzali, vicina a Daniela Santanchè e dunque a La Russa, con Debora Massari, vicina alle “sorelle”, è sembrata più che altro un escamotage di marketing.
La distanza si è intravista anche ieri alla Sala Biagi della Regione Lombardia, durante il convegno dedicato a Giorgio Almirante. Arianna Meloni, attesa inizialmente in presenza, ha affidato il suo intervento a un videomessaggio registrato.
In prima fila, invece, c’era La Russa. Una differenza apparentemente marginale che, nelle stesse ore in cui si discute del futuro della città e della Regione, viene letta come qualcosa di più di una questione di agenda.
Da settimane il presidente del Senato incontra alleati, sonda candidature e prova a costruire una soluzione sia per Palazzo Marino sia per Palazzo Lombardia. Un protagonismo che qualcuno continua a considerare irrituale per la seconda carica dello Stato in trattative tutte politiche.
A Roma, però, non intendono aprire alcuna polemica. «Lo lasciano lavorare, ma questo non significa che le decisioni siano state prese», sintetizza un dirigente. La Russa, d’altronde, è convinto che il centrodestra non possa perdere altro tempo.
Milano resta il punto più debole per la coalizione – e anche l’argomento che più interessa all’ex missino. Non a caso, più di un anno fa aveva fatto il nome di Maurizio Lupi come candidato politico per il centrodestra.
Senza un nome spendibile e condiviso in FdI prima che tra gli alleati, la campagna elettorale rischia di non partire nemmeno. E oggi, infatti, i parlamentari lombardi di Fratelli d’Italia si ritroveranno al Pirellone per fare il punto. Una tappa propedeutica per il tavolo del centrodestra cittadino previsto per il prossimo 6 luglio.
Tra le ipotesi che stanno prendendo quota c’è quella dell’ex consigliere comunale Pietro Tatarella, assolto dopo sette anni dall’inchiesta “Mensa dei poveri”. Un nome che, oltre a consentire di uscire dallo stallo, rappresenta anche una precisa idea di classe dirigente.
Ma il vero obiettivo del partito resta Palazzo Lombardia. Fratelli d’Italia è il primo gruppo della maggioranza regionale ma non esprime il governatore, ruolo ancora affidato al leghista Attilio Fontana.
Tra i nomi che continuano a circolare ci sono Ettore Prandini, presidente della Coldiretti e vicino al ministro Francesco Lollobrigida, Giovanni Bozzetti, presidente di Fondazione Fiera Milano sponsorizzato da La Russa. In corsa, però, c’è anche l’eurodeputato Carlo Fidanza, molto in vista nella Ue.
Tutto, però, dipenderà dal calendario. Se le elezioni politiche dovessero essere anticipate alla primavera del 2027, Fontana potrebbe candidarsi al Parlamento e lasciare Palazzo Lombardia, aprendo la strada a un voto regionale già nell’autunno del 2027.
Se invece la legislatura arrivasse alla scadenza naturale, la Lombardia voterebbe tra la fine del 2027 e l’inizio del 2028. Sullo sfondo pesano anche le altre partite della coalizione, dal Veneto alla Sicilia, fino al Friuli Venezia Giulia. È proprio questa incertezza a spiegare la prudenza di Giorgia Meloni.
La premier vuole capire quale candidato possa consentire al centrodestra di recuperare terreno nell’elettorato moderato senza scoprire il fianco alla destra. Anche tenendo conto della minaccia Roberto Vannacci, che considera la Lombardia una regione strategica e continua a rafforzare la propria presenza sul territorio (altri due consiglieri regionali potrebbero presto passare con lui).
Così, mentre La Russa continua a spingere sull’acceleratore per non farsi trovare impreparato, le sorelle Meloni tengono il punto. Non perché Milano e la Lombardia non siano una priorità, ma perché la convinzione è che una partita di questo peso si giochi una volta sola. E che, quando arriverà il momento, sarà la premier a decidere tempi, candidato e strategia. Non sono ammessi fallimenti.

(da agenzie)

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SON BASTATE 56 ORE PER MANDARE IN SOFFITTA LA GRAVISSIMA DICHIARAZIONE DI MARK RUTTE, SEGRETARIO GENERALE DELLA NATO: ‘’500 AEREI USA SONO DECOLLATI DALLE BASI AMERICANE IN ITALIA PER SOSTENERE L’AZIONE MILITARE USA CONTRO L’IRAN’’. DELLE DUE, L’UNA: SE HA MENTITO, RUTTE SI DEVE DIMETTERE, ALTRIMENTI SI DEVE DIMETTERE MELONI

Giugno 27th, 2026 Riccardo Fucile

IL DILEMMA LO SCIOGLIE MARCELLO SORGI SU “LA STAMPA”: “MELONI NON HA IMPEDITO AGLI USA DI ATTERRARE ANCHE CON AEREI DA GUERRA, FARE RIFORNIMENTI O MANUTENZIONI, RIPARTIRE PER ANDARE A BOMBARDARE L’IRAN. SI È CHIUSO UN OCCHIO ANCHE SUGLI AEREI CISTERNA CHE POI INTERVENGONO IN VOLO PER RIFORNIRE DI CARBURANTE I BOMBARDIERI IN MISSIONE’’

Era inevitabile che il velo, prima o poi, cadesse. E Rutte c’è riuscito, mettendo in imbarazzo il ministro della Difesa Crosetto, che gli ha chiesto un’ulteriore precisazione.
Ma siccome l’equivoco sta alla base dello scontro tra Trump e Meloni, forse conviene chiarire cosa ha fatto l’Italia con le basi americane durante la guerra in Iran, e cosa invece avrebbe voluto Trump.
Meloni e Crosetto, non solo non hanno impedito agli Usa nulla che non fosse previsto dai trattati – normale logistica -, ma li hanno lasciati fare di più: atterrare anche con aerei da guerra, fare rifornimenti o manutenzioni, ripartire per andare a bombardare l’Iran.
Si è chiuso un occhio anche sugli aerei cisterna che poi intervengono in volo per rifornire di carburante i bombardieri in missione. L’unico errore di Meloni, al momento della crisi di Sigonella 2, è stato di rivendicare che il governo si muoveva nell’ambito degli accordi. Cioè che non partecipava ad azioni di guerra.
Era chiaro – anche se non del tutto vero – ma non c’era bisogno di dichiararlo. Ed è quel che ha irritato Trump e l’ha spinto ad associare la premier al primo ministro spagnolo Sanchez, che invece le basi americane in Spagna le ha chiuse per davvero.
Le conseguenze dell’equivoco naturalmente valgono anche per Meloni, che si affanna a cercare di far capire a Trump che non dovrebbe aver ragioni di dolersi dell’Italia, data la larga collaborazione assicurata nelle basi.
Ma Trump, verrebbe da dire, da quest’orecchio non ci sente: per lui la Nato (e l’Italia) dovevano intervenire attivamente, da alleati sul campo, nei cieli iraniani.
È qui che, con un’altra metafora, si potrebbe aggiungere che tra la Casa Bianca e Palazzo Chigi si sono rotti i telefoni. E Trump ha cominciato a rispondere ai cellulari dei giornalisti italiani, per far sapere che lui non è affatto contento di come si è comportata l’ex-amica Giorgia.
Chissà cosa ne penserà adesso il Presidente Usa dell’intervento del segretario della Nato Rutte, che già altre volte ha tentato di spiegargli che l’organizzazione militare internazionale che dirige ha compiti difensivi e non di attacco.
Ma se l’Italia se l’è presa anche per una precisazione che riguardava basi e aerei americani, dirà tra sé e sé l’iracondo inquilino della Casa Bianca, vuol dire che avevo ragione io!

(da la Stampa)

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IL CONCETTO SOVRANISTA DELLA LIBERTA’ DI STAMPA: FEDERICA VALENTI, CRONISTA POLITICA DELL’AGENZIA GIORNALISTICA ITALIA, È STATA SPOSTATA ALLA REDAZIONE ESTERI DOPO UN ARTICOLO SULLE TENSIONI NELLA LEGA TRA ZAIA E SALVINI

Giugno 27th, 2026 Riccardo Fucile

VALENTI SEGUE DA 16 ANNI IL CARROCCIO: DOPO L’ARTICOLO, LA DIRETTRICE RITA LOFANO LE HA CHIESTO DI CONDIVIDERE TUTTI I SUOI ARTICOLI E POI, DOPO DUE SETTIMANE, LE HA COMUNICATO IL TRASFERIMENTO… IL COMITATO DI REDAZIONE CHIEDE UN INCONTRO URGENTE AI VERTICI: “SAREBBE SINGOLARE SCOPRIRE CHE IN AGI SI VIENE SPOSTATI DI MANSIONE PERCHÉ SI DANNO DELLE NOTIZIE IN ESCLUSIVA, DOVREBBE ESSERE AL CONTRARIO MOTIVO DI VANTO”.. IL COMUNICATO DEL CDR DELL’AGI

Il Cdr, dopo aver atteso invano per due giorni risposta a una richiesta di incontro urgente inviata alla Direttrice, chiede di chiarire la ragione dello spostamento della collega Federica Valenti dal Servizio politico a quello esteri.
Uno spostamento contrario agli interessi della redazione dell’AGI, considerando che si tratta di una collega che ha dimostrato negli anni il suo valore all’interno del servizio politico.
La collega segue da molti anni le vicende della Lega, e solo negli ultimi mesi ha dato diverse notizie in anteprima, tra cui la scomparsa dello storico leader Umberto Bossi con citazione di AGI su diverse testate.
Il Cdr, a norma dell’art.34 del Contratto Fieg-Fnsi, che prevede una comunicazione preventiva alla rappresentanza sindacale, chiede dunque di conoscere per quale motivo questa risorsa del servizio politico debba essere spostata altrove.
Sarebbe singolare scoprire che in AGI si viene spostati di mansione perché si danno delle notizie in esclusiva, dovrebbe essere al contrario motivo di vanto.
Sarebbe altrettanto singolare che gli spostamenti di’ redattori da un servizio ad un altro fossero dettati da ragioni ‘esterne’ all’Agenzia. Così come appare non comprensibile se lo spostamento fosse pensato nell’ottica di una riorganizzazione dei servizi, in mancanza di un qualsiasi confronto con il Cdr come invece prevede il Contratto nazionale, tanto piu’ dopo la bocciatura del piano editoriale e in assenza della presentazione di un nuovo piano.
Un articolo su un incontro tra Matteo Salvini, Giancarlo Giorgetti e Luca Zaia in cui quest’ultimo avrebbe fatto delle richieste precise per essere nominato vicesegretario: un congresso vero e la modifica dello statuto per far nascere un nuovo soggetto politico del Nord sul modello della Cdu e Csu bavarese.
Un retroscena come molti altri che però non è piaciuto ai vertici della Lega e che sarebbe costato il trasferimento di Federica Valenti, storica cronista parlamentare dell’Agenzia Giornalistica Italia (Agi, di proprietà dell’Eni) che segue la Lega da sedici anni, dal 2010 prima a Milano e poi a Roma.A Valenti, cronista iscritta all’associazione stampa parlamentare, mercoledì è stato comunicato che presto sarà spostata alla redazione esteri ufficialmente in un’ottica di “riorganizzazione”.
Nell’articolo Valenti elencava le richieste del doge per diventare vicesegretario:
“Zaia sarebbe stato netto nel chiedere a Salvini un passaggio congressuale – si leggeva – Non una assise elettiva, viene riferito ma un congresso finalizzato alla ‘modifica dello Statuto’ per dare vita a ‘nuovo soggetto politico’ che si occupi del Nord all’interno della Lega, sul modello della Csu bavarese, che è la costola regionale della Cdu nazionale in Germania”.
E ancora: “Un modello federale di partito, sostanzialmente, su cui convergerebbero anche il governatore lombardo Attilio Fontana e il segretario della Lega lombarda Massimiliano Romeo”. Inoltre, scriveva la cronista dell’Agi, Zaia poi avrebbe chiesto, “totale autonomia di spesa e di programmazione della campagna elettorale, oltre a garanzie sulle liste al Nord. La proposta di essere affiancato da Fedriga, inoltre, sarebbe sua”.
Passaggi che non sarebbero piaciuti ai vertici salviniani del partito in imbarazzo per la nuova leadership dell’ex governatore del Veneto.
Così prima la direttrice dell’Agi Rita Lofano avrebbe chiesto alla sua cronista di condividere tutti gli articoli con la direzione e poi, due settimane dopo, le avrebbe comunicato il suo trasferimento alla redazione Esteri.

(da Il Fatto Quotidiano)

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