LE REGOLE DA FAR WEST
LA NUOVA LEGGE SULLA CACCIA: SPARA GRINGO, SPARA
Spara, gringo, spara. La nuova legge sulla caccia, già approvata dal Senato, riflette le parole d’ordine di questa stagione di governo. Che si distingue per una postura muscolare, benché alquanto sbilanciata: intransigente con i deboli, compiacente con i forti. In questo caso s’abbatte sui quadrupedi, però nemmeno noi bipedi ce la passiamo bene. Salvo quanti s’arruolino nel popolo dei cacciatori, che la legge battezza come «bioregolatori». Sicché diventano i custodi «della biodiversità e degli ecosistemi», manco fossero guardie forestali. E potranno cacciare ovunque, perfino nelle spiagge.
Loro, le bestie, non hanno diritto di voto in Parlamento. Altrimenti forse s’opporrebbero anche alle altre leggi da Far West che ci sono cadute sul groppone in questi anni. Quella che dichiara non punibili gli agenti segreti, cui viene consentito di creare pure gruppi terroristici o eversivi. Quell’altra che autorizza i poliziotti a portare armi private quando non sono in servizio. O che forgia uno scudo penale per le forze dell’ordine, con un registro separato per legittima difesa. Tutte novità introdotte dai decreti sicurezza, che si succedono come una scarica di fuochi d’artificio, e che in ultimo rendono la nostra vita più insicura.
Ma la sicurezza è l’alibi del vento autoritario che soffia in tutto il mondo, e il governo Meloni non fa certo eccezione. Come si manifesta? Intanto, schiacciando le assemblee parlamentari, privandole del potere di decidere le leggi. Del resto il buongiorno si vede dal mattino.
Nei suoi primi tre mesi d’esistenza questo esecutivo ha messo in pista 15 decreti legge, stracciando ogni record precedente (Draghi 12, Renzi 10, Berlusconi 9). E ha esordito alla media d’un voto di fiducia ogni 11 giorni, sommando 47 questioni di fiducia in 18 mesi, un altro record. Nonché un doppio bavaglio al Parlamento, anche perché la fiducia viene applicata non soltanto sui decreti, bensì pure sulle leggi più importanti; difatti adesso aleggia sull’approvazione della legge elettorale.
Questo diluvio normativo si converte in una tempesta di divieti irragionevoli (come il no alla cannabis light, benché priva d’effetti psicotropi). Di castighi insensati (per esempio l’arresto fino a un anno per l’automobilista che avesse assunto droghe qualche giorno prima, pur essendo perfettamente lucido nel momento di mettersi al volante). Di aggravi di pena (sono 9 le aggravanti introdotte dal decreto sicurezza
del 2025). E ovviamente di nuovi reati (14, solo a considerare quel decreto; ma in realtà si contano a decine, dal blocco stradale all’omicidio nautico, dai rave party all’occupazione abusiva degli immobili).
Le conseguenze? Possiamo misurarle attraverso lo scandalo della condizione carceraria. Mercoledì 24 giugno Luigi Manconi ha sollevato il caso dei bimbi reclusi in cella insieme alle loro madri, il cui numero è quasi raddoppiato negli ultimi tre anni. Effetto dell’ennesima stretta, che ha cancellato una norma di civiltà giuridica ospitata perfino dal codice Rocco, il codice fascista. Ma le cifre complessive sono ancora più eloquenti.
Nell’ottobre 2022 — al debutto del governo Meloni — la popolazione carceraria contava 55mila detenuti; ora sono quasi 65mila, con un indice d’affollamento al 139 per cento e 18mila persone in più dei posti letto. Mentre per la prima volta il sovraffollamento investe anche gli istituti penali per minorenni, con un incremento del 50 per cento. Merito del decreto Caivano, che ha aperto i portoni del carcere per lo spaccio di lieve entità e ha sbarrato l’accesso alla messa in prova per i minorenni.
Insomma, l’aria che tira è questa. E non è da comunisti mangiabambini segnalarne i danni. Né da avversari della destra per partito preso. È da liberali, piuttosto. D’altronde ci sono tante destre, e anche tante sinistre. Divise per visioni politiche, economiche, sociali. Ma dovrebbe unirle una comune cultura dei diritti, delle libertà costituzionali. Non è questo il caso.
(da Repubblica)
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