Giugno 16th, 2026 Riccardo Fucile
TRUMP SI RIVELA ESSERE IL SOLITO CAZZARO. ALL’INIZIO DEI LAVORI DISSE: “I CONTRIBUENTI NON DOVRANNO VERSARE NEANCHE UN CENTESIMO”
La ballroom che Donald Trump vuole a tutti i costi alla Casa Bianca, facendo demolire l’East
Wing, alla fine costerà 600 milioni di dollari, oltre metà dei quali arriveranno dalle casse dei soldi versati dai contribuenti americani.
E’ quanto rivela il Washington Post che ha ottenuto una copia delle nuove stime della società che ha ottenuto l’appalto dei lavori, che contraddicono quanto affermato dal presidente che ha parlato di uno costo di 400 milioni di dollari, tutti provenienti da donazioni private.
“E’ gratis per i contribuenti che non dovranno versare neanche un centesimo”, ha detto Trump lo scorso marzo ai giornalisti, descrivendo il progetto che prevede anche la realizzazione di un bunker, di rifugi anti-bomba e strutture mediche.
Il fatto è, rivela il Post, che già a marzo il governo federale aveva autorizzato una decina di pagamenti alla società di appalto di decine di milioni di fondi pubblici. Interpellata dal Post, la società di costruzioni ha detto che i dettagli del progetto sono riservati, rimandando le domane alla Casa Bianca.
“Il presidente Trump e generosi patrioti americani stanno finanziando con approssimativamente 400 milioni di dollari la ballroom, che sarà un posto sicuro ed appropriato per i presidenti delle prossime generazioni”, è la risposta del portavoce della Casa Bianca, Davis Ingle.
Secondo un sondaggio dello scorso aprile, il 55% degli americani è contrario alla decisione di Trump di abbattere un’ala storica della residenza presidenziale per realizzare la ballroom, mentre appena il 28% sostiene il progetto.
(da agenzie)
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Giugno 16th, 2026 Riccardo Fucile
ANCHE IL COGNOME VANNACCI SI PRESTA AL COMPIMENTO DELL’OPERA IDENTITARIA, COME GIÀ NEL CASO DI FARINACCI, DI BOMBACCI, E DI CATENACCI, IL GERARCA FASCISTA IMMAGINARIO MESSO AL MONDO DELLE PARODIE DA GIORGIO BRACARDI
Vannacci non c’è stato bisogno di vederlo arrivare. Vannacci era già lì, presente, inamovibile, soggetto antropologico periodicamente prevedibile nell’accidentato paesaggio politico nazionale.
Un po’ “Vogliamo i colonnelli”, e un po’ nuovamente graduato, in quest’altro caso prossimo all’improbabile collega Buttiglione, e ancora, per non farsi mancare nulla, come incancellabile testimonial del bisogno individuale di Ordine, Disciplina e Gerarchia, sia pure remixato al tempo dei social, quindi ancor di più duodenale e pervasivo.
Irrilevante, quanto Vannacci possa essere assimilabile alle molte smerigliature caratteriali offerte dal sentire fascista, neofascista o post-fascista: i Vannacci, si è detto, ci sono sempre stati, inamovibili, come già quell’altro che si affacciava un tempo dal balcone di Palazzo Venezia, l’attuale ha inventato nulla, semmai altrettanto tirato fuori un sentire regressivo già presente, ripeto, nel duodeno italico.
Più che naturale quindi che l’uomo mostri adesso narcisisticamente l’offerta pubblica di un proprio partito o movimento assai personale che ha la pretesa di mettere in chiaro certe istanze che, per semplificare, chiameremo ordinatrici. “Destra autentica”, così dichiara l’uomo.
Con posa da escursionista, da diportista, da iscritto a club tennistico di seconda scelta, Vannacci per ragioni anagrafiche si discosta da certo contesto che vedeva i suoi predecessori citare sempre come salvifico un libro caro alle sezioni missine: Navi e poltrone, giunto al mondo delle letture da un ufficiale delle Regia Aeronautica, tale Antonino Trizzino da Bivona, che provò a spiegare il perché l’Italia perse, ahimè, la guerra: colpa delle spie inglesi insediate dentro i comandi di Supermarina
Vannacci, va da sé, ama semplificare, ridurre tutto a una X, nel senso di Decima Mas, dunque, così come I Giganti cantavano “mettete dei fiori nei vostri cannoni” allo stesso modo Vannacci dice semmai di mettere una Decima nelle prossime urne; i suoi trascorsi nella Folgore in questo senso parlano con evidenza, fino a consentirgli di compiere il resto del miracolo, la sua fortuna nel piccolo contesto della destra endemica.
Gli è bastato un pamphlet, Il mondo al contrario, nel quale mostrava il suo pensiero orgoglioso rispetto alla presunta “flaccidità” della sciapa democrazia giunta a noi dalla guerra di Liberazione.
Non sappiamo quanto Vannacci abbia fiutato l’aria, come già Bossi trent’anni fa, intuita l’esistenza di uno spazio nel quale incunearsi, e quale occasione migliore di un governo di centrodestra con presidente del Consiglio una ex militante del Fronte della gioventù quale Giorgia Meloni? Magari accusando quest’ultima di moderazione.
Così nel momento in cui il girmi della politica sembri rimescolare ogni frattaglia, consegnando l’esistenza di un fronte rosso-bruno. Irrilevante domandarsi quanto Vannacci saprà nuocere a Fratelli d’Italia, quanti voti porterà via loro, così come alla Lega di Salvini che lo aveva premiato con il titolo di vicesegretario, molto più interessante intuire che tipo di magnete socio-antropologico in questo momento l’uomo rappresenti, quindi quanta limatura di ferro cosiddetta identitaria riuscirà ad attrarre nella convinzione di presentarsi come concessionario unico di una realtà politica marcatamente di destra estrema, affiancandosi alla Afd presente in Germania e al Rassemblement national di Jordan Bardella in Francia, magari lungo le vie di un nuovo impero pronto a ravvisare nella Russia di Putin un modello possibile. E il fantasma dei migranti come spettro da agitare.
Visto da vicino, Vannacci, si è detto, sembri assomigliare al classico iscritto di circolo nautico o magari tennistico, c’è da immaginarlo in accappatoio mentre esce dalla doccia dopo aver terminato un doppio o fatto alcune vasche in piscina, restituendo così il racconto di una medietà per l’appunto da diportista.
Non è da escludere neppure che possa risultare “piacente” alle signore pronte a immaginarlo in lotta, se non proprio contro l’Idra rossa, come accadeva nelle raffigurazioni anti-comuniste degli anni 30, magari con i cinghiali che talvolta appaiono nel paesaggio cittadino romano residenziale, ecco, sì, c’è proprio da figurarselo mentre placca un cinghiale sul Grande Raccordo Anulare o alla Camilluccia:
Vannacci così Salvatore della Patria e adesso anche della circolazione, della libera circolazione stradale. Vannacci certamente piace anche ai complottisti, gli stessi che sicuramente hanno transitato in passato sotto i gazebi del Movimento Cinque Stelle, già infatuati di Beppe Grillo, e infine delusi, ma adesso finalmente certi di avere trovato un nuovo approdo: Vannacci, forte di un’affermazione quale: “Non accamperei diritti. I gay se vanno in ospedale li curano, e in strada possono guidare”, così rivolto a Lilli Gruber che, pensando alle sue carenze sulla questione LGBTQ+ gli domanda: “E se lei fosse gay?”
Non sembri un dettaglio, ma anche il suo cognome si presta al compimento dell’opera identitaria, come già nel caso di Farinacci, di Bombacci, e ancora di Catenacci, il gerarca fascista immaginario messo al mondo delle parodie da Giorgio Bracardi. Il nostro paese non si è mai davvero rassegnato alle ragioni del gioco democratico, custodendo da sempre ogni genere di spinte centrifughe, pronte a fluttuare verso la destra, possibilmente estrema, e quindi a suo modo, come già Mussolini, Vannacci appare, agli occhi di alcuni, al momento, l’uomo del destino elettorale. Vannacci come un nostro cognato che avremmo preferito non avere al cenone di Natale al nostro stesso tavolo, lui e i suoi discorsi sulla remigrazione al momento del tiramisù.
(da Repubblica)
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Giugno 16th, 2026 Riccardo Fucile
LE GRANDI MANOVRE DI ELLY CHE, DOPO IL COLLOQUIO CON PRODI, CERCA LA RICUCITURA CON L’AREA CATTOLICA DI DELRIO … LA SCHLEIN NON VUOLE PERDERE TERRENO CON CONTE CHE DA PREMIER HA CONSOLIDATO I RAPPORTI OLTRETEVERE
I leader del Campo largo si sono incontrati per discutere del programma. E poi Elly Schlein,
Giuseppe Conte, Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli hanno pubblicato in contemporanea sui propri profili social la fotografia della riunione. Nell’immagine compaiono tutti e quattro insieme, sorridenti attorno a un tavolo.
Il commento in calce al post è quello di Nicola Fratoianni (Avs), che annuncia due giornate importanti: “Al lavoro. Per cambiare l’Italia. Segnatevi queste date: 8 e 15 luglio. Ci vediamo presto!”
Due ore e mezzo, non tanto per cercare di appianare le reciproche incompatibilità e divergenze di vedute. Quanto, piuttosto, per “stare ad ascoltare”. Confrontandosi, in modo anche molto franco, per arrivare a costruire una coalizione la più ampia e solida possibile. Cercando, soprattutto, di ricucire con i cattolici. Almeno, questo è lo spirito con cui Elly Schlein domenica ha incontrato Romano Prodi. Con cui, c’è da dire, nelle ultime settimane (facciamo mesi) non è che ci fosse proprio unanimità di giudizio.
E allora la segretaria del Pd, che è volata a Bologna alla Repubblica delle idee anche per dare un’immagine di compattezza del mondo dem, ha cercato in qualche modo di dare continuità a quell’incontro. Ieri, infatti, la leader dem ha proseguito il suo tour verso il nord vedendo dapprima il sindaco di Milano Belle Sala (“ma non abbiamo parlato del mio futuro”, ha sottolineato il primo cittadino). In seguito si è diretta a Torino, dove ha partecipato a un convegno delle Associazioni cristiane lavoratori italiani (Acli) in ricordo di Mimmo Lucà, suo dirigente storico con un protagonismo politico nella sinistra italiana attraverso l’esperienza dei “Cristiano sociali”. A Torino tra i rappresentanti di quest’area c’erano personalità quali Stefano Lepri, molto vicino a Graziano Delrio.
Schlein ha insomma cercato di parlare a quel mondo che negli scorsi mesi ha denunciato un allontanamento della linea politica del Pd. Una ricucitura che secondo alcuni è sembrata rivolgersi soprattutto all’area di Delrio, che con la sua Comunità democratica ha dato il via a un percorso “costituente” per cercare di elaborare una proposta che tenga conto della sensibilità del cattolicesimo riformista.
Dopo l’addio di Pina Picierno, gli occhi erano puntati soprattutto sulle mosse dell’ex ministro dei Trasporti. Che però ai suoi ha confessato di voler aspettare, vedere meglio che tipo di piega prenderà la piattaforma programmatica del partito in vista delle elezioni. “Perché se prevarrà la linea M5s del ‘mai l’Ucraina nell’Ue’ è chiaro che trarrò le mie conclusioni”.
Il tentativo di riavvicinamento alla cultura cattolica interna al Pd, a ogni modo, non è l’unico modo per Schlein per cercare di accreditarsi a un mondo che a tutti gli effetti non è il suo habitat naturale.
Per esempio, la leader dem sconta, nella competizione interna al campo largo con Giuseppe Conte, una minore consuetudine di rapporti con la Santa sede, uno dei requisiti impliciti di chi voglia ambire a correre per Palazzo Chigi. Del resto, l’ex premier ai tempi dell’università ha frequentato Villa Nazareth. Un dettaglio biografico che lo aiutò parecchio negli anni da capo del governo. Proprio l’esperienza a Palazzo Chigi, poi, servì a consolidare quei rapporti con le alte gerarchie vaticane, a partire dal segretario di stato vaticano Pietro Parolin (anche se i rapporti si sono fatti più saltuari quando Parolin ha preso posizione sul “diritto a difendersi degli ucraini”).
(da agenzie)
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Giugno 16th, 2026 Riccardo Fucile
SENZA I VOTI DI FUTURO NAZIONALE, L’ARMATA BRANCA-MELONI RISCHIA DI PERDERE. E IMBARCARLO NELLA COALIZIONE È MOLTO DIFFICILE, PER TRE RAGIONI – LA PRIMA: IL NAUSEABONDO PROGRAMMA POLITICO DI VANNACCI DIFFICILMENTE NEI PROSSIMI MESI ANDRA’ A SFUMARE, LA SECONDA: LA TOTALE OSTILITÀ VERSO IL DUCIONE DEI LEGHISTI DEL NORD (ZAIA, FEDRIGA, FONTANA, STEFANI), CON SALVINI MOLLATO ANCHE DAI SUOI FEDELISSIMI MOLINARI E ROMEO … INFINE: NEL CASO DI UN INGRESSO ‘LAST MINUTE’ DI VANNACCI NELLA COALIZIONE, A FORZA ITALIA BY MARINA BERLUSCONI NON RESTEREBBE ALTRO CHE ABBANDONARE AL SUO DESTINO MELONI
Lo scenario politico sta cambiando rapidamente e la vertiginosa, quanto inattesa, crescita di “Futuro Nazionale” del generale Vannacci sta sparigliando le carte nel centrodestra. Giorgia Meloni, inizialmente convinta di modificare la legge elettorale per blindare il suo ritorno a palazzo Chigi, ora ha il cervello assediato da molti e pesanti dubbi.
I sondaggi SWG-La7 danno il neo-partito dell’ex parà al 5%, al pari con una Lega sempre più spaccata e sbandata; un risultato sorprendente per le Meloni di via della Scrofa dove erano certi che il Para-Guro della Folgore non andasse oltre il 2,5%.
Il consenso raccolto in questi mesi dal generale (che prende lo 0,8% dal mondo incazzato variabile ex grillino, mentre il restante da Lega e FdI) sta obbligando la Statista della Sgarbatella a cercare nuove strade: il taumaturgico premio di maggioranza previsto dal “Melonellum”, domani potrebbe riportare il centrosinistra a Palazzo Chigi.
Infatti, senza i voti di Futuro Nazionale, l’Armata Branca-Meloni rischia di tornare a casa. E non sarà facile, se non impossibile, aggregare la “sporca dozzina” di Vannacci nella coalizione.
Per tre ragioni.
1) La prima riguarda gli interessi e gli obiettivi politici dell’ex militare con la passione per la Decima Mas e per la Russia di Putin: di rietrare nei ranghi, sfumando le cazzate che spara, non gli conviene: finché resta fuori dal “sistema”, Vannacci vedrà lievitare i suoi consensi.
E’ una strategia già vista: il M5s delle origini tra un “vaffa” e l’altro è arrivato al 32%, poi sporcandosi con l’azione di governo si è sgonfiato come un soufflé venuto male. Idem Fratelli d’Italia: unico partito all’opposizione del governo Draghi, ha intercettato malumori e mal di pancia fino a vincere le elezioni 2022 (grazie soprattutto a un centrosinistra diviso e livoroso).
E’ l’effimera fortuna di chi può fare populismo un tanto al chilo senza l’incombenza di responsabilità di governo: si titilla l’elettorato più incazzato, si fanno proposte politicamente insostenibili, si evocano cambiamenti epocali e si ingrossa il granaio di voti.
Poi, una volta al potere, la musica cambia: i soldi che mancano, battaglie che finiscono e guerre che vanno avanti, i compromessi che prendono il posto delle promesse elettorali, le incombenze geopolitiche, i conflitti fratricidi per l’occupazione di posti, tolgono consensi e voti al pifferaio di turno.
Ma per ora Vannacci cavalca l’onda prepotente delle destre europee e veleggia verso percentuali di voto sempre più ingombranti.
2) La seconda ragione è che i suoi ex compagni di partito della Lega, da Zaia ai governatori Fontana, Fedriga e Stefani fino alla base padana del Nord, non vogliono vedere Vannacci neanche in cartolina.
L’hanno sopportato come vicesegretario, l’hanno vissuto come un ingombro, frutto dell’ennesima scellerata decisione di Matteo Salvini, ma ora basta. Fora dai ball e vai in mona.
D’altronde l’ex Truce del Papeete, che volle candidare Vannacci con la Lega alle elezioni europee (raccogliendo 500 mila voti), oggi è nel momento di massima debolezza e rischia di rompersi le ossa: se si arrivasse allo sdoppiamento del Carroccio, sul modello tedesco di Cdu-Csu, con una Lega Nord e una nazionale, Salvini sarebbe fritto.
La versione padana del partito, a guida Zaia-Fedriga-Fontana, avrebbe la forza di arrivare al 4%. Quella nazionale, affidata al tandem Salvini-Durigon, dove li prenderebbe i voti? A Latina? A Messina?
Il vicepremier e ministro dei Trasporti rischierebbe di non raggranellare i voti sufficienti per essere rieletto. E poi i suoi stessi fedelissimi, da Molinari a Romeo, oggi si oppongono a ogni apparentamento con l’ex parà. Discorso chiuso, sipario.
3) La terza ragione che rende davvero difficile l’ingresso di Futuro Nazionale nel centrodestra è Forza Italia. La svolta liberal, pro-diritti, europeista, atlantista anti-Trump imposta al partito da Marina Berlusconi è inconciliabile con le invettive da bar sport no-gay, pro-Russia e pro-Maga di Vannacci.
Come potrebbero lavorare insieme i vannacciani amici dei neonazi tedeschi di Afd e gli affiliati al Partito popolare europeo, che ha come vice-presidente Antonio Tajani? Se il Para-Guru toscano s’avvicina alla coalizione guidata da Giorgia Meloni, ai forzisti non resterebbe che scappare a gambe levate: o lui o loro.
In questo guazzabuglio, una nuova legge elettorale diventa una roulette russa. Intanto, quando si andrà a votare? Si arriverà alla naturale scadenza della legislatura, a ottobre 2027, con una finanziaria da far tremare i polsi da consegnare un mese dopo a Bruxelles?
Oppure ad aprile, come sogna Meloni? In tal caso, ci sarà un election day che accorpi politiche e amministrative? Il governo vorrebbe evitarlo, così da scongiurare un effetto-traino a favore del “Campo largo” (le grandi città al voto come Roma, Milano e Napoli sono tutte amministrate dal centrosinistra). Il Quirinale vuole invece accorpare le tornate elettorali così da risparmiare molti milioni in una fase delicata per l’economia nazionale.
Essì: al Manicomio Italia, ci mancava solo Vannacci
(da Dagoreport)
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Giugno 16th, 2026 Riccardo Fucile
NON BASTAVANO CHIOCCI AL TG1, NICOLA RAO ALLE RADIO, IL BLITZ DE MARTINO (CHE SCATTERA’ GIOVEDI IN CDA RAI) E’ UN ULTERIORE PASSO VERSO LA MILITARIZZAZIONE DEL SERVIZIO PUBBLICO IN PREVISIONE DELLA CAMPAGNA ELETTORALE PER LE POLITICHE
Il curriculum non è stato ancora depositato. Ma è solo una questione di ore. Al più tardi entro
le dieci di domattina, il colpo di mano sull’ennesima direzione dell’informazione Rai appaltata a Fratelli d’Italia diventerà realtà.
Ulteriore passo verso la militarizzazione del servizio pubblico per mano del centrodestra, funzionale alla campagna elettorale per le politiche che si preannuncia senza esclusioni di colpi. Decisa, la presidente del Consiglio, a combatterla a suon di propaganda dagli schermi della Tv di Stato. Oramai trasformata in una TeleMeloni al quadrato.
È in quest’ottica che va letto l’ultimo cambio al vertice di Rai Parlamento, la testata che si occupa di seguire i lavori delle Camere e dar voce ai deputati e ai senatori della Repubblica.
Il blitz scatterà giovedì in Cda. All’ordine del giorno, il rinnovo dei vertici scaduti a fine maggio: quelli del Tg2 e di Rai Parlamento, appunto. Ma se sul notiziario cadetto non sono previste sorprese — Antonio Tajani non ha voluto sentire ragioni e ha ottenuto la conferma del direttore in quota forzista Antonio Preziosi — sul secondo fronte si mette malissimo per Giuseppe Carboni, già direttore del Tg1 quando premier era Giuseppe Conte, poi declassato da Draghi e infine tenuto ai margini da Meloni.
Il suo posto dovrebbe andare a una delle sue vice, Francesca De Martino, a suo tempo promossa in quota Fratelli d’Italia, nonché fedelissima di tutto il gruppo di testa aziendale, in particolare del capo degli Approfondimenti Paolo Corsini.
Salvo ripensamenti dell’ultima ora, che però tutti a Saxa Rubra escludono, la collana dei meloniani al comando infilerà un’altra perla.
Non bastavano Gian Marco Chiocci al Tg1, Nicola Rao alle Radio, oltre che al vertice di svariati Generi. Ora arriva pure il direttore De Martino: al maschile, che il femminile a destra non si usa.
(da agenzie)
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Giugno 16th, 2026 Riccardo Fucile
SULLA SCIA DI SALVINI, VANNACCI CITA CANTAUTORI A CASACCIO
L’assemblea costituente di Futuro Nazionale, il partito del generale Vannacci, avvenuta ieri all’Auditorium della Conciliazione di Roma si apre sulle note di Futura di Lucio Dalla. Pare che il generale abbia perfino citato il cantautore bolognese dicendo: «Il grande Lucio Dalla guarda al futuro, proprio come noi». Un futuro senza diritti d’autore forse, che però ancora non si è materializzato, infatti la famiglia Dalla, che ha parlato tramite Repubblica Bologna per bocca della vicepresidente della Fondazione Lucio Dalla, nonché cugina dell’artista, Dea Melotti, ha fatto sapere: «Non ne sapevamo niente, lo abbiamo saputo ieri sera e siamo rimasti spiazzati. Non ci piace che un brano di Lucio e la sua immagine vengano utilizzati in contesti politici. A noi non è mai piaciuto e sicuramente non piacerebbe nemmeno a lui. Per tutelare le immagini e l’arte di Lucio non abbiamo mai consentito che di Dalla si facesse un uso in contesto politico, a prescindere dal partito. Dalla è fuori da ogni ragionamento di parte, qualsiasi essa sia; credo sia la prima volta che capita questo tipo di uso e cercheremo di fare chiarezza».
Che c’entra Futura di Dalla con la politica di Vannacci?
A questo punto la domanda sorge spontanea: ma cosa c’entra Lucio Dalla e Futura con la politica di Vannacci? Assolutamente nulla. Quella di Vannacci potrebbe essere considerata una gaffe storica, perché tra tutte le canzoni del repertorio italiano ha scelto proprio quella in cui si sogna un futuro diametralmente opposto a quello professato, in qualche modo promesso, dal generale con Futuro nazionale. Mettendo da parte il fatto che Lucio Dalla, pur non entrando mai nel merito dei propri gusti sessuali, si è sempre sbilanciato sulla sacrosanta libertà di ognuno di amare chiunque, Futura fu scritta nel 1979 su una panchina davanti al Checkpoint Charlie di Berlino, il principale punto di passaggio del muro che divideva Berlino Est e Berlino Ovest durante la Guerra Fredda, sognando, appunto, un futuro senza alcuna divisione ideologica
I politici non ci capiscono niente di music
I politici, ormai è chiaro, di musica non ci capiscono granché. Vannacci in apertura del suo comizio, ha nuovamente tirato in ballo Fabrizio De André, cantautore apertamente di sinistra ma continuamente tirato in ballo da esponenti della destra più radicale e conservatrice, uno su tutti Matteo Salvini, che lo ha anche definito «Mio poeta preferito». Preferito, ok, ma forse mai ben compreso, cosa che sui social gli utenti, specie quelli di parte politica avversa (ma non solo), ci tengono sempre a fargli notare.
«Come diceva un grande cantautore – ha dichiarato dal palco Vannacci -: “Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior”», sfruttando, ancora una volta e a casaccio, la potenza e popolarità di un verso senza prendersi il disturbo di indagarne il significato. Per dire, Via del Campo celebra la bellezza del disagiato, delle persone lasciate ai margini e in difficoltà, sommariamente potremmo anche dire che i “diamanti” di De André oggi sono proprio quelli che Vannacci vorrebbe “remigrare“, piuttosto arduo dunque trovare un aggancio con le politiche estremiste di Futuro nazionale.
Le principali gaffe musicali di Salvini e Trump
Dalla e De André non hanno fatto in tempo a vedere certe proprie opere utilizzate da certi leader di partito, specie di destra, negli anni si sono potuti difendere solo tramite familiari e diffide evidentemente rimaste ignorate, perché il problema si ripropone quasi regolarmente ad ogni tornata elettorale. Ma è vivo e vegeto Vasco Rossi, che ci ha tenuto a dissociarsi dall’utilizzo che è stato fatto, sempre da Salvini, della sua C’è chi dice no, nel 2016 in occasione del referendum costituzionale. Sempre Salvini, cintura nera di riferimenti musicali fuori contesto, due anni dopo si beccò la strigliata del fratello di Rino Gaetano per l’utilizzo improprio di Ma il cielo è sempre più blu («Con il linguaggio leghista il suo repertorio non ci azzecca nulla»).
Se allarghiamo l’indagine anche al mondo, in particolare gli Stati Uniti, la lista degli artisti che hanno negato a Donald Trump l’utilizzo di proprie opere si fa infinita e, tra l’altro, in continuo aggiornamento: da Rockin’ in the Free World di Neil Young a Happy di Pharrell Williams, da In The End dei Linkin Park a You Can’t Always Get What You Want dei Rolling Stones, passando da Dream On degli
Aerosmith a Sweet Child o’ Mine dei Guns N’ Roses, fino all’intera discografia dei Rem e, naturalmente, di Bruce Springsteen.
(da agenzie)
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Giugno 16th, 2026 Riccardo Fucile
IL PIANO PER IL VIMINALE E’ SALTATO E VANNACCI GLI STA RUBANDO ALTRI PARLAMENTARI
Matteo Salvini è sotto assedio. E ha paura di dover rinunciare alla segreteria della Lega. Mentre
i sondaggi come quello di Swg certificano che Roberto Vannacci ha raggiunto il Carroccio e ha messo la freccia per iniziare il sorpasso. E Giancarlo Giorgetti spiega: «Ci serve Zaia altrimenti finisce tutto».
Per questo il Capitano ha rinunciato, per ora, a prendersi il posto di Matteo Piantedosi al Viminale. Intanto tre deputati del sud sono pronti a lasciare. E il consiglio federale che avrebbe dovuto decidere gli avvicendamenti (compreso quello con Massimiliano Fedriga) è per ora sospeso.
Matteo under attack!
A raccontare il momento difficile di Salvini oggi sono Il Foglio e La Stampa. Che raccontano come quello del ritorno al ministero dell’Interno per lui sarebbe una trappola. Perché sarebbe un’operazione per sfilargli il partito. Da una parte ha paura di un eventuale rifiuto di Giorgia Meloni, che sul no al rimpasto costituirebbe un asse irresistibile con Sergio Mattarella. Dall’altra capisce che così finirebbe la sua direzione politica del Carroccio. Zaia e Fedriga fanno sponda. L’ex presidente del Veneto nei piani del Capitano avrebbe dovuto fare il Vannacci: portare voti da capolista alle politiche e come ricompensa diventare presidente del Senato al prossimo giro. Ma il governatore dice di no. E ieri a Milano è apparso uno striscione all’Arena civica: “Grazie Matteo. Ma … Zaia segretario ora”.
«Zaia segretario ora»
Il Foglio fa i nomi dei deputati (che rispondono a Claudio Durigon) tentati dall’uscita: Giorgia Latini, Simona Loizzo e Giovanna Miele. Il partito sta salutando anche Matteo Pandini, il portavoce storico del capo che va in Enav. Anche perché per la sua campagna elettorale interna al centrodestra Vannacci sta riprendendo i cavalli di battaglia del Capitano e di Meloni. Per esempio il cosiddetto “mutuo tricolore”, ovvero un prestito garantito dallo stato per l’acquisto della prima casa per le “famiglie italiane”: è una proposta presente nel programma elettorale del centrodestra alle ultime elezioni. Ma anche la flat tax per alcune tipologie di contribuenti.
Vannacci e i no euro
Anche la mossa di prendere con sé Antonio Maria Rinaldi, che con Claudio Borghi e Alberto Bagnai faceva parte dei tre moschettieri No euro di Salvini, è sintomatico della politica del generale. Così come la partecipazione all’assemblea del geologo Stefano Sylos Labini, figlio dell’economista Paolo, che ha rilanciato l’idea di una moneta fiscale per aggirare i vincoli del patto di stabilità europeo. Un progetto che prevede l’emissione di debito da parte del Tesoro sotto forma di buono da scontare sulle tasse future. Ovvero i cosiddetti certificati di credito fiscale, oppure i minibot. Due proposte che vengono da FdI e Lega. Un altro esempio è il cosiddetto “quoziente familiare”, una proposta presente nei programmi della destra dai tempi di Alleanza nazionale.
L’assedio
La Stampa spiega che il consiglio federale di domani è saltato proprio perché non c’è accordo. E che Salvini è ormai sotto assedio. Guido Guidesi, assessore lombardo allo Sviluppo Economico , chiede che siano valorizzati «i tanti amministratori capaci» a partire da «Massimiliano Fedriga e Alberto Stefani. La loro immagine e la loro età anagrafica ci consentono di guardare al futuro». Ieri sera il Capitano era alla cena della Lega alle Officine del Volo di via Mecenate a Milano. C’erano imprenditori, amministratori delegati e manager. Una cena esclusiva, anche per le quote richieste per la partecipazione, dai 2500 euro in su. E qualcuno ha malignato: «Devono tirar su soldi».
(da Open)
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Giugno 16th, 2026 Riccardo Fucile
I GIORNALI USA: TRUMP BATTE “IN RITIRATA”, HA FALLITO SUGLI OBIETTIVI PRINCIPALI E L’ACCORDO DI PACE E’ UNA SCONFITTA
Donald Trump è «in ritirata» sull’Iran, dove ha fallito i suoi obiettivi. Ha perso la guerra e ora l’America ne esce indebolita. Sono sprezzanti nei confronti del presidente degli Stati Uniti i giudizi del Wall Street Journal e del New York Times sull’accordo di pace tra Washington e Teheran. Mentre Axios racconta i dettagli del documento che verrà firmato a Ginevra e che lascia fuori Israele dai patti.
La ritirata di Trump dall’Iran
Il Wsj ha sempre difeso l’azione del presidente sull’Iran. Il board editoriale ora dice però che «è innegabile che Trump stia facendo marcia indietro sui suoi obiettivi principali». Perché «la pressione politica interna è cresciuta e portare a termine l’impresa comporterebbe rischi militari maggiori», ha messo in evidenza il quotidiano Usa. Pevedendo che il cessate il fuoco di 60 giorni verrà rinnovato probabilmente molte volte. «Il rischio maggiore è che Trump consideri l’accordo
come una partnership di fatto con il regime iraniano. Come Obama, potrebbe chiudere un occhio sulle violazioni per di concludere un accordo definitivo o preservarlo una volta firmato. A farne le spese sarebbero gli iraniani, che Trump aveva promesso di aiutare», ha aggiunto il board editoriale del Wsj invitando il Congresso americano a esaminare qualsiasi accordo definitivo con l’Iran e respingerlo qualora dovesse sostenere il regime.
La sconfitta del presidente
Ancora più esplicito il Nyt. «Il presidente Trump ha perso questa guerra»: l’accordo con l’Iran è il “benvenuto ma porta con sé delle verità dure», dice il quotidiano di New York, sottolineando che gli Stati Uniti emergono dal conflitto «indeboliti militarmente, diplomaticamente ed economicamente e ne pagheranno le conseguenze strategiche per anni». I dettagli dell’accordo non sono ancora chiari ma Trump sembra aver ottenuto «ben poco. Per lui è un ridimensionamento umiliante». Come «punizione» per le sue colpe, Trump ha «accettato un accordo di pace che il mondo intero riconosce come una sconfitta per lui. È un passo indietro anche per l’America»
Il fondo da 300 miliardi
Il Financial Times invece scrive che l’amministrazione è pronta ad autorizzare la creazione di un fondo di investimento da 300 miliardi di dollari per l’Iran, a condizione che il paese raggiunga un accordo definitivo per porre fine alla guerra, che includa un accordo sul nucleare. Washington avrebbe discusso la possibilità di un allentamento delle sanzioni e di «un ingente fondo da 300 miliardi di dollari per la ricostruzione». Gli incentivi sarebbero legati al rispetto da parte dell’Iran del memorandum d’intesa. La creazione del fondo sarebbe subordinata al raggiungimento di un accordo definitivo, parte integrante del memorandum d’intesa.
«Fake news»
E avverrebbe dopo una proroga di 60 giorni del cessate il fuoco, la riapertura dello Stretto di Hormuz e ulteriori negoziati su un accordo nucleare. Il fondo non proverrebbe da governi, ma sarebbe creato per le aziende interessate a investire nel Paese. La struttura e la gestione non sono state chiarite. Secondo il Financial Times «l’entità degli incentivi finanziari proposti dagli Stati Uniti all’Iran è stata un argomento controverso nei negoziati. È stata anche una delle questioni politicamente più delicate per Trump, che non vuole essere visto come un sostenitore del regime islamico». Trump ha liquidato l’articolo come «fake news».
Il nucleare
Secondo la rivista Axios invece il memorandum di intesa fra Iran e Stati Uniti prevede che l’Iran mantenga lo status quo del proprio programma nucleare finché proseguiranno i negoziati. Da parte loro, gli Stati Uniti non imporranno nuove sanzioni né schiereranno ulteriori forze nella regione. Se l’Iran e gli Stati Uniti raggiungeranno un accordo nucleare definitivo, Washington ritirerà entro 30 giorni le forze mobilitate per il conflitto e revocherà tutte le sanzioni contro Teheran secondo un calendario prestabilito.
La Cia è scettica
Axios fa anche sapere che la Cia è scettica sulle reali intenzioni dell’Iran riguardo l’accordo. Il direttore della Cia John Ratcliffe avrebbe comunicato al presidente che le informazioni dell’intelligence indicano che il regime non è necessariamente disposto a fare le concessioni sul nucleare su cui si è impegnato. Sempre Ratcliffe avrebbe suggerito ad alti funzionari governativi che «le informazioni dell’intelligence indicano che le intenzioni iraniane non sono in linea con gli impegni assunti nell’ambito dell’accordo».
Il segretario di Stato americano Marco Rubio e il segretario alla Difesa Pete Hegseth si sarebbero uniti allo scetticismo di Ratcliffe, mentre i consiglieri Jared Kushner e Steve Witkoff hanno espresso il loro sostegno. Axios riporta che il vicepresidente statunitense JD Vance, Witkoff e Kushner dovrebbero incontrare venerdì 19 giugno il presidente del Parlamento iraniano Mohammad-Bagher Ghalibaf e il ministro degli Esteri Abbas Araghchi. Per discutere i prossimi elementi dell’accordo. Che dovrebbero essere definiti in conformità con il memorandum d’intesa.
(da Open)
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Giugno 16th, 2026 Riccardo Fucile
IL QUADRO CHE EMERGE DAL RAPPORTO DIGITAL NEWS REPORT DELLA REUTERS
La fiducia nelle notizie è ai livelli più bassi in 10 anni, le persone s’informano attraverso social e
video più che sulle testate e tv tradizionali, cresce l’uso dei chatbot per le news e aumentano i creatori di contenuti che vogliono informare. E’ un panorama in grande trasformazione quello dell’informazione mondiale con cambiamenti abbracciati oramai non solo dai più giovani. Il quadro emerge dal Digital News Report 2026 dell’Istituto Reuters, che per il nono anno consecutivo certifica l’ANSA prima in Italia per affidabilità tra le testate d’informazione.
Secondo l’analisi annuale – condotta attraverso un sondaggio sui lettori in 48 Paesi e arrivata alla quindicesima edizione – l’ANSA guida la classifica con la fiducia degli italiani che resta stabile al 74%. Seguono a pari merito SkyTg24 e Sole 24 Ore al 64%. ANSA.it è secondo tra i siti d’informazione per numero di navigatori settimanali con il 17% a pari merito con Tgcom24 online. Primo sito è Fanpage al 22%, quarto SkyTg24, quinti Repubblica.it e Rai News online. Tra tv e radio, i tg
Rai sono i primi seguiti da Mediaset, TgCom24 e SkyTg24 pari merito, poi Rai News24 e TgLa7.
Il rapporto – che nella parte italiana è curato da Alessio Cornia, che collabora anche con l’indagine sull’informazione nel nostro paese condotta dal Master in Giornalismo ‘Giorgio Bocca’ dell’Università di Torino – certifica nel nostro Paese un calo complessivo nella fiducia nelle notizie di quattro punti percentuali sul 2025, attestandosi così al 32% (la media globale è 37%). Altro dato rilevante, è che il 36% degli italiani evita talvolta o spesso le notizie, in aumento di tre punti percentuali rispetto ad un anno fa. Si riduce ancora, passando all’8%, la percentuale di italiani che pagano per l’informazione online.
La prima fonte di notizie è l’online col 69% delle preferenze, seguita dalla tv (62%), dai social media che risalgono al 45% dopo una flessione dello scorso anno (era il 27% nel 2013), infine la stampa all’11% contro il 59% del 2013. Podcast e chatbot si attestano al 6%. Il 44% degli italiani usa Facebook per le news, il 31% Instagram e il 29% WhatsApp, tutte percentuali in aumento per le tre piattaforme dell’ecosistema Meta.
A livello mondiale, il Rapporto Reuters segnala per la prima volta social e piattaforme video come il modo più utilizzato per accedere alle notizie: il singolo lettore le usa per il 54%, per il 52% la tv, per il 51% i siti e le app delle testate d’informazione. Il 77% delle persone guarda video di notizie online ogni settimana, superando così quelli delle tv. Per la fruizione si preferiscono piattaforme di terze parti come YouTube, Instagram, TikTok e Facebook. In media, le testate giornalistiche hanno visto globalmente il consumo di video sui propri siti e app diminuire di cinque punti percentuali rispetto al 2025 e di dieci punti rispetto al 2021. Una tendenza più pronunciata tra i giovani, ma si sta verificando in tutte le fasce d’età.
Altre due evidenze che emergono dal Rapporto sono l’uso dei chatbot per le notizie aumentato dal 7% al 10% a livello globale per le fasce di età più giovani, con un utilizzo pari al 16% tra le persone sotto i 35 anni, del 7% per gli over 35. Ma la fiducia nelle risposte dell’intelligenza artificiale rimane comunque relativamente bassa, pari al 20% a livello globale.
Infine, l’analisi monitora la figura dei creatori di contenuti e degli influencer: un quarto del pubblico mondiale (27%) riceve notizie da quelli più focalizzati sull’informazione e quasi la metà (46%) da creator di qualsiasi genere. “Stanno cambiando la scoperta della notizie, ma non sostituendo il giornalismo tradizionale”, sottolinea l’analisi.
“Il pubblico si misura con una competizione sempre più serrata che punta ad attirare l’attenzione online, non dovremmo sorprenderci se alcuni scelgono di disimpegnarsi o affidarsi a qualunque cosa il loro flusso di notizie proponga – spiega Jim Egan, principale autore del Rapporto – Le persone, comunque, ancora credono nelle notizie e si fidano dei media con cui hanno più familiarità: il compito di informare resta, anche se il contesto delle notizie e dell’informazione diventa sempre più impegnativo”.
(da agenzie)
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