I GIOVANI NON HANNO VOGLIA DI LAVORARE O GLI IM-PRENDITORI SONO DEI BANDITI? SUI SOCIAL, I RAGAZZI DELLA GEN-Z SPUTTANANO I LORO DATORI DI LAVORO CHE OFFRONO PAGHE DA FAME E NON ACCETTANO DOMANDE SUGLI ORARI DEI TURNI: “LO STIPENDIO È DI 800 EURO AL MESE PER 7 ORE AL GIORNO, SABATO COMPRESO. NO, GRAZIE”
LA SOCIOLOGA FRANCESCA COIN: “LA GENERAZIONE Z È DESCRITTA COME PIÙ ATTENTA AI SALARI E ALLE CONDIZIONI DI LAVORO. LA REALTÀ E CHE PRIMA QUESTI ASPETTI ERANO SCONTATI E LE PAGHE, IN TERMINI DI POTERE D’ACQUISTO, ERANO PIÙ ALTE. CON 1.200 EURO AL MESE IN CITTÀ COME MILANO SI E’ AL LIMITE DELLA SOPRAVVIVENZA”
No a straordinari non retribuiti, no a paghe indegne. No a turni di lavoro massacranti. Basta compromessi che “normali” non lo sono mai stati. Lo slogan scorre da giorni su pagine Instagram e gruppi TikTok, sulle note dei britannici The
Smith: «I was looking for a job…». Il manifesto della Generazione Z – quella che raggruppa i nati tra il 1997 e il 2012 – è una sequenza di screenshot.
Messaggi scambiati su WhatApp con i datori di lavoro che tutti insieme fotografano la realtà precaria della popolazione più giovane. Miriam chiede se il proprio turno finisca effettivamente alle 2 di notte o se quella è soltanto l’ora di chiusura al pubblico del locale. Domanda anche se sono previste maggiorazioni per i notturni e per le domeniche.
La risposta: «Penso che non possiamo andare avanti se già mi sindacalizzi tutte queste cose». A un’offerta di 800 euro mensili per sette ore al giorno, sabato compreso, un altro candidato risponde «grazie, no».
La replica: «Ecco perché in Italia va male!». Intorno agli Anni 90 la permanenza media di un giovane nella stessa azienda era otto anni, oggi le statistiche raccontano che difficilmente di superano i 13 mesi. E malgrado questa sia la generazione di neoassunti più scolarizzata di sempre – quasi uno su due ha una laurea – il 45% lascia l’impiego perché non si adatta al proprio stile di vita. E l’86% mette la vita privata al primo posto, invertendo la gerarchia dei valori tanto cari a genitori e nonni
La “gavetta” è uscita di scena? «È un concetto che sta sparendo: noi vedevamo l’accesso al lavoro come una fase di passaggio, per entrare nel sistema e crescere. Oggi questo patto è venuto meno, e vale anche per i neolaureati».
Daniele Manni, professore di informatica ed educazione all’imprenditorialità, è stato il primo docente italiano a vincere il Global Teacher Award nel 2020. «Ha preso piede il modello americano, dove cambiare spesso impiego è assolutamente normale. Con una differenza: negli Usa si cerca di migliorare, qui si cerca di sopravvivere».
Francesca Coin, sociologa dell’Università di Parma, parla di un grande fraintendimento: «La Generazione Z è descritta come la più attenta ai salari e alle condizioni di lavoro. La realtà e che prima questi aspetti erano scontati e le paghe, in termini di potere d’acquisto, erano più alte. Il mercato del lavoro è deteriorato e chi oggi ha 20 anni viene impiegato in settori a scarso valore aggiunto. Anche chi è istruito è costretto ad accettare lavori con qualifiche inferiori.
Capisco la frustrazione di chi rinuncia anche a 1.200 euro al mese: in città come Milano siamo al limite della soglia di sopravvivenza». La conferma arriva dall’ultimo rapporto AlmaLaurea: a un anno dal titolo, tra i laureati di primo e di secondo livello non occupati e in cerca di lavoro, la quota di chi accetterebbe una retribuzione sotto 1.250 euro è scesa al 33% e al 26%.
Eppure, proprio sull’attitudine dei giovani al lavoro, i luoghi comuni si sprecano: svogliati, incapaci di sopportare la fatica fatta di turni intensi e di orari prolungati. Francesca Biancone, classe 2005, li smonta uno per uno: «Troppo spesso si tende a confondere la richiesta di flessibilità con la svogliatezza. Il nostro invece è dinamismo, è desiderio di autonomia. NVogliamo essere valutati per i risultati, per il profitto. Non per il numero delle ore che trascorriamo seduti dietro a una scrivania». Lei è al secondo anno di Economia all’Università di Torino e allieva dell’Honors Program del Collegio Carlo Alberto, un percorso di studio parallelo incentrato su materie quantitative. Cosa chiede a chi ha in mano anche il suo futuro?
«Che invece di trattenerci in Italia a tutti i costi, potenzino la mobilità anche verso l’estero: devono investire sugli studenti perché possano decidere dove specializzarsi, per poter magari tornare con le competenze che servono. E vogliamo poter sviluppare un pensiero critico invece che imparare semplici formule, per non essere superati dall’evoluzione tecnologica: la voglia di cogliere nuove sfide non ci manca».
(da La Stampa)
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