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SONDAGGI: GLI ITALIANI HANNO PIU’ PAURA DELLE BOLLETTE CHE DEI MIGRANTI

Agosto 2nd, 2026 Riccardo Fucile

NELLE PIAZZE DIGITALI ESPLODE IL MALESSERE SOCIALE

Alla vigilia della grande pausa estiva, l’Italia non stacca davvero la spina. Se la politica istituzionale cristallizza gli equilibri di forza in parlamento, il Paese reale vibra sotto una coltre di inquietudini quotidiane che rimbalzano dalla tavola di casa agli schermi dello smartphone. L’ultimo report Human Index, nato dalla collaborazione tra Spin Factor ed Emg Different, offre uno spaccato doppio e profondo: da una parte l’istantanea elettorale, dall’altra l’eco emotiva e le conversazioni reali dei cittadini.
La mappa elettorale a metà estate
Nell’arena dei partiti, l’equilibrio di vertice appare consolidato. Fratelli d’Italia mantiene la leadership solitaria, posizionandosi al 27,1% delle intenzioni di voto e staccando di oltre cinque punti e mezzo il Partito Democratico, che resta stabile al 21,5%. Sotto la barra dei primi due si posiziona il Movimento 5 Stelle (13,2%), solido nel ruolo di terza forza politica.
Particolarmente accesa è la battaglia nell’area di centrodestra subito a ridosso delle prime posizioni, dove tre formazioni si contengono lo spazio politico in appena un punto percentuale: Forza Italia registra un lieve calo al 7,9%, insidiata a brevissima distanza dalla Lega (stabile al 7,0%) e dall’avanzata di Futuro Nazionale (in crescita al 6,8%). Più staccate le forze centriste e di sinistra radicale: Alleanza Verdi e Sinistra si attesta al 6,1%, Azione al 2,8%, Italia Viva al 2,4% e il Partito Liberaldemocratico all’1,6%, con un restante 3,6% frazionato tra le formazioni minori.
Di cosa parlano gli italiani online
Se la politica vive di percentuali, gli italiani rispondono però con le preoccupazioni della vita materiale. L’analisi del volume delle conversazioni online tramite la piattaforma di AI-driven Human rivela che la principale fonte d’angoscia per le famiglie resta l’inflazione e la perdita del potere d’acquisto, monopolizzando il 19,7% di tutti i dibattiti monitorati. Stipendi che non bastano, pensioni adeguate con fatica e carrello della spesa sempre più pesante occupano quasi una conversazione su cinque.
Immediatamente a ridosso si colloca l’angoscia per la Sanità Pubblica (19,3%): la rabbia e l’impotenza di fronte a liste d’attesa interminabili, pronto soccorso collassati e penuria di medici e infermieri sono ormai un tema strutturale. Il clima estivo impone poi il suo peso col caldo estremo e gli incendi (17,9%), seguiti dal persistente peso del caro carburanti e delle bollette energetiche (8,6%) e dalle preoccupazioni geopolitiche legate alle tensioni e guerre internazionali (8,3%).
Reazioni e commenti sul web: quali temi accendono il dibattito
Il report di Spin Factor misura l’impatto dei temi analizzando non solo la quantità di menzioni, ma anche l’indice di coinvolgimento (engagement) generato dalle conversazioni degli utenti online. Al primo posto per numero di interazioni stimate si posizionano le ondate di calore e gli incendi, che totalizzano 12,8 milioni di interazioni. Seguono i temi legati all’economia domestica: il caro carburanti e bollette registra 9,8 milioni di interazioni, mentre l’inflazione e il potere d’acquisto ne contano 9,2 milioni.
La sanità pubblica si attesta a quota 7,4 milioni di interazioni. Infine, rientra tra gli argomenti a più alto tasso di reattività la sicurezza urbana e la criminalità: pur registrando un volume complessivo di conversazioni inferiore rispetto al carovita, il tema raggiunge 7,1 milioni di interazioni, evidenziando un’elevata percentuale di risposta e partecipazione da parte degli utenti quando vengono trattati episodi di micro-criminalità o aggressioni.

(da Fanpage)

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SCAJOLA? RIECCOLO! L’EX MINISTRO CON LA CASA “A SUA INSAPUTA” BRIGA PER RESTARE IN PISTA: NON ESSENDO PIÙ RICANDIDABILE PER IL QUINTO MANDATO COME SINDACO DI IMPERIA, HA IN MANO DUE SOLUZIONI

Agosto 2nd, 2026 Riccardo Fucile

LA PRIMA È CANDIDARSI A CONSIGLIERE A SOSTEGNO DEL CANDIDATO SINDACO SIMONE VASSALLO, SUA CREATURA POLITICA, E POI RESTARE COME VICESINDACO – OPPURE, LA GENIALATA: CANDIDARSI SINDACO IN UN COMUNE DELL’ENTROTERRA, COME AURIGO, ED ESSERE RIELETTO (PER LA TERZA VOLTA) PRESIDENTE DELLA PROVINCIA...

A Imperia le manovre per il post Claudio Scajola sono iniziate. A condurre le danze è lo stesso ex ministro, consapevole che la primavera del 2028, al momento, rappresenta la fine di un’era politica iniziata nel 1951 con il papà Ferdinando, sindaco sino al 1954.
Giustiziere delle ambizioni più profonde dell’ex Ministro, 78 anni, il presidente di turno della Camera dei Deputati Fabio Rampelli che il 14 luglio scorso ha dichiarato inammissibile, in quanto estraneo ai contenuti della legge elettorale, l’emendamento della Lega sul terzo mandato.
Se il quadro normativo non cambierà a breve […] Scajola dovrà per la prima volta, per lo meno in provincia di Imperia, accontentarsi di un ruolo da comprimario
Messa da parte l’ipotesi di candidarsi per il terzo mandato consecutivo, quinto in totale dopo l’esperienza nefasta del 1982, terminata anzitempo con l’arresto per tentata concussione aggravata (fu poi prosciolto) e il quinquennio 90-95, Scajola avrebbe confidato ai propri fedelissimi di avere sul tavolo due soluzioni, entrambe, a dir la verità, piuttosto estrose.
La prima vedrebbe l’ex Ministro in lista alle prossime comunali di Imperia come consigliere a sostegno del candidato sindaco Simone Vassallo, oggi presidente del consiglio e sua ultima creatura politica. In caso di vittoria Scajola vestirebbe i panni di vicesindaco, garantendosi altri cinque anni da condottiero del centrodestra e manovratore delle sorti politiche e amministrative della sua città natale.
ù Un’ipotesi tutta in salita perché si scontrerebbe con le ambizioni degli alleati di centrodestrA .
La seconda soluzione sul tavolo dell’ex ministro vedrebbe Scajola candidato sindaco in un Comune dell’entroterra (si fa il nome di Aurigo, per anni rifugio politico della moglie, Maria Teresa, e di Luigino Dellerba, suo fedelissimo) per conservare, in caso di vittoria, i requisiti necessari per la rielezione, sarebbe la terza consecutiva, a presidente della Provincia. Insomma, Scajola di andare in pensione non sembra proprio volerne sapere. E a meno di un’improvvisa e quantomai sorprendente chiamata da Roma, tocca arrangiarsi alla bell’e meglio: le prime mosse sono iniziate.

(da La Stampa)

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MINE VAGANTI. DAGLI AMICI RITROVATI GRILLO-DI BATTISTA AL DUPLEX VANNACCI-ALEMANNO, DAL TANDEM CALENDA-PICIERNO A ONORATO IN COPPIA CON L’EX IENA LA VARDERA: TUTTI GLI OUTSIDER CHE POSSONO ESSERE DECISIVI ALLE PROSSIME ELEZIONI

Agosto 2nd, 2026 Riccardo Fucile

L’INCOGNITA DI MATTEO RENZI: STAREBBE ATTREZZANDO UN PIANO B CHE PASSA DALL’INGRESSO DI ALCUNI DEI SUOI NELLE LISTE PD MA NON DISDEGNA DI GUARDARSI ATTORNO, ESCLUDENDO A PRIORI SOLO L’APPRODO NEL CANTIERE DI ONORATO … LE MOSSE DI DIBBA, IL VANNACCI DI SINISTRA, E L’ATTACCO DI ONORATO A CALENDA: “OGNI VOTO DATO A LUI È UN VOTO MASCHERATO A GIORGIA MELONI…”

C’è il tandem degli amici ritrovati, Beppe Grillo e Alessandro di Battista, con l’ipotesi sempre più concreta che dietro la zampata del vecchio leone ferito contro il Movimento ci sia un viatico per la nuova creatura dell’eterna promessa mancata, e questo sta succedendo all’estrema sinistra.
Dall’altra parte, all’estrema destra, c’è la lepre che tutti inseguono, il generale Roberto Vannacci, che prova a dare forma e corpo al suo Futuro nazionale prendendo in casa una delle calamite della fu destra sociale dei primi anni Duemila, Gianni Alemanno.
E poi c’è il centro, affollato come non mai: l’ex «iena» (nel senso del programma tv) Ismaele La Vardera che entra con i galloni da presidente nel Progetto civico di Alessandro Onorato, ancorato al centrosinistra; la strana coppia formata da Carlo Calenda e Pina Picierno, due dei mille fuoriusciti dal Pd, che sta costruendo una lista riformista che insegue il 3 percento fuori dai due poli; e l’incognita di Matteo Renzi, che secondo molti starebbe attrezzando anche un piano B che passa dall’ingresso di alcuni dei suoi nelle liste democratiche ma non disdegna di guardarsi attorno, escludendo a priori solo l’approdo nel cantiere di Onorato.
«Noi comunque saremo decisivi. Ogni voto dato a Calenda, per esempio, è un voto mascherato a Giorgia Meloni. Mentre un voto a noi è indispensabile per far vincere il centrosinistra, come capitò alle ultime comunali di Roma. Se non avessi sostenuto Gualtieri, al ballottaggio sarebbe arrivato Calenda e la storia sarebbe cambiata», gongola tra i ricordi Onorato, convinto che di aver già costruito una rete di amministratori locali che «già ora, coi soli voti di Lazio, in Campania e in Sicilia, ci garantirebbe il 3 percento per entrare in Parlamento».
Se fosse il calciomercato, come qualche volta sembra, il super-assessore della giunta capitolina si attribuirebbe, grazie all’«acquisto» del siciliano La Vardera e all’accordo col suo movimento Controcorrente, la palma dell’uomo del mese. E le vacanze?
Dietro ogni biglietto andata e ritorno di un treno, dietro ogni carta d’imbarco, dietro ogni prenotazione alberghiera, c’è l’assillo di irrobustire la rete di quasi mille amministratori locali. «Mia moglie m’ha sgamato. Ha capito che ogni luogo di vacanza è stato scelto con finalità politiche…».
E poi ci sono le estreme. La conta di grillini della primissima ora e di delusi del nuovo corso contiano (nel senso di Giuseppe) messa in moto da Alessandro di Battista e, dietro le quinte, da Beppe Grillo; il cantiere avrebbe voluto pregiarsi del raggiungimento del numero di firme necessarie per un referendum contro il contributo pubblico ai giornali ma l’obiettivo è fallito.
È l’opzione che in tanti chiamano «Vannacci di sinistra». Quello originale, di Vannacci, sta saldamente all’estrema destra, inseguito dalla maledizione dei fedelissimi di Giorgia Meloni, convinti — come diceva un ministro qualche giorno fa — «che il generale prenderà parecchi voti ma molti di meno di quanti gliene accrediteremo fino all’ultimo secondo».
Ma sufficienti, forse, a spostare il traguardo come si fa con la recinzione dei tanti cantieri aperti. Un millimetro più in qua, un millimetro più in là. E in mezzo cambia tutto.

(da il Corriere della Sera)

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“FARAGE, IL LEADER INVISIBILE”. IL “GUARDIAN” PUNGE IL CAPO DEI POPULISTI BRITANNICI CHE HA DECISO DI PASSARE UN’ESTATE DEFILATA. DAGLI SCANDALI AI SONDAGGI IN DISCESA, IL LEADER DI REFORM UK VUOLE SOTTRARSI ALLE DOMANDE SUI FINANZIAMENTI NON DICHIARATI DAL SUO PARTITO. IN PARTICOLARE 5,8 MILIONI DI EURO VERSATI DA CHRISTOPHER HARBORNE, INVESTITORE IN CRIPTOVALUTE BRITANNICO-THAILANDESE

Agosto 2nd, 2026 Riccardo Fucile

ANZICHÉ RISPONDERE NEL MERITO, FARAGE HA LASCIATO IL SEGGIO DA DEPUTATO, APPELLANDOSI AL “POPOLO” – ALLE ELEZIONI DEL 13 AGOSTO DEVE FARE ATTENZIONE AL COMICO JONATHAN DAVID HARVEY, CHE SI PRESENTA TRAVESTITO DA GUERRIERO SPAZIALE CON UN BIDONE DELLA SPAZZATURA IN TESTA

Nigel Farage, la lepre della politica britannica, sembra scomparso dall’orizzonte. Fino a due settimane fa, il capo del partito populista Reform Uk continuava a correre nei sondaggi. Pareva imprendibile, predestinato alla vittoria nelle prossime elezioni, anche se molto lontane, nel 2029.
Dall’inizio dell’estate, però, il suo consenso continua a declinare. Nell’ultima rilevazione, realizzata dal Guardian , la formazione di Farage viene scavalcata dal Partito Laburista (26% contro il 23%).
Non accadeva dal marzo del 2025. Farage, però, ha deciso di defilarsi. Tanto che il quotidiano britannico gli ha dedicato un articolo titolato: «Il leader invisibile».
Che cosa gli sta succedendo? Una prima spiegazione è che il campione della Brexit ritiene di non poter contrastare, almeno non in questa fase, la partenza sprint di Andy Burnham.
Dal giorno del suo insediamento a Downing Street, il neo premier laburista ha ingolfato i media e soprattutto i social, con un’abbondante sequenza di annunci e di misure concrete, dal taglio dell’Iva sulla bolletta elettrica al rilancio delle spese militari. Farage preferisce aspettare che il governo perda ritmo e vada a incagliarsi da solo nelle difficoltà attese in autunno. Una su tutte: dove trovare le risorse per finanziare i provvedimenti già adottati e quelli promessi.
Media britannici propongono un’altra spiegazione. Il capo di Reform Uk vuole sottrarsi alle domande sui finanziamenti non dichiarati dal suo partito. In particolare cinque milioni di sterline (5,85 milioni di euro) versati da Christopher Harborne, investitore in criptovalute britannico-thailandese.
Anziché rispondere nel merito, Farage ha lasciato il seggio da deputato, appellandosi al «popolo». Saranno gli elettori, ha sostenuto, che dovranno decidere se merita ancora di sedere tra gli scranni di Westminster.
Le altre forze politiche lo hanno accusato di aver montato una sceneggiata per riprendersi il suo posto da parlamentare e quindi hanno scelto di non partecipare alla competizione, in programma il prossimo 13 agosto.
E, a quanto pare, Farage sta facendo lo stesso, confidando in una vittoria in automatico nel suo distretto-fortino di Clacton-on Sea, a nordest di Londra. Eppure, qualche rischio c’è.
L’unico concorrente in lizza, ne il comico surreale Jonathan David Harvey, si presenta con il nome di Count Binface, travestito da guerriero spaziale con un bidone della spazzatura in testa. All’inizio sembrava una macchietta; adesso sta guadagnando credito nei sondaggi, insidiando Farage proprio sul suo terreno: la «rivolta popolare contro l’establishment».
A tutto ciò, si potrebbe aggiungere un’ultima considerazione. Farage ha sempre esibito la sua vicinanza politica con Donald Trump. Ma, anche nel Regno Unito, la popolarità del presidente americano è ai minimi termini. Anche la metà dei sostenitori di Reform Uk non lo apprezza più.
Per Farage, meglio tacere anche su questo.
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(da agenzie)

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CORRUZIONE IN ITALIA, IL DOSSIER ANAC: DUE RINVII A GIUDIZIO AL MESE

Agosto 2nd, 2026 Riccardo Fucile

IL 31% DEI LAVORI SENZA GARA E’ CONCENTRATO APPENA SOTTI IL TETTO DI LEGGE (140.000 EURO)

La corruzione in Italia è poco donna e molto impresa medio-grande, viaggia al ritmo di due rinvii a giudizio al mese, si tiene buono più un piccolo tecnico comunale che il sindaco o l’assessore, e pascola felice l’erba voglio dell’oasi di affidamenti diretti appena sotto soglia di gara: è la fotografia scattata dall’Anac-Autorità nazionale anticorruzione nel rapporto «Corruzione e appalti in Italia: analisi gennaio 2020 – maggio 2026», che aggiorna il precedente 2016-2019 e conclude il mandato del presidente Giuseppe Busia in scadenza a inizio settembre.
Tra prevenzione e repressione
Il vero valore dell’Anac, la prevenzione, in questa radiografia basata sui procedimenti penali comunicati non si vede, perché sta invece nei 5.773 pareri alle amministrazioni su 1.687 affidamenti di opere e servizi per oltre 2 miliardi e mezzo di euro di valore; e nelle 72 «misure straordinarie di gestione» ex post, cioè proposte dopo che un bubbone è scoppiato, e a quel punto finalizzate alla prosecuzione del contratto (già inquinato dalla corruzione) nell’interesse pubblico del completamento dell’opera, attraverso un regime di legalità «controllata». Invece il pallottoliere penale, nei rinvii a giudizio e arresti e sequestri comunicati al Nucleo della Guardia di Finanza in Anac, dal 1° gennaio 2020 al 15 maggio 2026 conteggia 141 procedimenti, quasi due al mese, istruiti da 100 Procure — capitanate da Roma (10), Napoli, Catania e Messina (8), Milano e Benevento (7), Palermo (6) — a carico di 944 imputati di 490 imprese e 212 stazioni appaltanti 530 contratti o concessioni per un valore di 2,9 miliardi.
anac
Geografie e gerarchie
Quasi il 24% dei procedimenti è in Sicilia, in Campania il 18%, in Lombardia il 10,4%, in Lazio il 9,6%, in Puglia l’8,1%. In rapporto alla popolazione la Sicilia ha 5,4 casi per milione di abitanti, Abruzzo 4,7, Campania 4,5, Puglia 2,6, Piemonte 1,9, Lazio 1,6, Emilia Romagna e Lombardia 1,1. E se il parametro penale fosse l’unico o il più significativo, festeggerebbero regioni quasi da percorso netto (zero casi o uno solo): Veneto, Sardegna, Basilicata, Marche, Molise e Valle D’Aosta. Nelle stazioni appaltanti pubbliche, specie dei Comuni, solo il 21% degli imputati risultano figure apicali appartenenti agli organi elettivi, come sindaci o assessori, mentre ben il 79% sono dipendenti, tecnici, commissari, responsabili di procedimento, insomma non apicali e tuttavia cruciali negli snodi degli appalti.
L’antidoto femminile
Su 994 imputati le donne sono già poche in assoluto, poco meno del 14%, ma sono ancor meno se le si rapporta al tasso di impiego femminile calcolato nel 2024 dall’Inps (tolto il settore scuola) al 34% nel pubblico e al 42% nel privato: i casi di corruzione in cui sono coinvolte le donne sono infatti molto inferiori, 17% nel pubblico (e ancor meno, 12 %, a livello di dirigenti), e 22% nel privato. Tanto da far osservare all’Anac che «i dati sembrano indicare un minor coinvolgimento delle donne in episodi di corruzione, che potrebbe far pensare ad un loro maggior grado di integrità», ipotesi peraltro avanzata già da uno studio di Decarolis/Fisman-Pinotti-Vannutelli- Wang su «Gender and Bureaucratic Corruption» pubblicato nel 2023 su The Journal of Law, Economics, and Organization. Qualche riflessione arriva anche dai differenti pesi corruttivi tra le micro e piccole imprese (che in Italia sono il 97,9% del tessuto produttivo ma figurano solo nel 68% della casistica penale di procedimenti comunicati all’Anac) e invece le imprese medie e grandi, che sono solo lo 0,5% ma pesano per ben il 31% dei casi di corruzione.
Gli affidamenti diretti
La condotta illecita più frequente non è la corruzione (22%), e tantomeno la concussione (appena 1%, raro un privato davvero forzato dal pubblico), ma è nel 28% dei casi il mettersi d’accordo in partenza: cioè sono i reati di turbativa d’asta (art. 353 c.p.)o turbata libertà del procedimento di scelta del contraente (art. 353-bis c.p.), ossia le alterazioni del «vestito» delle gare già in «sartoria», in modo da ritagliare il bando su «misura» del vincitore predestinato. E qui si affaccia una voragine senza presidio. Nel 2021, quando le gare erano obbligatorie per appalti sopra i 75.000 euro, gli affidamenti diretti che andavano a finire appena sotto erano il 28% di tutti gli appalti tra 50.000 e 100.000 euro, mentre le procedure tra 135.000 e 140.000 euro erano solo l’8%. Ma quando la legge è cambiata ed è diventato possibile per gli amministratori pubblici non fare gara ma dare i lavori in affidamento diretto sino a un valore di 140.000 euro, ecco guarda caso che appena sotto, fra i 135.000 e i 140.000 euro, si sono addensati nel 2024 non più solo l’8% ma ben il 31% di questi lavori, per un valore di 1 miliardo e mezzo di euro, oltre sei volte i 212 milioni del pari parametro del 2021. Un mare di soldi oggi sprovvisto — salvo casi mitologici di corruzioni autoevidenti — di effettiva tutela penale: se infatti per definizione quando non c’è gara non ci può essere reato di turbativa, il reato che restava (l’abuso d’ufficio) è stato abolito due anni fa.

(da corriere.it

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QUANDO LA VILLEGGIATURA ERA PIU’ POVERA E FELICE

Agosto 2nd, 2026 Riccardo Fucile

LA METAMORFOSI DEGLI ITALIANI VISTA ATTRAVERSO LE PARTENZE AI TEMPI DEL THERMOS, DELLA MOKA E DELL’HULA HOOP

Esodo d’altri tempi, il catalogo è questo. Utilitaria ricolma come un uovo, non di rado conestensioni nel vuoto. Cartina stradale di ardua, se non impossibile piegatura e relativo aggiornamento. Sedie pieghevoli in alluminio con tela a righe e/o sdraio mozza-falangi. Ombrellone lievemente ammuffito da soggiorno in cantina e minaccioso palo di ferro. Stuoie di paglia con scia di inesorabile pulviscolo. Borsa frigo moscia e preferibilmente rigida, thèrmos e Moka, bottiglie di varie fogge, delicatissime uova e limoni, a volontà. Pallone “Super Santos” e per le bimbe cerchio hula hoop.
Era abolito, per il mese di agosto, l’aggettivo “ingombrante”. Secondo alcune testimonianze, negli anni ’60 e ’70 – la più bella, dal Centro al Nord, è stata scritta sul Foglio da Pierluigi Battista, mentre un indimenticabile racconto orale di un trasbordo dall’alta Italia alle terre della Sicilia si deve a Gaetano Savatteri – c’erano famiglie che trovavano un posto in macchina anche per una poetica gabbia di uccellini. Più comune era il trasporto di cani con la lingua a penzoloni e di infidi gatti che pur di porre fine a quella sventura a ogni sosta erano pronti a svignarsela disperdendosi nei campi o sulle strade dell’umile Italia.
Dall’album dei ricordi dei viaggi anni Sessanta alle istantanee di oggi: stagioni a confronto in un Paese passato dalla pagnotta al “Camogli”
Ogni paragone con l’odierna, e superba, e frantumata, e infelicissima Italia, oltre a risuonare leziosamente inverosimile fa un po’ male al cuore; e non solo perché l’esodo costa molto di più; fosse per questo, a sintetizzare la migrazione estiva di questi giorni basterebbe la finta, ma graziosa moneta da due euri raffigurante Meloni con una pompa di benzina in mano.
L’elenco degli “immancabili”
Prosegue comunque il voluminoso repertorio con l’attrezzatura acquatica e da spiaggia di un tempo ormai perduto: secchiello und paletta, braccioli (quando arrivarono in commercio), scarpe sdrucciolevoli anti-sassi (idem), maschere con sottile strato di talco, pinne, boccagli per lo più screpolati, materassino di impossibile gonfiatura, forse era bucato, canotto arancione spesso mancante di scalmi e a volte pure di un remo. Concludono parzialmente l’armamentario pesanti bocce e racchettoni, per i più riflessivi La Settimana Enigmistica.
Era l’era pre-Camogli, il panino d’autogrill dall’insapore unico. Il pasto si acquistava lungo il viaggio in negozi di alimentari paesani, con cordicelle di plastica anti-mosche a segnare il dentro e fuori; senza troppo diffondersi sul piano della gastronomia si dirà che la “pagnottella” era la regina della strada.
Nessuno lo chiamava “esodo”
Nessuno allora avrebbe mai usato la parola “esodo”. Primo, perché la società formatasi attorno alla tv in bianco e nero diffidava dell’enfasi, della ridondanza ed era disdicevole la ricerca del momento wow; e poi perché la secolarizzazione, sebbene già partita, consigliava di non coinvolgere i richiami della Bibbia – l’Exodos dà il nome al secondo libro del Pentateuco: “Proprio in quel giorno tutte le schiere del Signore uscirono dal paese d’Egitto…” – nella quotidianità stagionale. E tuttavia, pur con il rispetto che tuttora merita il sacro, ci si prende il lusso di osservare che il gran movimento di mezzi e uomini, talvolta come si è visto anche di animali, lasciava intravedere lo svolgimento di un rito collettivo, là dove l’affaticata destinazione, ovvero la sede della villeggiatura, corrispondeva alla Terra promessa.
Erano tragitti lunghi, per certi versi inconsapevolmente iniziatici (wow!). Pesanti valigie rafforzavano l’intensità della prova. Alcune di esse erano assicurate al tettuccio dell’auto dapprima con serrande di finestre o corde marinare, poi con ragni elastici di incerta tenuta e pericolosissimo rimbalzo. Ne veniva fuori un’opera di sorprendente architettura semi-aerea entro cui trovavano sistemazione materassi, brandine, biciclette.
L’abitacolo era per lo più incandescente, in tutti i sensi. Il guidatore, sovente in canotta e con il gomito piegato che sporgeva dal finestrino, avvertiva l’irreprensibile e a tratti eroica responsabilità del comando. No aria condizionata, no carri attrezzi. Durante le lunghe file sulle vie consolari, come in un sogno torna in mente un omone che schiacciava noci azionando la manovella del vetro.
Sfrecciare accanto alle stazioni di servizio
Sui sedili di dietro, i bambini reclamavano a gran voce o con interminabili lagne una sosta a quelle stazioni di servizio che elargivano astuti omaggi ai figli per fidelizzare i genitori. Ma più spesso, sconvolti dalla noia, litigavano e passavano a vie di fatto. Ogni pretesto era buono, ognuno ha i suoi ricordi, l’estensore di queste superflue note, coinvolto in una zuffa per il possesso di uno di quei bersagli per freccette che allietano i pub britannici, riuscì a sventare una sberla alla cieca, col risultato che un dardo s’infilzò profondamente nel morbido tessuto – “eminenza ipotenar”, il grazioso nome anatomico – fra il dorso e il palmo della mano materna, con conseguente deviazione verso un ospedale nell’Umbria verde e profonda.
Lungo la strada, tra una pietra miliare e l’altra, comparivano poliziotti in moto, venditori di frutta, piazzisti di taralli, gente che vomitava o faceva la pipì, anche in modi piuttosto fantasiosi, e altre automobili ferme, ma con il cofano aperto, fumigante, e l’intera famiglia attorno, i maschi a testa alta e con le mani ai fianchi, le femmine trepide, ma accorte, in attesa del sospirato raffreddamento. Anche loro in ogni caso ce l’avrebbero fatta, ad arrivare. Forse qualcuno, di misteriosa e forse angelica provenienza, si sarebbe fermato a chiedere se serviva una mano. Tutto questo si ricorda con tenerezza perché a quei tempi gli italiani avevano fame di futuro – e chissà quale diavolo gli ha fatto poi venire nausea e acidità di stomaco.

(da Repubblica)

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CEUTA, VECCHI VIZI EUROPEI E COLONIALISMO AFFARISTA

Agosto 2nd, 2026 Riccardo Fucile

GIBILTERRA, CEUTA E MELILLA: I TRE RELITTI DELL’EPOCA COLONIALE

Il Mediterraneo custodisce tre relitti dell’epoca coloniale che nessuno vuole chiamare col loro nome: Gibilterra, Ceuta e Melilla. Tre anomalie che la retorica europea sui “valori” e sul “diritto internazionale” preferisce non vedere, ma che la crisi migratoria esplosa in questi giorni a Ceuta ha riportato brutalmente sotto i riflettori.
Gibilterra è territorio spagnolo ceduto alla Gran Bretagna col Trattato di Utrecht del 1713, bottino della Guerra di successione spagnola. Londra si rifiuta da tre secoli di restituirla, benché l’Onu l’abbia iscritta fin dal 1946 nella lista dei territori non autonomi da decolonizzare. Ceuta e Melilla sono enclave spagnole in territorio marocchino: Melilla fu occupata dalla Corona di Castiglia nel 1497, cinque anni dopo la caduta di Granada; Ceuta, conquistata dai portoghesi nel 1415, passò alla Spagna con l’unione iberica e fu riconosciuta come preda spagnola dal Trattato di Lisbona del 1668. Madrid si rifiuta di cederle entrambe a Rabat con un argomento curioso: quando quei territori furono presi, lo Stato marocchino moderno non esisteva. Argomento fragile – un sultanato marocchino esisteva eccome, e resisteva pure – ma soprattutto argomento a doppio taglio: è esattamente il principio negato dalla Spagna e rivendicato contro Londra quando Madrid reclama Gibilterra. Madrid invoca la decolonizzazione sul lato europeo dello Stretto e la respinge dall’altro lato, sul Rif marocchino, a poche miglia di distanza. Londra fa l’inverso. L’ipocrisia è perfettamente simmetrica.
Il Marocco avrebbe dunque ragione da vendere, se non fosse stato contagiato a sua volta dal virus coloniale europeo. Rabat rivendica Ceuta e Melilla in nome dell’integrità territoriale, ma ha invaso e occupato dal novembre 1975 il Sahara Occidentale, ex colonia spagnola che l’Onu considera dal 1963 territorio da decolonizzare: l’ultima colonia d’Africa. Il Marocco la difende ferocemente contro la lotta indipendentista del Fronte Polisario, in spregio al diritto all’autodeterminazione sancito dalle Nazioni Unite e alle sentenze della Corte di giustizia europea, che nell’ottobre 2024 ha annullato gli accordi Ue-Marocco estesi alle risorse saharawi.
E l’Occidente, che pretende di dare lezioni di legalità internazionale al mondo intero, ha finito col premiare l’occupante: il riconoscimento americano del 2020, barattato con la normalizzazione dei rapporti tra Marocco e Israele, ha aperto la strada a Spagna, Francia e Gran Bretagna, fino alla risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ottobre 2025 che ha di fatto archiviato il referendum promesso ai saharawi da trent’anni. Il diritto dei popoli, ancora una volta, sacrificato sull’altare degli affari e della geopolitica.
Se esistesse ancora una vera Onu e non l’ectoplasma attuale, ostaggio dei veti e delle potenze, questa sarebbe la materia di una conferenza internazionale capace di risolvere in modo relativamente agevole tutti i casi citati in nome ai principi dell’autodeterminazione e dell’integrità territoriale: restituzione negoziata delle enclave, garanzie per le popolazioni, referendum veri sotto controllo internazionale, dal Rif al Sahara allo Stretto di Gibilterra. L’ho visto da vicino negli anni al Palazzo di Vetro: la macchina delle Nazioni Unite sa produrre risultati quando le grandi potenze gliene lasciano lo spazio.
Nessuno è senza peccato e nessuno può scagliare la prima pietra. Ma proprio per questo qualcuno deve pur cominciare. E la Spagna governata dai socialisti, che della memoria storica ha fatto una bandiera in casa propria, avrebbe l’occasione per fare il primo passo verso la liquidazione delle scorie coloniali nel Mediterraneo, aprendo su Ceuta e Melilla il negoziato che pretende da Londra su Gibilterra. E invece l’Europa peggiore risponde nell’unico modo che conosce: strillando contro l’invasione dei barbari africani. Capofila, ancora una volta, l’Italia, che davanti alle decine di migliaia di disperati entrati a nuoto a Ceuta (e subito tornati indietro) ha sospeso il Trattato di Schengen con la Spagna, chiudendo frontiere marittime e aeree verso un Paese amico e alleato. Madrid ha convocato l’ambasciatore italiano.
Il Viminale ha ammesso che i controlli saranno “a campione”, cioè inesistenti. Politica dello spettacolo allo stato puro. Nessun effetto pratico, massimo effetto propagandistico. Si accusa la Spagna di debolezza verso il nemico alle porte, come se un ragazzo marocchino che nuota verso l’Europa fosse un esercito, e si tace sulla causa prima di tutto: un ordine post-coloniale mai davvero liquidato, che produce frontiere assurde; e frontiere assurde che producono tragedie (quattromila morti in vent’anni solo lungo quei reticolati).
Le colonie del Mediterraneo non sono un residuo pittoresco della storia. Sono la prova vivente che l’Occidente non ha mai fatto i conti con il proprio passato, e che preferisce militarizzare le conseguenze piuttosto che rimuovere le cause. Finché sarà così, Ceuta continuerà a riempirsi di corpi e l’Europa di muri.

(da Il Fatto Quotidiano)

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USATI COME ARMA E POI SCARICATI: i MIGRANTI, MODERNI ULISSE ALLA MERCE’ DEI GIOCHI DEI POTENTI

Agosto 2nd, 2026 Riccardo Fucile

NON ILLUDETEVI DI LIBERARVENE: UN GIORNO VI GIUDICHERANNO

Con i migranti sono giunto, dopo anni, alla asciuttezza ideale. Non ho più bisogno di descriverli. Mi basta scrivere il loro nome. Migranti. E basta. Li ho visti morire in mare e nei deserti, perché ho camminato e navigato con loro. Per questo, dal 2011, quando è iniziata la Grande Migrazione, vengono a morire attorno a me infinite onde di malinconia. Ora la specie nuova del millennio, per l’ennesima volta, ci viene addosso di colpo, improvvisamente, fragorosamente. In modi e luoghi che le nostre pigre certezze non immaginavano. Scrivo dunque solo il nome anche per i sessantamila di Ceuta, migranti di un giorno, anzi soprattutto per loro. Perché in una storia così gonfia di sospetti, di manipolazioni, di loschi sfruttamenti ne hanno diritto, pieno e totale: migranti.
Tra loro bisognerebbe avventurarsi, il cronista, ma anche il sociologo e l’analista, non solo con la testa, ma con il corpo. L’ho fatto. Per questo ora ho il diritto di non raccontarli. È il mio omaggio, il silenzio: l’unico modo per non macchiare il loro dramma con invocazioni, spiegazioni, maledizioni, accecamenti di destra e di sinistra. Essere onesti con le tragedie degli esseri umani è un gran brutto mestiere. E loro muoiono con la semplicità con cui muoiono gli alberi. Anche i cinquanta annegati di Ceuta («… che sono mai 50 rispetto a sessantamila, suvvia niente… » ho sentito dire). La loro morte è una specie di vita covata, perché sono esseri umani in cui sempre miseria e speranza si aggrappano strette dentro l’anima… I migranti e il mare: ecco una vera, moderna Odissea. Molti di loro non l’hanno mai visto, lo toccano, lo assaggiano, ne hanno paura e tentazione insieme. Il Mediterraneo, come il deserto, gli appartiene, perché è un dio a cui hanno immolato i loro morti.
Abbiamo passato anni a fantasticare come sarà il terzo millennio: le invenzioni i robot l’intelligenza artificiale i virus (forse) sconfitti… le nuove élite sognano Marte colonizzata come se fosse un’isola esotica, le guerre sono diventate, moltiplicandosi, un’abitudine sonnolenta, che è un modo se volete per annullarle, salvo che per coloro che ne sono vittime; spaventano di più le calure e i temporali estremi… e, invece, ecco, di nuovo, ancora, colonne di esseri umani, non sui barconi stavolta: lo guadano il mare, a bracciate e così aggirano e fanno crollare i reticolati e i muri definiti invalicabili! La migrazione: questa migrazione cambierà il mondo più di Putin e di Trump, pericolose comparse. Ma quando ce ne accorgeremo sarà già in noi.
Ceuta e Melilla. La forza dei simboli, se proprio ne avete, un’altra volta, bisogno. Due ridicoli rimasugli dell’impero degli hidalgos e dei re cristianissimi, e, insieme, una terra d’oro perché senza bisogno di traversate e di avidi passeur, per una stramberia della storia, permetterebbe di entrare direttamente in paradiso, in Europa.
I migranti li ho incontrati, a Melilla, quando erano per i marocchini “gli africani” di Gourougou. Come se loro fossero altro: africani. È una montagna che ha un nome da mille e una notte, fa sognare folletti e fiabe a lieto fine, abitata da scimmie filosofe e quasi umane. Invece era solo un feroce luogo di sofferenza per un Esodo che premeva invano davanti a questa scaglia di Europa africana. Dalla montagna li spiavano, li sognavano questi dodici chilometri quadrati di case giallastre come le città povere del nostro sud. Come a Ceuta c’è un triplo muro per fermarli, costruito con i milioni dell’Unione europea. Che vi serve di più semplice per smascherare in un colpo quanto c’è di falso e di illusorio nelle nostre convulsioni? E ogni anno lo hanno perfezionato, rafforzato, coccolato per renderlo più micidiale. Non c’è un centimetro dei chilometri di ferro crudele che non porti appesi vestiti, stracci, sacchi di plastica, pelle. Perché per scavalcarlo si facevano lanciare da catapulte umane oltre il muro atterrando, fracassati, sulla terra promessa. Solo qualcuno con un copertone tentava la via del mare, ma a Melilla la distanza era lunga. Così, di colpo, giovedì… Forse c’è dietro una “marcia verde”, specialità del “nostro amico” re del Marocco, in dispetto con Madrid per il Sahara ex spagnolo… la migrazione ibrida dopo la guerra ibrida, questa “parola valigia” che sta smarrendo il suo significato, usata per tutto per non dire niente… forse, come dice Sanchez, un business ciclopico dei mercanti di uomini… forse… la verità , l’unica che mi interessa, è che per l’ennesima volta i migranti sono stati usati, da tutti, come sempre: il re che dedica a Trump autostrade, Sanchez che vuole essere il capo della “Izquierda” chic globale, gli xenofobi in scalmane dell’altra parte del mare…
Sento i loro strilli, in Europa e alla casa bianca: ecco l’Invasione! Arrivano! Dilagheranno l’avevamo detto… Li lascio alle parole cotte due volte, ingombre di giravolte appiccicose che sembrano uscire da una bocca piena di saliva, alla sintassi che raschia la gola. Regalo loro l’illusione di aver vinto. Anche stavolta, certo, apparentemente la spunteranno: il Muro non basta, occorre di più, decreti ukaze, emergenze… forse la “Commissione” studierà se usare i coccodrilli e gli squali come guardie della frontiera navale della civiltà occidentale… E anche stavolta gli amici dei migranti, i progressisti, gli illuminati, alla fine, dopo aver agitato a mezz’aria qualche piccola idea sovversiva come quelle di Sanchez, a fini interni per carità! Per far passare la burrasca torneranno alle solite buone, sane convinzioni che sostengono da quindici anni con la tenacia dei vecchi che non vogliono imparare più nulla: aiutiamoli a casa loro, come si dice, riempiendo i forzieri di quei nostri soci d’affari che li costringono a partire. O faranno finta che i migranti non esistono e se si comportano male, beh un po’ di insicurezza tiene sveglie anche le democrazie. Non c’è nulla di più deprimente che capirsi: quando ci si è capiti non c’è più nulla da dirsi… i migranti sono uomini superflui.Nella storia avariata di questo tempo, inconcepibile ormai senza di loro (e questo è fare Storia!) hanno impresso un ritmo accelerato, un respiro superbo che non smette di sconcertarci ogni volta. Non illudetevi di liberarvene. Sono legati a noi da legami invisibili come da radici sotterranee, le loro storie, anche Ceuta, sono i pezzi sparsi del nostro paradiso rotto. Saranno liberi davvero quando rifiuteranno di essere usati, di tacere, cacceranno e puniranno senza pietà i loro domestici scafisti gallonati e i loro sponsor da questa parte del mare. Quando torneranno indietro: ma non per rassegnazione e bastonate. Per giudicare e condannare.

Domenico Quirico
(da lastampa.it)

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GLI AFFARI DI MELONI CON IL MAROCCO: L’ITALIA E’ IL PRIMO PAESE UE A VENDERE ARMI A RABAT E POI IL PROBLEMA SAREBBE SCHENGEN?

Agosto 2nd, 2026 Riccardo Fucile

25 MILIONI DI EURO IN ARMI LEGGERE VENDUTE IN DUE ANNI

Pistole e fucili semiautomatici, vale a dire, tecnicamente, armi leggere. È qui che corrono gli affari italiani in direzione Rabat: il governo Meloni è quello che più di tutti, in Unione europea, ha autorizzato la vendita di armi al Marocco. Non solo: è l’esecutivo che su questo fronte ha fatto i maggiori affari, negli ultimi 30 anni di storia del nostro Paese, col Paese nordafricano. A rivelarlo è l’Osservatorio permanente sulle armi leggere (Opal) di Brescia.
“Invece di sospendere Schengen con la Spagna, il ministro Antonio Tajani dovrebbe smettere di autorizzare l’invio di armi e sistemi militari al Marocco” dice a ilFattoQuotidiano.it l’analista di Opal, Giorgio Beretta, sottolineando i due record del governo guidato dalla leader di Fratelli d’Italia. Pistole e fucile che “sono destinati alle Forze armate e di Pubblica sicurezza del Marocco”, continua Beretta, “cioè quelle autorità e forze di sicurezza che hanno permesso, se non volutamente incentivato, migliaia di persone a passare il confine per dirigersi a Ceuta“.
Il riferimento va a ciò che è successo nell’exclave spagnola in Marocco tre giorni fa. Con armi leggere, più specificamente, si intendono quelle della categoria ML1 dell’Elenco comune delle attrezzature militari dell’Ue, che include “le armi ad anima liscia di calibro inferiore a 20 mm, le armi automatiche o semiautomatiche di calibro uguale o inferiore a 12,7 mm (calibro 0,50 pollici), e i relativi accessori”.
Ed ecco i dati. Nel solo biennio 2023-2024 – l’ultimo disponibile in Ue – il governo italiano ha approvato oltre 25 milioni di euro di esportazioni di “armi leggere” a Rabat cifra che, secondo l’Osservatorio, supera ampiamente le autorizzazioni rilasciate da tutti i governi italiani dal 1998 (14 milioni); nello stesso biennio l’Italia è il paese dell’Unione europea che più di ogni altro ha inviato armi leggere al Marocco: al secondo posto la Francia, che ne ha inviate meno della metà dell’Italia.
Nel dettaglio, nel 2023 l’Unità per le Autorizzazioni dei Materiali di Armamento, cioè l’organo nazionale che gestisce l’export militare presso il ministero degli Esteri, ha dato l’ok all’esportazione di armi per un valore complessivo di 11.833.568 euro: si tratta di 35mila pistole semiautomatiche calibro 9×19 e di dieci carabine a caricamento manuale calibro 308 corredate di dispositivi di soppressione del rumore di sparo e di ottiche di puntamento, tutte prodotte dalla della Fabbrica d’Armi Beretta di Gardone Valtrompia.
Nel 2024, invece, “la maggiore licenza all’esportazione è stata rilasciata all’azienda Leonardo S.p.A. – racconta Beretta di Opal – per esportare quattro torrette navali leggere a controllo remoto Forty Light, detti anche Marlin 40, prodotti dalla ex Oto Melara, in una autorizzazione che include anche corsi di addestramento in Italia e assistenza tecnica in Marocco. Il tutto per un valore di oltre 12,5 milioni di euro. Ma è stata anche autorizzata l’esportazione, sempre alla Fabbrica d’armi Beretta, di altre dieci carabine calibro 308 e, in aggiunta, di 1.700 fucili Supernova calibro 12 prodotti dalla Benelli Armi che fa parte del gruppo Beretta”. Da qui la conclusione di Beretta: “Se il governo Meloni intende davvero fare pressione sulle autorità di Rabat per un miglior controllo delle frontiere ha uno strumento formidabile: smettere di fornirgli armi”.

(da il Fatto Quotidiano)

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