QUANDO LA VILLEGGIATURA ERA PIU’ POVERA E FELICE
LA METAMORFOSI DEGLI ITALIANI VISTA ATTRAVERSO LE PARTENZE AI TEMPI DEL THERMOS, DELLA MOKA E DELL’HULA HOOP
Esodo d’altri tempi, il catalogo è questo. Utilitaria ricolma come un
uovo, non di rado conestensioni nel vuoto. Cartina stradale di ardua, se non impossibile piegatura e relativo aggiornamento. Sedie pieghevoli in alluminio con tela a righe e/o sdraio mozza-falangi. Ombrellone lievemente ammuffito da soggiorno in cantina e minaccioso palo di ferro. Stuoie di paglia con scia di inesorabile pulviscolo. Borsa frigo moscia e preferibilmente rigida, thèrmos e Moka, bottiglie di varie fogge, delicatissime uova e limoni, a volontà. Pallone “Super Santos” e per le bimbe cerchio hula hoop.
Era abolito, per il mese di agosto, l’aggettivo “ingombrante”. Secondo alcune testimonianze, negli anni ’60 e ’70 – la più bella, dal Centro al Nord, è stata scritta sul Foglio da Pierluigi Battista, mentre un indimenticabile racconto orale di un trasbordo dall’alta Italia alle terre della Sicilia si deve a Gaetano Savatteri – c’erano famiglie che trovavano un posto in macchina anche per una poetica gabbia di uccellini. Più comune era il trasporto di cani con la lingua a penzoloni e di infidi gatti che pur di porre fine a quella sventura a ogni sosta erano pronti a svignarsela disperdendosi nei campi o sulle strade dell’umile Italia.
Dall’album dei ricordi dei viaggi anni Sessanta alle istantanee di oggi: stagioni a confronto in un Paese passato dalla pagnotta al “Camogli”
Ogni paragone con l’odierna, e superba, e frantumata, e infelicissima Italia, oltre a risuonare leziosamente inverosimile fa un po’ male al cuore; e non solo perché l’esodo costa molto di più; fosse per questo, a sintetizzare la migrazione estiva di questi giorni basterebbe la finta, ma graziosa moneta da due euri raffigurante Meloni con una pompa di benzina in mano.
L’elenco degli “immancabili”
Prosegue comunque il voluminoso repertorio con l’attrezzatura acquatica e da spiaggia di un tempo ormai perduto: secchiello und paletta, braccioli (quando arrivarono in commercio), scarpe sdrucciolevoli anti-sassi (idem), maschere con sottile strato di talco, pinne, boccagli per lo più screpolati, materassino di impossibile gonfiatura, forse era bucato, canotto arancione spesso mancante di scalmi e a volte pure di un remo. Concludono parzialmente l’armamentario pesanti bocce e racchettoni, per i più riflessivi La Settimana Enigmistica.
Era l’era pre-Camogli, il panino d’autogrill dall’insapore unico. Il pasto si acquistava lungo il viaggio in negozi di alimentari paesani, con cordicelle di plastica anti-mosche a segnare il dentro e fuori; senza troppo diffondersi sul piano della gastronomia si dirà che la “pagnottella” era la regina della strada.
Nessuno lo chiamava “esodo”
Nessuno allora avrebbe mai usato la parola “esodo”. Primo, perché la società formatasi attorno alla tv in bianco e nero diffidava dell’enfasi, della ridondanza ed era disdicevole la ricerca del momento wow; e poi perché la secolarizzazione, sebbene già partita, consigliava di non coinvolgere i richiami della Bibbia – l’Exodos dà il nome al secondo libro del Pentateuco: “Proprio in quel giorno tutte le schiere del Signore uscirono dal paese d’Egitto…” – nella quotidianità stagionale. E tuttavia, pur con il rispetto che tuttora merita il sacro, ci si prende il lusso di osservare che il gran movimento di mezzi e uomini, talvolta come si è visto anche di animali, lasciava intravedere lo svolgimento di un rito collettivo, là dove l’affaticata destinazione, ovvero la sede della villeggiatura, corrispondeva alla Terra promessa.
Erano tragitti lunghi, per certi versi inconsapevolmente iniziatici (wow!). Pesanti valigie rafforzavano l’intensità della prova. Alcune di esse erano assicurate al tettuccio dell’auto dapprima con serrande di finestre o corde marinare, poi con ragni elastici di incerta tenuta e pericolosissimo rimbalzo. Ne veniva fuori un’opera di sorprendente architettura semi-aerea entro cui trovavano sistemazione materassi, brandine, biciclette.
L’abitacolo era per lo più incandescente, in tutti i sensi. Il guidatore, sovente in canotta e con il gomito piegato che sporgeva dal finestrino, avvertiva l’irreprensibile e a tratti eroica responsabilità del comando. No aria condizionata, no carri attrezzi. Durante le lunghe file sulle vie consolari, come in un sogno torna in mente un omone che schiacciava noci azionando la manovella del vetro.
Sfrecciare accanto alle stazioni di servizio
Sui sedili di dietro, i bambini reclamavano a gran voce o con interminabili lagne una sosta a quelle stazioni di servizio che elargivano astuti omaggi ai figli per fidelizzare i genitori. Ma più spesso, sconvolti dalla noia, litigavano e passavano a vie di fatto. Ogni pretesto era buono, ognuno ha i suoi ricordi, l’estensore di queste superflue note, coinvolto in una zuffa per il possesso di uno di quei bersagli per freccette che allietano i pub britannici, riuscì a sventare una sberla alla cieca, col risultato che un dardo s’infilzò profondamente nel morbido tessuto – “eminenza ipotenar”, il grazioso nome anatomico – fra il dorso e il palmo della mano materna, con conseguente deviazione verso un ospedale nell’Umbria verde e profonda.
Lungo la strada, tra una pietra miliare e l’altra, comparivano poliziotti in moto, venditori di frutta, piazzisti di taralli, gente che vomitava o faceva la pipì, anche in modi piuttosto fantasiosi, e altre automobili ferme, ma con il cofano aperto, fumigante, e l’intera famiglia attorno, i maschi a testa alta e con le mani ai fianchi, le femmine trepide, ma accorte, in attesa del sospirato raffreddamento. Anche loro in ogni caso ce l’avrebbero fatta, ad arrivare. Forse qualcuno, di misteriosa e forse angelica provenienza, si sarebbe fermato a chiedere se serviva una mano. Tutto questo si ricorda con tenerezza perché a quei tempi gli italiani avevano fame di futuro – e chissà quale diavolo gli ha fatto poi venire nausea e acidità di stomaco.
(da Repubblica)
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