Agosto 5th, 2026 Riccardo Fucile
“CONTE DORME CON IL COLTELLO SOTTO IL CUSCINO CON DUE OBIETTIVI: PALAZZO CHIGI E PRENDERSI I VOTI DEL PD – I FONDI SAFE? LA COSTITUZIONE DICE CHE LA DIFESA DELLA PATRIA È UN SACRO DOVERE DEI CITTADINI. E COME DOVREMMO DIFENDERLA? CON LE CERBOTTANE? – CONTE È IL PRESIDENTE DEI 180 MILIARDI DEL SUPERBONUS, DELLA COLLABORAZIONE DEI NOSTRI SERVIZI CON LE TRAME DI UN MINISTRO DI TRUMP. SI È DETTO POPULISTA E HA SOTTOSCRITTO TUTTI I PROVVEDIMENTI DI SALVINI. TUTTO IL RESTO VA RUBRICATO ALLA VOCE TRASFORMISMO
«Se per quattro anni hai dormito col pugnale sotto il cuscino, non puoi pensare di fare qualcosa di buono negli ultimi quindici giorni». L’ex senatore del Pd Luigi Zanda stavolta non parla della linea politica del centrosinistra. Stavolta non fa un discorso di merito, e per lui ce ne sarebbe da dire – per esempio pensa che sulla politica estera «le differenze tra Pd e M5s, a furia di accantonarle, siano diventate irrisolvibili» o, ancora, sui fondi Safe ricorda che «la Costituzione dice che la difesa della Patria è un sacro dovere dei cittadini. E come dovremmo difenderla? Con le cerbottane?» –. Il suo stavolta è un ragionamento sul metodo con cui si costruisce un’alleanza.
«È il problema preliminare», spiega, perché nel centrosinistra la parola «fiducia» non è in voga, «Giuseppe Conte dorme con il coltello sotto il cuscino con due obiettivi: palazzo Chigi e prendersi i voti del Pd».
“Schlein gli ha risposto per le rime e ha fatto benissimo. Ma non è finita qui, purtroppo, perché la natura di Conte è quella che è. È il presidente dei 180 miliardi del superbonus, della collaborazione dei nostri servizi con le trame di un ministro di Trump. È il presidente che si è detto populista e ha sottoscritto consapevolmente tutti i provvedimenti di Salvini. Tutto il resto va rubricato alla voce trasformismo. Non so se Conte sia anche putinista. So che quando parla di Ucraina a Putin va molto bene”.
“Il deficit di cultura politica riguarda maggioranza e opposizione. Se destra e sinistra si scambiano insulti e colpi bassi, vuol dire che il sistema democratico sta evaporando. Eppure, all’art. 2 la Costituzione considera «inderogabili» i doveri di «solidarietà politica». Povera Costituzione”.
“i rapporti tra avversari dovrebbero essere frequenti e corposi. Una sinistra con le idee chiare può parlare con Meloni e restare sé stessa”.
“I rapporti politici vanno curati quotidianamente, quando il tempo è buono e quando il tempo è cattivo. Serve cultura politica. Senza quella cultura l’Italia non avrebbe avuto la Costituente, non avrebbe battuto il terrorismo, non avrebbe approvato tutte le riforme che oggi sono alla base della nostra convivenza civile. Quando c’era da nominare i capi delle forze di polizia e dei servizi segreti, Cossiga cercava l’accordo con il suo segretario, ma anche con Craxi e Pecchioli”.
Stima e rispetto non sono mai venuti meno. Da presidente del Consiglio Cossiga ebbe una forte divergenza col Pci sugli euromissili e, forse anche per questo, venne messo sotto accusa per il caso Donat Cattin. Ma il rispetto personale era tale che due anni dopo il Pci lo votò presidente del Senato e poi della Repubblica.
Si costruivano relazioni politiche e personali intense, di qualità. Io stesso, a nome di Cossiga ministro dell’interno e presidente del Consiglio, ho trattato affari complessi e delicati con dirigenti di partiti alleati e dell’opposizione. […].
La competizione è fisiologica in politica. Anche Prodi, mentre lanciava i Democratici, disse «competition is competition».
Interpreto Prodi: sì alla competition, no alla rissa e ai colpi bassi. Serve meno culto di sé. Oggi si scontrano interessi soprattutto personali e la voglia di palazzo Chigi è più importante della sorte del centrosinistra.
E ora, come si fa l’alleanza?
Tra n’alleanza politica e un cartello elettorale c’è più differenza che tra il giorno e la notte. Il cartello di Meloni vacilla e lei, per tenerlo in piedi, fa la guerra alla Spagna e non dice che la bomba di Bologna era fascista. Dall’altra parte, Conte ha sempre rifiutato l’alleanza politica col Pd.
Se lui e Schlein avessero voluto allearsi veramente, avrebbero cominciato a discutere i punti di dissenso da anni. Oggi le differenze si sono scavate. Al massimo possono fare un’intesa elettorale testardamente unitaria, non una vera alleanza.
Ma un programma dovrà pur essere fatto.
Sarà generico sui punti contrastati. Poi c’è l’Ucraina. Conte pensa che non si possa litigare sull’Ucraina in zona Cesarini, ma si sbaglia. Sull’Ucraina si può anche rompere.
(da agenzie)
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Agosto 5th, 2026 Riccardo Fucile
IL MEDICO 41ENNE H BATTUTO HALEY STEVENS
Abdul El-Sayed ha vinto le elezioni le primarie del Partito democratico in Michigan. Lo
riferisce la Nbc, riportando i dati delle sue proiezioni di voto. Il candidato si è così assicurato la nomination in una gara serrata contro la deputata moderata Haley Stevens, consolidando la sua posizione nel Midwest per la sinistra progressista in ascesa in queste elezioni di medio termine. La consultazione del Michigan, una delle sfide più importanti, va però oltre i confini dello Stato.
Secondo gli analisti, il confronto tra l’ala moderata dell’establishment e la sinistra progressista ha un significato nazionale. Non serve soltanto a scegliere chi affronterà il repubblicano Mike Rogers nelle elezioni del 3 novembre per il seggio lasciato libero dal senatore uscente Gary Peters, ma offre anche un’indicazione su quale corrente stia guadagnando terreno all’interno del Partito Democratico. La vittoria di El-Sayed viene infatti interpretata come l’ennesimo segnale dell’ascesa dell’ala progressista, sempre più influente nel partito e che trova nel sindaco di New York, Zohran Mamdani, il suo esponente più influente.
Chi è Abdul El-Sayed: il “Bruce Springsteen musulmano” sostenuto da Sanders e AOC
Quarantun anni, medico e figlio di immigrati egiziani, Abdul El-Sayed è stato direttore sanitario di Detroit e della contea di Wayne. La sua candidatura è stata sostenuta da esponenti di primo piano dell’ala progressista del partito, tra cui i senatori Bernie Sanders ed Elizabeth Warren, oltre alla deputata Alexandria Ocasio-Cortez. Per molti dei suoi sostenitori – scrive il New York Times – incarna una sintesi tra il carisma di Barack Obama e il progressismo di Bernie Sanders, rappresentando il ricambio generazionale di un partito ritenuto da una parte della base troppo legato alla vecchia classe dirigente dopo le due sconfitte presidenziali contro Donald Trump. Non a caso, uno dei suoi collaboratori lo ha soprannominato il «Bruce Springsteen musulmano».
Programma e politica estera: dalla sanità per tutti alle critiche a Israele
La campagna elettorale di El-Sayed si fonda su un programma marcatamente progressista, che include l’abolizione dell’Ice (l’agenzia federale per l’immigrazione), un aumento della pressione fiscale sui redditi più elevati e l’estensione del programma sanitario pubblico Medicare a tutti gli americani. Sul piano della politica estera, si è distinto per le sue posizioni fortemente critiche nei confronti di Israele e del sostegno garantito da Washington allo Stato ebraico.
Perché il seggio del Michigan è decisivo per gli equilibri del Senato
Il seggio senatoriale del Michigan è tra quelli destinati a pesare maggiormente nelle elezioni di metà mandato di novembre, che contribuiranno a ridefinire gli equilibri a Capitol Hill. Lo Stato dei Grandi Laghi è infatti uno dei tradizionali swing state, un territorio “purple” conteso tra il rosso repubblicano e il blu democratico. Chi riuscirà a conquistarlo rafforzerà non solo le proprie possibilità di incidere sugli equilibri del Congresso, ma anche la posizione del partito in vista delle elezioni presidenziali del 2028.
(da agenzie)
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Agosto 5th, 2026 Riccardo Fucile
SE CI FOSSE, SECONDO IL SONDAGGIO, MELONI PREVARREBBE SU SCHLEIN E PERDEREBBE CON CONTE PER DUE PUNTI PERCENTUALI… IL MOTIVO? PERCHE’ L’ELETTORE CINQUESTELLE VOTA COMPATTO SOLO IL PROPRIO CANDIDATO, DEGLI ALTRI SE NE FOTTE… L’ERRORE DI SCHLEIN E’ NON AVER DATO SPAZIO A SILVIA SALIS, LO RIPETIAMO DA MESI, L’UNICA IN GRADO DI METTERE A TACERE SIA CHI HA GOVERNATO PER DUE ANNI CON SALVINI, AVALLANDO LE PEGGIORI LEGGI RAZZISTE, SIA CHI HA TRADITO I VALORI REALI DELLA DESTRA SOCIALE PER ATTACCARSI ALLA POLTRONA
Cosa succederebbe se ci fosse un ballottaggio alle prossime elezioni?
Nella proposta di nuova legge elettorale ci si ferma un po’ prima, nel momento in cui una coalizione ne supera un’altra di qualche punto, magari di pochissimi punti percentuali, dipende certo dal voto dei cittadini, ma anche da chi è stato fatto entrare all’interno delle coalizioni. Insomma: dipende molto (troppo?) da come i partiti si organizzano, da come decidono di presentarsi, in accordo con una certa forza politica (ad esempio: Vannacci da una parte o Renzi dall’altra) oppure in disaccordo con questa potenziale forza politica.
In definitiva, i risultati saranno (anche) il prodotto delle scelte dei partiti, in un turno di voto privato sia dei collegi uninominali, dove si votava la proposta di un candidato, sia delle preferenze, dove in qualche modo si poteva scegliere il proprio parlamentare preferito.
E questi risultati porteranno a situazioni parecchio differenti se, per puro caso, la coalizione più votata supera o non supera il 42% sia alla Camera che al Senato. Se la supera, avrà un enorme premio di maggioranza, vale a dire molti candidati decisi dai partiti che entreranno in Parlamento; se non la supera, la situazione nei due rami del Parlamento sarà una sorta di stallo, con alleanze che saranno decise da accordi di partiti, con conseguenze imprevedibili a livello governativo.
Potrà accadere ad esempio, come nel 2018, che i 5 stelle decidano di fare un governo con la Lega oppure, come nel 2019, decidano di farlo con il Pd e poi infine, nel 2021, con tutti o quasi, con Draghi premier.
Così, i due possibile risultati, se passa la riforma attuale, saranno o una coalizione con un gigantesco premio di maggioranza, anche se vince di 1 voto, oppure una gran confusione dove le decisioni verranno prese da accordi tra i partiti o da governi tecnici. Tutto troppo aleatorio: il centro-destra potrebbe prevalere di qualche voto se si alleasse con Vannacci, oppure perdere di qualche voto se non si alleasse con lui, così come potrebbe accadere al centro-sinistra se si allea o meno ad esempio con Calenda.
Non è quello che vogliono gli italiani: una maggioranza enorme legata alla possibile alleanza con questo o quel piccolo partito, magari con una vittoria per un pugno di voti. Con l’altra parte politica che si mangia le mani per non aver stretto accordi con un partitino, che gli avrebbe dato un 2% in più di consensi.
Gli italiani devono poter scegliere a ragion veduta. Ricordiamo quel che accade alle elezioni comunali: se nessun candidato supera il 50%, i primi due si scontrano in un ballottaggio dove la popolazione sceglie quale potrebbe essere il miglior sindaco (o il meno peggio, se vogliamo), con la scelta anche di coloro che al primo turno avevano votato altri personaggi. Una specie di trionfo della democrazia: certo, anche in questo caso il primo potrebbe vincere per una manciata di voti, ma come nei referendum la scelta è stare da una parte o dall’altra (il SI oppure il NO), e chi si astiene accetta il responso di chi ha votato.
Perché non adottare questo modello anche in campo nazionale, per decidere chi, tra le due coalizioni più votate, piace maggiormente agli italiani (o chi è il meno peggio)? Semplice ma chiaro, con scarse possibilità di manovre nascoste.
Una richiesta che giunge in questi giorni da molte parti, giuristi, politologi, studiosi elettorali, docenti universitari, uomini politici e anche (e soprattutto) da molti cittadini, che vogliono poter esprimere le proprie preferenze a ragion veduta, dopo magari aver espresso nel primo turno il loro “voto del cuore”. Un voto razionale, poi, nel secondo turno di ballottaggio. La formula elettorale migliore!
L’Istituto di ricerca Ipsos ha svolto in questi giorni un sondaggio, rappresentativo della popolazione italiana, in cui ha chiesto agli intervistati, dopo aver appunto registrato il proprio voto del cuore (il partito), quale fosse la coalizione che preferivano per governare il paese, in un ballottaggio virtuale.
Per il centro-destra, si sono presi in considerazione gli attuali partiti che fanno parte della coalizione, con l’esclusione di Futuro Nazionale di Vannacci che ancora ne è fuori; per il centro-sinistra le forze politiche del cosiddetto “campo largo”, quindi con Renzi e +Europa.
Come si poteva immaginare, viste le ultime rilevazioni, gli scarti tra centro-destra e centro-sinistra sono stati minimi, non superiori al 2% tra le due coalizioni. Per avere un quadro più completo, Ipsos ha ipotizzato due scenari, che rispecchiano gli attuali “dubbi” dell’area progressista, che riguardano come noto la possibile leadership della coalizione.
Nel primo scenario, si ipotizzava Elly Schlein come candidata premier, nel secondo Giuseppe Conte. Nel centro-destra ovviamente la candidata era sempre Giorgia Meloni.
I risultati sono stati piuttosto interessanti. Nel caso di Schlein candidata, il centro-destra vincerebbe per 51% a 49%; nel caso di Conte candidato, sarebbe viceversa il centro-sinistra a prevalere per 51,2% a 48,8%. Come si capisce, siamo sempre nel campo dell’incertezza, visto l’errore di campionamento delle stime che è intorno al 3%. Incerti certo, ma abbastanza indicativi.
A questi risultati si giunge perché gli elettori del Movimento 5 stelle sarebbero un po’ più restii a votare la coalizione con Schlein leader (il 15% tra loro si dichiara incerto), mentre gli elettori dem accetterebbero più volentieri la leadership di Conte (qui soltanto la metà, il 7-8%, appare indeciso).
Sull’altro fronte, interessante capire come si comporterebbe l’elettorato oggi vicino a Vannacci in questa ipotesi di ballottaggio: con Schlein candidata, il 90% sarebbe disposto a votare Meloni, mentre questa percentuale si abbassa di una decina di punti (80%) con Conte candidato del centro-sinistra. La presenza del leader dei 5 stelle aumenterebbe, seppur di poco, l’indecisione nelle fila dei potenziali “vannacciani”, permettendo anche per questo motivo il lieve vantaggio della leadership di Conte rispetto a quello di Schlein.
Ipotesi “di scuola” ancora lontane dall’essere praticabili, ovviamente, visti da una parte i tanti mesi che ancora ci separano dal voto e, dall’altra, la difficoltà che il ballottaggio entri realmente a far parte della nuova legge elettorale. Ipotesi che però rendono più interessante e appealing la possibile introduzione di un secondo turno nella legge elettorale stessa.
(da agenzie)
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Agosto 5th, 2026 Riccardo Fucile
MADRID RAPPRESENTA L’ULTIMO BALUARDO DI UMANITA’ E INTEGRITA’ CONTRO L’ASSERVIMENTO IMPERANTE
In un’Italia che soffoca in un caldo a tratti distopico, lo sbaraglio della politica si manifesta
nella scelta erratica della Presidente del Consiglio di invocare, di fatto, la chiusura dello spazio Schengen, il 31 luglio, ufficialmente per “l’emergenza migratoria a Ceuta” – letta da più parti come un’operazione anzitutto politica contro il governo spagnolo.
Emergenza migratoria pura non era, come si è intuito fin dalle prime ore, ma piuttosto quella che sembra una punizione a Sánchez, alla Spagna e all’Europa che lui incarna: quella che non tradisce le promesse di uguaglianza e solidarietà tra i popoli in nome della difesa delle banche e dell’industria bellica, proprio nel tempo di uno dei genocidi più sadici che la storia ricorderà se ci saranno ancora menti libere a raccontarla. Scodinzolante al servizio del padrone statunitense, e con un nutrito manipolo di leader europei al suo seguito (sebbene stavolta almeno Macron si è defilato), Giorgia Meloni volta le spalle all’Europa e ai suoi valori fondamentali, e ci prepara a un peggio che potrebbe nemmeno essere lei a governare. In Italia c’è chi ha visto in questa mossa scomposta un’operazione di sciacallaggio dettata dalla “psicosi Vannacci” che spinge il governo italiano. Non è un dettaglio: è la fotografia di un esecutivo che insegue l’agenda dei suoi concorrenti a destra invece di governare i fatti. “L’integrità dello spazio Schengen è assolutamente garantita. Basta con la confusione interessata”, ha commentato il solitamente misurato ministro degli Esteri spagnolo Albares. Il governo di Sánchez rappresenta oggi il baluardo contro la marea delle nuove destre: Vox in Spagna, AfD in Germania, Le Pen e il Rassemblement National in Francia, e ora Vannacci in Italia; che rischiano di far impallidire persino le destre attualmente al governo. Il momento attuale è marcato da un servilismo imbarazzante verso un turbocapitalismo a guida statunitense che nei nostri spazi europei ha grandi succursali locali, ed è bene osservare con attenzione cosa accadrà ai nostri stessi equilibri politici. Guardiamo allora da vicino l’essenza di questi fenomeni, che in sé sono il tradimento autoctono delle promesse fatte all’indomani di quella che appariva, in superficie, la sconfitta del nazifascismo che aveva appena seminato decine di milioni di morti in tutto il continente. Più che di Vannacci come fenomeno personale, dovremmo parlare allora di vannaccismo: un autoritarismo sovreccitato che dilaga in un paese confuso, sofferente e sempre più malconcio. Basta ascoltare cosa si apprende dai suoi comizi e dalle sue interviste, ripresi ovunque e dunque impossibili da ignorare. È curioso che chi si professa uomo d’ordine costruisca un intero progetto politico sulla sistematica insofferenza verso le regole che un ordine costituzionale presuppone. Questo mi porta a dire che il vannaccismo sta al diritto costituzionale come la caserma sta al Parlamento: un luogo dove si obbedisce, non dove si delibera. Sovversivo, anzitutto, perché non crede ai limiti. Forse chi ha portato la vita militare a modello di società ha imparato a considerare il dissenso un problema di disciplina, non una funzione fisiologica della democrazia. La libertà di parola invocata per sé si accompagna, sistematicamente, all’insofferenza verso chi la esercita in senso opposto. Non è un dettaglio: è un disprezzo di fondo per il pluralismo che la Costituzione, negli articoli 21, 3 e 6, protegge proprio perché scomodo, non perché sia ovvio o spontaneo. Autoritario, poi, perché la retorica della “remigrazione forzata” e della gerarchia tra “italiani veri” e altri, capovolge il principio di uguaglianza formale e sostanziale sancito dall’articolo 3. Una mentalità ispirata alla Costituzione non giudica le persone per appartenenza ma per condotta: è la differenza fra Stato di diritto e Stato etnico, ed è una differenza non negoziabile. Un partito-milizia? Non si sa bene cosa intendere per “sporca dozzina”, ma il linguaggio militare applicato alla politica civile tradisce un’idea di comando verticale incompatibile con l’articolo 49, che affida ai partiti (non ai reggimenti!) il compito di concorrere democraticamente a determinare la politica nazionale. Il fascino del comandante unico sta catturando un’Italia che non ha mai fatto i conti fino in fondo col suo fascismo passato. Trasformare il consenso elettorale personale in un partito costruito attorno a un solo nome è infatti una tentazione antica: la personalizzazione del potere è il primo sintomo dell’erosione della rappresentanza. Che il modello dichiarato di riferimento sia quello trumpiano non rassicura chi ha visto, negli Stati Uniti, cosa accade quando l’esecutivo tratta la magistratura e la stampa come nemici anziché come contropoteri. Il “Difendere posizioni controcorrente senza censure ideologiche” parrebbe formula seducente, se si ignora che etichettare ogni critica giornalistica o giudiziaria come censura è l’ennesimo affronto plurimo alla Costituzione. Questa all’articolo 21 tutela la libertà di espressione di tutti, compresi i critici, mentre l’articolo 101 sottrae i giudici a ogni condizionamento politico. Chi confonde il controllo di legittimità con la persecuzione personale non difende la libertà: la usa come scudo per sottrarsi al controllo. Da Berlusconi a Trump i precedenti sono significativi. Sul rimpatrio forzato di “presenze indesiderate”, al netto della fattibilità amministrativa enorme, e mai seriamente affrontata, resta la questione critica, ancora una volta ispirata dalla nostra carta costituzionale: il diritto d’asilo (art. 10) e il divieto di trattamenti disumani (art. 27, e la Convenzione di Ginevra del 1951) non sono opzioni politiche revocabili per via di sondaggio, ma limiti che neppure una maggioranza parlamentare può cancellare senza intaccare l’architettura sovranazionale a cui l’Italia ha aderito. Governare e riformare sono compiti lunghi, complessi e gravi. Richiedono rispetto per la legge, rispetto per i contropoteri, rispetto per chi non la pensa come noi. Su questo anche la sedicente sinistra – come la fallimentare parentesi renziana ci ricorda – è caduta senza sapersi rialzare. Questi anni ci hanno insegnato una lezione tanto dura quanto preziosa: che le libertà non sono un dato acquisito, ma un equilibrio fragile, smontabile in pochi mesi quando il turbocapitalismo trova nell’ideologia suprematista il suo braccio politico e nella guerra il suo mercato più redditizio. Abbiamo visto la legge internazionale piegarsi all’interesse privato, i tribunali invocati e disattesi nello stesso respiro, la parola “mai più” svuotata fino a diventare formula vuota mentre altrove si consumava, sotto i nostri occhi, ciò che quella formula avrebbe dovuto impedire. […] Non c’è scorciatoia populista che possa ricostruire ciò che questa complicità ha eroso. C’è solo, come sempre, la via più difficile: il rispetto della legge che sta fuori di noi, la Costituzione, il diritto internazionale, le convenzioni che abbiamo scritto proprio perché la memoria delle atrocità non bastava a prevenirle, e insieme il rispetto della legge che sta dentro di noi, quella che Kant chiamava morale, e che qui possiamo chiamare più semplicemente integrità: la capacità di non vendersi, di non voltarsi altrove, di restare incorruttibili quando l’incorruttibilità costa. Le istituzioni tengono se qualcuno, dentro di esse, si rifiuta di cedere. È lì, non altrove, che si gioca la differenza tra una democrazia che sopravvive e una che si consegna. Quindi su, Italia: riprenditi, riconciliati con te stessa, con le tue parti umanissime e solidali, e trova la tua dignità in questo nuovo millennio, che ha bisogno di cura e non di ricette vecchie come il cucco, con avanzi che sanno di ricino, già trite e ritrite, destinate a portare ancora più dolore e distruzione senza curare nessuna delle troppe ferite del nostro Paese.
(da Il Fatto Quotidiano)
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Agosto 5th, 2026 Riccardo Fucile
PER GLI AMBIENTI URBANI GLI ALBERI SONO IN GENERE UNA BENEDIZIONE
Noi sapiens confidavamo in un futuro tranquillo, fra le braccia accoglienti delle nostre città. Cosa ci manca, infatti, nelle nostre case, negli uffici e nei negozi? E nelle strade, nelle piazze, nei locali e fra i nostri bei monumenti? Oltre la metà della popolazione terrestre vive nelle aree urbane, dove ormai si raggiungono densità da incubo, e abbiamo capito che venire via dalle campagne non ha avuto solo aspetti positivi. Ma era difficile immaginare la faccia feroce delle ondate di calore che uccidono le persone e trasformano le città rendendole i luoghi più invivibili del pianeta. Ciò vale soprattutto per le aree urbane in cui abbondano coperture asfaltate e cemento, in pratica tutte le città più importanti del mondo. Asfalto e cemento rendono roventi le superfici cittadine e non le fanno respirare, mentre i mezzi di trasporto a combustione arroventano l’aria. Inoltre le rendono impermeabili, trasformando ogni pioggia in una potenziale alluvione, visto che oggi in un’ora cade l’acqua che un tempo cadeva in sei mesi. Ma almeno le costruzioni di un tempo erano naturalmente innalzate secondo criteri che facilitavano l’evacuazione del calore e il mantenimento del fresco: mura in pietra molto spesse, finestre grandi a seconda dell’esposizione, camere a canne nei solai, ingegnosi sistemi per generare correnti d’aria. Ma la crisi climatica arroventa anche questi edifici e la scarsa copertura vegetale nelle città fa il resto.
Gli alberi in città, se opportunamente ubicati e curati, abbattono la necessità di raffrescamento fra il 10 e il 30 %, ma se le ombreggiature sono continue e ottimali si arriva a oltre il 50%. Insieme ai rampicanti che crescono direttamente sui muri, permettono di ricorrere meno ai climatizzatori. Purtroppo però la vegetazione urbana sembra non essere una priorità per i nostri architetti, che non riescono a capire come ci sia bisogno di boschi orizzontali, invece che verticali, nelle aree urbane.
La piazza dell’hotel de la Ville a Parigi mostra inequivocabilmente di che tipo di interventi ci sarebbe bisogno, se si volesse davvero passare ai fatti e non considerare il verde urbano solo un orpello. Invece, nelle condizioni attuali, gli edifici diventano trappole bollenti e nelle città l’effetto isola urbane calda, per cui le temperature sono più alte anche di 5°C rispetto al territorio circostante, si incrementa. I grandi volumi di aria calda espettorati dai climatizzatori sono il risultato dello spostamento del calore dall’interno verso l’esterno. Ciò fa impennare la temperatura dell’aria cittadina fino a +2°C, soprattutto di notte. Così in città registriamo decine di giorni all’anno di temperature superiori ai 32°C di giorno e a molte più notti tropicali del passato, a causa dei motori di quelle macchine che costellano i cosiddetti canyon urbani, le vie più strette che incanalano e imprigionano il calore fra i palazzi. Oggi i climatizzatori sono indispensabili, ma generano un circolo vizioso difficile da spezzare: incrementano il calore per cui non ne possiamo più fare a meno, con il relativo corredo di consumi (il 10% dell’elettricità globale) e emissioni climalteranti, nonostante l’efficienza sia migliorata rispetto al passato (e ovviamente nonostante non se ne possa fare a meno in ospedali e luoghi di lavoro). Per non dire dei gas che hanno sostituito i dannosi CFC del passato (che laceravano lo strato di ozono): gli attuali HFC che incrementano, invece, il riscaldamento globale. Fra un albero e un climatizzatore non c’è partita: il primo elimina il calore eccessivo, il secondo lo sposta soltanto. Alberi, dunque, e verde urbano, edifici che non abbiano bisogno di eccessivo raffrescamento e conseguente energia (edifici passivi, che non consumano), eliminazioni di quante più superfici moltiplicatrici di calore possibili attraverso quei processi di depaving (depavimentazione) ormai ampiamente in corso in tutta Europa e ipotizzati anche nelle nostre città (Genova in testa). Liberare il suolo urbano tutela la ricchezza della vita, riduce le alluvioni, permette la ricarica delle falde e raffresca le città. Non male.
(da agenzie)
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Agosto 5th, 2026 Riccardo Fucile
SE NON SI HANNO OBIETTIVI COMUNI, OGNUNO VADA PER LA SUA STRADA: L’ELETTORATO DEL CAMPO LARGO NON HA BISOGNO DI UN CAPO, MA DI UNA SQUADRA COESA E NEANCHE DI VOLTAGABBANA A SECONDA DEGLI INTERESSI DEL MOMENTO… CONTE VUOLE FARE IL PREMIER? PRENDA IL 50,1% COME M5S
«Dalle nostre parti prima viene la politica. Poi viene il leader. E il leader non è un “capo”. È il
responsabile di un progetto politico condiviso da una squadra di governo e dai cittadini che lo hanno votato». Mi scuso per l’autocitazione, sempre di dubbio gusto: ma era il 15 aprile scorso ed ero solo uno dei tanti a chiedere, sulla prima pagina di questo giornale, dopo il referendum che aveva sonoramente bocciato le riforme meloniste, che l’opposizione di centrosinistra si dotasse di un programma comune. Che vuol dire: obiettivi comuni. Senza i quali è contro la logica proporsi agli italiani come coalizione di governo.
Chiunque poi vincesse eventuali primarie sarebbe vincolato a quel programma: non potrebbe governare solo per conto del suo partito, ma per conto di una coalizione di partiti alleati. A distanza di quasi quattro mesi da quei giorni di speranza, va detto che niente di confortante è accaduto. Siamo ancora, sia pure nella riduzione mediatica di una questione ben più grande, al “Conte versus Schlein”, derivazione locale di “Putin versus Europa”.
E alla luce del tempo trascorso, e malgrado i pranzi di riconciliazione, viene da pensare che il programma comune sia l’ingenua utopia di molti elettori; e chi avrebbe dovuto e voluto lavorarci non è riuscito a farlo per una ragione al tempo stesso banale e drammatica: perché non è possibile farlo. Troppo distanti, specie in politica estera, le posizioni dei due principali contraenti, Pd e Cinquestelle.
A questo punto: ce lo dicano, per cortesia, che il progetto “campo largo” non può reggere. Siamo adulti, chi più chi meno, e ce ne faremo una ragione. Ma ci parlino come persone all’altezza del problema: ce lo meritiamo. Ci dicano: scusateci ma non ce la facciamo proprio, a fare un programma comune di governo. Ne prenderemo atto.
(da Repubblica)
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Agosto 5th, 2026 Riccardo Fucile
IN PASSATO, ISABEL PERALTA AVEVA GIA’ PROTESTATO DAVANTI ALLA SEDE DIPLOMATICA MAROCCHINA GRIDANDO “MORTE ALL’INVASORE” … NEL 2022 VENNE ESPULSA DALLA GERMANIA, DOVE E’ BANDITA A VITA, DOPO ESSERE STATA FERMATA ALL’AEROPORTO DI FRANCOFORTE CON UNA COPIA DEL LIBRO DI HITLER “MEIN KAMPF”
L’attivista neonazista Isabel Peralta è stata protagonista di un nuovo episodio che ha suscitato un ampio sdegno davanti all’Ambasciata del Marocco in Spagna, dove ha effettuato un saluto nazista durante una protesta legata alla crisi migratoria a Ceuta. Il gesto, compiuto davanti a un gruppo di sostenitori che la applaudiva, ha provocato un tumulto e ha riacceso le polemiche sul suo reiterato passato di discorsi d’odio e azioni di provocazione pubblica, che le sono già valsi una condanna giudiziaria.
Dopo aver appreso la sentenza relativa all’appello presentato contro la sua condanna, Isabel Peralta ha sostenuto di essere stata punita per aver avvertito, anni fa, davanti all’Ambasciata del Marocco, che «la Spagna stava venendo invasa» e ha affermato che, proprio quel giorno [venerdì scorso], migliaia e migliaia di immigrati hanno tentato «ancora una volta di attraversare la frontiera verso Ceuta».
In questo contesto, ha messo in dubbio che «multe, celle e prigioni» possano fermare quello che ha definito il diritto degli spagnoli «a esistere» e ha lanciato un nuovo avvertimento dai toni violenti, affermando che, se questo fosse l’obiettivo, «farebbero meglio a cominciare con proiettili alla nuca invece di sprecare il loro tempo». E sulla stessa linea ha proseguito: «Non ci fermeremo finché la Spagna non sarà di nuovo la Spagna».
Peralta, 24 anni e legata a organizzazioni di estrema destra, aveva già guidato manifestazioni simili nello stesso luogo in passato. La scena si è verificata in un contesto di rinnovata pressione migratoria alla frontiera meridionale spagnola, un tema che è stato utilizzato da settori radicalizzati per convocare manifestazioni e diffondere messaggi xenofobi.
Il caso riporta nuovamente sotto i riflettori la leader, il cui percorso è stato segnato da sanzioni, condanne giudiziarie e restrizioni in diversi Paesi europei. Nel 2021, Peralta fu protagonista di una manifestazione non autorizzata davanti all’Ambasciata del Marocco a Madrid, nel pieno della crisi diplomatica tra i due Paesi dovuta all’arrivo massiccio di migranti a Ceuta.
Durante quella protesta prese un megafono e lanciò slogan come «morte all’invasore» e «non è immigrazione, è un’invasione», espressioni che in seguito sarebbero state considerate dalla magistratura come un’incitazione diretta all’odio.
Nel 2025, il Tribunale Superiore di Giustizia di Madrid (TSJM) ha confermato la sua condanna a un anno di reclusione per il reato di provocazione alla discriminazione e all’odio. La sentenza ha confermato la decisione dell’Audiencia Provincial, che ha concluso che le sue dichiarazioni avevano l’obiettivo di «denigrare la collettività degli immigrati marocchini e suscitare ostilità nei loro confronti».
I giudici hanno respinto l’argomentazione della difesa, secondo cui si sarebbe trattato di una critica politica alla gestione migratoria del Governo. Al contrario, il tribunale ha ritenuto che le sue dichiarazioni eccedessero i limiti della libertà di espressione, promuovendo pubblicamente la discriminazione per motivi di origine nazionale e religione.
La decisione ha inoltre sottolineato il ruolo di Peralta come figura di spicco all’interno della mobilitazione organizzata da Bastión Frontal, un gruppo descritto nella sentenza come un’organizzazione urbana di ideologia neonazista o neofascista. Successivamente, l’attivista ha proseguito la sua militanza in altri ambienti dell’estrema destra spagnola.
La sentenza ha incluso, oltre alla pena detentiva, l’interdizione dall’esercizio del diritto di elettorato passivo per la durata della condanna, una sanzione pecuniaria – di circa 1.080 euro – e l’obbligo di rimuovere i contenuti diffusi su Internet collegati ai fatti.
Nel 2022 è stata espulsa dalla Germania e colpita da un divieto d’ingresso a vita dopo essere stata fermata all’aeroporto di Francoforte con una copia del libro Mein Kampf – il libro che Adolf Hitler scrisse in carcere nel 1925 – e una bandiera nazista.
Il caso riapre inoltre il dibattito in Spagna sui limiti della libertà di espressione di fronte ai discorsi d’odio e sull’azione dei gruppi estremisti nello spazio pubblico, in un contesto segnato da ricorrenti episodi di forte tensione attorno alla questione migratoria.
(da .lanacion.com.ar/)
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Agosto 5th, 2026 Riccardo Fucile
L’ALLARME LANCIATO DA UN MECCANICO CHE LAVORA A ROMA: “IN CINQUANT’ANNI DI LAVORO NON MI ERA MAI CAPITATO DI TROVARE AUTO CON LA BENZINA ALLUNGATA CON L’ACQUA”
Auto e moto che all’improvviso si fermano nel bel mezzo della strada. Eppure, il serbatoio è
pieno. Il problema è proprio nel carburante, che spesso è contaminato, allungato con acqua, impuro. Un fenomeno che sta registrando, negli ultimi tempi, una crescita esponenziale, come testimoniano molti meccanici che, sempre più spesso, vedono arrivare nelle loro officine moto e macchine in panne e con danni al motore. L’Adnkronos ha verificato sul campo diverse segnalazioni ricevute, trovando conferma da molti meccanici della Capitale.
Procediamo con ordine, e partiamo dal costo del carburante: negli ultimi sei mesi, il prezzo medio della benzina è passato da 1,67 euro del 1° gennaio 2026 a 1,94 euro al litro al 1° giugno scorso. Aumenti ancora più pronunciati quelli del diesel che, nello stesso periodo, è passato da 1,65 a oltre 2 euro al litro. Ma già negli ultimi giorni, e proprio in pieno esodo agostano, la benzina sfiora i due euro al litro e il gasolio torna a salire con forza riportandosi verso 2,10 euro. Prezzi che possono ancora lievitare se il carburante lo facciamo in autostrada. […]
“In cinquant’anni di lavoro non mi era mai capitato di trovare auto con la benzina allungata con l’acqua, se non negli ultimi sei mesi. C’è chi dice che allunghino le cisterne con l’acqua…”, dice all’Adnkronos Giancarlo Lanza, titolare di un’officina in zona Quadraro.
A confermare questo sospetto anche Roberto Federici, moto meccanico di Monteverde, che racconta di “un distributore che aveva serbatoi sotterranei del suo impianto con dell’acqua: non so se è stato voluto o meno, ma ha fatto una strage” di motori. ‘Strage’ che, di recente, è continuata: “In quest’ultimo periodo c’è stato un aumento dei casi in cui abbiamo trovato benzina con acqua o modificata. In un solo giorno ho avuto anche due clienti. In caso di benzina di scarsa qualità, i motorini, le moto e gli scooter di ultima generazione si fermano poco dopo aver fatto rifornimento, te ne accorgi subito”.
Cambiando zona, scooter e motorini rimangono comunque in panne: di trovare mezzi con serbatoi riempiti anche con l’acqua “ci è capitato abbastanza spesso, almeno una decina di casi negli ultimi mesi”, spiega all’Adnkronos Romar Ponciano, che lavora in una moto officina in zona Corso Trieste: “La maggior parte delle volte – prosegue – troviamo benzina con acqua, che contiene tutti i residui, come morchia, polveri sottili o sabbie che vanno a finire nelle cisterne dei distributori e, quando le cisterne iniziano a essere vuote, vengono risucchiate e pompate nei serbatoi”.
Altra zona della Capitale, stesse problematiche: “Ci sono capitati molti casi, in cui abbiamo trovato nei serbatoi residui d’acqua o sporcizia. E il numero è cresciuto del 25-30% rispetto al passato”, spiega Renato Di Nicolò nella sua officina in zona Casalbruciato, mentre ci mostra un secchio contenente gasolio: basta avvicinare una torcia per rivelare le impurità che finiscono nei nostri motori. Una coincidenza? Difficile crederlo. Ma intanto, nelle officine, le macchine arrivano sul carro attrezzi e i motorini a spinta.
(da agenzie)
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Agosto 5th, 2026 Riccardo Fucile
SECONDO UNO STUDIO DELL’UNIVERSITA’ BICOCCA DI MILANO, L’USO PRECOCE DELLE PIATTAFORME PRODUCE UN PEGGIORAMENTO DEL RENDIMENTO SCOLASTICO DEI RAGAZZI. GLI EFFETTI NEGATIVI SI SONO VISTI SOPRATTUTTO SUGLI STUDENTI DELLE TERZE MEDIE – LE COMPETENZE IN INGLESE SONO “SALVE” E NON HANNO ALCUN LEGAME CON L’USO DEI SOCIAL
Già nel 2023 Marco Gui, professore di Sociologia dell’università Bicocca di Milano, evidenziava sul Corriere della Sera come la ricerca scientifica avesse iniziato a mettere in relazione «la quantità di utilizzo dei social media e il benessere degli adolescenti». Il risultato: «All’aumentare dell’utilizzo dei social aumenta la probabilità di riscontrare problemi psicologici e scolastici».
Su quest’ultimo punto si focalizza il suo ultimo studio, pubblicato ieri sulla rivista scientifica Nature . Insieme ai colleghi dell’università di Brescia e del Centro Studi Socialis di Brescia, il team da lui diretto ha lavorato per trovare una dimostrazione analitica di come l’utilizzo precoce dei social possa essere dannoso soprattutto nel rendimento in ambito educativo.
I ricercatori hanno utilizzato i dati raccolti nell’anno scolastico 2023/2024 su 5.227 studenti tra i 7 e i 16 anni del Nord Italia, incrociando le risposte fornite attraverso questionari con i punteggi ottenuti nei test standardizzati Invalsi in tre materie: italiano, matematica e inglese. […]
I partecipanti sono stati divisi in due macrogruppi: chi aveva già un account personale sui social alle scuole medie («utenti precoci») e chi, invece, ha iniziato a utilizzare le piattaforme dopo i 14 anni, dopo l’inizio delle scuole superiori («utenti tardivi»). Quattordici anni è infatti l’età minima prevista in Italia per iscriversi autonomamente.
Dopo aver analizzato i risultati nel rendimento scolastico dei due gruppi, i ricercatori sono giunti a diverse conclusioni. La prima, la più importante: «L’uso precoce dei social media esercita un effetto negativo statisticamente significativo sui punteggi di competenza in italiano e in matematica». In particolare, prima avviene l’esposizione, più marcato risulta l’effetto negativo.
Per capirlo, si è partiti dalla quinta elementare, quando tutti gli studenti non avevano accesso ai social media. Da qui, si è monitorata la divergenza delle traiettorie del livello di competenze dei due gruppi, che si acuisce maggiormente tra coloro che si sono iscritti alle piattaforme prestissimo.
Le competenze matematiche, in particolare, sono quelle in cui si sono accertate più lacune sul lungo termine. Gli studenti che frequentavano la terza media quando hanno iniziato a usare i social, invece, non hanno risultati così differenti rispetto ai loro colleghi che si sono iscritti alle superiori. Sembra invece che le competenze in inglese non abbiano alcun legame con l’uso dei social.
Questo può essere dovuto alla continua esposizione a post dal mondo anglofono sulle piattaforme. In generale la ricerca mette in luce quanto sia positivo ritardare l’accesso ai social per i minori. Gli effetti negativi tendono a diminuire man mano che i ragazzi crescono: la terza media sembra essere l’anno di svolta.
Il professor Gui e i suoi colleghi provano anche a dare qualche suggerimento su come mettere in pratica questi risultati: servono linee guida più strutturate e programmi di educazione alla cittadinanza digitale nelle scuole. Non solo per bambini e ragazzi, ma anche per genitori e insegnanti. […]
( da il “Corriere della Sera”)
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