Agosto 4th, 2026 Riccardo Fucile
L’INTERNAZIONALE CRIMINALE SOVRANISTA SI APPRESTA A PRENDERE IL CONTROLLO DELL’EUROPA CON LO SCOPO DI ELIMINARE LO STATO DI DIRITTO E LA DEMOCRAZIA NEL CONTINENTE CHE HA SOFFERTO I MASSCRI DEL NAZIONALISMO RAZZISTA
L’Italia di Alcide De Gasperi fu tra i paesi fondatori della «nostra patria Europa». L’Italia di Giorgia Meloni è, e sarà ricordata se tornerà a vincere le elezioni, come il paese guida della fine dell’Unione europea come l’abbiamo desiderata e fino a un certo punto ottenuta, ovvero quella «patria Europa» di De Gasperi.
Come una tigre che allunga gli artigli sulla preda, la nostra presidente del Consiglio ha attaccato la Spagna non appena se n’è presentata l’occasione. Il governo spagnolo a guida socialista, aggredito da congiunture internazionali per nulla casuali, si trova ad affrontare, da solo, una crisi durissima originata dai cancelli aperti dal governo del Marocco verso l’enclave spagnola ed europea di Ceuta.
La reazione immediata di Donald Trump, di riconosciuta simpatia per il governo marocchino e di offese esplicite a Pedro Sánchez, ha dato il la alle danze della destra. A Trump il re Mohammed VI ha pochi giorni fa dedicato la nuova autostrada di più di mille chilometri, considerata una delle principali infrastrutture realizzate dal Marocco, che aspira a diventare una piattaforma commerciale tra i mercati europei e le economie emergenti dell’Africa occidentale. Il Marocco si è posizionato con chiarezza con Trump e con gli europei vicini a lui.
Si era appena letto il messaggio di Trump contro la Spagna, e subito Meloni ha scatenato la sua guerra, quella dei confini, quasi che Ceuta fosse vicina ad Anzio. E se, quando a Lampedusa arrivarono 7mila migranti, lei portò Ursula von der Leyen a sostenere la vittima dei trafficanti di uomini, ora la leader di via della Scrofa decide di mettere la Spagna fuori Schengen, e dei trafficanti di uomini a Ceuta se la ride. Per via aerea e marittima, per un mese, chi arriva in Italia dalla Spagna dovrà passare i controlli sui documenti, come nessun altro cittadino dei paesi dell’Unione. Ceuta non si trova sulle coste europee. Eppure quell’avamposto è stato dichiarato un pericolo nazionale per l’Italia.
Chi non si rende conto che quell’avamposto è in effetti l’avamposto di una guerra politica che mira a eliminare il governo socialista spagnolo, l’unico che stona ormai nell’Europa delle destre più anti liberaldemocratiche che il continente abbia mai conosciuto dal 1957, anno del Trattato di Roma. L’Europa dell’internazionale nera (un sistema di legami ideologici che si avvale di tanti soldi e di una potenza informatica di propaganda e fake news molto ben oliati) si appresta a riprendere il continente, paese per paese, con uno scopo assai chiaro: finirla con il progetto che porta il nome di Altiero Spinelli (già sbeffeggiato in Parlamento da Meloni) e che ha avuto come obiettivo quello di dare solidità allo stato di diritto e alla democrazia nel continente dove si sono sofferti i massacri più terrificanti nel nome del nazionalismo razzista. E la Spagna è il capro espiatorio.
Non possiamo non andare con la mente alla caduta della Repubblica spagnola, quella che in tre anni, dal 1936 al 1939, ha visto i regimi nazifascisti del continente, con Mussolini in testa e più attivo di Hitler, direttamente impegnati a cambiare il regime a Madrid. A novant’anni dall’inizio della guerra civile spagnola, siamo qui a temere che anche oggi sul fronte occidentale si giochi la nostra partita per la libertà. Allora, la fine della Guerra civile spagnola coincise con l’inizio della Seconda guerra mondiale. E l’Italia ebbe un ruolo fondamentale e malefico.
L’attacco di Meloni contro la Spagna, come quello di Mussolini. Con le dovute differenze, enormi, in questione c’era e c’è un nuovo ordine europeo: ora come allora. Anche per questo, non può non provocare un senso di rivolta morale e politica il comportamento codino tenuto dalla dirigenza della Commissione, che si sta, a quanto pare, preparando ai nuovi governi di destra in Francia e in Germania, con l’ipotesi della riconferma meloniana alle prossime elezioni italiane.
Tutto pronto per l’Europa della destra. Nel nome della remigrazione, e della ricostruzione nazionalista cristiana e bianca, del riarmo per rilanciare l’economia. Sinistri similitudini con un passato che non passa.
Le forze democratiche devono comprendere questo tempo e questo rischio. Non c’entra proprio nulla, oramai, la distinzione tra riformisti e non riformisti. La distinzione è solo una come la posta in gioco: tra democrazia liberale, ovvero costituzionale, e autoritarismi plebiscitari; tra pluralismo nella libertà e autoritarismo consensuale. Non si tratta di una lotta tra leader per le primarie, assai fuori tempo e luogo. Si tratta di un’azione collettiva e collegiale che sappia finalmente andare oltre le bagatelle tra i leader.
(da editorialedomani.it)
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Agosto 4th, 2026 Riccardo Fucile
NUTRIZIONISTI AMERICANI E L’ASSOCIAZIONE DEI CARDIOLOGI CONTRO LA DIETA PROPOSTA DAL DELIRANTE MINISTRO DELLA SANITA’
Il problema è che al no vax Kennedy, al negazionista del covid Trump che gli ha dato quell’incarico, alla marea di siti social, influencer, praticoni, esaltati e fattucchiere per i quali la scienza è un complotto contro di loro, delle evidenze e delle ricerche importa un fico secco. Più gliele sottoponi, più li rimandi al lavoro di generazioni di ricercatori, più gli metti sotto il naso ciò che è stato studiato, testato, controtestato, più si sentono minacciati dal loro nemico implacabile, che è la realtà.
Anni fa, per cercare di aiutare un amico la cui compagna era entrata in una setta di invasati, mi rivolsi a una grande esperta di quell’infelice percorso. Mi rispose: di’ al tuo amico che non deve fare e dire niente. Qualunque cosa faccia e dica sarà interpretata dal settario come un diabolico tentativo di sviarlo dalla luminosa via di salvezza finalmente imboccata. Il tuo amico può solo sperare che la sua compagna rinsavisca da sola.
Temo che avesse ragione: non c’è niente da fare. La sola cosa da dire a Robert Kennedy e ai suoi follower è dunque questa: ingozzatevi pure di bistecche e salsicce, aggiungeteci burro e formaggio, aumentate la metratura del vostro barbecue. Poi ci verrete a raccontare come è andata. Quanto all’impatto ambientale degli allevamenti intensivi, non vi preoccupate, è solo propaganda comunista.
(da Repubblica)
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Agosto 4th, 2026 Riccardo Fucile
FINO AD ORA HA COPERTO LE SPESE GRAZIE AD ALCUNI RISPARMI, MA STANNO PER FINIRE
La redazione di Fanpage.it raccoglie testimonianze e storie di chi intende raccontare una situazione di difficoltà e disagio economico dovuti al caro vita e ai prezzi sempre più alti per sostenere spese di vacanze, affitti, viaggi, spostamenti e altro ancora. Se anche tu hai un caso da segnalare, puoi farlo cliccando a questo link.”Ricevo una pensione di 500 euro al mese con cui devo pagare un affitto di 230 euro e bollette di quasi 300 euro al mese. Fino ad ora sono andata avanti grazie ai risparmi, ma anche questi stanno per finire. Non so come fare”, ha raccontato a Fanpage
Maria – classe 1946 – vive da sola in una casa popolare messa a disposizione da Aler (l’azienda lombarda per l’edilizia residenziale) e si dice molto preoccupata per il suo futuro. “Adesso sto bene, sono in salute, ma se un giorno dovessi anche avere bisogno di cure e medicine come faccio a permettermele?”, ha detto a Fanpage.it
La donna – che nella vita ha svolto la professione di impiegata in uno studio legale – racconta di aver sempre vissuto in casa con i genitori. Poi, quando questi sono mancati, si è ritrovata completamente sola, anche dal punto di vista economico. La famiglia le aveva lasciato in banca qualche risparmio grazie al quale è riuscita fino ad oggi a coprire tutte le spese. “Ma ora mi sono rimasti appena 2mila euro sul conto, davvero poco, per questo sono preoccupata”.
“Oltre all’affitto, che fortunatamente non è alto, questo mese ho pagato 98 euro di bolletta della luce, 102 euro per il gas e 32 euro per la linea telefonica. Senza contare la bolletta dell’acqua e la Tari, che per fortuna non sono mensili. Quando vado a fare la spesa compro tutti prodotti in offerta, anche se non mi piacciono molto, ma non posso permettermi altro. Solo io mi trovo in questa situazione? Mi sento una nullità”, ha detto ancora l’anziana donna.
“Un tempo, secondo me, si riusciva a risparmiare molto di più. Adesso è diventato impossibile. Credo che la classe politica attuale sia molto distante dai reali bisogni delle persone. Ci vuole molta più attenzione, soprattutto per chi è più fragile come me”, ha concluso la donna.
La situazione raccontata da Maria non è un caso isolato, sono invece numerose le persone e le famiglie italiane che attualmente stanno riscontrando difficoltà economiche e di cui la nostra redazione è a conoscenza grazie alle segnalazioni che ci arrivano ogni giorno.
(da Fanpage)
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Agosto 4th, 2026 Riccardo Fucile
LA SEZIONE BRESCIANA DELLA LEGA RIMUOVE LA DICITURA “SALVINI PREMIER” DAL SIMBOLO E RIVENDICA LA SCELTA: “NORD DIMENTICATO, SERVE UNA SVOLTA”
Un logo senza un nome, ma non un nome qualunque: quello di Matteo Salvini. Quello che a
prima vista potrebbe sembrare solo un dettaglio grafico, secondo alcuni potrebbe raccontare, invece, qualcosa di più profondo: la ricerca di un rinnovamento dell’immagine del partito e, forse, non solo.
A Brescia, la scelta della segreteria cittadina di adottare una versione del simbolo – già comparsa nelle recenti campagne di comunicazione del Carroccio – priva del riferimento a “Salvini Premier”, diventa così il punto di partenza per una riflessione su una Lega che sembra «aver bisogno di una scossa», come racconta a Open il segretario cittadino Michele Maggi.
La scelta del segretario della Lega di Brescia
Da alcuni mesi la segreteria della Lega di Brescia, guidata da Michele Maggi, aveva notato un dettaglio nella comunicazione social del partito a livello nazionale. Su molte grafiche e locandine aveva infatti iniziato a comparire una versione del simbolo molto simile a quella ufficiale, ma con una differenza evidente: la scomparsa della dicitura “Salvini Premier”. «Ormai vedo che anche tanti deputati lo utilizzano nelle loro locandine e non usano più “Lega Salvini Premier”. Non capisco perché, a livello di sezione, non si possa fare lo stesso», racconta Maggi, che a Brescia è anche membro del consiglio comunale.
A onor del vero, il nuovo logo non è mai stato presentato ufficialmente dalla direzione nazionale, né attraverso comunicati né con direttive rivolte ai territori. Un’assenza di indicazioni formali confermata anche dallo stesso segretario bresciano che, però, in mancanza di comunicazioni che richiedessero di non farlo, ha fatto sentire la sezione bresciana legittimata ad adottare la nuova versione: «Il simbolo è già utilizzato, noi l’abbiamo semplicemente adottato».
Salvini sì, Salvini no
Un’adozione a metà, però, a volerla raccontare tutta. Se infatti nelle immagini pubblicate sui profili Facebook e Instagram della sezione compare sistematicamente il logo senza la scritta “Salvini Premier”, le immagini del profilo continuano invece a riportare la versione tradizionale, ancora legata al nome del vicepremier e ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti.
L’«aria di rinnovamento» nella Lega
Mano a mano che la conversazione prosegue, però, emergono anche le prime ammissioni. «Probabilmente inizia ad esserci un’aria di rinnovamento, non lo so. È una cosa che obiettivamente auspichiamo», racconta Maggi. Così una scelta che parte da un semplice aspetto grafico sembra portare alla speranza di un segnale di apertura verso un possibile cambiamento. Da qui si aprono scenari e letture forse non troppo astratti, su una Lega alla ricerca di una nuova spinta e di un rilancio della propria identità.
Un rinnovamento che, afferma il segretario bresciano – forse con un pizzico di malizia – potrebbe essere auspicato dallo stesso Matteo Salvini, visto che anche il leader avrebbe iniziato a utilizzare il nuovo simbolo. Un segnale confuso, quindi, secondo Maggi, quello che viene dal leader del Carroccio, «del tipo che si sta tirando indietro, o non lo so. A questo punto, se è lui stesso che ha lanciato questo simbolo senza più il suo nome… A meno che voglia effettivamente rinnovare e rilanciare la Lega in un altro modo», prova a interpretare.
I “fuoriusciti” dalla Lega
Un cambio, quello grafico, che secondo Maggi molti tra le fila della Lega auspicherebbero anche a un livello più profondo: «Ad oggi obiettivamente non stiamo navigando proprio con il vento in poppa. I dati sono chiari: abbiamo tanti militanti che hanno preso e sono andati in altri movimenti. Penso a Vannacci, per esempio». Il riferimento al leader di Futuro Nazionale non è casuale: il movimento nato attorno all’europarlamentare ha infatti raccolto anche diversi ex esponenti e militanti provenienti dalla Lega. E chiude: «Questo significa che c’è bisogno di una scossa. Credo sia il pensiero del 90% dei militanti: è inutile nascondersi dietro un dito».
I malumori tra le fila del Carroccio
«Che ci sia ancora Salvini, non ci sia Salvini, ci sia Zaia, ci sia Federica, ci sia Romeo», non importa. L’importante è rinnovare. Non ne fa mistero il segretario bresciano, che ammette di aver scelto la nuova versione come auspicio per un rinnovamento e come modo per aderire a un cambiamento che spera essere condiviso e portato fino in fondo dal suo partito. Con una speranza: il logo è solo l’inizio, ma si va fino in fondo. «Io non attacco Salvini in sé come persona. Salvini ha dato tanto, ci ha portati al 30%, abbiamo ottenuto grandissimi risultati grazie a lui», commenta poi per stemperare la polemica. «Però ad oggi ci troviamo in una situazione in cui, secondo me, è necessario modificare alcuni aspetti», continua.
Del resto, Maggi non è nuovo a iniziative e posizioni fuori dal coro. Solo pochi mesi fa, aveva promosso una petizione per chiedere un maggiore protagonismo del Nord nell’agenda politica della Lega e un riassetto interno del partito individuando nell’ex presidente della Regione Veneto, Luca Zaia, una possibile figura di riferimento per il Nord del Carroccio. La questione era però pian piano sfumata, dopo l’incontro tra Zaia e Salvini, alla kermesse della Lega “Idee in movimento”, tenutasi a Roccaraso a gennaio di quest’anno. «Scelta un po’ discutibile obiettivamente per quanto mi riguarda, avrei fatto questi discorsi altrove, però, questa è una mia opinione personale», stringe poi Maggi.
Le evoluzioni del logo e della filosofia leghista
Che la Lega abbia cambiato pelle rispetto al passato e si sia avvicinata a un elettorato più ampio, scendendo a compromessi rispetto ai suoi valori fondanti, è cosa nota. Una scelta che, rispetto ai tempi in cui sugli striscioni si parlava solo di “devolution” e “secessionismo del nord”, anche solo con il passaggio del nome del partito da “Lega Nord – Padania” a “Lega” e basta (se si esclude il riferimento a Salvini, ndr), avvenuto nel 2017, ha segnato un punto di non ritorno per diversi seguaci di sempre.
«Secondo me, il problema della Lega di oggi è che è stata lasciata indietro la questione settentrionale» confessa Maggi, che continua: «Non per mancanza di Salvini, ma perché Salvini si è spinto in tutta Italia e quindi se prima poneva l’accento su Lombardia, Veneto, Piemonte, adesso dà loro solo il 50% dell’attenzione». «La questione settentrionale è stata un po’ diluita», insomma. Un nuovo indirizzo che ha allontanato alcuni militanti, anche se Maggi ci tiene a raccontare come tutto sommato, a Brescia i riscontri siano ancora buoni. «Questa cosa è veramente tanto sentita dai militanti, dai sostenitori, da tutti quelli che comunque avevano interesse alla Lega di qualche anno fa per intenderci», conclude poi con un po’ di rammarico.
(da Open)
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Agosto 4th, 2026 Riccardo Fucile
L’ITALIA SI CONFERMA LA PRINCIPALE PORTA DI ACCESSO IN EUROPA, TREND STABILE…NEL 2026 AUMENTA DEL 150% LAA MORTALITA’ NELLE TRAVERSATE… NELLA ROTTA SU LAMPEDUSA MUOIONO 12 PERSONE AL GIORNO
È a colpi di numeri che si gioca l’ultimo match fra Roma e Madrid. La sospensione di Shengen per chi arrivi dalla Spagna, come la lettera aperta all’Ue che il governo Meloni ha promosso fra i 27, hanno irritato non poco la Moncloa. E adesso è il ministro degli Esteri spagnolo José Manuel Albares che punta il dito contro l’Italia, accusata di “non essere stata all’altezza della situazione” nella gestione degli arrivi irregolari, tanto da essere la principale porta d’ingresso in Europa.
Prima di lui, stessi concetti ha ribadito il premier Sánchez, riportando i dati degli ultimi cinque anni. Con una nota, il Viminale ha ribattuto che negli ultimi due anni c’è stato un crollo verticale degli ingressi.
Qual è la principale porta d’accesso in Europa?
Secondo l’ultimo rapporto Frontex, la rotta del Mediterraneo centrale che ha come approdo principale Lampedusa rimane la principale via d’accesso in Europa, con la Libia come principale punto di partenza. Al 15 luglio 2026, ultimo dato spagnolo disponibile, in Italia risultano entrate via mare 15.323, in Spagna 14.479. Ancora più ampio il divario registrato negli anni precedenti.
Secondo i dati dell’agenzia europea Frontex e dell’agenzia Onu Oim, nel 2025 solo dalla rotta del Mediterraneo centrale, sono arrivate 66.562 persone, cifra quasi identica a quella degli arrivi dell’anno precedente. Altre 51.399 persone sono entrate in Ue attraverso la rotta che dalla Turchia porta ai Balcani o all’Est Europa, mentre sulle due rotte che puntano verso la Spagna, la cosiddetta rotta canaria e quella del Nord Africa, sono stati contati 36.775 ingressi, quasi 30mila in meno dell’anno precedente.
È in corso “un’invasione” di migranti in Europa?
No. Secondo l’ultimo rapporto Frontex, che tiene conto dei dati raccolti tra gennaio e maggio, nei primi cinque mesi del 2026 gli attraversamenti irregolari delle frontiere dell’Unione europea sono diminuiti del 40%, stesso trend discendente registrato nel 2024.
È vero che negli ultimi cinque anni in Italia sono arrivate il doppio delle persone che in Spagna?
Secondo i dati ufficiali Frontex, dal 2021 al 2026 in Spagna sono arrivate 234.760, per lo più lungo la rotta canaria. Per l’Italia si contano invece 478.000 ingressi, con il picco toccato nel 2023, quando in un solo anno si sono contati 157mila arrivi.
È vero che l’Italia ha vissuto varie crisi a Lampedusa?
Sì, più volte sull’isola è stata dichiarata l’emergenza. La più nota e recente è la cosiddetta “crisi dei 10mila”. Tra il 12 e il 15 settembre 2023, a Lampedusa sono arrivate sull’isola più di 10.000 persone, superando temporaneamente l’intera popolazione residente e mandando al collasso l’hotspot di contrada Imbriacola. Tutti quanti sono stati trasferiti nei giorni successivi in Sicilia.
È vero che gli sbarchi in Italia sono crollati?
Secondo quanto comunicato dal ministro Piantedosi, gli arrivi irregolari via mare al 15 luglio 2026 sono stati 15.323, -54% rispetto al 2025, -50% sul 2024, -88% rispetto al 2023. In numeri assoluti, il 15 luglio si registravano 75.821 arrivi nel 2023, 30.323 nel 2024, 33.116 nel 2025. Il trend discendente è stato registrato in tutta Europa.
È vero che la contrazione delle partenze riduce la mortalità nel Mediterraneo?
No. Nei primi sei mesi dell’anno si contano oltre 3.450 vittime e dispersi in mare. Secondo i dati Oim nei primi 7 mesi dell’anno solo sulla rotta del Mediterraneo centrale sono morte 872 persone, in media 4 al giorno, con un aumento percentuale pari al 150% rispetto all’anno precedente. Il tasso di mortalità è aumentato da una vittima ogni 256 migranti arrivati in Europa undici anni fa a una ogni 11,9 nei primi sei mesi del 2026. Si tratta di dati approssimati per difetto, riconosce l’Oim, perché di non tutti i naufragi si ha notizia.
(da Repubblica)
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Agosto 4th, 2026 Riccardo Fucile
L’IRAN GONGOLA: METTE SOTTO ASSEDIO LE BASI INDEBOLITE E RICEVE RIFORNIMENTI CONTINUI DALLA CINA ATTRAVERSO IL MAR CASPIO
Ci sono due immagini che riassumono lo stato del Medio Oriente, con propaggini che arrivano
fino all’Ucraina. La prima sono i video sui canali iraniani che mostrano i giganteschi aerei cinesi Y-20, quadrigetti capaci di trasportare 70 tonnellate di armi alla volta. Tra giovedì e sabato, in 36 ore, gli analisti hanno contato 16 atterraggi a Teheran.
La seconda immagine non esiste. Ma è confermata da testimonianze incrociate. Quattro C-17 americani, molto simili agli Y-20 cinesi, sono arrivati la scorsa settimana allo scalo di Erbil, Kurdistan iracheno. Ma non per scaricare. Per caricare. Cinque lanciatori Patriot da portare via, destinazione sconosciuta. La base accanto all’aeroporto, la più importante base Nato in Iraq, è quasi vuota.
Gli europei se ne sono andati all’inizio di marzo. Gli americani, rimasti solo con antiaerea a corto raggio, andranno via presto. Per la prima volta dal 2003 l’Iraq potrebbe trovarsi senza truppe Usa attive sul suo territorio. L’accordo per il ritiro è stato definito dal premier Ali al-Zaidi nella sua visita a Washington il 22 luglio.
Oggi a essere sotto assedio sono le basi statunitensi nel Golfo e dintorni, mentre l’Iran continua a rifornirsi in libertà, attraverso il Mar Caspio, con il ponte aereo cinese e con la ferrovia che arriva fino a Pechino.
Oggi il Pentagono deve concentrare le residue riserve di Patriot nei punti vitali, e abbandonare gli avamposti indifendibili. Anche le basi in Kuwait, Bahrein e Qatar sono quasi vuote, ormai. La guerra del 28 febbraio ha bruciato 1400 intercettori Patriot sui 2300 che erano a disposizione.
L’industria statunitense ne produce 50 al mese. In ogni singolo attacco iraniano nel Golfo se ne andavano via 6-8-10… Volodymyr Zelensky sabato ha denunciato che l’Ucraina è riuscita ad abbattere solo un missile russo su 27 nell’ultimo raid. Ha chiesto la licenza per produrre Patriot. Donald Trump ha detto no. Ma in ogni caso ci vorrebbero anni. Oggi un Patriot vale più di una portaerei.
(da agenzie)
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Agosto 4th, 2026 Riccardo Fucile
IL RAPPORTO TRA MORTI E FERITI IN PRIMA LINEA RICORDA QUELLO DELLA PRIMA GUERRA MONDIALE…LE TRUPPE DEI DUE ESERCITI RIMANGONO BLOCCATE PER SETTIMANE IN RIFUGI DIPENDENTI DAI RIFORNIMENTI PORTATI DAI DRONI
Secondo l’ultimo studio del Center for Strategic and International Studies di Washington, la Russia avrebbe subito circa 1,4 milioni di perdite tra febbraio 2022 e giugno 2026, di cui fino a 450.000 soldati uccisi. Lo stesso studio stima le perdite ucraine tra 525.000 e 625.000 vittime, con 125.000-150.000 morti. Inoltre, nel 2026 le perdite mensili russe avrebbero superato di gran lunga il numero delle nuove reclute.
Entrato nel quinto anno, il conflitto ha cambiato natura. I carri armati sono stati in parte sostituiti da droni e robot, usati per consegnare cibo ed esplosivi, trasportare equipaggiamento, distruggere obiettivi e soprattutto uccidere. Per la prima volta soldati russi si sono arresi a droni sul campo di battaglia.
Droni e intelligenza artificiale hanno rivoluzionato in tempi record l’arte della guerra. L’entusiasmo, osserva Elisabeth Braw, ricercatrice senior all’Atlantic Council, è comprensibile: secondo il Kyiv Post , solo il 9 luglio l’Ucraina ha dichiarato di aver colpito 14 navi russe nel Mar d’Azov, comprese 12 petroliere della presunta «flotta ombra» di Mosca. Il comandante dei droni ucraini ha parlato di 35 navi colpite nelle 96 ore precedenti, mentre le forze ucraine prendevano di mira anche 45 siti militari nella Crimea occupata e nell’Ucraina meridionale. […]
Il rovescio della medaglia è che il progresso tecnologico, invece di ridurre le perdite umane e rendere la guerra più «pulita», sembra produrre l’effetto opposto. Secondo lo storico francese Stéphane Audoin-Rouzeau, citato dal Financial Times, il rapporto tra morti e feriti in prima linea ricorda ormai quello della Prima guerra mondiale.
I progressi della medicina militare avevano ridotto quel rapporto da un morto ogni 2-3 feriti a circa uno ogni 10 nella guerra in Afghanistan; oggi in Ucraina si è tornati a un morto ogni 3-4 feriti.
Una delle ragioni è che gli elicotteri, fondamentali in Vietnam per sfruttare la cosiddetta «ora d’oro» delle evacuazioni mediche, non possono operare in cieli saturi di droni. In Ucraina il recupero dei feriti può richiedere giorni, anche con droni terrestri su ruote.
Medici negli ospedali delle retrovie raccontano amputazioni di massa per arti rimasti troppo a lungo stretti nei lacci emostatici e ferite al volto che ricordano il 1914-18. Un medico ci ha raccontato di aver visto arrivare, all’inizio dell’anno, 23 feriti in 24 ore in un ospedale di Dnipro, con chirurghi stremati costretti a procedere subito con amputazioni.
La guerra dei droni produce anche una nuova disumanizzazione: soldati bloccati per settimane o mesi in rifugi sotterranei per mantenere una posizione, senza rotazione per carenza di truppe e dipendenti dai rifornimenti portati dai droni.
Intanto ufficiali occidentali arrivano a Kiev per studiare una rivoluzione nata, ironicamente, anche perché i loro Paesi non hanno fornito all’Ucraina abbastanza proiettili e artiglieria. Giovani specialisti ucraini li aggiornano su software, dispositivi progettati dai soldati e innovazioni per accelerare le consegne: adattarsi rapidamente è essenziale.
(da Corriere della Sera)
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Agosto 4th, 2026 Riccardo Fucile
TUTTI CONTENTI? QUASI: C’È UN GRANDE SCONFITTO: IL MINISTRO DELLE IMPRESE ADOLFO URSO, PRINCIPALE “AZIONISTA” DI INVITALIA (SOCIETÀ IN-HOUSE DEL SUO DICASTERO), CHE SOGNAVA LA CONFERMA DELL’EX AD PIETRO PICCINETTI… EVVIVA IL GOVERNO DELLA MERITOCRAZIA
Una banda sempre più larga per il centrodestra. Almeno in termini di poltrone.
Il cda di Infratel, società in house (controllata da Invitalia) del ministero delle Imprese che si occupa della realizzazione delle infrastrutture tecnologiche e quindi gestore del piano banda ultralarga, è stato spartito con il perfetto uso del “manuale Cencelli”. Così da soddisfare gli appetiti della maggioranza.
Come amministratore delegato è stato designato Stefano Acanfora, manager vicino a Giovanbattista Fazzolari: nel 2017, quando era direttore della centrale acquisti della regione Lazio aveva avallato una consulenza (di 166mila euro complessivi) con l’attuale sottosegretario, all’epoca semplice dirigente di Fratelli d’Italia.
La collaborazione è stata poi interrotta dopo l’elezione in Parlamento di Fazzolari. Acanfora è reduce dall’esperienza di direttore generale della 3-I spa, una società che avrebbe dovuto coadiuvare la digitalizzazione di Istat, Inps e Inail, titolari delle azioni della società.
A distanza di tre oltre anni dalla fondazione, la 3-I resta un oggetto misterioso.
Il bilancio del 2025 ancora non è stato pubblicato, quelli degli anni precedenti hanno chiuso con il segno meno e un’operatività vicina allo zero. Poco male.
Acanfora è stato comunque promosso con un incarico di maggior prestigio al timone di Infratel, nonostante i dubbi del ministro, Adolfo Urso, ufficialmente titolare del dossier, che avrebbe preferito la conferma di Pietro Piccinetti.
Alla presidenza è invece arrivata Daniela Faraoni, ex assessora alla Salute della giunta Schifani in Sicilia.
Il suo nome è stato fatto in quota Lega, anche se a dirla tutta Faraoni ha come sponsor Luca Sammartino, campione di preferenze nell’isola, oggi con il partito di Matteo Salvini, ma in passato con Pd e Udc. […]
Forza Italia ha invece ottenuto la conferma nel cda di Gregorio Fontana, deputato azzurro per cinque legislature (è stato anche questore alla Camera) non rieletto nel 2022. Il partito di Antonio Tajani ha strappato anche la conferma alla presidenza del collegio sindacale di Donato Toma, ex presidente della regione Molise, non ricandidato nel 2023. Così da diminuire il “digital divide” degli incarichi.
(da “Domani”)
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Agosto 4th, 2026 Riccardo Fucile
L’USIGRAI: “VENGONO PROMOSSI DA QUALIFICHE DI REDATTORE ORDINARIO O CAPOSERVIZIO. SONO DECISIONI CHE NON SONO PASSATE INOSSERVATE E HANNO ALIMENTATO IL MALCONTENTO DI TANTI PER UNA COSÌ PALESE DISTANZA DI GIUDIZIO”
Per la prima volta è stato bocciato il piano editoriale di Rai Parlamento. La redazione ha detto no alla proposta editoriale della direttrice e alla squadra dei vicedirettori da Lei scelti per reallizzarla.
3 vicedirettori su 5 – sempre troppi per una testata con poco più di 30 giornalisti – vengono promossi alla guida di Rai Parlamento da qualifiche di redattore ordinario o caposervizio.
Scelte, queste ultime, sulle quali ci saremmo aspettati una valutazione di Risorse Umane e organizzazione almeno in linea con le indicazioni di gestione del personale che vengono rappresentate al sindacato di fronte ad ogni richiesta di colleghe e colleghi che in Paritetica chiedono vengano riconosciuti ruoli e mansioni effettivamente svolti nelle redazioni.
Si tratta dunque di decisioni che evidentemente non sono passate inosservate e hanno alimentato il malcontento di tanti per una così palese distanza di giudizio.
La conferma arriva dal confronto con il voto sui piani editoriali degli ultimi due direttori: quello di Carboni ebbe solo sette voti contrari, quello di Preziosi appena due.
Esecutivo Usigrai
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