Agosto 8th, 2026 Riccardo Fucile
MELONI AVEVA CERCATO DI ATTACCARE LA CGIL, LANDINI AVEVA RISPOSTO “SEI VITTIMA DI UN COLPO DI SOLE, E’ FALSO”… OGNUNO E’ LIBERO DI VOLTARSI DOVE GLI PARE, I SINDACATI DEL BELGIO AVEVANO LE LORO RAGIONI, E’ STATO UN PACIFICO ATTO DI DISSENSO
La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ricorda la tragedia di Marcinelle e punta il dito
contro la Cgil e i suoi delegati che avrebbero «voltato le spalle a La Russa», durante il suo intervento; ma replica immediatamente il segretario del sindacato, Landini, che dice: «Falso».
Il presidente del Senato, Ignazio La Russa, ha letto un messaggio del presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Secondo alcuni i delegati della Cgil si sarebbero voltati di spalle. «Voltare le spalle durante la commemorazione di Marcinelle è un gesto grave e vergognoso. Oggi, durante la cerimonia per i 262 lavoratori morti nella miniera, alcuni rappresentanti della Cgil hanno scelto di voltare le spalle mentre il presidente del Senato La Russa interveniva e leggeva il messaggio del presidente Mattarella.
Pronta la smentita: «Se un certo signor Fidanza, per far sapere che esiste, deve parlare male della Cgil, credo che – qui a Marcinelle oggi c’è il sole – abbia preso un colpo di sole. Perché la Cgil, se non lo sa glielo dico, non si gira mai dall’altra parte in nessun momento, tantomeno nel rispetto del nostro presidente della Repubblica», ha risposto il segretario generale della Cgil Maurizio Landini replicando al capodelegazione di Fdi Carlo Fidanza. Landini, assieme ad una folta delegazione della Cgil, era anche lui questa mattina alla cerimonia del settantesimo anniversario della tragedia di Marcinelle, al Bois du Cazier.
Il sindacato belga Fgtb fa sapere: “Ci siamo girati noi”. Una protesta contro Fratelli d’Italia, forza di estrema destra per i belgi. «Tutti i compagni dell’Fgtb si sono girati, perché noi siamo contro la presenza di partiti fascisti, e per noi Fdi è un partito di estrema destra. Noi siamo contro la presenza di tutti i partiti fascisti. La loro presenza non è bella, soprattutto in un luogo molto importante per l’immigrazione italiana»: Lo ha detto all’Ansa Vincent Pestieau, segretario regionale del sindacato belga Fgtb a Charleroi. La nostra protesta «non ha riguardato Mattarella, ma è solo perché Ignazio La Russa ha parlato a nome del governo», ha aggiunto.
(da agenzie)
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Agosto 8th, 2026 Riccardo Fucile
NON ESISTEVANO LE CONDIZIONI PER IL PROVVEDIMENTO NEI CONFRONTI DELLA SPAGNA. L’ENNESIMA DIMOSTRAZIONE CHE ABBIAMO UN GOVERNO RIDICOLO
Il commissario agli Affari Interni, l’austriaco Magnus Brunner, è in contatto costante con i tutti 27 “colleghi” e quindi anche con il capo del Viminale, Matteo Piantedosi. Le incertezze sulla reale indispensabilità della misura assunta da Roma, dunque, sono state informalmente comunicate.
Ma, come spesso accade ai piani alti di Palazzo Berlaymont, si cerca di evitare lo scontro pubblico e diretto con il governo italiano. Confidando sul ripristino della libertà di circolazione in tempi brevi.
Ed è evidente che se Palazzo Chigi ripristina lo spazio Schengen, il parere diventerà superfluo. Concetto ben illustrato nei contatti delle ultime ore.
Il punto di partenza assunto dall’esecutivo comunitario è che «le autorità spagnole e marocchine hanno lavorato in modo efficiente ed efficace nella gestione dei rimpatri di coloro che sono entrati illegalmente a Ceuta dal Marocco». In più gli stessi uffici di Bruxelles giudicano avvalorate dai fatti le comunicazioni spagnole secondo cui finora è stato impedito con successo il proseguimento illegale del viaggio verso la Spagna continentale e il resto d’Europa.
Tutto questo è già in contrasto con il Regolamento rivisto nel 2024. In effetti basta leggerlo per capire l’origine dei dubbi della Commissione. L’articolo 25, infatti, stabilisce che «una minaccia grave per l’ordine pubblico o la sicurezza interna può considerarsi derivare in particolare da: attentati o minacce di tipo terroristico, e minacce apportate da forme gravi di criminalità organizzata; emergenze di sanità pubblica su vasta scala; una situazione eccezionale caratterizzata da spostamenti non autorizzati improvvisi e su vasta scala di cittadini di paesi terzi tra Stati membri; eventi internazionali di ampia portata o alto profilo».
Il governo italiano si è allora avvalso dell’articolo 25 bis: «Quando una minaccia grave per l’ordine pubblico o la sicurezza interna di uno Stato membro è imprevedibile e richiede un’azione immediata, lo Stato membro può, in via eccezionale, ripristinare immediatamente il controllo di frontiera alle frontiere interne». Cioè senza una comunicazione preventiva.
Ma questo può avvenire per non più di un mese e l’eventuale proroga deve essere autorizzata per non più di tre mesi. Il nodo poi si stringe intorno all’articolo 27 bis, secondo cui la Commissione deve emettere un parere che includa «almeno» una «valutazione della conformità del ripristino o della proroga del controllo di frontiera alle frontiere interne ai principi di necessità e proporzionalità» e «se siano state esaminate a sufficienza misure alternative per rispondere alla minaccia grave».
E, appunto, sulla base delle constatazioni fatte da Palazzo Berlaymont e al vertice straordinario dei ministri degli Interni svoltosi martedì scorso, «i principi di proporzionalità» non sussistono.
(da agenzie)
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Agosto 8th, 2026 Riccardo Fucile
I BULLETTI DEI GIARDINETTI ORA TEMONO LE RITORSIONI DEL GOVERNO SPAGNOLO: SARA’ NECESSARIO MOSTRARE I DOCUMENTI ALLE FORZE DI POLIZIA E ATTENDERE LE VERIFICHE… I CONTROLLI SARANNO A CAMPIONE O AI PASSAGGERI DI UN INTERO AEREO… I TURISTI ITALIANI PAGANO LE CAZZATE DEL GOVERNO
Dopo il governo Meloni, anche quello di Pedro Sanchez ha riattivato i controlli a campione
alla frontiera, che in questo caso interessano anche i cittadini europei. Così, chi viaggia tra Italia e Spagna potrebbe doversi fermare per mostrare i documenti alle forze di polizia e attendere le verifiche. La misura spagnola dovrebbe restare in vigore fino al 7 settembre.
Come annunciato, la Spagna ha risposto al governo Meloni che nei giorni scorsi aveva riattivato i controlli alla frontiera per i passeggeri di aerei e navi che venivano dal territorio spagnolo. Ora saranno sottoposti a verifiche – anche più ampie – coloro che viaggiano da Italia a Spagna. E i controlli potrebbero essere anche più estesi, perché riguarderanno non solo i cittadini extra-Ue ma anche quelli europei. La misura è entrata in vigore oggi, sabato 8 agosto, e resterà attiva fino alla mezzanotte di lunedì 7 settembre.
Si potrebbe pensare che siano più danneggiate le compagnie low cost, perché hanno più passeggeri e quindi una maggiore probabilità di incappare in ritardi – ma anche le compagnie di linea tradizionali possono essere messe in difficoltà, soprattutto se ci sono scali brevi tra un volo e l’altro. Infatti, la novità non interessa solo le moltissime persone che dalla Spagna vogliono viaggiare in Italia o viceversa per turismo, ad agosto, ma anche coloro che devono prendere un volo intercontinentale e hanno necessità di effettuare un collegamento tra i due Paesi. Tra verifiche incrociate, tensioni diplomatiche e ripicche, è utile fare un quadro riassuntivo per chiarire a chi deve partire per un viaggio cosa aspettarsi.
Chi viaggia dalla Spagna all’Italia
Chi dalla Spagna deve viaggiare in Italia può incontrare i controlli imposti dal governo Meloni. Si tratta, in ogni caso, di controlli a campione: non vengono fermati tutti i passeggeri, ma solo alcuni selezionati casualmente – in teoria – dalle autorità.
Il governo italiano sostiene che i controlli non dovrebbero riguardare i cittadini italiani, spagnoli ed europei in generale, e che le verifiche a campione dovrebbero concentrarsi su persone che provengono dal di fuori dell’Unione europea. Tuttavia, non è chiaro come sia possibile conoscere la nazionalità di un passeggero senza fermarlo per una verifica. In ogni caso, una volta controllato il documento, visto o permesso di soggiorno, si potrà proseguire il viaggio.
Le conseguenze indirette possono riguardare tutti i passeggeri. I ritardi dovuti ai controlli, infatti, possono avere un effetto anche su chi è semplicemente in attesa in fila, anche se non viene sottoposto personalmente alla verifica dei documenti. Per chi deve partire per l’Italia dalla Spagna, quindi, è consigliabile preventivare un tempo d’attesa più lungo del solito nel porto o nell’aeroporto di arrivo o partenza.
I controlli per chi entra in Italia resteranno in vigore fino almeno al 15 agosto. Questa era la data fissata inizialmente dal governo italiano, ufficialmente anche a seguito del sospetto di un nuovo ingresso di massa a Ceuta (anche se, come è stato chiarito più volte, la ripresa dei controlli non ha a che vedere con Ceuta). La Spagna aveva chiesto di anticipare la fine dei controlli, ma il governo Meloni ha rifiutato. Non si può escludere, in ogni caso, che le verifiche siano prolungate anche nella seconda metà di agosto.
Chi viaggia dall’Italia alla Spagna
I controlli per chi dall’Italia deve viaggiare in Spagna sono partiti oggi, sabato 8 agosto. Resteranno attivi fino alla mezzanotte di lunedì 7 settembre. Il governo di Madrid ha fatto sapere che i controlli “riguarderanno la verifica dell’identità (passaporti) e della nazionalità dei viaggiatori, nonché il controllo di visti o permessi di soggiorno per i cittadini di Paesi terzi”.
Dunque, per i cittadini di Paesi terzi (non dell’Unione europea) si richiederanno il visto o il permesso di soggiorno, mentre a tutti gli altri – spagnoli, italiani, europei in generale – sarà chiesto di mostrare il documento d’identità, con successive verifiche. Anche in questo caso, i controlli sono a campione: non si ferma sistematicamente ogni singolo passeggero, ma solo alcuni.
Attenzione: non cambia nulla nei requisiti per entrare in Spagna. Ovvero, tra gli italiani chi ha con sé un documento valido, che sia il passaporto o la Carta d’identità elettronica (si ricorda che quella cartacea non si può più usare per l’espatrio), non avrà problemi di accesso.
Le difficoltà potrebbero emergere, semmai, con il tempo aggiuntivo per i controlli. Come nel caso dei viaggi tra Spagna e Italia, il fatto che si debbano fermare dei passeggeri per verificarne i documenti potrebbe rallentare il funzionamento dell’aeroporto – con code più lunghe e un maggior rischio di perdere il volo. Anche in questo caso, quindi, è meglio mettere in conto tempistiche maggiori e arrivare all’aeroporto con un certo anticipo, o considerare che durante lo sbarco al porto potrebbe essere necessario attendere più del solito.
(da Fanpage)
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Agosto 8th, 2026 Riccardo Fucile
DAL VIMINALE TRAPELA CHE SONO STATI FERMATI SOLTANTO 14 MIGRANTI IRREGOLARI E NESSUNO PROVENIVA DA CEUTA
Di certo non c’è nessuna invasione in corso. Sulla crisi diplomatica tra l’Italia e la Spagna dopo i fatti di Ceuta, il vicepremier e leader della Lega Matteo Salvini osserva: “Stiamo bloccando negli aeroporti, anche in queste ore, decine di irregolari in arrivo dalla Spagna”.
Stime che, però, collidono con i dati ufficiali: dal Viminale trapela che sarebbero soltanto 14 e non provenienti da Ceuta. Eppure il vicepremier insiste. A margine del direttivo della Lega, in via Bellerio a Milano, Salvini prosegue: “Il premier spagnolo farebbe miglior figura a tacere e a controllare i suoi confini invece di minacciare il governo italiano, visto che stiamo bloccando negli aeroporti anche in queste ore decine di irregolari in arrivo dalla Spagna”.
Ma Salvini si è anche soffermato sulle indiscrezioni delle ultime settimane rispetto alla possibilità di un avvicendamento con Matteo Piantedosi, assicurando che a Pontida, il 20 settembre, non annuncerà il suo passaggio al ministero dell’Interno: “No, questo lo scrivono i giornali” ha commentato prima del direttivo della Lega lombarda in via Bellerio a Milano.
(da agenzie)
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Agosto 8th, 2026 Riccardo Fucile
“LA GESTIONE DEI FLUSSI RISPETTI LA DIGNITA’ DELLE PERSONE”
«Commemorando Marcinelle e rendendo un tributo a coloro che vi perirono – come in altri
luttuosi episodi nella storia dell’emigrazione italiana – siamo invitati a riflettere sul prezzo umano che venne pagato e ad agire, affinché simili sciagure non abbiano a ripetersi e la gestione dei flussi migratori obbedisca a criteri di rispetto della dignità delle persone». Questo il messaggio inviato dal Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, in occasione del 70° anniversario della tragedia di Marcinelle e della 25ª Giornata nazionale del sacrificio del lavoro italiano nel mondo.
Cosa accadde a Marcinelle
L’8 agosto 1956 nella miniera di carbone di Bois du Cazier (appena fuori la cittadina belga di Marcinelle), si sviluppò un rogo che causò una strage. Morirono 262 minatori morti, di cui 136 italiani. Proprio quest’anno per oggi l’Unione europea ha istituito la Giornata delle vittime degli infortuni sul lavoro.
La tragedia della miniera Bois du Cazier a Marcinelle resta una delle pagine più drammatiche ed emblematiche della storia dell’emigrazione italiana nel secondo dopoguerra. Un evento che affonda le sue radici nell’accordo bilaterale siglato nel 1946 tra Roma e Bruxelles: un patto che prevedeva un vero e proprio baratto di Stato tra risorse umane e materiali. L’Italia si impegnava a inviare in Belgio duemila uomini a settimana per lavorare nei giacimenti della Vallonia; in cambio, il governo belga garantiva la fornitura a Roma di 200 chilogrammi di carbone al giorno per ciascun minatore impiegato.
In virtù di questa intesa, tra il 1946 e il 1956 oltre 140mila italiani varcarono le Alpi per scendere nelle viscere della terra. Le drammatiche condizioni di sicurezza nei pozzi portarono infine al disastro di Marcinelle, a cui seguì una complessa vicenda giudiziaria: dopo due distinti processi, la giustizia si pronunciò soltanto nel 1964 con la condanna di un solo ingegnere a sei mesi di reclusione con la condizionale.
(da agenzie)
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Agosto 8th, 2026 Riccardo Fucile
CONTE HA UNA PAURA FOTTUTA DI SILVIA SALIS (NON A CASO DA MESI I MEDIA CINQUESTELLE LA DIFFAMANO, SPACCIANDOLA PER “RENZIANA” E CALATA DAL’ALTO, DIMENTICANDO CHE L’UNICO “SCONOSCIUTO” PESCATO IN UNO STUDIO LEGALE DA GRILLO E’ PROPRIO CONTE… AVANTI COSI’ VERSO LA SCONFITTA
Giuseppe Conte si prende la scena, Elly Schlein arranca. Ed è già aria di primarie anticipate, quelle che un pezzo del Pd vorrebbe ancora scongiurare. Ma nell’attesa il pallino sembra averlo il leader del Movimento, che ha rilanciato sui gazebo, provando anche a legarne l’esito alla linea sull’Ucraina, e che soprattutto ha ottenuto una risoluzione unitaria sullo scostamento di bilancio senza alcun riferimento al Safe, lo strumento europeo che concede prestiti per spese militari.
Per giunta, dando la linea “alla coalizione progressista” anche nell’intervento a Montecitorio. “Giuseppe ha accelerato” gongolano i Cinque Stelle. Euforici per l’audizione in Commissione Covid di giovedì, da dove – ne sono tutti convinti – Conte è uscito vincitore, spingendo Giorgia Meloni ad attaccarlo con un post serale come per riparare alla sconfitta dei suoi. Proprio quello che cercava l’ex premier, che voleva e vuole essere legittimato come primo sfidante dalla presidente del Consiglio. Perché lui già ragiona in termini di primarie e di campagna elettorale per le Politiche. In questo scenario, la segretaria del Pd si vede costretta a inseguire.
Ha impiegato più di 24 ore a replicare all’avvocato su Kiev che “prima viene il programma poi i gazebo”. Perdendo poi la sua proverbiale capacità di farsi concava e convessa, accontentando un po’ tutti e nessuno: la risoluzione unitaria senza alcun riferimento al Safe è passata senza che neanche riunisse i gruppi parlamentari e con l’esiguo drappello della destra dem che ha fatto più rumore di un esercito vero. Perché poi, con l’intervista al Foglio sembrava voler guardare a quella parte, ma a un certo punto l’ha del tutto bypassata. Tanto da lasciare l’intervento in aula sullo scostamento di bilancio a Cecilia Guerra. Meglio non esporsi troppo. Alla fine si ritrova all’angolo, rinchiusa in una sorta di fortino, con mezzo partito che si dice sempre più convinto che non è la candidata giusta da opporre a Meloni. Alla vigilia dell’anno elettorale le primarie paiono ormai inevitabili, ma – nel Pd – appaiono una scelta sofferta, con risvolti da boomerang. D’altra parte, Dario Franceschini ha provato a mettere in campo l’ipotesi del “terzo uomo”, ma si è trovato davanti il muro dei due duellanti.
Con Conte convinto che i gazebo siano la sua chance per tornare a Palazzo Chigi e Schlein che li vuole più che altro per evitare manovre di partito contro di lei. Alcuni maggiorenti del Pd sarebbero pronti a sostenere l’ex premier: ma sanno che – facendolo – rischiano di consegnargli il partito. Pericolo che non è scongiurato, perché la vittoria di Schlein – anche davanti all’ipotesi del terzo tipo (un Pd del tutto compatto su di lei) – non appare scontata. “Dovrebbero fare un passo indietro entrambi”, è la frase che andava per la maggiore tra i dem negli ultimi giorni. Anche questa non pare una possibilità.
Mentre il capogruppo in Senato, Francesco Boccia, che giovedì si è materializzato alla Camera quasi come scorta della segretaria, cerca di mediare tra lei e Conte, con il quale ha un rapporto quotidiano. Mentre c’è chi – come Nicola Fratoianni, avverso ai gazebo – la disfida Conte-Schlein la giudica un teatrino. Di sicuro ora il piano inclinato sembra condurre ai gazebo. E già si parla di tempi e di regole: Conte vorrebbe fare le primarie entro l’anno, Schlein a inizio del 2027. L’ex premier vorrebbe il voto online, Schlein no. Ma soprattutto, per il Pd la linea invalicabile è il doppio turno: la convinzione è che alla fine in un ballottaggio tra i due il voto strutturato (dalla Cgil in giù) andrà su di lei.
E sarebbe anche la via per scongiurare discese in campo pericolose come quella di Silvia Salis. Nel Movimento si continua a guardare con sospetto alle mosse della sindaca. E se Conte invoca primarie il prima possibile, è anche per non concederle tempo per farsi conoscere di più e magari complicare l’ipotesi dei gazebo.
Nel M5S stanno già immaginando i primi comitati per l’avvocato. Con una convinzione: “Se Conte vincesse, potremmo superare anche il 15 per cento e radicarci anche meglio sui territori, tramite proprio i comitati pro-Conte”. Tradotto: per il Movimento sarebbe una battaglia campale. Anche per prevenire l’entrata in campo di Alessandro Di Battista, sostengono diversi big. Sicuri del fatto che “con Giuseppe candidato a Palazzo Chigi per Alessandro sarebbe davvero difficile candidarsi contro il Movimento”. Ergo, il M5S ha bisogno dei gazebo anche per coprirsi a sinistra.
(da Il Fatto Quotidiano)
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Agosto 8th, 2026 Riccardo Fucile
LA SINISTRA SI E’ ARRESA AL CAPITALISMO FINNZIARIO INSOFFERENTE A OGNI LIMITE E AI DIRITTI, I PROGRAMMI NASCONO DA ELABORAZIONI COLLETTIVE NON A TAVOLINO
Scena scontatissima: alla vigilia di qualsiasi elezione con premi di maggioranza per la
coalizione vincente i partecipanti invocano: prima il programma! Guai a dare l’impressione che si voglia semplicemente vincere! Come prepararlo, da parte di chi, come garantire che esso sia poi da tutti rispettato, nessuno lo sa. Ma una sorta di mistica del programma agita i contendenti. Sembra quasi che la strategia di un’azione politica degna di questo nome possa uscire da un’elaborazione a tavolino, come se i programmi dei grandi partiti di massa che ne hanno segnato le svolte fossero semplicemente il risultato di riunioni e consultazioni tra le èlites dirigenti, il frutto di mediazioni e compromessi di vertice. Quale miopia!
Essi nascono da anni di lotte sociali, dall’analisi, maturata nella vita quotidiana di queste forze, della situazione storica e delle sconfitte subite. Sono elaborazioni collettive, che possono trovare alla fine espressione in leadership anche carismatiche.
È perciò semplicemente impossibile che l’attuale discussione tra PD e 5 Stelle possa partorire un programma di qualche portata. Ne mancano le più elementari condizioni storiche. Il PD (e in qualche misura anche i 5 Stelle) eredita una sconfitta dell’intera Sinistra occidentale, sconfitta non digerita, camuffata in tutti i modi, occultata, dimenticata. Non esiste la più remota possibilità di elaborare oggi un programma, se non la si comprende. La Sinistra si è arresa nei fatti ai grandi protagonisti della svolta d’epoca tra anni ’80 e ’90, ai soggetti globali che hanno davvero rivoluzionato le nostre vite: un nuovo capitalismo finanziario strettamente collegato al sistema militare, del tutto insofferente di ogni limite e di ogni diritto “locale”, per cui gli obbiettivi di Welfare propri di tutti i Paesi occidentali nel secondo dopoguerra da prioritari divengono variabili dipendenti, se non eliminabili tout court.
Era facile contrastare l’affermazione di queste potenze? Nient’affatto, forse impossibile. Comunque, la Sinistra ha anche cessato di discuterle. E intendo nella sua azione concreta. Qualche libro sarà anche uscito dal suo seno…I suoi elettori hanno sofferto sulla loro pelle di questa impotenza e hanno finito col non votarla più.
Come sarà possibile, oggi, a freddo, formulare un programma che affermi qualcosa di veramente concreto e impegnativo su una politica fiscale con espliciti intenti ridistributivi? Da dove ottenere altrimenti le risorse per servizi e difesa dei redditi più bassi? Su questo terreno fondamentale un programma può venire soltanto da quotidiane esperienze di mobilitazione, di discussione, di lotta. E altrettanto vale sul piano della politica internazionale. La Sinistra aveva un compito, chiarissimo, da assolvere davanti a sé alla caduta del Muro: essere il tavolo fondamentale del rapporto e dell’intesa delle grandi potenze, sostenere una visione multipolare del mondo ormai globalizzato sotto l’aspetto del sistema sociale economico di produzione, difendere e promuovere in tutti i modi l’azione delle Nazioni Unite nel quadro di una idea di Diritto internazionale. Il suo fallimento è stato drammatico e temo irrecuperabile. Dalla guerra nella ex-Jugoslavia, all’invasione dell’Iraq, all’assenza di ogni capacità di previsione e prevenzione nel conflitto russo-ucraino, alla impotenza difronte alle stragi di Gaza. La Sinistra mondiale è andata a rimorchio di altri, priva di ogni autonomia di giudizio e di azione. Lo hanno denunciato innumerevoli film della Hollywood intelligente, nessun dirigente del PD.
Non vi sarà alcun serio programma fino a quando non si riconoscono queste macerie e non si sgombra il terreno. Rimane perciò il triste, ma comunque indispensabile, compito di fingere una coalizione. Fingere in tutti i sensi: qualcosa va pure costruito, primum vivere, ma questo qualcosa potrà avere soltanto la parvenza di un programma concreto e impegnativo poi per tutti. Il resto sono auspici. Sul piano delle politiche dei redditi e di quelle sociali si oscillerà tra “desiderata” e assistenzialismo, sfiorando, e forse neppure, la vera questione di una politica fiscale effettivamente redistributiva. Non ci sarà accenno di riforma della Pubblica Amministrazione e sulla necessità di una radicale revisione dell’assetto regionalistico.
Sul piano internazionale, non si formulerà alcun giudizio critico sulla situazione catastrofica dell’Unione Europea, che vada una spanna oltre la stantia ripetizione delle proprie fedi europeistiche. La posizione assunta dal PD nei confronti della van der Leyden e della Commissione non lo permetterà. Sarà perciò un programma che, andati al Governo, farà la fine di quello della Destra 5 anni fa: cartoline-ricordi. Ma il “campo largo” ha una gatta da pelare che la Destra non ha. La Meloni non si discute ed è una buona carta.
E l’opposizione? Sarebbe intelligente che, fatto il “programma” e formulato il “giuramento” sulla sua bontà da parte di tutti i convitati, si procedesse contemporaneamente alla designazione del leader. Sarà mai possibile? Non credo, e allora assisteremo per forza alla sceneggiata di due contendenti alle primarie, ognuno dei quali paladino del medesimo “programma”! In realtà, il confronto si riaccenderebbe proprio su questo, rendendo vano il lavoro compiuto per confezionarlo. Tanto varrebbe andare alle primarie ognuno col suo, dichiarando che le differenze non sono tali da…ecc. ecc. Ma anche questa via sempre impraticabile. E resterà la prima: i due fingeranno l’accordo e vinca il migliore. Chi rischia la pelle è la Schlein, ovviamente. La sua sconfitta alle primarie, probabilmente derivante anche da “fuoco amico”, sarebbe il tracollo non tanto suo, quanto del PD. Sarebbe logico, allora, come dicevo, che, fatto il “programma”, fosse lei, in quanto segretario della forza maggiore, a essere la “candidata di tutti”. Ma la voterebbero i 5 Stelle? In quanti? L’esperienza insegna che i 5 Stelle si mobilitano soltanto per eleggere i loro. Insomma, i nodi per il “campo largo” sono molti e intricati. Il minore è giungere a fingere un “programma”.
Massimo Cacciari
(da lastampa.it)
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Agosto 8th, 2026 Riccardo Fucile
“OGGI L’ORGANIZZAZIONE CRIMINALE HA BISOGNO DELLA PIU’ MODERNA TECNOLOGIA”
Cosa nostra è cambiata. Se una parte dei suoi affari continua a concentrarsi sui reati “tradizionali” dell’organizzazione criminale (come estorsioni e traffico di droga), dall’altra la mafia si è rinnovata sbarcando sul dark web e usando pagamenti in bitcoin. Oggi si parla di “padrino 4.0”: è lo stesso che entra da un commerciante di Palermo per riscuotere il pizzo e appena fuori dal negozio usa i criptofonini per organizzare la vendita della cocaina sul web. Il mafioso oggi ha detto addio ai pizzini per comunicare e si è affidato agli spazi oscuri del web.
Per questo ad affiancare i magistrati antimafia oggi ci sono anche gli hacker. Ma cosa sta succedendo in cosa nostra tre anni dopo l’arresto di Matteo Messina Denaro? A Fanpage.it lo ha spiegato il procuratore capo di Palermo Maurizio De Lucia, che insieme al giornalista di Repubblica Salvo Palazzolo hanno appena pubblicato il libro “La mafia che cambia – Dalle stragi ai bitcoin, Cosa nostra oggi”.
Procuratore, chi è il padrino 4.0?
Cosa nostra si sta evolve. In passato si è basata su una generazione ‘tradizionale’, quella fatta dei grandi capi mafia (ormai deceduti come Totò Riina e Bernardo Provenzano) legati in particolare alla terra come elemento di arricchimento e ai pizzini come forma di comunicazione. Oggi queste forme, sia di arricchimento che di comunicazione, non funzionano più. Lo Stato ha ormai raffinato un sistema di aggressione ai patrimoni mafiosi e per questo cosa nostra ha avuto la necessità di rendere fluida una parte della sua ricchezza. E non c’è nessun bene al mondo più fluido del denaro. Da qui l’esigenza dell’organizzazione criminale di trasformare il denaro solido in virtuale. Con un grande vantaggio per la mafia: è più difficile da rintracciare.
Per quanto riguarda il metodo di comunicazione usato dalla mafia, i pizzini sono una catena di trasmissione di ordini molto sicura ma anche molto lenta. Oggi l’organizzazione criminale che vuole tornare ad affacciarsi sulla scena internazionale, quindi in particolare sui grandi traffici criminali degli stupefacenti, ha bisogno della rapidità degli strumenti e quindi della più moderna tecnologia. Come i telefoni criptati che non sono intercettabili, a meno che non si abbia la chiave per ascoltare.
Tra boss come Riina e Provenzano e il padrino 4.0 ci sono stati capi mandamento come Matteo Messina Denaro che aveva rimosso i pizzini per le comunicazioni. La mafia inoltre, dopo i capi corleonesi, non è stata più solo legata al controllo della terra e alle pressioni sulla politica, ma i suoi interessi si sono spostati sugli appalti. L’obiettivo della mafia trapanese di Messina Denaro non è mai stato più quello di prendere il pizzo dagli imprenditori della zona: voleva impossessarsi delle quote di partecipazione nelle imprese.
Quindi sia rispetto ai modi di formazione della ricchezza che a quelli della comunicazione, c’è questa evoluzione che ci porta a identificare questa specie di figura più virtuale che sostanziale. Un padrino 4.0.
Ha detto che cosa nostra sta cercando di ritornare nei grandi traffici della droga, come sta agendo?
Cosa nostra sta incontrando meno difficoltà di quante ci saremmo aspettati. Per diverse ragioni: naturalmente la ‘torta’ è enorme e quindi tutti possono partecipare senza bisogno di conflitti. Poi il mercato siciliano ha una domanda molto forte di stupefacenti di qualità, quindi cocaina e droghe sintetiche. E infine c’è il “brand”: se l’uomo di cosa nostra va a trattare coi cartelli messicani o colombiani è riconoscibile e quindi più credibile.
Perché cosa nostra solo ora sta cercando di ritornare nel traffico della droga di vasta scala?
Dal 1992 (l’anno della strage di Capaci e di via d’Amelio) in poi la mafia ha fatto i conti con la reazione dello Stato. Per tornare a essere forte quindi il mafioso deve tornare a essere ricco e per farlo in fretta ha bisogno di merci che ti diano ricchezza. E la merce che porta soldi è la cocaina.
Intendiamoci, la ‘ndrangheta rimane il leader in questo momento nel traffico internazionale di stupefacenti. Però lo fa non più dettando soltanto le sue regole, ma anche facendo compartecipare la mafia albanese da un lato e cosa nostra dall’altro.
La mafia quindi ora usa i criptofonini per una comunicazione sicura e veloce, su quale figura professionale può contare oggi la mafia e come è cambiato di conseguenza il vostro lavoro in Procura?
La forza della mafia resta la loro zona grigia, ovvero quella fatta di professionisti a cui può rivolgersi cosa nostra. Solo che anche la zona grigia è cambiata: in passato era formata da avvocati, medici, magistrati corrotti, ecc. Oggi il mafioso ha bisogno di conoscere anche il mondo cyber, si deve quindi rivolgere a questi tipi di esperti. E naturalmente cosa nostra li paga bene. Invece su questo fronte lo Stato è in difficoltà perché, per quanto lo Stato possa pagare bene questi professionisti, non riuscirà mai a pagarli quanto l’organizzazione mafiosa.
Lo Stato quindi ha un problema di ricerca di personale qualificato in questo settore. Il consulente a cui ci rivolgiamo è l’hacker, perché il nostro obiettivo è hackerare le piattaforme in uso al mafioso e lo facciamo con tutte le autorizzazioni di legge.
I mafiosi si sono presi una fetta del dark web, come lo usano e cosa vendono?
Nel dark web si trova di tutto. Non si fanno solo le importanti transazioni di droga e armi, ma alcune organizzazioni criminali (non è coinvolta cosa nostra) gestiscono i mercati illegali anche della prostituzione e della tratta di esseri viventi tra cui i bambini. Per questo gli strumenti per entrare nel mondo del dark web devono essere molto potenziati. Le organizzazioni criminali hanno interessi precisi, sono potere e denaro.
Alcuni rampolli di famiglia di cosa nostra usano i social, come usano questo strumento?
Non si tratta di una vera e propria strategia mafiosa sulla gestione del consenso, ma del ribalzo dell’effetto social di questi ultimi anni. Vengono però presentati modelli sulla mafia, che fra mondo dei social e mondo delle serie TV anche molto belle, hanno un effetto emulativo e attrattivo su quel pezzo di popolazione giovanile che non ha punti di riferimento. Sui social quindi troviamo immagini pubblicate per esempio di Salvatore Riina. Tutto questo crea consenso.
Questa svolta tech di cosa nostra ha ridotto i reati di estorsioni e la richiesta del pizzo ai commercianti?
No, perché noi non abbiamo solo una mafia 2.0. La mafia è sempre la mafia. Gli strumenti innovativi di cui abbiamo parlato sono in mano ai giovani dell’organizzazione criminale, magari anche a qualche giovane capo, ma non ai vertici dell’organizzazione. Loro non hanno bisogno di essere aiutati dalla tecnologia e, soprattutto, non possono rinunciare a una serie di cose, come il controllo del territorio. Perché senza il controllo del territorio si hanno sì organizzazioni criminali, ma non è più mafia.
E il controllo del territorio si fa attraverso le estorsioni. In genere sono quelle che ho definito ‘estorsioni gentili’, cioè il mafioso fa richiesta al commerciante che sta lì da generazioni e sa che deve pagare e a chi. A volte invece cosa nostra ha bisogno di estorsioni più pesanti. Veniamo da una stagione in cui ce ne sono state diverse in quartieri di Palermo. Insomma, cosa nostra oggi mette insieme tradizione e innovazione.
(da Repubblica
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Agosto 8th, 2026 Riccardo Fucile
IL LIDO SI CHIAMA “LE PALME”: QUANDO FINANZIERI, VIGILI E MILITARI DELLA GUARDIA COSTIERA SONO ARRIVATI ERA PRESENTE SOLO LA MOGLIE DEL CUSTODE, CHE SE L’È DATA A GAMBE… I SIGILLI SONO COMUNQUE SCATTATI PER TUTTA LA STRUTTURA BALNEARE, INCLUSA LA VERANDA, IL RISTORANTE E LE OLTRE DUECENTO CABINE
Il faro della procura è ancora puntato sugli stabilimenti balneari di Ostia gestiti in modo
abusivo: due storici lidi del litorale romano, Urbinati e Le Palme, sono stati chiusi e messi sotto sequestro preventivo su disposizione della procura.
I sigilli sono stati messi dai militari del sesto nucleo metropolitano della Guardia di finanza di Ostia, dagli agenti del X Gruppo mare e dagli uomini della Guardia costiera: la task force è entrata in azione nella mattina di ieri chiudendo lo stabilimento Urbinati, che si trova nei pressi del Pontile al centro di Ostia e da tempo era chiuso.
Poi nel pomeriggio i sigilli sono scattati allo stabilimento Le Palme, aperto e gestito dal Canap, la cassa nazionale di assistenza e previdenza per i dipendenti del ministero delle Infrastrutture guidato da Matteo Salvini.
Il motivo del sequestro è semplice: nelle scorse settimane il dipartimento Patrimonio di Roma capitale ha firmato la concessione demaniale ai vincitori del bando con cui l’anno scorso il Comune ha messo a bando i due lotti di spiaggia con entrambi i lidi, i cui titoli erano scaduti ormai da più di due anni.
Gli ex gestori avrebbero dovuto lasciare ai nuovi titolari lo stabilimento e le attività commerciali sulla spiaggia, ma non l’hanno fatto e ieri è intervenuta la procura. Non sono mancati i momenti di tensione. Il titolare della società gestore dell’Urbinati, Stabilimento Moderno srl, non si è presentato e nel pomeriggio una donna ha strappato i sigilli davanti al portone del lido dove c’è anche un appartamento abitato da anni da una famiglia.
Clima teso anche alle Palme dove la task force composta da finanzieri, agenti della municipale e guardie costiere, è arrivata intorno alle 15.30, senza trovare il titolare: presente solo la moglie del custode che dopo aver visto i sigilli è andata via. I sigilli sono comunque scattati per tutta la struttura balneare, inclusa la veranda, il ristorante e le oltre duecento cabine.
Ma entrambi gli stabilimenti non rimarranno chiusi a lungo. Nei prossimi giorni il dipartimento Patrimonio di Roma capitale chiederà il dissequestro delle strutture e le consegnerà ai legittimi titolari, che dovranno comunque portare a termine i lavori di manutenzione.
(da Repubblica)
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