Agosto 6th, 2026 Riccardo Fucile
PROVENZANO HA CERCATO DI DIFENDERE ELLY: “NON AVETE VISTO IL TESTO CHE CI HA MANDATO CONTE, ERA UNA ROBA PAZZESCA. LO ABBIAMO CAMBIATO, DI PIÙ NON POTEVAMO FARE” – LA RIFORMISTA LIA QUARTAPELLE: “CONTE VUOLE MANGIARSI IL PD IN UN SOLO BOCCONE. QUESTA RISOLUZIONE È UN ESEMPIO DEL METODO SPREGIUDICATO ADOTTATO DAL M5S CHE NON SOLO HA MESSO IN DIFFICOLTÀ IL PD, MA HA RISTRETTO I CONFINI DI UNA FUTURA ALLEANZA – NON SI PUO’ PROSEGUIRE COSI’: CONTE E’ CONTRARIO ALL’EUROPA”
Vedere il solitamente flemmatico Lorenzo Guerini scaldarsi è evento raro. Ma ieri il presidente del Copasir ha fatto ricorso a tutte le sue capacità di autocontrollo per non alzare la voce. O, meglio, per non alzarla più di tanto. Prima un colloquio con Elly Schlein, poi uno ancor più burrascoso, in pieno Transatlantico, con la capogruppo Chiara Braga, quindi un faccia a faccia a dir poco teso con il responsabile Esteri Peppe Provenzano.
A tutti il leader dei riformisti dem ripete lo stesso concetto: «Avete letto bene quello che avete sottoscritto?
È una cosa invotabile». Alla fine Guerini si siede su un divanetto di Montecitorio per smaltire l’arrabbiatura insieme a Piero Fassino, Filippo Sensi, Simona Malpezzi e Lia Quartapelle, che mormora: «Conte vuole mangiarsi il Pd in un solo boccone». Gli altri assentono mesti.
La risoluzione, che chiedeva lo stop a tutte le spese per la difesa, grazie a un cavillo parlamentare, al quale la dirigenza dem non si è opposta (anzi), non viene sottoposta a scrutinio. Ma la spaccatura resta. Nonostante Schlein abbia spiegato a tutti: «Guardate che non è vero come dite voi che questo testo è la vittoria di Conte, è la nostra linea, la mia…». E Provenzano, cercando di dar manforte alla leader: «Voi non avete visto il testo che ci ha mandato Conte, era una roba pazzesca. Lo abbiamo cambiato, di più non potevamo fare»
Ma secondo i riformisti quel «di più» eccome se si poteva fare. E per marcare la differenza, visto che la risoluzione non si vota più […] la minoranza chiede ai colleghi dell’«altra» opposizione di sollecitare la votazione dei loro testi per parti separate. Così i riformisti, al contrario del resto del Pd, possono esprimersi a favore del Safe, contenuto nella risoluzione di Italia viva e +Europa, e astenersi sul documento di Azione.
Schlein, che attraversa il Transatlantico a grandi falcate, dribblando i giornalisti, rassicura i suoi, che temono di aver fornito un assist a Conte: «Non ha affatto vinto, anzi. È venuto sulle nostre posizioni, tant’è vero che sul Safe, al contrario di quello che voleva lui, non c’è scritto nulla». La segretaria, però, sa che la situazione è complicata perché il partito è spaccato.
Quel che è avvenuto, benché al Pd siano abituati a fare spesso e volentieri finta di niente, lascerà il segno. Nel dopo voto, Conte si concede ai giornalisti. Sorrisi e chiacchiere. Con Schlein si incrociano per caso. Ma il feeling, che tra i due non c’è mai stato, continua a latitare.
A un certo punto un cronista gli chiede se rinuncerebbe alle primarie per scegliere un federatore. Conte risponde indicando Schlein, che passa davanti a lui senza salutare nessuno: «A lei l’avete chiesto?». Interrogativo buttato lì per prender tempo, perché è noto che la segretaria del Pd non vuol sentir parlare di federatori, garanti e quant’altro. Lo si fa presente all’ex premier, che scuote le spalle e replica: «E allora, basta che uno non accetti e il meccanismo si blocca». Un meccanismo che, par di capire, Conte sarebbe propenso ad accettare per non fare le primarie.
(da Corriere della Sera)
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Agosto 6th, 2026 Riccardo Fucile
IL “NUOVO” SCHEMA DEL CENTRODESTRA SI BASA SU CAPOLISTA BLOCCATO E PREFERENZE DA ESPRIMERE A CROCETTE IN UN ELENCO DI SEI NOMI. NON C’E’ ALCUN OBBLIGO DI UNA EQUA SUDDIVISIONE TRA UOMINI E DONNE NELLA SCELTA DEI CANDIDATI … LE SENATRICI DI FORZA ITALIA SI TURERANNO IL NASO E DIRANNO SI’, PERDENDO LA FACCIA, O AFFOSSERANNO L’EMENDAMENTO?
Prima il pranzo degli sherpa in via della Scrofa. Sul tavolo pizze, mozzarelle e la sospirata
intesa sulle preferenze. Poi il vertice tra i leader a casa di Giorgia Meloni per blindare l’accordo. Saluti estivi non spensierati. Ai suoi ospiti – Matteo Salvini, Antonio Tajani e Maurizio Lupi – la premier ha rivolto un messaggio chiaro in vista dell’ultimo miglio della legge elettorale: «A settembre non fate scherzi». […]
A partire appunto dal Melonellum, da chiudere a settembre sia al Senato – entro il 15 – che alla Camera (con l’aiuto della fiducia). Per questo ieri, prima di raggiungere gli ombrelloni, i “titolari” del dossier si sono visti per un’ultima riunione.
E dopo un’ora e mezza ne sono usciti con uno spin trionfante: «Il centrodestra trova l’intesa e proporrà anche al Senato l’emendamento presentato alla Camera per l’introduzione delle preferenze con una sola modifica per rafforzare maggiormente l’alternanza di genere, compresi i collegi uninominali del Trentino Alto Adige». È lo zuccherino offerto alle “franche tiratrici” che a Montecitorio hanno contribuito ad affossare – nel segreto dell’urna – le liste bloccate.
Da settimane la maggioranza fa filtrare l’impegno a rendere il meccanismo meno dannoso per le candidate. È la promessa che è stata fatta anche alla capogruppo di FI al Senato Stefania Craxi, sensibile all’argomento. E invece? Nell’incontro di ieri si è apparecchiato un nuovo bluff sull’alternanza di genere. Il correttivo sarà minimo.
Lo schema di base è immutato rispetto a Montecitorio: capolista bloccato e tre preferenze da esprimere a crocette in un elenco di sei nomi. Nella scelta dei candidati al primo posto – quelli certi o quasi dell’elezione – non c’è nessun obbligo di prevedere una suddivisione equa tra uomini e donne.
E continuerà a non esserci: per ora è stata scartata l’ipotesi di imporre che nessun sesso sia rappresentato oltre il 60% e meno del 40%. La micro-modifica pensata: se il capolista è uomo, il secondo nome in lista dev’essere quello di una donna. E viceversa.
Ma c’è una differenza sostanziale: solo il primo è blindato, gli altri si giocano la partita assai più faticosa delle preferenze. Del resto con un equilibrio di genere più rigido FdI avrebbe rischiato di riportare a bordo FI e perdere la Lega.
(da Repubblica)
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Agosto 6th, 2026 Riccardo Fucile
“BEL RISULTATO PER CHI PREDICA LA PACE; E BELLA SINISTRA È QUELLA CHE ABBANDONA L’AGGREDITO ALLA FURIA DELL’AGGRESSORE. BISOGNA RICORDARE LA VECCHIA DIVISONE DEGLI ITALIANI IN FURBI E IN FESSI: OGGI ‘PACE’ È QUELLA PAROLA CHE SI TROVA NELLE ORAZIONI SOLENNI DEI FURBI QUANDO VOGLIONO CHE I FESSI MARCINO PER LORO”
Caro Merlo e caro prof. Abbadessa, la vostra corrispondenza mi costringe a precisarvi (pensavo non ve ne fosse bisogno, ma tant’è) che i pacifisti non sono i filorussi.
Trattasi di concetti diversi. Così come i produttori di armi non sono i filoccidentali (spero).
Guido Brizzi
Risposta di Francesco Merlo
Anche se i concetti sono diversi, il risultato è lo stesso: la guerra. Disarmando infatti l’Ucraina, questo “pacifismo” non la consegnerebbe all’Occidente e ai suoi valori “pacifisti” (che lei pensa, chissà perché, di non dovere spiegare), ma all’imperialismo di Putin che, armato sino ai denti e ringalluzzito, ne uscirebbe affamato di nuove guerre. Bel risultato per chi predica la pace; e bella sinistra è quella che abbandona l’aggredito alla furia dell’aggressore. E allora, caro Brizzi, si ricordi della vecchia divisone degli italiani in furbi e in fessi: oggi “pace” è quella parola che si trova nelle orazioni solenni dei furbi quando vogliono che i fessi marcino per loro.
da Repubblica)
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Agosto 6th, 2026 Riccardo Fucile
L’ORDIGNO PIAZZATO SOTTO LA SUA MERCEDES… TKACHUK ERA CONSIDERATO LA MENTE DIETRO I DRONI USATI DALL’ESERCITO DI MOSCA ED ERA FINITO SOTTO LE SANZIONI OCCIDENTALI
Si tratta di Vladimir Tkachuk, l’amministratore delegato di Uraldronzavod, un’azienda che
produce droni utilizzati dall’esercito russo in Ucraina, l’uomo rimasto gravemente ferito nell’esplosione dell’auto su cui stava viaggiando.
Secondo le agenzie di stampa russe Tass e Ria Novosti, nell’attentato, avvenuto nei pressi di Ekaterinburg è invece morto il suo autista e guardia del corpo.
Tkachuk è stato trasportato in ospedale e si trova ora in terapia intensiva. Per il momento non ci sono dettagli su chi potrebbe essere il responsabile anche se, dall’invasione russa dell’Ucraina del 2022, le autorità di Mosca hanno spesso attribuito a Kiev gli attentati contro funzionari e dirigenti dell’industria della difesa.
L’episodio arriva inoltre a pochi giorni dall’attacco avvenuto in un ristorante italiano di Mosca, per il quale le autorità russe hanno puntato il dito contro l’Ucraina.
Un ordigno sotto la Mercedes
Secondo le prime ricostruzioni, l’esplosione sarebbe stata provocata da un ordigno collocato sotto la Mercedes di Tkachuk, fatto detonare mentre il veicolo era in movimento. L’impatto ha distrutto completamente l’auto e non ha lasciato scampo all’autista e guardia del corpo. I soccorritori hanno trasportato il dirigente in ospedale, dove ora è ricoverato. Secondo quanto riferito dai servizi di emergenza all’agenzia Tass, «si trova in terapia intensiva in gravi condizioni e i medici stanno lottando per salvargli la vita».
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Chi è Vladimir Tkachuk
Tkachuk è l’amministratore delegato di Uraldronzavod, una delle aziende private nate dopo l’invasione dell’Ucraina e specializzate nella produzione di droni per le forze armate russe. La società è conosciuta soprattutto per l’Upyr, un drone kamikaze stampato in 3D e poco costoso da produrre. Tkachuk è anche il fondatore del canale Telegram «Повёрнутые на войне», «ossessionati dalla guerra», seguito da circa 600mila persone e utilizzato per raccogliere fondi e acquistare equipaggiamenti destinati ai soldati russi. Per questo motivo sia lui sia Uraldronzavod sono stati inseriti nelle liste delle sanzioni dei governi occidentali.
(da agenzie)
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Agosto 6th, 2026 Riccardo Fucile
LE RIFLESSIONI DI MASSIMO FINI
“Avevo vent’anni. Non permetterò mai a nessuno di dire che questa è la più bella età della vita”, scrive Paul Nizan, uno del giro di Sartre, in Aden Arabia, tanto per épater la bourgeoisie. Ho 82 anni e non permetterò mai a nessuno di dire che l’estate è la stagione più bella dell’anno. Iniziamo dalla solitudine. I figli, se li hai, e i nipoti se ne vanno in vacanza e non puoi certo pretendere di aggregarti a loro e alle loro compagnie. Io mi ostino ad andare al mare. Un tempo, quando nelle interviste mi chiedevano quale fosse la mia più grande passione, si aspettavano che rispondessi: le donne, il gioco d’azzardo, il gioco in generale. Io dicevo invece: il mare. Da ragazzino affrontavo cavalloni alti più di quattro metri. Era un rito di iniziazione. A otto anni facevamo il bagno col mare grosso, sorvegliati dagli amici più grandi. Oggi basta che sia un po’ increspato, una cosa da ridere che abbatterebbe solo Sgarbi, perché non mi senta sicuro. Nuoto ancora bene: lo faccio da quando avevo quattro anni. Il problema è l’uscita, perché ci sono le dune coi sassi e io sono diventato troppo pesante, quindi viene il bagnino a tirarmi su o, quando c’è, mio figlio Matteo. Una scena umiliante.
Mi ricordo di una volta, quando c’era un mare con onde altissime, e i miei amici si erano già tuffati in acqua. Ma la mia fidanzata di allora pretese che la riaccompagnassi a casa. Non capiva, la stronza, che per me fare il bagno era molto più importante. Ritornai, ma il mare, sotto un cielo diventato plumbeo e con onde che coprivano tutto il litorale visibile, era ancora più ingrossato. Per la verità le onde non erano più alte di quelle che avevo affrontato tante altre volte, ma era già un mare di settembre, autunnale, dove le onde sotto avevano molta più forza. Mi gettai a regola d’arte: bisogna farsi il più sottili possibili per offrire meno impatto all’onda. Ma fui travolto. Non mi ero mai trovato in una situazione simile e pensai: chi l’avrebbe detto stamattina che sarei morto oggi pomeriggio? Ne arrivò un’altra, ancora più alta – in genere vanno a coppie – e mi capitò la stessa cosa, ma ero più tranquillo, bastava che aspettassi che l’onda mi ributtasse fuori. Non ero Maiorca, ma nei polmoni avevo almeno due minuti buoni di apnea. Restai comunque in acqua. Sulla rotonda dei Bagni Umberto, una rotonda che avrebbe fatto gola ai Vanzina, il bagnino urlava che non aveva nessuna responsabilità e che erano cazzi miei. E in effetti erano cazzi miei, perché avevo già raggiunto la maggiore età. Tutta la gente, compresa mia madre, urlava: “Esci! Esci!”. Ma non c’è cosa più pericolosa che dare le spalle all’onda. Finalmente uscii. Standing ovation.
In realtà non dovrei andare al mare anche per altri motivi. Perché, a differenza della mezza montagna, eccita i nervi. Non troppo alta però, perché ti manca il fiato. Mi ricordo un Campionato del mondo a Città del Messico, a 2250 metri d’altitudine, dove le squadre più dinamiche soffrivano tremendamente. Giganteggiava Socrates, “il filosofo”, che essendo il giocatore più lento del mondo e facendo pochi passi (come il Messi dell’ultimo Mondiale) non sprecava energie. Tu resti quindi a casa, solo, nel silenzio della città, che è molto più sepolcrale di quello della campagna. Ascolti il suono delle ambulanze e pensi: “Almeno per questa volta me la sono cavata, non vengono a prendere me”. D’estate, i vecchi che muoiono per l’afa sono molto più numerosi. Anche quest’anno, lo confermano le statistiche, ne sono morti a frotte. Senti, lontano, molto lontano, il rumore di uno sciacquone e ti conforti pensando: “Be’, allora non sono proprio solo”. Dovrei andare quindi in collina dove tutto è più riposante, come fanno quasi tutti i miei coetanei, ma è un riposo che somiglia un po’ troppo all’eterno riposo. Il fatto è che l’invecchiamento non è un’invenzione, lentamente perdi non la forza, io ne ho ancora a sufficienza per battere a braccio di ferro Ramiro, il ragazzo ben piantato che gestisce il Nhero, cubano d’origine, ma spagnolo d’adozione con cui facciamo interminabili discussioni sul Barça, un luogo dove Elisabetta, non capisco perché, non vuole mai venire. E l’altro giorno ho aperto una scatola che Elisabetta, che pur ha solo 30 anni, non riusciva ad aprire. Quindi non mi manca la forza, ma ciò che Sorel chiamava élan vital, la voglia di vivere.
“Settanta sono gli anni della vita dell’uomo” dice il biblista e Dante fissa l’età media della vita a 35 anni. Io, a 82, ne ho già sgraffignati una decina, dopo un’esistenza sregolata in cui non mi sono fatto mai mancare nulla, utilizzando anche i tempi supplementari. È quindi venuto il momento di dire basta. Anche perché la semicecità mi complica una vita già di per sé complicata. Siamo andati sulla Luna, stiamo per raggiungere, almeno secondo le fantasie di Elon Musk, Marte, ma non siamo riusciti a rigenerare le cellule nervose e questo riguarda il mio glaucoma, il Parkinson, l’Alzheimer. Allegria!, come diceva Mike Bongiorno alla fine delle sue trasmissioni.
Massimo Fini
(da ilfattoquotidiano.it)
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Agosto 6th, 2026 Riccardo Fucile
E’ QUESTA LA FECCIA DI CUI VANNACCI SI DICE ORGOGLIOSO?…. RIVENDICA IL DIRITTO ALL’ODIO MA TUTTE LE FOGNE PRIMA O POI VENGONO SPURGATE
«Bagasce di sinistra… Che schifo di donne, poi dicono che gli uomini le accoppano. E lo credo
due zoccole così…». Il signor Adolfo Montarsolo, ammesso si chiami davvero come si firma, non si fa problemi di vomitare odio online su Lilli Gruber e Lina Palmerini. Querele? Chissenefrega! Il camerata Roberto Vannacci si vanta in pubblico: «Noi siamo la sporca dozzina, i figli di nessuno, noi siamo la feccia». E lui, evidentemente, feccia si sente. E con lui gli oltre 30.413 (ma mentre scriviamo saranno cresciuti: come città tipo Gorizia o Belluno) che risultano iscritti al gruppo pubblico di Facebook «Futuro Nazionale Vannacci – Il Popolo Amico del Generale».
Un gruppo di tifosi bellicosi che, spiega ancora su Facebook il linguista Massimo Arcangeli, impegnato professionalmente da tempo nel monitoraggio del percorso dell’ex militare autore de Il mondo al contrario e della sua galassia politica, sarebbe stato creato l’11 febbraio scorso da un certo Massimo Mastrangelo, autore via via di vari travasi di collera e sarcasmo. Contro la nazionale di calcio francese con la foto dei «galletti» di qualche decennio fa (tutti bianchi) e una di oggi (molti di colore) e la battutaccia «e poi c’è chi non vuole ammettere il cambiamento climatico».
Contro quella tedesca non più bionda e lentigginosa e perciò eliminata ai rigori dal Paraguay. Contro gli avversari della nuova ondata securitaria, con la foto dell’ex paracadutista in maglietta nera con una X della X Mas sul petto e il titolo: «Nella nuova Italia il manganello dovrà roteare generosamente per fare pulizia nelle strade».
Gli insulti
Il dux viareggino sostiene in un’intervista ad Aldo Cazzullo che «chi vorrebbe cancellare l’odio vorrebbe cancellare il motore dell’universo, il combustibile che muove il mondo»? Accontentato: il sito Facebook su citato trabocca schiumante di odio vannacciano, spesso firmato da iscritti e sostenitori del partito, come le cascate sull’Iguassù. Soprattutto nella scia di un post pubblicato da Mastrangelo il 10 giugno dopo la serata di Roberto Vannacci ospite su La7 di Lilli Gruber a Otto e mezzo insieme con la quirinalista del Sole24Ore Lina Palmerini. Titolo: «Molto bravo il Generale a tenere testa a queste due mignotte rosse».
Era l’avvio d’un indecente diluvio di insulti, battutacce, volgarità. Che riportiamo testuali, e controvoglia, strafalcioni inclusi, solo per aiutare i lettori a capire. Conte Claudio: «Sempre vigliacchi. Due contro uno… Ma il Generale le ha fatte una merda». Mauro Mansueto: «Giusta affermazione: due mignotte rosse». Enzi No: «Non lo facevano parlare, ste 2 zocc…e». «Il Generale è un Generale. Queste galline sono due galline (senza offesa per le galline)». Vicente Coda: «Sono due Oche pro migranti (sete di Nerborute Scimmie) che di Italianità hanno solo la lingua». Patrizia Papadopoli: «Ste due zecche psicolabili…». Andrea Giannelli: «Mignotte rosse». Maurizio Turotti: «Sono proprio due zecche rosse marane». E via così, con la foto di due zecche e la didascalia: «Primo piano delle due intervistatrici…».
Andiamo avanti? Lasciamo perdere… Salvo eccezioni, con qualche visitatore casuale del sito che manifesta sconcerto per le volgarità più pesanti (che scegliamo di non pubblicare lasciando il passo, eventualmente, alla polizia postale o ai magistrati) sono solo eruzioni di bile. Tutte uguali. Tutte indifferenti alle ragioni e i torti. Tutte postate soltanto per dare libero sfogo all’odio.
I toni dei tifosi
Per quello che serve (poco, pare…) varrebbe la pena di rileggere quanto spiegò un giorno lo scrittore Fulvio Tomizza davanti alla carneficina nella exJugoslavia che gli ricordava quella già vissuta ai tempi della cacciata degli italiani dell’Istria, dal Quarnero e dalla Dalmazia: «Eh, l’odio! Deve ancora essere inventato un lievito che si gonfi come si gonfia l’odio. È un fenomeno spaventoso. Accecante. Gente fino a ieri normale perde l’intelletto e prova un solo sentimento: l’odio. Ma come puoi gonfiarlo, e si è visto, così puoi fare anche il contrario. Basta girare la manovella dalla parte contraria». Resta una domanda: cosa pensa, Roberto Vannacci, di questi suoi tifosi così virulenti? È questa la feccia di cui si dice orgoglioso?
Gian Antonio Stella
(da corriere.it)
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Agosto 6th, 2026 Riccardo Fucile
A DARNE LA NOTIZIA LA FAMIGLIA DEL CANTAUTORE MODENESE
Questa mattina a Pavana, circondato dall’affetto della moglie Raffaella, della figlia Teresa e dei familiari si è spento, a 86 anni Francesco Guccini. Lo rende noto la famiglia sottolineando che «nel rispetto delle sue volontà, le esequie si svolgeranno nei prossimi giorni e in forma strettamente privata». La famiglia, «nel chiedere che questo momento di dolore possa essere vissuto nella più stretta intimità, ringrazia tutti coloro che si uniranno al suo lutto con affetto, discrezione e rispetto. Per permettere, a chi lo ha amato, di ricordarlo e di salutarlo, verrà organizzata una cerimonia commemorativa nel mese di settembre».
Francesco Guccini è morto
L’Italia saluta un gigante della nostra musica. La vita, che lui ha raccontato, spulciato, spiegato, reso pura poesia, come pochi nella storia del cantautorato nostrano, lo ha abbandonato all’improvviso. La sua visione d’artista è andata ben oltre la composizione di brani meravigliosi, entrati in tutto e per tutto nella nostra cultura più alta, da Cirano a Quattro stracci, da Vedi Cara a Don Chisciotte: innumerevoli infatti anche le pubblicazioni, l’ultima nel 2023, Vola golondrina, come si legge nelle note di copertina «un grande romanzo sugli ideali per cui vale la pena di dare la vita», che potremmo definire come la massima che ha guidato tutta la vita e l’operare in musica, e non solo, di Guccini.
Una scomparsa non attesa quella del cantautore, che ha rilasciato l’ultima intervista al Corriere della Sera il 31 dicembre, lasciandosi andare a dichiarazioni come sempre forti, nette, da osservatore acuto, mai spento, anche quando vagamente disilluso per quello che lui stesso, proprio nell’ultima intervista, ha definito «un periodo fosco, oscuro». Forse è stato questo il segreto di Guccini, il punto di vista, orgogliosamente provinciale, di uno che non ha mai desiderato il centro dell’attenzione, il clamore, i flash, in totale controtendenza rispetto al nostro tempo.
La politica e l’impegno
Cosa del tutto consona a quello che viene da sempre descritto come un uomo d’altri tempi, come di un altro tempo era la sua musica. Per cui, la politica affrontata con un impegno che possiamo definire militante, da anarchico «non comunista», lo ha specificato fino alla fine, ma con le idee ben chiare. Basta ascoltare, pescando a caso tra i suoi capolavori, Dio è morto: «Una politica che è solo far carriera / Il perbenismo interessato, la dignità fatta di vuoto / L’ipocrisia di chi sta sempre / Con la ragione e mai col torto / È un Dio che è morto / Nei campi di sterminio, Dio è morto / Coi miti della razza, Dio è morto / Con gli odi di partito / Dio è morto».
Un distacco anche dalle proprie canzoni, alle volte quasi mal sopportate, come L’Avvelenata, per lui troppo piena di parolacce e sopravvalutata, ma che ci rivela molto più di quanto non potessimo sospettare del proprio autore: «Ma s’io avessi previsto tutto questo, dati causa e pretesto, le attuali conclusioni / Credete che per questi quattro soldi, questa gloria da stronzi avrei scritto canzoni».
Tutto visto da fuori, da immenso pensatore, forse per questo così credibile alle orecchie di intere generazioni, che nella sua musica hanno individuato un pensiero neutro, scevro dalle dinamiche dello showbiz, dal quale Guccini si teneva dichiaratamente alla larga, anzi, sempre da L’Avvelenata: «Voi critici, voi personaggi austeri, militanti severi, chiedo scusa a vossìa / Però non ho mai detto che a canzoni si fan rivoluzioni, si possa far poesia / Io canto quando posso, come posso, quando ne ho voglia senza applausi o fischi / Vendere o no non passa fra i miei rischi, non comprate i miei dischi e sputatemi addosso».
La famiglia e l’esordio di Francesco Guccini
Guccini nasce a Modena il 14 giugno del 1940, quattro giorni dopo l’entrata dell’Italia nella seconda guerra mondiale, il padre Ferruccio è chiamato alle armi, passerà anche due anni in un campo di concentramento tedesco vicino ad Amburgo, cosa che costringerà lui e la madre a trasferirsi dai nonni a Pavana, lì dove poi dal 2012 deciderà di passare la vecchiaia e alla quale dedicherà Cròniche epafàniche, best seller del 1989 osannato da pubblico e critica.
Guccini, gli inizi tra musica e studio
Finita la guerra la famiglia torna a Modena, poi il giovane Francesco si trasferisce a Bologna, è lì che si avvicina in maniera definitiva alla musica. Il primo lavoro è come cantante e chitarrista in una band da balera, siamo nel 1958. È iscritto all’università, facoltà di lingue, ma non arriverà mai a prendere il famoso «pezzo di carta», nonostante, e torniamo a L’Avvelenata, «Mia madre non aveva poi sbagliato a dire: un laureato conta più d’un cantante». Ci permettiamo comunque di dissentire, dato che il primo vero brano scritto da Guccini è La canzone del bambino nel vento (Auschwitz), pubblicato prima dall’Equipe 84 e firmato da Lunero e Maurizio Vandelli, perché Guccini non era ancora ai tempi iscritto alla SIAE ed è immediatamente capolavoro. Il brano, ancora oggi uno dei più iconici della discografia del cantautore modenese, fu scritto dopo la lettura del saggio di Edward Russell, II Barone di Liverpool, Il flagello della svastica e del romanzo autobiografico di Vincenzo Pappalettera Tu passerai per il camino.
Da Folk beat n. 1 a Stanze di vita quotidiana
L’esordio ufficiale di Guccini avviene nel 1967 con il disco Folk beat n. 1 ed è già storia. Non per il successo commerciale, «praticamente nullo» come ammetterà lo stesso Guccini con la sua solita schiettezza, ma perché già ci troviamo, oltre ad Auschwitz (come verrà abbreviata nel tempo), anche Canzone per un’amica (nota anche come In morte di S.F.) che è il brano con il quale per tutta la lunghissima carriera aprirà i suoi concerti, e L’antisociale, ancora oggi canzone per eccellenza della lotta al consumismo, il primo vero passo di Guccini nel cantautorato di impegno politico. Un impegno che sarà al centro, sempre per questa necessità assoluta di osservazione intellettuale della realtà, della produzione di Guccini e che si manifesterà quello stesso anno proprio con il capolavoro Dio è morto (se Dio muore, è per tre giorni poi risorge), brano ispirato da L’urlo di Allen Ginsberg e che fu cantato prima da Caterina Caselli e poi dai Nomadi, che lo portarono al successo, che lo portarono fino alla censura per blasfemia da parte della Rai, salvo, paradossalmente, essere molto amato da papa Paolo VI e trasmesso da Radio Vaticana.
I primi passi verso il successo, La Locomotiva e Incontro
I primi accenni di successo per Guccini arrivano all’inizio degli anni ’70, in quel periodo si passa dalle osterie, che rimarranno per sempre, dichiaratamente, la sua dimensione preferita, ai teatri. È in quel momento che Guccini diventa definitivamente l’artista che noi tutti conosciamo: quello con la barba lunga anche, con quella foto, ormai diventata una delle iconografie più conosciute della storia della nostra musica, ancora oggi utilizzata per i manifesti dei suoi concerti e scattata a Santorini, in vacanza con Roberta Baccilieri, che diventerà sua moglie nel 1971. Una fioritura che si materializza musicalmente nel 1972 con l’album Radici, quello che, per intenderci, contiene La locomotiva, uno dei pilastri della discografia di Guccini. 8 minuti di brano (quantità di tempo impensabile per qualsiasi circuito temporale discografico) sulla storia (vera) del macchinista anarchico Pietro Rigosi, che rubò una locomotiva nella stazione di Poggio Renatico e partì verso Bologna. Mentre la stampa italiana liquidava la faccenda come il gesto di un pazzo, Guccini ci vide qualcosa e in soli venti minuti scrisse un altro capolavoro assoluto. Sempre dentro Radici troviamo Incontro, che, spiega lo stesso Guccini in un’intervista, «parla di un’amica mia che, bontà sua, era innamorata di me. Era anche molto carina, ma aveva poche tette e io ero molto sensibile all’argomento». L’ironia tagliente e cruda di Guccini verrà fuori in tutta la sua arguzia nel 1973 nell’album Opera buffa, un disco quasi interamente registrato dal vivo tra le mura dell’Osteria delle Dame, locale di Bologna fondato da Guccini assieme al frate domenicano Michele Casali e dalla quale passarono nomi di esordienti del tempo come Lucio Dalla e Claudio Lolli, che deve proprio ad una segnalazione di Guccini l’inizio della propria carriera. «È un disco nato per caso – scrive nelle note all’interno Guccini – ma non a caso. L’idea c’era da tempo, una specie di “altra faccia di…”, o fermare in un certo modo qualcuna di quelle serate “dal vivo”, col pubblico attore che parla e ride e io che gigioneggio, recito, mi diverto». Guccini in quel periodo è considerato popolare ed intellettuale, un artista di concetto, buono per un pubblico impegnato, cosa che si materializza nel disco Stanze di vita quotidiana, un disco più complesso, decisamente più alto, solo negli anni rivalutato dopo che la critica lo distrusse. Nel disco anche Canzone per Piero, brano che nel 2004 verrà citato tra le fonti della prova di italiano degli esami di Stato.
Via Paolo Fabbri 43 e il successo
Il disco con cui Guccini invece conquista il largo pubblico arriva nel 1976 e si intitola Via Paolo Fabbri 43, secondo la rivista specializzata Rolling Stones, il 29esimo album più bello della storia della musica italiana. Probabilmente il successo deriva da un punto di arrivo nella carriera di Guccini, che finalmente riesce a far convivere senza frizioni tutte le anime del suo fare musica e, più in generale, essere. L’intellettualismo, quel provincialismo del quale è sempre andato assai fiero, l’impegno politico, la dissacrazione pressoché totale della notorietà, del concetto di successo, cosa che lo porterà a fare decisi e clamorosi e pubblici passi indietro rispetto L’Avvelenata, e poi, naturalmente, l’ironia. Ma dentro troviamo anche Canzone quasi d’Amore, una delle più visibili vette dello skyline musicale del Guccini poeta. Una pausa di due anni e poi torna con Amerigo (siamo nel 1978) e altre canzoni da repertorio come Eskimo, che racconta, tema fondamentale per capire il personaggio Guccini, della differenza di classe sociale con la moglie Roberta, cosa che porterà alla fine della storia. Una differenza che, nonostante l’affetto, lo terrà sempre in qualche modo separato da certi ambienti discografici, come successe con De André, suo amico, ma dal quale lo divideva la genesi sociale.
Gli anni ’80
Gli anni ’80 trovano un Guccini assai centrato, nell’83 colpirà nel segno con la pubblicazione di Guccini, album che vale la pena anche solo per Autogrill, uno dei suoi brani più belli, una poetica di rara intensità per un amore che vive in una surreale sospensione. Vedi, nuovamente, alla voce: capolavoro. Un termine che possiamo scomodare serenamente nel 1996, quando Guccini pubblica un’altra imperdibile perla: D’amore di morte e di altre sciocchezze, il disco che contiene Lettera, Quattro Stracci e, soprattutto, Cirano. Straordinaria canzone sull’amore ispirata al Cyrano de Bergerac di Edmond Rostand, un inno di straordinaria attualità in difesa di un sentimento universale, contro chiunque lo utilizzi senza il giusto tatto («Voi con il naso corto / Signori imbellettati, io più non vi sopporto / Infilerò la penna ben dentro al vostro orgoglio / Perché con questa spada vi uccido quando voglio ( Venite pure avanti poeti sgangherati / Inutili cantanti di giorni sciagurati / Buffoni che campate di versi senza forza / Avrete soldi e gloria, ma non avete scorza / Godetevi il successo, godete finché dura / Che il pubblico è ammaestrato e non vi fa paura»). È un Guccini, nonostante il titolo dell’album, positivo, ha una nuova compagna, Raffaella (Zuccari, che sposerà nel 2011), al quale dedicherà, in Vorrei, uno dei versi più belli della storia del nostro cantautorato: «non sono quando non ci sei».
Ritratti, Guccini oggi, Guccini domani
Ormai ai concerti di Guccini si trova pubblico di ogni età, è ufficialmente considerato parte del gotha di quel cantautorato che noi tutti oggi rimpiangiamo e che oggi rimpiangiamo un po’ più forte. Nel 2004 esce Ritratti, dialoghi musicali immaginari con personaggi storici come Ulisse, Cristoforo Colombo e Che Guevara. Il brano che guida questo splendido ritorno alle incisioni del cantautore modenese è sicuramente Odysseus, una delle canzoni preferite del proprio repertorio. Questo perché l’Ulisse di Guccini non è un avventuriero ma uno sovrastato impunemente dall’avventura, da rischi che non vorrebbe correre, salvo poi accettare il destino impostogli dagli dei, con la spregiudicatezza tipica dei non-eroi che però poi eroi lo diventano loro malgrado («Ti esalta l’acqua e al gusto del salato brucia la mente / E a ogni viaggio reinventarsi un mito, ogni incontro ridisegnare il mondo / E perdersi nel gusto del proibito, sempre più in fondo»).
L’ultimo album di Francesco Guccini
La carriera di cantautore di Francesco Guccini si chiude nel 2012 con la pubblicazione de L’ultima Thule, suo 24esimo album. Il cantautore dichiarerà che già da tempo aveva deciso che così si sarebbe intitolato il suo ultimo album, e anche che da lì in poi non avrebbe più scritto canzoni né fatto concerti. Forse anche per questo l’album risultò un successo commerciale, nonostante non fu mai presentato al pubblico in un tour. La promessa è stata rispettata, gli ultimi due dischi di Guccini, Canzoni da intorto e Canzoni da osteria, contengono delle cover, brani perlopiù della tradizione ai quali Guccini era particolarmente legato. Forse per mantenere una promessa con se stesso, quella di rimanere, appunto, se stesso, disinteressato ad essere altro da sé com’era. Altro da un cantautore profondamente dipendente dal significato del gesto artistico, dipendente dall’estraneità a quel mondo che oggi, a ben ragione, lo celebra come uno dei più grandi di sempre. Ora forse tocca a noi tenerlo a mente, far si che quella visione della realtà, così pulita, anche quando complessa, impegnativa, scomoda, rimanga comunque viva, ricca di una poesia che si va sempre più tristemente perdendo. Tocca a noi oggi, domani, per sempre, non dimenticare ciò che ha donato al mondo un artista dall’eccezionale valore.
(da Open)
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Agosto 6th, 2026 Riccardo Fucile
DI COSA HANNO PAURA? PERCHE’ RISCHIARE E PERDERE LA FACCIA PER PROTEGGERE L CORRISPONDENZA DI DELMASTRO?
Possono girarci intorno quanto vogliono, ma i fatti restano chiari: la maggioranza ha negato
l’autorizzazione richiesta dalla procura della Repubblica di Roma all’accesso alla corrispondenza intrattenuta da Mauro Caroccia con l’onorevole Andrea Delmastro Delle Vedove. Il Parlamento ha blindato le chat di un deputato, impedendone non la diffusione sui giornali (ci mancherebbe), ma il sequestro e l’utilizzo da parte della magistratura. Che ne aveva fatto richiesta nell’ambito di un’indagine di cui vi abbiamo parlato a lungo, quella che riguarda un ristoratore romano accusato di essere un prestanome del clan mafioso della famiglia Senese, la cui figlia si è scoperto essere socia dell’esponente di spicco di Fratelli d’Italia, ex sottosegretario alla Giustizia e vicinissimo a Giorgia Meloni. Una vicenda a dir poco surreale, su cui l’ex braccio destro di Nordio deve ancora fornire risposte convincenti, almeno sul piano politico.
Un’inchiesta che non potrà contare sul sequestro delle chat fra il gestore di Bisteccherie d’Italia e Delmastro, dunque, perché così ha deciso il Parlamento. Badate bene, l’Aula chiaramente non era chiamata a valutare la fondatezza dell’ipotesi accusatoria nei confronti di Caroccia e nemmeno quale fosse la responsabilità del deputato di Fdi, che non è indagato. I deputati dovevano solo valutare se sussistessero i presupposti di legge per avallare la richiesta della Procura. Come ha spiegato il relatore di minoranza Gianassi, il “sindacato parlamentare deve restare circoscritto alla verifica della pertinenza, necessità, determinatezza e proporzionalità dell’atto, nonché dell’assenza di finalità persecutorie”. L’analisi delle carte non avrebbe potuto che portare a una scelta di trasparenza e correttezza, anche considerando la procedura seguita dalla Procura e la necessità dell’utilizzo delle chat per fare piena luce sulla vicenda.
In effetti, stando a quanto emerso, la centralità della corrispondenza tra gli attori è indubbia. Non solo sono stati gli stessi Mauro e Miriam Caroccia a confermare che i rapporti con “i soci piemontesi” del ristorante erano tenuti attraverso una chat dedicata alla gestione del ristorante, alla quale partecipava lo stesso Delmastro. Ma la stessa difesa del ristoratore romano insiste nel dire che dalle chat emergerebbero elementi utili a discolparlo dalle accuse della procura. Insomma, per citare la relazione di minoranza: “Le finalità probatorie sono state indicate in modo puntuale: verificare l’attendibilità delle dichiarazioni rese dagli indagati; ricostruire le effettive modalità di costituzione, finanziamento e gestione della società; accertare la provenienza delle somme investite e la destinazione dei proventi; verificare l’eventuale esistenza di accordi non risultanti dalla documentazione formale. Si tratta di circostanze che coincidono con il nucleo oggettivo delle ipotesi di reato per le quali si procede e che rispondono direttamente alle anomalie della vicenda societaria. L’accertamento è tanto più necessario in quanto la veste formale della società vedeva coinvolto un esponente di Governo accanto alla figlia appena maggiorenne di un soggetto già condannato in primo grado per fatti della medesima natura di quelli oggi oggetto di verifica”.
La Giunta, invece, ha prodotto una relazione in cui si invitava la Camera a negare l’autorizzazione al sequestro e così è stato. Peraltro, dopo che il presidente della Camera Fontana, con una decisione senza precedenti e duramente avversata dalle opposizioni, aveva impedito ai membri stessi della Giunta di visionare le chat di Delmastro. Le ragioni dietro le quali si è trincerata la maggioranza sono in larga parte di natura tecnica (qui si può leggere la relazione del forzista Pittalis per farsi un’idea), e vertono sulla sussistenza dei presupposti della richiesta della Procura, ma hanno una valenza politica enorme.
Perché non solo Fratelli d’Italia e la maggioranza che sostiene Giorgia Meloni hanno messo la faccia su una decisione che ostacola de-facto il lavoro della Procura di Roma per un’indagine contro la criminalità organizzata, ma hanno anche restituito agli italiani l’idea di aver paura del contenuto di chat che, addirittura secondo lo stesso Delmastro, sarebbero del tutto innocue. Per quanto si possa provare a manipolare la narrazione dei fatti, il punto è sostanziale: perché mai proteggere in tal modo la corrispondenza di un parlamentare con un prestanome della camorra e sua figlia? Perché macchiare l’immagine di un governo pronto “a qualunque cosa” pur di aiutare i magistrati a combattere la criminalità organizzata? Perché impedire finanche a dei parlamentari di visionare il contenuto delle chat? Esattamente, cosa dovrebbe esserci in quei messaggi
(da Fanpage)
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Agosto 6th, 2026 Riccardo Fucile
INTANTO IN GERMANIA UN 14ENNE E UN 21ENNE SONO STATI CONDANNATI FINO A CINQUE ANNI PER AVER FATTO PARTE DI UNA CELLULA DI ESTREMA DESTRA: PROGETTAVANO DI LANCIARE BOMBE CONTRO MIGRANTI E ATTIVISTI DI SINISTRA
La procedura di un veto del partito di ultradestra tedesca Afd in Germania va verificata. E questo è un dovere per proteggere la democrazia tedesca. È quello che ha affermato senza giri di parole il vicecancelliere socialdemocratico Lars Klingbeil, escludendo fra l’altro nuovamente una caduta del cosiddetto “Brandmauer”, il “cordone sanitario” che isola politicamente il partito di Alce Weidel.
A rilanciare il dibattito interno, in piena estate, sul destino di Alternative fuer Deutschland, da tempo in testa ai sondaggi, è stato un documento firmato da 1.000 giuristi tedeschi, che chiedono di bandire Afd per le violazioni dei principi della democrazia portate avanti dai suoi adepti. “Il ‘Brandmauer’ non è una questione di calcolo politico – ha scritto Klingbeil in un intervento su Die Zeit -: questo deve impedire che i nemici della costituzione arrivino a conquistare il potere politico. La Carta difende la dignità di ciascuno di noi, e con questa la libera democrazia”.
A proposito dell’appello dei giuristi, Klingbeil rileva: “questi giuristi dimostrano che Afd lavori programmaticamente per distruggere la nostra democrazia e il nostro stato di diritto”. Bisogna quindi verificare con serietà se vi siano i presupposti per vietare il partito, continua, “e farlo non è solo un’opzione ma un dovere democratico per la protezione nel nostro Paese”.
Dell’eventualità di una procedura di messa al bando di Alternativa si discute da tempo nella Repubblica federale; una richiesta del genere potrebbe essere presentata dal Bundestag, dal Senato federale o dal governo. La decisione spetterebbe poi alla Corte costituzionale. Nei diversi partiti è diffuso però il timore di una bocciatura da parte degli alti togati, che potrebbe avere l’effetto di portare anche più consensi all’ultradestra.
La giustizia tedesca ha condannato oggi alcuni adolescenti a pene fino a cinque anni di carcere per aver fatto parte di una cellula di estrema destra che aveva pianificato e compiuto attacchi contro rifugiati e attivisti di sinistra. Le condanne sono state pronunciate dalla Corte d’appello di Amburgo nei confronti di otto membri e sostenitori del gruppo denominato “Letzte Verteidigungswelle” (“Ultima ondata di difesa”).
Questa cellula, fondata al più tardi nel 2024 secondo le indagini, aveva pianificato attentati con esplosivi e incendi contro rifugiati e persone di sinistra, e aveva già commesso i primi atti. Le condanne a carico degli imputati, che all’epoca dei fatti avevano un’età compresa tra i 14 e i 21 anni, sono state pronunciate, oltre che per appartenenza o sostegno a un’organizzazione terroristica, anche per tentato omicidio, incendio doloso e lesioni personali gravi.
Con le loro azioni, questi giovani cercavano di “provocare il caos”, ha sottolineato la presidente del tribunale. Le autorità tedesche sono attualmente in allerta di fronte all’aumento degli atti di violenza di estrema destra, in un momento in cui il partito anti-immigrazione AfD è in forte ascesa nei sondaggi.
(da agenzie)
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