ESTATE, LA STAGIONE PIU’ BRUTTA PER NOI VECCHI
LE RIFLESSIONI DI MASSIMO FINI
“Avevo vent’anni. Non permetterò mai a nessuno di dire che questa è la più bella età della vita”, scrive Paul Nizan, uno del giro di Sartre, in Aden Arabia, tanto per épater la bourgeoisie. Ho 82 anni e non permetterò mai a nessuno di dire che l’estate è la stagione più bella dell’anno. Iniziamo dalla solitudine. I figli, se li hai, e i nipoti se ne vanno in vacanza e non puoi certo pretendere di aggregarti a loro e alle loro compagnie. Io mi ostino ad andare al mare. Un tempo, quando nelle interviste mi chiedevano quale fosse la mia più grande passione, si aspettavano che rispondessi: le donne, il gioco d’azzardo, il gioco in generale. Io dicevo invece: il mare. Da ragazzino affrontavo cavalloni alti più di quattro metri. Era un rito di iniziazione. A otto anni facevamo il bagno col mare grosso, sorvegliati dagli amici più grandi. Oggi basta che sia un po’ increspato, una cosa da ridere che abbatterebbe solo Sgarbi, perché non mi senta sicuro. Nuoto ancora bene: lo faccio da quando avevo quattro anni. Il problema è l’uscita, perché ci sono le dune coi sassi e io sono diventato troppo pesante, quindi viene il bagnino a tirarmi su o, quando c’è, mio figlio Matteo. Una scena umiliante.
Mi ricordo di una volta, quando c’era un mare con onde altissime, e i miei amici si erano già tuffati in acqua. Ma la mia fidanzata di allora pretese che la riaccompagnassi a casa. Non capiva, la stronza, che per me fare il bagno era molto più importante. Ritornai, ma il mare, sotto un cielo diventato plumbeo e con onde che coprivano tutto il litorale visibile, era ancora più ingrossato. Per la verità le onde non erano più alte di quelle che avevo affrontato tante altre volte, ma era già un mare di settembre, autunnale, dove le onde sotto avevano molta più forza. Mi gettai a regola d’arte: bisogna farsi il più sottili possibili per offrire meno impatto all’onda. Ma fui travolto. Non mi ero mai trovato in una situazione simile e pensai: chi l’avrebbe detto stamattina che sarei morto oggi pomeriggio? Ne arrivò un’altra, ancora più alta – in genere vanno a coppie – e mi capitò la stessa cosa, ma ero più tranquillo, bastava che aspettassi che l’onda mi ributtasse fuori. Non ero Maiorca, ma nei polmoni avevo almeno due minuti buoni di apnea. Restai comunque in acqua. Sulla rotonda dei Bagni Umberto, una rotonda che avrebbe fatto gola ai Vanzina, il bagnino urlava che non aveva nessuna responsabilità e che erano cazzi miei. E in effetti erano cazzi miei, perché avevo già raggiunto la maggiore età. Tutta la gente, compresa mia madre, urlava: “Esci! Esci!”. Ma non c’è cosa più pericolosa che dare le spalle all’onda. Finalmente uscii. Standing ovation.
In realtà non dovrei andare al mare anche per altri motivi. Perché, a differenza della mezza montagna, eccita i nervi. Non troppo alta però, perché ti manca il fiato. Mi ricordo un Campionato del mondo a Città del Messico, a 2250 metri d’altitudine, dove le squadre più dinamiche soffrivano tremendamente. Giganteggiava Socrates, “il filosofo”, che essendo il giocatore più lento del mondo e facendo pochi passi (come il Messi dell’ultimo Mondiale) non sprecava energie. Tu resti quindi a casa, solo, nel silenzio della città, che è molto più sepolcrale di quello della campagna. Ascolti il suono delle ambulanze e pensi: “Almeno per questa volta me la sono cavata, non vengono a prendere me”. D’estate, i vecchi che muoiono per l’afa sono molto più numerosi. Anche quest’anno, lo confermano le statistiche, ne sono morti a frotte. Senti, lontano, molto lontano, il rumore di uno sciacquone e ti conforti pensando: “Be’, allora non sono proprio solo”. Dovrei andare quindi in collina dove tutto è più riposante, come fanno quasi tutti i miei coetanei, ma è un riposo che somiglia un po’ troppo all’eterno riposo. Il fatto è che l’invecchiamento non è un’invenzione, lentamente perdi non la forza, io ne ho ancora a sufficienza per battere a braccio di ferro Ramiro, il ragazzo ben piantato che gestisce il Nhero, cubano d’origine, ma spagnolo d’adozione con cui facciamo interminabili discussioni sul Barça, un luogo dove Elisabetta, non capisco perché, non vuole mai venire. E l’altro giorno ho aperto una scatola che Elisabetta, che pur ha solo 30 anni, non riusciva ad aprire. Quindi non mi manca la forza, ma ciò che Sorel chiamava élan vital, la voglia di vivere.
“Settanta sono gli anni della vita dell’uomo” dice il biblista e Dante fissa l’età media della vita a 35 anni. Io, a 82, ne ho già sgraffignati una decina, dopo un’esistenza sregolata in cui non mi sono fatto mai mancare nulla, utilizzando anche i tempi supplementari. È quindi venuto il momento di dire basta. Anche perché la semicecità mi complica una vita già di per sé complicata. Siamo andati sulla Luna, stiamo per raggiungere, almeno secondo le fantasie di Elon Musk, Marte, ma non siamo riusciti a rigenerare le cellule nervose e questo riguarda il mio glaucoma, il Parkinson, l’Alzheimer. Allegria!, come diceva Mike Bongiorno alla fine delle sue trasmissioni.
Massimo Fini
(da ilfattoquotidiano.it)
Leave a Reply