Giugno 2nd, 2026 Riccardo Fucile
LE PERSONE CHE NON LAVORANO NÉ LO CERCANO SONO AUMENTATE DI 351MILA UNITÀ, I DISOCCUPATI SONO DIMINUITI DI 304MILA. IL SALDO È NEGATIVO: SONO USCITE DAL MERCATO PIÙ PERSONE DI QUANTE NE SIANO ENTRATE. CHI SONO? CAREGIVER, INABILI E “INATTIVI PER SCELTA”, CHE SPESSO HANNO CONVENIENZA A LAVORARE AL NERO O HANNO SMESSO DI CERCARE UN’OCCUPAZIONE (E CAMPANO CON LE RENDITE FAMILIARI)
Il dato più celebrato del Rapporto annuale Istat presentato il 21 maggio è il tasso di disoccupazione: 5,2 per cento a marzo 2026, ai minimi storici dall’inizio delle rilevazioni. Il governo lo cita, i titoli lo riportano, i comunicati stampa lo mettono in apertura. È un dato reale. Ma racconta una storia incompleta e la parte che manca è quella più importante.
A marzo 2026, rispetto allo stesso mese dell’anno precedente, i disoccupati sono diminuiti di 304mila unità. Nello stesso periodo gli inattivi, le persone che non lavorano, non cercano lavoro, e quindi non compaiono nelle statistiche sulla disoccupazione, sono aumentati di 351mila unità. Il saldo è negativo: più persone sono uscite dal mercato del lavoro di quante ne siano entrate. Il tasso di inattività è salito al 34,1 per cento.
La disoccupazione cala anche perché chi non trova lavoro smette di cercarlo e sparisce dai radar. Non è una ripresa: è una ritirata silenziosa.
Questo spiega il secondo paradosso, quello che i titoli non riportano: nonostante i minimi storici sulla disoccupazione, l’Italia è ultima nell’Unione europea per tasso di occupazione nella fascia 20-64 anni. Il 67,6 per cento contro una media Ue del 76,1 per cento. Meno disoccupati, ma meno persone al lavoro in proporzione alla popolazione.
Chi sono questi invisibili? Il grosso sono donne: 7,85 milioni, pari al 42 per cento di tutte le donne in età lavorativa (dati Istat 2024). […] Ma accanto a loro ci sono 4,52 milioni di uomini inattivi.
Una ricerca dell’Università Cattolica li scompone in cinque profili. Ci sono i “caregiver”, fuori mercato perché accudiscono genitori anziani o familiari malati: in quasi 8 casi su 10 vorrebbero tornare a lavorare. Ci sono gli “inabili”, spesso ex operai di lavori usuranti, con percorsi segnati da depressione e precarietà.
I tre gruppi più rivelatori sul piano strutturale sono però altri. Il primo: gli “inattivi
per scelta”, circa il 13 per cento del campione maschile. Il 60 per cento sono laureati, poco meno dei due terzi vivono di rendite da capitali o affitti; in 6 casi su 10 non tornerebbero a lavorare a nessun livello salariale.
Molti non hanno mai lavorato: non sono usciti dal mercato, non vi sono mai entrati.
Un sistema fiscale che tassa i redditi da lavoro molto più delle rendite finanziarie e patrimoniali li aiuta a mantenere quella scelta.
Gli altri due gruppi – gli “sfiduciati” e gli “stabilmente inattivi” – coprono circa due terzi del campione. In 8 casi su 10 lavorano in nero continuativamente o hanno smesso di cercare dopo ripetuti fallimenti.
La ricerca demolisce una narrativa politica diffusa: non sono i sussidi pubblici a tenerli fuori dal mercato. È l’economia sommersa – normalizzata, accettata socialmente, conveniente. Questo si incrocia con un dato strutturale: la forza lavoro inutilizzata ammontava, già nel Rapporto Istat 2024, a circa 4,2 milioni di persone, di cui 2,3 milioni inattivi involontari e 1,9 milioni disoccupati ufficiali.
Gli invisibili, già allora, erano più numerosi dei disoccupati dichiarati. Nel frattempo le imprese segnalano difficoltà di reperimento per il 47 per cento delle assunzioni programmate, dovute nel 30 per cento dei casi alla semplice mancanza numerica di candidati. Milioni di persone in età lavorativa fuori dal mercato, e imprese che non trovano chi assumere.
Il paradosso si completa guardando al futuro. Il 42 per cento degli occupati italiani ha almeno 50 anni . E solo il 19,9 per cento degli italiani usa strumenti di Intelligenza artificiale, contro il 32,7 per cento della media europea.
Sullo sfondo c’è il dato che il Rapporto Istat mette sul tavolo senza enfatizzarlo abbastanza. Dal 2007 al 2025 il Pil reale italiano è cresciuto dell’1,9 per cento, mentre Francia, Germania e Spagna crescevano in media di quasi il 20 per cento. Non è una recessione, non è una crisi: è quasi vent’anni di immobilità mentre il resto d’Europa avanzava. I salari reali sono ancora dell’8,6 per cento sotto i livelli del 2019.
(da agenzie)
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Giugno 2nd, 2026 Riccardo Fucile
“QUEST’UOMO HA SMANTELLATO QUASI TUTTO CIO’ CHE C’ERA DI BUONO NEL GOVERNO E NEL POPOLO AMERICANO. È IL PERIODO PIÙ BUIO CHE IO ABBIA MAI VISSUTO SU QUESTO PIANETA” … L’ATTORE AMERICANO TRACCIA UN PARALLELISMO CON IL NAZISMO: “LA TRASFORMAZIONE AVVENUTA DAGLI ANNI ’30 IN GERMANIA, LA VELOCITÀ CON CUI BRAVE PERSONE SIANO FINITE PER DIVENTARE MOSTRI, DIMOSTRA CON QUANTA RAPIDITA’ POSSONO RUBARCI IL MONDO”
Il mondo sta attraversando il periodo piu’ “buio” della sua storia recente e Donald Trump sta smantellando cio’ che rendeva l’America un Paese “speciale”. A dirlo e’ Richard Gere, star di Hollywood, ma anche e attivista per i diritti umani.
“Stiamo vivendo il periodo piu’ buio che io abbia mai vissuto su questo pianeta. Chi avrebbe mai pensato che gli Stati Uniti avrebbero preso questa piega? Chi avrebbe mai pensato che un maniaco sarebbe diventato presidente degli Stati Uniti?”, ha chiesto retoricamente Gere al Freedom Forum di Oslo, prima di accusare Trump di aver smantellato i grandi ideali degli Stati Uniti.
“Gli Stati Uniti non sono mai stati un luogo perfetto, ma hanno un ideale perfetto a cui aspirare e sono stati in grado di correggersi”, ha affermato, ma “fin dal primo giorno, quest’uomo ha smantellato quasi tutto cio’ che c’era di buono nel governo e nel popolo americano”.
“In poche settimane ha smantellato gli Stati Uniti”, ha insistito l’attore 76enne, ricordando le sue riflessioni sulla Germania nazista dopo un viaggio al campo di concentramento di Dachau, “la trasformazione avvenuta dagli anni ’30, la trasformazione della societa’ e del governo tedesco, e la rapidita’ con cui e’ avvenuta, come brave persone siano finite per diventare mostri”, ha detto “mostra con quanta rapidita’ possono rubarci il mondo”.
Gere, ospite d’onore a Oslo di un forum in cui il Premio Internazionale Va’clav
Havel per il Dissenso Creativo e’ stato assegnato all’artista cinese Gao Zhen e al dissidente birmano Sai, ha messo in guardia contro la rapida ascesa di “dittature di mostri” e sottolineato che negli Stati Uniti la gente “si e’ addormentata” e “non ha votato”, motivo per cui Trump e’ tornato alla Casa Bianca.
“Certo che non ho votato per quest’uomo, ma non ho fatto abbastanza per convincere con abilita’ le persone intorno a me, amici e conoscenti, che eleggerlo presidente degli Stati Uniti fosse una follia”, ha aggiunto.
“Dobbiamo tutti assumerci la responsabilita’ di questo. Dobbiamo essere vigili, non pensare di stare bene. Non possiamo rilassarci e dirci: “La vita va bene, ho soldi, cibo, casa, un’altra macchina, questo e quello, sto bene, so che e’ una cattiva persona ma sto bene”. No. Non va bene. Non va mai bene”.
(da agenzie)
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Giugno 2nd, 2026 Riccardo Fucile
“ È CONSAPEVOLE CHE IN UNA GARA A DUE, E SIA PURE CON UN AVVERSARIO PIENO DI DIFFICOLTÀ, COM’È IL CENTROSINISTRA, QUALSIASI RISULTATO È POSSIBILE. SPECIE TRA UN ANNO”
Bisognerà a un certo punto intendersi su cosa sia veramente il possibile pareggio
alla base dei timori della premier, che per questo ha proposto una nuova legge elettorale. Un esempio che viene in mente è quello della “non vittoria” del 2013 che impedì a Pier Luigi Bersani, allora leader del Pd, di andare a Palazzo Chigi.
Vincere alla Camera ma non al Senato effettivamente delinea l’impossibilità di formare una vera maggioranza. Sebbene, occorre ricordarlo, la “non vittoria” sia stata accompagnata per mesi dal rimpianto che se si fosse votato nel 2011, dopo la caduta di Silvio Berlusconi, piuttosto che sostenere il governo tecnico Monti, Bersani sarebbe stato senz’altro il vincitore. Della serie: se mia nonna avesse avuto le ruote
È da escludere inoltre che Matteo Renzi, che per il suo governo aveva dovuto ricorrere all’appoggio di Berlusconi, abbia voluto nel 2015 l’Italicum, legge poi cassata dalla Corte costituzionale, con l’idea di “non vincere” o pareggiare. Lo stesso dicasi per Ettore Rosato, incaricato nel 2017 di scrivere il Rosatellum.
La vittoria e la sconfitta sono sempre possibili a prescindere da chi si è fatto la legge su misura ed è andato incontro a uno sbocco politico imprevisto o opposto a quello per cui il nuovo sistema elettorale era stato pensato.
La ragione reale per cui Giorgia Meloni insiste e non si arrenderà, costi quel che costi, finché la sua legge non sarà approvata, è più semplice: nel 2022 la vittoria del centrodestra, guidato per la prima volta da lei, fu così facile – grazie al fatto che non c’era una vera coalizione avversaria perché il centrosinistra si presentava diviso –, che la si sarebbe potuta a scrivere a tavolino.
E la maggioranza conseguita nelle due Camere, senza premio di maggioranza, talmente forte da risultare irripetibile. Oggi la premier sa di non sentirsi così sicura come quattro anni fa. Ed anche se i sondaggi la confortano dandole ancora un forte sostegno popolare, è consapevole che in una gara a due, non più solitaria come nel 2022, e sia pure con un avversario pieno di difficoltà e non in grado di risolverle facilmente, com’è il centrosinistra, qualsiasi risultato è possibile. Specie tra un
anno, quando appunto si apriranno le urne. Ma tant’è: e chissà che non sia maggiore il rischio di cambiare le regole, invece di farsi coraggio.
Marcello Sorgi
per “La Stampa”
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Giugno 2nd, 2026 Riccardo Fucile
DIMMI CON CHI VAI E TI DIRO’ CHI SEI
Marzo 2026, Ugo Rossi annuncia il suo passaggio a Futuro Nazionale. Lo fa sui social e nei suoi messaggi broadcast su WhatsApp, dove da anni condivide quasi ogni giorno la sua attività politica. Il suo manifesto programmatico è riassunto in poche righe che sposano il pensiero di Roberto Vannacci: “Continuerò a lottare con coraggio e coerenza per la libertà, per la sovranità dell’Italia, per fermare la guerra in Ucraina e ripristinare i rapporti d’amicizia con la Federazione Russa”. Eccetera, eccetera. Dopo qualche malumore locale Ugo Rossi diventa il rappresentante di Futuro Nazionale nel consiglio comunale di Trieste.
Negli ultimi mesi Futuro Nazionale ha cominciato una campagna di reclutamento. Di leva, direbbe il generale. I volti che si stanno avvicinando a Vannacci non sono tutti nuovi. Futuro Nazionale sta cominciando a inglobare transfughi da altri partiti. Il 27 maggio ha costituito una nuova componente nel gruppo Misto della Camera dei Deputati, di cui fanno parte Edoardo Ziello, Emanuele Pozzolo, Rossano Sasso e Laura Ravetto.
Pozzolo era prima con Fratelli d’Italia ma da gennaio 2024 era stato sospeso dopo il caso dello sparo a Capodanno. Ravetto è alla quinta legislatura e dal 2020 era nella Lega, ha cambiato schieramento solo nelle ultime settimane. Di recente è diventata molto nota ai social per aver sbroccato in un tentativo di intervista con la giornalista Maria Elena Scandaliato. Oltre a loro ci sono poi tutti i rappresentanti locali. Molti arrivano da esperienze di destra. Non è il caso di Ugo Rossi.
Il Movimento 3V, i No Green Pass e i problemi al porto di Trieste
Ingegnere, classe 1991, Ugo Rossi prima di arrivare a Futuro Nazionale ha attraversato lunghe stagioni su diversi versanti. Ha esordito con il Movimento Cinque Stelle, si è avvicinato poi a Fridays For Future e poi durante l’epidemia di Covid-19 ha trovato il suo posto nel Movimento 3V. Parliamo dei No Vax prima che i vaccini diventassero tema da sicurezza nazionale: 3V sta per Vaccini, Vogliamo Verità.
Ora questo movimento è scomparso dai radar ma tra il 2020 e il 2021 era riuscito a portare a casa migliaia di voti. Alle elezioni regionali del 2020 in Emilia-Romagna, vinte poi dal centro-sinistra di Stefano Bonaccini, i 3V sono riusciti a ottenere circa 10.000 voti. Nel 2021 Ugo Rossi si candida come sindaco di Trieste proprio con i 3V e riesce a totalizzare 3.700 voti, abbastanza per arrivare al 4,46% e prendersi un posto in consiglio comunale. Ma è durante la stagione del Green Pass che Rossi compare più spesso nelle cronache. Il 2021 è stato segnato dalla campagna vaccinale e dal relativo Green Pass, il QR che attestava l’avvenuta vaccinazione e permetteva di accedere ai luoghi pubblici, almeno quelli al chiuso. E non parliamo di posizioni espresse con qualche post su Facebook.
Nel settembre del 2021 è stato arrestato per oltraggio, resistenza a pubblico ufficiale e lesioni aggravate per essersi scontrato con due carabinieri. Tutto è cominciato fuori da un ufficio delle Poste di Trieste: Rossi stava difendendo delle persone che non volevano mettere la mascherina per entrare. Poche settimane dopo è diventato uno dei protagonisti del blocco al porto di Trieste, forse tra le azioni più grandi dei No Green Pass dove attivisti e portuali hanno bloccato per diversi giorni uno degli accessi al porto.
Gli interventi a La Zanzara: “Un putiniano a Trieste”
Negli ultimi anni la sua attenzione si è spostata. Le lotte contro il Green Pass sono rimaste sullo sfondo, richiamate giusto in occasione dei processi. Alcuni finiti anche con l’assoluzione, come successo nel caso del processo per resistenza a pubblico ufficiale durante lo sgombero del Varco IV del Porto di Trieste il 18 ottobre 2021. Ugo Rossi si è spostato su fronti esteri, ritagliandosi anche un ruolo tra il Pantheon della Zanzara. Su YouTube si trova facilmente una compilation di interventi in studio in cui viene definito “un putiniano a Trieste”.
Sulla Russia le sue posizioni, almeno quelle registrate, risultano chiare. Nella
puntata del 12 giugno si presenta in studio con una bandiera della Russia di discrete dimensioni. Vi lasciamo qualche estratto dalle sue dichiarazioni: “Putin è un grande leader, forse il migliore al mondo”. “Zelensky è un burattino, messo lì dalla Nato”. “Putin vuole fare delle elezioni democratiche in Russia”. “Qui truccano le elezioni”. E poi, in un altro intervento del 24 marzo registrato dopo il passaggio a Futuro Nazionale: “Penso che il generale possa essere per l’Italia quello che Putin è stato per la Russia: risollevare questo Paese dalle ceneri”.
Niente di tutto questo ha scalfito la fiducia di Vannacci, anzi. Il 31 maggio Rossi ha condiviso sul suo gruppo WhatsApp la notizia che farà parte dei delegati di Futuro Nazionale chiamati tra il 13 e il 14 giugno per l’Assemblea Costituente del partito. L’evento è programmato a Roma e dovrebbe diventare il punto zero da cui far partire la campagna elettorale di Roberto Vannacci verso le prossime elezioni.
(da Fanpage)
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Giugno 2nd, 2026 Riccardo Fucile
SECONDO L’OCSE, IL 60% DELLE QUOTE DI MERCATO CONQUISTATE DALLE IMPRESE CINESI TRA IL 2005 E IL 2023 È ATTRIBUIBILE PROPRIO AGLI AIUTI DI STATO, CONTRO UNA MEDIA GLOBALE DI CIRCA IL 22 PER CENTO. È COME DOPING
Tra il 2005 e il 2024, la Cina ha erogato alle proprie aziende aiuti di Stato da tre a
otto volte superiori alla media dei 38 Paesi membri dell’Ocse, un’ondata che spiazza i concorrenti e distorce la competizione sui mercati globali: nell’auto, nell’aerospazio, nei semiconduttori, nella siderurgia, nella chimica, solo per fare qualche esempio, in un elenco costantemente aggiornato dalla volontà di dominio di Pechino.
Non è certo una novità assoluta, quella contenuta in uno studio pubblicato ieri dall’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico. Ne esce però una fotografia più precisa di un fenomeno, rimasto finora coperto da un velo di opacità, proprio per la mancanza di trasparenza nelle decisioni del Governo cinese, che ha sempre negato pratiche sleali.
L’analisi dell’Ocse cade, inoltre, in una fase delicata nei rapporti tra Pechino e Bruxelles e si inserisce nel dibattito sulle contromisure da prendere rispetto al «China shock 2.0», la massiccia ondata di esportazioni a basso costo e ad alta tecnologia, drogata da sovracapacità produttiva e sussidi. Una minaccia definita «esistenziale», dal commissario per l’Industria, Stéphane Séjourné, che la scorsa settimana ha annunciato una stretta per difendere il settore
Nel 2024, gli aiuti di Stato ai 525 più grandi gruppi manifatturieri del mondo in 15 settori chiave sono saliti a livelli mai visti dalla crisi finanziaria globale, all’1,3% del loro fatturato complessivo (108 miliardi di dollari). Gran parte degli aiuti vanno ad aziende controllate dallo Stato.
Mentre nei Paesi Ocse assumono la forma di sovvenzioni e incentivi fiscali, le imprese cinesi beneficiano soprattutto di prestiti a tassi agevolati, erogati in gran parte « da banche statali e banche di riferimento», che seguono le indicazioni delle autorità centrali. Una misura di sostegno meno facilmente rintracciabile rispetto ad altre forme di aiuto.
Le attrezzature per le energie rinnovabili, i semiconduttori e l’industria pesante (come l’acciaio e l’alluminio) ricevono il sostegno maggiore a livello globale
In Cina, però, i sussidi medi per l’industria dei semiconduttori hanno raggiunto quasi il 10% del fatturato delle imprese nel 2021 e nel 2022, contro una media globale di poco superiore al 2 per cento. Nel periodo 2005-2024, l’aiuto medio per la fabbricazione di turbine eoliche si è attestato all’1% del fatturato delle aziende globali, meno della metà di quelli erogati negli ultimi 15 anni in Cina, dove in «molteplici» anni si è anzi superato il 5 per cento.
Tra il 2010 e il 2024, le aziende aerospaziali cinesi hanno beneficiato di sussidi da due a cinque volte superiori a quelli ricevuti dai concorrenti dei Paesi Ocse, sempre
in rapporto al fatturato. Nell’industria automobilistica, il rapporto è di uno a quattro.
L’Unione europea sostiene che diversi di questi aiuti configurano pratiche commerciali sleali e ha aperto indagini sui prodotti. Dispute su sussidi illeciti e contro-denunce su ritorsioni anti-dumping hanno popolato per decenni la giurisprudenza del tribunale della Wto, da anni però paralizzato dal boicottaggio degli Stati Uniti.
Secondo l’Ocse, il 60% delle quote di mercato conquistate dalle imprese cinesi tra il 2005 e il 2023 è attribuibile proprio agli aiuti di Stato, contro una media globale di circa il 22 per cento.
L’Ocse afferma anche che queste misure non hanno aumentato la produttività e la redditività: «Proprio come il doping nello sport, esiste il rischio che i sussidi facciano ingiustamente vincere i giocatori meno produttivi, a scapito di quelli più innovativi ed efficienti», sostiene l’Ocse.
(da “il Sole 24 Ore”)
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Giugno 2nd, 2026 Riccardo Fucile
“NON SIAMO UN’ACCOZZAGLIA. NON CI SONO CONVERGENZE TRA NOI E VANNACCI, SULLE COORDINATE INTERNAZIONALI DELL’ITALIA, EURO-ATLANTISMO SENZA TENTENNAMENTI NÉ SUBALTERNITÀ, SOSTEGNO ALL’UCRAINA”… GLI INVITI ALL’ASSEMBLEA COSTITUETE DI FUTURO NAZIONALE RISPEDITI AL MITTENTE DAGLI ALTRI LEADER
«Al momento non abbiamo ricevuto alcuna risposta, ma le lettere sono appena partite», frenava ieri pomeriggio il leader di Fnv, il generale Roberto Vannacci. Il suo braccio destro, Massimiliano Simoni, ha già spedito a tutti i leader dei partiti l’invito alla prima assemblea costituente di Futuro Nazionale con Vannacci, in programma a Roma, all’Auditorium della Conciliazione, il 13 e 14 giugno.
«Al generale e a tutto il partito — c’è scritto nella lettera — farebbe piacere la vostra presenza per un saluto dal palco…». «Se venisse Giorgia Meloni, saremmo onorati», chiosa Simoni.
Intanto, però, in attesa di notizie da Palazzo Chigi e da Fratelli d’Italia, piovono già i primi dinieghi.
Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni, leader di Avs, che l’invito l’hanno ricevuto, non hanno dubbi: «Ma certo che no», fa Bonelli. Anche dallo staff di Carlo Calenda, il fondatore di Azione, arriva un secco: «Non andrà». Discorso chiuso pure per Italia viva: «Matteo Renzi non va mai alle cose degli altri partiti, non inizierà con Vannacci».
Dal Pd ancora nessuna risposta, mentre il M5S di Giuseppe Conte ha già deciso: «Non manderemo nessuno».
Qualche spiraglio, invece, si apre nel centrodestra: «Decideremo quando arriverà l’invito», dicono lapidari dalla Lega, che Vannacci abbandonò a febbraio, dopo essere stato eletto in Europa nel 2024 con Matteo Salvini. E così pure chi è molto vicino al leader di Forza Italia, Antonio Tajani, premette che non è stato ancora deciso nulla, «ma forse qualcuno» alla fine andrà.
Per mesi è stato trattato come una scheggia impazzita. Oggi, invece, Roberto Vannacci è diventato un problema politico strutturale per tutta la maggioranza. Una spina nel fianco non più solo della Lega
Ma anche di Giorgia Meloni, che vede affacciarsi il primo competitor a destra capace di contendere a FdI il monopolio della rappresentanza sovranista, identitaria, anti-establishment. E soprattutto di Forza Italia, preoccupata che un suo eventuale ingresso in coalizione possa spostarne l’asse su posizioni estremiste
Così si spiega l’altolà lanciato ieri dagli azzurri: «Il centrodestra non è un’accozzaglia come il campo largo», sancisce Stefania Craxi, la capogruppo in Senato voluta da Marina Berlusconi. «Il punto è: esistono convergenze tra noi e Vannacci? Penso alle coordinate internazionali dell’Italia, euro-atlantismo senza tentennamenti né subalternità, sostegno all’Ucraina… Allo stato, io convergenze non ne vedo».
Chiaro il messaggio: va bene tutto, ma non ci si può vendere l’anima per qualche percentuale in più. Esattamente la questione che agita pure i meloniani alle prese con il varo della nuova legge elettorale. L’ex generale, infatti, rischia di risultare decisivo con qualunque sistema di voto: attestato tra il 4 e il 5%, alcuni sondaggisti danno ormai Futuro nazionale a ridosso del Carroccio. Facendone un alleato quasi obbligato per la compagine di governo che intende confermarsi alle prossime Politiche.
Lui lo sa e ha messo in campo la sua strategia, tutta all’attacco della maggioranza. Obiettivo, prosciugare il bacino elettorale di Meloni e Salvini: popolato di conservatori, sovranisti, arrabbiati con Bruxelles, ostili all’immigrazione e diffidenti verso le élite tradizionali, che FdI aveva quasi interamente assorbito dopo il 2022 e ora potrebbero essere attratti da un’offerta ancora più radicale.
Una manovra contrastata innanzitutto dal Carroccio che — già consumato da un mini-esodo di parlamentari e amministratori — teme di finire divorato. «Il compagno Vannacci è il migliore alleato della sinistra», avverte il sottosegretario lumbàrd Alessandro Morelli: «Il suo annuncio che Fn presenterà un proprio candidato sindaco a Milano nel ‘27 dimostra quanto e come stia lavorando per il Pd, i 5S e il campo largo, dividendo i voti del centrodestra». E anche FdI, sebbene per ragioni diverse, appare critico: «Contesto una parte della narrazione del generale, la vera destra c’è già ed è Fratelli d’Italia, l’operazione l’ha fatta Meloni», rivendica Carlo Fidanza.
Da qui le barricate alzate da Forza Italia. Convinta dell’insidia rappresentata da Vannacci, che rischia di trasformarsi in una sorta di correttore ideologico della b coalizione, da lui accusata di essere troppo prudente su immigrazione, Europa, guerra in Ucraina, diritti civili e identità nazionale.
Lo ribadisce il portavoce azzurro Raffaele Nevi: «Per allearsi ci vuole una compatibilità programmatica sulle questioni valoriali e sulla politica estera che sono fondamentali per la credibilità del Paese. Questo è per noi un principio inderogabile».
Non è allora un caso se nelle ultime settimane Via della Scrofa ha ricominciato a battere sui temi identitari: sicurezza, immigrazione, natalità, difesa dei confini e patriottismo.
Un modo per impedire all’ex generale di intestarseli in esclusiva. In attesa di capire se Fn è un fenomeno duraturo o l’ennesima meteora. Perché se così non fosse, lo sbarramento potrebbe cedere. Ma per FI sarebbe un bel problema.
(da agenzie)
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Giugno 2nd, 2026 Riccardo Fucile
ECCO CHI LO GUARDA CON INTERESSE E CHE TEME LA TRAPPOLA PER SCHLEIN, MENTRE I RIFORMISTI TEMONO MOSSE PRO-CONTE
Nel centrosinistra si moltiplicano contenitori, sigle e tentativi di allargamento al
centro. Il prossimo appuntamento è fissato per il 12 giugno a Roma, quando Alessandro Onorato, assessore capitolino ai Grandi eventi, lancerà il suo progetto civico nazionale. Una rete di sindaci e amministratori locali che, forte del radicamento territoriale, dovrebbe dar voce alla cosiddetta ‘sinistra del fare’.
Ma non tutti vedono nella nuova creatura politica un’opportunità per allargare il consenso moderato della coalizione. Nel Partito Democratico, confidano a Open, non mancano dubbi e sospetti.
Da Manfredi a Bettini, chi guarda a Onorato
Al lancio sono stati convocati i leader del centrosinistra: da Elly Schlein a Giuseppe Conte, passando per Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni di Avs, Riccardo Magi di Più Europa ed Enzo Maraio del Psi. Sulla lista anche il sindaco di Napoli Gaetano Manfredi, che qualcuno vede anche come possibile frontman della nuova formazione, e il sindaco di Roma Roberto Gualtieri. Non è atteso, invece, Matteo Renzi, che lavora alla sua Casa riformista, da costruire sempre nel perimetro della coalizione progressista.
Il ‘Progetto Civico’ di Onorato piace a Goffredo Bettini, storico sostenitore del dialogo tra Pd e Movimento 5 stelle. E sarebbe guardato di buon occhio anche dal
leader pentastellato. Una quarta gamba centrista da inserire in un campo largo in fibrillazione. L’iniziativa, infatti, arriva mentre si è riaperta la partita più delicata: quella per la leadership. L’accelerazione della maggioranza sulla legge elettorale, con il nuovo testo che mette nero su bianco l’indicazione del candidato premier nel programma della coalizione, riapre il vaso di Pandora: chi guiderà l’alleanza e con quale metodo si arriverà alla scelta? Elly Schlein, in quanto segretaria del primo partito? L’ex presidente del Consiglio Giuseppe Conte, leader del Movimento 5 stelle? Un nome terzo?
La diffidenza dei riformisti dem
Con le primarie in vista, non tutti sono entusiasti della nuova invenzione di Onorato. Anzi. «Il partito dei sindaci? Come direbbe Fantozzi, una boiata pazzesca. L’idea era già nata negli anni novanta con Bassolino, Rutelli e Castellani, i sindaci d’Italia. Poi sono andati a fare i ministri, è una finzione», dice a Open un esponente del riformismo dem. Il ragionamento è politico: «Non c’è alcun bisogno che nasca una formazione nell’ambito del centrosinistra, come se il Pd dovesse appaltare all’esterno il rapporto con imprese, partite Iva, mondi cattolici e ceto medio. Quel lavoro deve farlo il Pd».
I dubbi, tra i riformisti, non sono solo per Onorato. Ma anche per la strategia di Schlein: «Se vuole vincere le primarie e poi le politiche, non può guidare un partito del 20 per cento che rappresenta le curve. Deve rappresentare tutto lo stadio». Tradotto: il Pd deve occuparsi di povertà, salari, sanità pubblica e liste d’attesa, ma anche di crescita, sicurezza, imprese, ceto medio e partite Iva.
«Bisogna rivalutare il “ma anche” di Veltroni: salari ma anche produttività, welfare ma anche crescita. Più forte è il Pd, più sarà facile costruire l’alleanza. Più invece lo schieramento si frammenta, più aumentano i poteri di veto dei partitini dell’uno o del due per cento».
Il timore che serpeggia, insomma, è che la coalizione si riempia di soggetti piccoli ma decisivi. Quarte, quinte, seste ‘gambe’, ognuna con il suo peso, il suo diritto di tribuna e la sua capacità di condizionare la linea e avanzare richieste. «Se poi ci sono forze moderate che prendono voti a Forza Italia o all’astensionismo di centrodestra e decidono di collocarsi in un’alleanza col campo largo, ben venga. Ma è un’altra cosa. Qui invece sembra che il Pd debba rinunciare a fare il Pd».
Le primarie e le mire di Conte
Con il nodo delle primarie sul tavolo, e le regole ancora tutte da scrivere, tra i riformisti la lettura si fa maliziosa: mentre Renzi ha già fatto sapere che, in caso di ballottaggio, sosterrebbe la segretaria dem, è da capire che direzione prenderà il
progetto di Onorato. Non è un mistero che Giuseppe Conte, a differenza di Schlein, possa vantare un consenso personale trasversale, che lambisce il mondo centrista e parte della stessa base dem.
«Onorato? Finirà che gli daranno un seggio», commenta qualcuno tranchant. Quel che è certo è che «queste primarie di coalizione rischiano di lasciare scorie». Il riferimento è anche alle parole di Chiara Appendino, intervistata da Piero Chiambretti su Rai3: «Schlein l’abbiamo vista arrivare, spero che la vedremo anche confrontarsi serenamente in un passaggio democratico con Giuseppe Conte e con chi vorrà partecipare. Poi se qualcuno ha paura, lo dica». Un intervento giudicato «urticante» da più di un dem: «C’è un clima da resa dei conti».
(da Open)
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Giugno 2nd, 2026 Riccardo Fucile
LO PSICHIATRA PUNTA IL DITO CONTRO LA SCUOLA, I GENTIROI E L’ABUSO DEI DEVICE SENZA FILTRI PER I GIOVANISSIMI
Dietro agli episodi di violenza che vedono protagonisti ragazzi sempre più piccoli c’è, secondo lo psichiatra e sociologo Paolo Crepet, una responsabilità che riguarda tutti gli adulti. In un’intervista a la Repubblica firmata da Francesco Patanè, lo psichiatra parte dal caso di San Vito Lo Capo, dove un dodicenne ha aggredito il proprio professore, per poi allargare il discorso al fenomeno in corso: «Stiamo assistendo alla tempesta perfetta e l’abbiamo creata noi», afferma, leggendo in quella vicenda «tutti gli errori, le indolenze e le miopie della società e degli adulti nei confronti dei minori». L’aggressione, spiega, nasce da tre nodi precisi, scuola, famiglia e accesso alla tecnologia, «su cui non possiamo più far finta di nulla». Crepet ricorda di studiare la criminalità minorile da trent’anni e avverte che il quadro è peggiorato: «Siamo ad un punto di non ritorno». Non c’è solo la Sicilia,
aggiunge, ma anche i fatti di Palermo e la facilità con cui «si esce la sera armati», una dinamica che attraversa tutte le città italiane.
L’accusa di Crepet ai genitori
Il passaggio più severo lo psichiatra lo riserva alle famiglie. Per Crepet molti adulti hanno abdicato al proprio compito: «C’è una sorta di deresponsabilizzazione dal ruolo di genitori». C’è chi vuole essere amico dei figli, chi li accontenta per senso di colpa, chi, non reggendo la fatica di educare, li lascia «con in mano un telefono». Crescere un figlio, ricorda, «è sudore, sofferenza, perseveranza e responsabilità» che nessuno schermo può rimpiazzare, altrimenti maturano «disagio, solitudine e rabbia, le basi della violenza». Il suo ragionamento trova conferma nell’esempio del 12enne di San Vito Lo Capo: portava a scuola uno smartphone comprato dai genitori, ricorda Crepet, gestiva «account social non controllati», si era documentato di nascosto sulle stragi nelle scuole americane e aveva persino preannunciato il gesto in rete, dipingendo caschi e magliette, senza che nessuno se ne accorgesse. Eppure, osserva Crepet, quel ragazzo «stava chiedendo attenzioni, inconsapevolmente».
Smartphone e tecnologia che fa da accelerante secondo Crepet
Il terzo fattore chiamato in causa è l’accesso senza filtri ai dispositivi e alle informazioni. Crepet lo definisce «peggio della benzina sul fuoco», anche perché
difficilmente controllabile. Nel caso del dodicenne il telefono è diventato «strumento di emulazione»: travolto da contenuti spesso fuorvianti, ha visto ogni passaggio accelerare «cento, mille volte», fino a un gesto compiuto in modo quasi inconsapevole. Sul rischio di una strage in stile “Columbine” in Italia, Crepet risponde: «Se continuiamo a basarci sulle statistiche sì, se cominciamo ad affrontare il problema, forse no. Le istituzioni snocciolano dati confortanti sulla sicurezza nelle aule, ma la realtà è ben altra che non si vuole vedere. Sembra quasi che si stia attendendo la strage per poi dire “ecco è successo, abbiamo un problema”. Il problema c’è già oggi e sarebbe saggio risolverlo prima, e sottolineo prima, di dover parlare di tragedie».
Esiste una via d’uscita? Per lo psichiatra il punto di partenza è alleggerire il peso degli schermi. «Cominciamo a copiare quello che stanno facendo in Svezia», suggerisce, richiamando un modello fatto di matita e quaderno, tecnologia ridotta e «ritorno al pensiero analogico». L’allarme è che «sull’altare della velocità, dell’efficienza, della produttività» si stiano sacrificando le nuove generazioni, con un solo beneficiario, chi guadagna da quel mercato, dalla Silicon Valley alla «Cina di TikTok».
La scuola che ha perso autorevolezza
Resta il primo dei tre fattori, la scuola, che per Crepet ha smarrito il proprio ruolo. Gli istituti, dice, non vedono più riconosciuta «l’autorità che deve avere nel sistema sociale», e una scuola svuotata di valore «diventa solo uno dei tanti luoghi di scontro». Per questo va difeso il senso dell’istituzione scolastica, impedendo che venga messa in discussione «da genitori, politici, amministratori. Dal primo che passa». In questo contesto, avverte, gli insegnanti possono trasmettere «molto poco» e non sono più guide, tanto che l’iperbole dello studioso è che «non esisterà più “L’attimo fuggente”».
(da Open)
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Giugno 2nd, 2026 Riccardo Fucile
ATTIRATI IN ITALIA, POI SFRUTTATI: COSA E’ SUCCESSO A 300 LAVORATORI INDIANI
Un cantiere da 200 milioni di dollari per la costruzione della nuova sede del
Consolato americano a Milano, nel quale venivano sfruttati lavoratori indiani pagati meno di due euro all’ora, sotto costante ricatto. Nel mirino dell’inchiesta condotta dalla procura di Milano, la ditta americana Caddell Construction Co Llc, con sede a Montgomery in Alabama, e la sua sede milanese. Una catena di sfruttamento, definito anche “para-schiavismo”, che cominciava già in India, dove i lavoratori venivano reclutati da un’agenzia di reclutamento, specializzata nel collocamento di lavoratori qualificati in settori come edilizia, ingegneria, sanità, ospitalità e informatica, alla quale ogni candidato corrispondeva un “pizzo” di 5mila euro (500mila rupie). Nel loro contratto si celava però una vera e propria trappola.
L’utopia dell’incontro tra domanda e offerta di lavoro per i lavoratori stranieri
«La legge che norma i flussi migratori legati al mondo del lavoro umile e manuale in Italia parte da un assunto di base sbagliato: pensare che la domanda di lavoro interna e l’offerta proveniente paesi a basso reddito pro-capite possano incontrarsi genuinamente secondo le logiche di mercato. Si tratta di un’utopia», spiega a Open l’avvocato Pietro Derossi, dello studio legale Lexia.
A fronte di ciò, il problema di fondo, secondo l’avvocato, sarebbe uno: «Non ci sono degli attori a controllo pubblico che svolgono una funzione di garanzia di reale matching tra domande e offerta di lavoro e della buona riuscita del processo migratorio. La Prefettura esegue un controllo di tipo formale sull’azienda datrice di lavoro che promuove il rilascio di nulla osta all’ingresso per la persona straniera. Rimane però un’enorme asimmetria informativa e di potere tra il lavoratore che proviene da paesi a reddito medio pro-capite molto più bassi (come l’India nel caso che qui interessa), e il datore di lavoro in Italia: il primo si affida totalmente al secondo o a presunti intermediari in Italia o nel paese di provenienza, non disponendo nemmeno di strumenti linguistici adeguati per capire come funzionano le procedure di ingresso».
Le trappole dietro ai contratti di lavoro spesso offerti a lavoratori stranieri
Nel caso milanese, per esempio, la procura avrebbe messo in luce il ruolo di un
individuo chiamato “Aji”, un lavoratore di etnia indiana alle dipendenze della sede italiana, che avrebbe fatto sottoscrivere la documentazione ai lavoratori, con contratti che prevedevano una retribuzione oraria tra 1,31 e 1,91 euro senza fornire dettagliate spiegazioni o tradurre in una lingua a loro comprensibile. Caddell avrebbe parallelamente presentato alla prefettura contratti diversi, in linea con le retribuzioni e le condizioni previste dal contratto collettivo nazionale italiano dell’edilizia, poi non applicati nel caso concreto.
Uno schema molto comune, come evidenzia l’avvocato Derossi: «In altri casi, frequentissimi, la persona straniera paga un intermediario privato per farsi assistere nel procedimento e nel matching con l’azienda, ma una volta fatto ingresso in Italia, non trova alcun datore di lavoro realmente disposto ad assumerlo. Questa circostanza lo condanna all’irregolarità, e quindi al facile sfruttamento. Oppure, molti vengono a questo punto indirizzati verso i canali per chiedere la protezione internazionale, con un evidente snaturamento di questo istituto, che dovrebbe tutelare situazioni ben diverse».
Il contratto di lavoro per “distacco”
La particolarità nel caso dei lavoratori indiani entrati in Italia per lavorare alla costruzione del Consolato americano risiederebbe nella formula in ingresso con la
quale sono stati attratti: «Nelle carte si parla di contratto di lavoro per “distacco”, una formula prevista dall’art. 27 quinquies Testo unico sull’immigrazione. Si tratta di una fattispecie che vede due aziende, una con sede in Italia e una con sede all’estero: i lavoratori sono dipendenti della sede all’estero, ma vengono temporaneamente “distaccati” presso l’azienda italiana per fornire prestazioni lavorative subordinate presso quest’ultima».
Normalmente tra le due società esiste un collegamento intra-societario, che di solito vede almeno un 20% di compartecipazione di una società nell’altra, oppure un collegamento contrattuale, cioè c’è un contratto di appalto. Il caso della ditta Caddell Construction Co Llc rientra nella prima fattispecie: si trattava infatti di distacco intra-societario, noto anche con la sigla inglese ICT (Intra-corporate transfer).
Vantaggi e svantaggi delle assunzioni per distacco
Questa procedura di visto per “distacco”, rientra nella categoria degli ingressi per lavoro “fuori quota” in quanto nonsoggetta alle stringenti finestre temporali del click day e alle quote massime imposte dal decreto flussi per ciascun settore lavorativo, permettendo alle aziende di velocizzare l’ingresso dei lavoratori dall’estero. Come spiega l’avvocato: «I visti fuori quota, come quello per distacco,
teoricamente richiederebbero la prova di una formazione universitaria o di un’alta specializzazione tecnica. Il permesso di soggiorno per distacco intra-societario ha poi una particolarità abbastanza unica: al lavoratore è consentito di lavorare unicamente per l’azienda presso cui è distaccato (o presso aziende dello stesso gruppo societario) e per un massimo di 3 anni complessivi».
A differenza dei permessi di soggiorno rilasciati a chi entra con il decreto flussi o per lavoro subordinato altamente qualificato (la cosiddetta Carta Blu), inoltre, il lavoratore distaccato non può cambiare datore di lavoro, anche se ne avesse l’opportunità concreta. «Questo è dovuto al fatto che, sebbene il lavoratore presti la proprietà attività in Italia, il suo datore di lavoro rimane la società estera, che lo ha appunto ‘distaccato’ verso una specifica sede di lavoro in Italia».
(da agenzie)
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