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LA CASTA SOVRANISTA: NEI TRE ANNI E OTTO MESI DI GOVERNO, I MINISTRI DI GIORGIA MELONI HANNO UTILIZZATO I VOLI DI STATO PER 484 VOLTE, CON UNA MEDIA DI 11,2 AL MESE, UNO OGNI TRE GIORNI. È IL DATO PIÙ ALTO PER UN ESECUTIVO NEGLI ULTIMI DIECI ANNI

Giugno 30th, 2026 Riccardo Fucile

IN 57 CASI SI È TRATTATO DI SPOSTAMENTI NELLE TRATTE INTERNE, CIOÈ IN ITALIA… IL MINISTRO CHE VOLA PIU’ SPESSO È TAJANI. IL CASO NORDIO

Nei tre anni e otto mesi di governo, i ministri di Giorgia Meloni hanno utilizzato il volo di Stato per 484 volte con una media di 11,2 al mese. Gli esponenti dell’esecutivo hanno preso un “aereo blu” una volta ogni tre giorni.
Un dato che emerge dai dati forniti dalla presidenza del Consiglio aggiornato al mese di maggio e che certifica un utilizzo molto frequente dei voli di Stato: il governo Meloni – appena sopra quello di Mario Draghi – ha fatto il maggior uso degli ultimi dieci anni e quattro esecutivi.
La media mensile è più alta dei due governi Conte (anche se il secondo ha risentito fortemente della pandemia e quindi delle restrizioni sui viaggi) e leggermente sopra di quello dell’ex banchiere. Il record in assoluto dal 2011 a oggi, cioè da quando sono disponibili i dati sui voli di Stato autorizzati dalla presidenza del Consiglio, invece lo detiene il governo di Matteo Renzi.
Il record dei voli di Stato spetta appunto al governo Renzi: nei suoi quasi tre anni di esecutivo ha autorizzato 709 voli con una media di 21 al mese. Segue Paolo Gentiloni (il suo successore) con 20,2 voli al mese, Mario Monti con 18,9 e poi Meloni molto più in basso con 11,2 in 43 mesi di mandato. Il governo Draghi, invece, con i suoi 226 voli in 20,2 mesi ha una media di 11,18 aerei blu ogni 30 giorni.
Molto più in basso il governo di Enrico Letta (2013-2014) con 6,2 voli al mese, il Conte-2 con 6,2 (ma, come abbiamo detto, questo dato risente delle restrizioni da
Covid-19 sui voli all’estero) e infine l’esecutivo gialloverde, che ha il record negativo dell’uso dei voli di Stato nei suoi 15 mesi di mandato: 65 aerei autorizzati Sui 484 voli di Stato autorizzati da novembre 2022, 57 hanno riguardato tratte interne, cioè all’interno del territorio nazionale, anche in questo caso al terzo posto dopo Renzi e Gentiloni. Nulla di illegittimo ma che, in diversi casi, solleva qualche perplessità alla luce della direttiva emanata dal governo Monti nel 2011.
Secondo il regolamento, infatti, il volo di Stato deve essere autorizzato, dopo specifiche verifiche, solo “in casi eccezionali”: la direttiva prevede che i voli per i ministri possano essere concessi nel caso di “comprovate, imprevedibili e urgenti esigenze di trasferimento connesse all’efficace esercizio delle funzioni istituzionali e l’impossibilità di voli di linea” e comunque non è ammessa la concessione del trasporto aereo di Stato “per i ministri per le tratte sulle quali sia presente trasporto ferroviario e tale servizio risulti idoneo con gli impegni istituzionali”.
Invece in un caso su 12 i ministri del governo Meloni hanno volato su aerei di Stato anche per tratte interne.
Chi utilizza maggiormente l’aereo è il ministro degli Esteri Antonio Tajani con 139 voli: in teoria, il titolare della Farnesina è “giustificato” dal fatto di viaggiare spesso all’estero per missioni istituzionali e in parte è così. Va detto, però, che in 18 casi ha utilizzato l’aereo di Stato per tratte interne, spesso verso il Nord Italia.
Poi c’è il ministro della Difesa Guido Crosetto con 72 voli, ma praticamente tutti all’estero e per visitare basi italiane nella penisola o nel mondo o partecipare a summit internazionali: dunque pienamente nel suo ruolo, senza poter fare altrimenti. Poi il titolare della Imprese, Adolfo Urso (51 voli), il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi (39), quello dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida (25) e il ministro della Giustizia, Carlo Nordio (15).
Il Guardasigilli è un caso particolare che ha sollevato perplessità tra le opposizioni che ne hanno chiesto conto. Il ministro della Giustizia, dall’inizio del suo mandato, ha utilizzato l’aereo di Stato che fa base a Roma con frequenza dall’aeroporto di Treviso, città dove abita e dove torna nel fine settimana.
In 9 casi è decollato o atterrato da Treviso, mentre in altri 4 ha fatto lo stesso dall’aeroporto Marco Polo di Venezia. Solo due volte è partito da Roma: il 3 ottobre 2024 per una missione istituzionale a Tirana e il 12 ottobre per il Consiglio di Giustizia in Lussemburgo.
(da Il Fatto Quotidiano)

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PREGLIASCO: “CENTRODESTRA POTREBBE ELEGGERE DA SOLO CAPO STATO, 380 DELEGATI SU 661”

Giugno 30th, 2026 Riccardo Fucile

LE ABERRAZIONI DELLA RIFORMA ELETTORALE CON IL PREMIO DI MAGGIORANZA SONO UN PERICOLO PER LA DEMOCRAZIA

“Se il centrodestra superasse la soglia per prendere il premio di maggioranza alla Camera e al Senato, sulla carta riuscirebbe ad eleggersi da solo il presidente della Repubblica, senza altre intese.
Con la nuova legge elettorale e in questo scenario – tutto da confermare – stimiamo circa 380 delegati di centrodestra tra deputati, senatori e delegati regionali, su 661 aventi diritto, con un ‘margine’ di 50 voti.
E in realtà, non c’è niente di strano: qualunque maggioranza autosufficiente avrebbe i numeri per eleggere il capo dello Stato a partire dal quarto scrutinio, ovvero con la maggioranza assoluta. Ovviamente questo è un ragionamento in linea di principio, perché essendoci il voto segreto, non è possibile sapere prima se tutti i componenti della coalizione sono allineati”. Lo dice all’ANSA Lorenzo Pregliasco, fondatore di Youtrend.
Detto ciò, secondo Pregliasco, è “sempre scivoloso parlare di Quirinale con molto anticipo perché ci sono tante variabili da incastrare. Non so, per il centrodestra, quanto senso abbia parlarne ora: da un certo punto di vista, è una mossa che potrebbe spaventare un certo elettorato e compattare le opposizioni. Tant’è che Renzi ha colto la palla al balzo per rivolgere un ulteriore invito a compattare il centrosinistra”.
(da agenzie)

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CASAPOUND DEPOSITA PDL POPOLARE SU REMIGRAZIONE, UN GRANDE BLUFF: EQUIVALE ALLA PROPOSTA DI UN SINGOLO PARLAMENTARE (POTEVANO CHIEDERE A FURGIUELE E FACEVANO PRIMA)

Giugno 30th, 2026 Riccardo Fucile

RACCOLTE APPENA 150.000 FIRME, POCHINE RISPETTO ALLE ASPETTATIVE… SI ARENERA’ COME TANTE ALLA CAMERA VISTO CHE NON HANNO UNA CALENDARIZZAZIONE FORZATA: TANTO RUMORE PER NULLA

In una Montecitorio blindata con i reparti della Polizia schierati, i rappresentanti di Casapound hanno presentato le firme a sostegno della proposta di legge di iniziativa popolare sulla remigrazione. Dapprima i rappresentanti del movimento si sono diretti verso l’ingresso principale della Camera, ma sono stati bloccati in via Uffici del Vicario. Quindi si sono diretti verso piazza del Parlamento e a Palazzo Theodoli hanno depositato i faldoni con le sottoscrizioni.
Tutto si è svolto in modo pacifico, senza scontri e tensioni.
Dal punto di vista procedurale una proposta di legge di iniziativa popolare equivale a quella di un parlamentare poiché entrambe avviano il normale iter legislativo alle Camere. Tuttavia, nella pratica, le proposte dei cittadini subiscono forti rallentamenti e, a differenza di quelle parlamentari, non beneficiano del vincolo di calendarizzazione forzata.
Le proposte dei parlamentari vengono immediatamente assegnate e discusse nelle commissioni. Al contrario, la maggior parte dei progetti popolari rischia di non essere mai calendarizzata, salvo limitate eccezioni, come il regolamento del Senato che impone tempistiche di esame più stringenti.
(da agenzie)

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SUL PNRR VOLANO GLI ULTIMI STRACCI. OGGI È PREVISTA LA CHIUSURA DEI LAVORI RELATIVI AL RECOVERY. ED È SCAZZO TRA I MINISTERI E LA RAGIONIERA GENERALE, DARIA PERROTTA, FEDELISSIMA DI GIORGETTI. IL NODO? I SOLDI NON IMPIEGATI E LA LORO DESTINAZIONE

Giugno 30th, 2026 Riccardo Fucile

LA RAGIONERIA HA CHIESTO AI DICASTERI IL RENDICONTO DEI FONDI EUROPEI NON IMPIEGATI A CAUSA DEI RITARDI. I SOLDI DOVRANNO ESSERE RESTITUITI AL MINISTERO DELL’ECONOMIA, CHE DECIDERÀ COME REINVESTIRLI IN ALTRI PROGETTI …TRA I MINISTERI PIÙ IN RITARDO NELLA CERTIFICAZIONE SUL PNRR C’È QUELLO DEI TRASPORTI GUIDATO DA SALVINI

La coda del Pnrr agita il governo. Stretti tra la chiusura degli interventi prevista per oggi e la rendicontazione finale del 31 agosto, i ministeri mugugnano contro la Ragioneria. I malumori nascono dai ritardi. Ora che i giochi sono fatti non c’è più tempo per correre ai ripari. Al contrario bisogna rinunciare ai soldi non impiegati. La ghigliottina è a vista. Ha la forma di una nota dei tecnici del Mef, che nei dicasteri non è stata vista di buon occhio. Il documento ricorda l’ora X: è il momento – spiega – della «rilevazione delle economie di misura e di progetto». Tradotto: le amministrazioni titolari degli investimenti devono indicare le risorse che a oggi, 30 giugno, «non risultano ancora destinate al finanziamento di specifici progetti mediante provvedimenti di assegnazione».
Nel conteggio vanno anche inseriti quei fondi che non risultano impegnati e «non sono più necessari per il completamento degli interventi».
Una volta tirata la linea, i soldi dovranno essere restituiti al ministero dell’Economia. Finiranno nei due conti correnti dedicati al Piano nazionale di ripresa e resilienza aperti presso la Tesoreria centrale dello Stato.
Accertato che queste risorse sono prive di obblighi giuridicamente vincolanti per la valutazione della Ue, le stesse saranno assegnate a nuovi interventi, dando priorità al Fondo per le opere indifferibili
Tra quelli più in ritardo nella certificazione delle economie c’è Matteo Salvini. Altri hanno già messo le mani avanti: non c’è neppure un euro rimasto senza assegnazione. Le resistenze si spiegano con l’effetto collaterale: al netto degli stanziamenti che non sono più necessari perché nel frattempo le opere sono state ridimensionate, tutti gli altri renderebbero evidente l’incapacità di rispettare gli impegni presi.
Già una volta, a fine maggio, la Ragioniera Daria Perrotta aveva chiesto ai responsabili Pnrr dei dicasteri di indicare la presenza di economie: le somme avrebbero finanziato la proroga del taglio delle accise sui carburanti. Niente da fare. C’è chi rispose no e chi invece rimandò l’impegno proprio al conteggio che scade oggi.
La storia si ripete. Eppure che le economie devono ritornare nelle disponibilità del Tesoro è scritto nero su bianco nel decreto Pnrr approvato dal consiglio dei ministri il 29 gennaio scorso. Votato da tutti i presenti alla riunione a palazzo Chigi e poi dall’intera maggioranza in Parlamento.
All’articolo 30 si parla proprio del rifinanziamento prioritario del fondo per fronteggiare l’aumento dei costi dei materiali negli cantieri. C’è anche la cifra: 54 milioni. I ministeri potranno recuperare appena 27 milioni, tra il 2027 e il 2029.
Nel giorno in cui il Pnrr arriva alla prima scadenza che conta, i ministri tirano dunque la corda. Tra due mesi, quando il Piano arriverà al capolinea, dovranno rispondere anche degli obiettivi legati alla decima e ultima rata. Sono 152 in tutto. A ieri solo poco più di 70 potevano essere rendicontati. È l’ora di mettere sul tavolo i soldi non spesi, ma anche della volata al cardiopalmo per non lasciare per strada 28,4 miliardi.
(da agenzie)

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MELONI STRIZZA L’OCCHIO A VANNACCI E PUNTA AL QUIRINALE

Giugno 30th, 2026 Riccardo Fucile

LA PREMIER HA FRETTA DI ANDARE ALLE ELEZIONI, PRIMA CHE VANNACCI ERODA I VOTI SOVRANISTI… MARINA BERLUSCONI LA VERA AVVERSARIA CHE PUO’ BLOCCARLA NELLA SCALATA AL COLLE

Meloni strizza l’occhio a Vannacci e punta al Quirinale. So che sembra strano, soprattutto dopo che Salvini ha chiuso completamente la strada a Vannacci, ma lo stesso ex generale continua a dire di essere pronto per una coalizione di destra dove lui può influenzare molto il risultato elettorale. Proprio Vannacci ha detto che vedrebbe bene Giorgia Meloni al Quirinale, una mossa che potrebbe far puntare lui verso Palazzo Chigi che, a quanto pare, Giorgia Meloni nelle ultime ore, anche se indirettamente, ha voluto raccogliere.
Capiamo come si stanno muovendo:
Vannacci in crescita: se resta fuori dalla coalizione continua a crescere, mangiandosi ormai del tutto la Lega di Salvini, ma anche un pezzo di elettorato di Fratelli d’Italia. Meloni è in difficoltà, tanto più che vuole andare alle elezioni il prima possibile e sta stringendo per la legge elettorale, che di fatto è una riforma con il premierato e un importante premio di maggioranza ai limiti della Costituzione o, potremmo dire tranquillamente, anche oltre.
Per la Presidente del Consiglio prima si vota e meglio è, perché sa benissimo che poi dovrà trattare con Futuro Nazionale che oggi è dato tra il 5 e il 7%, ma nella prossima primavera potrebbe anche raddoppiare questi voti, facendo diminuire le percentuali di Fratelli d’Italia e quindi Meloni avrebbe meno forza nella trattativa.
E poi c’è da tenere insieme questa coalizione che ogni giorno viene attaccata proprio dall’ex generale con le sue bordate, soprattutto in aula, dove ha scatenato i suoi contro il governo, definendolo addirittura “fluido”.
E in ultima istanza c’è Marina Berlusconi, la vera leader di Forza Italia, che sta tramando alle spalle di Giorgia Meloni per un ruolo nella politica italiana: non scendere in campo direttamente, ma essere una kingmaker, ovvero colei che può eleggere il Presidente della Repubblica facendo accordi trasversali.
Si parla da tempo di Pier Ferdinando Casini come della persona per quirinabile, si parla di altri nomi ma sappiamo che chi entra in parlamento Presidente ne esce comune cittadino.
Proprio ieri Giorgia Meloni ha detto che si può rompere il tabù dei presidenti della Repubblica di destra, aprendo quindi all’idea di Vannacci: Meloni al Colle e chissà, l’ex generale a Palazzo Chigi.
Sarebbe la prima donna, ma soprattutto toglierebbe le carte dal tavolo proprio di Forza Italia, cercando di dartele lei, anche se sa perfettamente che senza l’appoggio di Forza Italia stessa sarà difficile poter arrivare sulla poltrona più alta. Per questo c’è fretta di fare la legge elettorale e prendere il più possibile alle prossime elezioni.
(da Fanpage)

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IL NUOVO FRONTE DI GUERRA NEL CENTRODESTRA: LA SCELTA DEI CANDIDATI SINDACI. IL LEADER DELLA LEGA CHIEDE “PRIMARIE DI COALIZIONE IN TUTTE LE GRANDI CITTÀ CHE VANNO AL VOTO”. OLTRE A MILANO, A ROMA, BOLOGNA, NAPOLI E TORINO – TAJANI RESPINGE LA PROPOSTA (“SARANNO I VERTICI A DECIDERE”) E FDI RESTA GELIDA, ANCHE PERCHÉ È IN CORSO LA BATTAGLIA INTERNA TRA LE SORELLE MELONI E ’GNAZIO LA RUSSA, CHE VUOLE DARE LE CARTE A MILANO E IMPORRE MAURIZIO LUPI

Giugno 30th, 2026 Riccardo Fucile

ANCHE IL GOVERNATORE LEGHISTA, ATTILIO FONTANA, BOCCIA LA LINEA DEL SUO SEGRETARIO: “LE PRIMARIE NON FANNO PARTE DELLA NOSTRA CULTURA POLITICA”

Sparge mine nel campo del centrodestra. Come se la politica estera non fosse già abbastanza divisiva per i partiti di governo, così come il tema dell’immigrazione o
la legge elettorale, ora Matteo Salvini aggiunge altra polvere esplosiva: vuole celebrare primarie di coalizione per le prossime amministrative. Gli alleati hanno già respinto la proposta al mittente.
«Come Lega — ha spiegato due giorni fa a Milano Marittima — proponiamo in tutte le grandi città che vanno al voto, dove non si è già deciso il candidato del centrodestra, di scegliere coinvolgendo i cittadini, ascoltando le loro priorità, scegliendo l’uomo o la donna per portare avanti queste battaglie». Quindi si pensa non solo a Milano, ma anche a Roma, Bologna, Napoli e Torino.
Ma le primarie sono quanto di più lontano ci sia dalla logica del centrodestra. E il primo muro viene alzato da Antonio Tajani, segretario di FI, partito nato e cresciuto nel decisionismo berlusconiano: «Primarie per Milano? Lasciamo perdere le chiacchiere: saranno i vertici a decidere il miglior candidato possibile», scandisce il vicepremier azzurro
Convinto che le primarie non siano la soluzione alle diatribe nel centrodestra anche il leader di Noi moderati Maurizio Lupi, in lizza per ricevere l’investitura da candidato del centrodestra a Milano: «Le primarie sono per chi non ha idee».
Ma la frenata più eclatante è quella che a Salvini arriva dall’interno con il governatore della Lombardia, Attilio Fontana. «Sono sempre dell’opinione che le primarie non siano propriamente parte della nostra cultura politica», dice.
Tuttavia, per non affondare il colpo in questi tempi duri per il Carroccio, fa una concessione al segretario: se poi le primarie sono «l’unica strada, che si facciano, perché è un balletto che inizia ad essere un po’ ridicolo».
Per Fratelli d’Italia risponde l’eurodeputato Stefano Cavedagna che interviene sul percorso che porterà il centrodestra alla scelta del candidato sindaco di Bologna: «Noi rimaniamo sulla linea del partito». La linea era stata tracciata solo pochi giorni fa da Ignazio La Russa che si è detto «non contrario a primarie, ma vale di più la condivisione».
E su questa linea anche l’eurodeputato meloniano Carlo Fidanza: «Noi non le abbiamo mai fatte e riteniamo che alla fine, il tavolo dei partiti della coalizione, sia assolutamente in grado di fare la scelta migliore».
Salvini ha la necessità di tornare tra la gente. Da qui l’idea dei banchetti a Milano, in cui lo stesso leader si è proposto come candidato sindaco: «C’è stata una grande partecipazione nonostante i quaranta gradi».
Lo fa anche perché si sente assediato dai governatori del Nord. E ieri Massimiliano Fedriga, che Salvini immagina al suo fianco durante la prossima campagna elettorale, ha offerto un ramoscello d’ulivo al segretario: «Noi siamo sempre stati in una squadra come Lega, che ha lavorato per il movimento, ognuno nel suo ruolo».
(da agenzie)

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MILANO È MIA E ME LA GESTISCO IO. MENTRE SALVINI INVOCA PRIMARIE DI COALIZIONE, IGNAZIO LA RUSSA RIUNISCE A CENA I COORDINATORI REGIONALI DEI PARTITI DI CENTRODESTRA PER DISCUTERE DEL CANDIDATO SINDACO A MILANO PER IL 2027. O MEGLIO, PER FAR CAPIRE CHE SARÀ LUI A GESTIRE LA PARTITAIL PRESIDENTE DEL SENATO HA GIÀ INDICATO MAURIZIO LUPI PER LA CORSA A PALAZZO MARINO, SCELTA NON CONDIVISA DA GIORGIA E ARIANNA MELONI

Giugno 30th, 2026 Riccardo Fucile

FORZA ITALIA EVOCA UN “CIVICO” PER ATTRARRE CENTRISTI COME CALENDA, LA LEGA GETTA NELLA MISCHIA I NOMI DEL’EX PRESIDENTE DI ASSOLOMBARDA, ALESSANDRO SPADA

A cena il centrodestra inizia a discutere delle sorti di Milano. A tenere banco, il presidente del Senato Ignazio La Russa. Accanto a lui, i coordinatori regionali dei partiti. Un vertice blindatissimo
L’appuntamento è intorno alle 20.30 in un ristorante in pieno centro. Oltre alla seconda carica dello Stato, al tavolo siedono Alessandro Colucci (Noi moderati), Carlo Maccari (Fratelli d’Italia), Alessandro Sorte (Forza Italia) e Massimiliano Romeo (Lega). È il primo passo nella costruzione del percorso verso Palazzo Marino, targato centrodestra.
L’obiettivo è strappare la città al centrosinistra dopo 15 anni di dominio. E per farlo bisogna iniziare a ragionare sui nomi sul tavolo, senza bandierine di partito. «Il centrodestra unito», questo è lo spirito dell’incontro, con la consapevolezza che sarà il primo di altri, che non sarà risolutivo e che la parola finale poi spetterà al tavolo dei leader nazionali a Roma. Intanto però si inizia.
La prima questione che si pone è il profilo del candidato. Forza Italia durante la cena ribadisce la sua posizione: un civico che possa allargare la coalizione verso il centro, abbracciando anche Azione.
Nei giorni scorsi gli azzurri hanno osservato con attenzione il profilo dell’economista Carlo Cottarelli, una candidatura che per il leader di Forza Italia Antonio Tajani «potrebbe essere vincente». Tuttavia, il suo nome non è condiviso da tutti gli alleati, a causa del passato da senatore all’interno del Pd.
Come nome politico, invece, sarebbe sotto la lente degli azzurri il profilo di Pietro Tatarella, l’ex consigliere comunale di Forza Italia, reduce da una lunga e dolorosa vicenda giudiziaria dalla quale è uscito assolto. «Un bravo ragazzo», lo definisce il presidente La Russa, parlando con i cronisti, qualche ora prima di incontrare i coordinatori regionali a cena.
E in effetti una parte di Fratelli d’Italia guarderebbe di buon occhio la candidatura di Tatarella. Il presidente La Russa però non ha mai nascosto il suo appoggio al leader di Noi Moderati Maurizio Lupi. Un politico di lungo corso, che conosce la città e la macchina amministrativa, essendo stato anche in Consiglio comunale. Tuttavia il nome di Lupi non metterebbe d’accordo tutta la coalizione.
La Lega spinge sulla necessità di un candidato trasversale. Anche ieri sera il Carroccio avrebbe proposto agli alleati due profili che la Lega ha sondato: l’ex presidente di Assolombarda Alessandro Spada e il giornalista Giovanni Terzi, assessore al Commercio nella giunta di Letizia Moratti.
Nel mazzo, tra le carte in mano, non manca però il profilo politico: la vincitrice delle primarie organizzate dalla Lega poche settimane fa, la vicesegretaria Silvia Sardone.
Ma i nomi sul tavolo sono tanti. Resta in campo Antonio Civita, il patron della catena Panino Giusto. A disposizione della coalizione il presidente dell’Ordine degli avvocati di Milano Antonino La Lumia.
Nel centrosinistra la prima a uscire allo scoperto, a dicembre del 2025, è stata la vicesindaca Anna Scavuzzo. Nei giorni scorsi si sono aggiunti alla corsa anche l’assessore al Bilancio Emmanuel Conte e l’attivista Tommaso Goisis.
Si vocifera di un interesse anche da parte del giornalista Mario Calabresi e del capogruppo dem al Pirellone Pierfrancesco Majorino. Ora resta da capire se la scelta del candidato avverrà con le primarie o meno. Ipotesi che sembra non convincere, invece, il centrodestra.
(da “Corriere della Sera”)

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INTERVISTA A RANUCCI: “LA GIUSTIZIA NON MI HA LASCIATO SOLO, DALLA RAI NON MI ASPETTO PIU’ NULLA”

Giugno 30th, 2026 Riccardo Fucile

“IL PM VILLANI MI AVEVA PROMESSO CHE LI AVREBBE PRESI E L’HA FATTO, MA L’INDAGINE NON E’ ANCORA FINITA, NON SI CONOSCE IL MANDANTE”

Sigfrido Ranucci, come sta?
“Travolto. Aspettavo questo momento dal giorno dell’attentato, non avevo dubbio che arrivasse”.
Si è sentito solo?
“Non per l’attentato. Il pm Carlo Villani mi aveva promesso di prenderli e l’ha fatto. La procura di Roma insieme con il nucleo dei Carabinieri hanno lavorato tantissimo, sono stati straordinari. E pur sempre nel rispetto del segreto istruttorio li ho sentiti sempre al mio fianco. Certo, come leggo l’indagine non è ancora finita”.
Dicono che le modalità siano mafiose. E che ci sono altri livelli. Lei si sarà fatta un’idea?
“Non è questo il mio compito. Certo: mi sembra chiaro che ci siano altri livelli ma per come hanno lavorato sono sicuro che li troveranno tutti e non lasceranno niente per scontato. Certo, ora diventa tutto più delicato. E non soltanto per l’attentato. Da quello che ho capito c’è chi ha organizzato, chi è stato complice, chi ha fornito assistenza legale, chi ha provato a distruggere le sim”.
Fa riferimento alla Rai?
“Io se mi sono sentito solo in questi mesi non è stato certo per la Rai. Io dalla Rai ormai non mi aspetto più niente. Però questa storia mi sembra che dimostri ancora una volta che c’è una parte di Stato che funziona, che tutela i suoi cittadini, che fa bene il proprio mestiere. Per fortuna”.
L’attività investigativa che ha portato ai quattro arresti per l’attentato contro Sigfrido Ranucci è stata particolarmente complessa e ha richiesto l’esame incrociato di tutti i sistemi di videosorveglianza pubblici e privati, rilievi tecnico scientifici e l’esame di tutti i tabulati telefonici della vasta cella interessata, consentendo di ricostruire in modo minuzioso le fasi preparatorie, esecutive e successive dell’azione criminosa. Proprio l’analisi dei tabulati telefonici è stata di assoluto rilievo per le indagini, che sono partite dall’esplosivo utilizzato.
I rilievi tecnico scientifici svolti dalla Sezione Rilievi e dalla Squadra Artificieri del Nucleo Investigativo di Roma e i successivi accertamenti del Ris di Roma hanno dimostrato che l’ordigno era costituito da una carica detonante composta da “gelatina da cava”, materiale obsoleto ma dalla straordinaria capacità distruttiva, indicativo di una rete illecita di approvvigionamento di materiale esplodente.
Una telecamera installata sulla S.S. 148 “Pontina”, a diversi chilometri di distanza dal luogo del delitto, ha poi permesso di individuare una Fiat 500 X, risultata noleggiata in Campania, e di tracciarne il viaggio di andata verso Roma e il repentino ritorno nelle ore immediatamente successive all’attentato.
Centrale l’analisi dei tabulati di traffico telefonico e telematico. I dati dei ripetitori hanno dimostrato che il percorso dei cellulari utilizzati dagli esecutori materiali era perfettamente sovrapponibile al tracciato della Fiat 500 X in viaggio dalla Campania a Torvaianica sia il giorno dell’attentato sia in precedenza quando avevano effettuato un sopralluogo della zona.
(da agenzie)

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LA FORMULA VANNACCI: IL “COPIATORE” DI RABBIA E DI CONSENSI

Giugno 30th, 2026 Riccardo Fucile

UN PERCORSO CHE RICALCA L’ASCESA DI MELONI CHE PROCLAMAVA IDENTICHE INTENZIONI SALVO POI SBATTERE CONTRO LA REALTA’…, ORA L’EX GENERALE PRETENDE UN POSTO A TAVOLA; DAL MOSCHETTO E’ PASSATO ALLA FORCHETTA

Ahó, ma quanti sono ’sti Vannacci? Nella polemica politica ne spunta uno al minuto, mentre lui, in marcia col moschetto, riempie il teatro, la piazza e pure il sondaggio. Al grido di: “Io sono la vera destra!”, terrorizza il suo ex benefattore Matteo Salvini, politico di illimitata intelligenza, che se lo è messo in casa a pensione completa, gli ha regalato il corredo buono per andare in Europa, si aspettava un po’ di riconoscenza, invece nulla, il generale si è preso il malloppo dei 560mila consensi e se n’è andato senza neanche il bacio della buonanotte: “È la Lega che ha tradito i suoi ideali, non io”, ha detto, pulendo con il fazzoletto tricolore il pugnale usato nella fuga
Giorgia Meloni – al netto dei lividi trumpiani – osserva da lontano, fa finta di sentirsi al sicuro, dice: “Vannacci fa il gioco degli avversari. Vota con loro. Non è la vera destra”. Antonio Tajani dondola con le mani in tasca, si guarda la punta delle scarpe e siccome non gli viene in mente niente, lo dice a pappagallo: “È la quinta colonna della sinistra”. Ma certo.
Purtroppo per loro, Vannacci sta salendo di dieci decimali a settimana, usando l’ascensore degli scontenti, dei delusi, dei nostalgici, dei rancorosi, dei dimenticati dalla nuova oligarchia, mentre la destra di governo insegue, soffiando sulle scale.
Da qualche ora è entrato nel manipolo del generale pure il Pellico di Colle Oppio, Gianni Alemanno – un tempo detto “il sindaco fallito” – reduce da un anno e passa di prigione che gli ha dato una svolta umanitaria, non tutto il danno vien per nuocere, sì è persino accorto dello scandalo delle galere che hanno funzione di discarica sociale per uomini, topi e scarafaggi, e ha intenzione di andare a parlarne
niente di meno che con il ministro Carlo Nordio che le galere, da quattro anni, le riempie con la pala dei decreti Sicurezza. Chissà che bella rimpatriata tra il carcerato e il carceriere.
Vannacci se lo è portato a cena al ristorante sardo Sa Cadrìga, “la graticola”, per cucinarsi il loro futuro nazionale e anche il maialetto, con brindisi finale che sembra inventato, invece è inchiostro medioevale e alzando i bicchieri al cielo, dice: “La lode a dio. La spada al re. Il cuore alla dama. L’onore a me”. Con il finalissimo gridato: “A noi!”. E lo sparatore Emanuele Pozzolo, dodicesimo della combriccola, che alza il calice di Cannonau, beve e rassicura i camerati: “Sono venuto in taxi”.
Da dove viene il generalissimo, l’abbiamo raccontato: La Spezia, anno 1968, babbo militare. Infanzia tra Ravenna e Parigi. Accademia. Brigata Folgore. Un piede in tutte le guerre malamente perse dal gagliardo Occidente: Somalia, Iraq, Libia, Libano, Afghanistan: “Ho difeso la Patria sotto i colpi del mortaio e della mitraglia”, ha detto vantandosene. Poi è stato nominato addetto militare dell’ambasciata in Russia, dove ha respirato ghiaccio, vodka e intrighi.
Fallito nella spada, vince la sua battaglia con la penna. Il suo Mondo al contrario, anno 2023, vende una milionata di copie con lessico polveroso, ma sorprendentemente efficace: identità, sacro suolo, radici che non gelano. Più l’immancabile orgoglio di razza pregiata, tipo Fassona: “Nelle mie vene scorre una goccia di sangue di Enea, Romolo, Giulio Cesare, Dante, Michelangelo, Mazzini, Garibaldi”. Quando si dice la modestia.
Non amato dalle alte gerarchie dei poltronauti in divisa, viene risarcito da un matrimonio d’amore e da due figlie. La casetta della buona pensione è a Viareggio, dove spopola tra i concittadini esperti in Carnevale. Memorabili i suoi tuffi di Capodanno, con vestaglietta a fiori per non prendere freddo, pora stella, e Crozza che da allora lo impallina nei panni del super macho effeminato.
Al netto delle bubbole che declama – “I gay non sono normali”, “Le donne sono destinate al focolare e a fare figli”, “La famiglia deve essere tradizionale”, “A scuola classi separate per quelli bravi e gli asini”, “I neri sono negri”, “Gli immigrati subito fuori dai confini” – la sorpresa è che Vannacci non attacca Elly Schlein, tralascia Giuseppe Conte, ignora Bonelli e Fratoianni. Punta la raffica di
improperi contro Meloni per incassare consensi. La accusa di avere indossato tailleur e moderatismo. Di avere promesso il blocco navale e allestito solo tavoli tecnici. Di non essere più nazionalista contro l’Europa, ma europeista contro le nazioni. Di essere entrata nel club delle élite, invece di combatterle. Ci penserà lui, con la sua “sporca dozzina” a “ripulire l’Italia”.
“Noi siamo la feccia – dice dal palco, nel giorno della costituente di Futuro Nazionale, davanti ai suoi 2mila estasiati spettatori –. Siamo lo scarto. Siamo i figli di nessuno. E siamo orgogliosissimi di esserlo”.
Dunque sono loro i moderni Teddy Boys del nuovo razzismo che tanto assomiglia a quello dei vecchi fascistoni d’epoca coloniale e novecentesca. Gli stessi che a occhio e croce celtica, stanno risalendo la corrente della Storia a Parigi, a Berlino, a Londra, a Vienna. Tutti in fila al passo dell’oca, anche se rivisitato dagli algoritmi di TikTok, l’estetica del cuoio e dei tatuaggi identitari, la violenza non ancora armata, ma sempre pronta allo scontro.
Vannacci declama i suoi appelli alla “remigrazione” che vuol dire “deportazione degli immigrati” alla maniera dell’Ice, la polizia privata di Donald Trump che rastrella le periferie delle città americane. Ma vuole anche dire “pulizia etnica” e pogrom, come è appena successo a Belfast, dove gli irlandesi bianchi hanno messo a ferro e fuoco le case degli immigrati.
Vannacci gongola. I media non aspettano altro che moltiplicare la ridondanza delle sue apparizioni. Offrirgli lo specchio per contemplarsi, mentre il Paese, ipnotizzato, contempla lui.
È troppo complicato – e non fa parte del gioco – chiedergli come e quanto detersivo servirebbe a ripulire il cortile di casa. Come si farà a stendere il filo spinato sul mare? Dove si rispediranno i deportati e come? Sugli aerei piombati? Chi pagherà le scorte e il carburante? E incidentalmente, chi riempirà le fabbriche, gli asili nido, le scuole e persino i campi di pomodori?
Del resto è già tutto successo durante l’ascesa di Giorgia Meloni, che proclamava le identiche intenzioni muscolari. Vannacci non inventa nulla, copia. Bastandogli trasformare la rabbia, l’insicurezza e la paura, in facilissimi consensi. Solo all’ultimo minuto – riempite le proprie trincee – farà l’accordo per sedersi accanto
alla destra, quando arriveranno a tavola le urne fumanti della prossima minestra elettorale. Non più con il moschetto in mano, ma col cucchiaio.
(da Il Fatto Quotidiano)

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