Giugno 18th, 2026 Riccardo Fucile
LA RIABILITAZIONE EVITA ALLA BARTOLOZZI UN RIENTRO IN MAGISTRATURA CHE LE IMPEDIREBBE DI OTTENERE INCARICHI FUORI RUOLO PER DUE ANNI… AL GOVERNO C’È CHI HA MOLTO A CUORE IL DESTINO DI GIUSI, RIMASTA L’UNICA ACCUSATA PER IL CASO ALMASRI. I PM DI ROMA HANNO CHIESTO IL RINVIO A GIUDIZIO: SULL’ESTENSIONE DELL’IMMUNITÀ DEI MINISTRI ALL’EX BRACCIO DESTRO DI NORDIO PENDE UN RICORSO ALLA CORTE COSTITUZIONALE. MA SE SI TENESSE UN PROCESSO, LE DICHIARAZIONI DI BARTOLOZZI POTREBBERO INGUAIARE IL GOVERNO
A neanche tre mesi dalle sue dimissioni forzate, Giusi Bartolozzi è già pronta a tornare al governo.
L’ex capo gabinetto del ministero della Giustizia, costretta a lasciare l’incarico a fine marzo, si riaccaserà a breve a Palazzo Chigi nel ruolo di consigliera giuridica di Tommaso Foti, ministro degli Affari europei e del Pnrr, nonché fedelissimo della premier Giorgia Meloni.
Una riabilitazione lampo per l’ex “zarina”, allontanata da via Arenula nel repulisti post referendario – imposto dalla stessa Meloni – dopo l’uscita tv in cui paragonò i magistrati a un plotone di esecuzione, esortando a votare Sì per “toglierli di mezzo”
Come anticipato ieri dal quotidiano Il Dubbio, la richiesta di Foti è arrivata nei giorni scorsi al Consiglio superiore della magistratura, che dovrà autorizzare la conferma del collocamento fuori ruolo: Bartolozzi infatti è una giudice prestata alla politica dal 2018, prima come deputata (eletta con Forza Italia) e poi come plenipotenziaria del Guardasigilli Carlo Nordio.
Ora il ministro del Pnrr, già capogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera, chiede di avvalersi della sua collaborazione “a tempo pieno e a titolo gratuito” – la retribuzione sarà quella da magistrato – “con particolare riguardo alla cura della fase ascendente dei principali dossier in esame presso le istituzioni europee”
L’incarico serve soprattutto a blindare il futuro di Bartolozzi: l’ex “zarina”, sostenuta da Nordio, puntava infatti a trasferirsi a Londra come magistrato di collegamento La nomina però è di competenza del ministro degli Esteri Antonio Tajani, che per ora si è opposto.
Nel frattempo, il 22 aprile, il Csm ha deliberato il suo rientro in magistratura nelle ultime funzioni svolte, quelle di “giudice distrettuale” della Corte d’Appello di Roma (una figura “tappabuchi” applicabile a tutti i tribunali in base alle carenze d’organico). Ma tornare a indossare la toga, per legge, le impedirebbe di ottenere nuovi incarichi fuori ruolo per un periodo di due anni: così, nonostante la delibera del Consiglio, il ministero ha bloccato il rientro in servizio di Bartolozzi, ritardando per due mesi la pubblicazione dell’apposito decreto, fino all’arrivo del salvagente di Foti.
Formalmente, quindi, l’ex fiduciaria di Nordio è ancora distaccata in via Arenula, dove peraltro continua a recarsi quotidianamente: per questo la richiesta del ministro degli Affari europei è stata trasmessa al Csm proprio dal Guardasigilli, che ha dato il suo parere favorevole.Ora servirà il via libera (scontato) dell’organo di palazzo Bachelet, che dovrebbe arrivare nelle prossime settimane.
Nonostante la defenestrazione, insomma, al governo c’è chi si è preoccupato di non lasciare l’ex “zarina” a piedi (o meglio in toga). In ballo, d’altra parte, c’è ancora il caso Almasri: i pm di Roma hanno chiesto il rinvio a giudizio di Bartolozzi per false informazioni al Tribunale dei ministri
Dopo il no della Camera alla richiesta di processare tre membri dell’esecutivo – Nordio, il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi e il sottosegretario a Palazzo Chigi Alfredo Mantovano – Bartolozzi è rimasta l’unica accusata, nonostante l’aula di Montecitorio abbia tentato di estendere l’immunità anche a lei sollevando conflitto di attribuzioni alla Corte costituzionale.
Se sulla vicenda si terrà un processo, le dichiarazioni dell’ex capo gabinetto potrebbero diventare materia scottante per il governo. E nelle scorse settimane, in un’intervista al Corriere, sul tema lei ha risposto in modo sibillino: “Ho solo eseguito disposizioni, Nordio era informato di tutto”.
(da Il Fatto Quotidiano)
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Giugno 18th, 2026 Riccardo Fucile
ELLY SCHLEIN ATTACCA: “È UN MINISTRO CHE SI OCCUPA DI TUTTO, FUORCHÉ DELLE SUE RESPONSABILITÀ” – SALVINI FA TRAPELARE “IRRITAZIONE” E CHIEDE A FS L’ENNESIMO REPORT SULLE LE CAUSE PIÙ FREQUENTI DI GUASTI, INCIDENTI E CONSEGUENTI RITARDI
Dev’essere difficile, in questo periodo, essere Matteo Salvini. Il ministro dei Trasporti e leader della Lega da una parte è assediato dai governatori del Nord che gli chiedono di riformare il partito, dall’altra sente il fiato sul collo di Roberto Vannacci che sale nei sondaggi e punta al sorpasso.
Ci sono poi le preoccupazioni legate al Piano Casa, alle amministrative milanesi, al Ponte sullo Stretto. Tanto che verrebbe quasi da dimenticarsi dell’andamento dei treni sulla rete nazionale, se non fosse l’ennesima giornata di mostruosi ritardi.
Una spina che dopo 4 anni al ministero, in vista delle elezioni politiche del prossimo anno, Salvini non vuole più avere conficcata nel fianco. Così anche lui, come i passeggeri che osservano con il naso in sù la tabella dei ritardi in stazione, vuole mostrare al mondo la sua «irritazione».
Lo smartphone del ministro dei Trasporti inizia a squillare per colpa di un guasto sulla linea dell’alta velocità tra Milano e Bologna. I minuti di ritardo si accumulano. Venti, cinquanta, cento. Il centrosinistra lo attacca. «Un’altra giornata d’inferno»,
dicono dal Pd. I Cinque stelle ci mettono il carico: «I passeggeri farebbero la ola se Salvini traslocasse al Viminale». Lui incassa, ma è livido.
Ci sono tre treni da spostare sulla linea tra Piacenza e Melegnano, che è rimasta senza alimentazione perché si è staccato il cavo dell’alta tensione.
Quando Salvini si trova davanti a sé l’amministratore delegato di Ferrovie dello Stato, Stefano Donnarumma, arrivato al ministero per partecipare alla firma di un accordo con l’Arabia Saudita, non si tiene più: vuole sapere quali siano le cause dei guasti. Il tono della conversazione, con Donnarumma, è sereno, ma il leader leghista si è stancato di essere un bersaglio.
Sull’efficienza della rete ferroviaria, in vista delle elezioni del prossimo anno, vuole una svolta. Dice di capire che gli investimenti e i lavori sulla rete possano provocare dei rallentamenti, ma anche di essersi stancato di prendere tutte le colpe. Vuole un report che evidenzi quali sono le cause più frequenti di guasti, incidenti e conseguenti ritardi.
Con la speranza, magari, che non sia solo colpa del suo ministero.
Il problema sulla linea Milano-Bologna da cui tutto era originato si risolverà poco dopo le 16 – e si esclude che il danno sia doloso, è stato un tipo di incidente nemmeno così raro, dicono da Fs -, ma ormai il fiume salviniano è esondato.
Alle 18, nonostante si sia tutto risolto e i treni siano tornati a circolare, il ministro lascia comunque trapelare la sua «irritazione» nei confronti di Trenitalia e di Italo.
A rispondergli, stavolta, è la leader del Pd Elly Schlein. Che ha gioco facile: «Sono gli italiani a essere irritati con Salvini», lo punge.
(da agenzie)
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Giugno 18th, 2026 Riccardo Fucile
SALVINI PROVA A RIMANDARE LA RESA DEI CONTI: LO STATUTO NON CAMBIA, E LA NOMINA DI ZAIA O FEDRIGA COME VICESEGRETARI NON È ALL’ORDINE DEL GIORNO (“NON SI SONO FATTI AVANTI”) – I DUE HANNO CHIESTO, COME CONDIZIONE PER LA NOMINA, UNA LEGA “MODELLO CDU/CSU”, CON DUE ENTITÀ DISTINTE
Proposta respinta al mittente. Matteo Salvini, per uscire dall’angolo, immagina una cabina di
regia dei territori e delle autonomie con governatori, alcuni ministri, capigruppo, presidenti dei consigli regionali, presidenti di provincia, sindaci e amministratori. Una struttura che possa avere un contatto diretto con i territori così come chiedono i presidenti di regione.
«Non è sufficiente», si sono detti tra loro Luca Zaia, Massimiliano Fedriga e Attilio Fontana. Uno di loro, a taccuini chiusi, è più duro degli altri: «Questa è proprio una boutade».
Lo statuto? «Per ora non cambia, ci penseremo fra tre anni», chiarisce il leader del partito di via Bellerio. E non solo. Sull’ipotesi Zaia, presidente del Consiglio regionale del Veneto, o Massimiliano Fedriga, governatore del Friuli-Venezia Giulia, come vicesegretari, spiega che«non c’è un’urgenza-vicesegretario. E né l’uno né l’altro si sono fatti avanti».
Dall’altra parte, però, la ricostruzione fatta dal segretario non torna. Sarebbe stato proprio Salvini, in una telefonata, a chiedere ai due dopo la sconfitta al referendum sulla giustizia se fossero interessati a ricoprire un ruolo da vicesegretario.
Ma le condizioni poste da Zaia e Fedriga, ovvero una Lega modello Csu con due entità distinte, sarebbero risultate non accettabili. Da qui il nulla di fatto.
Di conseguenza la Lega è in una fase di stallo. E Salvini, che ha rinviato il consiglio federale di ieri non solo per troppe assenze ma anche perché ancora non ha in mano una ricetta, dovrà trovare una soluzione vincente entro due settimane.
Il Carroccio, intanto, si prepara ai gazebo per la scelta del candidato sindaco di Milano in vista delle comunali del 2027, anche se Salvini non abbandona l’idea Viminale. «Sabato e domenica grande appuntamento di democrazia a Milano con le primarie della Lega per scegliere il candidato sindaco e ragionare con i cittadini sulle priorità da affrontare», dice il deputato della Lega, e vicecapogruppo alla Camera, Igor Iezzi, invitando ai gazebo «chiunque abbia a cuore la città e abbia la volontà di contribuire alla sua rinascita dopo anni di disastro amministrativo della sinistra».
E poi qualcosa che può essere più di una suggestione: «Sceglierò come sindaco Salvini, sapendo che sarebbe la scelta migliore per la nostra città». [.
«Ogni partito può avanzare il proprio nome ma Forza Italia ha altre idee rispetto a Salvini candidato sindaco. Noi restiamo per un nome civico», assicura il deputato e segretario regionale di Forza Italia in Lombardia, Alessandro Sorte.
(da Repubblica)
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Giugno 18th, 2026 Riccardo Fucile
TUTTO RINVIATO A MARTEDI’ 23 GIUGNO
È scontro tra animalisti e amici dei cacciatori nel centrodestra. E la maggioranza al Senato va in tilt. Manca per due volte il numero legale nell’aula di Palazzo Madama
sul ddl caccia che disciplina con norme più permissive la pratica che alcuni in Parlamento definiscono crudele e barbara (Michaela Biancofiore) e altri uno sport rilassante e perfino utile alla natura (gli sponsor del ddl).
Alla fine, complice il pre weekend e la calura romana, salta il banco e tutti a casa. Se ne riparla martedì, 23 giugno alle 16.30, decretano i capigruppo della coalizione.
Il numero legale è infatti mancato due volte, prima alle 10:13 e poi alle 11:31. Il disegno di legge è stato soprannominato “sparatutto”. Annamaria Procacci, responsabile dell’Ente Nazionale Protezione Animali (Enpa), la definisce “una dichiarazione di guerra alla natura e agli animali”. La norma ha come primo firmatario Lucio Malan di Fratelli d’Italia, ma è stata promossa soprattutto dal ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida.
Il Wwf stima che in Italia i cacciatori siano meno dell’1% della popolazione: attorno al mezzo milione di persone. In una prima versione, poi emendata, il disegno di legge concedeva la licenza per portare il fucile già a partire dai 16 anni.
(da Repubblica)
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Giugno 18th, 2026 Riccardo Fucile
LUGLIO VIENE PREFERITO AD AGOSTO, PER I COSTI MINORI E PER EVITARE L’OVERTURISM – LE DESTINAZIONI? IL 62% DEGLI ITALIANI RESTERÀ IN PATRIA
Nonostante la complessa situazione geopolitica e l’aumento dei prezzi, questa estate sette italiani
su dieci andranno in vacanza, anche se per meno giorni e spendendo meno. Lo rileva una ricerca di Ipsos Doxa pubblicata sul numero di Gente in edicola da giovedì 18 giugno che il direttore, Umberto Brindani, ha presentato questa sera a Milano.
“La voglia di vacanze degli italiani non è venuta meno, ma i dati ci dicono che i periodi tendono ad accorciarsi: tengono bene i weekend, mentre diminuiscono i periodi di ferie”, spiega Katia Cazzaniga, senior director Corporate Reputation di Ipsos Doxa. Luglio viene preferito ad agosto, per i costi minori e per evitare l’overturism, e si spenderà meno, soprattutto per lo shopping e le spese extra nelle località scelte. Quanto alle destinazioni, il 62% degli italiani secondo la ricerca resterà in Italia.
(da agenzie)
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Giugno 18th, 2026 Riccardo Fucile
“GIUSEPPI” ASSICURA CHE “NON C’È LA VOLONTÀ DI ESCLUDERE I MODERATI” E FA I SUOI COMPLIMENTI A ONORATO (MA NON A RENZI) … APPENDINO RINCARA: “SAREBBE TAFAZZIANO AVERE RENZI IN COALIZIONE”. MATTEONZO REPLICA: “SE QUALCUNO VUOLE METTERE VETI PER MANDARE LA DESTRA NON SOLO A PALAZZO CHIGI MA ANCHE AL QUIRINALE LO SPIEGHERA’ AI CITTADINI”
Gli «esclusi» dalla photo opportunity dell’altro ieri — quella che mostrava Schlein, Conte, Bonelli e Fratoianni sorridenti a tavola — fanno mostra di non esserci rimasti male, anche se tra le righe delle loro dichiarazioni si legge un certo malumore.
L’appuntamento con la variegata galassia dei centristi è a settembre. Adesso i leader di Pd, M5S e Avs («La banda dei 4», li chiama non certo bonariamente qualcuno) preferiscono fare da soli. Del resto, c’è da dire che dalle parti dei moderati e riformisti non è che regni l’armonia e non è facile mettere tutti assieme.
Matteo Renzi con la sua Casa riformista si tiene a debita distanza da Alessandro Onorato e dal suo Progetto civico e viceversa. Ernesto Maria Ruffini, invece, con il movimento Più uno cerca di coinvolgere chi si è allontanato dalla politica, «perché la vittoria non arriverà con un accordo tra gruppi dirigenti e il confronto non può esaurirsi tra chi fa già parte delle attuali coalizioni».
E questa notazione riflette, al di là delle frasi diplomatiche di rito, il vero stato d’animo degli esclusi. Tant’è vero che Goffredo Bettini si affretta a osservare: «Ho ripetuto all’infinito che da sola la sinistra non basta. Occorre allargare, includere».
Ma le dichiarazioni dell’altro ieri di Conte sull’affidabilità di Renzi non hanno aiutato. Il leader di Iv afferma: «Se qualcuno vuole fare come nelle Politiche del 2022 o come in Liguria, mettendo veti, per mandare la destra non solo a Palazzo Chigi ma anche al Quirinale, lo spiegherà ai cittadini». Sulla stessa linea Maria Elena Boschi: «Chi sceglie di rompere l’alleanza fa un favore a Meloni».
Non contribuisce alla serenità del centrosinistra nemmeno l’uscita di Chiara Appendino, secondo cui «sarebbe tafazziano avere Renzi in coalizione». «Lei è stata condannata, non può dare patenti di affidabilità», le replica il vicepresidente di Iv Enrico Borghi.
Per Ruffini quella foto «fa pensare a un’inquadratura di un film western di Sergio Leone, dove il primo piano mano mano si allarga e rivela una scena più complessa e affollata». Come a dire che i quattro da soli non possono farcela
Conte assicura che «non c’è nessuna volontà di escludere i moderati» e fa i suoi complimenti a Onorato (ma non a Renzi). E comunque, aggiunge l’ex premier, c’è il suo Movimento a fare da garante: «Per lo sbilanciamento a sinistra non si deve preoccupare nessuno perché il M5S, che è una forza tradizionalmente non di sinistra, vuole parlare a tutto il Paese».
Il fondatore di Primavera, Vincenzo Spadafora, ha qualche dubbio: «Una foto non basta, serve una proposta ambiziosa». Clemente Mastella ci mette il carico da undici: «Verrebbe da pensare che il fotografo lo ha mandato Meloni». Il sindaco di Benevento punta a Gaetano Manfredi c ome «federatore del centro ».
(da l “Corriere della Sera”)
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Giugno 18th, 2026 Riccardo Fucile
IL CALIGOLA DI MAR-A-LAGO APPOGGIAVA IL VICEGOVERNATORE BURT JONES …JACKSON SFIDERA’ A NOVEMBRE LA CANDIDATA DEL PARTITO DEMOCRATICO KEISHA LANCE BOTTOMS PER LA GUIDA DELLA GEORGIA
I repubblicani in Georgia hanno constatato che è possibile battere l’endorsement di Trump se hai
una quantità pressoché illimitata di denaro. È il caso di Rick Jackson, imprenditore settantenne che ha fatto i soldi nel settore sanitario: ha sconfitto martedì sera, nelle primarie repubblicane per la poltrona di governatore della Georgia, il candidato appoggiato da Trump, il vicegovernatore Burt Jones.
Jackson parla spesso della sua infanzia in cui si spostò di famiglia in famiglia (cinque volte) e di scuola in scuola (tredici volte). Questa è la sua prima esperienza in politica. Ha investito in questa corsa 100 milioni di dollari della sua fortuna personale. Non solo Trump, ma anche l’attuale governatore repubblicano Brian Kemp aveva appoggiato il suo vice Jones come successore.
Diversi membri ultraconservatori del partito in Georgia avevano accusato Jackson di non essere abbastanza trumpiano poiché ha donato denaro in passato a Liz Cheney, ex deputata repubblicana che guidò anche la commissione d’inchiesta sull’assalto al Congresso del 6 gennaio 2021.
Jackson ha poi donato un milione di dollari ad un gruppo legato alla campagna di Trump, ma solo dopo che ha vinto le elezioni del 2024. In ogni caso Jackson si è presentato come un seguace di Trump, dicendo che sarà il suo «governatore preferito» e ripetendo accuse infondate sulle elezioni «rubate» da Biden nel 2020.
A novembre sfiderà la democratica Keisha Lance Bottoms, ex sindaca di Atlanta. Nelle primarie repubblicane per il Senato ha invece vinto il candidato sostenuto da Trump, Mike Collins: a novembre sfiderà l’attuale senatore della Georgia Jon Ossoff che molti considerano un candidato ideale alla Casa Bianca nel 2028.
(da agenzie)
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Giugno 18th, 2026 Riccardo Fucile
KEIR STARMER È DETESTATO NEL PAESE: SE CADE, IL SUCCESSORE VIENE ELETTO DIRETTAMENTE DAGLI ISCRITTI DEL SUO PARTITO (SENZA FIDUCIA IN PARLAMENTO). E DOPO LO SCANDALO DELL’EX AMBASCIATORE MANDELSON, IL NUOVO IDOLO DELLA SINISTRA LABURISTA È IL 56ENNE PRIMO CITTADINO DI MANCHESTER. LA FAIDA TRA FARAGE E I PARTITI DELL’ULTRADESTRA PUO’ AIUTARLO
Niente politica, siamo inglesi. Approcciamo un santo bevitore al pub Robin Hood di Ashton-in Makerfield, ma un manager subito si fionda a censurarci: «Mi spiace, niente politica qui. Se volete parlarne, uscite». «Ma piove». «I’m sorry». «Ma da quand’è che non si può parlare di politica al pub?». «Da quando, due settimane fa, abbiamo avuto risse per questa elezione».
Benvenuti, si fa per dire, a Makerfield. Ossia, l’anonima circoscrizione del nord-ovest operaio inglese che, con i suoi 77mila elettori, oggi potrebbe decidere il prossimo primo ministro di 70 milioni di britannici e scalzare Keir Starmer da Downing Street.
Com’è possibile? Perché l’algido Starmer è detestato nel Paese, se cade il premier il successore viene eletto direttamente dagli iscritti del suo partito (senza fiducia in Parlamento).
E nel Labour — dopo lo scandalo dell’ex ambasciatore Mandelson — il nuovo idolo della sinistra laburista è il sindaco di Manchester Andy Burnham. Già “re del nord” (come in Game of Thrones), 56 anni, Burnham si è candidato a Makerfield (grazie alle cortesi dimissioni dell’ex deputato Josh Simons) per vincere il seggio a Westminster, tornare in Parlamento e poter lanciare così la sfida a Sir Keir. Sfida
che, a vedere il sostegno che ha tra i deputati della corrente di sinistra e di circoscrizioni operaie del Labour, quasi certamente vincerebbe.
Un delitto perfetto. Se non fosse per Nigel Farage. Questo è anche un ex feudo storico del Labour, ora in buona parte votatosi alla destra. L’ex camionista Ryan Taylor, 74 anni, che incontriamo mentre gusta curry indiano in una tavola calda di periferia, riassume il sentimento di molti altri: «Ho votato laburista tutta la mia vita, ma ora basta. Stiamo perdendo l’identità, ci sono troppi migranti nel Paese e la working class è costantemente umiliata dalla politica».
«Vinceremo, perché noi siamo la speranza», ribatte Burnham, nato alla periferia di Liverpool e cresciuto a Makerfield. Con i suoi occhiali neri spessi, le partite a calcetto e l’appeal social, operaio e pro Stato sociale, è in testa ai sondaggi con il 45% — vince il seggio chi prende un voto in più degli altri — e potrebbe diventare il primo premier cattolico britannico al potere. Il pensionato Steve, fuori dal supermercato, promette: «Lo voterò, Andy è una persona seria».
La popolarità di Burnham però sembra già in calo, secondo Ipsos, anche per alcune interviste in cui è apparso vago e impreparato sull’economia.
Non solo: molti elettori con i quali abbiamo parlato, come l’ex laburista e spazzina tatuata Andrea, lo considerano un politico arrivista e non andranno a votare: «Andy vuole sfruttare Makerfield solo per le sue ambizioni personali».
Ma Burnham, ex ministro nei governi Brown e Blair poi auto-esiliatosi a Manchester «per rigenerare la città e fare politica vera», ha un grande e inaspettato alleato. Non solo Robert Kenyon, il candidato di Farage, un idraulico impacciato e in passato distintosi per commenti online sessisti, misogini e razzisti.
Ma soprattutto Rebecca Shepherd, candidata del partito di estrema destra Restore Britain, ancora più massimalista di Reform. A guidarlo è Rupert Lowe, imprenditore, ex presidente del Southampton Football Club e soprattutto ex deputato di Farage. Che l’anno scorso lo ha cacciato dal partito perché troppo ambizioso, impertinente e ingombrante.
Ora però Lowe sta pregustando la sua fredda vendetta: Restore Britain a Makerfield oscilla intorno all’8% nei sondaggi. Quanto basta per succhiare voti a Farage — cui sta benissimo che il moribondo Starmer rimanga al potere — e far vincere Burnham.
Farage ha protestato contro la «discriminazione dei bianchi» dopo il tragico omicidio del 18enne Henry Nowak, parlando di «pura e fredda rabbia» proprio per far breccia nella popolazione locale bianca, e rubare voti a Restore Britain. Il Daily Mail e i tabloid hanno lanciato una campagna (“The Right Must Unite”) contro il «disfattista» Lowe. Ma lui non ci sente: «Saremo sempre più forti».
A meno di clamorose sorprese, dunque, Burnham vincerà il suo seggio a Westminster. Ma i suoi ci dicono che non lancerà subito la sfida a Starmer: «Andy non è assetato di sangue. Daremo tempo al primo ministro per una transizione ordinata». Insomma, Keir, dimettiti e salva l’onore, in modo che il “re del nord” possa essere incoronato alla conferenza di partito a fine settembre, nella sua Liverpool. Ma Starmer, sostenuto dalla inseparabile moglie Vic, giura di non mollare: «Se vogliono cacciarmi, devono sfidarmi pubblicamente e far decidere gli iscritti», ha confidato ai suoi, «io non me ne vado».
(da agenzie)
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Giugno 18th, 2026 Riccardo Fucile
“ALLA FINE CI RITROVEREMO PER BATTERE LE DESTRE, IL NOSTRO OBIETTIVO È PIÙ IMPORTANTE DEI LORO DISPETTI”… E POI VOLA A CHICAGO DA OBAMA: I SUOI ALLEATI LO LASCIANO FUORI DALLA FOTO DI GRUPPO E LUI LA FOTO SE LA VA A FARE CON BARACK
Ha dovuto fermarli, Matteo Renzi. Placare l’ira funesta dei suoi parlamentari — non proprio un
esercito, ma comunque un nutrito drappello tra Camera e Senato — pronti a sparare ad alzo zero contro la reunion del campo stretto, a condire di sarcasmo e previsioni nefaste l’alleanza senza Italia viva sancita al tavolo di un’osteria dai quattro cavalieri progressisti: Schlein, Conte, Fratoianni e Bonelli.
L’ex premier in partenza per Chicago ha ripetuto la stessa cosa: «Calma e gesso, noi facciamo la nostra parte, opposizione dura contro questo governo fallimentare. Alla fine vedrete che ci ritroveremo». Una versione zen del fu rottamatore, che ha sorpreso tanti.
Con la testa già rivolta agli Stati Uniti, dove oggi approderà insieme alla figlia Ester per partecipare alla cerimonia inaugurale dell’Obama presidential center, Renzi cita Michelle, l’ex first lady americana: «Quando loro scendono in basso, noi dobbiamo continuare a volare alto».
Messaggio trasposto nelle istruzioni impartite alla truppa, che aveva già pronto un comunicato per rinfacciare al leader 5S — a proposito di affidabilità — di aver governato con Salvini. «Pur provando amarezza per quello che ci stanno facendo, non dobbiamo rispondere alle provocazioni», li ha frenati il leader di Iv. «Nessun fallo di reazione. Il nostro obiettivo è più importante dei loro dispetti: mandare a casa Giorgia Meloni». Traduzione in volgare del dantesco “non ti curar di lor”.
Dopodiché non è che ci sia rimasto benissimo. Nonostante ostenti tranquillità— «Il nostro mantra dev’essere: chi si divide perde. È successo nel ‘22 al centrosinistra ed è quello che ora potrebbe accadere alla destra terremotata da Vannacci» — Renzi replica con un secco «no» a chi gli chiede se per caso abbia sentito la sua amica Elly, dopo. «Io credo sia molto in imbarazzo», confiderà poi a un paio di fedelissimi. Sottinteso: «Ha dovuto subire il diktat di Conte, ma lo sa anche lei che con i veti non si va lontano».
Inutile nasconderlo: un po’ di delusione c’è. «Chi fa l’opposizione a me non capisce
he l’opposizione va fatta al Meloni», insiste. «Quando vai a elezioni non puoi dire “quello non lo voglio perché mi sta sulle scatole”. Le elezioni non sono una gara di simpatia o antipatia: devi mettere insieme tutti quelli che sono contro la destra. Altrimenti, la partita non la giochi nemmeno. E ti assumi però la responsabilità di spiegare agli elettori perché regaliamo il Quirinale a Meloni o a La Russa».
L’importante, adesso, è non entrare in una spirale di sgarbi e ripicche. Ai suoi l’ha detto chiaro e tondo. «Quei quattro hanno fatto una cosa poco lungimirante», frantumando un campo che si stava pian pianino ricomponendo, «ma noi rilanciamo con l’unità». Senza restare in attesa di una chiamata che «comunque sono certo arriverà, per vincere c’è bisogno di tutti», ma intanto lavorando in proprio. Né risparmiare qualche piccola ritorsione.
A luglio Italia viva avvierà una grande raccolta firme per chiedere di reintrodurre le preferenze, «che vogliono tutti gli italiani tranne Pd e Avs», la battuta preferita di Renzi.
Poi, subito dopo l’estate, partirà una campagna sul garantismo, mentre in Parlamento si faranno una serie di proposte sullo sviluppo economico. Mosse che possono sì far male alla destra, ma forse un po’ pure alla «sinistra-sinistra» che per ora ha voluto lasciarlo ai margini della coalizione. Con un caveat però, ripetuto ai vicini perché sentano anche i lontani: «Io punto a dividere la destra non i progressisti, il campo opposto non il nostro».
Il volo per Chicago sta per decollare. L’unico rammarico è per Agnese, la moglie, commissaria d’esame alla maturità e perciò trattenuta a Firenze. «Sarà la festa dell’anti-trumpismo», saluta tutti Renzi, «voglio godermi questo momento». I suoi (non ancora) alleati lo lasciano fuori dalla foto di gruppo e lui la foto se la fa con Obama. «Vuoi mettere?».
(da agenzie)
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