Giugno 29th, 2026 Riccardo Fucile
MATTEO RENZI: “OGGI SE IL CENTROSINISTRA STA INSIEME VINCE E SE NON VUOI AVERE LA RUSSA O VANNACCI AL QUIRINALE BISOGNA UNIRSI. SE PER DIVISIONI SU ANTIPATIE PERSONALI PERDE LE PROSSIME ELEZIONI E MANDA UN VANNACCI ALLA PRESIDENZA DELLA REPUBBLICA, GLI ELETTORI LI RINCORRONO CON I FORCONI”
“Quelli di Fi e della destra sono impauritissimi perché Vannacci sta crescendo nei sondaggi” e
“oggi sono a implorare il generale perché stia con loro. Non so cosa farà Vannacci, al suo elettorato sarà difficile digerire l’idea di allearsi con quelli che in questi 4 anni non hanno fatto niente” ma “non c’è dubbio che lo stiano implorando”. Così il leader di Iv Matteo Renzi a In onda su La7.
“Io sono quello che ha fatto la legge sulle unioni civili, Vannacci dice che i gay non sono normali, con lui non ho niente a che fare: ho soltanto detto a differenza di altri che qui si sta sottovalutando” Futuro Nazionale. Ma “Meloni è in difficoltà, pregherà Vannacci di stare con lei, glielo chiederà in ginocchio, se lui accetta ha perso la faccia e mezzo elettorato. La destra per la prima volta è davvero divisa, una partita tutta da vedere”.
Con la nuova legge elettorale un elettore M5S non deve votarmi, c’è il proporzionale
“Secondo me è giusto e auspicabile che ci sia un contenitore unico, se qualcuno vuole fare due liste va bene lo stesso, importante che si sappia che le idee più riformiste hanno spazio anche nel centrosinistra”.
Così il leader di Iv Matteo Renzi a In onda su La7, a proposito dei diversi movimenti di centro, sottolineando che “nel 2022 “la sinistra era divisa in tre parti” ma oggi “se il centrosinistra sta insieme vince” e “se non vuoi avere La Russa o Vannacci al Quirinale” bisogna unirsi. E “se per divisioni su antipatie personali e perde le prossime elezioni e manda un Vannacci alla presidenza della Repubblica” gli elettori “li rincorrono con i forconi”.
Riferendosi ai mal di pancia del Movimento 5 Stelle nei suoi confronti “penso che sia legittimo che un loro elettore non voglia votare per me, e io non voglio entrare con quel voto. Ma non avete letto bene la legge elettorale, perché io quel voto non lo prendo. Se entro, col proporzionale entro coi miei voti” perché con la nuova legge elettorale “i collegi non ci sono più”. Quindi “io se entro non entro con il collegio regalato da Elly Schlein o Conte se entro è perché la mia lista va bene. Il punto è trovare un accordo su alcuni temi concreti”.
La segretaria dem a Palazzo Chigi? E’ perfettamente in grado di fare la premier
“Condivido al 101% le parole di Schelin. E’ vero quel che dice. Non c’è dubbio che contro Schlein ci siano pezzi di establishment che si muovono magari guardando a un papa straniero”. Lo dice il leader di Iv, Matteo Renzi a In Onda su La7 ribadendo che quando la segretaria dice “sono una donna, amo una donna e ho 40 anni, dice che sono fuori dagli schemi. Ed è naturale che ci sia chi ha paura di lei”.
Ora, secondo Renzi, la segretaria dem ha “due compiti: il primo di lavorare in questo anno per avere rapporti con determinati mondi. Secondo di non perdere contatto con la base”. Quanto poi alla possibilità che possa arrivare a Palazzo Chigi, Renzi non ha dubbi: “è perfettamente in grado di fare la presidente del consiglio”.
Ci dobbiamo mettere d’accordo su 3-4 cose
“Sono molto d’accordo, io un patto antiribaltone sono pronto a firmarlo domani, ci aiuta la legge elettorale proporzionale. Quello che ci manca oggi è un contorno programmatico. Mettiamoci d’accordo su tre 4 cose”. Così il leader di Iv Matteo Renzi a In onda su La7.
(da agenzie)
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Giugno 29th, 2026 Riccardo Fucile
“SENZA FUTURO NAZIONALE POTREMMO PERDERE LE ELEZIONI? NON È MAI UNA QUESTIONE DI SOMMA ALGEBRICA. IL SUO CONSENSO NON LO TRASFERIREBBE NELLA COALIZIONE. PERDEREMMO VOTI NOI E PERDEREBBE VOTI LUI”… “UNA COALIZIONE CON DENTRO VANNACCI E FUORI FORZA ITALIA VORREBBE DIRE CHE NON ESISTE PIÙ IL CENTRODESTRA”
La telenovela su Roberto Vannacci e sul suo ingresso nella coalizione di centrodestra potrà anche durare a lungo, ma gli ostacoli che spuntano lungo quella strada sono ogni giorno più numerosi.
C’è il veto di Matteo Salvini, c’è il quotidiano cannoneggiamento dei vannacciani contro il governo, e anche per Forza Italia – dice la vicepresidente del Senato Licia Ronzulli – si pone un problema serio: «I valori di Vannacci sono opposti ai nostri».
Il generale, dice Ronzulli, «si dice estraneo all’europeismo, alla cultura liberale, all’atlantismo. È il nostro opposto. A dire la verità, non è chiaro quali siano davvero i suoi valori».
Dice di essere un patriota, la vera destra.
«Un patriota non tradirebbe i cittadini italiani che lo avevano votato con un altro partito. E mi sembra che cambi anche spesso idea, se serve a ottenere visibilità e qualche voto in più».
Chiuderebbe la porta?
«In Parlamento lui vota contro il governo insieme a Schlein, Conte, Fratoianni e Bonelli. Ed è uscito dal centrodestra solo pochi mesi fa. Non vedo perché dovrebbe rientrare».
Senza Futuro nazionale potreste perdere le elezioni.
«Non è mai una questione di somma algebrica. Il suo consenso non lo trasferirebbe dentro la coalizione. Perderemmo voti noi e perderebbe voti lui. Da fuori, invece, qualche voto lo toglie alla destra, ma farà danni anche dall’altra parte, perché pesca nel voto di protesta del M5S».
Se Meloni si impuntasse per farlo entrare, Forza Italia si sfilerebbe?
«Questa coalizione esiste da più di 30 anni e ogni decisione si prende insieme. Una coalizione con dentro Vannacci e fuori Forza Italia vorrebbe dire che non esiste più il centrodestra. Detto questo, sono convinta che restando fuori Vannacci sarà vittima del voto utile».
(da La Stampa)
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Giugno 29th, 2026 Riccardo Fucile
L’INDICAZIONE DA VIA DELLA SCROFA ORA È QUELLA DI NON ROMPERE I PONTI CON VANNACCI… LA SPACCATURA NEL PARTITO DELLA PREMIER: FAZZOLARI VUOLE TENERE VANNACCI FUORI DALLA COALIZIONE ANCHE A COSTO DI PERDERE ALLE POLITICHE … SENZA DIMENTICARE IL NODO MARINA BERLUSCONI
Il generale apre. Ma solo uno spiraglio, con la mano già sulla maniglia. Al teatro comunale di
Vicenza, Roberto Vannacci si dice «assolutamente disponibile» all’alleanza con il centrodestra. Subito dopo, però, stende davanti all’uscio «tante linee rosse». È l’arte del sì condizionato: tendere la mano, purché l’altro impari prima a stringerla come vuole lui.
Però qualcosa si muove in maggioranza, visto che i sedicenti futuristi dell’ex parà continuano la galoppata nei sondaggi e diventa sempre più difficile non tenerne conto, se l’obiettivo è tentare di rivincere alle prossime Politiche.
FdI, come raccontato ieri da Repubblica, sta cambiando di nuovo linea, anche sulla scorta di un sondaggio riservato che proietta la creatura vannacciana addirittura in doppia cifra, intorno al 10%.
Non è un’apertura a tutto tondo, ma qualche segnale di abboccamento c’è, per evitare di lacerare troppo i rapporti da qui alle elezioni, metti caso serva davvero siglare un’intesa. E Vannacci come risponde? Dal Veneto si mostra un filo più conciliante del solito. «Siamo assolutamente disponibili a entrare in coalizione». Dice così: assolutamente.
Ma appunto «se verranno rispettate le nostre linee rosse». E ne ha «su tante cose», premette subito. «Sul posizionamento internazionale», che vuol dire in sostanza abbandonare l’Ucraina al suo destino, «sull’energia, sulla sicurezza», vedi alla voce remigrazione, meno tranchant sull’economia, visto che parla di «un sistema che noi giudichiamo debba creare benessere e ricchezza».
Con la premier racconta di non essersi ancora sentito. «Non le ho mai parlato, ho spesso detto che non mi piace parlare per interposta persona. Se Meloni ha qualcosa da dirmi, ha il mio numero di telefono: mi chiami, non abbiamo nessun problema a sostenere qualsiasi tipo di discussione».
Non si mostra pugnace nemmeno con Salvini, che pure si sente giubilato dall’ex militare ora in pensione. «Non serbo rancore con lui, l’esperienza fatta nella Lega è stata costruttiva, non sento di aver fregato nessuno». Disponibile, persino «assolutamente», dunque.
Ma con le mani libere e senza chiudere alla corsa in solitaria: «Salvini non mi vuole? Ognuno va avanti per la propria strada». Non solo alle Politiche, anche alle
prossime amministrative, visto che Fn sarà presente in «quasi tutte le situazioni che richiederanno un suffragio dal 2027 in poi» annuncia, con fare retorico e frasi così: «Il mio “se stante” viene fatto con le stelle, né con Meloni, né con Salvini, né con Tajani».
Tra i Fratelli si ragiona da giorni sulla strategia migliore per contenere Vannacci. Qualcuno apre, come ha fatto pur con molta cautela il capogruppo alla Camera, Galeazzo Bignami, in tv venerdì. Altri – raccontano per esempio che la pensi così Giovanbattista Fazzolari – preferirebbero invece tenerlo fuori dalla coalizione, costi quel che costi, cioè al prezzo di perdere alle Politiche, per «coerenza» con gli elettori e per non mettersi un nemico in casa che poi logorerebbe la fiamma.
Tra le varie ipotesi che circolano, c’è pure quella di un «apparentamento tecnico» con Fn alle Politiche, per strappare il premio di maggioranza, ma senza entrare nel nuovo governo.
FdI pone comunque una condizione per provare a dialogare: che il generale non voti più contro la fiducia al governo Meloni in Parlamento. «Altrimenti si colloca naturalmente all’opposizione – spiega una fonte di primo piano di via della Scrofa – Se davvero è disponibile a confrontarsi con noi, il minimo che possa fare è non votarci contro in Parlamento».
Ma conviene all’ex generale, che sta pescando voti non solo a destra ma anche tra gli antisistema? E pure tra i giovanissimi: tra i Fratelli hanno notato che su TikTok sta diventando virale tra i post-adolescenti la canzone “Remigrazione”, con balletti e mosse, come fosse il singolo di una pop star.
Per Meloni resta l’ostacolo Forza Italia. I dirigenti azzurri che hanno parlato con Marina Berlusconi raccontano che per la presidente di Fininvest Vannacci è quanto di più distante sul piano dei valori. Difficile insomma immaginare che i forzisti possano digerire facilmente l’allargamento della coalizione.
(da Repubblica)
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Giugno 29th, 2026 Riccardo Fucile
L’OBIETTIVO È DARE AI CITTADINI L’IMPRESSIONE DI POTER SCEGLIERE GLI ELETTI SULLA SCHEDA, SENZA INTACCARE TROPPO IL CONTROLLO DELLE SEGRETERIE SUI SEGGI GARANTITI … MA TAJANI E SALVINI NON SEMBRANO DISPONIBILI AD ACCETTARE L’OFFERTA. IN SETTIMANA SI TERRÀ UN VERTICE
Questa settimana – domani o mercoledì – gli sherpa del centrodestra si siederanno intorno a un tavolo per discutere l’ultimo tassello da incastrare nel puzzle del Melonellum. Il più divisivo e delicato: le preferenze. Tanto che non è escluso – tra chi segue il dossier – che il vertice per sbloccare l’impasse alla fine coinvolga i leader.
Di certo, FdI lavora a un ventaglio di opzioni per vincere le resistenze di Lega e Forza Italia. Due sono le più quotate. La prima, il modello toscano: capolista blindato e la possibilità di indicare con una crocetta uno dei candidati dell’elenco.
Il secondo: bloccare non uno, ma due – o persino tre – nomi in testa alle liste (a cui aggiungere una preferenza libera). Entrambi i sistemi hanno in comune un obiettivo: dare ai cittadini l’impressione di poter scegliere gli eletti sulla scheda, senza intaccare eccessivamente il controllo delle segreterie sui seggi garantiti.
Per ora, leghisti e azzurri, non sono allettati da nessuno delle varianti. La convinzione, tra gli alleati, è che qualsiasi forma di preferenza finirebbe comunque per avvantaggiare i partiti più grandi, e dunque FdI. E tuttavia, via della Scrofa non mollerà facilmente.
La modifica sta particolarmente a cuore alla presidente del Consiglio. Online del resto è pieno di video in cui, ai tempi dell’opposizione, chiedeva a gran voce le preferenze.
A dire quanto dall’altra parte il muro sia alto, però, è lo stesso leader della Lega Matteo Salvini: «L’unica mia preoccupazione – dice da Milano Marittima – è fare una campagna elettorale che finisca per permettere solo ai milionari di prendere i voti, perché nel 2000 era un conto, nel 2026 se hai milioni da spendere, entri nelle case di tutti, ma se sei uno studente, un operaio, un impiegato, te la giochi con più difficoltà rispetto a chi ha il portafoglio pieno».§
vannacciani oggi depositeranno un nuovo emendamento sulle preferenze modello Europee (oltre a chiedere di cancellare la norma che permetterà l’esenzione dalla raccolta firme ad Azione, Nm e Iv ma non a +Europa e Fn). Oggi, alla prima scadenza, la maggioranza presenterà solo tre o quattro correttivi di natura tecnica. Per sciogliere i nodi più intricati ci sarà tempo fino alla vigilia delle votazione, il 7 luglio. Mercoledì la capigruppo formalizzerà la tabella di marcia.
(da Repubblica)
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Giugno 29th, 2026 Riccardo Fucile
IERI, AL NATIONAL MALL, IL PARCO CHE COLLEGA CAPITOL HILL AL LINCOLN MEMORIAL, UN’INTERRUZIONE DI CORRENTE HA MANDATO FUORI USO GLI IMPIANTI DI REFRIGERAZIONE E ALCUNE ATTRAZIONI, COME LA RUOTA PANORAMICA… ALMENO 10 STATI HANNO RIFIUTATO DI INVIARE DELEGAZIONI UFFICIALI, CITANDO COSTI E PREOCCUPAZIONI RIGUARDO AL TONO DELL’EVENTO – TRUMP SE LA SUONA E SE LA CANTA, SOSTENENDO CHE 45MILA PERSONE ABBIANO PARTECIPATO AL SUO COMIZIO INAUGURALE, ANCHE SE LE STIME SUL POSTO INDICAVANO POCO PIÙ DI 1.000 PRESENZE
Blackout e scarsa affluenza, complice anche una domenica di pioggia a Washington, hanno
rovinato la festa alla grande fiera voluta da Donald Trump per celebrare i 250 anni degli Stati Uniti.
A soli quattro giorni dall’apertura, l’evento all’iconico Mall, il parco che collega Capitol Hill al Lincoln Memorial, ha subito un blackout nell’area ristoro principale che ha mandato fuori uso gli impianti di refrigerazione, facendo sciogliere i gelati e ritardando di circa 30 minuti la distribuzione di cibi caldi.
Anche altre attrazioni, tra cui la ruota panoramica, hanno subito interruzioni a causa di problemi ai generatori, accentuando la percezione di disorganizzazione. Inoltre l’affluenza è stata inferiore alle aspettative.
Sebbene Trump abbia sostenuto che 45.000 persone hanno partecipato al suo comizio inaugurale, le stime sul posto indicavano poco più di 1.000 presenze, con molti partecipanti che hanno lasciato l’evento prima della fine del discorso. Almeno 10 Stati hanno rifiutato di inviare delegazioni ufficiali, citando costi e preoccupazioni riguardo al tono dell’evento, lasciando così alcuni stand vuoti.
(da agenzie)
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Giugno 29th, 2026 Riccardo Fucile
LE CLIP PATACCA PROVENGONO DALLA PAGINA “MEMO PERNACCHIA”, GIA’ NOTO PER ALTRI FINTI VIDEO PER CRIMINALIZZARE I MIGRANTI… OVVIAMENTE QUESTA FECCIA CRIMINALE E’ ANCORA A PIEDE LIBERO
Circolano diversi video in cui un uomo presentato come un migrante si arrabbia davanti a un supermercato. In ogni versione, il protagonista del video rifiuta il cibo che una passante gli avrebbe offerto, lamentandosi delle poche monete lasciate in elemosina. I filmati non riprendono nulla di realmente accaduto, in quanto questi video dei migranti sono generati con l’intelligenza artificiale. Provengono dalla stessa pagina Facebook che da mesi diffonde finti video sui migranti, stimolando la rabbia degli utenti.
Per chi ha fretta
I video generati con l’intelligenza artificiale e diffusi senza l’etichetta che ne segnala l’origine artificiale.
Provengono dalla pagina Facebook «Memo Pernacchia», già nota per altri finti video sui migranti.
La scena è costruita per suscitare rabbia e indignazione, un meccanismo chiamato rage baiting.
Il contenuto sotto analisi
I video seguono tutti lo stesso copione, con piccole differenze tra una versione e l’altra. Un uomo seduto fuori da un supermercato racconta che una donna anziana gli ha portato una piadina col prosciutto. Lui la rifiuta perché non mangia maiale, la getta via e si lamenta perché nel bicchiere gli sono rimasti solo trenta centesimi. Poi pronuncia un monologo sulla dignità che, dice, «non si compra con trenta centesimi». La scena è chiusa, dura pochi secondi e non indica mai dove e quando sarebbe avvenuta.
Perché si tratta di video creati con l’intelligenza artificiale
Il primo elemento è la provenienza. I filmati nascono dalla pagina Facebook «Memo Pernacchia», la stessa che avevamo già smascherato per i finti video di donne col burqa respinte all’ingresso di uffici e aeroporti e per la finta intervista del TG a un migrante sui sussidi. In entrambi i casi i video erano costruiti a tavolino con l’AI. Nei commenti molti utenti reagiscono come se l’uomo fosse vero e la scena davvero accaduta.
Una scena costruita per indignare
Questi filmati non nascono per informare e non raccontano un fatto. Sono pensati per fare arrabbiare chi li guarda, così da raccogliere commenti, condivisioni e visualizzazioni. È un metodo con un nome, il rage baiting, che diverse inchieste hanno descritto come un vero modello industriale della disinformazione.
I colleghi di Facta riportano come centinaia di pagine producano con l’AI video anti immigrazione spacciati per veri, spesso solo per guadagnare sulle visualizzazioni.
Conclusioni
I video oggetto di verifica, dove dei migranti si arrabbiano per il cibo davanti al supermercato, sono generati con l’intelligenza artificiale e non mostrano alcun episodio reale. Provengono dalla pagina «Memo Pernacchia», la stessa fonte di altri finti video sui migranti che abbiamo già verificato, e vengono diffusi senza alcuna indicazione della loro origine artificiale.
(da Open)
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Giugno 29th, 2026 Riccardo Fucile
IL PROVVEDIMENTO È STATO EMESSO DALLA PREFETTURA DI BIELLA, CHE HA RADDOPPIATO LA PENA MINIMA PREVISTA (6 MESI) – POZZOLO, INOLTRE, DOVRÀ SOTTOPORSI A UN CONTROLLO DA PARTE DELLA COMMISSIONE MEDICA
Sospensione della patente di guida per un anno a carico di Emanuele Pozzolo, il parlamentare che
a inizio giugno, sulla superstrada Biella-Cossato, era finito fuori strada autonomamente con la sua auto, rimanendo illeso.
E’ il provvedimento emesso dalla prefettura di Biella, che ha raddoppiato la sospensione minima di sei mesi prevista.
La notizia, anticipata dall’edizione locale del quotidiano La Stampa, è stata confermata all’ANSA da fonti qualificate. Il deputato era risultato positivo, oltre il consentito, al controllo dell’etilometro.
Pozzolo, che ha una casa a Campiglia Cervo, inoltre dovrà sottoporsi a un controllo da parte della commissione medica. Il parlamentare aveva spiegato di essersi messo alla guida dopo un pranzo e che era stato un nubifragio a provocare l’uscita di strada.
(da agenzie)
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Giugno 29th, 2026 Riccardo Fucile
CHRIS HEDGES:”TRUMP AUMENTA SOLO I PROFITTI DELLL’INDUSTRIA BELLICA, SPERPERA MILIARDI DI DOLLARI DI FONDI PUBBLICI, ALIENA I NOSTRI ALLEATI ED ERODE IL PRESTIGIO DEGLI USA”
«L’Iran è solo l’ultima palude in cui si sono impantanati gli Stati Uniti in Medio Oriente e non è dissimile dalle precedenti». A dirlo oggi a La Stampa Chris Hedges, vincitore del premio Pulitzer nel 2002. «Si basa, come le guerre in Afghanistan e in Iraq, su un’errata interpretazione dei nostri avversari, su una catastrofica incapacità di comprendere i limiti del potere imperiale e sull’assenza di una strategia chiara. Aumenta solo i profitti dell’industria bellica, sperpera miliardi di dollari di fondi pubblici, aliena i nostri alleati ed erode il prestigio globale degli Usa».
Il memorandum
E ancora: «Il memorandum d’intesa in 14 punti cancella ogni linea rossa un tempo imposta dagli Stati Uniti all’Iran. L’attuale memorandum concede a Teheran molto di più di quanto offerto dall’Amministrazione Obama, in quanto si limita a ribadire l’impegno assunto dall’Iran nel 2015 di ‘non procurarsi né sviluppare armi nucleari’. Ma consente agli impianti nucleari e all’arsenale nucleare iraniano di rimanere intatti. Teheran promette solo di diluire il suo uranio arricchito, non è prevista alcuna riduzione dei suoi missili balistici e, con la revoca delle sanzioni statunitensi, è ora libero di esportare il suo petrolio. Il memorandum prevede la
creazione di un fondo di 300 miliardi di dollari per la ricostruzione dell’Iran, in sostanza un risarcimento di guerra».
Un passo indietro
Secondo Hedges, inoltre, «Washington e Teheran si impegnano a ‘rispettare la sovranità e l’integrità territoriale dell’altro Paese e ad astenersi dall’interferire negli affari interni dell’altro’: si tratta di un enorme passo indietro rispetto alla politica statunitense nei confronti dell’Iran».
(da agenzie)
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Giugno 29th, 2026 Riccardo Fucile
LA PAGA ORARIA NELLE AZIENDE PRIVATE E’ DEL 17,4% PIU’ BASSA RISPETTO AGLI UOMINI
(La paga oraria delle donne italiane nelle aziende private è del 17,4% più bassa rispetto agli
uomini. Eppure nel nostro Paese la disparità di stipendio è stata seppellita nel 1963 dai Contratti nazionali di lavoro. Sono passati 60 anni, cosa è successo? Il pay gap orario più alto è nel settore bancario e assicurativo (21,8%), nell’immobiliare (21%) e, in generale, per chi svolge attività legali, contabili, tecniche, di ricerca e sviluppo (23,4%). Tradotto in paga oraria lorda vuol dire che la dipendente di una banca o di un’assicurazione guadagna in media 25 euro contro i 34,9 del collega maschio; nel trasporto aereo sono 12,59 euro contro 22,43; nelle telecomunicazioni ballano 4 euro di differenza.
Il divario salariale cresce insieme con la qualifica. Una donna laureata guadagna in media 20,3 euro lordi l’ora contro i 24,3 di un collega laureato maschio. Le dirigenti italiane, dice Eurostat, arrivano fino al 35% di gap.
Ma la disparità di trattamento c’è anche ai livelli più bassi. L’addetto di una fabbrica di autoveicoli guadagna 20 euro lordi l’ora se è maschio, 18,1 se è femmina.
Siamo in buona compagnia: in Germania il divario medio è del 17,9%, in Francia del 14,2%, in Spagna del 12,2%.
Gli obblighi Ue
Nel 2023 Parlamento e Consiglio europeo hanno approvato la direttiva 970 che obbliga le aziende a rafforzare il principio di parità di retribuzione tra uomini e donne, a rendere trasparenti i criteri con cui si pagano e promuovono i dipendenti e a definire a chi spetta l’onere della prova in un eventuale giudizio.
In Italia la direttiva è stata recepita il 7 giugno: siamo stati tra i primi Paesi a farlo insieme con Slovacchia, Lituania e Malta.
La grande novità introdotta dalla norma europea è che il dipendente, maschio o femmina, può chiedere quanto guadagnano in media i colleghi che fanno lo stesso lavoro o di pari valore. E l’azienda è tenuta a rispondere entro due mesi, fornendo ai lavoratori «la retribuzione lorda annua e la corrispondente retribuzione oraria lorda», quindi compresa la parte ad personam. Già a partire dal giorno dopo l’entrata in vigore della legge, in molte aziende italiane sono iniziate a fioccare le domande, ma quando la signora Rossi o il signor Bianchi otterranno la risposta, sapranno soltanto qual è la retribuzione base stabilita per il loro livello dal Contratto nazionale di lavoro, dal quale non emergeranno disparità. Nessuna informazione sarà invece fornita sui superminimi ad personam, quelli su cui si giocano le differenze di trattamento. Questo avviene perché la legge italiana di recepimento stabilisce che quando un’azienda applica i Contratti nazionali di lavoro, sia automaticamente in regola, poiché gli scatti di anzianità sono articolati in modo trasparente e uguale per tutti. Peccato che le discriminazioni non si giochino sugli scatti di anzianità, ma sulle promozioni.
Trasparenza e onere della prova
La direttiva stabilisce anche che vadano resi espliciti e trasparenti i criteri con cui si danno le promozioni, così da evitare carriere basate più su amicizie e clientele che non sul merito. A casa nostra però le aziende non dovranno spiegare nulla a nessuno, sempre per via del fatto che una volta applicato un Contratto nazionale di lavoro si è già a posto.
Per quel che riguarda l’onere della prova, la norma europea dice che qualora un lavoratore o una lavoratrice denuncino una discriminazione, spetta al datore di lavoro dimostrare in giudizio che il trattamento discriminatorio in busta paga non c’è stato. Anche in questo caso la legge italiana (articolo 4) ribalta il principio: «L’applicazione di un contratto collettivo maggiormente rappresentativo costituisce presunzione di conformità, ferma restando la dimostrazione dell’esistenza di trattamenti retributivi individuali discriminatori». La sostanza è che deve essere il lavoratore a dimostrare il discrimine.
Le falle dei contratti nazionali
Gira e rigira, la legge italiana di recepimento utilizza i Contratti nazionali di lavoro come scudo: basta applicarne uno per esonerare l’azienda da ogni responsabilità sulla trasparenza dei salari. In realtà non si può affatto escludere che ci siano
contratti che in busta paga penalizzino le donne. Laura Calafà e Marco Peruzzi dell’Università di Verona, in un loro recente studio, segnalano come in diversi contratti (dal settore del turismo a quello assistenziale) le mansioni più spesso svolte da donne siano contrattualizzate al minimo. Ma una assistente socio sanitaria addetta alle persone disabili non vale meno di un magazziniere! Quindi andrebbe fatta una verifica su tutti i Contratti nazionali, inclusi quelli pirata, prima di presumere in automatico che siano equi.
Ingolfati dalle carte
La legge che recepisce la direttiva impone alle aziende con oltre 100 dipendenti di compilare un rapporto su tutta la popolazione aziendale con i dati sulle retribuzioni di maschi e femmine (ogni anno per chi ha più di 250 dipendenti, ogni tre per tutti gli altri). Il problema è che un rapporto da compilare c’era già, e riguardava tutte le aziende con più di 50 dipendenti, ma non sarà cancellato, e così le carte da produrre raddoppiano (e non si può certo dare la colpa a Bruxelles). Inoltre le aziende con la certificazione di genere devono presentare altra documentazione sul pay gap ogni tre anni. Infine ci sono le informazioni sul trattamento dei dipendenti da mettere nei rapporti sulla sostenibilità. Insomma, carta su carta, perlopiù inutile, quando invece gli indicatori da monitorare dovrebbero essere pochi, facili da capire e accessibili a tutti. C’è di buono che i dati contenuti nei nuovi rapporti per le aziende sopra i 100 dipendenti riguarderanno tutta la retribuzione lorda, comprese le parti individuali ad personam: vuol dire che quando il divario tra uomini e donne risulterà superiore al 5%, le aziende dovranno mettersi al tavolo con i sindacati per ridurre il divario.
Sanzioni inefficaci
Per le aziende che violano disposizioni su parità di trattamento e divieto di discriminazione uomo-donna, sono state confermate le sanzioni già esistenti. Vanno dai 250 a 10 mila euro, e in alcuni casi prevedono l’esclusione dagli appalti pubblici. Abbiamo chiesto all’Ispettorato del lavoro quante sanzioni sono state finora applicate: nessuna risposta. Ora però la partita rischia di giocarsi nelle aule dei tribunali, poiché ogni norma Ue sufficientemente chiara e incondizionata deve trovare applicazione davanti ai giudici nazionali e può essere invocata dai singoli individui. Infatti la direttiva è molto precisa sul fatto che il lavoratore possa
pretendere di conoscere la retribuzione media lorda complessiva di chi fa il suo lavoro o un lavoro di pari valore. In tal caso non varrà la versione annacquata della legge italiana, tant’è che giuslavoristi come Tiziano Treu, Laura Calafà, Maurizio Del Conte, Giampiero Falasca hanno sollevato dubbi di conformità.
Quello che può succedere, in concreto, è che in caso di contenzioso, il giudice potrà rivolgersi alla Corte di giustizia europea per avere un parere, e la Corte se ritiene che il recepimento italiano sia discordante rispetto alla direttiva, può a sua volta far scattare la procedura d’infrazione.
Come si regolano le aziende
Intanto molti dipendenti stanno già chiedendo la retribuzione media dei colleghi, maschi e femmine. Valentina Mosca, responsabile area diversità e inclusione di Mercer, fa un primo bilancio: «In alcune grandi aziende a farsi avanti è stato il 2% dei dipendenti, spesso più uomini che donne, e le multinazionali si stanno attrezzando per rispondere con informazioni che tengono conto della retribuzione fissa in tutte le componenti e non limitandosi ai minimi tabellari, pur escludendo i compensi una tantum. A spingere in questa direzione contribuiscono diversi fattori: l’esigenza di garantire coerenza in tutti i Paesi in cui le multinazionali operano e il tema reputazionale». Tradotto: l’esigenza consiste nella necessità di evitare cause collettive, visto che Paesi come la Francia e la Spagna si stanno adeguando agli standard richiesti.
Cause importanti sulla trasparenza salariale ci sono state in Inghilterra dove Tesco rischia di dover sborsare 4 miliardi di sterline per allineare le retribuzioni delle proprie commesse che guadagnavano meno dei magazzinieri. Una causa collettiva ha costretto Walt Disney a sborsare 48 milioni di dollari. In Italia niente azioni legali, niente richieste di intervento alle consigliere di parità. La questione della disparità retributiva uomini-donne è sempre rimasta sotto il tappeto e lì, per come è stata recepita la direttiva, continuerà a stare. Gli stessi sindacati non si sono particolarmente sbattuti affinché la montagna non sfornasse un topolino. Tirando le somme: le grandi aziende probabilmente si adegueranno a standard di trasparenza più alti, mentre le medio-piccole continueranno a giocare al ribasso.
Ma se si vuole davvero che le donne partecipino di più al mercato del lavoro – e l’Italia ne ha bisogno per produrre più ricchezza e più figli – bisogna cominciare pagandole il giusto.
Milena Gabanelli e Rita Querzè
(da Il corriere.it)
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