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L’ASSALTO SOVRANISTA ALLE POLTRONE: FRATELLI, CUGINI, VECCHI ARNESI E SCONOSCIUTI CON IL CURRICULUM DEBOLE: L’ULTIMA NOMINA È QUELLA DI MICHELE SCISCIOLI, FEDELISSIMO DI GIORGETTI, ALLA ZECCA DELLO STATO (AL POSTO DI UN ALTRO COCCO DEL MINISTRO, FRANCESCO SORO, DIVENTATO DG AL MEF)

Luglio 7th, 2025 Riccardo Fucile

AL’ARERA STRADA SPIANATA PER ROBERTO ALESSE, EX SOCIO DEL CAPO DI GABINETTO DI GIORGIA MELONI, GAETANO CAPUTI …IL CUGINO DI FAZZOLARI, ROCCO BELLANTONE, IN PISTA PER L’AGENAS

L’appartenenza prima di tutto. Società note o meno note, enti, agenzie pubbliche, authority. La destra dell’era di Giorgia Meloni si è infilata per afferrare pezzi di potere. E contin
senza sosta, piazzando dirigenti locali, politici dei territori riciclati, ma anche deputati o ex sottosegretari.
Spesso a dispetto dei curricula poco attinenti agli incarichi.
Dalla Commissione sui conti delle società sportive al parco del Pollino, passando per l’Autorità portuale del mar Ionio, non ci sono solo le grandi partecipate, esiste un sottobosco di poltrone da assaltare. L’ultimo caso è l’Istituto poligrafico zecca dello stato (Ipzs).
Giancarlo Giorgetti ha imposto un proprio fedelissimo, Michele Sciscioli, che ha preso il posto di un altro uomo del ministro dell’Economia, Francesco Soro, passato proprio al Mef con il prestigioso ruolo di direttore generale.
Sciscioli, cresciuto nella Sogin (società per lo smantellamento delle centrali nucleari) dove ha coltivato il proprio spazio di potere, si è trasformato nell’uomo di Giorgetti al dipartimento Sport, passando da Valentina Vezzali (sottosegretaria nel governo Draghi) all’attuale ministro Andrea Abodi.
Giorgetti lo ha voluto all’Ipzs, società che considera centrale, in ottica di innovazione e per proseguire il lavoro di Soro. Sciscioli, docente all’Università del Salento, è spesso finito al centro di polemiche per il curriculum scarno secondo quello che è reperibile sui siti ufficiali (su cui per legge è imposta la trasparenza).
Ci sono, dunque, le nomine già chiuse, come all’Ipzs, ma altre sono ancora nell’alto mare degli scontri politici. Il prossimo boccone è l’Arera, l’autorità che si occupa della regolazione delle reti elettriche dove è in uscita il presidente Stefano Besseghini.
L’importanza è palese in tempi di caro energia. Il principale candidato è Roberto Alesse, direttore dell’Agenzia delle dogane dei monopoli sponsorizzato da Fratelli d’Italia e da palazzo Chigi. In particolare è gradito a Gaetano Caputi, capo di gabinetto di Giorgia Meloni, ed ex socio proprio di Alesse. Difficile che possa perdere la partita.
Forza Italia ci prova, però, con il suo candidato: l’ex sottosegretario all’Informazione, Giuseppe Moles, ora ad di Acquirente unico. Funzione che gli conferisce maggiore autorevolezza. Ma lo spostamento aprirebbe un’altra rumba: si dovrebbe trovare un sostituto in Acquirente unico. La Lega vuole giocarsi la carta di Laura Ravetto, deputata ex Forza Italia e ora con Matteo Salvini.
La vulcanica parlamentare sembra però destinata a un posto nel cda di Arera non alla presidenza. L’alternativa a Ravetto sarebbe Paolo Arrigoni, ex parlamentare leghista e attuale presidente del Gse (Gestore servizi energetici). Il suo nome provoca dubbi e malumori nella stessa maggioranza. È già insediato in una casella importante.
Oltre all’energia, c’è un’altra frontiera di conquista della destra italiana: è Cinecittà con il corollario di dimissioni a raffica. È tornato infatti a disposizione l’incarico di presidente dopo l’improvviso passo indietro di Chiara Sbarigia.
La Lega pretende la poltrona, in quota Lucia Borgonzoni, la sottosegretaria con la delega all’audiovisivo, supportata dal vicesegretario del partito, Claudio Durigon. Il nome di Isabella Ciolfi, già dirigente leghista e attuale componente del consiglio di amministrazione, è l’evergreen al pari di Giuseppe De Mita, figlio di Ciriaco, emanazione delle sorelle Meloni. Fratelli d’Italia vorrebbe insomma mettere le mani sulla società di via Tuscolana.
La novità, riportata da Repubblica, è quella dell’ex senatore Antonio Saccone. Ex Forza Italia, ora Udc con buoni uffici leghista: il compromesso perfetto nella faida a Cinecittà.
I veleni paralizzano poi l’Agenas, l’Agenzia per i servizi sanitari regionali, che passa da un reggente all’altro dopo le dimissioni
dell’allora presidente Enrico Coscioni. Manuela Lanzarin, assessora alla Sanità in Veneto e pupilla di Luca Zaia, è stata presidente facente funzione fino ad aprile, poi ha lasciato il testimone della reggenza a Milena Vainieri. Sullo sfondo ci sono forti tensioni
Rocco Bellantone, il medico cugino del sottosegretario Giovanbattista Fazzolari, sta cercando sponde politiche a dispetto dei dubbi di molti meloniani. FdI punta infatti su Marco Mattei, capo di gabinetto del ministro della Salute, Orazio Schillaci.
La Lega non molla: spinge per l’ex vicepresidente della regione Liguria, Sonia Viale, caldeggiata anche dall’attuale governatore ligure, Marco Bucci. Un triello che – raccontano – potrebbe finire con una soluzione a sorpresa: il commissariamento.
Abbondano i curricula specchiati nel sottobosco dei nominati a destra. C’è Antonio Tisci, indicato tre mesi fa, come commissario straordinario di un altro ente parco, quello dell’Appennino Lucano – Val d’Agri – Lagonegrese.
Tisci, ex direttore generale dell’Arpa Basilicata, in quota Fratelli d’Italia, a maggio è stato assolto, al termine del processo con rito abbreviato, dall’accusa di aver violato la quarantena durante la pandemia da Covid-19: il meloniano a febbraio 2022 era stato trovato in ufficio durante un controllo dei Nas, nonostante fosse risultato positivo a un test rapido e inserito nella piattaforma regionale per l’isolamento domiciliare. Oggi è stato ritenuto «non punibile per la particolare tenuità del fatto».
Guida invece l’Autorità di sistema portuale del Mar Ionio – Porto di Taranto, nella qualità di commissario straordinario, Giovanni Gugliotti.
Il decreto, firmato dal ministro Matteo Salvini, è del 16 giugno 2025. Anche lui non è un tecnico tout court. Avvocato e già sindaco di Castellaneta oltre che presidente della provincia di
Taranto dal 2018 al 2022, Gugliotti è transitato da Forza Italia alla Lega.
Alle opposizioni che hanno polemizzato sulla sua nomina, il neo commissario dell’autorità di sistema portuale ha replicato: «Non è vero che io non conosca il mare. Sono un appassionato di mare, ho la patente nautica da vent’anni».

(da Domani)

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PER GIORGIA MELONI IL PARLAMENTO È SOLO UN INGOMBRO: IL GOVERNO DEI SEDICENTI PATRIOTI HA CENTRALIZZATO A PALAZZO CHIGI E NEI MINISTERI L’ATTIVITÀ LEGISLATIVA, HA UNA MEDIA DI 2,9 VOTI DI FIDUCIA AL MESE, E HA FATTO REGISTRARE IL RECORD DI DECRETI: IL 37% DELLE 211 LEGGI APPROVATE

Luglio 7th, 2025 Riccardo Fucile

SCARSEGGIANO I DIBATTITI PARLAMENTARI, LE DISCUSSIONI SUI PROVVEDIMENTI. È RIDOTTA AL MINIMO LA FUNZIONE DELLE CAMERE, TRASFORMATE IN UNA SORTA DI MUSEO, PER OSPITARE MOSTRE, CONCERTI, PREMIAZIONI, GIORNATE DEL PANETTONE E DEL CANTO GREGORIANO

Un enorme neonato in marmo bianco, quasi due metri per uno e mezzo, sta rannicchiato a terra da qualche giorno nel pavimento del cortile della Camera dei deputati. È acciambellato come un feto, inerte, fragile.
L’ha scolpito l’artista Jago, ispirato dai senzatetto di New York, come simbolo di povertà, discriminazione, indifferenza: collocato qui, nel cuore del Palazzo, con tanti onori da parte del presidente Lorenzo Fontana, è più che altro una spaventosa e bianchissima rappresentazione dello stato del Parlamento. Giacente, indifeso, in agonia, mezzo morto.
Non a caso la scultura è arrivata pochi giorni dopo l’approvazione del decreto sicurezza, il numero novantotto su cento che il governo ha fatto passare in soli due anni e mezzo, il provvedimento nel frattempo massacrato dalla Cassazione come ampiamente previsto da giuristi e commentatori e a sua volta simbolo, oltretutto, del massacro della dignità dei lavori parlamentari di cui è stato oggetto
A prenderla di petto bisognerebbe dire che il neonato marmoreo è un formidabile segno di una democrazia sfigurata, latitante, collassata, dissolta, attaccata dai tarli, come l’ha descritta lo storico e deputato del Pd Federico Fornaro nel suo “Una democrazia senza popolo” (Bollati Boringhieri), sta di fattoche ancora prima dell’apoteosi con la polemica sulla settimana corta ipotizzata dal ministro dei rapporti col Parlamento Luca Ciriani già a metà mese la Camera dei deputati è stata convocata per lavorare in tutto quattro ore, nella settimana tra il 16 e il 21 giugno.
Con questo scintillante programma: interpellanze e interrogazioni, votazioni sul decreto Irpef, dibattito sull’istituzione della giornata della ristorazione, mozioni petrattenere i ricercatori in Italia (e qui la maggioranza ha approvato un testo di Italia viva, per puro errore). Totale: quattro ore.
Il calcolo l’ha fatto in Aula Valentina D’Orso, deputata dei Cinque stelle, cercando di provocare un sussulto di dignità nei deputati, in un intervento che è a sua volta dimostrazione tangibile della notevole e forse insperata evoluzione parlamentarista di un Movimento che era entrato nei palazzi per aprirli come una scatoletta di tonno
Ogni legislatura ha il suo segno, il suo punto di novità: negli ultimi quindici anni c’è stata per esempio la fase dei tecnici, la fase grillina, la fase dei Dpcm.
La tendenza a centralizzare l’attività legislativa, a spostare il peso sul potere esecutivo, non è di oggi, anche se peggiora sempre di più: il governo Meloni ha una media di 2,9 voti di fiducia al mese (96 fino a ora), un numero di decreti pari al 37 per cento delle 211 leggi approvate tra il settembre 2022 e oggi (di queste solo 85 sono ordinarie, dato Openpolis), ha stabilito un record rispetto agli ultimi quattro governi, ma non di tanto.
Quello che è davvero nuovo è che, fuori dalla decretite e dalla tendenza a duplicare i reati, c’è davvero poco altro. Non solo in termini di provvedimenti approvati: scarseggiano proprio i dibattiti parlamentari, le discussioni su provvedimenti che magari neanche arrivano in fondo all’iter ma almeno tengono viva l’attività. Meccanismi di cui la stessa premier Meloni si è nutrita, nei suoi sedici anni di parlamentare.
Oggi invece il livello è tale da far paradossalmente risaltare per vivacità parlamentare persino gli anni berlusconiani, ed è tutto dire: è vero che da premier Berlusconi sognava di far votare solo i capigruppo, ma in pratica persino delle leggi bavaglio o delle leggi ad personam si discuteva per settimane, tra aggettivi e commi, prima di vedere i provvedimenti magari affossati da
qualche braccio di ferro interno alla maggioranza, o dal Quirinale o dalla Consulta.
Oggi niente di tutto questo. Semmai, ecco, si rimanda, come si è fatto per premierato e separazione delle carriere. Non di rado i dibattiti vengono sottoposti a tagliola, gli emendamenti nemmeno discussi, ci si dedica ad altro. In mezzo ci sono stati fra l’altro gli anni dell’anticasta, i meccanismi populisti che hanno rafforzato l’allergia alla complessità, le leggi che hanno sventolato la bandiera della semplificazione.
Ciliegina sulla torta, il taglio di un terzo dei parlamentari voluto da M5S e votato nel corso di due governi da quasi tutti i gruppi parlamentari nella scorsa legislatura che ha avuto fra l’altro l’effetto di complicare i lavori delle Camere: le commissioni ad esempio non possono più riunirsi contemporaneamente (i parlamentari ora ne hanno per lo meno due da seguire), devono procedere a scartamento ridotto, in modo più lento e farraginoso.
Eccola quindi la novità. Si legifera (o non si legifera) per lo più per mano del governo, al punto che persino la proposta per la Camera di non lavorare il venerdì è stata avanzata da un ministro. E il Parlamento viene schiacciato sempre più nella direzione di una funzione auditiva, quando non addirittura esornativa, o museale.
I momenti di maggior fervore parlamentare sono spesso legati alla presenza della premier (le comunicazioni in vista di un consiglio europeo, il question time) o dei ministri di maggior peso.
È scoraggiato in ogni modo l’approdo in Aula di discussioni che possano andare trasversalmente a spaccare la maggioranza: quelle discussioni si fanno fuori, vedasi il terzo mandato, oppure non si fanno proprio, vedasi il salario minimo.
Grandissimo spazio, in proporzione, viene dato a dibattiti
inoffensivi. Finora, ad esempio, sono stati presentati ben 116 testi per istituire giornate commemorative i più forsennati Fratelli d’Italia e Lega, seguiti da Noi moderati e Forza Italia e, cosa ancora più insolita, molte di quelle proposte sono state addirittura discusse.
A fianco dei dibattiti inoffensivi, c’è quella che si può definire una tendenza museale. Un po’ come si va oggi al Colosseo pensando che una volta c’erano i combattimenti coi leoni, adesso si può arrivare in un luogo adibito all’attività politica e legislativa come il Senato a celebrare i suoi 75 anni con un concerto in Aula di Gianni Morandi, come accaduto l’8 maggio, con il presidente Ignazio La Russa che regala al cantante il campanello in quanto icona della cultura musicale italiana e buffet a seguire nella Sala Garibaldi.
Oppure alla Camera si può assistere a quella che il presidente Fontana ha battezzato come l’apertura della democrazia alla dimensione culturale in molti modi: con la scultura di Jago ma anche con l’arrivo della preziosa borsa da lavoro appartenuta a Paolo Borsellino, evento che con tutti gli onori si è tenuto direttamente nel Transatlantico antistante all’Aula, tanto non c’erano lavori in corso, appunto.
Tra eventi e celebrazioni, c’è un grande attivismo nell’attribuzione di medaglie, in questo senso si segnala sopra a tutti il presidente della commissione Cultura della Camera Federico Mollicone: la più recente l’ha consegnata alla pro -loco di Roma Capitale, per la riscoperta dell’antica tradizione popolare e artistica dell’infiorata.
Sono poche le sedute d’Aula ma tanti gli eventi: solo a prendere tra gli ultimi, gli stati generali dell’energia, un convegno sull’osteopatia, la messa in onda di un documentario dedicato a Carlo Mazzone, l’illustrazione di un progetto sui gatti delle Vele di Scampia, tutta una vita parallela dell’istituzione mentre la
politica agonizza.
Per non parlare delle conferenze stampa. La sala è super prenotata, peggio del Campidoglio per i matrimoni a maggio, guai a sforare anche solo di cinque minuti: libri sulle bonifiche, sui paesaggi musicali in Palestina, sulla vita di Andrea Carnevale (titolo: “Destino di un bomber”), festival come quello sul teatro antico di Formia, appelli alle start up, dati annuali su banche e su droga, piattaforme per prenotazioni di aerei, soluzioni per case green, riciclo dei pannelli fotovoltaici, concerti al Colosseo, eccetera.
Uno ogni ora, con la fila che si forma fuori in attesa di poter entrare, come se poi questa parcellizzata corsa ai cinque minuti d’attenzione possa essere l’unica attività di Palazzo in grado di raccogliere qualche entusiasmo, qualche persona.
E dire che, giusto la sera della vittoria elettorale del settembre 2022, oltre ai ringraziamenti di rito Giorgia Meloni aveva giurato dall’Hotel Parco dei Principi che il suo sforzo e la sua sfida sarebbe stata tornare a far credere le persone nelle istituzioni. Certo poi è entrata alla Camera per le consultazioni e all’ingresso ha trovato campeggiare le gigantografie di Borsellino e Falcone per la mostra dedicata agli eroi dell’Antimafia, che in quei giorni si teneva. Forse è stata lì, l’illuminazione.

(da “l’Espresso”)

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SI METTE MALE IN SICILIA PER LA MELONIANA ELVIRA AMATA, L’ASSESSORE REGIONALE AL TURISMO FINITA NELLA MEGA INCHIESTA SUL PRESUNTO SISTEMA DI CORRUZIONE E SPARTIZIONE ALLA REGIONE

Luglio 7th, 2025 Riccardo Fucile

AMATA, A CUI È STATO NOTIFICATO UN AVVISO DI CONCLUSIONE DELLE INDAGINI PRELIMINARI (PRELUDIO DELLA RICHIESTA DI RINVIO A GIUDIZIO), È FINITA NEL MIRINO DEGLI INVESTIGATORI PER CORRUZIONE IN UN PRESUNTO PATTO DI SCAMBIO CON LA MOGLIE DI TOMMASO DRAGOTTO, PATRON DI “SICILY BY CAR”… IN UN FILONE DIVERSO È COINVOLTO L’ALTRO MELONIANO GAETANO GALVAGNO, PUPILLO DI LA RUSSA

La procura di Palermo ha chiuso la prima parte degli accertamenti sulla corruzione che viaggerebbe tra Regione e Assemblea regionale siciliana, notificando un avviso di conclusione delle indagini preliminari – preludio della richiesta di rinvio a giudizio – all’assessore siciliano al Turismo, Elvira Amata, di Fratelli d’Italia, e all’imprenditrice Marcella Cannariato, moglie del patron di Sicily by Car, Tommaso Dragotto.
L’ipotesi è quella di un patto di scambio – che sarebbe confermato dalle intercettazioni della Guardia di finanza – tra l’esponente del governo Schifani e la Cannariato.
In un filone diverso è coinvolto anche il presidente dell’Assemblea regionale siciliana, Gaetano Galvagno, con la sua ex portavoce e faccendiera Sabrina De Capitani.
Per quel che riguarda Amata, i pm Andrea Fusco e Felice De Benedittis contestano i rapporti tra Cannariato e il capo di gabinetto dell’assessore, Giuseppe Martino, detto Pippo. Marcella Cannariato, che seguiva numerose fondazioni e riceveva finanziamenti regionali attraverso l’assessorato al Turismo, per ottenere quei fondi avrebbe assunto il nipote dell’assessore in una delle sue società (A&C broker) e dato un incarico ben retribuito di consulenza a Martino.
L’ipotesi dell’accusa è che dietro ci fosse un patto di scambio. Il governatore Renato Schifani non ha voluto mettere in discussione, negando di averne chiesto le dimissioni.

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SEQUESTRATA LA SEDE DEL MOVIMENTO DI ESTREMA DESTRA “AVANGUARDIA TORINO” I CUI MEMBRI “ESALTAVANO METODI FASCISTI E NAZISTI”

Luglio 7th, 2025 Riccardo Fucile

SECONDO LA PROCURA DEL CAPOLUOGO PIEMONTESE, CHE PROCEDE CON L’ACCUSA DI ASSOCIAZIONE A DELINQUERE FINALIZZATA ALLA PROPAGANDA, DAL 2024 ALL’INTERNO DELLO STABILE SONO STATI ORGANIZZATI DEGLI EVENTI CON “FINALITÀ ANTIDEMOCRATICHE” IN CUI SONO STATE PROPAGANDATE IDEE RAZZISTE

La sede del movimento ‘Avanguardia Torino’ è stata messa sotto sequestro dai carabinieri del Ros, nel capoluogo piemontese, nel corso di un’indagine su una serie di iniziative considerate di “esaltazione” dei principi e dei metodi del fascismo e del nazismo. Il provvedimento è stato emesso da un gip del tribunale. Si procede per ‘associazione finalizzata alla propaganda e istigazione a delinquere per motivi di discriminazione razziale, etnica e religiosa’ e per la violazione della legge del 1952 sulle ‘manifestazioni fasciste’. La sede del circolo è chiamata ‘Edoras’.
La procura di Torino ne aveva chiesto il sequestro per evitare che la disponibilità dei locali continuasse ad agevolare i comportamenti sotto osservazione. I nomi di alcune persone sono state iscritte nel registro degli indagati. Nel 2024 sono stati organizzati eventi musicali e culturali, con la partecipazione di militanti italiani e stranieri, durante i quali, secondo gli inquirenti, si sono verificati momenti di “esaltazione dei principi e dei metodi del fascismo” e delle sue “finalità
antidemocratiche”, oltre che di idee razziste.

(da agenzie)

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E TI PAREVA: SI È SUICIDATO IL MINISTRO DEI TRASPORTI RUSSO ROMAN STAROVOIT: DOPO 14 MESI AL SUO POSTO, QUESTA MATTINA IL 52ENNE ERA STATO RIMOSSO DA PUTIN

Luglio 7th, 2025 Riccardo Fucile

PRIMA DEL “LICENZIAMENTO” DI STAROVOIT, CENTINAIA DI VOLI SONO STATI CANCELLATI O RITARDATI NEGLI AEROPORTI DI MOSCA E DI SAN PIETROBURGO A CAUSA DELLA MINACCIA DEGLI ATTACCHI DI DRONI UCRAINI

Roman Starovoit, il ministro dei Trasporti russo rimosso oggi dal presidente Vladimir Putin, si è suicidato, secondo quanto scrive il sito del quotidiano Izvestia.
Il presidente russo Vladimir Putin ha rimosso dall’incarico il ministro dei Trasporti Roman Starovoit. Lo riporta l’agenzia di stampa Ria Novosti spiegando che il decreto firmato da Putin entra in vigore con effetto immediato.
Al posto di Starovoit, governatore della regione di Kursk dall’ottobre del 2018 chiamato al governo come ministro dei Trasporti nel maggio del 2024, è stato nominato, per assumere l’incarico come facente funzione Andrei Nikitin vice ministro dei Trasporti dallo scorso febbraio e in precedenza ex governatore di Novgorod dal 2017, ha confermato la Tass dopo che Vedomosti aveva anticipato il cambio della guardia e che la decisione di silurare Starovoit era stata presa “diversi mesi fa”.
L’operato di Starovoit, 52 anni, come governatore era stato oggetto di critiche dopo l’incursione delle forze ucraine nella regione che aveva governato, nell’agosto dello scorso anno. Il suo nome non è comparso nelle diverse indagini aperte ma le fortificazioni che i militari ucraini hanno superato senza fatica lo scorso agosto erano state costruite durante il suo mandato di governatore, con appalti da 15 miliardi di rubli (191 milioni di dollari) e cantieri aperti per quasi tre anni.
Putin ha operato una serie di licenziamenti dopo l’inizio dell’incursione delle forze di Kiev oltre il confine, incluso il successore di Starovoit come governatore, Aleksei Smirnov, arrestato lo scorso aprile con l’accusa di corruzione negli appalti per la costruzione delle fortificazioni. Al posto di Smirnov era stato nominato il deputato Aleksandr Khinshtein.

(da agenzie)

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UNO SPETTRO S’AGGIRA PER L’EUROPA, L’EMERGENZA ABITATIVA: DA DUBLINO A BARCELLONA FINO A MILANO, LE PERSONE NON RIESCONO PIÙ A PERMETTERSI UNO STRACCIO DI CASA

Luglio 7th, 2025 Riccardo Fucile

I PREZZI DEGLI IMMOBILI AUMENTANO VERTIGINOSAMENTE E CON ESSI LE DISEGUAGLIANZE: COLPA ANCHE DEI FONDI DI INVESTIMENTO, CHE HANNO FATTO MANBASSA DI IMMOBILI GRAZIE AI BASSI TASSI DI INTERESSE, E CONSIDERANO L’EDILIZA SOLO UNA FONTE DI GUADAGNO PARTICOLARMENTE REDDITIZIA

Stiamo vivendo un grande esperimento: la finanza può garantire diritti umani fondamentali come l’alloggio? La risposta è sempre più no
“La crisi immobiliare rappresenta oggi una minaccia per l’UE pari a quella della Russia”, ha recentemente dichiarato Jaume Collboni, sindaco di Barcellona.
“Corriamo il rischio che le classi lavoratrici e medie giungano alla conclusione che le loro democrazie sono incapaci di risolvere il loro problema più grave”, scrive The Guardian.
Non è difficile capire il punto di vista di Collboni. Da Dublino a Milano, i residenti vedono regolarmente metà del loro reddito assorbito dall’affitto, e per la maggior parte di loro possedere una casa è impensabile.
Le grandi città stanno assistendo a un aumento vertiginoso dei prezzi delle case e alcune registrano aumenti mediani degli affitti da capogiro, superiori al 10% su base annua.
Le persone sono costrette a vivere in condizioni sempre più precarie e anguste e il numero dei senzatetto è in rapido aumento.
Come afferma Collboni, l’edilizia abitativa è al centro della crescente disaffezione politica in tutta l’Europa continentale.
La crisi sta alimentando l’estrema destra, legata, ad esempio, al sostegno all’Alternative für Deutschland in Germania e alla recente vittoria del partito anti-islamico olandese. L’edilizia abitativa è diventata uno dei principali motori della disuguaglianza, rafforzando le divisioni tra chi possiede beni e chi non ne ha e colpendo in modo sproporzionato i gruppi minoritari.
Negli ultimi decenni, in tutta l’Europa si è verificata la stessa situazione, anche se in modi molto diversi: il potere è passato a coloro che traggono profitto dagli alloggi, allontanandosi da coloro che vi abitano.
La manifestazione più eclatante di questo cambiamento è la proprietà e il controllo su larga scala delle abitazioni da parte delle istituzioni finanziarie, in particolare dopo la crisi finanziaria globale del 2008.
Nel 2023, 1,7 trilioni di dollari del patrimonio immobiliare globale erano gestiti da investitori istituzionali quali società di private equity, compagnie assicurative, hedge fund, banche e fondi pensione, rispetto ai 385 miliardi di dollari del 2008.
Spinti da una politica monetaria espansiva, questi attori considerano l’edilizia abitativa europea una “classe di attività” particolarmente redditizia e sicura.
La portata della proprietà istituzionale in alcuni luoghi è sbalorditiva. In Irlanda, quasi la metà di tutte le unità consegnate
dal 2017 sono state acquistate da fondi di investimento. In tutta la Svezia, la quota di appartamenti in affitto privati con investitori istituzionali come proprietari è salita al 24%.
A Berlino, 40 miliardi di euro di beni immobiliari sono ora nei portafogli istituzionali, pari al 10% del patrimonio immobiliare totale.
Nelle quattro maggiori città olandesi, un quarto delle case in vendita negli ultimi anni è stato acquistato da investitori. Anche a Vienna, città ampiamente lodata per il suo vasto patrimonio immobiliare sovvenzionato, gli attori istituzionali hanno ora investito in ogni decima unità abitativa e nel 42% delle nuove case in affitto private.
Non tutti gli investitori sono uguali. Ma quando l’obiettivo è quello di guadagnare con gli immobili, ciò può significare solo una cosa: i prezzi salgono.
Come sottolinea Leilani Farha, ex relatrice speciale delle Nazioni Unite, i fondi di investimento hanno il “dovere fiduciario” di massimizzare i rendimenti per gli azionisti, che spesso includono i fondi pensione da cui dipendono i cittadini comuni. Fanno quindi tutto il possibile per aumentare i prezzi e ridurre le spese, anche attraverso la “renoviction” (utilizzare la ristrutturazione come scusa per aumentare gli affitti), la manutenzione insufficiente e l’introduzione di tasse punitive.
La conquista delle nostre case da parte delle grandi aziende non è nata dal nulla.
Decenni di privatizzazione, liberalizzazione e speculazione del mercato immobiliare hanno permesso al settore finanziario di rafforzare la sua presa sulle famiglie europee.
A partire dagli anni ’80, in paesi come l’Italia, la Svezia e la Germania, gli appartamenti di proprietà dello Stato sono stati trasferiti in massa al mercato privato
Con lo smantellamento del ruolo dello Stato sociale nella
fornitura di alloggi, molti paesi hanno cercato di intervenire sul lato della domanda, ad esempio liberalizzando il credito ipotecario.
Ciò ha alimentato una speculazione diffusa, fatto aumentare i prezzi delle case e incoraggiato livelli estremi di indebitamento delle famiglie.
La crisi finanziaria del 2008 ha offerto nuove opportunità agli investitori. Paesi come Spagna, Grecia, Portogallo e Irlanda sono diventati un tesoro di beni “in sofferenza” e debiti ipotecari che potevano essere acquistati a prezzi stracciati. Nonostante la devastazione causata dalla crisi, la dipendenza dell’Europa dal settore finanziario per le soluzioni abitative si è intensificata negli anni successivi.
Con il trasferimento del potere agli investitori e agli speculatori e la crescente dipendenza dei governi da questi ultimi, il potere è stato sottratto ai residenti.
Al fine di incentivare o “ridurre il rischio” degli investimenti privati, i governi di tutta Europa hanno indebolito le tutele degli inquilini, ridotto le norme urbanistiche e gli standard edilizi e offerto sussidi speciali, sovvenzioni e agevolazioni fiscali a entità quali i fondi di investimento immobiliare. Un gruppo in particolare ha subito il peso maggiore di questa situazione: gli inquilini.
Ma le prove suggeriscono che un maggiore coinvolgimento dei mercati finanziari non ha aumentato la proprietà immobiliare complessiva o l’offerta di alloggi, ma ha invece gonfiato i prezzi delle case e gli affitti.
Il fatto è che gli investitori istituzionali non sono realmente interessati alla produzione di alloggi. Aumentare significativamente l’offerta è direttamente contrario ai loro interessi.
Come ammette un gestore patrimoniale, la carenza di alloggi è
negativa per i residenti ma “favorevole ai flussi di cassa”. Il presidente di Blackstone ha ammesso che “i grandi segnali di allarme nel settore immobiliare sono il capitale e le gru”. In altre parole, hanno bisogno della carenza per mantenere alti i prezzi.
Laddove il capitale aziendale produce nuove abitazioni, queste saranno ovviamente redditizie al massimo. Città come Manchester, Bruxelles e Varsavia hanno assistito a una proliferazione di prodotti immobiliari ad alto margine di profitto, come microappartamenti, build-to-rent e co-living. Progettati con l’esplicito intento di ottimizzare i flussi di cassa, questi prodotti sono sia inaccessibili che inadatti alla maggior parte delle famiglie.
Common Wealth, un think tank che si occupa di proprietà, ha scoperto che il settore degli affitti a canone fisso finanziato da fondi di private equity, che rappresenta il 30% delle nuove case a Londra, si rivolge prevalentemente a single con redditi elevati.
Le famiglie rappresentano solo il 5% degli inquilini di affitti a canone fisso, rispetto a un quarto del settore degli affitti privati in generale.
Queste appendici aziendali troppo costose sono un duro promemoria dell’incapacità del mercato di fornire alloggi adeguati alle esigenze e al reddito della maggior parte delle persone.
Mentre l’edilizia abitativa è al centro della disillusione politica odierna, per lo stesso motivo sta diventando uno dei principali fattori scatenanti della mobilitazione in tutta Europa. Nell’ottobre 2024, 150.000 manifestanti hanno marciato per le strade di Madrid chiedendo un intervento.
Alcuni governi, tra cui la Danimarca e i Paesi Bassi, stanno introducendo politiche per scoraggiare gli speculatori.
Ma il capitale immobiliare continua a detenere il potere e quindi continua a fare il bello e il cattivo, anche sfruttando le
scappatoie e facendo pressione contro le politiche che mettono a rischio i profitti.
Con il predominio degli investitori, il potere dei residenti è stato sistematicamente minato. Ci ritroviamo di fronte a una crisi di proporzioni inconcepibili.
Sebbene possiamo e dobbiamo puntare il dito contro l’avidità delle aziende, dobbiamo ricordare che questo è il sistema che funziona esattamente come è stato concepito. Quando il profitto è la forza prevalente, l’offerta di alloggi non riesce mai ad allinearsi alle esigenze sociali, ovvero a generare i tipi di abitazioni nella fascia di prezzo più richiesta.
Nei prossimi anni, l’edilizia abitativa sarà al centro della politica europea.
È giunto il momento di attuare cambiamenti strutturali fondamentali che sottraggano le case dalle grinfie della finanza, ridiano potere ai residenti e reintroducano l’edilizia abitativa come priorità fondamentale per la spesa pubblica.

(da “The Guardian”)

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SEI ITALIANI SU DIECI NON SONO D’ACCORDO CON L’INTRODUZIONE DELL’AUTONOMIA DIFFERENZIATA: I FAVOREVOLI ALLA RIFORMA-BANDIERA DALLA LEGA SONO IN COSTANTE CALO: OGGI SONO IL 40%, UN ANNO FA ERANO IL 46% E NEL 2023 IL 50%

Luglio 7th, 2025 Riccardo Fucile

ILVO DIAMANTI: “L’IDEA FEDERALISTA NON COSTITUISCE PIÙ UN ‘ARGOMENTO FORTE’. E L’AUTONOMIA REGIONALE NON È PIÙ UN TEMA ‘RASSICURANTE’. PERCHÉ I PROBLEMI MAGGIORI PROVENGONO DA OLTRE I CONFINI NAZIONALI, NON REGIONALI.”

Il progetto di introdurre l’autonomia differenziata nelle Regioni a statuto ordinario non sembra attrarre più i cittadini italiani, come in passato. Al contrario. Nel recente sondaggio di Demos la maggioranza, 6 persone su 10, esprime dissenso, al proposito. Una componente stabile, negli ultimi mesi.
I favorevoli, invece, sono stabili e perfino in leggero calo, rispetto a un anno fa. Quando raggiungeva il 46%, mentre nel 2023 superava il 50%. Ma il tempo, da allora, si è fermato. O meglio, ha cessato il percorso avviato negli anni precedenti […]
Quando la Lega, guidata da Matteo Salvini, alle Europee del 2019 aveva raggiunto il 34%. Primo partito in Italia. Naturalmente, il motivo del successo non era costituito solo dal “federalismo”. Dalla rivendicazione di autonomia territoriale e ragionale.
Altre ragioni avevano spinto la Lega. E, già l’anno prima, alle elezioni legislative, il M5s, che aveva sfiorato il 33%. Una soprattutto: l’antipolitica.
L’idea federalista, invece, costituiva un “argomento forte”, soprattutto nelle “aree di forza della Lega”. Le Regioni del nord. Negli anni seguenti, però, il clima d’opinione è cambiato. E continua a cambiare, perché non ci sono più riferimenti stabili. In ambito nazionale e, a maggior ragione, internazionale.
“L’autonomia regionale”, per questo motivo, rimane un tema
importante. Ma non “rassicurante”. Perché i problemi maggiori provengono da oltre i confini “nazionali”, non “regionali”. Nell’ultimo anno, così, non si colgono più grandi cambiamenti d’opinione, al proposito. Su base nazionale. Dove, però, si confermano le distanze “territoriali” appunto. Perché la questione dell’autonomia riguarda e coinvolge anzitutto i rapporti fra le aree del Paese. E non per caso si osserva una distanza fra nord e sud.
In particolare, fra il nordest e le altre aree del Paese. Compreso il nordovest. A nordest, infatti, la domanda di autonomia supera il 60%. Nel nordovest si ferma al 46%. Mentre nelle regioni dell’Italia centrale scivola sotto il 30%.
Può sorprendere semmai come la rivendicazione autonomista risalga (di poco) nel Mezzogiorno, dove si avvicina al 40%. Ma questa tendenza, già osservata in passato, riflette un sentimento comprensibile, che alimenta la rivendicazione nei confronti del nord. E dello Stato centrale.
Tuttavia, i problemi politici territoriali, che caratterizzano soprattutto il nord, non si fermano all’autonomia. Vanno ben oltre. E coinvolgono il soggetto politico storicamente autonomista. La Lega, appunto. Che si deve misurare con la scelta del suo leader storico, del nordest, Luca Zaia. Segretario della prima Lega, la Liga Veneta. Il quale di recente ha fondato una propria “lista personale”. Ed è probabile che faccia dell’autonomia e dell’indipendenza una bandiera.
Così, il principale rischio del dibattito e delle polemiche sulla questione dell’autonomia è che si alzino altri muri, oltre a quello storico fra nord e sud. E nuovi confini, che si sono levati negli anni. Per marcare il distacco da “Roma capitale”. E la distanza fra le diverse aree del Paese.

(da la Repubblica)

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PAGHIAMO IL COSTO DELL’IMMIGRAZIONE, MA NON NE INCASSIAMO I BENEFICI: AUMENTA DEL 53% IL NUMERO DI GIOVANI STRANIERI CHE, DOPO AVER STUDIATO NEL NOSTRO PAESE, VA A CERCARE FORTUNA ALL’ESTERO (TRA IL 2023 E IL 2024 SONO STATI 84 MILA)

Luglio 7th, 2025 Riccardo Fucile

I RAGAZZI ARRIVANO IN ITALIA, DOVE RICEVONO UN’ISTRUZIONE A CARICO DELLO STATO, E POI, NON TROVANDO LAVORO E NON SENTENDOSI ACCETTATI, VANNO A LAVORARE (E PAGARE LE TASSE) IN FRANCIA, REGNO UNITO, GERMANIA E SUDAMERICA

Scelgono di partire in cerca di un riconoscimento e un futuro lavorativo migliore, ma spesso la spinta all’espatrio è motivata anche dalla delusione di sentirsi cittadini di serie B. Sono sempre di più i ragazzi di seconda generazione che emigrano verso altri Paesi europei alla fine del percorso di studi.
Per molti di loro l’Italia non è più quell’Eldorado che avevano inseguito i genitori, ma un luogo in cui sentono sulla pelle forme più o meno esplicite di discriminazione costante. E mentre per la seconda estate di fila si torna a parlare di riforma della cittadinanza e di ius scholae, con le timide aperture del ministro Antonio Tajani e lo stop netto di Giorgia Meloni e tutta la Lega, i ricercatori lanciano l’allarme su un fenomeno sommerso che incide sul futuro del Paese.
Se fino a pochi anni fa si vedeva nelle nuove generazioni di italiani una speranza per compensare almeno in parte l’inverno
demografico, ora si scopre che sono anche loro parte dei cosiddetti “cervelli in fuga”.
Stando ai dati, infatti, negli ultimi anni c’è stato un significativo aumento dell’emigrazione dei giovani con background migratorio: tra il 2023 e il 2024 su circa 270mila espatri complessivi di cittadini italiani, ben 87mila hanno riguardato persone nate all’estero e successivamente naturalizzate italiane. Una quota rilevante, pari a circa un terzo del totale.
«Anche con questi limiti, registriamo un aumento medio del 53,8% rispetto al 2022, segno di una dinamica che rivela un fenomeno ormai profondo e strutturale», osserva Antonio Ricci vicepresidente di Idos. «La migrazione dei nuovi italiani impone una riflessione critica sulle politiche di inclusione». In un Paese che invecchia e che non è in grado di attrarre talenti e una migrazione qualificata preoccupa, infatti, che anche chi cresce, studia e si forma qui non riesca poi a stabilizzarsi.
Le mete scelte variano a seconda dell’origine, a incidere è spesso la conoscenza della lingua: non stupisce, dunque, che tra quelli di origine africana il 45,7% migri verso la Francia; mentre tra le persone con origini asiatiche (India, Pakistan, Bangladesh) il Regno Unito rappresenti la meta predominante (72,9%). I comunitari si dirigono soprattutto verso la Germania (23,8%). I sudamericani si dividono tra un ritorno nel Paese d’origine (54%) e una nuova emigrazione verso la Spagna (16%). «Rispetto ai coetanei italiani incide molto lo scarso riconoscimento politico e sociale che sentono di avere.
Spesso pur essendo nati e cresciuti qui continuano a essere trattati come stranieri – aggiunge Ricci -. Per questo scelgono principalmente Paesi dove ci sono società più mature e pienamente multiculturali.
Pensiamo a tutta la fatica che si deve fare per ottenere la cittadinanza». Per molti, emigrare diventa così una scelta di affermazione personale, ma anche «una forma di resistenza»
spiega ancora il ricercatore di Idos: «All’estero vengono finalmente riconosciuti per quello che sono, professionisti, studenti, artisti e non giudicati anzitutto per la loro origine etnica – aggiunge -.
Per l’Italia questa è un’occasione mancata: questi giovani potrebbero essere risorse capaci di arricchire il Paese con esperienze e competenze plurali». Tra coloro che partono molti hanno un alto titolo di studio, esperienze internazionali, padronanza di più lingue. Non a caso si inseriscono spesso in ambiti accademici, creativi e digitali nei Paesi di destinazione.

(da La Stampa)

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EVVIVA LA DESTRA DELLA “SICUREZZA”: COME HA FATTO ANDREA CAVALLARI, CONDANNATO PER LA STRAGE DI CORINALDO, A EVADERE DAL CARCERE DI BOLOGNA?

Luglio 7th, 2025 Riccardo Fucile

E’ ANDATO A DISCUTERE LA TESI SENZA ALCUNA SCORTA DELLA POLIZIA PENITENZIARIA

La dinamica della fuga di Cavallari sarebbe stata semplice: il 26enne era uscito il 3 luglio mattina, accompagnato soltanto dai familiari, senza alcuna scorta della polizia penitenziaria.
Sono trascorsi più di tre giorni e ancora non vi è traccia di Andrea Cavallari, il 26enne condannato in via definitiva a 11 anni e 10 mesi di reclusione per la strage della Lanterna Azzurra di Corinaldo, dove nella notte tra il 7 e l’8 dicembre 2018 morirono sei persone, tra cui cinque minorenni. Il giovane, membro della “banda dello spray” che seminò il panico, è detenuto nel carcere della Dozza di Bologna ma è riuscito a evadere giovedì 3 luglio, approfittando di un permesso premio ottenuto per discutere la tesi di laurea in giurisprudenza.
La dinamica della fuga appare tanto semplice quanto sconcertante. Cavallari era uscito in mattinata, accompagnato soltanto dai familiari, senza alcuna scorta della polizia penitenziaria. La decisione, presa dal magistrato di Sorveglianza sulla base della buona condotta tenuta dal ragazzo durante la detenzione, prevedeva il rientro in carcere entro le ore 18 dello stesso giorno. Ma quel rientro non è mai avvenuto.
Dopo aver discusso la sua tesi in Scienze giuridiche nella sede di Palazzo Malvezzi, in via Zamboni a Bologna, Cavallari è rimasto nei pressi dell’università solo con la fidanzata. Poi, intorno all’ora di pranzo, si è volatilizzato. Nessuna traccia, nessun segnale. Solo dodici ore dopo, come stabilito dalla normativa vigente, è partita la segnalazione ufficiale da parte della polizia penitenziaria alla Procura, che ha immediatamente aperto un fascicolo per evasione.
Andrea Cavallari ancora in fuga, un vedovo della strage di Corinaldo: “Lo stato l’ha lasciato scappare”
Le ricerche si concentrano principalmente tra Bologna e Modena, in particolare nella Bassa Modenese, territorio d’origine del fuggitivo. Gli inquirenti stanno cercando di capire se la fuga sia frutto di un gesto improvvisato o se, al contrario, sia stata pianificata nei dettagli, magari con l’aiuto di complici.
Gli investigatori sospettano che qualcuno possa già offrirgli protezione e rifugio.
Sotto esame anche la procedura che ha portato alla concessione del permesso. Il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria ha chiesto una relazione completa sull’accaduto, sollevando interrogativi sulla valutazione del rischio compiuta dal Tribunale di Sorveglianza. Intanto il padre di Cavallari ha rotto il silenzio con un appello pubblico al figlio: “Torna sui tuoi passi. Fatti vivo con noi o con le autorità”, ha detto, mentre le forze dell’ordine sono impegnate in una vera e propria caccia all’uomo.
Cavallari era stato arrestato ad agosto 2019 insieme ad altri cinque giovani della Bassa Modenese, tutti tra i 19 e i 22 anni. La cosiddetta “banda dello spray”, responsabile di numerose rapine in locali notturni, quella notte del 2018 scatenò il panico nella discoteca di Corinaldo utilizzando spray al peperoncino: una mossa per seminare il caos e compiere furti, ma che causò una delle tragedie più gravi degli ultimi anni.
(da agenzie)

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