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IL MINISTERO DELLA DIFESA VUOLE ISTITUIRE UNA “CORSIA PREFERENZIALE” PER GLI ACQUISTI DI ARMAMENTI, IN VISTA DELL’AUMENTO DELLE SPESE MILITARI AL 5% DEL PIL IMPOSTO DALLA NATO

Luglio 7th, 2025 Riccardo Fucile

I CONTROLLI SARANNO SOTTRATTI ALLA CORTE DEI CONTI PER ESSERE AFFIDATI A UNA “COMMISSIONE SPECIALE”, LE PROCEDURE SARANNO ACCELERATE, CON BUONA PACE DELLA NORMATIVA SUGLI APPALTI PUBBLICI, E SARA’ PIU’ SEMPLICE IMPORRE IL SEGRETO DI STATO SUGLI ACQUISTI

Più armamenti, con procedure accelerate, con più segreti. E senza controlli preventivi. Le opposizioni sul piede di guerra per il provvedimento con cui il governo Meloni è pronto ad aprire la corsia privilegiata all’acquisto e produzione di materiale bellico e militare – bombe, missili, radar, lanciatori, navi e treni militari – sottraendolo al filtro della Corte dei Conti e derogando, con il sigillo del segreto, alla normativa sugli appalti pubblici.
Questione di ore e il ministero della Difesa presenterà l’emendamento ad hoc nel Dl Infrastrutture.
Mentre dalla Difesa spiegano, «al di là di distorsioni e propaganda», che il dispositivo se da un lato punta ad accorciare «i tempi di alcuni processi» dall’altro aumenta i controlli con l’istituzione «di una commissione speciale».
Scettico il presidente dell’Anticorruzione, Giuseppe Busia. Che dice a Repubblica: «Visto che quegli investimenti sono destinati ad aumentare, sarebbe utile accrescere non ridurre la trasparenza».
A neanche due settimane dal vertice dell’Aia che ha fissato l’incremento delle spese militari al 5% ecco l’emendamento con la corsia privilegiata per gli acquisti di armi, mezzi, equipaggiamenti. No ai controlli preventivi dei magistrati contabili, sì a tempi serrati e segreti per blindare informazioni nell’interesse del Paese
«Un emendamento inquietante. E tutto a beneficio dei signori delle armi, delle lobby, dei fondi di investimento a supporto – incalza Giuseppe Conte – Non solo stanno dirottando tutte le nostre risorse pubbliche negli armamenti ma vogliono anche apparecchiare questa mangiatoia lontano da occhi indiscreti».
Niente di tutto questo, scuote la testa Franco Massi, segretario generale della Corte dei Conti, figura di peso, stimatissimo a destra, amici anche a sinistra, che ha fornito il suo contributo tecnico a quell’emendamento.
«Intanto questa “corsia” veloce riguarderà solo il 5 per cento dei contratti della Difesa, e già con altri governi se ne sentiva l’esigenza. In più, si bilancia l’accorciamento dei tempi con la creazione di una commissione composta da ben tre magistrati della Corte, un giudice del Consiglio di Stato, un avvocato dello Stato, i rappresentanti di forze armate e della Direzione degli
armamenti. Avremo più controlli».
Tesi non del tutto convincente. Almeno per l’Anac. «Affidare i controlli ad un organo creato appositamente, invece che alla Corte dei conti che già svolge tale funzione, non è detto che serva ad accelerare – ragiona il presidente Busia – Si vuole intervenire normativamente? Allora meglio allora rafforzare l’organico dei magistrati di quella Corte».
E sul segreto? «Fermo restando la necessità su alcune informazioni strategiche, sarebbe utile accrescere, non ridurre la trasparenza su quelle spese, destinate ad aumentare. La trasparenza non rallenta le procedure, ma, grazie alla digitalizzazione, consente di accelerarle. E aiuta il decisore politico».
(da Repubblica)

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ANSIA, SOLITUDINE, AMORE: COSI CHATGPT E’ DIVENTATO LO PSICOLOGO DEGLI UNDER 30

Luglio 7th, 2025 Riccardo Fucile

A SPINGERE MILIONI DI PERSONE A RIVOLGERSI A UN CHATBOT NON E’ SOLO CURIOSITA’ MA UN BISOGNO CRESCENTE DI ASCOLTO

All’inizio erano semplici curiosità, un’informazione, un consiglio di viaggio, una ricetta, il miglior modo per creare un curriculum. Poi, quasi senza accorgercene, all’intelligenza artificiale abbiamo cominciato a chiedere di più. «Perché mi sento sempre così in ansia?», «Come faccio a farmi amare?», «Perché il futuro mi fa così paura?». Le domande sono diventate intime, personali. E il destinatario, una macchina non certo pensata per ricoprire il ruolo di un terapeuta perfetto, ha continuato ad ascoltarci, senza giudizi né silenzi imbarazzati. Non è fantascienza ma la realtà quotidiana di migliaia di persone che oggi confidano a chatbot, come ChatGPT, il proprio mondointeriore.Già una analisi pubblicata su  Digital Medicine nel 2023 evidenziava come l’uso di chatbot generativi per il supporto emotivo, integrati in app mobili, riducesse in maniera statisticamente significativa i sintomi di depressione e angoscia. È un dato che conferma quanto sia forte il bisogno di strumenti digitali per la salute mentale, specialmente tra i giovani, laddove la terapia tradizionale resta spesso inaccessibile.
Questa tendenza, tuttavia, solleva anche interrogativi profondi: l’intelligenza artificiale può davvero capire ciò che proviamo? Come bilanciare l’accesso immediato con la qualità della relazione terapeutica? Quali meccanismi psicologici entrano in gioco quando ci affidiamo a un’entità non umana? Una ricerca pubblicata dall’American Journal-Constitution nel 2025 mostra che circa un terzo degli adulti statunitensi ha utilizzato un chatbot almeno una volta per ricevere consigli legati alla propria salute mentale, o semplicemente per sfogarsi. E anche se secondo la Pew Research Center il 79% degli americani non si sente ancora del tutto a proprio agio nel trattare tematiche così personali con un’intelligenza artificiale, il restante 20% rappresenta già una fetta rilevante della popolazione.
Nel contesto italiano, questi interrogativi assumono una rilevanza ancora più evidente. Secondo il più recente MINDex – Il Barometro del Benessere Mentale degli Italiani, realizzato dalla piattaforma di psicologia online Unobravo, anche nel nostro Paese la tecnologia viene vista come una risorsa emergente. Il 52% degli italiani tra i 18 e i 29 anni ritiene che l’IA possa migliorare l’assistenza psicologica e oltre il 60% della stessa fascia d’età dichiara di convivere con ansia, stress o disagio emotivo. Sempre più spesso, a offrire una risposta
immediata a questi stati non è un terapeuta ma un algoritmo.
Perché ci apriamo a una macchina? Le radici psicologiche del fenomeno
La psicologia ci offre diverse chiavi di lettura per comprendere il fenomeno. L’intelligenza artificiale viene percepita innanzitutto come uno spazio privo di giudizio, una presenza neutra e sempre disponibile. In un’epoca in cui l’esposizione sociale è costante, sui social, sul lavoro, in famiglia, parlare tutte le volte che vogliamo con un’entità che non ha volto, né memoria emotiva può sembrare rassicurante.
«Parlare con un’intelligenza artificiale può sembrare, in alcuni casi, più “sicuro” per chi fatica a esporsi quando si trova di fronte a una persona in carne e ossa, soprattutto se ha vissuto esperienze di stigma o difficoltà a fidarsi», osserva Danila De Stefano, CEO di Unobravo. Questo vale in particolare per le nuove generazioni, cresciute con la tecnologia e abituate fin da giovanissime a interagire con assistenti vocali e chatbot per ogni aspetto della loro quotidianità, dalla scuola al tempo libero.
Ma c’è anche un altro elemento che rende questi strumenti così attrattivi: l’accessibilità totale. «Se sto utilizzando una IA generalista, come ChatGPT o Gemini, per motivi di studio o lavoro», spiega ancora De Stefano, «è un attimo aprire una nuova chat e scrivere qualcosa sulle difficoltà che ho con la mia fidanzata, per ricevere consiglio». In effetti, secondo l’indagine AI & Mental Health condotta dalla Stanford Internet Observatory nel 2024, l’uso di chatbot per supporto emotivo è spesso “incidentale”: il 37% degli utenti riferisce di aver iniziato per caso, da una conversazione generica poi divenuta personale.
C’è infine la questione economica. In un mondo dove il costo
della psicoterapia può essere un ostacolo reale, le IA si presentano come un supporto low cost o addirittura gratuito. «Avere un supporto del genere, responsivo 24 ore su 24, a costo zero, è chiaramente molto attraente per tantissime persone», conferma De Stefano.
Ma questa apparente semplicità nasconde un rischio: quello di sostituire la relazione terapeutica autentica con un surrogato che, pur apparendo empatico, non è in grado di contenere davvero la sofferenza. E in situazioni di vulnerabilità, questa illusione può trasformarsi in un pericolo concreto.
I rischi dell’auto-terapia algoritmica
Confidarsi con un chatbot può sembrare una scelta rassicurante: non c’è attesa, non ci sono giudizi, non ci si sente mai soli. Ma cosa accade quando quel sollievo diventa abitudine e l’IA prende il posto di una relazione umana?
Secondo un’indagine condotta dalla Stanford University chatbot come ChatGPT offrono risposte problematiche o addirittura pericolose nel 20% dei casi, soprattutto quando si tratta di pensieri suicidari o convinzioni distorte. Invece di fornire un contenimento, l’algoritmo spesso “asseconda” l’utente, restituendo frasi che rischiano di rafforzare il malessere. «L’intelligenza artificiale manca di consapevolezza, empatia reale e sensibilità al contesto», ha spiegato la terapeuta Niloufar Esmaeilpour. «E questo la rende inadatta a gestire il dolore più profondo».
Il punto critico è proprio qui: l’IA può apparire empatica ma non lo è. Imita uno stile rassicurante ma non sente. Non può interrompere un meccanismo pericoloso né prendersi la responsabilità di intervenire.
De Stefano lo spiega così: «Il problema è che questi strumenti non sono stati creati per fare terapia o dare supporto emotivo serio. Una persona potrebbe usarli anche per ore, ininterrottamente, trovando sempre una risposta. Ma in terapia, il silenzio, l’attesa, l’elaborazione tra una seduta e l’altra sono parti fondamentali del processo. L’IA, invece, risponde subito, sempre, e questo può portare dipendenza, isolamento sociale, e una progressiva perdita della capacità di tollerare la frustrazione o l’assenza di stimolo».
I rischi sono tanto più alti quanto più è fragile la persona che cerca conforto. In casi estremi, come riporta The Guardian, alcuni utenti britannici hanno attribuito a Replika il merito di averli trattenuti da gesti estremi. Ma proprio questi episodi sottolineano quanto siano sottili i confini e quanto sia pericoloso scivolare nell’illusione che un algoritmo possa sostituire l’umano.
La stessa De Stefano invita a non demonizzare lo strumento ma a inquadrarlo nel giusto contesto: «L’IA non può sostituire la terapia umana, così come la terapia online non ha reso obsolete le sedute in presenza. Il lavoro clinico si fonda su empatia, ascolto profondo, intuizione relazionale: qualità che nessun algoritmo può replicare, almeno per ora».
Terapia online e intelligenza artificiale: due rivoluzioni a confronto
Non è la prima volta che la tecnologia scuote il mondo della salute mentale. Solo pochi anni fa, anche la terapia online veniva accolta con scetticismo. C’erano dubbi sull’efficacia, sulla qualità della relazione, sulla possibilità che uno schermo potesse diventare un ponte autentico tra terapeuta e paziente
Eppure, oggi, la psicoterapia a distanza è una realtà consolidata, riconosciuta, apprezzata da moltissimi professionisti e da chi ha trovato grazie a essa il modo di accedere a un percorso di cura prima irraggiungibile.
«Da pionieri della psicologia online in Italia, abbiamo visto con i nostri occhi quanto le tecnologie digitali possano trasformare l’accesso al benessere psicologico», spiega De Stefano, «è già accaduto con la terapia a distanza, che inizialmente suscitava diffidenza anche tra gli addetti ai lavori. Oggi, invece, è una modalità riconosciuta e apprezzata, che ha permesso a migliaia di persone di iniziare un percorso di cura, superando ostacoli geografici, economici o culturali».
Ma se la terapia online ha ridefinito il “luogo” della relazione, mantenendo centrale la figura dello psicologo, l’intelligenza artificiale introduce un salto ulteriore e più delicato. Per la prima volta, a parlare non è un essere umano. A mancare non è solo il corpo, ma anche l’intenzionalità, l’intuizione, il contatto. Ecco perché, secondo De Stefano, è fondamentale distinguere:
«L’IA non può sostituire la “terapia umana”. Così come la terapia online non ha reso obsolete le sedute in presenza, che oggi continuano a essere preferite da circa il 60% delle persone. Il lavoro clinico si fonda su empatia, ascolto profondo, intuizione relazionale: qualità che nessun algoritmo può replicare, almeno per ora.»
Eppure, proprio come accaduto per la terapia da remoto, anche in questo caso l’innovazione potrebbe aprire nuovi scenari, se affrontata con rigore e responsabilità.
«La salute mentale è un ambito delicato che richiede un equilibrio tra innovazione e rigore etico. Per questo motivo
spero che i professionisti della salute mentale non la respingano, piuttosto se ne incuriosiscono e facciano parte di questa trasformazione, che in caso contrario avverrà comunque ma in altre mani».
Non si tratta, quindi, di scegliere tra tecnologia e relazione, ma di costruire un sistema in cui le due dimensioni possano convivere, arricchirsi, sostenersi a vicenda.
Uno sguardo al futuro: cura, tecnologia e relazioni
Immaginare il futuro della salute mentale significa confrontarsi con una trasformazione già in atto. Le tecnologie evolvono rapidamente, le necessità delle persone cambiano e la pressione sul sistema di cura diventa ogni giorno più evidente. Da un lato, c’è un desiderio crescente di accesso, personalizzazione, immediatezza; dall’altro, la consapevolezza che la profondità della relazione umana, soprattutto nella terapia, resta insostituibile.
A livello globale, accademici e clinici vedono nell’IA uno strumento di potenziamento, non di sostituzione. Il professor Alvarez‑Jimenez della University of Melbourne avverte: «Il vero problema è che c’è un enorme bisogno di servizi, chi ha cure mentali spesso aspetta mesi prima di vedere un professionista». L’IA, dunque, non può sostituire la terapia, ma può alleggerire le liste d’attesa e rendere il supporto più accessibile.
Anche in Italia si sta disegnando un futuro simile. Per De Stefano, il contesto è chiaro: «Immaginare il futuro della salute mentale significa riconoscere che sta cambiando e che deve cambiare. Nei prossimi 5‑10 anni mi auguro un mondo in cui la salute mentale sia considerata finalmente normale e in cui
la tecnologia non sostituisca la relazione, ma la potenzi, rendendola più accessibile, continua e personalizzata».
È una visione che unisce ottimismo e rigore: «Serviranno professionisti preparati, modelli sostenibili e un dialogo costante tra chi si occupa di salute, innovazione e impatto sociale.»
In questo equilibrio, le tecnologie più efficaci saranno quelle clinicamente validati e sviluppate in partnership tra terapeuti e ingegneri. Non serve solo passione tecnologica, ma anche governance etica, tutela dei diritti, protezione della relazione. «Il futuro della salute mentale, in Italia e nel mondo, non si farà con la velocità delle macchine, ma con la profondità delle relazioni».
I benefici misurabili della psicoterapia: meno stress, meno farmaci, meno pronto soccorso
Se da un lato, l’uso crescente dell’intelligenza artificiale nella sfera della salute mentale solleva interrogativi sull’efficacia e la sicurezza di strumenti non umani, dall’altro alcuni dati recenti confermano quanto sia fondamentale, oggi più che mai, rafforzare il ruolo della psicoterapia. Non solo per il benessere individuale, ma anche per le ricadute concrete sull’intero sistema sanitario.
Uno studio pilota condotto dal Dipartimento di Psicologia Dinamica, Clinica e Salute della Sapienza Università di Roma e Unobravo ha analizzato gli effetti di un percorso psicologico di almeno sei mesi su un campione di oltre 3.400 pazienti. I risultati mostrano una correlazione significativa tra l’avvio della terapia e la riduzione dell’utilizzo di alcuni tra i principali servizi sanitari: accessi al pronto soccorso, visite specialistiche, esami diagnostici e assunzione di farmaci.
In particolare, rispetto al trimestre precedente l’inizio del percorso, il numero medio degli accessi al pronto soccorso si è ridotto di circa il 50%. Anche il ricorso agli esami di laboratorio è diminuito del 15%, con una tendenza coerente nei diversi sottogruppi per età e genere. Tra gli over 35 si segnala inoltre un calo di circa il 10% nelle visite specialistiche. Il trend si riflette anche sull’uso dei farmaci: nel campione totale, e in particolare tra le donne e gli over 35, è emersa una diminuzione sia nell’assunzione di farmaci prescritti che di automedicazione.
Oltre agli indicatori oggettivi, lo studio ha rilevato anche miglioramenti percepiti sul piano del benessere psicofisico. L’83% dei partecipanti ha dichiarato una riduzione dei livelli di stress, il 79% una diminuzione dell’ansia e il 78% un miglioramento del tono dell’umore. Il punteggio medio attribuito all’efficacia del percorso nel migliorare la qualità della vita è stato di 8,1 su 10, con una netta prevalenza di risposte concentrate tra 8 e 10. «I risultati tracciano una direzione chiara e incoraggiante: per molte persone, il benessere psicologico si traduce anche in un cambiamento nel rapporto con la salute fisica e con il sistema sanitario», conclude De Stefano.
(da Open)

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DAGLI ABBRACCI E I SALAMELECCHI AL “VAFFA”: ORA TRA DONALD TRUMP E ELON MUSK È GUERRA TOTALE

Luglio 7th, 2025 Riccardo Fucile

LA CADUTA IN DISGRAZIA DI MUSK È LA RIVINCITA DEL MONDO “MAGA”, DA STEVE BANNON ALLO STRATEGA STEPHEN MILLER … MUSK VUOLE CONCENTRARSI SU ALCUNI STATI E FAR PERDERE LA MAGGIORANZA AI REPUBBLICANI ALLA CAMERA E AL SENATO

La lista dei nemici di Elon Musk nell’Executive Building è lunga. Nei cinque mesi in cui ha guidato il Doge, il capo di Tesla ha avuto momenti di tensione – con alcuni sfociati in alterchi fisici – con i big dell’Amministrazione.
Susie Wiles, capo dello staff di Trump, è stata sin dall’inizio l’unica capace di arginare le ambizioni smodate di Elon. Voleva un ufficio nella residenza, Wiles si è opposta e il capo del Doge trovò riparo al primo piano dell’Eisenhower Building, il palazzo adiacente dove ha sede la macchina del governo.
Dentro l’Amministrazione Musk ha tre grandi rivali: il primo è Scott Bessent, la ruggine risale a quando dopo la vittoria di Trump di novembre, Musk voleva mettere becco in ogni nomina governativa. Il suo preferito per il posto di segretario al Tesoro era Howard Lutnick.
Il capo di Tesla considera infatti Bessent old school, un repubblicano vecchio stile. E con lui c’è stato il famoso alterco, rivelato dal Daily Mail, in aprile quando i due vennero alle mani. Bessent lo accusò di non fare abbastanza e che le promesse del Doge erano ben lungi dall’essere mantenute. Dovette intervenire Donald: «Ora basta».
Con Peter Navarro la tenzone è dell’8 aprile. Navarro è il falco protezionista, Musk non ha mai sostenuto le tariffe e, a un certo punto, i due hanno iniziato a dibattere in pubblico.
Parlando con la Cnbc Navarro definì Musk «un assemblatore di auto» e non un costruttore. Musk gli replicò dandogli «del ritardato mentale». «È più stupido di un sacco di mattoni», disse prima di definirlo “Peter Retardo”.
I guai con Stephen Miller, stratega anti-migrazione e teorico di gran parte delle politiche trumpiane, sfiorano il gossip. Katie Miller, moglie 33enne di Stephen, è stata la vice di Musk al Doge.
Andato via lui, anche lei ha lasciato andando a lavorare per le aziende di Elon che nel 2024 hanno raccolto 4 miliardi di dollari
di contratti con 17 agenzie governative.
Infine, fuori dal governo, c’è Steve Bannon. I due si detestano. Gli scambi di insulti sono al vetriolo sin dall’inizio dell’Amministrazione Trump. Alcune fonti a La Stampa hanno raccontato che in maggio c’è stato un importante riavvicinamento di Donald verso il suo ex stratega coinciso con l’uscita dall’orbita di Musk.
Così sabato Steve dai microfoni della sua trasmissione radio War Room ha tuonato: «C’è un non americano che fonda America Party. Sei un sudafricano, guarderemo i tuoi documenti e dovresti essere deportato». All’altezza delle aspettative la replica. «Bannon? Uno sporco, grasso ubriacone. Dovrebbe stare in cella».

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ELISABETTA BELLONI, UNA CHE NON SI MUOVE A CASO: L’AMBASCIATRICE LASCIA ANZITEMPO IL SUO INCARICO COME CONSIGLIERE DIPLOMATICO DI URSULA VON DER LEYEN

Luglio 7th, 2025 Riccardo Fucile

SPERAVA DI INCIDERE SULLA POLITICA ESTERA DELL’UE, MA SI È DOVUTA SCONTRARE CON KAJA KALLAS (CHE, DA ESTONE, HA RIVOLTO L’ATTENZIONE SOPRATTUTTO AL DOSSIER RUSSIA)

La notizia dell’addio anticipato di Elisabetta Belloni alla Commissione europea non è un fulmine a ciel sereno. Gli “addetti ai livori” da settimane registravano l’insoddisfazione
dell’ex capa del Dis rispetto al suo ruolo di consigliere diplomatico di Ursula von der Leyen.
Belloni, infatti, aveva accettato con grande entusiasmo l’incarico, qualche mese fa: era convinta di poter incidere attivamente sulla politica estera dell’Unione europea e di poter mettere a disposizione la sua esperienza da diplomatica.
La realtà è stata diversa dalle aspettative: “Nostra signora Italia”, come la chiamò Beppe Grillo quando fu candidata al Quirinale, nel 2022, si è scontrata con l’attivismo pigliatutto di un’altra biondissima, Kaja Kallas, che in quanto Alto rappresentante per gli affari esteri ha avocato a sé tutto il dossier internazionale.
Belloni, che è una diplomatica vecchio stile, con un approccio omnicomprensivo delle crisi mondiali, mentre la Kallas ha concentrato il suo impegno quasi soltanto sulla questione ucraina (da baltica, sa bene cosa vuol dire avere la Russia che “abbaia ai confini”).
E così, l’italiana ha deciso di fare le valigie anzitempo, approfittando del momento di debolezza massima di Von der Leyen: Ursula giovedì dovrà affrontare un voto di sfiducia al Parlamento europeo.
Anche se è destinato a fallire, è un segnale di insofferenza insolito: è la prima volta da oltre un decennio che viene presentata una mozione del genere. Senza considerare il fastidio dei commissari e degli Stati membri verso l’accentratrice ex cocca della Merkel.
A informare von der Leyen della decisione è stata direttamente Belloni, motivandola con ragioni personali. Lo ha fatto prima durante un faccia a faccia, poi annunciando ad Ursula una lettera in cui si ufficializza la fine dell’esperienza. Con gli amici, d’altra
parte, avrebbe sempre sostenuto di voler restare in carica soltanto per pochi mesi.
La notizia non è stata accolta con favore da Ursula, anzi: contrariata, la presidente della Commissione avrebbe provato a convincere la diplomatica a desistere ,l Al momento, senza esito. Belloni lavorerà però fino all’ultimo, soprattutto per portare a termine le due importanti missioni dei vertici dell’Unione europea in Cina e Giappone. Nel suo futuro non sembra esserci, almeno per il momento, un nuovo incarico. L’ex capo del Dis tornerà in Italia, nella sua casa in campagna nell’aretino
Era stata chiamata da von der Leyen come consigliera diplomatica soltanto pochi mesi fa, a fine gennaio, al termine di settimane di incertezza che avevano scosso il governo e l’intelligence italiana.
Come riportato da Repubblica il 6 gennaio scorso, l’ambasciatrice aveva comunicato a Meloni – tre giorni prima del Natale 2024 – l’intenzione di dimettersi anzitempo dalla guida del Dis. Il giorno successivo, il 23 dicembre, aveva consegnato una missiva in cui veniva ribadita la decisione irrevocabile, poi ufficializzata il 15 gennaio 2025.
Il rapporto con Giorgia Meloni, d’altra parte, si era progressivamente raffreddato, a partire dal G7 italiano ospitato nel giugno 2024 a Borgo Egnazia (l’ambasciatrice era in quel momento anche sherpa italiana del summit).
Accanto a von der Leyen, Belloni resterà sette mesi. Durante i quali non sono mancati, si apprende, momenti di frizione con il capo di gabinetto di Ursula. Soltanto due settimane fa, l’ambasciatrice è apparsa a Roma assieme a von der Leyen e alla presidente del Consiglio, in occasione di un vertice sul Piano
Mattei. Nel frattempo, come detto, la politica tedesca ha provato a trattenere Belloni, per ora senza risultati.
Il passo indietro arriva in un momento delicato per la presidente della Commissione. Non solo perché bersaglio di una mozione di sfiducia all’Europarlamento, in calendario per il 10 luglio. Ma soprattutto, perché in questa fase le principali capitali […] non sono del tutto soddisfatte dell’operato di Ursula e premono per modificarne la linea su alcuni dossier strategici. E non è un mistero, d’altra parte, che Belloni si muova da anni costruendo un curriculum da riserva della Repubblica che l’ha portata nel 2022 tra i papabili per il Quirinale.
(da agenzie)

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CHE COSA SUCCEDEREBBE SE FOSSE LANCIATA UNA BOMBA NUCLEARE CONTRO GLI STATI UNITI? IL “WASHINGTON POST” HA RICREATO LO SCENARIO DA INCUBO MINUTO PER MINUTO

Luglio 7th, 2025 Riccardo Fucile

IL PRESIDENTE AMERICANO VERREBBE A CONOSCENZA DELL’ATTACCO CINQUE MINUTI DOPO IL LANCIO: A QUEL PUNTO, DOVRÀ APRIRE LA “NUCLEAR FOOTBALL”, LA VALIGETTA NERA CHE CONTIENE I DOCUMENTI PER ORDINARE UNA RISPOSTA “ATOMICA” E AVRÀ POCHI MINUTI PER PRENDERE UNA DECISIONE… GIÀ TRE QUARTI D’ORA DOPO IL LANCIO, MORIREBBERO ALL’ISTANTE CENTINAIA DI MIGLIAIA DI PERSONE NEGLI STATI UNITI. PER LE RADIAZIONI PERDEREBBERO LA VITA MILIONI DI ALTRI AMERICANI

Che cosa succederebbe se fossero lanciati missili con testate nucleari contro gli Stati Uniti?
Lo scenario, raccontato minuto per minuto dal Washington Post in un angosciante articolo interattivo è a dir poco apocalittico.
Nonostante la Difesa degli Stati Uniti affermi di essere in grado di agire con una controffensiva, i tempi tecnici non riuscirebbero a impedire l’arrivo sul suolo americano delle testate nucleari.
La reazione americana a un attacco resta top secret, ma con l’aiuto di testimonianze e documenti declassificati, il quotidiano statunitense ha ricostruito tutti i passaggi e quello che emerge è agghiacciante.
Appena 45 minuti dopo il lancio nemico morirebbero all’istante centinaia di migliaia di persone negli Stati Uniti.
Per le radiazioni perderebbero la vita milioni di altri americani. Ed entro un’ora dopo la risposta statunitense altri milioni di persone morirebbero nel Paese nemico.
Molte zone dalla Terra rischierebbero di diventare inabitabili per
decenni, proprio come è successo a Chernobyl.
MINUTO 0: IL LANCIO
Dall’altra parte del globo un Paese nemico lancia una raffica di missili balistici intercontinentali (ICBM) con ordigni nucleari contro gli Stati Uniti. Quasi all’istante i satelliti statunitensi gestiti dall’US Space Force rilevano, grazie a sensori a infrarossi, gli enormi «pennacchi» di gas e fiamme rilasciati dalla combustione del razzo.
1 MINUTO DOPO IL LANCIO
Un minuto dopo il lancio dei missili, i sistemi di terra trasmettono i dati rilevati dai satelliti a tutti gli enti coinvolti nella sicurezza degli Usa: il NORAD (North American Aerospace Command), lo STRATCOM (Us Strategic Command), l’NMCC (National Military Command Center) che si trova al Pentagono.
3-4 MINUTI DOPO IL LANCIO: I SISTEMI DI ALLERTA PRECOCE
Il comandante dello STRATCOM, che si trova alla base aeronautica di Offutt a Omaha (Nebraska) viene informato su quanto sta accadendo. La stessa cosa fa la squadra del NORAD, un’organizzazione di allerta aerospaziale per la difesa congiunta di Stati Uniti e Canada.
I due gruppi, sulla base dei dati disponibili, forniscono una valutazione iniziale sul grado di affidabilità dell’allarme (nessuna, media, alta). In questa fase non è ancora possibile valutare gli obiettivi.
5 MINUTI DOPO IL LANCIO: L’AVVISO AL PRESIDENTE
Già cinque minuti dopo il lancio è l’ora di avvisare il presidente degli Stati Uniti. A chiamarlo è il comandante dello
STRATCOM. L’assistente militare fa sedere il presidente a capotavola di un lungo tavolo che si trova nella sala operativa dell’aereo e apre la «nuclear football» o meglio la president’s emergency satchel, la valigetta nera che contiene i documenti utili per ordinare un lancio nucleare in risposta all’attacco, compreso il famoso libro nero che in 75 pagine contiene le opzioni possibili (scritte in rosso).
Nel frattempo, viene avviata una videoconferenza di emergenza con il comandante dello STRATCOM, che comincia a informare il presidente dell’imminente minaccia. Se raggiungibili si uniscono alla videochiamata anche il Segretario della Difesa e il Capo di Stato Maggiore.
10 MINUTI DOPO IL LANCIO: LA MINACCIA È CONFERMATA
Dieci minuti dopo il lancio iniziale, i radar terrestri rilevano i missili balistici intercontinentali in arrivo. […] Arriva la conferma: i missili nucleari colpiranno il suolo statunitense entro 12-15 minuti. I dati sono costantemente aggiornati, ma non è ancora possibile stabilire con certezza il luogo di impatto.
IL PRESIDENTE DEVE PRENDERE UNA DECISIONE
È questo il momento in cui il presidente deve prendere una decisione dopo essersi consultato con i consiglieri. I partecipanti possono raccomandare diverse linee di azione, molte voci si sovrappongono.
Ma il presidente deve decidere, ed è sollecitato dal Segretario della Difesa a farlo entro due minuti, altrimenti il rischio è perdere la finestra di tempo necessaria per reagire. Gli esperti ipotizzano che i missili nucleari nemici stiano puntando i tre depositi di missili balistici intercontinentali che si trovano nella
parte occidentale degli Stati Uniti per impedire un massiccio attacco di rappresaglia. Altri missili probabilmente colpirebbero Washington, dove si trovano importanti centri di comando.
17-18 MINUTI DOPO IL LANCIO: GLI USA RISPONDONO AL FUOCO
Circa 17-18 minuti dopo il lancio del missile il presidente prende una decisione: può ordinare un attacco anche se tutti i consiglieri si oppongono. Il presidente comunica la sua decisione all’NMCC del Pentagono attraverso il telefono che si trova all’interno della «nuclear football»: lanciare 300 missili balistici intercontinentali, far decollare i bombardieri e preparare i sottomarini al lancio di missili.
Il Pentagono chiede al presidente di confermare la sua identità: lo fa tirando fuori dal taschino una sorta di biglietto da visita di plastica, il «nuclear biscuit» sul quale sono incisi dei codici di riconoscimento che legge al telefono. Un minuto dopo la trasmissione dell’ordine l’NMCC del Pentagono invia l’allarme agli equipaggi prescelti. I missili intercontinentali vengono preparati: i silos che li contengono si aprono e i missili vengono lanciati verso il nemico 20 minuti dopo l’attacco.
30 MINUTI DOPO IL LANCIO: I MISSILI NEMICI RAGGIUNGONO GLI USA
Pochi minuti dopo la risposta americana, una raffica di missili colpisce le zone negli Stati Uniti dove si trovano i silos sotterranei che contengono i missili: sono ormai vuoti ma un numero incalcolabile di cittadini del North Dakota, Montana, Wyoming, Colorado e Nebraska muoiono sul colpo. Sarà colpita anche Washington dove si trovano la Casa Bianca, il Pentagono e altri obiettivi ad alto rischio.
L’ISTANTE DELL’ESPLOSIONE NUCLEARE
Al momento della detonazione una palla di fuoco più calda della superficie del sole disintegrerebbe gli edifici di cemento, le persone, gli animali, gli alberi, le auto che si trovano nel raggio di diverse centinaia di metri dai luoghi dell’esplosione. Il calore e la luce dell’esplosione potrebbero innescare incendi e causare ustioni di terzo grado alle persone che si trovano entro tre chilometri. La potente onda d’urto provocherebbe gravi danni a oltre un chilometro e mezzo di distanza. […] Oltre mezzo milione di persone morirebbero all’istante. Venti dell’intensità di un uragano e incendi causerebbero altre vittime.
6-8 MINUTI DOPO L’ESPLOSIONE: LA CONTAMINAZIONE NUCLEARE
Entro 6-8 minuti dall’esplosione si alzerebbero nubi con detriti radioattivi capaci di raggiungere i 12 mila metri di altitudine. Il materiale radioattivo rilasciato nell’atmosfera, il fallout, inizierebbe a tornare sulla Terra, contaminando tutto quello che incontra per centinaia di chilometri, nella direzione dei venti (le conseguenze potrebbero raggiungere anche New York).
Circa un milione di persone morirebbe entro pochi giorni a causa delle dosi elevate di radiazioni. Ampie zone del Maryland, del Delaware e della Virginia settentrionale diventerebbero inabitabili, come lo è stata la zona intorno a Chernobyl
45 MINUTI DOPO IL LANCIO NEMICO
Meno di un’ora dopo il decollo dei missili nemici, la controffensiva statunitense colpirà gli obiettivi prescelti nel Paese ostile. Innumerevoli altre persone verrebbero uccise. Un attacco su vasta scala tra i principali attori nucleari – conclude il Washington Post – ucciderebbe milioni di persone,
contaminando con le radiazioni vaste aree del pianeta. Potrebbe verificarsi un inverno nucleare, con il fumo e la fuliggine delle esplosioni che impediscono al Sole di raggiungere la Terra.
(da agenzie)

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TREVIGNANO, I PARA’ CHE SBAGLIANO L’ATTERRAGGIO SUL LAGO DI BRACCIANO: L’ESIBIZIONE FINISCE IN MODO DISASTROSO

Luglio 7th, 2025 Riccardo Fucile

“E SE CI INVADE PUTIN CHE FACCIAMO?

Sei paracadutisti della Folgore se la sono vista brutta a Trevignano Romano. Il borgo diventato famoso per Gisella Cardia e la sua Vergine piangente è stato teatro di
un’esercitazione della prestigiosa unità dell’esercito italiano. Giovedì 3 luglio i 6 si sono lanciati da un elicottero partito da Bracciano. Dovevano finire nel lago, che ha 9 chilometri di diametro. Ma invece sono atterrati proprio nel centro di Trevignano. Tanto che qualcuno ha ironizzato: «Ahò, ma co’ questi potemo mai vince la guerra?».
La festa della Folgore
Il Fatto Quotidiano racconta la festa-esibizione per i 12 anni della ricostituzione del 185° reggimento artiglieria. Diventata uno spettacolo a sé: uno dei paracadutisti è atterrato in mezzo al traffico. Un altro nei pressi della boscaglia. Il terzo è rimasto impigliato nei rami di un pino. Soltanto i vigili del fuoco sono riusciti a farlo scendere. Il più sfortunato è finito sul tetto di un centro estetico. Il paracadute è rimasto incastrato nel camino. Lui nel cortile del palazzo è stato soccorso dalle ragazze del salone di bellezza. I parà, fra i 35 e i 50 anni, dopo le cure mediche sono stati mandati a casa. «Solo qualche ammaccatura», rassicurano fonti dell’Esercito.
Il filmato
C’è anche un video che gira sulle chat e sui profili Facebook: si vedono decine di persone in spiaggia osservare queste sei piccole mongolfiere allontanarsi in direzione del paese. «Ahò ma ‘ndo vanno?». «No, nun ce posso crede!». «Purtroppo un errore può accadere, ci si esercita apposta per queste cose», dicono dalle parti dell’esercito. L’evento era patrocinato dal comune. Carlo Patrizi, avvocato che ha scelto Trevignano per le sue vacanze: «Per tutto il giorno c’è stato un dispiegamento di forze, sembrava dovessimo entrare in guerra. E invece i residenti si sono trovati di fronte una scena degna del film Vogliamo i
colonnelli».
E se ci invade Putin?
«Se ci invade Putin o ci bombarda l’Iran, questi si fanno trovare in Vietnam», scherza una signora al mercato. Mentre un assessore fa lo spiritoso: «La prossima volta dico al sindaco di evacuare il paese».
(da Open)

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IL LOGO, I SOLDI, LA PAURA DI TRUMP: COME SARA’ L’AMERICA PARTY DI ELON MUSK

Luglio 7th, 2025 Riccardo Fucile

LO SCAMBIO DI INSULTI CON BANNON: £CICCIONE, MAIALE, UBRIACONE, STAVOLTA AMDRAIIN GALERA”… LA STRATEGIA GUARDA ALLE ELEZIONI DI MIDTERM

Sostenere un candidato alla presidenza nel 2028 «non è escluso» Ma l’attenzione nei prossimi 12 mesi «è su Camera e Senato». Elon Musk ha le idee chiare sulla strategia del suo America Party. E punta sulle elezioni di Midterm. L’appuntamento più vicino e anche quello più temuto da Donald Trump. Visto che una sconfitta potrebbe mettere in difficoltà seria gli ultimi due anni della sua presidenza. E magari spianare la strada a un candidato alternativo. Che potrebbe essere proprio l’ex first buddy, che dopo la lite con il presidente va all’attacco della sua politica? «Che senso ha il Doge se vuole aumentare il debito di 5.000 miliardi?», chiede oggi Musk riferendosi al Big Beautiful Bill.
L’America Party
Poi l’imprenditore sudafricano risponde a Steve Bannon. Nel suo podcast l’ex braccio destro del presidente attacca Musk con parole pesanti: «Lo scemo, il buffone. Un non americano che fonda il Partito America. Caro mio tu non sei americano, sei sudafricano. Dovresti essere espulso».
La replica è in tono con le precedenti: «Ciccione, ubriacone, maiale: stavolta andrai in galera e ci resterai a lungo, devi
pagare per una vita di crimini». Anche Trump lo attacca su Truth: «Mi rattrista vedere Musk perdere il controllo e trasformarsi in un disastro nelle ultime cinque settimane. Vuole anche lanciare un terzo partito che non ha mai avuto successo. Il sistema in vigore non li prevede».
Trump torna a insinuare che Musk sia così nervoso a causa dei sussidi per l’auto elettrica eliminati: «Mi opponevo fin dall’inizio. Ho fatto campagna sulla loro abolizione quando Elon mi ha dato il suo sostegno. Mi aveva detto che non c’erano problemi».
Trump contro Musk
Poi l’attacco diretto: «Elon mi ha chiesto che uno dei suoi amici guidasse la Nasa. Il suo amico era molto bravo ma era un democratico che non aveva mai contribuito al partito repubblicano. Forse lo era anche Musk. Ho pensato che fosse inappropriato avere un amico di Musk alla Nasa».
Il presidente ha parlato anche dell’America Party: «Penso che sia ridicolo fondare un terzo partito. Abbiamo avuto un enorme successo con il Partito Repubblicano. I Democratici hanno perso la bussola, ma è sempre stato un sistema bipartitico, e credo che fondare un terzo partito non faccia altro che aumentare la confusione. Sembra davvero che sia stato sviluppato per due partiti. I terzi partiti non hanno mai funzionato, quindi può anche divertirsi, ma penso che sia ridicolo».
Né di destra né di sinistra
Da parte sua per ora Musk va avanti. Con uno slogan che da queste parti abbiamo già sentito: «Non sono né di sinistra né di destra, io vado avanti». L’imprenditore punta sulla «maggioranza esausta». Quella fatta di imprenditori, centristi,
tecno-libertari, democratici delusi e conservatori post-Trump. Anche se i precedenti insegnano che il terzo partito nel sistema americano non ha mai sfondato. Il Corriere ricorda che Theodore Roosevelt nel 1912 creò il Partito Progressista finendo per consegnare la Casa Bianca a Woodorw Wilson. E ancora: Ross Perot nel 1992 salì al 39% nei sondaggi di giugno. Ma poi arrivò al 19%: abbastanza per togliere voti a Bush padre e regalare la vittoria a Clinton. Il logo del partito è già pronto.
I precedenti
E ancora: Ralph Nader, profeta del Partito dei Verdi, costò la Casa Bianca al dem Al Gore nel 2000 contro Bush figlio. Il politologo Maurice Duverger l’ha spiegato in tempi non sospetti: quando il sistema è uninominale e a turno secco il bipartitismo è inevitabile. Le uniche due possibilità per sfondare per Musk sono la riforma del sistema elettorale con l’introduzione del voto a scelta unica o un boom elettorale che dovrebbe avere dimensioni impressionanti. Però i numeri contano lo stesso per i Repubblicani. E infatti dicono che alle elezioni di midterm 2026 le prime stime danno i candidati dell’America Party fino al 12% in certi collegi. Poco per vincere. Abbastanza per far perdere Trump.
Il candidato presidente
Nel 2028 però Musk non potrà candidarsi alle elezioni. Perché è nato a Pretoria in Sudafrica. Ma potrebbe scegliere un buon candidato. Ma il suo obiettivo per ora è più a portata di mano. Ha scritto su X: «Basterebbe concentrarsi sulla conquista di due o tre seggi al Senato e di otto-dieci alla Camera». Alle elezioni di Midterm, in programma il 3 novembre 2026, si potrebbe presentare lo stesso Musk, visto che è cittadino americano da 23ù
anni. Ne bastano sei per candidarsi alla Camera e nove per il Senato. E, spiega Repubblica, nei numeri potrebbe diventare decisivo: oggi i Repubblicani hanno un vantaggio di otto deputati alla Camera: 220 a 212, più tre seggi ancora vacanti. Al Senato, dove si vota per assegnare 33 seggi su 100, il vantaggio è di sei parlamentari (53 a 47).
I candidati
Musk intanto guarda proprio all’interno del Great Old Party per trovare i suoi candidati. Uno che gli piace è Thomas Massie, deputato repubblicano del Kentucky, uno dei pochi conservatori ad aver votato contro il Big Beautiful Bill.
Trump lo sa e lo ha già minacciato: non metterai più piede in Congresso. E Musk lo ha difeso. Ci sono anche i costi da calcolare. Nel 2024 Musk ha speso 277 milioni per finanziare Trump. Per un nuovo partito, calcola ancora Repubblica, servirebbe più o meno la stessa cifra.
(da agenzie)

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SULL’UCRAINA PIOVONO MINE: PICCOLE, COLORATE E A FORMA DI GIOCATTOLO

Luglio 7th, 2025 Riccardo Fucile

I MORTI, I RISCHI, I COSTI

L’invasione russa ha reso l’Ucraina il Paese più minato al mondo: 40 mesi di conflitto tra Mosca e Kiev hanno creato una delle più grandi sfide di operazione di bonifica dalla Seconda guerra mondiale in poi. E non si vede ancora la fine. Si stima che attualmente circa 2 milioni di ettari di terreni agricoli ucraini siano contaminati da ordigni bellici esplosivi. Tra questi rientrano le mine anticarro, che prendono di mira i veicoli, ma non fanno distinzione tra un tank e lo scuolabus; e le mine antiuomo, fabbricate con lo specifico scopo di amputare e non riconoscono il piede di un militare da quello di un bambino.
Da Mosca la ferale PFM-1
La mina antiuomo più utilizzata da Mosca in Ucraina è la piccola e micidiale PFM-1: progettata all’inizio degli anni ’70 e utilizzata in Vietnam, durante l’invasione sovietica in Afghanistan e in Cecenia, ma pure dall’Azerbaijan in Nagorno-Karabah. È nota in Italia come «pappagallo verde» dal titolo di un romanzo di Gino Strada, in cui il fondatore di Emergency e chirurgo di guerra racconta l’impatto di questi ordigni sui bambini, che ne sono attratti perché è verde e a forma di giocattolo, o di pappagallo appunto. Le PFM-1 o PFM-1S vengono seminate sul territorio da aerei ed elicotteri tramite un
sistema a dispersione, oppure dai razzi da artiglieria, che possono trasportare fino 312 mine ciascuno. Non detonano all’impatto, ma si attivano qualche ora dopo e basta una pressione di 5 kg per farle esplodere. La forma irregolare e i colori mimetici le rendono estremamente difficile da individuare, e possono rimanere nascosta nella vegetazione o nel fango anche per anni.
Gli ordigni sul terreno
Al contrario della Russia e degli Stati Uniti, l’Ucraina aveva aderito alla convenzione di Ottawa del 1997 che vieta l’uso di mine antiuomo. Convenzione dalla quale ha ufficializzato l’uscita una settimana fa.
In realtà le mine antiuomo Kiev le stava già usando da tempo, compresi i pappagalli verdi: secondo Human Rights Watch le truppe ucraine le hanno lanciate vicino alla città di Izium, nella regione di Kharkiv, riconquistata alla Russia nel 2023. Ci sono poi le mine anticarro utilizzate per rallentare l’avanzata russa fornite dai partner occidentali, inclusi gli Stati Uniti. Alle mine si aggiungono gli ordigni inesplosi che entrambe le parti hanno sparato sul fronte. In gergo le chiamano UXO. Si stima che questi ordigni abbiano contaminato 174.000 chilometri quadrati, pari a circa il 30% del territorio ucraino. Parliamo di un’area più grande della Grecia. Secondo Human Rights Watch, la presenza di mine è stata documentata in 11 delle 27 regioni dell’Ucraina, però esperti e sminatori internazionali sostengono che si tratta di una sovrastima perché la Russia non avrebbe la capacità o la necessità di minare tutto il terreno conteso. Certo è che al momento quel terreno è off-limits.
Scopo: amputare e terrorizzare
I campi minati devono essere registrati dai reparti specializzati, sia per evitare di passarci sopra in previsione di un’avanzata, sia in previsione dello sminamento. Invece queste aree non sono state opportunamente mappate, e le mine piazzate a casaccio o in fretta, o con l’intenzione di terrorizzare. Un modus operandi adottato dalla Russia durante il suo ritiro dalle zone occupate. Le autorità ucraine denunciano di aver trovato mine nei frigoriferi, nei giocattoli, o granate dotate di fili a scatto, rendendo ancora più difficile la rimozione. Addirittura, ha denunciato il presidente Volodymyr Zelensky, i militari russi in ritirata hanno piazzato trappole esplosive sui corpi dei soldati morti. Dall’inizio della guerra fino all’aprile scorso, secondo le autorità ucraine 1.158 civili sono stati colpiti da oggetti esplosivi, tra di loro più di 100 bambini. Ad oggi 335 persone sono morte, di cui 18 bambini. Il 50% degli incidenti si è verificato nelle regioni di Kharkiv, Mykolaiv e Kherson. «Questi ordigni continueranno a uccidere anche e dopo la fine delle ostilità perché – spiega Erik Tollefsen, capo dell’Unità di contaminazione delle armi presso il Comitato internazionale della Croce Rossa – le mine terrestri restano attive». Intanto gli sminatori militari sono tutti impegnati in bonifiche rapide, spesso sotto il fuoco nemico, per creare un percorso sicuro per superare le linee difensive. Il resto rimane dov’è.
Decenni per bonificare
L’ex ministro della Difesa Oleksiy Reznikov ritiene che all’Ucraina serviranno circa 30 anni e almeno cinquemila specialisti per sminare tutti i terreni. A condizione che l’Ucraina si muova al ritmo della Croazia, dove la guerra è finita 28 anni fa, ma parte dei territori è ancora minata. Il ministro degli Affari
interni ucraino Ihor Klymenko parla di 10 anni necessari solo per bonificare terreni agricoli. Ihor Bezkaravainyi, vice ministro dell’Economia che sovrintende alla bonifica delle mine, e lui stesso rimasto ferito da un ordigno sul fronte di Donetsk nel 2015, sostiene che l’Ucraina sta dando priorità allo «sminamento per esigenze civili». Da febbraio 2022, gli sminatori hanno ispezionato circa 35 mila chilometri quadrati, all’incirca le dimensioni della Moldavia, e hanno bonificato circa 4.700 chilometri quadrati. Per l’economia ucraina la priorità sono i campi di grano a Sud e le foreste a Est, ma il personale specializzato non basta. Il governo ucraino ha messo in atto un programma di aiuto agli agricoltori che in pratica dice: organizzatevi per bonificare i terreni e i costi saranno coperti al 100%, mentre per i campi sminati nel periodo dal 22 febbraio 2022 al 15 aprile 2024 avrete un risarcimento fino all’80%. Oggi molti contadini denunciano di non aver ricevuto nulla, e che per mangiare hanno dovuto provvedere da soli alla bonifica.
I contadini fanno da soli
Di fatto, nonostante l’assistenza e la competenza di Ong internazionali e altre organizzazioni, gran parte delle operazioni di sminamento viene svolta dagli stessi ucraini: insegnanti, tassisti e mamme sono stati addestrati a questo lavoro incredibilmente pericoloso. Del resto l’Ucraina ha circa 3.000 specialisti impegnati in questo settore e prevede di formarne altri, ma ne servono migliaia, perché sminare è un’operazione lunga e costosa.
La Banca Mondiale stima che bonificare tutta l’Ucraina costerà circa 37 miliardi di dollari. Si sono attivate, stanziando risorse, le organizzazioni internazionali, singoli donatori e singoli Stati,
come la Svizzera e l’Italia, che di recente attraverso la cooperazione italiana ha stanziato 6 milioni di euro, mentre gli Stati Uniti hanno impegnato fin qui circa 182 milioni di dollari.
I droni antimine
A partire dal 2024 gli ucraini stanno testando i droni cercamine dotati di telecamere a infrarossi, magnetometri e connessi all’intelligenza artificiale. Tra le équipe specializzate c’è l’Ailand System, società di Kiev che dispone di 12 ingegneri, 3 fisici e 2 sminatori per sviluppare nuovi prototipi di droni. Il team sta già lavorando in partnership con i servizi di sicurezza ucraini e le aziende agricole del Paese. Stando alle dichiarazioni della vice prima ministra ucraina Julija Svyrydenko è una strada promettente perché nel rilevamento delle mine alcuni di questi test hanno prodotto un tasso di successo del 70%. Il problema è che si tratta di un processo lento e ancora troppo costoso. L’unica buona notizia di questa storia è che di tutte le mine seminate in Ucraina, molte sono sparse sul terreno, anziché essere interrate, «quindi è possibile vederle», spiega Jennifer Hyman, portavoce di HALO Trust, una delle organizzazioni umanitarie tra le più attive nelle operazioni di sminamento. Ma per vederle la strada è lunghissima: solo per analizzare attentamente le foto e i video raccolti dai droni di un unico campo agricolo, un analista impiega almeno due giorni. Intanto ogni giorno dal cielo ne piovono migliaia.
Milena Gabanelli e Marta Serafini
(da corriere.it)

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IL LUNGO ADDIO DELLA CARREFOUR: “ITALIA COMPLICATA”

Luglio 7th, 2025 Riccardo Fucile

IL COLOSSO DEI SUPERMERCATI TAGLIA PERSONALE E PREPARA LA RITIRATA

Gli indizi di un addio ci sono tutti, anche se per il momento restano tali. L’ultima raffica di esuberi di Carrefour, 175 quelli decisi per la sede centrale di Milano, è arrivata mentre da settimane si rincorrono indiscrezioni, mai smentite dalla società di un disimpegno del gruppo francese dall’Italia.
Quel che è certo è che il colosso della Gdo non riesce ormai a rendere profittevole il proprio business in Italia: 93,5 milioni di perdita lo scorso anno, 129 nel 2023, 115 nel 2022. E per questo ha da tempo avviato un processo di conversione dei punti vendita di proprietà in attività in franchising.
Secondo i dati del bilancio 2024, su 1185 punti vendita solo 211 sono di proprietà del gruppo mentre gli oltre 900 restanti sono legati al marchio con accordi di franchising. Che però, stando sempre ai dati del bilancio, assicurano 365 milioni di euro, un decimo del fatturato totale della società.
Le indiscrezioni che si sono susseguite nelle ultime settimane e che l’azienda, interpellata da Repubblica, non commenta suggeriscono qualcosa di più. Il gruppo starebbe valutando la cessione delle sue attività in Italia agli altri grandi player del settore, con Lidl, Esselunga e Conad tra i potenziali acquirenti.
L’azienda non si sbilancia, ma nel comunicato con cui ha annunciato gli esuberi non ha nascosto le difficoltà che sta incontrando nel nostro Paese. “La decisione è strettamente connessa alla complessità delle condizioni del mercato italiano, all’interno del quale il settore della Gdo si contraddistingue per una competizione intensa e frammentata, a fronte di un potere d’acquisto in diminuzione e una costante pressione sui margini, determinata da costi energetici, di logistica e aumento dei tassi di interesse”, ha detto.
Il settore fronteggia da anni una competizione interna sempre più agguerrita da parte dei discou

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