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CHI VINCE LE ELEZIONI?

QUANTO CONTANO LE LEGGI ELETTORALI

«I sistemi elettorali sono lo strumento più manipolativo della politica», sosteneva il celebre politologo Giovanni Sartori. Ma allora quanto conta davvero la legge elettorale su chi vince le elezioni, visto che negli ultimi 33 anni l’abbiamo cambiata quattro volte e adesso si va verso la quinta? Per capirlo occorre comprendere il meccanismo che trasforma il nostro voto in seggi in Parlamento. Da quella formula dipendono due cose: la rappresentanza, cioè quante e quali forze politiche entran
in Parlamento, e la governabilità, cioè fare in modo che dalle urne esca una maggioranza solida in grado di formare un governo che duri i cinque anni per i quali è stato eletto. In Italia trovare l’equilibrio tra le due logiche si è rivelato molto difficile. Secondo i politologi Nicola Pasini (Statale di Milano) e Marta Regalia (Università del Piemonte Orientale di Alessandria) la legge elettorale dovrebbe dare potere agli elettori e «spingere i partiti a presentare all’opinione pubblica coalizioni pre-elettorali chiare così che i cittadini possano esprimere una scelta di indirizzo altrettanto chiara». Invece chi scrive le regole del gioco cerca di costruire le formule che ritiene più favorevoli al proprio partito guardando ai risultati elettorali passati o ai sondaggi.
Rappresentanza contro governabilità
In un sistema proporzionale ogni partito ottiene seggi in proporzione ai voti e il Parlamento riflette tutte le sensibilità politiche del Paese. Questo però non garantisce la governabilità perché può portare a coalizioni ampie, eterogenee e instabili. Al contrario, assegnare singoli seggi nei collegi elettorali a chi prende anche solo un voto in più, oppure garantire un premio di maggioranza al partito o coalizione che vince, può portare a governi stabili. Almeno sulla carta. Perché, come vedremo, ci possono essere delle sorprese!
La Prima Repubblica
Dopo il fascismo l’Italia, per evitare gli errori del passato, sceglie un modello che faccia contare tutti. Nella cosiddetta Prima Repubblica per 45 anni c’è una sola legge elettorale, se si esclude la cosiddetta «legge truffa» del 1953 che prevedeva
un premio di maggioranza mai scattato e rapidamente abolita. Il cittadino sceglie un partito e può indicare fino a tre o quattro preferenze per i candidati di quella lista: i seggi vanno ai partiti in proporzione ai voti e ai candidati secondo le preferenze. Dopo il voto i partiti si mettono d’accordo e indicano al Capo dello Stato il Presidente del Consiglio. Risultato: massima rappresentatività, ma tanti partiti che rendono instabile il governo. Dal 1948 al 1994 si succedono 47 governi, con una durata media di 355 giorni.
Il Mattarellum (1993)
Nel 1993, per avere più stabilità, si cambia con il Mattarellum: il 75% dei seggi vanno a chi prende anche solo un voto in più nei collegi sparsi sul territorio, e il 25% viene distribuito in proporzione ai voti. Il cittadino non può esprimere preferenze: il partito o la coalizione scelgono il candidato che nei collegi sfida gli altri. La gara diventa tra due schieramenti, ma i piccoli partiti restano decisivi e hanno potere di ricatto: nel 1994 la Lega di Umberto Bossi all’8,4% fa cadere il governo Berlusconi I, e nel 1998 Rifondazione Comunista di Fausto Bertinotti all’8,5% fa cadere il governo Prodi I. In 12 anni 8 governi della durata media di 423 giorni, ad esclusione del Berlusconi II rimasto in carica 1.412 giorni.
Il Porcellum (2005)
Nel 2005 arriva il Porcellum e si torna al proporzionale con i candidati eletti in base all’ordine scelto dai partiti in liste bloccate. Gli elettori scelgono il partito, ma i nomi degli eletti li decidono i partiti. C’è però un premio: alla Camera il 55% dei seggi alla coalizione più votata, mentre al Senato il bonus scatta regione per regione
garantendo anche qui il 55% dei seggi alle coalizioni più votate. I numeri però mostrano come la stessa legge possa portare a risultati opposti. Vediamoli.
Stessa legge, esiti diversi
Nel 2006 l’Unione di Romano Prodi prende il 49,81% e la Casa delle Libertà di Berlusconi il 49,74%. Uno scarto quasi nullo, ma grazie al premio l’Unione ottiene 348 seggi alla Camera contro 281. Al Senato, invece, finisce quasi pari: 158 a 156, una maggioranza fragilissima.
Nel 2008 il Popolo delle Libertà e la Lega hanno il 46,81% contro il 37,55% di Pd e Italia dei Valori. Il vantaggio si trasforma in una valanga di seggi: alla Camera 344 contro 247, al Senato 174 contro 134.
Nel 2013 Italia Bene Comune di Pier Luigi Bersani prende il 29,55%, il Popolo delle Libertà il 29,18% e il M5S il 25,56%. Alla Camera scatta il premio e Italia Bene Comune ottiene 345 seggi contro i 126 del centrodestra e i 109 del M5S. Al Senato invece nessuno ha i numeri per governare con 123 a 118 e il M5S a 54. Nasce un governo di larghe intese che nessuno avrebbe mai immaginato. Sta di fatto che tra il 2006 e il 2018 ci sono 6 governi con una media di 724 giorni, conteggiando il record di Matteo Renzi di 1.024 giorni.
La Consulta e l’Italicum (2015)
Nel 2014 la Corte costituzionale boccia il Porcellum perché il premio di maggioranza scatta senza che ci sia una soglia minima di voti e le liste bloccate sono troppo lunghe: la convinzione della Consulta è che il premio di maggioranza senza una percentuale minima di voti faccia perdere rappresentatività al Parlamento
e le liste bloccate sfavoriscano un rapporto diretto tra elettori ed eletti. Segue l’Italicum, voluto da Matteo Renzi nel 2015: proporzionale con premio di maggioranza, ma solo se viene raggiunto il 40% dei voti, altrimenti si va al ballottaggio tra i due partiti più votati. Torna un po’ di potere ai cittadini perché solo il nome del capolista è bloccato, mentre gli altri vengono eletti in base alle preferenze. Ma anche l’Italicum viene bocciato dalla Corte costituzionale.
Il Rosatellum (2017)
Dal 2017 si vota con il Rosatellum: il 37% dei posti vanno a chi prende anche solo un voto in più nei collegi e il 63% viene diviso in proporzione ai voti dei partiti. Nessuna possibilità di esprimere preferenze. Nel 2018 il centrodestra prende il 37%, il M5S il 32,7% e il centrosinistra il 22,8%. Alla Camera il centrodestra ottiene 265 seggi, il M5S 227 e il centrosinistra 122. Al Senato il centrodestra arriva a 137, il M5S a 111 e il centrosinistra a 60. Nessuna coalizione ha i numeri per governare da sola come era già successo nel 2013 con una legge elettorale completamente diversa. In 4 anni e 7 mesi 3 governi, media 554 giorni.
Il governo Meloni
Il governo Meloni, il quarto votato con il Rosatellum, è in carica da 1.325 giorni, il secondo più lungo dopo il Berlusconi II.
Eppure proprio la sua coalizione ha depositato in Parlamento, il 26 febbraio 2026, la proposta della quinta legge elettorale. Forse perché teme di non avere più lo stesso consenso del 2022 e cerca la formula più adatta a blindarla? I pilastri su cui si regge, in base all’ultima versione, sono: sistema proporzionale con premio di
maggioranza per chi raggiunge il 42% dei voti; se nessuno ci arriva, scatta il proporzionale puro. Le coalizioni devono indicare nel programma elettorale chi sarà il presidente del Consiglio designato. E ancora una volta sono escluse le preferenze, che potrebbero restituire un po’ di sovranità agli elettori.
Il confronto internazionale
Il Regno Unito ha scelto il maggioritario nell’Ottocento, la Germania il modello misto nel 1956, la Francia il doppio turno nel 1958 e la Spagna il proporzionale in piccole circoscrizioni nel 1985.
Noi, invece, non abbiamo idea di quale modello vogliamo: siamo alla quinta proposta in 33 anni, e l’esito dimostra che il vincolo della legge, pur essendo imprescindibile, non è garanzia di stabilità. Infatti le stesse leggi hanno dato esiti diversi, e leggi diverse hanno prodotto lo stesso stallo, perché il problema si annida nella struttura del sistema partitico. Se i contendenti continuano a scrivere le regole in preda alla moda del momento, in base ai risultati attesi alle urne, e rinunciando a selezionare una classe dirigente in grado di comprendere quale futuro vuole per il Paese, non cambierà nulla. Non solo, l’elettore potrebbe allontanarsi ancora di più, poiché l’unica cosa che comprende è che questi continui cambi di formule non sono nell’interesse di chi vota, ma di chi vuole governare.
Milena Gabanelli e Simona Ravizza
(da corriere.it)

 

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