Destra di Popolo.net

“DESTRA DI POPOLO” E’ A FIANCO DELL’AMICO CHRISTIAN ABBONDANZA MINACCIATO DALLA MAFIA

Novembre 23rd, 2011 Riccardo Fucile

CONTRO MAFIE E IPOCRISIE, SOSTENERE LA “CASA DELLA LEGALITA'”
E’ UN DOVERE CIVILE… LA DESTRA SOCIALE DEI VALORI E DELLA LEGALITA’ SABATO SARA’ PRESENTE, IN MEMORIA   DI PAOLO

Ci sono nuove e concrete evidenze che il presidente della Casa della Legalità  – Onlus (www.casadellalegalita.org), Christian Abbondanza, sia ritenuto in concreto ed effettivo pericolo di vita per possibili attacchi da parte di cosche mafiose operanti sul territorio.
Le Prefetture di Savona e Genova hanno conseguentemente disposto misure di protezione per tutelarne l’incolumità , dando così conferma del fatto che nel 2011 in Liguria un uomo rischia la vita se denuncia le pesanti presenze ed attività  mafiose nel territorio e le infiltrazioni nell’economia e nella politica.
Questa notizia dovrebbe imporre a tutta la comunità  ligure una profonda riflessione e smuoverne la coscienza.
La Casa della Legalità , tramite i suoi Osservatori su mafie, reati ambientali e pubbliche amministrazioni, ha promosso inchieste ed effettuato denunce che hanno anticipato anche di diversi anni sviluppi giudiziari ed investigativi che hanno poi confermato la Liguria come “colonizzata” in tutte le sue province dalle mafie.
A riconferma di ciò, la recente riunione della Commissione Parlamentare Antimafia a Genova, con le audizioni di Prefetti, Reparti e Magistratura, ha evidenziato, dopo anni, che quanto denunciato dalla Casa della Legalità  era fondato.
Con un lavoro costante la Casa ha raccolto segnalazioni e promosso approfondimenti che sono stati poi raccolti dai reparti dello Stato, Prefetture e da diverse Procure.
Questo lavoro ha permesso anche al mondo dell’informazione di aprire gli occhi su questa drammatica realtà , contribuendo fortemente a rompere il muro di silenzi, negazionismi e omertà  che per anni ha avvolto ed avvolge tutt’ora mafiosi noti e meno noti, così come anche i rapporti di affari che questi avevano (ed hanno) con imprese, cooperative, società  pubbliche e pubbliche amministrazioni.
Con determinazione non hanno lasciato soli coloro che hanno trovato il coraggio di denunciare, così come sono stati stati capaci di mettere in imbarazzo e difficoltà  la politica che, da una parte e dall’altra, vede propri esponenti affiancarsi ai boss e diversi Comuni soccombere ad infiltrazioni e condizionamenti, spesso in cambio di una manciata di voti.
Certamente qualcuno potrà  dire: “se la sono cercata”.
E’ vero, si sa a cosa si va incontro quando si denunciano certe collusioni e complicità , quando si punta l’indice sul mafioso e sulle attività  di riciclaggio che vedono, ad esempio, la Liguria in prima fila con le speculazioni edilizie.
Ma non è così che una società  civile può e deve rispondere.
Una “società  civile” deve prendere esempio da quanto fatto dalla Casa della Legalità .
Ognuno deve farsi carico di un pezzetto di responsabilità  in questa lotta all’illegalità  ed alle mafie.
Ognuno deve sostenere questa battaglia.
La Casa della Legalità  è una struttura che non riceve alcun contributo pubblico e che non ha sponsor: non li ha proprio perchè ha voluto mantenersi assolutamente indipendente e libera d’azione; l’unica fonte di sostentamento della struttura sono le sottoscrizioni e le donazioni dei singoli cittadini.
Purtroppo alle spese ordinarie (cancelleria, telefono, benzina per gli spostamenti solo per fare alcuni esempi) si aggiungono sempre più sovente (e più a fondo si colpisce) da un lato le spese legali per difendersi dalle querele e dall’altro magari le spese di “manutenzione” per le casuali manomissioni all’auto usata per gli spostamenti o per gli attacchi informatici…
Ed allora ecco che ci sentiamo in dovere, oltre all’esprimere solidarietà  al Presidente della Casa della Legalità  ed agli altri ragazzi che lo affiancano nelle inchieste, nelle denunce e nelle incursioni sul territorio, di invitare ad un sostegno anche economico della Casa della Legalità , così che possano continuare ad andare avanti nel loro lavoro che si è dimostrato così efficace ed incisivo, sia per l’impatto civile e culturale, sia per il contributo portato anche ad inchieste e provvedimenti giudiziari che hanno condotto ad un’aggressione vera e propria alle cosche ed ai loro capitali illeciti.
Se ognuno di noi si impegnasse a sostenere questa realtà  libera, con un piccolo contributo mensile, tutti saremo più liberi.
Questo sostegno, alla luce dei nuovi atti intimidatori che in queste ore stanno colpendo i membri della Casa della Legalità  e le persone ad essa vicine, stringendo sempre di più il cerchio attorno al Presidente dell’associazione, è una sorta di “impegno e dovere civile”, a testimonianza del fatto che cedere di un solo passo sarebbe una sconfitta ed una svendita del nostro territorio e patrimonio alla criminalità  organizzata.
Nel mirino, ora, ci sono loro.

Le adesioni all’inziativa di sabato 26 novembre

Rosario Crocetta – Europarlamentare ed ex sindaco antimafia di Gela
Giuseppe Lumia – Senatore – Commissione Parlamentare Antimafia già  Presidente della commissione
Angela Napoli – Deputato – Commissione Parlamentare Antimafia
Andrea Orlando – Deputato – Commissione Parlamentare Antimafia
Enrico Musso – Senatore – Commissione Parlamentare Antimafia
Giulio Cavalli – Attore, scrittore e consigliere regionale in Lombardia
Piero Ricca e Qui Milano Libera – Attivista, blogger e giornalista freelance italiano
Alfredo Galasso – Avvocato, politico e docente italiano
Lirio Abbate – Giornalista
Dario Fo – Drammaturgo, attore teatrale, scrittore, regista, scenografo, attore cinematografico comico e blogger italiano. Vincitore del Premio Nobel per la letteratura
Franca Rame – Attrice teatrale, drammaturga e politica italiana
Valerio Gennaro – Medico Oncologo Epidemiologo ISDE
Patrizia Gentilini – Oncologo, ISDE
Daniele Biacchessi – Giornalista, scrittore, autore e interprete di teatro civile
Roberto Galullo – Giornalista
oSKAr Giammarinaro e gli Statuto
Marino Severini e The Gang
Ivan Cicconi – esperto ti appalti pubblici
Luigi Marra e comitato di redazione della rivista “Medicina Democratica”
Maurizio Bardi e la cooperativa “La Liberazione” di Milano
Paolo Franceschi – Pneumologo – Medici Per l’Ambiente
Vittorio Malagutti – Giornalista
Valentina Petrini – Giornalista
Ezio Orzes – Assessore Ponte nelle Alpi
Claudio Porchia – Centro Impastato di Sanremo
Pino Maniaci – Giornalista Telejato
Rosita Rosa – Giornalista
Mario Molinari e savonanews.it
Paolo Rabbitti – ingegnere e urbanista
Francesco Saverio Alessio – giornalista scrittore
Enrico Bini – Presidente camera di commercio Reggio Emilia
Michelangelo Bolognini – medico, Medicina Democratica
Antonio Signorile con uominiliberi.eu e truciolisavonesi.it
Le Vie del Canto – associazione-coro
nuove adesioni:
Sabina Provenzani – giornalista
Antonio Amorosi – giornalista e scrittore
Maria Teresa Falbo – giornalista
Rodingo Usberti – veterinario Cesana
Cesare Manachino – Medicina Democratica
Anna Prandina
Gianluigi Salvador – WWF Veneto referente energia e rifiuti – Membro fondatore MDF
Walter Fossati
Rosa Stano
Paola Nugnes
Giuseppe Cristoforoni
Laura Valsecchi
Luigi Bergantino – Napoli
Sonia Toni – Dir. Rep. “La Scienza Verde” Mensile on line di ecologia, salute, politiche del territorio – www.scienzaverde.it
Adriana Pagliai
Bernardo Piemonte – Verona
Marcella Corò – Mogliano Veneto
Luca Tittoni – vice presidente Associazione Differenziati Castelli Romani
Claudia Massa
Stefano Palmisano – Avvocato Bari
Luigi Gasparini – Ferrara
Margherita Piastrelloni
Ruggero Ridolfi – Medico Oncologo – Forlì
Doriana Sarli
Lino Balza
Luigi Gasparini – Medico igienista preoccupato per la Salute Pubblica e Referente per la Provincia di Ferrara dell’Associazione Medici per l’Ambiente ISDE Italia (International Society of Doctors for the Environment) Gasparini Luigi, presso la CASA DELL’AMBIENTE E DELLA SALUTE
Silvia Franzini – Chimica Pistoia
Società  Futura Vercelli
Dario Roasio
Margherita Piastrelloni – Medico – Cesena
Iolanda Faraioca
Gianluca Garetti
Angelo Baracca – Prof. Fisica Università  di Firenze
Mario Frusiì
Sergio Benvenuti – Comitato Ambientale di Casale (Prato)
Giorgio Forti
Valentino Tavolazzi – MD Ferrara
Giovanni Ghirga – Civitavecchia
Riccardo Fucile e destradipopolo.net
Luca Rinaldi – Giornalista e blogger
Stefano Milano – Libreria UBIK Savona
Alessandro Braggio – ricercatore CNR-SPIN
Carla Cavagna
Movimento 5 Stelle Milano
Movimento 5 Stelle Bologna
Movimento 5 Stelle Reggio Emilia

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MA ALLE ELEMENTARI CHI HA PROMOSSO MICHAELA BIANCOFIORE?

Novembre 23rd, 2011 Riccardo Fucile

QUANDO PER L’ONOREVOLE L’ITALIANO E’ UN OPTIONAL

«A scuola, allora, si cominciava con le aste, centinaia di aste su quaderni a quadretti con la matita, non ancora col pennino e l’inchiostro. Poi, si passava alle vocali; poi, alle consonanti; poi, all’assemblaggio di una consonante e di una vocale; quindi, si congiungevano le sillabe per formare parole. E si copiavano parole dal sillabario e si facevano schede d’esercizi. Esercizi che duravano dei mesi…».
Ecco, l’onorevole ripetente Michaela Biancofiore dovrebbe ricominciare da quell’ultima intervista data da Leonardo Sciascia a Le Monde prima di morire.
Riparta dalle aste.
O almeno dalle vocali: a-i-u-o-l-e.
Perchè una cosa deve mettersela in testa: deve piantarla di difendere l’italianità  dell’Alto Adige commettendo strafalcioni mostruosi non solo per un deputato ma per un somaro della seconda elementare.
Si è schiantata sugli accenti («dò», «stà », «pò»), ha detto che gli avversari la vogliono «distrutta, annientata, denigrata, scanzonata» (voce dello sconosciuto verbo michaeliano «scanzonare»), ha inventato «l’amantide religiosa».
Creatura che, con l’apostrofo lì, è ignota in natura.
Insomma: un disastro.
Prendiamo la sua ultima battaglia, contro la rimozione, dalla parete del Palazzo degli Uffici finanziari di Bolzano di un altorilievo che raffigura il Duce a cavallo.
Ricordate?
Berlusconi fece con Durnwalder nell’autunno 2010 un accordo scellerato: la Svp s’impegnava a non votare, in quel momento delicato, la sfiducia a Bondi e in cambio Roma dava ciò che nessun esecutivo, di destra o sinistra, aveva mai concesso: lo stop ai restauri del monumento alla Vittoria, la rimozione dell’altorilievo e lo spostamento del monumento all’Alpino di Brunico.
Tre simboli dell’italianità  vissuti dalla Svp come ferite.
Bene: mentre scoppiava la rivolta, la ripetente «pasionaria» pidiellina se ne restò muta: «Invito tutti alla calma. Il governo ha già  abbastanza problemi».
Entrata tardi in battaglia per amore berlusconiano, la Biancofiore ha però ragione: non c’è senso a rimuovere l’altorilievo.
Come ricorda nel libro Non siamo l’ombelico del mondo Toni Visentini, che certo non è un italianista fanatico, «la piazza non è mai stata vissuta (ed è opportuno che non si cominci ora) come “fascista”» anche perchè «il bassorilievo – splendido – è opera di un grande scultore bolzanino di lingua tedesca, Hans Piffrader».
Cosa resterebbe se i posteri avessero distrutto tutti i ritratti di Giulio Cesare e Luigi XIV, papa Borgia o Ezzelino da Romano?
Ormai è lì, ci mettano una targa che spieghi la scelta di non distruggere l’arte nonostante le infamie del Duce e fine.
Ma in nome dell’Italia, dell’italianità  e della lingua italiana la Biancofiore la smetta di scrivere, come ha fatto su carta intestata spingendo Emiliano Fittipaldi a riderne su l’ Espresso , che si trattò di un accordo preso «senza sentire n’è i dirigenti del Pdl n’è verificare la sensibilità  dei nostri elettori…».
Ma chi l’ha promossa in terza elementare?
Pensa di avere, come deputata, l’immunità  ortografica?

Gian Antonio Stella
(da “Il Corriere della Sera“)

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SOLO UN GIOVANE SU DIECI ENTRA IN AZIENDA CON LA GARANZIA DI UN CONTRATTO A TEMPO INDETERMINATO

Novembre 23rd, 2011 Riccardo Fucile

IL CONTRATTO UNICO PUNTA AD ELIMINARE ALMENO IN PARTE L’ENORME MASSA DEI LAVORATORI PRECARI

È una delle poche idee che siamo riusciti anche ad esportare all’estero.
Da tempo economisti come Pierre Cahuc, Francis Kamarz, Samuel Bentolila e Juan Dolado propongono il «contratto unico» inventato da Tito Boeri e Pietro Garibaldi anche in Francia e Spagna.
Ma da noi il dibattito incontra sin dal 2002, quando è stato proposto dai due economisti del lavoro un totem insormontabile: l’articolo 18.
Il fatto è che da quando quella norma dello Statuto dei Lavoratori è stato al centro di uno scontro al calor bianco tra il governo Berlusconi bis e la Cgil di Sergio Cofferati – con l’epilogo dei tre milioni a Circo Massimo – è complicato parlare di diritto del lavoro senza scivolare sul terreno dello scontro ideologico.
Elsa Fornero, neo ministro del Lavoro ha già  detto cosa ne pensa: il contratto unico è «in grado di conciliare la flessibilità  in ingresso richiesta dalle imprese con l’aspirazione alla stabilità  rivendicata dai lavoratori».
Sarà  un tassello importante dell’agenda di governo dell’economista torinese. Ma è anche uno dei motivi per cui la Cgil continua a rimarcare la diffidenza nei confronti del governo Monti.
Il contratto unico tenta di rispondere a un mondo del lavoro che si è fortemente precarizzato e dove si è creato un dualismo crescente tra chi è tutelato dal contratto a tempo indeterminato e le miriadi di atipici che hanno spesso livelli salariali infimi, non sono garantiti da contratti nazionali e sono quasi senza tutele.
Soprattutto, avendo una data scritta sul contratto, gli ormai milioni di lavoratori precari non sanno neanche cos’è, l’articolo 18.
Stiamo parlando del 90 per cento di chi comincia oggi un lavoro: ormai solo un giovane su dieci inizia una professione o un mestiere con un contratto a tempo indeterminato.
Gli altri nove entrano con contratti a termine, interinali, co.co.pro, eccetera.
Fuori dal perimetro dello Statuto dei lavoratori.
E, molto spesso, dall’ombrello dei sindacati.
Anni fa al «contratto unico di ingresso», in breve Cui, se n’è affiancato uno analogo del giuslavorista e senatore Pd Pietro Ichino che ne riprende l’idea di fondo ma differisce su alcuni punti.
Nella versione Boeri-Garibaldi è un contratto a tempo indeterminato e la difesa dal licenziamento senza giusta causa è prevista dal primo giorno.
Solo che per i primi tre anni «il licenziamento può avvenire solo dietro compensazione monetaria», (un’indennità  pari a 5 giorni di retribuzione per ogni mese di anzianità ), insomma viene sospeso l’obbligo di reintegro previsto dall’articolo 18.
Diventa una sorta di lungo apprendistato durante il quale anche il datore di lavoro può capire se il dipendente corrisponde alle sue aspettative.
Allo scadere dei tre anni vengono riconosciute tutte le tutele del tempo indeterminato.
Il ricorso a forme di contratti flessibili viene scoraggiato con delle restrizioni. Infine, dettaglio rilevantissimo, il Cui non sostituisce gli attuali contratti nazionali, ma garantisce in più tutele minime a chi non ce l’ha – cosa che quelli flessibili oggi non fanno.
A partire da un salario minimo.
Nella testa di Boeri e Garibaldi, il contratto unico dovrebbe essere affiancato da una seria riforma degli ammortizzatori che garantisca un sussidio di disoccupazione a tutti.
Ma costa circa 15 miliardi di euro ed è difficile che veda la luce nel prossimo anno e mezzo.
Anche nella proposta di Ichino non c’è una data sul contratto ma viene introdotto il licenziamento «per motivi economici e organizzativi» e non ci sono i tre anni di prova. L’articolo 18 viene depotenziato.
Ma dal 20esimo anno di anzianità  «l’onere della prova circa il giustificato motivo economico tecnico o organizzativo è a carico del datore di lavoro».
Per chi perde il lavoro viene introdotto un sistema che ricalca a quello danese della «flessicurezza».
Il datore di lavoro si impegna a ricollocare il lavoratore attraverso la riqualificazione professionale.

Tonia Mastrobuoni
(da “La Stampa“)

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VA IN PENSIONE IL MODELLO CAESAR PALACE A PALAZZO CHIGI: MONTI CAMBIA LA SALA STAMPA

Novembre 23rd, 2011 Riccardo Fucile

VIA ANCHE LA “VERITA’ SVELATA DAL TEMPO” DI TIEPOLO CHE BERLUSCONI FECE COPRIRE CON UN REGGISENO… MONTI FINORA HA EVITATO DI FARSI VEDERE IN UNO DEI LUOGHI SIMBOLO DEL CAVALIERE

Al presidente Monti, che del riserbo suo e dei ministri ha fatto una specie di religione governativa, la sala stampa di Palazzo Chigi non piace proprio; ma anche al netto della più radicata diffidenza nei confronti dei giornalisti, il professore non è il solo a pensarla così.
Era il 16 dicembre del 2002 quando nell’inaugurare questo luogo ricavato dalle scuderie dei principi Chigi e già  sottoposto nel corso del tempo ad almeno un paio di ristrutturazioni, l’allora presidente del Consiglio entrò con aria soddisfatta e rivolto ai cronisti stanziali con la sicurezza del più sperimentato venditore di casa classicamente domandò: «Vi piace?». Imprevisto, ma univoco si levò tuttavia un coro: «Nooooh!». «Bene – replicò Berlusconi senza fare una piega al suo celebre sorriso – allora buttiamo giù e rifacciamo tutto».
Era ovviamente uno scherzo, perchè da allora la sala stampa è rimasta quella sulla quale il Cavaliere e i suoi provetti consiglieri di estetica televisiva, in primis il temerario architetto Catalano, avevano apposto la loro firma.
Ora, è chiaro che dieci anni fa il professor Monti aveva ben altre cose più serie a cui pensare; con il che senz’altro ignora che fra gli addetti ai lavori dell’informazione si aprì una animata disputa per cercare di capire che diavolo d’ispirazione architettonica fosse prevalsa nell’allestimento.
Chi diceva stile corinzio e chi Star Trek; chi discoteca tardi anni ottanta, chi «barocco brianzolo» (copy Dagospia) e chi esuberante «imperial trash».
Alla fine le varie opinioni più o meno si riconobbero in un avanzato compromesso che individuava il modello primigenio in un casinò di Las Vegas, ma non un casinò qualsiasi, quello di stile antico romano del «Caesar Palace», in modo da accontentare il partito classicista.
Sennonchè la politica, come Monti sta scoprendo in questi giorni, è fatta anche di piccole faccende logistiche, ma di impatto simbolico investendo il rapporto fra il potere e la realtà , fra le decisioni da prendere e lo scenario, mai come in questi anni intenso e artificiale, dinanzi a cui presentarle ai cittadini.
Per cui finora il professore non solo ha evitato di farsi vedere lì dentro, ma come da dispaccio dell’AdnKronos avrebbe pure deciso di mutare aspetto ai locali.
C’è da dire che Berlusconi era troppo sicuro di sè e a tal punto persuaso della prevalenza delle forme sui contenuti, per preoccuparsi della confezione.
Basti pensare che proprio il giorno dell’inaugurazione mostrò per la prima volta alle telecamere e ai 63 giornalisti seduti sulle poltroncine in platea la figura – invero destinata all’evanescenza – del poliziotto di quartiere, un maschio e una femmina con le loro belle divise.
Quindi, passando ai terremoti, dopo aver scambiato San Giuliano di Puglia con San Giuliano Milanese, allegramente ignaro della gaffe ebbe giusto lì il primo dei suoi roboanti battibecchi con un giornalista dell’Unità , «Abbia vergogna, lei mistifica la realtà !».
Inutile dire che quelle telecamere ne videro poi di tutti i colori.
Per restare alle colluttazioni si ricorda l’ardore manesco con cui il ministro della Difesa La Russa si scagliò una volta contro un preteso «disturbatore» e la poco commendevole scenetta imbastita un’altra volta dal regista del Cavaliere, il pur pacifico Gasparotti, ai danni di un onorevole dipietrista deciso a guastare l’epifania del presidentissimo.
Questi, d’altra parte, approfittò della location anche per ostentare segni ed emblemi del potere, per esempio un enorme padellone con su scritto «Consiglio dei ministri» e sotto più visibile: «Il presidente».
Si dotò quindi di molteplici ingegni di scena, pedane, podietti, cuscini, per risultare più alto quando arrivava qualche Tony Blair.
Grande attenzione – si regoli il professor Monti – suscitò lo sfondo alle spalle del presidente.
Nel secondo governo del Cavaliere l’architetto Catalano scelse un frammento de «La gloria di Sant’Ignazio nel mondo».
Il fatto che fosse l’opera di un gesuita, Andrea Pozzo, e per giunta maestro dell’illusionismo prospettico, sembrò per diversi motivi abbastanza naturale.
Quando venne Prodi lo tolse, preferendo figurare con un mesto fondo azzurro alle spalle. Ritornato Berlusconi a Palazzo Chigi, si scelse «La Verità  svelata dal Tempo» del Tiepolo.
Ma siccome la Verità  era appunto «svelata», quindi mezza nuda, nell’agosto del 2008 parve giusto dotarla di un reggipetto per non turbare i telespettatori.
Sulla vana scelta non s’infierisce, avendo il suddetto Tempo proceduto per conto suo.

Filippo Ceccarelli
(da “La Repubblica“)

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CACCIA A TRENTA MILIARDI: PRESSIONE PER UNA MINI-PATRIMONIALE

Novembre 23rd, 2011 Riccardo Fucile

SI PENSA A UNA SOGLIA DI 1/ 1,5 MILIARDI DI EURO… SPESA PER INTERESSI E SOVRASTIMA DEL GETTITO DA EVASIONE FISCALE LE PROSSIME DUE EMERGENZE

Scatta la corsa contro il tempo per la manovra-ter del governo Monti: la caccia è aperta a 30 miliardi in due anni, circa 15 per il 2012 (un punto di Pil).
La cifra “ballerina” è quella dovuta alla caduta del Pil nel prossimo anno: Tremonti contava su uno 0,6 per cento nel 2012, la Commissione dice solo 0,1 per cento e ciò significa che il deficit-Pil sarà  del 2,3 e non dell’1,6 previsto.
Circa 11 miliardi in più, a meno che l’Europa non accetti il principio che, nel ridurre il deficit, non si debba tenere conto degli effetti del ciclo economico negativo e dunque si possa usare una mano più morbida.
In questo caso nel 2013 non si raggiungerebbe il pareggio di bilancio e basterebbero dunque 30 miliardi, invece di 40.
Le bombe ad orologeria nascoste nella manovra di agosto, nonostante il possibile “abbuono” per la recessione, rischiano di esplodere sulla strada del nuovo esecutivo di tecnici.
La prima si chiama delega assistenziale e fiscale: dovrebbe dare circa un terzo dei 54,2 miliardi della manovra di agosto (a regime, nel 2013).
Tuttavia se la complicata riforma (che prevede tagli assai dolorosi e spesso impraticabili all’assistenza Inps e il riordino dei 720 sconti fiscali del nostro ordinamento) non sarà  varata entro fine anno, dal settembre del 2012 scatteranno tagli lineari alle agevolazioni fiscali (5 per cento nel 2012 e del 20 per cento dal 2013).
Anche questa seconda eventualità  sarebbe insostenibile: nei 20 miliardi vengono calcolate infatti anche le detrazioni per lavoro dipendente-pensioni e i carichi familiari.
Come sembra convinto il governo e come ha sottolineato ieri la Uil si tratta di detrazioni che “garantiscono principi di rilevanza costituzionale”.
Il problema è che queste risorse sono già  in bilancio dal 2012 (4 miliardi) e i sostituti d’imposta dal 1° gennaio dovranno già  ragionare in base ad un taglio di detrazioni e carichi del 5 per cento, magari riservandosi un conguaglio-stangata a fine anno.
Le altre due questioni, che portano all’incirca le risorse necessarie a quota 30 miliardi in due anni, sono la spesa per interessi (circa 5 miliardi) e la sovrastima del gettito da evasione fiscale (cifrata in 10 miliardi, di cui recuperabili non più di 5).
Per questo motivo si accelera.
Cresce la pressione per l’introduzione di una mini patrimoniale sui beni e valori a partire da 1 a 1,5 milioni: ieri l’hanno chiesta a Monti Pdl-Pd e Terzo Polo.
Una mossa che ha molte possibilità  di entrare nel menù per evitare il fuoco di sbarramento di Cgil e Cisl che dicono sì all’Ici ma solo dopo la patrimoniale.
Sull’Ici prima casa comunque ieri è tornata Bankitalia dando il suo semaforo verde con il direttore generale Saccomanni.
Nelle prime simulazioni spiccano: Super Imu-Ici con rivalutazione delle rendite (9 miliardi), Iva (8,4 miliardi), aumento delle accise (2-3 miliardi).
Oltre ai tagli: si va dal patto per la salute, ad un nuovo intervento su enti locali e Regioni, alle contributivo pro rata sulle pensioni (2-3 miliardi), all’anticipo dei costi standard per Comuni e Province (2-3 miliardi), all’accorpamento delle sedi periferiche dello Stato (1,2 miliardi).

Roberto Petrini
(da “La Repubblica”)

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I CONTRIBUTI DI FINMECCANICA AI GIORNALI: L’AIUTINO ALLA SANTANCHE’

Novembre 23rd, 2011 Riccardo Fucile

IN UN FOGLIETTO CONSEGNATO DA BORGOGNI AI MAGISTRATI LE PUBBLICITà€ DEL GRUPPO PUBBLICO, COMPRESI GLI SPOT DI AUTOPROMOZIONE

Lorenzo Borgogni per ingraziarsi giornali e giornalisti è ricorso al sistema più antico: la pubblicità .
Il rendiconto degli investimenti è finito agli atti della P4 a Napoli e ora anche dell’inchiesta Enav.
Niente di penalmente rilevante, ma un intreccio di relazioni e di contributi, come quello alla società  pubblicitaria Visibilia di Daniela Santanchè, a favore del quale si era attivato Luigi Bisignani.
Della vicenda, Borgogni ha parlato il 30 giugno 2011, durante uno dei primi interrogatori a Napoli.
La Santanchè “non era stata rieletta, Bisignani mi chiese di aiutarla con la
sua agenzia Visibilia, che gestiva la raccolta per Il Riformista, Il Giornale, Libero e Libero mercato… insomma dare un contributo economico mediante dei contratti di agenzia che noi come gruppo Finmeccanica abbiamo con le varie testate”.
Il contratto non la soddisfece: “Mi chiamò lamentandosi degli importi stanziati e mi disse che era un po’ ridicolo”.
Borgogni ha tirato fuori il foglietto con gli investimenti pubblicitari che Finmeccanica ha erogato dal 2008 al 2011, compresi quelli a Visibilia.
Alla prima voce c’è il Riformista che tra il 2008 e il 2010 è passato da 20mila a 50mila euro.
Seguono Il Giornale che ha percepito 25.680 euro nel 2010 e 8500 nel 2011; Libero Mercato (anche questa testata fa capo a Visibilia) passato dai 20mila del 2008 ai 50mila del 2010.
Vanno aggiunti i contributi ordinari alle stesse testate, mentre Libero tra il 2010 e il 2011 ottiene 47mila euro.
I più gettonati sono i giornali economici come Affari e Finanza (dai 40mila euro del 2009 ai 50 mila del 2011) e Il Sole 24ore (80mila euro nel 2010).
Le cifre decollano a seconda della diffusione della testata, anche se il Corriere della Sera (110mila euro) riceve pubblicità  soltanto a partire dal 2010.
Il Foglio racimola 35mila euro nel 2010 tra la sponsorizzazione del Libro Expo e distribuzioni di Cd.
C’è il sospetto che dietro l’insolita decisione di fare pubblicità  Finmeccanica nasconda favoritismi alle testate amiche.
In qualche caso sono messaggi sponsorizzanti mentre l’inchiesta su Enav rivelava la nuova Tangentopoli.
A marzo su tutte le testate campeggiava un’intera pagina: “Orgogliosi per aver contribuito a fare dell’Italia un grande paese”.
A giugno, mentre Borgogni balbettava davanti ai pm, su Libero compariva questo slogan: “Vivere sicuri non è un sogno ma un diritto”.

Rita Di Giovacchino
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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DIRETTORI ALLO SBARAGLIO

Novembre 23rd, 2011 Riccardo Fucile

VIAGGIO NEI QUOTIDIANI DI CENTRODESTRA DIVISI TRA LA FEDELTA’ A BERLUSCONI E IL NUOVO CORSO…SALLUSTI, BELPIETRO E SECHI ALTERNANO LANCIAFIAMME E BILANCINO

C’era una volta il governo Berlusconi.
I giornali della variegata galassia di centrodestra dovevano amministrare il loro dissenso. Silvio Berlusconi sul Foglio diventava affettuosamente “Il Cav”, il dissidio contro il governo diventava “fronda”, i nemici del premier erano “traditori”, quando si iniziavano le grandi campagne in mancanza di un centrosinistra cazzuto, per sparare bei titoloni di prima non c’erano che la Scavolini di Fini e i nudi agresti di Nichi Vendola.
Poi Berlusconi cadde, e i quotidiani che un tempo erano uniti come le dita di una mano hanno iniziato ad andare ognuno per la sua via.
Il Foglio mena con la mazza ferrata sui “tecnocrati al potere”, Il Giornale alterna il lanciafiamme in politica (“Occhio, ci entrano in casa”) e il bilancino del farmacista sul piano economico (fra poco vedrete perchè), il Tempo di Mario Sechi stupisce tutti (al punto che Il Corriere della Sera gli dedica un articolo) diventando un house organ del nuovo corso.
Insomma, grande è il disordine sotto il cielo?
Via Negri, casa de Il Giornale. Titolo di ieri, mica male: “È rissa per le poltrone”. Titolo di due giorni fa: “Pronta la stangata, le mani nel portafoglio”. Titolo di giovedì: “Governo di Larga Intesa. I nuovi padroni”. Però, però.
Mentre il titolista scrive con il bazooka, il columnist è più cauto: “Monti lo sa, il pallino è in mano a Berlusconi”, avverte quasi bonario Vittorio Feltri, e la “Zuppa di Porro” (la rubrica affidata al vicedirettore con delega per l’economia), Nicola Porro, registra con il sismografo i segnali positivi (per il Giornale) sul piano economico.
Quando chiedi all’interessato se non ci sia un po ‘ di schizofrenia ribatte: “Vuoi la verità ? Al governo in questo momento non c’è un uomo di sinistra, ma uno di destra, che sembra avere in animo tante cose di destra. Perchè mai dovremmo aggredirlo a prescindere?”. Subito dopo un altro sospiro: “Faccio un esempio concreto. Se Monti introducesse, come sembra l’Ici, e poi tagliasse l’Irap, passasse alle liberalizzazioni e alle privatizzazioni non solo io, ma molti lettori di centrodestra sarebbero contentissimi”.
Tutto diverso, invece, il giudizio di Sallusti: “Ti sembriamo teneri? È un titoletto tenero ‘ La trappola dei banchieri? ‘”.
Subito dopo, contestando l’idea di un cambio linea: “Noi abbiamo addirittura organizzato una pubblica manifestazione a Milano, per dire che bisognava andare al voto, e che si doveva ridare la parola agli elettori. Ora che quel bivio è stato superato giudichiamo volta per volta. Ma come vedete, non siamo affatto teneri!”.
Se provi a chiedere quanto la posizione del Pdl influenzi la linea del quotidiano, Sallusti inorridisce: “Ma che dici? Il fatto che abbiano votato a favore per noi è irrilevante. Conta molto di più — eh, eh — il fatto che i nostri elettori stiano correndo in edicola. Da quando spariamo sui tecnici, come capita spesso con i quotidiani di appartenenza — osserva il direttore de Il Giornale — l’interesse e la voglia di capire salgono. Diciamo che le copie salgono come lo spread”.
E oggi? Sallusti ride: “Oggi titoliamo sulla cronaca. Ma sto scrivendo sul fatto surreale che i supertecnici chiamati a combattere la crisi facciano un Consiglio dei ministri su Roma Capitale!”.
Con Maurizio Belpietro si scopre che anche Libero sostiene il diritto a un giudizio articolato: “Non ho cambiato idea”.
Ricordi al direttore il titolo su il “Colpetto di stato” e “Occhio al portafoglio!”, che avevano salutato sobriamente la nascita del nuovo esecutivo. Sorride: “Perchè, ‘ Per ora solo tasse’, ti pare tenero?”.
Gli chiedi del memorabile “Forza Passera”, e lui ributta la palla in campo avverso: “Se qualcuno sta sparando su Passera siete proprio voi de Il Fatto! Ribalto la domanda: ‘ Non credi che a essere più in difficoltà , oggi siano i quotidiani di centrosinistra, che non hanno più l’orco contro cui sparare?
Mentre ti parlo — conclude Belpietro — io sto già  preparando il giornale in cui strapazzo Monti per il Consiglio dei ministri in cui invece che occuparsi della crisi fanno una leggina su Roma Capitale”.
Sintesi: “Stiamo vendendo tanto. Sai quanto conta per noi che il Pdl sia a favore? Zero”. Che però ci siano posizioni diverse lo dimostra la linea del tutto opposta tenuta da Il Tempo di Mario Sechi.
Titoli sobri su due righe (ad esempio: “Ecco l’agenda di Monti, si parte da Ici e pensioni”), editoriali sarcastici su chi sventola la parola d’ordine dei poteri forti.
Sechi confuta tutte le accuse e poi conclude sarcastico: “Poteri forti? Purtroppo no, è politica debole”.
All’estremo opposto de Il Tempo, invece, c’è Il Foglio.
Il giornale di Giuliano Ferrara ha scavalcato tutti, e per certi versi sembra oggi più radicale de Il Manifesto.
Ecco un piccolo assaggio: “Governo tecnico burocratico? No grazie”.
Seguono i titoli rossi (un tempo impensabili, su un quotidiano elegante e compassato): “Democrazia autoritaria d’alto stile”. E titoli quasi satirici: “Il governo del preside, il consiglio di facoltà ” o stoccate al curaro come “Governo dai tacchi bassi” e “Fiacco esordio del preside”.
A fare le spese dello spettacolare nuovo corso fogliesco è stato l’incauto Sandro Bondi, che per aver mandato una letterina di fervida emozione governista per Monti è stato preso a pesci in faccia.
Ecco la sintesi del sommario: “Il senatore ci scrive: il governo Monti è una sfida democratica, la colpa è di Tremonti: gli rispondiamo che calando le brache hanno dimostrato di non essere mai stati una classe dirigente”.
La colonnina firmata dall’Elefantino è una scudisciata rabbiosa: “Avete condotto al disastro una grande avventura politica. Avete ammazzato, imbavagliandolo, il suo e il vostro padre, Berlusconi”.
Rampogna apocalittica: “Non leggete i libri e i giornali, e i documenti giusti, non leggete la realtà  che confligge con la vostra vanità , siete stati ineffettuali e autoreferenziali, non sentite il peso dell’opinione popolare, non sapete trattare le èlite, vi siete comportati da isterici in difetto di volontà ”.
Sì, decisamente, qualcosa è cambiato. Dopo l’unità  politica dei cattolici è finita pure quella dei berlusconiani.

Luca Telese blog

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LA RIVALUTAZIONE DELLE RENDITE CATASTALE A PREZZI DI MERCATO VALE 60 MILIARDI

Novembre 23rd, 2011 Riccardo Fucile

AGGIORNAMENTO DEI VALORI E RIFORMA DEGLI ESTIMI: GLI INTERVENTI DEL GOVERNO DOVREBBERO BASARSI SULLA PROGRESSIVITA’

Imu, rivalutazione delle rendite, riforma degli estimi. Il pacchetto casa si arricchisce di nuove ipotesi. In una parola: più tasse sul mattone.
Seppur temperate da progressività  ed equità . Si riparte dunque dalla proprietà  per ridare fiato a lavoratori e imprese e alleggerire così Irpef e Irap.
Intanto spunta una sorpresa.
Un tesoretto finora escluso da calcoli e previsioni. Vale 60 miliardi ed è nascosto negli oltre 33 milioni di unità  abitative esistenti in Italia (di cui 30 intestate a persone fisiche). A tanto ammontano le tasse annue sugli immobili – Irpef, imposte indirette sui trasferimenti e Ici – che lo Stato potrebbe recuperare se aggiornasse le rendite catastali (base di calcolo di quelle imposte) e riportasse così il valore di abitazioni, pertinenze e altri fabbricati a quello di mercato.
Valore che nel 2009 era pari a circa 3,7 volte il corrispondente fiscale. Un abisso.
Per colmarlo si dovrebbe mettere mano a una rivoluzione: la riforma delle tariffe d’estimo, ferme al 1990 (ma per legge si dovrebbero rivedere ogni dieci anni) e dunque ai prezzi e alla redditività  delle abitazioni del 1988-89.
Una vita fa.
Ma è a questa rivoluzione che il governo Monti potrebbe puntare.
Per riequilibrare e adeguare – guardando all’equità  – il contributo dei proprietari di immobili alla fiscalità  generale.
Che appunto vale 60 miliardi (precisamente 59,858 miliardi), secondo quanto calcolato dal tavolo guidato da Vieri Ceriani, funzionario generale di Bankitalia, e composto da 31 sigle del mondo produttivo e sindacale, in vista della riforma fiscale.
La “rivoluzione” degli estimi – lunga nella sua gestazione, si parla di anni – non esclude tuttavia il pacchetto complessivo di interventi, a cui probabilmente si accompagnerà : dalla reintroduzione dell’Ici sulla prima casa, trasformata in Imu (Imposta municipale unica, anticipata al 2012, aliquota del 6,6 per mille, abbinata alla Res, l’imposta su Rifiuti e servizi al 2 per mille), fino a una più immediata e spendibile rivalutazione delle rendite.
La sola Ici vale 3,5 miliardi l’anno di gettito aggiuntivo.
Con le rendite elevate del 50 per cento (oggi la percentuale di rivalutazione è ferma al 5 per cento) siamo a 11,2 miliardi.
Del 100 per cento, a 20 miliardi. Del 150 per cento a 28,3 miliardi.
Aumenti che, nelle ipotesi circolate finora, dovrebbero comunque essere mitigati, quasi calmierati, per tener conto del reddito complessivo del contribuente o del numero di immobili posseduti.
Proprio per restituire “equità ” a un prelievo di certo non gradito – visto che il 79 per cento delle famiglie italiane è proprietario di casa – e che oggi esclude proprio le prime case.
Aggiornare i valori catastali, in un modo o nell’altro – rivalutandoli o adeguandoli al mercato – vuol dire accrescere in modo proporzionale i relativi tributi. Non solo.
La rendita dell’immobile – anche ora che l’Ici sulla prima casa non si paga – va comunque dichiarata e fa lievitare il reddito complessivo del contribuente.
A una rendita maggiore, corrisponderà  una base imponibile maggiore (ed è per questo che il tavolo di Ceriani include anche le rendite non aggiornate tra le forme di “erosione” fiscale).
Un incremento delle rendite potrebbe comportare la perdita, dunque, di altri benefici. L’esenzione dal ticket o anche i requisiti per la pensione di reversibilità , ad esempio, sono calcolati proprio sul reddito complessivo.

(da “La Repubblica“)

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INSIEME ALL’ASSE DEL NORD, TRAMONTA IL SISTEMA SILVIO

Novembre 23rd, 2011 Riccardo Fucile

ANCHE NEL 1994 IL SENATUR AVEVA BOCCIATO LA TAVOLA DI BERLUSCONI…NELLA SIGNORIA DEL BISCIONE IL PRINCIPE INVITAVA, INTRATTENEVA E FACEVA REGALI AI SUOI OSPITI

Con il gran rifiuto di Bossi se ne va dunque a ramengo quella vaga prospettiva strategica, ma concretissima intesa preferenziale che per anni nel pigro linguaggio politico si è chiamata «l’Asse del Nord».
Ma nell’occasione specifica delle cene del lunedì, nei termini del diniego dell’illustre ospite e nelle implicazioni a loro modo simboliche del mancato evento e del cessato appuntamento ce n’è abbastanza per delineare qualcosa di più grave e sintomatico: il tramonto della grande convivialità  del potere berlusconiano.
Sembra un elemento secondario o di colore, ma non lo è.
E tutto lascia pensare che Bossi lo sappia benissimo.
Respingere un invito a cena equivale a un messaggio abbastanza preciso.
Nel 1994, quando già  all’orizzonte della Lega si intravedeva il ribaltone, proprio lui cominciò a fare i capricci: «A via dell’Anima — che era la prima casa romana di Berlusconi — si mangia troppo raffinato».
Ignaro della valenza politica di quel giudizio, il cuoco Michele la prese male: «E che si aspettava? I fagioli con le cotiche?».
Ma non era questione di piatti e pietanze. Bossi spiegò che non gli piaceva per niente essere convocato a corte e rinforzò: «Si mangia troppo male».
A quel punto il vicepremier Tatarella provò a mettersi in mezzo: «Casomai si mangia poco», ma senza rendersi conto che il suo dire suonava oltraggioso alla cultura dell’abbondanza del Cavaliere.
Ma non servì a nulla perchè di lì a poco l’alleanza si ruppe.
Dopo tanti anni la storia non si ripete, ma certo stavolta può essere istruttivo ripassarsela a partire dalla segnaletica della tavola.
E non solo perchè Bossi di lì a poco a casa sua strinse un patto con D’Alema e Buttiglione proprio dinanzi a un povero pasto arrangiatissimo, ciò che valse a inserirlo negli annali come «la cena delle sardine».
Il punto vero riguarda semmai Berlusconi, che più di tutti conosce l’arte di stabilire premesse emblematiche e perciò invitava, riceveva, intratteneva, talvolta faceva anche trovare ai suoi ospiti dei regali, l’orologetto del Milan e anche qualcosa di più, ma soprattutto gli dava da mangiare — e il nutrire, si sa, corrisponde alla forma più intensa di potere.
Le cene del lunedì erano l’ordinaria celebrazione di questo antico modulo riadattato all’evoluta signoria del Biscione.
Con l’aria di offrire il triplo privilegio dell’esclusiva, della parità  e dell’abitudine, il sovrano chiamava Bossi alla sua agognatissima mensa e sul far della sera quello si presentava con i suoi ispidi compagni nella gran villa di San Martino, ad Arcore, senza alcun timore di figurare come una comitiva di seriali scrocconi.
In un congresso della Lega il Cavaliere era riuscito a raccontargliela nel modo che essi più desideravano che gli fosse da lui raccontata.
Infatti avendo sposato un’attrice, fino a quel momento egli aveva considerato il lunedì, quando i teatri sono chiusi, «la sera dell’amore»; ma poi, deliziando la platea con un sorriso ammiccante, aveva aggiunto che d’ora in poi «il lunedì sera lo dedicherò a Umberto».
A questi, d’altra parte, era riconosciuta la prerogativa di scegliere i convitati.
E se pure l’ondata di gossip non ha consentito di conoscere le reazioni di Veronica al riguardo, quanto poi accaduto lascia intendere che forse sarebbe stato meglio fissare un altro giorno. Nulla, curiosamente, si è mai saputo sul menu.
Forse niente di speciale, date anche le condizioni di salute di Bossi e le galere dietetiche del Cavaliere.
Per il resto, a occhio, l’intima ritualità  ha tutta l’aria di essersi concentrata su assegnazione di collegi, ricerca della «quadra», nomine, affari, mutui riconoscimenti, prese in giro degli altri alleati, sghignazzi sui nemici, oltre a plausibili commenti senescenti sul genere femminile, profluvio di barzellette, sonatine al pianoforte e colpetti di sonno post-prandiali.
Nel frattempo, cena dopo cena, lunedì dopo lunedì, Berlusconi e Bossi perdutamente e malinconicamente invecchiavano, che sarebbe un modo cortese e ricercato per dire che in entrambi non c’era più quasi più traccia di ardore, prestanza e lucidità .
Nè i comprimari, da Maroni a Calderoli, da Brancher a Ghedini fino agli ultimi ammessi Alfano e La Russa, hanno mai reso quei banchetti para-istituzionali così meritevoli di narrazioni o indagini.
E così si arriva all’odierno esaurimento, alla pratica e teorica inutilità  di questi periodici incontri fra un re ormai decaduto e un vassallo ammalato.
L’Asse del Nord è irrimediabilmente consumata; e anche per quanto riguarda i simboli del potere è arrivato il momento di sparecchiare, non solo la tavola da pranzo.

Filippo Ceccarelli
(da “la Repubblica“)

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