Agosto 15th, 2025 Riccardo Fucile
’TRUMP NON SI ACCONTENTA DI DISTRUGGERE LA RETE DI SICUREZZA SOCIALE (CON TAGLI A MEDICAID E AI PROGRAMMI ALIMENTARI); DI DISTRUGGERE I NOSTRI SISTEMI SCIENTIFICI, HA APPENA ANNUNCIATO L’APERTURA DI ALTRI CAMPI DI CONCENTRAMENTO IN CUI SARANNO RINCHIUSI GLI IMMIGRATI, ARRESTATI SENZA UN GIUSTO PROCESSO, PER ESSERE DEPORTATI IN PAESI STRANIERI CHE VOGLIONO I SOLDI DEI CONTRIBUENTI AMERICANI PER OGNI DEPORTATO’’
I peggiori crimini di Donald Trump e i pericoli per l’America derivanti dal fuorilegge instabile, monomaniacale e bugiardo alla Casa Bianca devono ancora arrivare. Non si accontenta di distruggere la rete di sicurezza sociale del nostro Paese per decine di milioni di americani (ad esempio, con tagli a Medicaid e ai programmi alimentari); di distruggere i nostri sistemi scientifico/medici, incluso l’allarme sulle pandemie.
Distruggendo la FEMA (Federal Emergency Management Agency, è l’agenzia federale degli Stati Uniti che si occupa della gestione delle emergenze e delle calamità), non riesce ad affrontare l’impatto di mega-tempeste, incendi boschivi e siccità; e consente alle minacce alla sicurezza informatica di aumentare, mentre concede alle grandi aziende che causano danni immunità dalla legge, più sussidi e più evasioni fiscali. Ricordate come aggiunge sempre ai suoi attacchi contro le persone impotenti: “Questo è solo l’inizio”.
Ha appena compiuto un ulteriore passo avanti nella sua marcia
verso la follia e il caos, annunciando l’apertura di altri campi di concentramento in cui saranno rinchiusi gli immigrati, arrestati senza un giusto processo, per essere deportati in paesi stranieri che vogliono i soldi dei contribuenti americani per ogni deportato.
Gli immigrati recenti sono fondamentali per milioni di piccole e grandi imprese. Pensate a chi raccoglie i nostri raccolti, si prende cura dei nostri figli e degli anziani, pulisce dopo di noi e lavora negli impianti di trasformazione alimentare e nei cantieri edili. Le aziende stanno già riducendo o chiudendo le loro attività: un pericolo politico per il pericoloso Donald.
Se tutti gli immigrati negli Stati Uniti degli ultimi dieci anni, con o senza documenti, scioperassero, il nostro Paese si troverebbe quasi in panne. Eppure Trump, che ha assunto 500 lavoratori senza documenti solo per uno dei suoi cantieri a New York e ne aveva altri simili nel suo campo da golf nel New Jersey, promette l’espulsione di altri milioni di persone.
Tenete sempre a mente le caratteristiche autodefinite della mente febbrile, piena di odio e fuorilegge del corporativista Trump:
(1) Ha dichiarato di “potere fare tutto ciò che vuole come Presidente”, dimostrando le sue ripetute violazioni della legge e i suoi dettami illegali ogni giorno;
(2) Raddoppia sempre quando viene incriminato, condannato, catturato o smascherato, accusando falsamente i suoi accusatori delle stesse trasgressioni di cui lo accusano in modo affidabile;
(3) Si vanta di scagliarsi contro le critiche con volgari invettive diffamatorie;
(4) Non ammette mai il suo disastroso errore
(5) Si vanta di sapere più dei massimi esperti in una dozzina di importanti aree della conoscenza (vedi “Wrecking America: How Trump’s Lawbreaking and Lies Betray All”);
(6) Afferma che ogni azione, politica o programma che lancia è un successo spettacolare – i fatti contrari vengono respinti. È gravemente delirante, sostituisce la realtà con fantasie, rompe le promesse fatte per rinviare qualsiasi resa dei conti o responsabilità e, come un re immaginario, non ha problemi a dire “Io governo l’America e il mondo”.
Il suo ego definisce le sue reazioni, ed è per questo che a ogni leader straniero viene consigliato di adularlo. Nessuno lo fa meglio dell’astuto genocida Benjamin Netanyahu, che durante la sua ultima cena regale alla Casa Bianca ha bloccato la candidatura al Premio Nobel di Trump, un criminale condannato e violentatore di donne.
L’esaltazione di Netanyahu proviene da un politico il cui regime ha dossier su Trump riguardanti il suo passato personale e professionale. Questo aiuta a spiegare perché Trump stia lasciando che il governo israeliano faccia quello che vuole nell’Olocausto di Gaza, in Cisgiordania e oltre, con i nostri soldi delle tasse, le armi che sterminano le famiglie e la copertura politico-diplomatica.
I pericoli maggiori che Trump si presenterà davanti arriveranno quando spingerà il suo involucro dittatoriale e illegale così oltre, così furiosamente, così oltraggiosamente, da rivoltargli contro i suoi valletti repubblicani al Congresso e la Corte Suprema degli Stati Uniti, dominata dal Partito Repubblicano.
Se a ciò si aggiungono sondaggi in calo, un’economia in
stagnazione e l’impeachment, la rimozione dall’incarico diventerebbe una necessità politica per il Partito Repubblicano nel 2026 e oltre. Nel 1974, le violazioni di gran lunga minori del Watergate da parte del presidente Richard Nixon portarono i senatori repubblicani a chiedere le dimissioni di Tricky Dick.
Ulteriori provocazioni non sono inverosimili. Il licenziamento del presidente del Consiglio della Federal Reserve, Jerome Powell, l’affondamento del dollaro e l’ira dei banchieri timorosi ma potentissimi sono all’orizzonte.
Le accuse di traffico sessuale che coinvolgono Jeffrey Epstein e i vili abusi su giovani ragazze saranno finalmente troppo per la sua base evangelica, così come per molti elettori del MAGA? Questa questione sta già iniziando a creare crepe nella sua base del MAGA e nella cortina di ferro del Partito Repubblicano al Congresso.
Trump, l’egomaniaco volubile, propone vecchie e nuove trasgressioni per alimentare le richieste di impeachment. Qualcuno crede che Trump non darebbe inizio a un conflitto militare, sottoponendo i soldati americani a danni, per distogliere l’attenzione dalla pesante copertura mediatica delle indagini sulla corruzione in corso?
Donald, che evita la leva, ha Pete Hegseth, il suo impulsivo Segretario alla Difesa, pronto a eseguire i suoi ordini letali, nonostante la possibile opposizione dei militari di carriera.
Se Trump venisse messo sotto accusa e rimosso dall’incarico, cercherebbe di rimanere in carica? È qui che può verificarsi una vera e propria esplosione costituzionale. Dovrebbe essere scortato fuori dalla Casa Bianca dagli agenti, sotto la direzione
dell’adulatrice Procuratore Generale Pam Bondi.
La Corte Suprema ha stabilito che la Costituzione conferisce “il potere esclusivo” di esaminare le procedure di impeachment al Senato e in nessun altro luogo. Pertanto, i tribunali non fornirebbero alcun rimedio a un presidente senza legge che voglia rimanere al potere.
E poi? Il Paese sprofonda in un caos estremo. Il Dipartimento della Difesa, l’FBI e il Dipartimento per la Sicurezza Interna sono nella discarica di Trump. Il tiranno Trump può dichiarare una grave emergenza nazionale, invocare l’Insurrection Act e scagliare queste forze armate e la forza dello stato di polizia contro un Congresso e una popolazione indifesi. (Ricordiamo l’assalto al Congresso del 6 gennaio 2021). L’abisso sarebbe stato infranto.
Con la nostra società in preda a una convulsione catastrofica e l’economia al collasso, quali sarebbero i prossimi passi? Come il Pentagono che anticipa gli scenari peggiori a livello nazionale, con possibili violente “reazioni” alle azioni militari statunitensi all’estero, gli americani dovrebbero iniziare a pensare all’impensabile.
Tali prefigurazioni potrebbero renderci molto più determinati ORA a contrastare, fermare e abrogare la dittatura fascista che il Führer Donald Trump sta radicando sempre più profondamente ogni giorno.
La scarsa moderazione nei confronti dell’illegale Trump da parte del Congresso e della Corte Suprema, e le risposte deboli e codarde del Partito Democratico (e, peraltro, degli Ordini degli Avvocati) finora hanno creato lo spettro di un’anarchia violenta e
del terrore.
Trump ha tratti fatalistici. L’Armageddon plasma la sua visione del mondo. Riflettiamoci su, per un dittatore che ha il dito puntato su ben più del grilletto nucleare.
Ancora una volta, Aristotele aveva ragione più di 2300 anni fa: “Il coraggio è la prima delle qualità umane perché è la qualità che garantisce le altre”.
(da agenzie)
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Agosto 15th, 2025 Riccardo Fucile
I DELUSI HANNO FONDATO L’ASSOCIAZIONE “PATTO PER IL NORD” E HANNO INIZIATO A RACCOGLIERE LE FIRME CONTRO IL PROGETTO, DA 13 MILIARDI E MEZZO, CHE UNIRÀ LA SICILIA AL RESTO DEL PAESE. SONO IN BUONA COMPAGNIA: NEMMENO UN ITALIANO SU TRE È FAVOREVOLE ALL’OPERA
Firma e fai firmare contro il Ponte sullo Stretto. Quello che (ancora) non ha fatto la
sinistra, pur massicciamente contraria al faraonico progetto salviniano, già da qualche tempo hanno
iniziato a farlo gli ex amici di Matteo Salvini su al Nord, tra valli e laghi che furono culla del movimento autonomista padano.
Modulo da scaricare sul sito ma anche gazebo e banchetti tradizionali agghindati da slogan come «l’orgoglio delle origini», giusto per capirci sullo spirito della mobilitazione, e su chi la promuove: quel gruppo di ex leghisti fiaccati dal personalismo del segretario e dal nuovo corso vannacciano che prima hanno chiesto invano un cambio di passo, e poi hanno provato a costruire qualcosa di nuovo, l’associazione “Patto per il Nord”, pronta a solidificarsi in partito in autunno.
E se prendi le distanze dalla nuova Lega in salsa nazionale per tornare a chiedere lo Stato federale e una macroregione Padano-alpina, quale occasione migliore per risvegliare antichi ardori settentrionalisti dei 13 miliardi e mezzo destinati a una maestosa infrastruttura dall’altra parte del Paese?
Il messaggio è facile e arriva subito, adattabile a qualunque città sopra al Po in cui si riesca a organizzare un banchetto: altro che soldi per Messina e Reggio Calabria, vuoi che non ci siano una strada, una metropolitana, un viadotto da completare anche a Como o Varese o Monza?
E così, cercando di risvegliare lo spirito del Carroccio che fu, tra nostalgia del leghismo duro e puro di Bossi in canottiera e desiderio di un luminoso futuro padano, raccontano i promotori di essere arrivati in un paio di mesi a 15 mila firme. Con la speranza di andare ben oltre, se, come dicono i sondaggi, a favore della grande opera tanto cara al segretario della Lega non è nemmeno un italiano su tre.
Per l’associazione ai primi passi – è nata meno di un anno fa – la battaglia identitaria ideale si è concretizzata sotto agli occhi tagliata su misura. «Il Ponte sullo Stretto è solo un altro pozzo senza fondo. Promesse, miliardi spesi e zero certezze. Un’opera inutile che continua a divorare risorse mentre il Paese ha ben altre priorità», scrive sul sito Jonny Crosio, ex parlamentare valtellinese del Carroccio, approdato sulle sponde del Patto per il Nord nel mito del leghismo che fu.
«Per il Nord, noi», la chiosa che dice più di qualunque dettagliato programma: dove il salvinismo non sta più, in quelle valli che un tempo erano tutto Alberto da Giussano e Roma ladrona e ora devono gioire di una grande opera del profondo Sud, ecco i nuovi paladini del Settentrione. O meglio, gli storici paladini ma in un abito nuovo, visto che dall’ex eurodeputato Mario Borghezio all’ex senatore Giuseppe Leoni all’ex ministro Giancarlo Pagliarini, tra i padri fondatori dell’associazione figurano alcuni dei nomi più noti del leghismo che fu.
Si racconta che a redarguirli sia stato proprio il vecchio capo Umberto Bossi, uno che Salvini lo ha così in simpatia da non aver votato Lega alle ultime Europee, ma Forza Italia – per poter sostenere il suo ex fedelissimo Marco Reguzzoni – avendo la perfida cura di farlo sapere. Mettetevi insieme e ricostruite qualcosa, l’esortazione: non a caso gli hanno messo in mano la tessera numero uno con la carica di presidente ad honorem.
Quale migliore occasione per mettere tutti d’accordo, del Ponte sullo Stretto? «La più grande rapina politica di un ministro del Nord ai danni dei contribuenti del Nord», la sentenza lapidaria di Grimoldi. Musica per le orecchie di chi sogna di ripercorrere le orme della vecchia Lega.
(da La Stampa)
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Agosto 15th, 2025 Riccardo Fucile
IL PD PROTESTA: “A CHE TITOLO? QUESTI LUOGHI DEVONO RIMANERE SPAZI ISTITUZIONALI” … DUE ANNI FA LA DUCETTA DIFESE LA SORELLA DOPO UNA VIGNETTA DEL “FATTO” DEFINENDOLA “UNA PERSONA CHE NON RICOPRE INCARICHI PUBBLICI, COLPEVOLE SOLO DI ESSERE MIA SORELLA”
Il Presidente della Regione Lazio, Francesco Rocca insieme ad Arianna Meloni della Segreteria Politica di Fratelli d’Italia, ha fatto visita alla Centrale Operativa del 118, accolto dal direttore dottor Narciso Mostarda e dagli operatori.
Si è poi recato nelle sedi alla Protezione Civile Regionale e del NUE 112, dove è stato ricevuto dal direttore dottor Massimo La Pietra. Si è inoltre intrattenuto con volontari, forze dell’ordine e uomini del Corpo dei Vigili del Fuoco.
“Oggi, nella giornata di Ferragosto, ho voluto portare la mia vicinanza a chi, anche in un giorno di festa, lavora in prima linea per la sicurezza dei cittadini”, ha dichiarato il presidente della Regione Lazio.
“Auguro a tutti gli italiani un felice Ferragosto e un meritato riposo. Oggi, con il Presidente della Regione Lazio Francesco Rocca, abbiamo deciso di fare visita alla sede operativa del 118,
a quella del numero unico e alla sede operativa della Protezione Civile. Abbiamo scelto sedi simboliche, ma vogliamo ringraziare tutti gli uomini e le donne in divisa, gli operatori e le migliaia di volontari. Abbiamo voluto testimoniare la nostra riconoscenza a chi, come loro, ha deciso di dedicare la propria esistenza alla tutela della vita umana, alla salute, alla gestione delle emergenze e alla sicurezza dei cittadini”. Lo scrive su Facebook Arianna Meloni, capo della segreteria politica e responsabile del tesseramento di Fratelli d’Italia.
“Un sincero ringraziamento al personale della Guardia Costiera che in queste ore, e come sempre, tutela le nostre coste e allo stesso tempo salva vite umane. Un grazie ai Vigili del Fuoco, impegnati su tutto il territorio nazionale. Grazie a chi presidia le corsie degli ospedali e non si stanca mai di fornirci supporto e cura. Grazie alle donne e agli uomini in divisa che garantiscono la sicurezza anche in queste ore nelle quali tante grandi città si sono svuotate.
“Nel fare i nostri migliori auguri di buon Ferragosto alla Protezione Civile, alla Centrale Operativa del 118, al NUE 112, ai volontari, alle forze dell’ordine e ai Vigili del Fuoco, ringraziandoli per l’impegno con cui, anche in un giorno di festa, garantiscono la sicurezza dei cittadini, rivolgiamo un augurio anche al Presidente della Regione Lazio Francesco Rocca e ad Arianna Meloni. Ci chiediamo solamente a che titolo il Presidente della Regione si sia fatto accompagnare in visita dal capo della segreteria politica di Fratelli d’Italia. Questi luoghi devono rimanere spazi istituzionali, dedicati al lavoro silenzioso e prezioso di chi è in prima linea ogni giorno. Il rispetto delle istituzioni significa non piegarle a interessi di parte o a logiche di propaganda”. Così in una nota il Gruppo del Partito Democratico in Consiglio regionale del Lazio.
(da agenzie)
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Agosto 15th, 2025 Riccardo Fucile
“ANCHE HAMAS È RIMASTA SORPRESA. NON È PIÙ UNA GUERRA STRATEGICA, MA SOLO POLITICA, VOLTA A MANTENERE NETANYAHU AL POTERE. CIÒ CHE ACCADE NELLA STRISCIA È UN GENOCIDIO”
Gershon Baskin è il più famoso negoziatore israeliano. È colui che ha riportato a casa
nel 2011 il soldato israeliano Gilad Shalit, ed è soprattutto colui che ha visto dall’interno lo svolgimento dei negoziati in corso.
Negoziati che sono a un punto morto, con Israele che rilancia le accuse su Hamas, a suo dire unico colpevole della continuazione della guerra, mentre al contempo Netanyahu non fa che alzare la posta negoziale. È sua la dichiarazione che nemmeno la resa di Hamas metterebbe fine alla guerra, ma solo l’espulsione di massa dei palestinesi da Gaza.
Gershon, questi massacri sono solo di crimini di guerra o un caso eclatante di genocidio?
«Quello che accade a Gaza non è l’Olocausto. Ma, stando alla Convenzione sul genocidio del 1948, la distruzione di una civiltà è genocidio. A Gaza Israele ha già ucciso decine di migliaia di persone, forse alla fine arriverà a 100.000 vittime, ma ha già reso Gaza inabitabile, e questo rientra nella definizione di genocidio.
Lo affermano molti esperti israeliani dell’Olocausto e anche l’ex vice direttore del Mossad, Amiram Levin, ha dichiarato: “Quello che stiamo facendo a Gaza è un genocidio”. Hamas ha commesso crimini il 7 ottobre. Ma questo non giustifica ciò che Israele sta commettendo a Gaza».
Lei ha negoziato con Hamas, fin dai tempi dell’accordo per il rilascio di Gilad Shalit?
«Sì, ho parlato con loro per anni. Quello del 2011 è stato un pessimo accordo ma era l’unico che potesse riportare a casa il soldato israeliano. Nella società israeliana esisteva un’etica secondo cui non si lascia indietro nessuno. Netanyahu ha incarnato quell’ethos nel 2011, ma è anche colui che lo ha distrutto durante questa guerra. Nella società israeliana c’è una leggenda metropolitana che dice: abbiamo rilasciato tutti questi prigionieri e abbiamo ottenuto il 7 ottobre. Ovviamente, non è
affatto vero.
Come l’opinione pubblica israeliana e il mondo dovrebbero capire, la causa del 7 ottobre è che non si può occupare un altro popolo per 58 anni, imprigionare più di 2 milioni di persone in una enclave come Gaza, e aspettarsi di vivere in pace. Dal 2011 ci sono state molte opportunità per negoziare la pace con i palestinesi. Ma da quando Netanyahu è primo ministro, dal 2009, la sua strategia politica è stata di distruggere ogni possibilità di negoziare una soluzione a due Stati con la leadership palestinese.
Ha completamente delegittimato l’Autorità palestinese in Cisgiordania. Ha garantito che Hamas continuasse a governare Gaza e ha persino ottenuto e facilitato i finanziamenti dal Qatar. E questo faceva parte di una strategia volta a dire al mondo: noi vogliamo la pace, ma non abbiamo dei partner con cui negoziare la pace».
Quindi l’unico modo per sconfiggere Hamas è una soluzione politica?
«Hamas non si indebolisce con la violenza. Anzi si rafforza. Non è possibile liberare gli ostaggi né sconfiggere Hamas con le bombe. Hamas si arrenderà solo quando al popolo palestinese verrà offerta un’alternativa politica fatta di libertà, diritti e dignità».
È vero quello che Netanyahu e i suoi continuano a dire, cioè che se Hamas rilasciasse gli ostaggi questa guerra finirebbe?
«Assolutamente no. Questa non è più una guerra strategica. Ma solo una guerra politica, volta a mantenere Netanyahu al potere, al punto che in Israele si parla addirittura della possibilità che le
prossime elezioni, previste per novembre 2026, possano essere annullate da Netanyahu con la motivazione che siamo in guerra. Quasi tutto ciò che ha detto nell’ultima conferenza stampa è una menzogna».
Quindi, in sostanza, in cambio del ritiro totale dell’Idf, Hamas era disposta a rilasciare tutti gli ostaggi?
«Questa proposta di accordo mi è stata comunicata per iscritto lo scorso agosto del 2024, un anno fa. È stato chiamato “l’accordo delle tre settimane” perché quando ho chiesto all’Idf quanto tempo avrebbe impiegato per ritirarsi da Gaza, mi hanno risposto: tre settimane».
Perciò la proposta dell’anno scorso è stata ignorata?
«Avremmo potuto avere un cessate il fuoco a lungo termine, Hamas non avrebbe governato su tutto il territorio e poi si sarebbe potuto formare un governo tecnico. Tutto questo sembrava essere accettato da Hamas, ma Netanyahu continua ad accusare Hamas di non voler porre fine a questa guerra.
Hamas mi ha detto due cose: che sono rimasti sorpresi quando gli israeliani hanno abbandonato i negoziati a Doha e che non hanno mai capito perché gli israeliani chiedessero un accordo parziale. Hamas era disposta a liberare tutti gli ostaggi e il governo israeliano le ha detto: no, liberatene solo la metà».
Perché Israele chiedeva solo la metà degli ostaggi?
«Perché vuole continuare la guerra».
Perché sono stati uccisi così tanti giornalisti a Gaza e Israele continua a impedire l’ingresso ai giornalisti internazionali?
«Perché Israele non vuole che il mondo veda la verità, ma l’opinione pubblica israeliana e quella mondiale se ne sta
accorgendo. Israele sta diventando uno Stato paria».
A causa del genocidio a Gaza?
«Certo. E affermarlo non è antisemitismo. La Corte internazionale di giustizia non è antisemita, la Corte penale internazionale non è antisemita, i critici di Israele non sono antisemiti. L’antisemitismo è illegittimo, la critica al governo israeliano non lo è».
(da La Stampa)
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Agosto 15th, 2025 Riccardo Fucile
UNA VOLTA PASSATE LE REGIONALI D’AUTUNNO, IN VISTA DELLE POLITICHE, NASCERÀ A FIANCO DELLA SINISTRA (PD, M5S, AVS) UNA NUOVA FORZA DI CENTRO ANTI-MELONI CHE INGLOBERÀ ITALIA VIVA (L’EGO DI RENZI HA CAPITO DI DOVER FARE UN PASSO INDIETRO) MA NON “AZIONE” DI CARLO CALENDA, SEMPRE PIU’ STORDITO DALLE SIRENE DEL POTERE … “SILVIA SALIS? UNA PERSONA STRAORDINARIA”
Per i non romani, Alessandro Onorato è l’assessore che si è fatto un nome segando i lucchetti delle keybox, simboli del degrado legato agli affitti brevi. Per i romani è l’assessore ai grandi eventi e al turismo, in un anno in cui sono attesi milioni di
pellegrini in città.
Ma il quarantaquattrenne Onorato, partito da Ostia venti anni fa come baby-fenomeno della politica, adesso è cresciuto e sogna in grande. Dopo aver radunato mille persone tra cui assessori, sindaci e consiglieri civici di tutta Italia a fine giugno, si è messo in testa di costruire lui la gamba di centro che ancora manca al campo largo.
Onorato, dove vuole arrivare?
«L’ambizione è dar vita a un progetto che realmente parta dal basso, che metta in rete tantissime amministratrici e amministratori, gente abituata a misurarsi con problemi concreti, insieme a loro anche il mondo dell’associazionismo e tutte le energie democratiche che si stanno manifestando in varie forme, che si sostituiscono al pubblico laddove le istituzioni non arrivano. Ecco tutto questo può diventare una forza politica».
È la gamba di centro che non c’è?
«Il termine centro richiama collocazioni poco chiare e invece anche in questo dobbiamo essere molto netti. Il nostro campo è il centrosinistra».
Carlo Calenda ci può stare?
«Le vie terzopoliste, come quella di Calenda, sono oggi del tutto ininfluenti. È una sua scelta, legittima, ma non è quello che vogliamo fare noi».
E Matteo Renzi?
«Ha obiettivi molto simili ai nostri, il suo campo è chiaro. È tra i più efficaci nell’opposizione alla destra».
C’è bisogno di un nuovo partito oltre il Pd?
«Sì, perché oggi c’è un campo iper-presidiato, quello della
sinistra, con Pd, Avs, M5S, ma la sinistra italiana ha mollato temi che toccano la carne viva delle persone».
Per esempio?
«Beh, penso alla sicurezza. È stato un errore politico clamoroso appaltare il tema alla Meloni, anche perché ha solo dimostrato di saper denunciare il fenomeno ma di non saperlo risolvere».
Lei al posto loro che cosa farebbe?
«Intanto dire le cose come stanno. Se il Censis ci informa che 7 italiani su 10 credono che l’insicurezza nell’ultimo anno in Italia sia aumentata, perché non ne chiediamo conto al governo Meloni? Se 8 donne su 10, sempre secondo il Censis, dichiarano di aver paura a tornare a casa da sole, evidentemente il problema c’è».
E la sinistra come lo affronta?
«La sinistra spesso rimanda la soluzione a un cambiamento generale della società. Certo la società va cambiata, ma sono indispensabili risposte immediate e puntuali. Rafforzando le forze dell’ordine, perseguendo i reati, presidiando i territori. Io personalmente quando vedo una divisa in più mi sento sereno».
La destra si alimenta anche con la paura dell’immigrazione clandestina. Lei che farebbe?
«Meloni si vanta di aver fermato gli arrivi, ma gli sbarchi aumentano per non parlare dell’inutile, costosissimo e deserto centro d’accoglienza in Albania. Ci sono tantissime persone che dovrebbero essere espulse, e che invece girano intorno alle stazioni delle grandi città con un foglio di via in mano. Persone che possono commettere reati. Perseguire l’illegalità, dare asilo a chi ne ha diritto e regolare i flussi di tanti stranieri per bene che
vogliono lavorare e che sono indispensabili alla nostra economia e alle nostre famiglie».
Come giudica il nuovo corso del Pd?
«Mi sembra che ci sia una crescente consapevolezza, da parte di tutti i maggiorenti del partito, che il Pd non sia più quello di Veltroni e Bettini e della vocazione maggioritaria».
A proposito di Veltroni, è vero che la sua scoperta della politica nasce al cinema?
«Eravamo nel 2000, agli albori dei multisala. Avevo 20 anni facevo l’università e andai dal gestore del Cineland di Ostia e gli proposi di affidarmi la pubblicità locale prima dei film. Fu un successo, poi presi in gestione la pubblicità di tutti gli altri cinema di Roma. Infine finanziai la pubblicazione di un cd – Ostia per l’Africa – di un gruppo musicale della mia parrocchia, che finì anche a Buona Domenica».
Ma Veltroni che c’entra?
«Alla cena di “Ostia per l’Africa” dove venne presentato il cd, c’era anche Veltroni, che mi chiese a bruciapelo: ma tu chi voti alle prossime comunali? Io gli dissi che l’avrei votato, però aggiunsi: Prodi e Berlusconi non mi appassionano. Veltroni mi accusò di non avere le idee chiare, e io di rimando: no, ce le ho chiarissime, se fossi in America voterei partito democratico. Il giorno dopo mi chiamò la coordinatrice della sua lista civica per propormi la candidatura».
Anche perché Veltroni, cinefilo, aveva scoperto che lei era il nipote di Michele Placido…
«È il fratello di mia madre. Veltroni in quell’occasione convinse anche mio zio Michele a candidarsi al comune mentre io avrei
corso per il municipio di Ostia. Durante la campagna Michele non poté neanche venire a Roma, era in Africa a girare un film con Monicelli. Finì che io presi più preferenze a Ostia di mio zio in tutta Roma».
Un debutto col botto no
«Sì, anche se non avevo ancora capito nulla della politica».
Perché?
«Perché non sapevo nulla delle correnti del Pd. La situazione si ripropose nel 2008, quando mi candidai al comune e risultai il più giovane degli eletti del Pd. Alla prima riunione del gruppo, parlo di 17 consiglieri, a fianco di ogni nome, tolto il mio, c’era l’iniziale della corrente di appartenenza».
E con l’Udc come ci finisce?
«Pier Ferdinando Casini aveva mollato Berlusconi, l’idea era di fare il famoso partito di centro con Rutelli e Fini. Il partito della nazione».
Che non venne mai fatto…
«No, ma io diventai in consiglio comunale l’eletto del partito di centro. Al Pd, nel frattempo, era diventato segretario Bersani, con l’idea di rifare i Ds».
Nell’Udc come si trovò?
«A Roma erano tutti di destra, mentre io restavo all’opposizione di Alemanno. Mi dicevano: ma perché non entriamo in maggioranza? Alla fine a Roma mi sono fatto 13 anni di opposizione: contro Alemanno, Marino e Raggi».
Un nome che vorrebbe che aderisse al progetto civico?
«Non mi piace il totonomi ma posso dire che Silvia Salis è una persona straordinaria. Quando era vicepresidente del Coni
abbiamo condiviso centinaia di progetti a Roma. Mi sembra, però, che sia già tirata abbastanza per la giacca, lasciamole fare la sindaca in una città complessa come Genova. Ammiro anche altri. Damiano Tommasi a Verona e il sindaco di Napoli Gaetano Manfredi».
(da agenzia)
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Agosto 15th, 2025 Riccardo Fucile
DOPO UNA SETTIMANA DI DENUNCE SUI MEDIA, LA REGIONE SICILIA “COSTRETTA” AD APPLICARE LA LEGGE
Per anni, in Sicilia, il confine tra spiaggia libera e stabilimento balneare è stato
segnato non solo da file di ombrelloni e lettini, ma anche da barriere fisiche: staccionate, recinzioni e, in alcuni casi, perfino tornelli.
Strutture pensate, secondo i concessionari , per organizzare meglio i flussi e garantire sicurezza, ma che per molti cittadini rappresentano solo un ostacolo ingiustificato al diritto di godere liberamente del mare.
La miccia, questa volta, è esplosa a Mondello, la storica spiaggia di Palermo, dove un tornello all’ingresso di un tratto in concessione alla società Mondello Italo Belga è diventato simbolo di una battaglia più ampia: quella per l’accesso libero e gratuito alla battigia, sancito dalla legge regionale 32 del 2020 ma spesso aggirata nei fatti.
La vicenda, rimbalzata sulle cronache nazionali, è partita dalle segnalazioni e dalle proteste organizzate dal deputato regionale Ismaele La Vardera e dal presidente di +Europa e Radicali, Matteo Hallissey. I due hanno denunciato pubblicamente la presenza di barriere fisiche che, pur non chiudendo formalmente l’accesso, lo rendevano comunque estremamente complicato o disincentivato per chi non era cliente del lido. Manifestazioni, blitz e persino ingressi “dimostrativi” oltre i tornelli hanno acceso i riflettori sul caso, spingendo finalmente la Regione ad agire.
Blitz e controlli: le irregolarità emerse
Su richiesta dell’assessorato al Territorio e Ambiente, la Guardia di finanza ha effettuato così controlli sull’arenile di Mondello, riscontrando diverse irregolarità: per i tornelli non esisteva alcuna autorizzazione specifica, mentre per alcune staccionate erano state rilasciate vecchie autorizzazioni, ora sotto revisione. Il nodo, spiegano gli investigatori, era poi anche capire se i varchi liberi indicati dalla società ricadessero o meno nell’area in concessione: un dettaglio tecnico capace di trasformare una barriera da legittima a illegittima.
La difesa della Mondello Italo Belga e lo stop della Regione
A difendere la propria gestione è stato l’amministratore delegato della Mondello Italo Belga, Antonio Gristina, secondo cui recinzioni e tornelli servivano “alla sicurezza e all’organizzazione del lavoro” e non impedivano a nessuno di raggiungere il mare: “I nostri tornelli non sono digitali, c’è sempre il personale, e se qualcuno deve andare sulla battigia passa”.
La risposta politica, però, è arrivata netta: l’assessore regionale Giusi Savarino ha infatti firmato una circolare con effetto immediato: stop a tornelli, staccionate e qualsiasi struttura fissa che limiti l’accesso alla battigia in tutta la Sicilia.”I cittadini devono avere sempre la possibilità di accedere al mare liberamente e gratuitamente”, ha dichiarato, “nessuna staccionata sarà più autorizzata, certi recinti sono insopportabili”.
La direttiva non si limita però solamente a vietare nuove installazioni, ma prevede anche la modifica o la revoca delle autorizzazioni già rilasciate, con la rimozione degli impianti esistenti.
Una vittoria politica e simbolica
Il provvedimento, salutato da La Vardera come “una vittoria per tutti i siciliani”, segna così una svolta: dalle proteste di Mondello a una norma che vale per tutti i 1.152 chilometri di costa dell’Isola. Non solo: la Regione avvierà controlli capillari sulle concessioni, in collaborazione con la Guardia costiera, per prevenire abusi e garantire il rispetto della direttiva Bolkestein, che impone gare pubbliche per l’assegnazione dei tratti di demanio marittimo. Con le nuove linee guida, i lotti in concessione saranno poi limitati per garantire la concorrenza e la sostenibilità ambientale, promuovendo l’assunzione di giovani, il plastic free e le produzioni locali. Un cambio di rotta che mira insomma a rendere il mare siciliano più accessibile e, forse, a ridisegnare il rapporto tra spiagge e stabilimenti.
Il caso Mondello, nato come scontro locale su un tornello, è così diventato il detonatore di una riforma regionale. Per i balneari, è una battaglia persa; per i cittadini, una porta finalmente aperta verso il mare.
(da Fanpage)
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Agosto 15th, 2025 Riccardo Fucile
ESPULSO DA ISRAELE, E’ RIENTRATO IN ITALIA
Dopo sette ore di fermo all’aeroporto di Tel Aviv, nella notte di lunedì scorso è stato rilasciato don Nandino Capovilla. Il sacerdote, in viaggio con una delegazione di Pax Christi diretta a Gerusalemme, era stato bloccato dalle autorità israeliane con un diniego di ingresso, giustificato con presunti “pericoli per la pubblica sicurezza o per l’ordine pubblico”.
Don Capovilla, noto per il suo impegno a fianco della popolazione palestinese, è autore del libro Sotto il cielo di Gaza, in cui racconta, anche attraverso la voce di operatori umanitari, la vita sotto assedio nella Striscia.
Può raccontare cosa è successo il giorno in cui è atterrato a Tel Aviv, all’aeroporto Ben Gurion, e perché si trovava lì?
Sì. La ragione è molto semplice: da oltre vent’anni, una o due volte all’anno, guido un “pellegrinaggio di giustizia”, è il termine esatto delle nostre esperienze in Terra Santa. Sono viaggi di conoscenza, partecipazione e condivisione, pensati per persone che decidono di non visitare Palestina e Israele come turisti qualsiasi, ma da osservatori, per vedere le ingiustizie e le situazioni che spesso vengono taciute. Quello era il nostro consueto viaggio, anche se in una situazione molto particolare: stavolta era anche una delegazione del Movimento dei Pax Christi.
I controlli in aeroporto sono stati diversi dal solito?
Chiunque sia stato in Israele sa che i controlli non sono
eccessivi, anche se a volte ci chiediamo che senso abbiano certe insistenze su particolari. Questa volta, invece, per me è stato diverso: mi hanno portato progressivamente in zone diverse dell’aeroporto e poi invitato a firmare un documento di “denial of entry”, cioè di immediata espulsione dal Paese.
Le hanno spiegato la motivazione dell’espulsione?
No. Ho chiesto spiegazioni e di parlare con qualcuno, ma non mi è stato possibile. L’unica informazione resta quella scritta nel documento: sarei “pericolo per la sicurezza nazionale e per l’ordine pubblico”. È un’accusa molto pesante, non solo per un cittadino qualunque, ma ancora di più per un prete.
È stato trattenuto in aeroporto?
Sì. Mi hanno portato in una guardiola, una stanza chiusa, con sei-sette guardie che si alternavano su di noi. Eravamo in tre, e siamo rimasti lì per sette ore. Mi hanno tolto il cellulare e il bagaglio, che non potevo recuperare. Ho notato molte telefonate in entrata, probabilmente pressioni per la mia liberazione. Dovevo chiedere il permesso per qualsiasi cosa: andare in bagno, avere una penna, fare una telefonata. Me ne è stata concessa una sola.
Lei è stata l’unica persona fermata della sua delegazione?
Sì. La delegazione era composta da un gruppo italiano di Pax Christi, tra cui il vescovo Giovanni Ricchiuti, presidente del movimento. Il viaggio era diventato una delegazione proprio per la particolare situazione di aggressione alla Palestina e ai palestinesi.
Nel documento rilasciato dalle autorità israeliane c’è anche un divieto di ritorno nel Paese?
Gli avvocati dovranno valutare meglio la situazione. Il documento non indica anni definiti di divieto, ma dice che, in caso di ritorno, il mio accesso nel Paese sarà possibile solo su richiesta e previa valutazione delle circostanze del momento.
Pensa che il divieto faccia parte di una strategia più ampia per impedire l’accesso agli internazionali che testimoniano le violazioni dei diritti umani nei Territori occupati?
Assolutamente. L’ultimo libro che ho scritto nasce da un colloquio con un funzionario ONU che era stato espulso anche lui da Israele. Questo conferma l’ipotesi: vale per me come per qualsiasi giornalista o osservatore internazionale. Pensiamo all’impossibilità per i giornalisti di entrare in Cisgiordania e a Gaza, si tratta di un fatto gravissimo e ormai evidente. Ma la novità più inquietante è l’accanimento contro i funzionari delle Nazioni Unite. Non è stato rinnovato il visto a Domenico Andrade, e recentemente nemmeno al suo successore come capo dell’Ufficio ONU per gli affari umanitari (OCHA). A Gaza, l’OCHA ha definito “una triste pietra miliare” la morte di 500 operatori umanitari. Sono numeri che dovrebbero non solo far rabbrividire, ma far scendere in piazza.
(da Fanpage)
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Agosto 15th, 2025 Riccardo Fucile
NONOSTANTE TRENT’ANNI DI RIFORME PREVIDENZIALI, L’ITALIA RESTA TRA I PAESI EUROPEI CON LA VITA LAVORATIVA PIU’ BREVE… I GIOVANI ENTRANO TARDI NEL MONDO DEL LAVORO
L’Italia arranca nel panorama lavorativo europeo. A dirlo è un’indagine condotta da
CNA Area Studi e Ricerche, che mette sotto la lente il legame tra demografia, occupazione e sostenibilità del sistema previdenziale. E i dati non sono per niente confortanti: tra i 27 Paesi dell’Unione Europea, l’Italia registra infatti una delle durate medie della vita lavorativa più basse, seconda solo alla Romania. Un’anomalia che, nonostante decenni di riforme pensionistiche, rischia di compromettere la tenuta dei conti pubblici e il futuro delle nuove generazioni.
La vita lavorativa italiana è troppo corta
Secondo il report CNA, la vita lavorativa media in Italia è di 32,8 anni, un dato decisamente sotto la media europea di 37,2 anni. A confronto, Paesi come l’Olanda (43,8 anni), la Svezia
(43) e la Danimarca (42,5) vantano una durata decisamente più lunga. Anche tra le grandi economie europee, l’Italia è il fanalino di coda: la Germania arriva a 40 anni, la Francia si attesta sulla media, mentre la Spagna sfiora i 36,5 anni.
Questa breve vita lavorativa non è solo una questione di numeri, ma una vera e propria bomba a orologeria per il sistema pensionistico italiano: una carriera lavorativa più corta significa infatti molti meno contributi versati e, quindi, maggiori pressioni sulla sostenibilità delle pensioni pubbliche.
Giovani esclusi: ingresso al lavoro troppo tardivo
La causa principale di questa anomalia? L’ingresso tardivo dei giovani nel mondo del lavoro. In Italia, i lavoratori tra i 15 e i 24 anni rappresentano solo il 4,7% del totale degli occupati; una percentuale drammaticamente bassa se confrontata con quella della Germania (10,1%), della Francia (9,1%) o della Spagna (6%).
Questo ritardo si deve a diversi fattori: percorsi formativi troppo lunghi e poco integrati con il mondo produttivo, scarsa cultura dell’alternanza scuola-lavoro, ma anche una mancanza strutturale di opportunità per i giovani, soprattutto nel Sud del Paese. Il risultato è una generazione che entra tardi nel mondo del lavoro, spesso con contratti precari, e che fatica ad accumulare anzianità contributiva sufficiente per una pensione dignitosa.
Le microimprese come motore del ricambio generazionale
Se da un lato il sistema appare bloccato, c’è però un settore che continua a offrire una via d’uscita: le micro e piccole imprese. Secondo CNA, sono infatti proprio queste realtà a dimostrare una maggiore apertura verso i giovani. Nelle imprese con meno
di dieci addetti, infatti, il 22,4% dei dipendenti ha meno di trent’anni — una percentuale che scende drasticamente nelle imprese più grandi: solo il 12% dei dipendenti nelle aziende con oltre 250 addetti ha meno di trent’anni.
Questo dato suggerisce sostanzialmente che il ricambio generazionale passa, oggi più che mai, dalle piccole realtà imprenditoriali, spesso a conduzione familiare, che riescono ancora a intercettare energie fresche e offrire percorsi di crescita professionale.
Il sistema produttivo rischia la disgregazione
L’allarme lanciato da CNA non riguarda però solo i conti previdenziali, ma tocca anche la tenuta complessiva del tessuto produttivo italiano: senza un serio ricambio generazionale, molte imprese, soprattutto artigiane e a conduzione familiare, rischiano davvero di chiudere nei prossimi anni. Le competenze, il know-how, le tradizioni produttive rischiano di perdersi in un Paese che invecchia senza formare il futuro. Intervenire insomma, non è più un’opzione ma proprio una vera necessità: occorre riformare le politiche attive del lavoro, favorire l’occupazione giovanile, promuovere l’alternanza scuola-lavoro e sostenere fiscalmente le imprese che assumono under 30. Solo così, forse, si potrà allungare la vita lavorativa media e garantire un futuro sostenibile al sistema pensionistico italiano.
(da Fanpage)
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Agosto 15th, 2025 Riccardo Fucile
C’È CHI SI RIFÀ IL VOLTO E UNA NUOVA IDENTITÀ, CHI INVECE SI RIFUGIA IN QUARTIERI MARGINALI. LA PRATICA È LEGALE ED È DIVENTATA UN BUSINESS: CI SONO AGENZIE APPOSITE, LE “YONIGEYA”, SPECIALIZZATE NEL FACILITARE LE “FUGHE SILENZIOSE”. QUALCHE ANNO FA SI STIMAVANO ALMENO 100MILA “EVAPORATI”
In Giappone esiste un fenomeno chiamato johatsu, termine che significa letteralmente evaporazione. Si tratta di persone che scelgono di scomparire volontariamente dalla propria vita, lasciando amici, famiglia e lavoro senza preavviso. Non si parla di sparizioni misteriose legate a crimini, ma di un atto intenzionale, spesso pianificato nei minimi dettagli, per sfuggire a una realtà divenuta insostenibile.
Molti si rivolgono ai yonigeya, agenzie specializzate nel facilitare una “fuga silenziosa”.
Operano perlopiù di notte, trasferendo i clienti in nuove località senza destare sospetti. I motivi che spingono a ricorrere a questi servizi variano: violenza domestica, debiti schiaccianti, fallimenti professionali, vergogna sociale o il peso insopportabile delle aspettative familiari. Nei casi più estremi,
qualcuno richiede interventi di chirurgia estetica o una nuova identità per rendere il distacco ancora più definitivo.
Chi “evapora” spesso si rifugia in quartieri marginali come Kamagasaki a Osaka, luoghi dove l’anonimato è la regola e nessuno fa domande sul passato.
Nonostante le storie di johatsu siano avvolte da un’aura di mistero, si tratta di una realtà ben radicata in Giappone, tanto da essere diventata un vero e proprio business.
Le stime ufficiali sono difficili da ottenere, ma il fenomeno continua a esistere, sospeso tra necessità, disperazione e desiderio di rinascita.
(da Humanetica)
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