Settembre 5th, 2025 Riccardo Fucile
I RISPARMI SULLE TASSE ARRIVEREBBERO A 1.400 EURO L’ANNO PER CHI DICHIARA ALMENO 60 MILA EURO … LA SIMULAZIONE DELLA SOCIETÀ DI ANALISI “IZI”: “LA STRAGRANDE MAGGIORANZA DEI REDDITI DA LAVORO SI TROVA NELLA FASCIA NON INTERESSATA DALLA RIFORMA E CHE SI RITROVA CON UN VANTAGGIO SOLO DI QUALCHE DECINA DI EURO AL MESE”
Il nuovo taglio delle tasse che ha in cantiere il governo potrebbe portare benefici fino a 1400 euro all’anno per i redditi medio-alti, sopra i 60 mila euro. È quanto mettono in evidenza le simulazioni condotte da Izi, società di analisi e valutazioni economiche e politiche
La proposta di taglio delle tasse a cui starebbe lavorando l’esecutivo prevede – nello scenario più ottimistico – un ampliamento della fascia per il secondo scaglione Irpef dai 50 mila attuali a 60 mila euro e, parallelamente, nella riduzione dell’aliquota dal 35% al 33%. Una combinazione che secondo lo studio potrebbe costare alle casse pubbliche oltre 4,5 miliardi di euro.
A beneficiarne – riporta l’analisi i -sarebbero tutti quelli che dichiarano redditi per almeno 28mila euro, ovvero il 27,4% dei
contribuenti. Per studiare gli effetti della possibile misura Izi ha calcolato la differenza in termini di Irpef per diversi livelli di reddito.
I risparmi vanno dai 40 euro annuali per chi dichiara redditi pari a 30 mila euro fino a circa 1.400 euro per chi ne dichiara almeno 60 mila. Va detto che è comunque tutto da vedere che questo maxi beneficio venga mantenuto anche per chi va oltre questa soglia (cioè oltre i 60 mila euro), visto che già in passato a tagli fiscali sono corrisposti, per le fasce più alte, pari riduzioni di detrazioni, sterilizzando di fatto l’effetto della riduzione di tasse.“Con questa proposta l’IRPEF dovuta si riduce in maniera inapprezzabile per i redditi fino a 45 mila euro, per arrivare ad un massimo di 1400 euro per i redditi tra i 50 e i 60 mila che significa poco più di 100 euro al mese di riduzione: a questi livelli si tratta di una misura interessante.
Sappiamo però bene che la platea dei contribuenti si riduce molto in questa fascia di reddito medio alto, mentre la stragrande maggioranza dei redditi da lavoro si trova nella fascia non interessata dalla riforma e che si ritrova con un vantaggio solo di qualche decina di euro al mese”, è l’analisi di Giacomo Spaini, presidente e ceo di Izi.
(da La Repubblica)
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Settembre 5th, 2025 Riccardo Fucile
“IL PARTITO DEVE RESTARE FEDELE ALLE SUE RADICI”
La Lega non si vannaccizzerà, parola di Attilio Fontana. Intervenuto ieri 4 settembre a
Busto Arsizio al congresso della giovanile del partito, il governatore della Lombardia ha respinto i timori che il Carroccio possa plasmarsi sempre di più a immagine di Roberto Vannacci. «C’è qualcuno che vuole vannaccizzare la lega. Io dico “col cazzo” che ci riesce», ha detto Fontana, ricevendo in cambio applausi a scena aperta.
In questo momento, l’ex generale arruolato da Matteo Salvini per le Europee e oggi vicesegretario ed eurodeputato è uno dei nomi più in vista della Lega e i timori, dentro al partito, sono che si prenda sempre più spazio. Dopo aver fatto il pieno di preferenze
al voto per il Parlamento europeo, Vannacci ha lanciato all’inizio di questo il movimento Il mondo al contrario. Associazione politico-culturale, conta più di 150 Team sul territorio e oltre tremila iscritti, la maggior parte dei quali non hanno tessera di partito.
Nonostante non si tratti, come ribadito da Vannacci e dagli esponenti del Mac, di una forza politica, all’interno della Lega aleggia un certo sospetto verso questa operazione. Motivo per cui Fontana ha provato a scacciare la paura, rievocando le radici originarie del partito: «Io sono della Lega, della Lega lombarda». I nostri valori, ha detto alla giovanile, «sono sempre gli stessi: il Nord, la difesa della nostra Lombardia dal nuovo neocentralismo che si vede avanzare. E mi auguro che questi siano anche i vostri valori».
(da Corriere della Sera)
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Settembre 5th, 2025 Riccardo Fucile
NELLE DEMOCRAZIE TUTTI I LEADER SENTONO IL DOVERE NEL RISPONDERE ALL’OPINIONE PUBBLICA. SAREBBE POCO PATRIOTTICO ALIMENTARE L’ANOMALIA ITALIANA DI UN CAPO DI GOVERNO CHE SCANSA I GIORNALISTI
Le frasi sussurrate da Giorgia Meloni dentro la Casa Bianca sui suoi rapporti col mondo dell’informazione e la discussione che ne è seguita sono diventati – e possono ancora diventare – un’occasione seria per riflettere su una questione che può apparire retorica ed è invece concretissima
E cioè se in un Paese democratico vada salvaguardato, o vada
invece considerato un orpello, un canale trasparente e permanente che metta in connessione un capo di governo e un’opinione pubblica che non si limiti ad ascoltare messaggi, pur legittimi, ma che arrivino solo dall’”alto”.
Le frasi captate dai microfoni interni della Casa Bianca hanno restituito quel che la Presidente del Consiglio sinceramente pensa del suo personale rapporto con il mondo dell’informazione (“Io non voglio mai parlare con la stampa italiana”) ma anche sul ruolo che in senso più generale assegna al sistema mediatico: “Penso – ha detto, rivolta a Trump – sia meglio non rispondere alle domande, siamo troppi e andremmo troppo lunghi”.
Frase trascurata nelle polemiche successive ma altrettanto importante della prima. Perché è come se Meloni dicesse: quel che conta è il “benessere” dei leader, mentre è da considerare un bene accessorio consentire alla pubblica opinione di tutto il mondo, di essere informata attraverso le parole dei capi di governo, più interessanti proprio perché stimolate e arricchite dalle domande dei giornalisti.
L’indiscutibile sincerità delle parole di Meloni e la loro chiarezza hanno suscitato inevitabili polemiche e anche argomentate domande, in particolare da parte di una testata autorevole sui temi dell’informazione come Professione Reporter.
Un capo di governo non ha un obbligo formale di rispondere alle domande dei giornalisti. Il suo compito istituzionale è parlare, informare e rispondere al Parlamento.
Ma se questo è vero sul piano teorico, è altrettanto vero che la “Costituzione materiale” e una prassi stra-consolidata in tutte le moderne democrazie vanno in direzione opposta: tutti i leader di governo sentono il dovere – oramai un obbligo istituzionalizzato – nel rispondere all’opinione pubblica, passando attraverso il canale di chi propone domande per professionale, i giornalisti, interpretando così una divisione informale dei poteri.
In Italia, per restare alla Seconda Repubblica, i presidenti del Consiglio avevano assolto questo dovere attraverso diversi canali: le tradizionali interviste a giornali o a televisioni; la conferenza stampa dii fine anno organizzata dall’Ordine dei giornalisti; le apposite conferenze stampa nella saletta riservata alla “Delegazione italiana” a Bruxelles, a conclusione delle riunioni del Consiglio europeo; dopo i grandi vertici internazionali, dal G7 in giù
Giorgia Meloni -dopo una partenza in linea con i predecessori- ha modificato la prassi seguita dai Presidenti del Consiglio della Seconda Repubblica, a partire da Silvio Berlusconi sino a Mario Draghi, per la verità il più restio a concedersi.
La presidente Meloni ha quasi cancellato le interviste; ha mantenuto l’appuntamento di fine anno, radicato, rituale e di fatto incancellabile, ma oramai diserta quasi puntualmente le
conferenze stampa al termine dei Consigli europei a Bruxelles, quelle dopo i vertici internazionali e quelle a conclusione dei Consigli dei ministri.
In compenso non si sottrae ai colloqui a margine, i “mischioni” formati da giornalisti ammucchiati in uno spazio ristretto, dietro una transenna leggera a Bruxelles e anche in altre occasioni internazionali: in questi casi le domande sono appannaggio dei giornalisti di ugola squillante e le risposte spesso si riducono a battute volanti.
Per bilanciare questi ”vuoti” comunicativi la presidente Meloni è stata altrettanto innovativa nella comunicazione personale, quella senza intermediazioni: nessun presidente del Consiglio prima di lei ha prodotto altrettanti video e post sui social. Nessun presidente del Consiglio ha così tante volte parlato davanti ai giornalisti, limitandosi al semplice statement, la dichiarazione senza possibilità di porre domande.
Dunque, Meloni ha diradato al massimo le occasioni formali di incontro-confronto con il sistema dell’informazione e questa rappresenta un’anomalia rispetto ai grandi Paesi europei, nei quali – occorre ammetterlo – i leader di governo sanno di non potersi sottrarre perché questo andrebbe contro le abitudini consolidate di quel “sistema-Paese”, mentre da noi la sfortunata esternazione sussurrata alla Casa Bianca non ha aperto una discussione sui media.
Chiunque abbia accostato – o visti da vicino – i presidenti del Consiglio degli ultimi 30 anni sa che tutti, o quasi tutti, hanno nei confronti dei giornalisti un sentimento che, a seconda dei casi, oscilla tra diffidenza, ostilità, autentico disprezzo.
In alcuni casi hanno le loro buone ragioni: la superficialità, la faziosità e i refrain (come quello sul “fascismo” di Meloni) di alcuni giornalisti possono autorizzare sentimenti di avversione.
Ma nel loro complesso i media assolvono una funzione fondamentale, sacra sempre e persino di più in una fase come quella che stiamo vivendo. E allora questa sommaria ricognizione sullo stato dei rapporti tra capi di governo e media si può concludere con una domanda.
Una sola: la presidente del Consiglio, che ha l’ambizione di lasciare un segno nella vicenda politica italiana, riconosce che sarebbe poco patriottico alimentare l’anomalia italiana di un capo di governo che scansa i giornalisti e dunque sarebbe cosa molto giusta e molto utile per tutti i cittadini, rendere permanenti, trasparenti, formali e non episodici dei canali, dove sia possibile porre liberamente domande al capo del governo italiano?
(da professionereporter)
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Settembre 5th, 2025 Riccardo Fucile
LA MELONI VUOLE ASPETTARE IL RISULTATO DELLE MARCHE: IN CASO DI SCONFITTA DI ACQUAROLI RIVENDICHEREBBE IL VENETO : SE IL CARROCCIO ALLA FINE CEDE IL PASSO A FDI, CERTIFICHERÀ L’INIZIO DEL SUO RIDIMENSIONAMENTO IN TUTTO IL NORD. SE OTTIENE QUELLO CHE VUOLE, SUONERÀ COME UN BRACCIO DI FERRO PERSO DA PALAZZO CHIGI
L’ennesimo annullamento del vertice dei leader di maggioranza sulle elezioni
regionali, che si sarebbe dovuto tenere ieri, non dipende dagli impegni di governo. Più banalmente, Giorgia Meloni e i suoi vice Antonio Tajani, di Forza Italia, e Matteo Salvini della Lega, non trovano ancora un accordo. Adesso fanno sapere che «probabilmente» l’incontro slitterà alla prossima settimana.
È la conferma che, quando la riunione sarà fissata, significherà che l’intesa è già stata raggiunta: si tratterà solo di ratificarla come prova, seppure un po’ tardiva, di unità. Le incognite sulle quali continuano a non intendersi sono tre: Campania, Puglia ma soprattutto Veneto. Il timore di una sconfitta nelle prime due è corposo, nonostante le tensioni e le polemiche che hanno diviso il Pd dagli alleati, e continuano a serpeggiare.
Per quanto riguarda il Veneto, invece, il tema è più semplice, almeno in apparenza. Si tratta di capire quale partito della coalizione di destra si intesterà una vittoria data per certa. La Lega del Veneto rivendica il primato di Luca Zaia, chiedendo un suo candidato al posto del governatore.
E la sua ambizione si scontra con la premier e Tajani, e complica la posizione di Salvini: anche se ieri lui e Zaia si sono incontrati a lungo, dopo giorni di battute sarcastiche del governatore che ha evocato o lasciato evocare una sua lista personale sganciata dallo schieramento di destra. Il riflesso inevitabile è anche sul governo: tanto che c’è da chiedersi perché Giorgia Meloni non abbia concesso da subito la carica ai leghisti.
Se il Carroccio alla fine cede il passo a FdI, certificherà il cambio di fase in Veneto, e l’inizio del suo ridimensionamento in tutto il Nord. Se ottiene quello che vuole, suonerà come un braccio di ferro perso da Palazzo Chigi: seppure per salvaguardare l’unità dell’alleanza a livello nazionale.
L’insistenza dei meloniani sulla «generosità» di FdI, che in base ai numeri potrebbero rivendicare ogni carica apicale, non aiuta. Finisce per sottolineare la subalternità della Lega, già irritata per l’affondamento della riforma sull’autonomia regionale.
Gli avvertimenti del ministro Roberto Calderoli sul leghismo secessionista delle origini segnalano un malumore profondo. «Ci incontreremo presto. Il centrodestra non ha mai avuto problemi. Non siamo un’alleanza elettorale come la sinistra, ma un’alleanza politica», ribadisce Tajani.Ma questo rende il paradosso ancora meno spiegabile all’elettorato. E acuisce il timore di perdere nelle Regioni al voto nei prossimi due mesi.
(da “Corriere della Sera” )
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Settembre 5th, 2025 Riccardo Fucile
“NON È IL NUOVO FIORELLO, COME PER UN PERIODO LA RAI HA PROVATO A VENDERLO. LA SUA FORZA ERA SOPRATTUTTO IL FORMAT” … ” IN QUESTO MOMENTO IL SERVIZIO PUBBLICO È ALLO SBANDO: NON INVENTA PIÙ NULLA. SE IL VOLTO DI PUNTA È PINO INSEGNO, SIGNIFICA CHE SIAMO ALLA FRUTTA”
“In Rai, non li hanno visti arrivare”. Il critico televisivo di Repubblica Antonio Dipollina prende in prestito una citazione storica per interpretare lo smarrimento di Viale Mazzini, di fronte alla seconda vittoria consecutiva assegnata a La Ruota della fortuna sul tabellone dell’auditel. La scorsa stagione televisiva aveva portato in gloria la rivelazione Stefano De Martino, che alla guida di un format rodato e vincente, Affari tuoi, ha incassato ascolti da capogiro, lasciando briciole alle contendenti.
Striscia la notizia ha cominciato ad arrancare sempre più, costringendo Mediaset a cambiare una strategia di programmazione che aveva funzionato per anni. Ora tocca a Pier Silvio Berlusconi gongolare (e lo sta facendo pubblicamente). La sua scelta vincente gli ha permesso di sparigliare le carte in tavola nella lotta sul terreno più conteso dalle reti: l’access prime time, la fascia oraria che ormai garantisce i maggiori introiti pubblicitari alle tv.
La scelta di Berlusconi, spiega ad HuffPost il critico televisivo del Corriere della sera Aldo Grasso, parte dalla Spagna. Lì Telecinco ha i diritti di Affari Tuoi, mentre la concorrenza ha quelli di La Ruota della Fortuna: “E proprio la Ruota ha funzionato meglio. Forti di questa esperienza, quest’estate hanno costruito un’operazione strategica importante: all’inizio sembrava solo una mossa per contrastare il nulla della Rai, con l’ennesima riproposizione di Techetechete’, invece era l’avvio di una vera controprogrammazione contro Affari Tuoi.
Hanno rimodernato il format, aggiunto elementi nuovi, reso il gioco più dinamico e appetibile anche dal punto di vista dei premi. E i risultati si vedono. Certo, non tutte le sere vinceranno: lo share verrà diviso, un po’ uno e un po’ l’altro. Ma resta una
mossa studiata con cura: da tempo non si vedeva una controprogrammazione così mirata”.
Anche Dipollina ritiene probabile che si arriverà a un testa a testa, con Affari Tuoi leggermente in vantaggio: “La Rai ha dovuto correre ai ripari, riportando il programma all’improvviso, senza poterlo annunciare con largo anticipo e quindi fuori da ogni strategia. Detto questo, il pubblico che Gerry Scotti aveva conquistato in estate continua a premiarlo: anche se si arriverà al pareggio o a una lieve sconfitta, resta comunque un’impresa notevole”.
Secondo Aldo Grasso erano stati i giudizi rivolti a Stefano De Martino per il successo della scorsa stagione: “De Martino, secondo me, è stato sopravvalutato. È bravo, piacevole, ha uno stile particolare – che definirei da re della paraculaggine –, ma non è il nuovo Fiorello, come per un periodo la Rai ha provato a venderlo. La sua forza era soprattutto il format che conduceva”.
“Per Striscia la Notizia questa è una piccola sconfitta. Se non si lavora davvero a un rinnovamento, il rischio è che emerga con evidenza che Striscia da anni va avanti solo per inerzia”, dice Grasso. Dipollina ritiene che anche Striscia possa beneficiare dei successi di Scotti, ma “non credo che tornerà mai più ai livelli d’ascolto di un tempo”.
“Quando Striscia la Notizia funzionava e faceva il botto ogni sera, veniva definita ‘la cassaforte’ di Mediaset: lì si concentrava
la forza pubblicitaria”, spiega Dipollina, “L’access è diventato ormai la vera prima serata della televisione italiana. Tanto che le reti investono soprattutto lì e non si preoccupano troppo se i programmi che iniziano alle 21:30 o alle 22 perdono centralità.
Quelli che un tempo chiamavamo prima serata’ oggi non hanno più la stessa rilevanza: andrebbe persino trovata una nuova definizione, visto che non si può chiamarla ‘seconda serata’ se inizia alle nove e mezza. Tutta la competizione si è spostata proprio sull’access, che è ormai una sfida a due, perché gli altri canali non hanno davvero le armi per incidere”.
Dice lo stesso Grasso, rammaricandosi del fatto che questo si traduca nella mancanza di innovazione nella proposta della prima serata: “In questo momento il servizio pubblico è allo sbando: non inventa più nulla e se il volto di punta è Pino Insegno, significa che siamo alla frutta.
Eppure Mediaset sembra non voler infierire. Forse gli va bene così: una spartizione delle audience, metà alla Rai e metà a loro. È una scelta politica. Se facessero due o tre mosse ben studiate come La Ruota della Fortuna, diventerebbero il network più forte in Italia. Ma preferiscono non spendere: puntano su fiction economiche e soprattutto su Maria De Filippi, che regge l’intera programmazione. E per loro, così, va bene”.
(da huffingtonpost.it)
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Settembre 5th, 2025 Riccardo Fucile
NON È NELLO SPAZIO RISTRETTO DI UN VERTICE CHE L’INDIA PUÒ RASSEGNARSI AD UN ORDINE A GUIDA CINESE, ARCHIVIANDO DISPUTE DI CONFINE DI ANNI. NEPPURE LA RUSSIA PUÒ ACCETTARE UNA DIPENDENZA DALLA CINA, SENZA TENTARE DI BILANCIARLA CON WASHINGTON. E LO STESSO XI NON PUÒ RINUNCIARE ALL’ESPANSIONISMO DELLA VIA DELLA SETA”
Il vertice di Tianjin e la parata di Xi: tentativi cinesi di dimostrare che un ordine senza
Occidente è possibile, puntellato dalle armi e dalla tecnologia di Pechino.La foto di Xi con Putin e Modi ostenta sicurezza di sé. Porta ad interrogarsi se davvero ne possa scaturire un nuovo approdo per il mondo, se la loro intesa sia effettiva, se Stati Uniti ed Europa abbiano un ruolo.
La maggior parte degli Stati preferirebbe non essere costretta a scegliere tra Washington e Pechino. Messa alle strette, oscilla tra la necessità di non inimicarsi Trump e la ricerca di alternative per i propri bisogni di sicurezza e prosperità.
A profilarsi, più che un nuovo ordine anti occidentale sembra esserci per ora una disordinata ricerca dei più di evitare guai peggiori.
E la compattezza? Ne risente anche quella tra i tre giganti. Non è nello spazio ristretto di un vertice che l’India può rassegnarsi ad un ordine a guida cinese, archiviando dispute di confine, regionali e commerciali di anni: non a caso Modi si defila dalla parata militare di Xi (sostituito dal belligerante Kim).
Neppure la Russia può accettare indefinitamente una dipendenza dalla Cina, senza tentare di bilanciarla con Washington. E lo stesso Xi non può rinunciare all’espansionismo della Via della seta per fare spazio ai nuovi alleati. La genericità del comunicato finale del vertice la dice lunga. L’intesa potrebbe essere illusoria.
Il nostro ruolo, infine? Ignorare Tianjin e lo show in armi sarebbe comunque rischioso. Per gli Stati Uniti, perché Xi rafforza la deterrenza in Asia e perché nessuna egemonia può basarsi solo sul perseguimento della convenienza individuale.
Per l’Europa, perché l’impegno a difendere l’Occidente contro Mosca non può precluderci la ricerca di alternative economico-commerciali nel Sud globale. Insomma, non ingigantire, ma neppure sottovalutare.
(da agenzie)
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Settembre 5th, 2025 Riccardo Fucile
PUBBLICA SU X UN MEME GENERATO CON L’INTELLIGENZA ARTIFICIALE ACCANTO AI PADRI DELLA PATRIA USA
Donald Trump vuole il suo busto scolpito sull’iconico Monte Rushmore. Anzi, ce lo ha già messo. Il presidente Usa ha pubblicato sul suo account X un meme in cui appare sorridente, digitalmente aggiunto accanto ai suoi “monumentali” predecessori George Washington, Thomas Jefferson, Theodore
Roosevelt e Abraham Lincoln. Anche i quattro presidenti storici, nel fotomontaggio, sorridono. Peccato che il National Park Service abbia già chiarito che l’operazione è semplicemente impossibile, per due motivi: primo, considera il Rushmore un’opera d’arte finita; secondo, non c’è spazio.
«La parte scolpita del Monte Rushmore è stata analizzata a fondo, e non esistono aree idonee per ulteriori incisioni», ha dichiarato il parco in un comunicato. In passato, proposte simili avevano riguardato anche Kennedy e Reagan, senza alcun esito.
Il sogno proibito di Trump
Il desiderio di Trump di vedere scolpito il proprio volto sull’iconico monte risale al primo mandato, quando lo confidò a Kristi Noem, allora deputata del South Dakota. Successivamente, Noem gli regalò un modellino del monumento con la sua faccia aggiunta. Negli ultimi mesi, Trump ha rilanciato l’idea in parallelo con il progetto del National Garden of American Heroes, un parco che dovrebbe ospitare 250 statue a grandezza naturale di figure storiche statunitensi, da Amelia Earhart a Muhammad Ali, passando per Steve Jobs e Cristoforo Colombo. Il giardino è stato approvato tramite ordine esecutivo e finanziato dalla Camera dei Rappresentanti con 40 milioni di dollari, mentre il Senato deve ancora approvare i fondi.
Le tensioni con le tribù Sioux
Il Giardino degli Eroi è previsto nelle Black Hills, proprio vicino al Monte Rushmore, su un terreno donato da una compagnia mineraria locale. Tuttavia, già dall’inizio dell’estate l’iniziativa ha suscitato forti proteste tra le tribù Sioux e altre comunità indigene, che considerano le Black Hills un’area sacra. La zona si trova al centro di dispute storiche: il Trattato di Fort Laramie del 1868 riconosceva le terre ai Sioux, ma le autorità le sequestrarono pochi anni dopo per l’estrazione dell’oro. La Corte Suprema nel 1980 ha riconosciuto la violazione, ma le tribù all’epoca rifiutarono il risarcimento. Oggi, gli attivisti indigenti denunciano che lo sviluppo del giardino e delle attrazioni turistiche collegate rischierebbero di cancellare la memoria storica delle loro terre e chiedono un dialogo diretto con le autorità federali.
(da agenzie)
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Settembre 5th, 2025 Riccardo Fucile
È IN GRAVE RITARDO E GIORGIA MELONI È INCAZZATISSIMA. FONTI DEL GOVERNO FANNO SAPERE CHE “SOLO UNA MANCIATA DI MINISTERI HA COMPLETATO IL DOCUMENTO SULLO STATO DI AVANZAMENTO DEL PNRR”. QUELLO CHE PALAZZO CHIGI AVEVA RACCOMANDATO DI CHIUDERE DURANTE LA PAUSA ESTIVA … ALLO STUDIO “VEICOLI FINANZIARI” PER RINVIARE AL 2029 LE SPESE E NON PERDERE I FONDI DELLE DUE ULTIME RATE… LA PROPOSTA DELL’ENNESIMA REVISIONE DEL PIANO SARÀ PRESENTATA BRUXELLES ENTRO FINE MESE
I compiti per le vacanze li hanno fatti in pochi. “Una manciata di ministri” –
raccontano fonti di governo – ha completato il documento sullo stato di avanzamento del Pnrr. Quello che Palazzo Chigi aveva raccomandato di chiudere durante la pausa estiva non è un report qualsiasi.
Ballano miliardi. Da consegnare agli altri dicasteri, certificando di fatto l’insuccesso del proprio. Ecco perché la maggior parte dei ministri non ha fornito ancora tutti i chiarimenti richiesti dalla Struttura di missione, il “cervellone” del Piano di stanza alla presidenza del Consiglio
E si spiega così anche l’ultimatum partito nelle ultime ore proprio da Palazzo Chigi per raggiungere i ministri inadempienti. L’avviso recita grosso modo così: è il momento di tirare una linea.
È lo stesso messaggio che Giorgia Meloni aveva consegnato alla riunione del Cdm del 24 luglio, quando aveva raccomandato ai presenti di fare presto una fotografia dettagliata dell’avanzamento dei progetti perché – avvisò – “ognuno di voi risponderà delle risorse spese o non spese”.
Nel frattempo è passato più di un mese, ma il quadro generale è ancora incompleto. Solo che ora alla bandiera a scacchi manca meno di un anno. E in mezzo bisogna portare a casa la revisione del Piano.
Le stesse fonti assicurano che “le cose si faranno più chiare tra qualche giorno”, ma intanto il tempo stringe. Per questa ragione, la trattativa tra i tecnici del governo e quelli della Commissione europea si sta intensificando negli ultimi giorni. L’obiettivo è concordare quante più modifiche possibili al Piano prima dell’invio della proposta di revisione a fine settembre. In questo modo, infatti, l’esecutivo punta a incassare il via libera della Ue entro ottobre e avere almeno dieci mesi di tempo per completare il nuovo Piano.
A fronte di obiettivi, quelli della nona e decima rata, che saranno rimodulati, ci sono progetti che hanno già buone possibilità di
salvarsi. Non solo perché traslocheranno sui fondi di coesione, guadagnando tre anni di tempo. C’è anche un altro salvagente che sta prendendo forma. Si chiama facilty.
È un veicolo finanziario che serve a congelare le risorse fino al 2029, individuando i beneficiari entro il 2026. L’Italia lo conosce bene perché l’ha riempito già con 8 miliardi (la Spagna con più di 70 miliardi) e ora si appresta a renderlo più corposo.
In realtà non ci sarà un solo salvagente: l’idea è crearne uno per ogni singolo ministero. Ognuno avrà un soggetto attuatore: lo stesso dicastero o un altro soggetto. Come potrebbe accadere all’Ambiente, che conta di mettere in salvo risorse per 4 miliardi e affidare il monitoraggio al Gse.
Nella lista figurano le comunità energetiche per gli impianti da fonti rinnovabili: a fronte di un’accelerazione registrata dopo l’ampliamento del perimetro dei Comuni coinvolti (il limite è passato da cinquemila a 50 mila abitanti), si registrano difficoltà sulla connessione degli stessi impianti. Circa un miliardo finirà nel freezer, insieme a 700-800 milioni dei progetti per l’agrivoltaico.
Dentro anche 350 milioni per l’utilizzo dell’idrogeno nei settori industriali più inquinanti e altri 800 milioni degli investimenti per il biometano. Le stime sono provvisorie: il totale è vicino ai 4 miliardi.
(da agenzie)
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Settembre 5th, 2025 Riccardo Fucile
COME POSSONO ESSERE TUTELATI
Da quando la missione della Global Sumud Flotilla è iniziata, si sono moltiplicate le richieste di protezione nei confronti degli attivisti saliti sulle imbarcazioni cariche di aiuti umanitari dirette
a Gaza. Soprattutto dopo le ritorsioni minacciate dal governo israeliano, che ha avvertito che tratterà le persone a bordo al pari di terroristi. Sulle navi che partiranno da Catania il prossimo 7 settembre ci saranno anche quattro parlamentari ed europarlamentari italiani, tutti delle opposizioni, che nel frattempo hanno chiesto al governo italiano adeguate tutele. Meloni ha assicurato garanzie agli italiani a bordo anche se non ha chiarito come intende agire né ha respinto le minacce di Tel Aviv.
Ma quindi cosa rischiano gli attivisti che nelle prossime settimane cercheranno di rompere l’assedio a Gaza e che tipo di tutele diplomatiche possono essere applicate per garantirne la sicurezza? Ce lo siamo fatti spiegare dal professor Triestino
Mariniello, docente di diritto penale internazionale alla John Moores University di Liverpool.
Partiamo dall’inizio. In cosa consiste e come funziona il blocco navale imposto da Israele?
“Sciopero dei porti se qualcuno della Flotilla viene toccato e blocchiamo accordi commerciali con Israele”
Israele non consente l’ingresso di alcuna imbarcazione nelle acque territoriali palestinesi perché, ben prima del 7 ottobre, dalla dalla vittoria delle elezioni da parte di Hamas Israele difatti controlla tutti i confini della striscia di Gaza: spazio aereo, confini di terra e le acque territoriali, quindi i confini marittimi della della Striscia di Gaza. Il blocco, così come l’intero sistema di occupazione di tutto il territorio palestinese, è illegale alla luce del diritto internazionale. Lo ha stabilito chiaramente la Corte internazionale di giustizia con la decisione del luglio del 2024. Quindi in questo contesto di occupazione illegale, qualsiasi iniziativa posta in essere dalle autorità israeliane viola il diritto internazionale. In altre parole non ci può essere alcuna motivazione, nemmeno di sicurezza nazionale per difendere un’occupazione che è illegale ai sensi del diritto internazionale.
Perché il blocco viene ancora applicato, anche se illegale, in un regime di sostanziale impunità?
Viene applicato perché Israele ignora qualsiasi principio di diritto internazionale quando si tratta del territorio palestinese.
Non è l’unica violazione. La lista degli illeciti internazionali, tanto in Cisgiordania quanto nella Striscia di Gaza è lunghissima e avremmo bisogno di pagine e giorni per descriverle tutte. Viene applicato un regime di completa impunità perché quella è l’impunità che caratterizza l’operato delle autorità israeliane dalla nascita dello Stato di Israele. La ragione probabilmente non è di origine giuridica, ma è politica perché quando si parla di Israele una lunga lista di Stati occidentali, in primis gli Stati Uniti, tendono a creare una sorta di “eccezionalismo giuridico”, cioè pongono Israele al di sopra della legalità internazionale.
Venendo alla missione della Global Sumud Flotilla: che pericoli corrono gli attivisti? Israele può attaccarli?
Prima di tutto da un punto di vista del diritto internazionale, la risposta è no, per una serie di motivi. Uno Stato può intervenire, può intercettare un’imbarcazione nelle acque internazionali, dal punto di vista del diritto umanitario internazionale, ma soltanto quando determinate condizioni si verificano. Ad esempio può intervenire quando c’è un rischio per la propria sicurezza nazionale, perché quell’imbarcazione costituisce una minaccia, ma non è assolutamente questo il caso. Per un motivo molto semplice, perché le imbarcazioni non sono indirizzate verso il territorio israeliano, ma verso quello palestinese. Per farla breve, soltanto la Palestina potrebbe intervenire e decidere se bloccare eventualmente delle imbarcazioni che puntano verso il proprio il
proprio territorio. Israele non può anche alla luce di quello che che dicevamo prima, cioè perché interverrebbeper garantirsi una situazione sostanzialmente di illegalità, cioè per difendere un illecito ai sensi del diritto internazionale.
Il ministro degli Esteri Ben Gvir ha minacciato di farli arrestare come terroristi. Quali sono i rischi?
L’accusa di terrorismo viene utilizzata spesso, soprattutto nei confronti dei palestinesi. Quando le autorità israeliane utilizzano questa accusa nei confronti di altre persone, in genere di palestinesi, le conseguenze sono gravissime, perché utilizzare un linguaggio deumanizzante, etichettare delle persone come terroristi vuol dire porsi al di fuori della legalità internazionale o di qualsiasi sistema di protezione dei diritti umani. L’autorità israeliana utilizza l’accusa di terrorismo per derogare a qualsiasi riconoscimento di diritti fondamentali e umani nei confronti delle persone accusate. Ad esempio, la detenzione arbitraria è un rischio molto frequente anche per gli attivisti della Freedom Flotilla: in passato coloro che si sono rifiutati di riconoscere di essere entrati illegalmente nel territorio israeliano sono stati arbitrariamente arrestati. Lì il rischio ancora più grosso è quello di essere sottoposti ad atti che alla luce del diritto internazionale costituiscono tortura o atti inumani e degradanti. Non è un un dato nuovo. Nella stragrande maggioranza dei casi essere accusato di essere terrorista dalle autorità israeliane significa
andare in corso molto probabilmente ad atti di tortura che sono vietati in modo assoluto dal diritto internazionale. Israele usa in modo sistematico e su larga scala, come ampiamente documentato da una lunga lista di organizzazioni internazionali, la tortura.
Come sono tutelati gli attivisti dal diritto internazionale?
Prima di tutto dall’ordinamento dei diritti umani, quindi non possono essere sottoposti a detenzione arbitraria, né ad alcuna forma di tortura o trattamenti inumani o degradanti. Le imbarcazioni sono tutelate ai sensi del diritto internazionale: non possono essere intercettate nelle acque internazionali, a meno che non si verifichi una delle condizioni previste dall’Onu, ma non è questo il caso. È assolutamente necessario che i Paesi di provenienza degli attivisti offrano ampio sostegno diplomatico agli attivisti in questione. Purtroppo, come abbiamo visto anche con l’ultimo attacco alla Freedom Flotilla, questo non è sempre avvenuto. Spesso i Paesi di provenienza, appunto, si sono disinteressati, anzi non hanno nemmeno condannato gli attacchi illegali nei confronti dei propri cittadini.
Davanti alle richieste delle opposizioni di garantire la sicurezza degli attivisti a bordo, il governo ha detto che attiverà le misure di tutela previste per i connazionali all’estero. L’Italia che tipo di protezione potrebbe attivare concretamente?
Le tutele sono quelle diplomatiche, che vuol dire intervento immediato nel caso in cui vi fosse un rischio anche remoto di violazione dei diritti umani nei confronti degli attivisti. Il mancato sostegno a livello diplomatico da parte dell’Italia, ma anche di altri Stati, è ancora più grave se la leggiamo all’interno di un contesto più ampio perché quello che la Freedom Flotilla sta facendo quello è in sostanza quello che dovrebbero fare gli Stati, ossia forzare il blocco. E spesso, come vediamo anche nel Mediterraneo, con il soccorso nei confronti dei richiedenti asilo, la società civile si sostituisce agli Stati laddove questi ultimi non intervengono. Intervenire per gli Stati, rompere l’assedio e porre fine al genocidio in corso non appartiene alla discrezionalità politica degli Stati, ma è un obbligo giuridico previsto dal diritto internazionale nonché dalla Convenzione sul genocidio. Quindi gli Stati non solo non stanno adempiendo ai propri obblighi giuridici a livello internazionale, ma non stanno offrendo alcuna forma di sostegno e protezione a coloro che invece si sostituiscono agli Stati stessi e cercano di fare quello dovrebbero fare loro.
(da Fanpage)
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