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PERCHÉ TYLER ROBINSON HA UCCISO CHARLIE KIRK? SECONDO IL COMMENTATORE MAX BURNS , ROBINSON AVREBBE DECISO DI USARE LA VIOLENZA PER DIVENTARE FAMOSO TRA I MEMBRI DELLA SUA NICCHIA, CHIUSI IN UNA BOLLA DIGITALE

Settembre 14th, 2025 Riccardo Fucile

SI TRATTA DI UNA ARENA VIRTUALE DOVE CIRCOLANO SOLO DETERMINATE IDEE, RILANCIATE DAGLI ALGORITMI. L’ESPLOSIONE DI VIOLENZA NON SAREBBE RIVOLTA ALL’OPINIONE PUBBLICA, ALL’ESTERNO, MA A COLORO CHE FANNO PARTE DEL CERCHIO VIRTUALE … SONO KILLER “IBRIDI”: MESCOLANO RAGIONI POLITICHE E PERSONALI

Tyler Robinson è in cella e, se vorrà, potrà dare spiegazioni sull’uccisione di Charlie Kirk. Una fine diversa rispetto all’attentatore di Donald Trump, Thomas Crooks, neutralizzato dal tiro degli agenti. I due, però, sembrano appartenere ad un mondo sotterraneo, un incrocio tra realtà e videogame.
le fazioni che spaccano l’America sono in lotta indicandolo come estremista di sinistra o di destra.
Per ora abbiamo poche certezze su Tyler, 22 anni, ex studente
modello, definito introverso ma simpatico, ma anche «strano negli ultimi tempi», impegnato in un corso da elettricista, abituato a maneggiare armi.
Raccontano che passasse molto tempo con videogiochi nell’appartamento che condivideva con una partner trans che ha collaborato con la polizia. L’unica a sbilanciarsi la sua famiglia: ha spiegato che l’omicida accusava Kirk di essere pieno d’odio. Ad oggi abbiamo dei «segni» parziali. A cominciare da frasi incise sui bossoli del fucile da caccia impiegato nell’ateneo. Ci sono «Bella Ciao», «Hey fascista, prendi questo», poi altre battute.
Per alcuni sono messaggi privi di connotazioni precise ma slogan, frasi ironiche e modi di dire tratti dalla subcultura dei game digitali. L’inno dei partigiani italiani, infatti, compare in almeno due «giochi» ma è stato usato anche dai seguaci di Nick Fuentes. Noto esponente del nazionalismo bianco, diventato un critico feroce di Kirk perché lo riteneva non abbastanza deciso. Da qui un appiglio per chi vede nell’assassino un suprematista.
Il legame sentimentale con un uomo che stava per diventare donna potrebbe essere usato dai supporter di Trump, un tema già cavalcato dopo attacchi che hanno coinvolto transgender. Un commentatore democratico, Max Burns, senza trascurare eventuali risvolti ideologici, ha offerto un’interpretazione interessante.
A suo parere Robinson è un giovane, come altri, che ha deciso di usare la violenza per diventare famoso tra i membri della sua nicchia, chiusa in una bolla digitale. È una arena dove circolano solo determinate idee — le loro — rilanciate dagli algoritmi. E
l’esplosione di violenza non è rivolta all’opinione pubblica, all’esterno ma a «coloro» che fanno parte del cerchio virtuale. C’è chi apre il fuoco all’interno di una scuola oppure in ufficio perché vuole diventare «famigerato».
Solo che ci sono così tanti episodi negli Stati Uniti, rileva Burns, che la copertura delle tv è intensa quanto corta nel tempo. Ed allora individui come Robinson — e forse Thomas Crooks — restringono il numero dei bersagli e scelgono invece un unico target: la figura rappresentativa, meglio se è qualcuno che ha diviso con posizioni controverse. E così provocano un’onda lunga, scatenano rabbia, alimentano le polemiche, offrono ganci per continuare.
Possiamo anche definirli degli ibridi, sparatori che uniscono pulsioni politiche a quelle più personali, il terreno è vasto, senza confini. L’atto è seguito dalla cortina fumogena rappresentata dai «meme», da poche righe inserite in un foglietto, scritte sul calcio di un fucile, lasciate in piattaforme frequentate dai suoi simili. Sono prese in giro studiate per ingannare i media, confondere gli investigatori, sfottere chi cerca di capire. È simile al post di un troll, dove la pallottola serve ad uccidere ma anche a portare un messaggio
(da agenzie)

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SCHLEIN A MELONI: “VI BATTEREMO”

Settembre 14th, 2025 Riccardo Fucile

ALLA FESTA DELL’UNITA’ IL COLLEGAMENTO CON FLOTILLA

«Vinceremo prima alle regionali e poi alle politiche». Elly Schlein suona la carica dal palco della Festa dell’Unità di Reggio Emilia in cui si celebra la giornata conclusiva. «Grazie al lavoro paziente con le altre opposizioni, siamo riusciti a chiudere la stessa alleanza progressista in tutte le regioni che andranno al voto, non succedeva da anni» dice tra gli applausi.
All’inizio del suo intervento, Schlein ha lanciato la diretta streaming con il deputato Arturo Scotto e l’eurodeputata Annalisa Corrado, imbarcati su una nave della Flotilla. «Abbiamo un unico scopo – ha detto Scotto – portare a termine la più grande missione umanitaria degli ultimi tempi». «E’ una missione pacifista che si svolge nel pieno rispetto del diritto internazionale», ha detto Corrado.
Un gioco delle parti che i due recitano da tempo: «Ostinatamente unitaria» la segretaria dem, prudente e deciso a non farsi imbrigliare in nulla di definitivo il leader pentastellato. «Sono convinta che noi ce la faremo, che costruiremo l’alleanza progressista che batterà la destra alle prossime politiche» è il messaggio conclusivo di Elly.
Il nodo della leadership
I due leader condividono l’obiettivo di “mandare a casa” Giorgia Meloni e il suo governo di centrodestra alle politiche del 2027. In questo senso la prossima tornata regionale sarà il banco di prova di quell’ampio schieramento che tiene insieme tutte (o quasi) le opposizioni: da Matteo Renzi a Nicola Fratoianni. Tra i temi che restano sul tavolo c’è quello della leadership: Conte
non ha mai nascosto l’ambizione di tornare a Palazzo Chigi, ma in termini di voti il Pd oggi vale quasi il doppio. E allora? Primarie di coalizione o conta dei voti alle urne? In ambienti del centrosinistra l’interrogativo si fa incalzante. Conte svicola e tiene le sue mani libere. «Per me non sarà mai una questione di ambizione personale» afferma in una sorta di excusatio non petita. «Possiamo suicidarci oggi appellandoci a una regola che ci faccia individuare astrattamente un candidato che poi non è competitivo? Volete portarci alla sconfitta?», scandisce il leader M5s sul pratone del Circo Massimo. «Non c’è un criterio per stabilire chi sarà il candidato premier. Se siamo una coalizione decideremo insieme» gli fa eco la leader democratica ribadita anche ieri dallo stesso palco.
L’affondo a Meloni
Per Schlein l’obiettivo resta Giorgia Meloni e il suo esecutivo, il collante più efficace per tenere insieme una coalizione non di rado divisa, soprattutto su temi internazionali. «Per la destra italiana – dice – c’è un nemico al giorno, un capro espiatorio. Se c’è qualche problema è sempre colpa di qualcun altro ma sono al governo da tre anni. Non attacca più». E poi conclude: «Non stiamo insieme contro qualcosa o qualcuno, ma la visione condivisa di quello che vogliamo fare per questo Paese».
«Ecco il senso della sfida: costruire un Pd che sia sempre più simile alle Feste dei suoi militanti. Costruire un progetto nuovo che si nutre delle culture da cui è nato, mescolandole». Così la segretaria Pd Elly Schlein chiudendo la Festa nazionale dell’Unità di Reggio Emilia. Un partito plurale, e teniamocelo stretto in mezzo a tutti questi partiti personali. Abbiam
perseguito testardamente un obiettivo: unità, unità, unità. Siamo orgogliosi di aver costruito un’alleanza di centrosinistra in tutte le Regioni al voto. Avanti uniti, non succedeva da 20 anni. Dico a Giorgia Meloni e alla destra abituatevi, perché non ce lo facciamo più il favore di dividervi e uniti e compatti vi batteremo, prima alle Regionali e poi alle Politiche. Sono convinta che noi ce la faremo. Sono convinta che costruiremo passo passo l’alleanza progressista per battere le destre e cambiare questo Paese», ha aggiunto.
(da La Stampa)

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NERVI TESI AL MINISTERO DELLA GIUSTIZIA: IL PORTAVOCE DEL MINISTRO NORDIO, FRANCESCO SPECCHIA, HA MINACCIATO DI ANDARSENE PER L’ECCESSIVO INTERVENTISMO DELLA CAPA DI GABINETTO, LA “ZARINA” GIUSI BARTOLOZZI

Settembre 14th, 2025 Riccardo Fucile

LA TENSIONE CON SPECCHIA, È SCOPPIATA SU UN COMUNICATO STAMPA RELATIVO AI DATI SUI SUICIDI IN CARCERE: BARTOLOZZI HA CHIESTO DI SUPERVISIONARE IL CONTENUTO E IL PORTAVOCE HA SBOTTATO

La comunicazione del governo Meloni è tanta croce e poca delizia, almeno per il rapporto con i professionisti del settore, spin doctor, giornalisti prestati al palazzo o comunicatori istituzionali a tutto tondo. Nella squadra ministeriale la convivenza con portavoce e capi uffici stampa è – eufemismo – quantomeno travagliata.
In tanti hanno preferito andare via, altri nemmeno prendono in considerazione l’ipotesi di farsi assumere. L’ultima turbolenza c’è stata a via Arenula, al ministero della Giustizia, finito sotto pressione per la vicenda della liberazione di Almasri.
Trapela la voce dell’insoddisfazione del portavoce del Guardasigilli Carlo Nordio, Francesco Specchia, ex penna di punta del quotidiano Libero che aveva già preso il posto di Raffaella Calandra. Il giornalista, secondo quanto raccontano a Domani, avrebbe lamentato l’eccessivo interventismo della capa di gabinetto, Giusi Bartolozzi, che per la sua smania di controllo sui vari dossier è stata etichettata la “zarina di Nordio”.
La tensione con Specchia, stando ai rumors, è scoppiata su un comunicato stampa relativo ai dati sui suicidi in carcere. Bartolozzi ha chiesto di supervisionare il contenuto e il portavoce ha sbottato.
Da qui la voce di un possibile passo indietro, che non c’è stato grazie alla mediazione dei vertici ministeriali. Via Arenula è già nell’occhio del ciclone per il caso di Almasri, la burrasca sulla comunicazione in questa fase sarebbe stata insostenibile. Per ora, insomma, non ci saranno scossoni.
Ma i rapporti con i comunicatori sono complicati anche alla presidenza del Consiglio. L’idea di portare a palazzo Chigi il direttore del Tg1, Gian Marco Chiocci, è solo un altro capitolo del complicato rapporto con la comunicazione di Giorgia Meloni.
La leader di Fratelli d’Italia non è riuscita a trovare un portavoce in tre anni al governo. La parentesi di Mario Sechi è un’eccezione non proprio esemplare: è durata solo cinque mesi. E per capire l’aria che tirava, l’attuale direttore di Libero era stato inquadrato come capo ufficio stampa. La parola portavoce provocava l’orticaria all’inner circle meloniano, in testa la segretaria tuttofare Patrizia Scurti.
La girandola di nomi è impazzita per individuare il possibile sostituto. Dopo due anni di vuoto, è spuntato Chiocci. Nel frattempo, la macchina è stata mandata avanti dal nuovo capo ufficio stampa (prima era il vice), Fabrizio Alfano. […]
Ma il portavoce è mestiere usurante in quasi tutti i ministeri della destra. il valzer di professionisti non accenna a finire. Il numero uno del Mimit, il meloniano Adolfo Urso, è alla ricerca di un giornalista dopo il commiato di Giuseppe Stamegna (che era anche capo ufficio stampa) a fine aprile per motivi personali. L’effetto logoramento ha comunque influito.
Per colmare la lacuna è stata scelta la soluzione interna con la promozione di Fabio Miotti, in precedenza vice di Stamegna Resta tuttora vacante la casella del portavoce, nonostante un incarico a elevato grado di appetibilità. Quello di Stamegna non era peraltro stato il primo cambio: aveva preso il posto di
Gerardo Pelosi, che si era lasciato in malo modo con Urso per la gestione della comunicazione sul caro carburanti.
Un’altra pietra miliare degli affanni con i comunicatori è a via XX Settembre, sede del ministero dell’Agricoltura e della sovranità alimentare (Masaf): Francesco Lollobrigida, a oggi, è senza speaker. Dalle sue parti sono già approdati 5 professionisti.
La prima è stata Antonella Giuli, sorella del ministro della Cultura, poi passata all’ufficio stampa di Montecitorio. L’uomo macchina era diventato Paolo Signorelli, assunto come capo ufficio stampa, finito nella bufera mediatica per alcune chat con Fabrizio Piscitelli, capo ultrà della Lazio, noto come Diabolik poi ucciso nel 2019.
Signorelli ha rassegnato le dimissioni – caso raro in certi ambienti – per evitare lo stillicidio, mentre la portavoce Barbara Catizzone ha nel frattempo ha ottenuto un incarico al ministero dell’Agricoltura nell’ambito dell’ippica. A sostituirla era arrivato Gennaro Borriello, uomo di Publitalia, abile nei rapporti con le televisioni e molto apprezzato dal sottosegretario Giovanbattista Fazzolari.
Al Masaf è durato appena otto mesi. Si era insediato a ottobre e a maggio ha già salutato la comitiva. Il valzer non è finito, dunque. Al momento il riferimento è Edoardo Garibaldi, con trascorsi a Report, il programma d’inchiesta condotto da Sigfrido Ranucci, e a Stasera Italia (Rete 4), arruolato con i galloni di capo ufficio stampa a marzo. Resta da riempire la casella di portavoce.
Al ministero del Lavoro la vita da comunicatore è altrettanto precaria. Il primo ad affiancare Marina Elvira Calderone è stato Ignazio Marino. Dopo meno di un anno e mezzo ha lasciato il
doppio incarico di capo ufficio stampa e portavoce, assunto da Marco Ventura, che ha resistito sei-sette mesi, preferendo il ritorno alla casa madre, al quotidiano Il Messaggero.
Adesso gli incarichi sono stati sdoppiati: da ottobre scorso il portavoce è Gianmario Mariniello, già al vertice della comunicazione della giunta regionale della Basilicata guidata dal forzista Vito Bardi. Al timone dell’ufficio stampa, invece, è stata promossa Elena Pasquini, che era direttrice della comunicazione della fondazione dei consulenti del lavoro, presieduta da Rosario De Luca, marito della ministra.
Altri movimenti sono in vista al ministero dell’Istruzione, con Giuseppe Valditara, dove il turbinio non è stato da meno rispetto agli altri. Inizialmente era stato incaricato Giovanni Sallusti, che è andato via dopo cinque mesi circa.
Da lì è partita una selezione non semplice: qualcuno ha annusato l’aria e ha rifiutato la proposta, così Francesco Albertario ha sommato gli incarichi di portavoce e capo ufficio stampa.
Ora, per questa seconda posizione potrebbe arrivare un profilo esperto come Alessio Postiglione, docente e scrittore, che vanta una lunga trafila nei palazzi della politica, da palazzo Chigi alla regione Lazio. Altri componenti del governo hanno fatto un solo cambiamento, come nel caso di Zangrillo.
Nel grande caos di cambiamenti, sono in pochi a resistere al logorio della vita da portavoce. Uno degli highlander è Matteo Pandini, uomo macchina della comunicazione del vicepremier Matteo Salvini.
(da agenzie)

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VENEZI COME DIRETTORE STABILE DEL TEATRO “LA FENICE” DI VENEZIA FA INSORGERE LE ORCHESTRE CHE MINACCIANO DI NON SUONARE CON LA BACCHETTA NERA MELONIANA

Settembre 14th, 2025 Riccardo Fucile

I DEM ATTACCANO: “SIAMO DI FRONTE AL METODO DI FRATELLI D’ITALIA: OCCUPAZIONE DELLE POLTRONE NELLE ISTITUZIONI CULTURALI”

Alla Fenice di Venezia è in arrivo una nomina che sta già facendo discutere: Beatrice Venezi come direttore d’orchestra stabile. Diverse orchestre avrebbero già manifestato la volontà di non suonare con lei.
Il contesto è reso ancora più complesso dalle dinamiche interne al teatro. L’ex direttore artistico Fortunato Ortombina, oggi alla Scala, aveva già preparato il programma della stagione in corso. Il nuovo sovrintendente e direttore artistico della Fenice, Nicola Colabianchi, arrivato dal Teatro Lirico di Cagliari, è stato nominato tra le polemiche, anche lui considerato frutto di una scelta politica. Per ragioni anagrafiche resterà in carica solo un anno e, trovandosi un cartellone già pronto, non ha potuto incidere sulla programmazione.
La sua decisione di nominare Venezi rischia quindi di avere un impatto limitato nel breve periodo, ma potenzialmente pesante per il successore, che dovrà gestire le tensioni tra politica, orchestre e pubblico. Una vicenda che riapre la discussione sul ruolo della politica nei teatri d’opera italiani, e su quanto sia opportuno che il palcoscenico diventi terreno di scontro ideologico anziché spazio di pura musica.
Bastano le prime indiscrezioni sulla possibilità che la direttrice d’orchestra Beatrice Venezi possa approdare alla Fenice che il dibattito dal tavolo artistico passa a quello politico. Non c’è nulla di ufficiale, lo stesso ruolo che potrebbe ricoprire è incerto: c’è chi parla di direttore d’orchestra stabile, chi immagina un incarico più vicino alla direzione artistica, chi ancora dice di più semplice consulenza.
Si rincorrono le voci sulla prossima nomina della direttrice e pianista nel Teatro a Venezia. Il sovrintendente Colabianchi frena: «Una possibilità come tante altre, non c’è ancora nulla di deciso». Mercoledì 17 l’incontro con i sindacati
Ma nel giro di voci, la politica già si schiera. «Le indiscrezioni sull’eventuale arrivo di Beatrice Venezi alla Fenice non possono essere ridotte a una semplice questione artistica: siamo di fronte al metodo ormai tipico di Fratelli d’Italia al governo, quello dell’occupazione delle poltrone nelle istituzioni culturali», dichiara il capogruppo del Pd in Consiglio Comunale Giuseppe Saccà.
Guardando alla sola Venezia, a livello politico, le maggiori fondazioni culturali sono guidate da figure vicine a Fratelli d’Italia: dal sovrintendente della Fenice, Nicola Colabianchi, al presidente della Biennale Pietrangelo Buttafuoco. Tant’è che di Beatrice Venezi se ne era parlato già alla nomina del presidente della Biennale, immaginandola legata al settore Musica dell’istituzione veneziana. Poi, prima ancora che fosse confermata la nomina di Colabianchi, già la si immaginava sul podio del teatro di San Fantin. Poi, le visite frequenti in città (dal Conservatorio alla Mostra del Cinema) hanno alzato la soglia d’attenzione.
«La Fenice è un teatro di rilevanza internazionale e merita scelte trasparenti, fondate su competenze e professionalità», sottolinea Saccà, «non decisioni calate dall’alto per ragioni di vicinanza politica». E aggiunge: «Il nostro principale teatro deve restare all’altezza della sua storia e della sua missione culturale: qui devono contare soltanto i talenti e le capacità, non le aderenze partitiche».
È proprio sul tasto delle competenze e delle capacità che preme il senatore veneziano di Fratelli d’Italia Raffaele Speranzon. «Non mi occupo delle scelte artistiche della Fenice», sottolinea, «Sono comunque certo che presidente e sovrintendente sapranno fare le scelte migliori, senza pregiudizi, e guardando curriculum e professionalità di chi dovrà svolgere funzioni importanti».
(da agenzie)

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LISTE D’ATTESA INFINITE, DIAGNOSI “SELF-MADE” E IL RISCHIO QUERELE

Settembre 14th, 2025 Riccardo Fucile

LO SFOGO DEL MEDICO DI BASE: “I PAZIENTI DETTANO, NOI DOBBIAMO SOLO SCRIVERE”

Il nuovo – per così dire – business in ambito sanitario è quello delle liste d’attesa. Sono sempre più frequenti le richieste di prestazioni superflue ai medici di base, a cui non viene nemmeno data la possibilità di visitare il paziente per verificare di quale terapia o appuntamento specialistico abbia bisogno: «I nostri studi sono diventati supermercati», lamenta il dottor Enzo Bozza parlando al Corriere del Veneto. «Pensano di poter venire a fare la spesa di prestazioni in base a quello che leggono su Internet, all’autodiagnosi». Ed è anche per questo che quasi la metà degli esami di diagnostica sono «inappropriati».
La diagnosi «self-made» e il ruolo sbiadito del medico di base
Da una parte il personale a ranghi ridotti, anzi striminziti. Dall’altra una mole di richieste abnorme che non riesce a essere filtrato dai medici di base, i professionisti che dovrebbero almeno in teoria discernere le necessità e le urgenze dei pazienti. Enzo Bozza di assistiti ne ha oltre 1.600 nella zona di Belluno: «Vedo 50/70 pazienti al giorno e l’80% arriva con richieste precise: non si affida a me per la diagnosi, sa già quali specialisti consultare e quali esami affrontare». Non bisogna dunque sorprendersi che le liste d’attesa siano una eterna coda al casello durante la settimana di Ferragosto: «È il consumismo sanitario. Non tutti gli accertamenti sono utili, pochi sono urgenti, benché nella testa del paziente tutto è grave e tutto è urgente». La situazione è ampiamente confermata da Nicoletta Gandolfo, presidente della Società italiana di radiologia medica e interventistica: «Ormai fino al 40% degli esami di diagnostica
per immagini, dalle Tac alle Risonanze magnetiche, è inappropriato. Sono esami in eccesso o inutili».
Il rischio di querele e gli affari per le cliniche private
Per i medici di base quasi non c’è scelta: «Spesso molti prescrivono visite inutili per evitare querele da parte dell’utente le cui richieste non sono state soddisfatte», spiega. E a questo si aggiunge il guadagno personale di chi sfrutta i periodi “intramoenia”, cioè di libera professione e quindi a pagamento per il paziente. «Noi medici di famiglia siamo diventati solo prescrittori per gli assistiti: loro dettano e noi dovremmo scrivere. Dobbiamo ridare dignità e strumenti alla medicina del territorio, e rinsaldare il rapporto di fiducia tra dottore e assistito. Nel frattempo, però, «le cliniche private fanno affari d’oro con l’impazienza dei pazienti e l’intramoenia degli ospedalieri arrotonda molto i magri stipendi erogati dalle aziende sanitarie pubbliche».
(da Open)

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POVERI ITALIANI, STANGATI SENZA PIETA’: IL COSTO DELLE BOLLETTE DIFFICILMENTE SCENDERA’ NEL BREVE PERIODO E QUESTO PERCHÉ I PREZZI DEL GAS, A CUI È LEGATO ANCHE IL PREZZO DELL’ENERGIA ELETTRICA, NON DOVREBBE CALARE

Settembre 14th, 2025 Riccardo Fucile

IL MOTIVO? PER DIRE ADDIO AL GAS RUSSO, CI SIAMO SCIROPPATI IL METANO LIQUEFATTO (GNL) AMERICANO – CON L’ACCORDO SUI DAZI TRA USA E UE, BRUXELLES AUMENTERA’ L’IMPORT ENERGETICO AMERICANO

Le bollette avranno meno volatilità ma difficilmente potranno scendere nel breve periodo e questo perché i prezzi del gas, a cui è legato prevalentemente anche il prezzo dell’energia elettrica, non dovrebbe calare. Il motivo è presto detto: per dire addio al gas russo abbiamo dovuto trovare altri approvvigionamenti e uno di questi è una quota maggiore di metano liquefatto (Gnl). In base a dati Snam, nei primi sei mesi di quest’anno il Gnl ha dato il 30% delle forniture dopo il gas via tubo dall’Algeria (34% dei volumi).
Con l’accordo politico sui dazi tra Usa e Ue, Bruxelles si
impegnata ad aumentare l’import energetico americano, soprattutto Gnl. Il prezzo del Gnl Usa è formato dalle quotazioni del mercato locale (l’Henry Hub) che costa molto meno del gas in Europa, a cui bisogna aggiungere i costi industriali di liquefazione, trasporto e rigassificazione che di fatto portano il prezzo ai livelli attuali di quello europeo, il Ttf di Amsterdam, che è intorno ai 33 euro, quasi il doppio dei livelli medi pre-crisi.
Se si considera che il prezzo dell’energia elettrica che si forma sul mercato italiano è quello marginale più alto e che nel 2024 è stato per quasi il 65% del tempo quello delle centrali a gas, si capisce perché anche l’energia elettrica difficilmente potrà tornare a costare stabilmente di meno.
Non arriveranno buone notizie nemmeno per l’ Energy Release , la misura del Mase per abbassare a 65 euro al megawattora i costi dell’energia alle aziende energivore. La prima versione prevedeva la restituzione della quantità di energia scontata ricevuta in tre anni nell’arco di 20 anni. Ora, dopo i rilievi di Bruxelles che prefiguravano aiuti di Stato, l’ipotesi è che si aggiunga anche la restituzione successiva del vantaggio economico ricevuto.
(da agenzie)

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LA FAMIGLIA DEL KILLER SPIAZZA I CONSERVATORI “A CASA SIAMO TUTTI MAGA”

Settembre 14th, 2025 Riccardo Fucile

“NEWSWEEK” LEGA L’ATTENTATORE AL SUPREMATISTA BIANCO NICK FUENTES, FEROCE CRITICO DI KIRK

L’unica certezza su Tyler Robinson, l’enigmatico killer dell’attivista di destra Charles Kirk, l’afferma il governatore dello Utah Spencer Cox, repubblicano moderato e fra i pochi sostenitori della depolarizzazione del Paese all’interno del suo
Partito: «Pregavo che l’assassino venisse da un altro stato, mi dicevo noi non siamo così. Invece è uno di noi».
Lo studente modello inizialmente indicato come esponente antifà per via delle frasi da lui scritte sui proiettili usati – tanto da spingere l’intera destra americana (e non solo) a stigmatizzare la «violenza della sinistra radicale» – in realtà è cresciuto in ambiente trumpiano.
Lo ha detto chiaro sua nonna Debbie in un’intervista al Daily Mail: «Mio figlio, suo padre, è repubblicano. In famiglia siamo tutti Maga. Non conosciamo democratici». Descrivendo poi il nipote come un «ragazzo tranquillo, disinteressato alla politica», ma che aveva ricevuto il suo primo fucile da bambino, dono di mamma e papà. Certo, un compagno di liceo ha detto al britannico Guardian di averlo sentito «criticare Trump». Ma ha poi ritirato la dichiarazione «riportata in maniera inaccurata» come scrive lo stesso quotidiano sul sito, precisando: «Non lo vedo da anni, non conosco il suo pensiero attuale».
Le indagini sono in corso e nelle prossime settimane capiremo di più. Ma intanto già si susseguono opposte e scivolose ipotesi sulle sue simpatie politiche.
Per il tabloid conservatore New York Post, Tyler era infatti l’ennesimo trans in crisi, «Viveva con una partner trans nel pieno della frase di transizione da uomo a donna» scrivono senza aggiungere altro.
Mentre Newsweek lo lega invece ai “Groyper” del suprematista bianco Nick Fuentes, leader di quella frangia alt right nativista, razzista e omofoba, in prima fila durante l’assalto a Capitol Hill del 6 gennaio 2021. Fuentes è stato un feroce critico di Turning
Point Usa, l’organizzazione di Kirk: attaccata con atto azioni di disturbo durante i suoi eventi perché ritenuta troppo moderata.
Ad aprire a uno scenario politico diverso dai sospetti iniziali, sarebbero proprio le frasi scritte dal giovane sui proiettili che inizialmente lo avevano fatto passare per estremista di sinistra. Lo sostengono una serie di smanettoni parlandone alla rivista Wired Usa. Quelle frasi, spiegano, sono codici noti a chi passa le giornate online. La lingua di una subcultura fatta di meme volatili, cari a mondi così estremi da finire per sfiorarsi e confondersi.
E dove una cosa oggi ha un significato e domani diventa il suo contrario. Scopriamo così che la frase Hey Fascist! Catch!, “prenditi questo”, è un refrain di Helldivers 2, videogioco ambientato in un immaginario impero para fascista intergalattico.
Nel calderone della rete pure la per noi evocativa “Bella Ciao” ha perso ogni legame con resistenza e sinistra italiana: diventando generico brano di ribellione assurto a nuova fama grazie alla colonna sonora de La Casa di Carta (serie tv popolare in certi forum di destra). Cantata pure dalle forze ribelli di Far Cry 6 – altro gioco ambientato in una dittatura – e inserita pure nelle playlist online dei gruppi alt right.
Chiaro che in questa chiave pure l’altra frase, «Se leggi questo sei gay» diventa omofoba.
Insomma, l’identità di Robinson si sta complicando: al punto di spingere diversi esponenti della destra americana a moderare repentinamente i termini. Basti pensare al pentimento della deputa della Carolina del Sud Nancy Mace: dopo aver chiesto
«la pena di morte» per Robinson ora dice che «Kirk avrebbe pregato per quell’individuo diabolico e perduto. Facciamolo anche noi».
(da agenzie)

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BAMBOLE, NON C’E’ UNA LIRA! IL MINISTRO GIORGETTI FA CAPIRE CHE LA MANOVRA FINANZIARIA SARA’ AMARISSIMA: NON CI SONO I SOLDI PER ACCONTENTARE LE RICHIESTE DI FRATELLI D’ITALIA, LEGA E FORZA ITALIA (PRETESE CHE IMPORREBBERO SPESE PER OLTRE 30 MILIARDI DI EURO)

Settembre 14th, 2025 Riccardo Fucile

GIORGETTI FRENA SUL TAGLIO DELL’IRPEF E SULLA ROTTAMAZIONE FISCALE CHE CHIEDE SALVINI

Che la situazione si stesse complicando lo aveva già fatto capire l’altro giorno il viceministro Leo, ieri è stato il titolare del Mef ha gelare le aspettative delle forze di maggioranza, compreso il suo partito, ovvero la Lega, circa i margini di manovra in vista della stesura della nuova legge di Bilancio.
Secondo alcune stime la somma delle proposte e delle richieste avanzate da Fdi, Forza Italia e dal partito di Salvini ammonterebbero infatti a oltre 30 miliardi di euro. Soldi che al momento non si vede come si possano reperire.
Tutti sono d’accordo sul favorire il ceto medio, aiutare le famiglie, sostenere i redditi più bassi, aumentare i salari sgravando straordinari e festivi e tagliare di nuovo l’Irpef dal 35 al 33% per i redditi sino a 60 mila euro, ma poi in concreto tutto non si potrà fare.
Il problema è che ogni giorno la lista si allunga: ieri ad esempio il ministro delle Imprese Urso ha sostenuto che vanno reintegrati i fondi tolti alle tv locali; il vicepremier Antonio Tajani (Fi) ha invece rilanciato l’idea di alleggerire i contributi sugli stipendi più bassi. E sempre ieri, poi, qualcuno si è ricordato che nel 2026
andrà rifinanziata la social card «Dedicato a te» che quest’anno ha assorbito ben 500 milioni di euro. Inevitabile dunque che dal Mef arrivasse un altolà.
«Quella che Salvini chiama la rottamazione delle cartelle e la riduzione delle aliquote fiscali al ceto medio costituiscono un quadro su cui c’era una sicurezza e che, lo dico con grande franchezza, si è complicato un po’ con tutte le vicende che a livello internazionale sono divampate e che non dipendono dal governo» ha ammesso ieri Giorgetti intervenendo ad Aosta a un incontro della Lega in vista delle regionali di fine mese.
A pesare è soprattutto la guerra in Ucraina, che crea conseguenze «dirette e indirette». «Indirettamente tutta l’ondata di inflazione che noi abbiamo avuto in questi anni in realtà è inflazione da prezzi di energia e quindi in diretta correlazione per quello che è accaduto in Ucraina: recuperare gas o altre fonti energetiche avrà un prezzo molto più alto. O direttamente, perché a questo punto per l’Ucraina nella coalizione internazionale c’è addirittura chi vuole mandare soldati sul campo. Non è il nostro caso, però l’aiuto finanziario è un aiuto finanziario che ciascun paese in qualche modo dovrà sostenere. Quindi inevitabilmente anche questo graverà».
Il riferimento è all’impegno preso anche dal nostro Paese in ambito Nato di aumentare progressivamente entro il 2035 la nostra spesa militare dall’attuale 2% scarso al 5%, in pratica dovremmo passare da 45 a 145 miliardi di spesa, 100 miliardi in più da reperire nell’arco di 10 anni, uno sforzo enorme visto che solo questo comporta un investimento di 9-10 miliardi all’anno
È chiaro che in questa fase Giorgetti non si voglia sbilanciare
sull’entità della prossima manovra. Interrogato sul declassamento del rating francese (da AA- ad A+) deciso dall’agenzia Fitch il ministro ha risposto secco: «A me che gli altri vadano male non fa piacere. Io voglio che vada bene l’Italia e sono fiducioso che il lavoro che abbiamo impostato possa produrre esattamente questi risultati. Non c’è da godere per le disgrazie altrui. Dobbiamo essere contenti del fatto che il nostro rating è già stato consolidato e migliorato nel recente passato, vogliamo migliorarlo ancora».
(da agenzie)

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L’AMICHETTISMO ALLA PUTINESCA, PIAZZA AL POTERE I SUOI SGHERRI. I RUSSI VANNO ALLE URNE PER LE ELEZIONI LOCALI

Settembre 14th, 2025 Riccardo Fucile

GLI OPPOSITORI NON HANNO PIÙ ALCUNA POSSIBILITÀ DI SUCCESSO E I VINCITORI VENGONO APPROVATI AL CREMLINO PRIMA DELLA DATA DEL VOTO … TRA I CANDIDATI CI SONO CRIMINALI DI GUERRA E RESPONSABILI DELLE STRAGI DI CIVILI A BUCHA

È la “giornata elettorale unica”, e i russi vanno alle urne: in 20 regioni si vota per il governatore, in 11 regioni si eleggono i parlamenti locali e in 25 si rinnovano i consigli cittadini. In realtà, sono tre giorni, una maratona che si concluderà stanotte, attraversando l’intera Federazione Russa. […] Le televisioni e le agenzie di regime mostrano foto di cittadini che si avviano alle urne in mezzo a cori e balletti folcloristici, personaggi in maschera e distribuzioni di cibi e bevande.
Al ventiseiesimo anno del regno di Vladimir Putin, il meccanismo elettorale russo funziona ormai come un orologio: la segretaria della Commissione elettorale centrale Ella Pamfilova ha riferito di appena 228 violazioni della procedura elettorale, prevalentemente telefonate anonime con falsi allarmi di bombe ai seggi. Dal monitoraggio indipendente arrivano altre informazioni: nella regione di Voronezh un osservatore è stato brutalmente picchiato, a Perm tre giovani sono stati arrestati per aver affisso uno striscione contro il governatore in carica.
A Tomsk, città universitaria della Siberia famosa tra l’altro per essere stata uno dei focolai dell’opposizione di Alexey Navalny (avvelenato qui proprio durante la campagna elettorale precedente, nel 2020), il candidato comunista Igor Nuzhny è stato fermato dalla polizia per tre ore: gli è stato contestato l’adesivo della sua campagna, incollato sulla sua auto. Gli oppositori che si esprimono contro Putin e la guerra in Ucraina non hanno più alcuna possibilità di accedere alla campagna, e i vincitori vengono approvati al Cremlino ben prima della data del voto
Putin però giudica i suoi uomini in base ai numeri del consenso che riescono a conquistare, e quindi dalle regioni russe arrivano le solite segnalazioni di molteplici brogli, dalle schede in più inserite nelle urne alle “anime morte” aggiunte alle liste elettorali, per non parlare delle “lotterie” e delle pressioni ai dipendenti pubblici e agli studenti per costringerli a votare il candidato giusto, cioè quello di Russia Unita.
La spartizione di cariche con gli altri partiti ammessi dal regime, come il Pc e i nazionalisti “liberaldemocratici”, è praticamente finita, e infatti i comunisti sono gli unici a contestare il monopolio della nomeclatura putiniana: a Krasnodar il candidato Aleksandr Safonov ha denunciato brogli a suo danno, dopo che sperava di prendere addirittura il 13% e far scendere il governatore di Russia Unita Veniamin Kondratyev, al terzo mandato consecutivo, sotto l’abituale 80%.
L’affluenza non ha mai superato il 50%, e perfino a Irkutsk, una delle poche regioni dove ci si aspettava un minimo di scontro, la rielezione del fedelissimo putiniano Igor Kobzev è apparsa talmente scontata da non riuscire ad attirare nemmeno un quinto degli aventi diritto. Del resto, al Cremlino ormai da tempo hanno deciso di non incoraggiare troppo la partecipazione, anche per non portare alle urne gli scontenti.
Non a caso, i leader dei partiti non hanno dedicato la propria comunicazione al voto: l’eterno capo comunista Gennady Zyuganov e la guida formale di Russia Unita Dmitry Medvedev non le hanno proprio menzionate.
E sono proprio i “veterani della Svo”, l’acronimo della “operazione militare speciale” contro l’Ucraina, i veri dominatori di queste elezioni: sono ben 1.616 i reduci candidati ai vari
livelli. L’anno scorso erano appena 495, di cui 395 usciti dallo scrutinio con un mandato. Putin li definisce spesso “la nuova élite” russa, e il Cremlino ha istituito un programma di addestramento speciale, “Il tempo degli eroi”, alla ricollocazione dei militari in politica.
Un migliaio di “veterani” sono già stati piazzati ai vari livelli del regime, e in alcune regioni come la Buriazia e la Tyva – tra le maggiori fornitrici di reclute – la quota dei reduci dall’Ucraina nelle liste ha raggiunto rispettivamente il 10 e il 7 per cento.
Novaya Gazeta Europa ha letto con attenzione le liste elettorali, per scoprire che tra i candidati ci sono almeno tre militari che avevano partecipato alle stragi di civili a Bucha nella primavera del 2022, e che ora si preparano a beneficiare della loro esperienza gli elettori del Bashkortostan, di Krasnoyarsk e della Calmucchia.
Altri futuri onorevoli sono stati identificati come responsabili delle esecuzioni di prigionieri a Berdyansk, dei bombardamenti di Sumy e dei raid contro i quartieri residenziali di Dnipro. Il primo governatore reduce dal fronte, a Tambov, ha un curriculum meno sanguinario: già ex deputato della Duma, Evgeny Pervyshov si era arruolato nel 2022, soltanto per venire recuperato nel “Tempo degli eroi” e ricevere quasi subito la nomina di presidente regionale ad interim.
(da La Stampa)

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