Settembre 26th, 2025 Riccardo Fucile
LO SCOPO E’ DEFINIRE UN PIANO D’AZIONE NEI PRINCIPALI PORTI DEL MEDITERRANEO
Lavoratori portuali da diversi Paesi d’Europa sono arrivati a Genova con l’obiettivo di definire una strategia comune per bloccare le spedizioni di armi verso Israele. Ad anticipare la notizia è Politico, secondo cui l’iniziativa potrebbe evolvere in un «boicottaggio molto più ampio» che minaccia di intaccare i legami commerciali tra lo Stato ebraico e l’Ue. A fare gli onori di casa è l’Unione sindacale di base (Usb), che ospita oggi e domani nel capoluogo ligure i rappresentanti di Spagna, Francia, Grecia, Cipro, Marocco e Germania per definire un piano
d’azione condiviso. «Speriamo di uscire da questo ritrovo con un progetto concreto, sia per l’azione immediata che per un impegno a lungo termine», dichiara Francesco Staccioli, membro della segretaria federale dell’Usb e coordinatore dell’iniziativa. Il traguardo è trasformare i porti in «zone libere da armi».
I portuali per la Global Sumud Flotilla
La decisione di unire le forze è stata accelerata dagli eventi recenti, in particolare gli attacchi con i droni alla Global Sumud Flotilla, la missione umanitaria diretta a Gaza. Attacchi che hanno spinto il governo Meloni a intervenire, inviando la fregata «Alpino» a tutela dei cittadini italiani presenti sulle imbarcazioni. Anche il presidente della Repubblica Sergio Mattarella è intervenuto sulla missione in mare, definendola «di valore» e invitando le persone a bordo a raccogliere la disponibilità offerta dal Patriarcato Latino di Gerusalemme di consegnare in sicurezza gli aiuti al popolo palestinese. Un appello condiviso con il governo, ma presto rimandato al mittente, e che arriva dopo il «no» della delegazione italiana a lasciare gli aiuti a Cipro.
Il coordinamento tra sindacati europei
L’incontro dei portuali si apre oggi con una serie di colloqui interni tra le delegazioni europee, finalizzati a coordinare una mobilitazione comune nei porti del Mediterraneo. Nella giornata di sabato, il dibattito si allargherà fino a coinvolgere altri lavoratori della filiera e il pubblico. Il piano che emergerà dalla riunione potrebbe non limitarsi solo alla questione delle armi. Staccioli ha spiegato che, in futuro, le azioni potrebbero estendersi a un boicottaggio commerciale globale contro Israele,
che influirebbe su una vasta gamma di merci, dai beni di consumo agli articoli tecnologici. «Le spedizioni dirette verso Israele devono fermarsi – ha dichiarato -. Non possiamo più ignorare il ruolo che i porti e il commercio internazionale giocano nell’alimentare un conflitto che ha visto la morte di migliaia di innocenti».
L’azione coordinata
Non è la prima volta che i lavoratori portuali si mobilitano per fermare il traffico di armi destinate a Israele. Negli ultimi mesi, le azioni di blocco si sono intensificate in diversi porti europei, con Marsiglia (Francia) e Pireo (Grecia) che hanno già visto i portuali fermare spedizioni di materiale bellico. Anche in Italia, le mobilitazioni sono diventate sempre più frequenti. A metà settembre, i lavoratori portuali di Ravenna hanno bloccato due container carichi di esplosivi. A Livorno, invece, hanno impedito l’attracco di una nave statunitense, di ritorno da Eilat, nel Mar Rosso, che trasportava mezzi militari. A Genova, l’azione più significativa ha visto i portuali fermare il carico di armi destinato a essere imbarcato sulla nave saudita Bahri Yanbu per Abu Dhabi, negli Emirati Arabi Uniti. Queste azioni hanno spinto la creazione di una rete di solidarietà tra i sindacati portuali più potenti d’Europa, come la «Coordinadora» in Spagna, la «Cgt Port & Docks» in Francia, e i sindacati greci e ciprioti, che controllano rispettivamente i porti di Pireo e Limassol. Anche in Marocco, l’«Odt» rappresenta i lavoratori del porto di Tangeri, un nodo vitale per il commercio mediterraneo.
Le armi dirette in Israele
Gli episodi si inseriscono in un contesto più ampio: l’Italia, che è
il sesto maggiore esportatore di armi al mondo, si trova al terzo posto nella classifica dei fornitori di armi a Israele, dopo Stati Uniti e Germania. Genova, con una movimentazione di 2,74 milioni di container nel 2023, è uno dei principali hub marittimi del Mediterraneo, un punto nevralgico per le esportazioni italiane e per l’intera Unione europea. Ogni anno, secondo il Calp, dal porto ligure partono tra i 13 e i 14mila container diretti verso Israele, rendendo questo porto un obiettivo strategico per le proteste contro l’uso dei porti italiani per il traffico di armamenti. Le azioni dei lavoratori portuali mettono in luce il ruolo cruciale delle infrastrutture marittime come snodi strategici, non solo per il commercio, ma anche per le dinamiche geopolitiche globali. «I porti sono diventati campi di battaglia strategici», ha affermato il sindacalista dell’Usb, sottolineando l’urgenza di un coordinamento più forte e di una posizione comune tra i lavoratori del settore.
(da agenzie)
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Settembre 26th, 2025 Riccardo Fucile
L’ALTRO FATTORE CHE PUO’ FAVORIRE LA RIMONTA DI RICCI È LA GUERRA A GAZA. E NON È UN CASO CHE IL CANDIDATO DEL “CAMPO LARGO” NEL FACCIA A FACCIA ORGANIZZATO IERI MATTINA SU “SKYTG24” ABBIA GIOCATO A SORPRESA LA CARTA DELLA SOLIDARIETÀ CON I PALESTINESI
Nella piazza di Macerata, sotto lo sguardo severo di un Matteo Ricci di pietra (quello vero, il
gesuita) che lo osserva dalla facciata della cattedrale, Francesco Acquaroli festeggia con una grande torta il suo cinquantunesimo compleanno.
Tanti auguri cantato in coro dai militanti, foto con Matteo Salvini, che nelle Marche ha messo le tende da una settimana, ma di festeggiare non c’è tanta voglia. Perché, nonostante i sondaggi lo diano avanti – seppur non in zona di sicurezza –, nel centrodestra sta salendo la preoccupazione per l’impatto di due fattori esogeni: la scarsa partecipazione al voto e la crisi a Gaza.
«L’astensione può essere un problema…», ammette a mezza bocca il presidente uscente prima di salire sul palco. Ma è soprattutto Matteo Salvini a lanciare l’allarme: «Non si potrebbero fornire i numeri dei sondaggi, ma posso dirvi che
siano avanti. Però dipende tutto dall’affluenza. Se la metà dei marchigiani se ne resta a casa per andare a caccia o perché è convinto che tanto abbiamo vinto, è un grandissimo errore. Stavolta ogni voto conta».
L’incubo è che la partita si giochi per – letteralmente – una manciata di voti. Come lo scorso anno in Liguria, quando Marco Bucci batté Andrea Orlando per un soffio, appena 8400 voti. Peggio ancora a Foligno, dove la destra prevalse al comune per meno di trenta voti su 40 mila aventi diritto.
L’astensionismo è la mala bestia che può far sballare tutti i calcoli, anche perché non si sa in quali province colpirà di più. Di certo tutti i sondaggi prevedono che l’affluenza ballerà intorno al cinquanta per cento, difficile fare come cinque anni fa quando i marchigiani alle urne furono quasi il sessanta per cento (59,7).
L’altro brutto presentimento che aleggia sulle ultime battute della campagna è l’influenza della guerra a Gaza. E non è un caso che Matteo Ricci, nell’unico faccia a faccia televisivo con il suo contendente, organizzato ieri mattina su SkyTg24, abbia giocato a sorpresa la carta della solidarietà con i gazawi: «Se vinceremo – ha annunciato – al primo consiglio regionale procederemo al riconoscimento della Palestina. E lanceremo il gemellaggio con Rafah, perché tanti marchigiani vogliono aiutare quelle popolazioni martoriate con aiuti veri, esattamente come stanno facendo quelle persone straordinarie a bordo della Flotilla, che si stanno sostituendo a ciò che dovrebbero fare gli Stati europei».
(da La Repubblica)
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Settembre 26th, 2025 Riccardo Fucile
LA NOTIZIA, PUBBLICATA DA “THE GUARDIAN”, AVEVA SCATENATO UN’ONDATA DI PROTESTE DEI DIPENDENTI DI MICROSOFT
Microsoft ha interrotto un contratto con l’esercito israeliano che dava accesso ai servizi in cloud di Azure. Azure è una piattaforma che fornisce servizi digitali e veniva utilizzata dai militari per registrare e salvare le conversazioni telefoniche di milioni di palestinesi in Cisgiordania e a Gaza.
Lo riportano il Guardian e il sito israelo-palestinese +972 . La scorsa settimana il colosso tecnologico ha comunicato al
ministero della Difesa israeliano che l’Unità 8200 — l’agenzia di spionaggio d’élite dell’esercito — aveva violato i termini di servizio dell’azienda.
Nasce tutto da un’inchiesta di agosto del giornale inglese aveva scatenato un’ondata di proteste organizzate dai dipendenti che chiedevano chiarezza all’azienda. Infatti, una fonte anonima ha raccontato al Wall Street Journal che il provvedimento di Microsoft è arrivato nel quadro di una indagine interna che sarebbe ancora in corso.
(da agenzie)
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Settembre 26th, 2025 Riccardo Fucile
SECONDO UN SONDAGGIO YOUGOV PER SKY NEWS, IL SUO PARTITO RAZZISTA POTREBBE SFIORARE LA MAGGIORANZA ASSOLUTA DEI SEGGI, CONQUISTANDO IL PRIMO POSTO IN 311 DEI 650 COLLEGI IN PALIO, 15 IN MENO RISPETTO AL 50% PIÙ UNO DELLA CAMERA ELETTIVA DEL PARLAMENTO, MA SUFFICIENTI A IMPEDIRE AL LEADER DI QUALUNQUE ALTRO PARTITO DI PROVARE A FORMARE UN GOVERNO ESCLUDENDOLO
Nigel Farage, leader trumpiano di Reform UK, partito della nuova destra anti-immigrazione
da mesi in testa nei sondaggi britannici, potrebbe concretamente ambire a diventare primo ministro del Regno Unito se si votasse oggi.
Lo conferma una nuova rilevazione, realizzata dall’istituto Yougov per Sky News, stimando non i tassi di consenso, ma la potenziale e decisiva distribuzione dei seggi alla Camera dei Comuni attraverso un campione di 13 mila elettori suddiviso fra i diversi collegi uninominali maggioritari tipici del sistema elettorale d’oltre Manica.
Secondo questo calcolo, Reform potrebbe sfiorare la maggioranza assoluta dei seggi, conquistando il primo posto in 311 dei 650 collegi in palio: 15 in meno rispetto al 50% più uno della Camera elettiva del Parlamento britannico, ma sufficienti a impedire al leader di qualunque altro partito di provare a formare un governo escludendo Farage, visto che gli indipendentisti nordirlandesi dello Sinn Fein si aggiudicano tradizionalmente oltre una mezza dozzina di deputati, ma poi disertano per principio Westminster.
§Stando allo stesso sondaggio i laburisti del premier Keir Starmer precipiterebbero oggi dai 411 conquistati alle elezioni del 2024 ad appena 144; i centristi liberaldemocratici terrebbero a quota 78; i conservatori di Kemi Badenoch si dimezzerebbero ulteriormente da circa 100 seggi residui a 45, passando dal secondo al quarto posto; gli indipendentisti scozzesi dell’Snp risalirebbero a 37; e i Verdi fermerebbero la loro crescita a 7.
(da agenzie)
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Settembre 26th, 2025 Riccardo Fucile
BASTA MEDIARE CON UN GOVERNO CRIMINALE, OCCORRE ROMPERE UN ASSEDIO ILLEGALE RIPORTANDO AL CENTRO I DIRITTI UMANI
Immaginate di essere nel dicembre 1992, parte dei 500 pacifisti italiani e stranieri che diedero vita alla storica marcia su Sarajevo. La loro azione ruppe simbolicamente l’assedio serbo, un blocco che sarebbe durato altri quattro anni, ma che grazie a quell’iniziativa ottenne un’attenzione mediatica internazionale cruciale.
Immaginate che il vostro governo vi dicesse: “Fermatevi in Croazia. Proveremo noi a rompere l’assedio, cercheremo altre soluzioni con il sostegno della Chiesa cattolica.” Nessuno di quei 500 avrebbe risposto di sì. I loro corpi e la loro vita erano stati messi totalmente in gioco in quella battaglia non violenta per spezzare l’assedio.
La Depoliticizzazione e la Rinascita del Dibattito
Dopo la caduta del Muro di Berlino, siamo entrati in un mondo depoliticizzato. Termini come “politico” e “ideologia” hanno assunto un’accezione negativa. Spesso, quando mi chiedono un libro “non di parte” o un giornale “non ideologico,” e persino il dichiararsi “apolitico” è visto come un pregio. Con la fine della Prima Repubblica e l’arrivo della Seconda, la cultura politica in Italia si è progressivamente affievolita.
Abbiamo partiti post-ideologici, abbiamo giornali che dichiarano neutrali.
Il neo-liberismo si è fatto sistema unico e la non-ideologia è il modo più pavido per sostenerlo.
Oggi, però, stiamo vivendo una fase diversa. Lo sciopero a sostegno del popolo palestinese e le proteste in corso da due anni hanno riportato il dibattito politico al centro del Paese. Lo sta facendo anche la destra, con il “nuovo ordine mondiale sovranista” promosso dai movimenti di estrema destra. La sinistra, pur dovendosi ancora riorganizzare, trova nella battaglia per la Palestina un collante importante per lo storico movimento anticoloniale.
La Flotilla e la Questione delle Acque palestinesi
È in questo contesto che si inserisce la vicenda della Global Sumud Flotilla. Ieri, la Flotilla ha ricevuto la proposta di lasciare gli aiuti umanitari a Cipro e accettare la mediazione del governo italiano, che voleva incassare la vittoria politica di aver fermato l’azione. Ma il movimento, che va ben oltre l’opposizione parlamentare italiana e rappresenta 44 paesi, con persone a bordo che non rispondono ai partiti, ha deciso di proseguire la sua marcia.
Ieri, in Parlamento, si è tenuto un dibattito importante un’informativa urgente del Ministro della Difesa, Guido Crosetto. Due cose mi hanno colpito:
La richiesta implicita di aiuto: la voce di Crosetto ha tradito un’emozione importante: la paura. Ha rivolto un appello diretto all’opposizione: “Fermate la Flotilla, perché sappiamo che può succedere qualcosa di grave a quelle persone.”
La seconda cosa che mi ha colpito è l’utilizzo di un termine che non rispecchia né il diritto internazionale né le risoluzioni delle Nazioni Unite, definendo le acque di fronte a Gaza come “acque israeliane”.
Crosetto ha detto che le fregate italiane accompagneranno la Flottiglia solo fino alle acque internazionali, e che una volta entrate nelle “acque israeliane,” nulla si potrà più fare. Le acque davanti a Gaza sono invece acque territoriali palestinesi, come confermato da diverse risoluzioni internazionali.
Questo è un segno importante dei nostri tempi: il Ministro della Difesa non esce dal blocco di alleanze e dal sostegno che il governo italiano sta dando al governo israeliano. Se fossimo nel Novecento, la politica sarebbe protagonista. Invece, dopo decenni in cui ci hanno detto che il mercato veniva prima di tutto, oggi la politica viene svuotata di significato.
Abbiamo delegato la politica interna al libero mercato, usando il debito pubblico come una clava contro lo Stato sociale. Abbiamo delegato la diplomazia alle alleanze militari e al commercio di armi, rendendola un affare più per fondazioni legate all’industria bellica come Leonardo che per il Ministero degli Esteri (la Farnesina).
La Global Sumud Flotilla ha fatto una scelta politica netta, quella di rompere l’assedio imposto a Gaza, mettendo al centro i diritti umani. Ieri scegliendo di andare avanti lo ha ribadito.
È per questo che merita il nostro ringraziamento.
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Settembre 26th, 2025 Riccardo Fucile
“IL SOVRINTENDENTE NON CI HA CONSULTATI, IL RAPPORTO DI FIDUCIA È IRREMEDIABILMENTE COMPROMESSO”… IL MERITO DELLA CONTESTAZIONE STA “ESCLUSIVAMENTE NEL PROFILO PROFESSIONALE DEL DIRETTORE MUSICALE DESIGNATO”. IL CURRICULUM DELLA VENEZI NON È MINIMAMENTE PARAGONABILE AI DIRETTORI DEL PASSATO
«Alla luce di quanto accaduto, appare evidente che il rapporto di fiducia fra l’Orchestra e il
Sovrintendente sia ormai irrimediabilmente compromesso. Non riusciamo a riconoscere in Lei la guida del nostro Teatro. Con senso di responsabilità nei confronti del pubblico e della tradizione della Fenice, chiediamo pubblicamente la revoca della nomina del Direttore Beatrice Venezi»
Mai come stavolta le maiuscole appaiono beffarde. Perché
questa è la lettera con la quale «Professoresse e Professori d’Orchestra del Teatro La Fenice», dopo un’assemblea, sfiduciano il sovrintendente Nicola Colabianchi e rigettano la nomina a direttrice musicale di Venezi, offesi nel merito e nel metodo.
La lettera è formalmente la risposta all’incredibile missiva con la quale il sovrintendente si scusava con i dipendenti del teatro per aver proceduto a una nomina senza concordarla e nemmeno discuterla con nessuno, e con l’aggravante di aver pubblicamente promesso di farlo. In un testo goffo fin quasi all’incredibile, Colabianchi presentava così il contratto di Venezi: «Prevede la direzione di un grande evento, tre concerti e due opere a stagione. Questo cosa significa in termini pratici? Significa che la stragrande maggioranza della nostra attività vedrà sul podio, come sempre, direttori di fama internazionale e di diverso orientamento stilistico». Come dire? Sì, ho scelto Venezi, ma i direttori bravi continueranno a venire a Venezia.
Dopo questa lettera, è deflagrata la reazione dell’Orchestra. Che fa presente, in primis, «di aver appreso esclusivamente tramite la stampa della decisione di nominare Beatrice Venezi alla direzione musicale», e questo «in palese contrasto con le Sue (di Colabianchi, ndr) dichiarazioni pubbliche e con quanto da Lei riferito negli incontri con le rappresentanze sindacali». Questo «mina profondamente la fiducia che i professori avevano riposto nella Sua parola e nella Sua capacità di guida trasparente dell’Istituzione». E fin qui il metodo.
Il merito sta «esclusivamente nel profilo professionale del direttore musicale designato». Tradotto: la politica non c’entra. E
qui gli orchestrali della Fenice mettono nero su bianco quel che è palese a chiunque sappia vagamente di cosa si sta parlando, tranne forse ai servi sciocchi che oggi immancabilmente ci assicureranno che il teatro veneziano è un covo di comunisti. «Il Direttore Venezi non ha mai diretto né un titolo d’opera né un concerto sinfonico pubblico in cartellone alla Fenice. Il suo curriculum non è minimamente paragonabile a quello delle grandi bacchette che, in passato, hanno ricoperto il ruolo di Direttore Musicale di questo Teatro.
Venezi non ha mai diretto nei principali teatri d’opera internazionali, né il suo nome compare nei cartelloni dei più importanti festival del panorama musicale mondiale». Quanto al riferimento di Colabianchi «a un presunto progetto artistico alla base di questa scelta», gli orchestrali precisano che da quando il sovrintendente ha assunto l’incarico, «ormai sei mesi fa, non è emersa alcuna linea artistica chiara, coerente o condivisa».
(da la Stampa)
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Settembre 26th, 2025 Riccardo Fucile
CON “THE DONALD” ALLA CASA BIANCA, IL BUSINESS DI PALANTIR VA A GONFIE VELE: HA SUPERATO PER LA PRIMA VOLTA UN MILIARDO DI DOLLARI DI RICAVI, CON UNA CRESCITA DEL 48% … MA PUÒ UNA SOCIETÀ PRIVATA GESTIRE ARCHITETTURE CRITICHE E DATI SENSIBILI SENZA CONSEGUENZE POLITICHE? THIEL, TRA I FONDATORI DI PAYPAL, NEL 2009 SCRISSE CHE LIBERTÀ E DEMOCRAZIA NON ERANO PIÙ COMPATIBILI
Il potere, militare e non, oggi parla in codice. Palantir, la società fondata vent’anni fa a Palo Alto, è diventata la piattaforma che governi e eserciti usano per mettere ordine nel caos dei dati. Non produce armamenti, ma costruisce il software che li guida, nelle missioni e nelle decisioni. Ma soprattutto è lo strumento attraverso cui Peter Thiel, imprenditore e investitore, allarga la sua influenza sulla politica di Washington e sulla nuova amministrazione Trump.
Un unicum diventato imprescindibile per ogni esercito. I prodotti principali di Palantir hanno nomi evocativi, funzionali per far comprendere in fretta la loro utilità marginale. Gotham, usato da intelligence e forze armate, integra basi dati classificate e scenari operativi.
Foundry, pensato per imprese e amministrazioni civili, costruisce copie digitali dei processi per ottimizzare logistica, forniture, ospedali.
L’ultima evoluzione è AIP, la piattaforma che incapsula modelli di intelligenza artificiale nei contesti più sensibili, evitando fughe di dati e garantendo tracciabilità. L’obiettivo è ridurre la distanza tra analisi e decisione, riducendo i rischi collaterali.
Negli Stati Uniti il Dipartimento della Difesa ha già scelto Palantir come fornitore principale per programmi cruciali. Con Maven, la piattaforma che integra immagini satellitari, sensori e fonti testuali, l’esercito americano ha firmato un contratto da oltre un miliardo di dollari.
Nell’estate del 2025 l’Army ha avviato una gara per un accordo quadro da 10 miliardi in dieci anni per consolidare decine di contratti già in corso con Palantir. È la consacrazione di un’azienda che, senza costruire missili, si è trasformata nell’iper
prime del software militare.
Non solo il Pentagono: anche la Nato ha adottato Maven per uniformare i sistemi informativi dell’alleanza. Non far parte della stessa piattaforma, avvertono i generali, rischia di avere un costo strategico troppo alto per gli alleati.
I conti mostrano un’accelerazione che riflette l’interesse sempre maggiore. Nel secondo trimestre 2025 Palantir ha superato per la prima volta 1 miliardo di dollari di ricavi, con una crescita del 48% anno su anno. La divisione governativa statunitense ha raggiunto 426 milioni, +53% rispetto all’anno precedente.
La parte commerciale americana ha sfiorato i 306 milioni, con un balzo del 93%. La società ha alzato due volte le stime annuali: i ricavi attesi per il 2025 sono compresi tra 4 e 4,15 miliardi, contro i 3,9 stimati in precedenza. La capitalizzazione, sostenuta da investitori retail e istituzionali, resta a multipli elevati rispetto ai colossi tradizionali della difesa.
La crescita porta con sé tensioni. Palantir respinge la definizione di “sorveglianza”, ma i suoi contratti hanno suscitato proteste.
Negli Stati Uniti l’ICE utilizza il software per operazioni legate all’immigrazione, suscitando opposizioni da parte di associazioni civili
Nel Regno Unito la commessa per la piattaforma dati del sistema sanitario nazionale ha generato diffidenze e ricorsi. L’azienda rivendica benefici operativi, audit e policy di sicurezza, ma la discussione rimane aperta: può una società privata gestire architetture così critiche senza conseguenze politiche?
Qui entra in scena Peter Thiel. Nato in Germania, cresciuto nella Silicon Valley, è stato tra i fondatori di PayPal, primo investitore
in Facebook, cofondatore di Palantir. La sua figura sfugge alle etichette: libertario dichiarato, critico verso lo Stato ma al tempo stesso fornitore strategico dello Stato.
Nel 2009 scrisse che libertà e democrazia non erano più compatibili, un pensiero che continua a segnare il suo profilo. Ha sostenuto Donald Trump nel 2016, ha investito in candidati conservatori, ha portato alla ribalta il nuovo vicepresidente J.D. Vance.
Nella seconda presidenza Trump la rete di Thiel è densa. Personalità a lui vicine hanno ottenuto incarichi di rilievo nelle agenzie federali. Non serve che sieda ai tavoli formali: i suoi contatti, la sua influenza, i suoi investimenti hanno già un peso. Thiel si muove come selezionatore di talenti, costruttore di reti, ideologo di un capitalismo che diffida delle istituzioni ma trae forza dal plasmare le infrastrutture di cui le istituzioni non possono fare a meno.
Questo è il nodo centrale. Palantir non è solo un’azienda tecnologica. È la traduzione in software di una visione del potere: concentrare dati, renderli leggibili, trasformarli in decisioni operative. Per i governi occidentali significa un vantaggio in un’epoca in cui la guerra è fatta di informazione e latenza, non solo di ferro e fuoco.
Per Thiel significa sedere al crocevia tra capitale privato, potere pubblico e nuova geopolitica. La sua eredità sarà misurata su quanto quest’infrastruttura resterà al servizio delle istituzioni e non delle agende personali.
Nella nuova guerra fredda, Palantir è già diventata parte della cassetta degli attrezzi dell’Occidente. Ma la sua storia, e quella di Thiel, dimostrano che il confine tra difesa e politica, tra software e potere, si fa ogni giorno più sottile.
(da La Stampa)
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Settembre 26th, 2025 Riccardo Fucile
REGISTRATO ANCHE UN CALO DEL 20% DEL PREZZO MEDIO DEL VINO IN USCITA DALLE DOGANE DEL NOSTRO PAESE … L’OSSERVATORIO UNIONE ITALIANA VINI: “DOLLARO DEBOLE E TARIFFE AL 15% IN UN MERCATO CHE RAPPRESENTA UN QUARTO DEL NOSTRO EXPORT PUÒ GENERARE CRITICITÀ IMPORTANTI”
Ci si è a lungo cullati nell’illusione che la forte corsa agli acquisti da parte Usa di vino italiano
prima dell’entrata in vigore dei dazi del presidente Trump potesse limitare i danni sull’export del 2025 ma, purtroppo, gli operatori dovranno iniziare a fare i conti una realtà che si annuncia diversa.
Secondo i dati delle Dogane relativi alle esportazioni sui mercati extra Ue elaborati dall’Osservatorio dell’Unione italiana vini le spedizioni il vino italiano verso gli Usa hanno registrato nel mese di luglio una brusca battuta d’arresto con un calo del fatturato del 26% rispetto al pari periodo dello scorso anno.
In sostanza – spiegano all’Uiv – con il mese di luglio è stato azzerato tutto il vantaggio costruito nella prima parte dell’anno. Infatti, se a marzo scorso l’export di vino italiano negli Usa aveva fatto registrare un +12,5%, a giugno il progresso si era ridotto a un +5% per venire del tutto azzerato solo un mese più tardi, con il dato di luglio.
I contorni della battuta d’arresto nelle spedizioni diventano ancora più allarmanti considerato che, sempre secondo l’analisi dell’Osservatorio Uiv, a luglio è stato registrato anche un calo del 20,5% del prezzo medio dei vini in uscita dalle dogane italiane.
Le cantine italiane, infatti, nel tentativo di mantenere le posizioni sul mercato Usa stanno progressivamente abbassando i prezzi, in modo da neutralizzare almeno in parte l’effetto dei dazi, ma questo sforzo in base a quanto emerge dai dati sulle esportazioni non sta producendo i risultati sperati.
Nel complesso – spiegano all’Uiv – il prezzo medio delle bottiglie made in Italy, dal picco di 7 euro al litro registrato a gennaio scorso – vini fermi e frizzanti confezionati – è piombato a poco più di 5 euro, mentre gli spumanti, che negli ultimi due anni hanno viaggiato sempre in una forchetta di 4,60-5 euro, si ritrovano oggi a combattere per stare attorno ai 4,30-4,40 euro a litro.
In questa difficile congiuntura i produttori italiani condividono le difficoltà con i principali competitor europei. Per i vignerons dello Champagne il prezzo medio a luglio è calato del 21%, mentre per i vini fermi francesi il taglio è stato addirittura del 25%. Giù anche i listini spagnoli, in particolare con i fermi in
bottiglia con un -23%.
Non mancano tuttavia le eccezioni in positivo. Sul fronte dei consumi Usa ci sono infatti due etichette made in Italy che sembrano non soffrire: sono il Prosecco (+2% in quantità), ma risultati ancora migliori sono registrati dal Chianti Classico (+11%).
«È chiaro – ha sottolineato il segretario generale di Uiv, Paolo Castelletti – che la combinazione tra il dollaro debole e tariffe al 15% in un mercato che da solo rappresenta un quarto del nostro export può generare criticità importanti. Uiv è convinta che, in un settore solido come quello del vino, le difficoltà possano essere superate, purché vengano affrontate con determinazione»
(da agenzie)
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Settembre 26th, 2025 Riccardo Fucile
LE SCALI MOBILI, CHE SI SONO BLOCCATE APPENA IL PRESIDENTE CI E’ SALITO SOPRA, SAREBBERO STATE FERMATE PER SBAGLIO DA UN MEMBRO DELLO STAFF DELLA CASA BIANCA, CHE HA ATTIVATO UN DISPOSITIVO DI SICUREZZA … DURANTE IL DISCORSO ALL’ASSEMBLEA GENERALE, IL GOBBO NON HA FUNZIONATO: L’ONU SOSTIENE CHE ACCENDERLO ERA COMPITO DELL’AMMINISTRAZIONE AMERICANA – CILIEGINA SULLA TORTA: IL DISCORSO DI TRUMP NON SI È SENTITO IN SALA A CAUSA DI UN PROBLEMA ALLE CASSE
Vittima di «triplo sabotaggio»: il presidente Donald Trump scrive in un messaggio sul suo social Truth che martedì scorso, quando ha parlato all’Assemblea generale delle Nazioni Unite, si sono verificati «tre eventi molto sinistri». Primo: si è fermata all’improvviso la scala mobile, proprio quando Melania davanti e lui dietro sono saliti, il che secondo Trump è «assolutamente un sabotaggio».
Secondo: il gobbo era «completamente nero» durante il suo discorso. Terzo: il presidente degli Stati Uniti sostiene che persino l’audio non funzionava e hanno potuto sentirlo solo coloro che avevano un auricolare per la traduzione: è stata Melania a dirgli che non si sentiva niente. Non è un mistero che il presidente fosse di cattivo umore, visto che lui stesso ha detto chiaramente nel discorso che dall’Onu ha «ricevuto solo una scala mobile e un gobbo non funzionanti» e «mai un aiuto o una telefonata» per risolvere le guerre.
La portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt aveva annunciato la sera stessa che ci sarebbe stata un’indagine, esigendo licenziamenti se si scoprirà che è colpa dello staff (Leavitt aveva postato sul social X un pezzo del Sunday Times che aveva anticipato che qualcuno nello staff suggeriva di bloccare la scala mobile per dare al presidente un assaggio delle conseguenze dei suoi tagli ai finanziamenti all’Onu).
Poi mercoledì Stephane Dujarric, portavoce dell’Onu, aveva detto che sembra sia stato un tecnico della delegazione Usa a far scattare «inavvertitamente» il meccanismo che ferma la scala mobile. «La persona che l’ha fatto dovrebbe essere arrestata», ha scritto Trump su Truth. Quanto al gobbo, l’agenzia Ap afferma che il problema è che la Casa Bianca era responsabile di attivarlo per il presidente (così dice una fonte Onu sotto anonimato, «per via della delicatezza della questione»).
I servizi segreti stanno indagando e il presidente ha ordinato alle Nazioni Unite di conservare le registrazioni delle telecamere di sicurezza nella zona della scala mobile.
(da Corriere della Sera)
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