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LANCIATO A TODI IL “NUOVO POLO PER L’ITALIA”: CASINI: “NO A SOLUZIONI GIUDIZIARIE, NOI L’ALTERNATIVA”, FINI: “IL VOTO NON CI SPAVENTA”

Gennaio 29th, 2011 Riccardo Fucile

FINI: “LE ELEZIONI ANTICIPATE UNICO MODO PER FAR USCIRE L’ITALIA DALLA SITUAZIONE DI STALLO IN CUI L’HANNO RIDOTTO”…CASINI: “NON IMPORTA DA DOVE VENIAMO O CHI SARA’ IL LEADER, L’ALTERNATIVA SIAMO NOI”… BOCCHINO: “LA PLURALITA’ E’ LA NOSTRA FORZA E CI ACCOMUNA IL FATTO CHE ANDIAMO TUTTI A DORMIRE ALLE 22”

Il nuovo videomessaggio da “guerra talebana” scende col gelo della sera, sul primo ritiro dei terzopolisti a Todi, in Umbria.
Stop ai lavori, Casini, Rutelli e Lombardo si fermano davanti al video all’ora dei tg.
Non Gianfranco Fini, che lo guarda con attenzione ma dal salotto di casa, abbattuto da un’influenza che gli fa disertare la prima giornata dell’assemblea dei cento parlamentari.
L’impressione univoca che tutti ne traggono è che le elezioni anticipate ormai sono inevitabili, forse imminenti, che il Cavaliere sia sul suo ultimo giro di giostra.
Di questo stavolta si è convinto lo stesso leader di Fli. “Berlusconi ha dichiarato guerra a tutto il resto del mondo: agli avversari politici, alla magistratura, ai giornalisti, alla tv pubblica, tutti nemici, tutti comunisti” è la riflessione amara del presidente della Camera tornato sotto assedio. Determinato a resistere, comunque, perchè “non c’è una sola ragione” che lo induca a fare il passo al quale il Cavaliere e i suoi uomini vorrebbero costringerlo “solo per dirottare l’attenzione” dallo scandalo Ruby.
Sebbene non sia sfuggito all’entourage del presidente il dettaglio dell’assenza di qualsiasi riferimento alle dimissioni di Fini, in quest’ultimo video.
D’altronde, Bossi aveva invitato ad abbassare i toni e Cicchitto aveva dichiarato che il premier “non ha mai chiesto le dimissioni” del presidente della Camera.
Il leader Fli non si illude più di tanto.
E in questo scenario il voto anticipato lo ritiene appunto piuttosto probabile. “Non ci spaventa, se sarà  l’unico modo per far uscire il Paese dallo stallo nel quale lo hanno ridotto” è la considerazione che Gianfranco Fini ribadirà  stamattina nell’intervento che chiuderà  la due giorni di riflessione organizzata da Ferdinando Adornato.
Considerazioni che ieri Casini aveva già  fatto proprie. Con una serie di avvertimenti ai naviganti del “Nuovo polo per l’Italia”.
Si chiamerà  così, il simbolo provvisorio è un tricolore stilizzato sullo sfondo, pronto a schierarsi compatto alle amministrative di aprile e – ovvio – alle eventuali Politiche.
Il leader Udc parte dalla difesa a spada tratta di Fini: “Presiede in modo impeccabile e la casa di An serve solo per non parlare delle notti di Arcore”.
Detto questo, avvisa la platea di moderati che non può esserci una soluzione giudiziaria: “Guardate che Berlusconi non cadrà  per mano dei giudici, ma perchè il suo progetto politico è fallito”.
Archiviata ormai l’alternativa di un governo tecnico, in assenza di dimissioni del premier che non arriveranno mai, resta la prospettiva del voto anticipato. “Non è utile per il Paese ma non ne abbiamo paura”, convinti anzi che riserverà  “sorprese e novità “, è la tesi di Casini.
E a quel punto, “spetta a noi l’alternativa di guidare questo Paese, non importa chi sarà  il leader e non conta da dove veniamo” dice negando la competition tra lui, Fini e Rutelli.
“La nostra forza è la pluralità  di leadership” sostengono anche Italo Bocchino e Adolfo Urso.
“Ma ci accomuna pure il fatto – ironizza il capogruppo di Fli – che andiamo tutti a letto alle 10”.
Il premier, secondo Rutelli che parlerà  oggi, “ha paura di noi”.
Ma è proprio Berlusconi e l’eco dei suoi scandali a fare da sfondo a ogni intervento.
Guzzanti e La Malfa, Lanzillotta e Tabacci.
C’è Raffaele Lombardo che ritiene a questo punto “auspicabile un’allenza col Pd” come nella sua Sicilia.
Casini frena, pur sostenendo che nel dopo Berlusconi occorrerà  una governo di larghe intese, in cui anche il Pd dovrà  assumersi le sue responsabilità .
Dice che “Berlusconi non ha più alcuna voglia di governare è oggettivamente indifendibile”.
Quindi si abbandona a un mea culpa: “Nel ’94 abbiamo creduto che potesse esserci un percorso attorno a Berlusconi. Vedevamo le anomalie, i conflitti d’interesse, sperando che il tempo attenuasse queste anomalie, invece si sono moltiplicate drammaticamente. Oggi siamo diventati la repubblica del videomessaggio”.

Carmelo Lopapa
(da “La Repubblica“)

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“NON TOGLIETECI LE INTERCETTAZIONI”: IL PRESIDENTE DELLA CASSAZIONE LANCIA L’APPELLO ALL’INAUGURAZIONE DELL’ANNO GIUDIZIARIO

Gennaio 29th, 2011 Riccardo Fucile

RIVENDICATA L’AUTONOMIA DELLA MAGISTRATURA, L’OBBLIGATORIETA’ DELL’AZIONE PENALE E L’IMPORTANZA DELLO STRUMENTO DELLE INTERCETTAZIONI….”SIAMO AL SERVIZIO DEI CITTADINI, NON DEL POTERE POLITICO, AI GIUDICI SI DEVE RISPETTO”…GLI ORGANICI SONO SCOPERTI DA ANNI

Lo scandalo Ruby e gli attacchi frontali ai magistrati sono i fantasmi che aleggiano in Cassazione dove ieri si è inaugurato per la centesima volta, l’anno giudiziario generale, mentre oggi ci saranno le cerimonie nei vari distretti.
È il presidente Ernesto Lupo, senza alcun riferimento esplicito ma evidente allo stesso tempo, che difende la Procura di Milano.
Lo fa rivendicando l’autonomia della magistratura, l’obbligatorietà  dell’azione penale e l’importanza delle intercettazioni di cui l’ultima inchiesta su Berlusconi è piena.
A chiare lettere, dato il ruolo diverso, si esprime a favore dei colleghi milanesi, il segretario dell’Anm, Giuseppe Cascini, che se la prende anche con Il Giornale per l’attacco personale a Ilda Boccassini.
Nella sua relazione, il presidente Lupo assicura che “i magistrati continueranno ad adempiere alle loro funzioni con serenità  e con impegno”.
E come se rispondesse alle dichiarazioni del presidente del Consiglio dai toni intimidatori (quei pm vanno puniti) aggiunge che i magistrati proseguiranno a essere “fedeli al modello di giudice capace, per la sua indipendenza, di assolvere un cittadino in mancanza di prove della sua colpevolezza, anche quando il sovrano o la pubblica opinione ne chiedono la condanna, e di condannarlo in presenza di prove anche quando i medesimi poteri ne vorrebbero l’assoluzione”…
Per indagare con buoni risultati, rileva Lupo, le intercettazioni sono uno strumento fondamentale senza il quale “le armi da opporre alla criminalità  organizzata sarebbero non soltanto spuntate ma prive di qualsiasi efficacia”. L’alto magistrato smentisce anche il ministro Angelino Alfano: non è vero che l’arretrato delle cause civili è calato del 4% ma dello 0,8%.
Quanto alla scopertura dell’organico delle toghe, è “ frutto di ritardi con cui a partire dal 2002 sono stati banditi i concorsi per l’ingresso di nuovi magistrati”. Anche il procuratore generale Esposito denuncia come la situazione della giustizia si stia trasformando in una situazione “quasi di insolvenza per lo Stato”.
E Lupo ricorda che “gli effetti di tali ritardi non sono stati ancora superati dall’impegno del ministro”.
Ma per Alfano sono “l’incapacità  di fare squadra e le resistenze corporative” che hanno “ostacolato i tentativi di riforma del sistema giudiziario italiano” e punta il dito contro “le rendite di posizione, i privilegi duri a morire, le posizioni di retroguardia che si limitano a ostacolare ogni proposta bollandola a priori come inefficace”.
Diametralmente opposto l’intervento del vicepresidente del Csm, Michele Vietti. Facendo riferimento all’“attualità  dirompente” che vede ancora una volta la “contrapposizione” tra politica e giustizia, dice che “ai giudici si deve rispetto, un rispetto talora troppo trascurato”.
Poi si rivolge a Berlusconi, senza nominarlo: “È nel processo che si incarna lo stato di diritto e si assegnano torti e ragioni”…
A margine della cerimonia della Suprema corte è il segretario dell’Anm, Cascini che risponde agli attacchi contro la magistratura, soprattutto del premier: “Noi non siamo in guerra con nessuno, ma applichiamo la legge e chi non vuole che questo principio valga per tutti ci aggredisce”.
Con riferimento alla campagna del Giornale e parlando esplicitamente della pm Boccassini, dichiara che nei suoi confronti “c’è stata la pubblicazione arbitraria di atti di un procedimento disciplinare vecchio di trent’anni (e archiviato, ndr). Si tratta di una barbarie inaccettabile, che respingiamo con fermezza”.
Anche Cascini assicura che “la magistratura continuerà  a svolgere il suo lavoro con serenità , nel pieno rispetto delle regole” ma “aggressioni e campagne denigratorie di questo tipo fanno tremare le vene ai polsi di chiunque”.
Proprio la pubblicazione sul quotidiano della famiglia Berlusconi di atti riservati del Csm, su Boccassini, stanno provocando dentro al Consiglio un piccolo terremoto.
A chiedere quel fascicolo è stato il membro laico della Lega, Matteo Brigandì che però nega di averlo passato al Giornale: “L’ho solo letto un quarto d’ora e l’ho restituito” e chiede che venga fatta chiarezza sulla vicenda.
Il togato di Magistratura democratica, Vittorio Borraccetti, invece, vorrebbe che il comitato di presidenza investisse la Procura di Roma: sarebbe “un fatto di gravità  enorme se la divulgazione di quegli atti riservati fosse avvenuta da parte di qualcuno al Csm, a maggior ragione da parte di un consigliere”. Borraccetti non fa nomi ma rileva che “al Csm tutti gli accessi agli atti vengono registrati, quindi si può provare facilmente chi ha avuto accesso nei giorni precedenti alla pubblicazione del Giornale”…

Antonella Mascali
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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GLI AMICI DI SILVIO: SCILIPOTI E LA PARCELLA NON PAGATA DALL’AGOPUNTORE DEI DUE MONDI

Gennaio 29th, 2011 Riccardo Fucile

NON PAGA UNA PARCELLA DA 100.000 EURO PER UN PROGETTO CHE AVEVA AFFIDATO AD UN INGEGNERE, NEGANDO CHE LA FIRMA APPOSTA AL CONTRATTO FOSSE LA SUA: “QUEL GIORNO ERO IN BRASILE”   E ALLEGA UN ATTESTATO DELL’ACCADEMIA BRASILIANA DI AGOPUNTURA…. MA VIENE DIMOSTRATO IN TRIBUNALE CHE QUELLO STESSO GIORNO ERA INTERVENTO AL CONSIGLIO COMUNALE DI TERME VIGLIATORE COME RISULTA DAI VERBALI

Deputato di incerta collocazione politica (socialdemocratico nella Prima Repubblica, dipietrista nella Seconda, per poi approdare al gruppo dei Responsabili, stampella del governo), il medico agopuntore Domenico Scilipoti, continua a sorprendere: la Procura di Messina oggi gli contesta anche un’incerta collocazione geografica.
Da cui emerge una dote insospettabile: il dono dell’ubiquità .
Dalle carte processuali, infatti, emerge che Scilipoti, il 22 e 23 ottobre del 1991, è presente sia in Italia che in Brasile.
E precisamente a Terme Vigliatore, in provincia di Messina, brillante oratore, quei giorni, in consiglio comunale, e, negli stessi giorni, a Rio de Janeiro, anche lì erudito oratore di un corso di agopuntura e maxicombustione all’Academia brasileira de Arte e ciencia.
L’Oceano Atlantico è un dettaglio trascurabile (e superabile) per il deputato siciliano “dei due mondi”, capace di farsi vedere in Sicilia e in Brasile, lo stesso giorno, con tanto di carte a sostegno della sua presenza: i verbali del Consiglio comunale di Terme Vigliatore e la pergamena, autorevolmente sigillata, rilasciata dall’accademia brasiliana.
Com’è possibile tutto ciò…?
Bisogna   partire da un sogno antico del parlamentare ballerino tra schieramenti, e giramondo virtuale tra continenti: la costruzione di un grande centro medico specializzato in agopuntura a Terme Vigliatore, rimasto, purtroppo, solo sulla carta.
Per realizzarlo si era affidato alla progettazione dell’ingegnere Carmelo Recupero, ex compagno di partito nei socialdemocratici, che dopo qualche anno pretese la sua parcella, per la produzione di disegni e planimetrie, di oltre centomila euro.
Scilipoti rifiutò di pagare, e la vicenda finì in tribunale, dove il professionista tirò fuori una scrittura privata firmata da Scilipoti come socio della cooperativa edilizia che avrebbe dovuto costruire il complesso medico, che si impegnava a pagare quanto dovuto.
Risultato: la condanna in sede civile del deputato inadempiente.
Che in appello, a sorpresa, si difese con un’argomentazione apparentemente ineccepibile: quella firma sotto la scrittura privata è falsa, sostenne Scilipoti, perchè quei giorni il parlamentare era in Brasile impegnato in un corso di agopuntura.
E per non lasciare spazio a dubbi depositò l’attestato, con tanto di sigilli, dell’accademia brasiliana, che confermava le sue parole.
Ma Terme Vigliatore è un piccolo paese, e la memoria di quei giorni deve essere rimasta viva nella mente dell’ingegnere Recupero, convinto di avere avuto la firma autografa di Scilipoti.
E per dimostrarlo, come in un romanzo di Camilleri, è andato a scovare nell’archivio del Comune il verbale del Consiglio comunale tenuto il 22 e il 23 ottobre 1991 (i giorni brasiliani di Scilipoti attestati dal documento dell’Academia).
Il risultato   è stato sorprendente: quei giorni Scilipoti risulta presente in aula, con tanto di intervento nel merito del dibattito consiliare.
La storia, a questo punto, approda alla Procura di Messina che incrimina Scilipoti per calunnia e contraffazione di sigilli.
Un’inchiesta ormai giunta alla conclusione delle indagini preliminari con la convocazione del parlamentare da parte del sostituto procuratore Anna Maria Arena per spiegare i dettagli e i retroscena di questa insospettabile ubiquità  italo-brasiliana.
Scilipoti, insomma, era in Brasile o in Sicilia…?.
Lui nega, ovviamente, di avere mai apposto quella firma sostenendo, in ogni caso, che quel terreno cui si riferiva la planimetria oggetto del contenzioso non venne mai acquistato; ma il dato poco incide sulla contesa della firma.
Alla fine scopriremo che il parlamentare così abile nel trasferimento reale tra schieramenti (politici) lo è anche nel passaggio virtuale tra continenti…?. Superando, come ha dimostrato, ogni remora politica e, in questo caso, anche l’Atlantico.

Giuseppe Lo Bianco
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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BERLUSCONI: QUATTRO BUGIE PER SOTTRARSI AI GIUDICI

Gennaio 29th, 2011 Riccardo Fucile

NEL SOLITO MESSAGGIO REGISTRATO ALLA BIN LADEN, IL PREMIER SI INVENTA DI AVER PARLATO DI RUBY CON MUBARAK CHE “NON SI RICORDAVA DI AVERE UNA NIPOTE IN ITALIA”…UNICO TESTIMONE L’INTERPRETE ITALO-ARABO A CONTRATTO ALLA FARNESINA….NESSUN IMBARAZZO AD AVER OSPITATO E PAGATO MINORENNI E PROSTITUTE PER ALLIETARE LE SUE SERATE

Al Gran Bugiardo, che ieri ha afflitto il Paese con un terzo videomessaggio, si deve ricordare che la verità  è una condizione necessaria in una democrazia. Nutre la fiducia del cittadino nello Stato e ha un presupposto nella convinzione che lo Stato   –   e chi momentaneamente lo rappresenta   –   non ingannerà  il cittadino.
La verità  è anche il presupposto indispensabile per il cittadino di esercitare la sua libertà  perchè se falsifichi la realtà , manipoli gli eventi, allevi imbrogli e confusione, alteri il bianco nel nero, pregiudichi il possibile esercizio della libertà .
È un forte argomento anti-tiranny – ricorda Michele Taruffo (La semplice verità ) – che le azioni illegittime compiute da chi esercita il potere debbano poter essere rivelate e afferrate, ma “ciò implica che informazioni veritiere siano disponibili per le potenziali vittime del tiranno”.
Solo in questo modo, il cittadino potrà  controllare le modalità  con cui il potere viene esercitato.
Con il tempo abbiamo compreso che la politica di Silvio Berlusconi è soprattutto arma psicologica e l’unico antidoto all’illusionismo del Gran Bugiardo è un’adeguata sintassi.
Consente quanto meno di distinguere i discorsi verificabili dal nonsense. Permette di proteggersi dai media che ci addestrano a non pensare. Le parole, i falsi argomenti, i finti discorsi, le finte idee, i gerghi sgrammaticati dell’uomo che ci governa vanno mostrati nella loro inattendibilità  per ripristinare quella verità  che è premessa della nostra libertà .
Se si lasciano in un canto le favole sui successi di un governo, al contrario, paralizzato dagli interessi personali del premier, si contano altre quattro bugie in questo nuovo videomessaggio.
1. Berlusconi dice: “È stato violato il mio domicilio”.
È falso. Nessuna residenza del capo del governo è stata oltraggiata.
Vediamo come stanno le cose. Si indaga per prostituzione perchè in un giorno di luglio Ruby, una minorenne protetta da Lele Mora e “scoperta” sedicenne da Emilio Fede a Messina, è stata condotta nella villa del presidente del Consiglio.
Dove, dice, ha assistito a spettacoli e “scene hard” – anche se non vi ha partecipato, giura – alla presenza del “presidente” che tutte le ospiti (venticinque) chiamano “papi”.
Lo sfruttamento della prostituzione minorile è un reato gravissimo.
A Milano si mettono al lavoro. Prioritario accertare l’attendibilità  della testimone e parte lesa: è stata davvero ad Arcore, come dice. C’è stata con Mora, Fede, Nicole Minetti? È vero che, in quelle occasioni, c’erano A. B. C.? C’è un metodo per venirne a capo.
Si verifica a quale “cella” fosse connesso, in quel giorno, il telefono cellulare dei protagonisti. Si scopre che Ruby ha detto il vero. Il 14 febbraio 2010 era ad Arcore e c’erano anche A. B. C. e Fede.
Quest’operazione viola il domicilio del capo del governo? No. Accerta la validità  delle dichiarazioni di Ruby e non c’è altro modo per farlo.
Quando salta fuori che tra molte inesattezze la minorenne ha raccontato anche il vero, sono stati chiesti i tabulati delle sue telefonate dal gennaio 2010 e delle ragazze – alcune prostitute – che l’hanno accompagnata e periodicamente vengono condotte da Mora, Fede e Minetti nella dimora del Sultano.
Berlusconi dovrebbe avvertire l’imbarazzo di aver ospitato e pagato minorenni e prostitute per allietare le sue serate (è documentato e ci sono le prove di quei pagamenti). Dovrebbe provare vergogna per avere indecorosamente condotto la sua responsabilità  pubblica condividendo addirittura una donna (Marysthell Polanco) con un narcotrafficante dominicano.

2. Berlusconi dice: “Non è un Paese libero quello in cui quando si alza il telefono non si è sicuri della inviolabilità  delle proprie conversazioni. Non è un Paese libero quello in cui il cittadino può trovare sui giornali delle proprie conversazioni che fanno parte del proprio privato e che non hanno nessun   contenuto penalmente rilevante”.
Berlusconi inocula fobie nel proprio esclusivo interesse. L’indagine che lo vede indagato per concussione e sfruttamento della prostituzione minorile non fa leva, come strepitano gli sgherri libellisti del suo serraglio, sulle intercettazioni telefoniche.
È un’inchiesta condotta con testimonianze dirette e documenti.
La concussione è dimostrata per tabulas senza alcun documento acustico.
I funzionari della questura ammettono di aver ricevuto la sua telefonata. Confermano che il premier ha parlato di Ruby come della “nipote di Hosni Mubarak”. I materiali del pubblico ministero dei minori e le relazioni di servizio dei poliziotti confermano le procedure abusive che hanno portato all’affidamento di Ruby a Nicole Minetti che subito abbandona la minorenne a una putain brasiliana, amica del presidente.
Dove sono qui le intercettazioni? È il reato più grave e non se ne vede l’ombra. Berlusconi mente. Qualche numero delle intercettazioni di quest’inchiesta, allora.
Dal 29 luglio a questo gennaio e non per tutto il periodo, ma quando le indagini lo rendono necessario, quindi anche a volta due soli giorni, sono state intercettate cinquanta persone per una spesa di quasi 27mila euro.
Con il bestiario che circonda il presidente (si valuta che nelle ville e palazzi dell’uomo che ci governa circolino in un anno dalle 300 alle 500 falene) non sono grandi numeri.
Le intercettazioni sono servite a dimostrare quale fosse il mestiere delle signore. Si indaga per prostituzione e alcune sono effettivamente delle prostitute che il premier ha retribuito e gli amici del presidente sono coloro che inducono alla prostituzione.
È falso che siano state diffuse conversazioni private di nessun interesse giudiziario o pubblico. È di assoluto interesse pubblico (la verità  è presupposto essenziale della democrazia e della libertà  del cittadino) sapere che una decina di ragazze ricattano il premier o pretendono dal premier incarichi e responsabilità  pubbliche.
Possono dirsi “privati” questi dialoghi?

3. Berlusconi dice: “Non ho alcun timore di farmi giudicare. Davanti ai magistrati non sono mai fuggito: i mille magistrati che si sono occupati ossessivamente di me e della mia vita non hanno trovato uno straccio di prova che abbia retto all’esame dei tribunali”.
È una menzogna stupefacente che non sia mai fuggito dai magistrati. Il Gran Bugiardo non ha fatto altro che scappare dalle responsabilità  di un’avventura umana e imprenditoriale che ha avuto nell’illegalità  il suo canone.
Nonostante le leggi che si è affatturato per eliminare i reati, cancellare le prove, ridurre i tempi dei processi, allontanare i giudici che non gli piacevano, è stato assolto nei sedici processi che lo hanno visto imputato soltanto in tre occasioni. Altro che nessuno straccio di prova.

4. Berlusconi dice: “Io ho diritto di presentarmi di fronte al mio giudice naturale, che non è la procura di Milano, ma il giudice assegnatomi dalla Costituzione cioè il Tribunale dei ministri. Mi presenterò appena sarà  stata ristabilita una situazione di correttezza giudiziaria”.
Il Gran Bugiardo sa di mentire anche in questo caso. Sostiene che sempre, in ogni caso, un uomo come lui “unto dal Signore” e al governo del Paese debba essere giudicato dal tribunale dei ministri, qualsiasi cosa faccia.
Non è così.
L’art. 96 della Costituzione comprende nella categoria dei “reati ministeriali quelli commessi “nell’esercizio delle funzioni”.
La Carta non prevede singole fattispecie. Individua una circostanza: la connessione tra il reato e le funzioni esercitate dal ministro. Ora la concussione è un abuso.
È di “potere” se chi lo pratica fa leva sulle “potestà  funzionali per uno scopo diverso da quello per il quale sia stato investito”.
Per capire, sarebbe stata una concussione di potere se a telefonare in questura a Milano “consigliando” la liberazione di Ruby fosse stato il ministro dell’Interno.
Ma l’abuso può essere anche di “qualità “. In questo caso “postula una condotta che, indipendentemente dalla competenze del soggetto (il concussore), si manifesta come una strumentalizzazione della posizione di preminenza ricoperta”. È il caso di Berlusconi.
Abuso di potere o abuso di qualità  presuppongono due competenze diverse. L’abuso di potere di un ministro impone la competenza del tribunale dei ministri.
L’abuso di qualità  prescrive la competenza del territorio dove è stato commesso il reato.
Finalmente, dopo molti passi falsi, questa differenza l’ha compresa anche Berlusconi. Che per evitare il suo giudice naturale, è in queste ore alle prese con un’altra manipolazione delle prove dopo aver già  condizionato le testimonianze delle sue ospiti raccolte durante le indagini difensive, dopo aver (per quanto dice Ruby) promesso cinque milioni di euro per farle tenere la bocca chiusa ed evitargli guai assai seri.

Per sostenere che è intervenuto sul capo di gabinetto della questura di Milano non nella sua “qualità ” di capo del governo, ma nelle sue “funzioni” di presidente del Consiglio, deve suggerire che quella notte del 27 maggio non aveva altra preoccupazione che evitare una crisi diplomatica con Hosni Mubarak convinto che Ruby ne fosse la nipote.
Per la bisogna, il Gran Bugiardo s’inventa allora che qualche giorno prima ne aveva addirittura parlato con Mubarak (peccato, che lo ricordi soltanto ora). “Per 15 minuti, gli ho chiesto di Ruby, ma Hosni non ricordava di avere una nipote in Italia” dice Pinocchio e annuncia che ci sono anche i testimoni. Il testimone è uno.
È R. A, l’interprete italo-arabo a contratto alla Farnesina. Sul capo di quel poverino chi lo sa che cosa si sarà  scatenato in queste ore.

Giuseppe D’Avanzo
(da “la Repubblica“)

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IL LEGHISTA BRIGANDI’, CONSIGLIERE DEL CSM, HA PRELEVATO IL DOSSIER SULLA BOCCASSINI E LO HA PASSATO AL “GIORNALE”

Gennaio 29th, 2011 Riccardo Fucile

AL CSM INFURIA LA POLEMICA: BRIGANDI’ POTEVA SOLO PRENDERE VISIONE DEL FASCICOLO, NON TRASFERIRLO A TERZI: ORA RISCHIA UNA DENUNCIA PENALE… PERSONAGGIO CON DUE CONDANNE CHE POTREBBERO A BREVE DIVENTARE DEFINITIVE, E’ L’UOMO “QUALIFICATO” CHE LA LEGA HA DESIGNATO PER FARSI RAPPRESENTARE NEL CSM

Ha un nome e un cognome il consigliere del Csm che una settimana fa ha preteso gli fosse consegnato, per documentarsi, il vecchio fascicolo della disciplinare su Ilda Boccassini.
Chiariamo subito: si tratta di carte riservate, perchè al tempo della discussione le sedute non erano pubbliche come oggi, ma segrete.
Quel componente del Csm è Matteo Brigandì, notissimo esponente leghista nato a Messina ma radicalizzato in Piemonte, firmatario di una proposta di legge sul legittimo impedimento e pure di una per inasprire le norme sulla responsabilità  civile dei magistrati.
Entra a palazzo dei Marescialli a fine luglio nella pattuglia dei cinque laici.
E dopo un altolà  a Bossi. Il quale, fino a 12 ore prima del voto, aveva indicato per quel posto Mariella Ventura Sarno.
Brigandì lo contesta, fa circolare la voce che si tratta solo di una vicina di casa del Senatur, minaccia di nuovo le dimissioni. Entra al Csm.
Anche se su di lui pendono due condanne che potrebbero diventare definitive a breve, una per diffamazione, l’altra per non aver pagato gli alimenti alla figlia.
E per legge decadrà .
Ma Brigandì, stavolta, si appunta sul petto una medaglia non da poco.
Lui prende il fascicolo della Boccassini. Il contenuto finisce sul Giornale. Con tanto di virgolette e particolari.
Il pezzo esce e il Csm vive una delle sue giornate di maggiore tensione.
A seminare il panico è una furibonda telefonata del procuratore di Milano Edmondo Bruti Liberati al vice presidente Michele Vietti.
I due si conoscono da tempo. Hanno fiorettato per tre anni sulla riforma dell’ordinamento giudiziario quando il magistrato era presidente dell’Anm e Vietti sottosegretario alla Giustizia. Si stimano.
Adesso Bruti Liberati vuole capire da dove sono uscite quelle carte riservate. E vuole scoprirlo anche Vietti.
Per ricostruire come sono andati i fatti, alla fin fine, non ci vuole granchè.
Il caso Ruby scoppia il 14 gennaio. Il giorno dopo è sui giornali. Passa il fine settimana.
All’inizio di quella nuova, tra il 18 e il 20 gennaio, Brigandì si rivolge ai funzionari che gestiscono la sezione disciplinare, quella che fa i “processi” alle toghe.
Chiede il vecchio fascicolo della Boccassini.
Può farlo, il regolamento gli consente di acquisire l’antica documentazione. Ma ovviamente non gli permette di divulgarla. Il resto è noto.
Anna Maria Greco pubblica il suo pezzo sul Giornale.
Adesso, al Csm, sono furibondi.
Per tutta la giornata fervono i conciliaboli. Da una stanza all’altra.
I 16 togati non hanno dubbi su come sia andata la storia e sono intenzionati a chiedere una «punizione esemplare» per Brigandì.
Vittorio Borraccetti, toga storica di Magistratura democratica ed ex procuratore di Venezia, usa parola assai pesanti: «È stata commessa una scorrettezza enorme. Tra di noi c’è un guastatore istituzionale che lavora per danneggiare e screditare le istituzioni».
Voce pacata come sempre. Ma inderogabile durezza.
«Si può venire al Csm e dire che non si devono più votare le pratiche a tutela, ma non si può lavorare di soppiatto contro la magistratura. Questo non è consentito».
Sul tavolo di Vietti non è ancora arrivata la formale richiesta dei togati di chiarire come si sia prodotta la fuga di notizie. Ma è solo questione di ore.
Nel frattempo, alla spicciolata, i magistrati hanno protestato e chiesto accertamenti e una ricostruzione nitida di che cosa è avvenuto.
Poi il vice presidente dovrà  discutere della faccenda nel comitato di presidenza, con il presidente della Cassazione Ernesto Lupo e il procuratore generale Vitaliano Esposito.
Vietti sta valutando se il primo passo non debba essere proprio quello di affrontare la “grana” con Napolitano, visto che, come alcuni togati sostengono, dietro il comportamento di Brigandì ci sarebbe anche una responsabilità  penale.
Come avvenne per Cosimo Maria Ferri, oggi segretario di Magistratura indipendente, ieri al Csm, quando finì nelle intercettazioni tra Innocenzi (Agcom) e Berlusconi, ne potrebbe nascere un pubblico dibattito in cui mettere i paletti per una corretta etica di un componente del Consiglio.
Ma c’è chi, di fronte a un fatto così grave, chiede che Brigandì faccia pubblica ammenda e se ne vada.

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GLI ACQUISTI DI SILVIO: SAVERIO ROMANO, UN QUASI MINISTRO INDAGATO PER MAFIA

Gennaio 29th, 2011 Riccardo Fucile

IL “RESPONSABILE” È GIà€ PRONTO A PRENDERE IL POSTO DEL FINIANO RONCHI ALLE POLITICHE COMUNITARIE… GIA’ INDAGATO PER CONCORSO ESTERNO MAFIOSO, VICINO A CUFFARO, RACCOGLITORE DI VOTI IN SICILIA

Quando Saverio Romano rivelò che Casini gli aveva proposto di fare il ministro, come in ogni divorzio, l’ufficio stampa dell’Udc fu crudemente lapidario: “Nessuna persona ragionevole e di buonsenso avrebbe potuto immaginare di proporlo come ministro in un esecutivo, di destra o di sinistra che fosse”.
Oggi che Romano si dice “pronto a coprire ruoli di governo”, torna alla mente il suo commento di quattro mesi fa, quando i giornali lo inserirono in una lista di nuovi sottosegretari a sostegno di un governo in difficoltà : “Non so se piangere o ridere”, disse, precisando: “Voglio sentire cosa ha da dire Berlusconi, non sono interessato a ciò che ha da dare”.
Ora che il leader degli scissionisti dell’Udc, da due anni all’opposizione del governo Lombardo in Sicilia, è ministro in pectore delle Politiche comunitarie (in attesa della nomina al posto del finiano Andrea Ronchi) quelle parole suonano la conferma più evidente della sua citazione preferita: “Sono un democristiano della prima ora, nel cuore e nella mente”.
Avvocato penalista, 46 anni appena compiuti, Romano porta in dote con se a Palazzo Chigi i consensi residui del cuffarismo orfano di Cuffaro insieme con il destino che accompagna buona parte dei dirigenti siciliani dell’Udc, tra condannati e assolti: il sospetto di mafiosità .
Indagato per concorso esterno alla mafia da oltre otto anni dalla procura di Palermo, la sua posizione fu archiviata una prima volta nel 2003, per il caso Guttadauro-Cuffaro, ma tre anni dopo tornò sotto inchiesta, dopo le rivelazioni del pentito Francesco Campanella che raccontò di presunti summit con mafiosi.
Sospetti che non hanno mai scalfito, nè indebolito, la sua leadership siciliana nel partito forse soltanto oggi insidiata dallo scissionista interno Calogero Mannino, che non ha aderito al gruppo dei “responsabili” e per Romano ha avuto parole di fuoco: “Ha perso la bussola — ha detto Mannino — e ha mostrato scarsa capacità  politica”.
In questo caso il giovane leader ha incassato replicando con fair play e convinto nel proseguire la sua marcia di avvicinamento verso le stanze di Palazzo Chigi.
Ben più dura era stata la polemica, appena un anno fa, con Beppe Lumia, sostenitore del governo Lombardo, che ne aveva tracciato un impietoso profilo: “Romano e Dell’Utri sono due facce della stessa medaglia — disse Lumia — Saverio Romano ormai è nel panico. La sua crisi sta superando i livelli d’astinenza tipici della dipendenza più avanzata. Senza il governo regionale il suo sistema di potere va a fondo e le sue relazioni mafiose rischiano di ritorcersi contro”.
Aggiungendo: “È chiaro che la sfida delle riforme lo atterrisce perchè rischia di infliggere ferite mortali all’apparato di clientele e corruttele che ha costruito e di cui ogni giorno si svelano le caratteristiche assistenziali, sprecone e spesso affaristico-mafiose”.
Nato a Belmonte Mezzagno, comune al centro di una faida mafiosa tra le più violente, e candidato a Bagheria, il paese degli affari politico-mafiosi che hanno condotto in carcere Cuffaro, Saverio Romano ha dovuto spesso fare i conti con le accuse di mafia rivolte al suo partito: l’ultima poche settimane fa, in occasione della scoperta dell’assunzione, senza concorso, della figlia del boss Giovanni Bontate e del marito nella società  regionale Sicilia e-servizi, definita dal deputato regionale Pd Davide Faraone “protesi clientelare dell’Udc di Cuffaro e Romano”.
“Faraone è un mascalzone”, ha replicato secco Romano.
Che navigando in questa zona di confine tra mafia e politica ha subito a volte da vicino la rappresaglia delle cosche: due anni fa, a Belmonte Mezzagno, venne incendiato il portone di casa dei suoi genitori, qualche giorno fa alcuni sconosciuti sono entrati nella sua casa di villeggiatura ad Altavilla Milicia mettendo a soqquadro le stanze.
Segnali che in Sicilia non vengono mai sottovalutati, spie sul territorio di una convivenza elettorale difficile, come quella segnalata nel 2002 dal Sisde che lo indicò, insieme a sei colleghi penalisti (Enzo Fragalà , Enrico La Loggia, Nino Mormino, Antonio Battaglia, Giuseppe Bongiorno, Renato Schifani) come possibile obbiettivo della rappresaglia delle cosche mafiose perchè accusati dai boss di non aver favorito l’auspicata (dai mafiosi) revisione della normativa antimafia.
Di fronte alla quale continua a professarsi rigorosamente garantista, anche nei confronti del suo odiato nemico Lombardo, ridicolizzato nel suo blog ma comunque “assolto” dall’accusa mossa dalla procura di Catania: “Raffaele Lombardo ha fatto tanto danno alla Sicilia, ma la collusione con la mafia sinceramente la escluderei”.

Giuseppe Lo Bianco
(da “Il Fatto Quotidiano“)

argomento: Berlusconi, Costume, denuncia, Giustizia, governo, mafia, PdL, Politica, radici e valori | 1 Commento »

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