Marzo 18th, 2015 Riccardo Fucile
IL MINISTRO AVEVA SOSTENUTO CHE IL FIGLIO ERA STATO ASSUNTO PER SEI MESI DALLO STUDIO SOM DI SAN FRANCISCO
Il ministro Maurizio Lupi, riguardo al figlio Luca e a certe accuse mosse nei suoi confronti per aiutarlo nella carriera, aveva dichiarato: “Non ho mai chiesto all’ingegner Perotti nè a chicchessia di far lavorare mio figlio. Mio figlio Luca si è laureato al Politecnico di Milano nel dicembre 2013 con 110 e lode dopo un periodo di sei mesi presso lo studio americano SOM (Skidmore Owings and Merrill LLP) di San Francisco”.
“Da febbraio 2014 a febbraio 2015 — spiega — ha lavorato presso lo Studio Mor (di architettura ed ingegneria di Genova, via Assarotti) per un corrispettivo di 1300 euro netti al mese. Nel gennaio 2015 gli è stata ritirata l’offerta dallo studio SOM e dai primi di marzo lavora a New York”.
Ma ieri sera Ballarò (Rai3) ha chiamato l’azienda negli Usa (SOM) dove il figlio del ministro lavorerebbe e, chiedendo di Luca Lupi, è stato risposto alla cronista Francesca Biagiotti: “Mi spiace il signore non lavora qui, non abbiamo nessun con questo nome nella nostra lista”.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Marzo 18th, 2015 Riccardo Fucile
UN ANNO FA IL MINISTRO FIRMO’ IL CODICE ETICO DEL SUO DICASTERO: VIETATO RICEVERE DONI COME UN ROLEX O UN IMPIEGO
La regola che dovrebbe spingerlo a dimettersi subito, il ministro Maurizio Lupi l’ha scritta lui stesso il 9
maggio dell’anno scorso.
E’ il Codice Lupi, un decreto che fissa in maniera chiarissima cosa è tassativamente vietato a tutti i dipendenti del suo ministero, applicando il Codice Etico approvato dal governo Monti. Articolo 4: «Regali, compensi e altre utilità ».
Comma 2: «Il dipendente non accetta, per sè o per altri, regali o altre utilità , salvo quelli d’uso di modico valore», ovvero «non superiore a 150 euro».
Queste sono le regole etiche di cui il ministro pretende l’assoluto rispetto da parte dei dirigenti e dei funzionari che lavorano con lui: mai accettare, «per sè o per altri», regali imbarazzanti come un Rolex o «altre utilità » come l’assunzione di un figlio.
Dunque il ministro sa benissimo come bisogna comportarsi in un ministero, visto che la norma l’ha scritta lui. In realtà , è stato obbligato a farlo.
Il merito è di Mario Monti, che l’8 febbraio 2012, come titolare ad interim del ministero dell’Economia e delle Finanze, inviò una circolare ai suoi dirigenti che finì sui giornali perchè a partire da quel giorno proibiva le spese di rappresentanza, le consulenze e i convegni.
Minore attenzione fu inevitabilmente dedicata alla seconda parte della circolare, quella in cui Monti imponeva il rigoroso rispetto di un codice etico per i regali, vietando di accettare, «per sè o per altri, beni materiali quali regali o denaro, o beni immateriali o servizi e sconti per l’acquisto di tali beni (…) che eccedano il valore di 150 euro».
Poi, per essere ancora più chiaro, il presidente del Consiglio aggiungeva: «I regali e gli omaggi ricevuti (…) in ogni caso devono essere tali da non poter essere interpretati, da un osservatore imparziale, come finalizzati ad acquisire vantaggi in modo improprio»
Ma quel governo non si accontentò di una circolare.
E prima di uscire di scena approvò il Codice di comportamento dei dipendenti pubblici, un regolamento previsto dalla riforma Bassanini del 2001 ma inutilmente atteso da dodici anni.
Alla voce «regali, compensi e altre utilità » il Codice — che porta la firma del ministro Patroni Griffi — ripeteva esattamente il divieto imposto da Monti: «Il dipendente non accetta, per sè o per altri…».
Poi però rinviava a ciascun ministero il compito di emanare un decreto ad hoc, che adattasse quella regola ai meccanismi dei suoi uffici.
Così il 9 maggio dell’anno scorso la pratica è arrivata sul tavolo di Lupi, che ha firmato le norme valide per il suo ministero.
Ma lui che ha scritto il Codice Lupi, invece di dare l’esempio è stato il primo a non rispettarlo. Ha lasciato che un imprenditore al centro di appalti miliardari — capace di dirigere i lavori di 17 opere pubbliche contemporaneamente — regalasse a suo figlio Luca un Rolex Daytona, il più ambito dai collezionisti, un orologio da 10 mila euro.
E non ha battuto ciglio quando lo stesso imprenditore, Stefano Perotti, un anno fa ha fatto assumere il giovane Lupi da suo cognato, spiegando che «il ragazzo deve prendere 2000 euro più Iva mensili ».
Regali e favori che erano evidentemente destinati a ottenere la benevolenza del ministro e che Maurizio Lupi ha accettato: non per sè, ma «per altri», ovvero per suo figlio
Non basta, come fa il ministro, prendere le distanze da quell’imbarazzante dono del Rolex: «L’avesse regalato a me non l’avrei accettato » ha detto al nostro giornale.
Chi ha visto «I tartassati» — il magnifico film di Steno del 1959 — ricorda che a un certo punto il maresciallo della tributaria (Aldo Fabrizi) si accorge che il commerciante evasore (Totò) sta cercando di corromperlo svendendo a sua moglie un abito con l’improbabile sconto del 70 per cento.
«Posalo» ordina il maresciallo alla moglie.
Ecco, il ministro avrebbe dovuto imitare il maresciallo Fabrizi, e fare la stessa cosa: ordinare al figlio di restituire immediatamente quell’orologio.
Ma lui non lo ha fatto, ha accettato che un suo familiare ricevesse un costosissimo regalo. Altrettanto zoppicante è la sua autodifesa sul lavoro che Perotti, tramite il cognato, ha procurato a suo figlio. «Per tutta la vita ho educato i miei figli a non chiedere favori» ha assicurato Lupi. Ha fatto benissimo. Ma avrebbe dovuto aggiungere che non bisogna neanche accettarli, i favori, soprattutto se a farli è un imprenditore che lavora con il ministero di papà . E forse è vero che lui non ha mai chiesto nulla, a quel potente imprenditore a casa del quale andava così spesso a cena. Eppure, come direbbe lui stesso se un dirigente fosse colto a violare il Codice etico in materia di regali, certi doni non basta non chiederli: non bisogna accettarli, nè per sè ne per altri, se «possono essere interpretati, da un osservatore imparziale, come finalizzati ad acquisire vantaggi in modo improprio».
Questa è la vera colpa politica del ministro.
Che oggi non è più moralmente legittimato a chiedere ai suoi sottoposti il rispetto di regole che lui per primo ha infranto.
E’ il Codice Lupi che oggi inguaia il ministro Lupi.
Sebastiano Messina
(da “La Repubblica”)
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Marzo 18th, 2015 Riccardo Fucile
INCALZA STAVA A LUPI COME MOGOL A BATTISTI CON LA DIFFERENZA CHE LUCIO CI METTEVA LE MUSICHE, LUPI SOLO GLI ERRORI
Quando parla un politico, viene sempre da domandarsi: “Ma chi glieli scrive i testi a questo?”.
Le intercettazioni della Banda Larga ci regalano una risposta sul ministro delle Infrastrutture Maurizio Lupi, un tipo così sveglio e competente da stare lì sia con Letta sia con Renzi: il suo paroliere era Ercole Incalza.
Il che spiega perchè il sosia di Mariangela Fantozzi se lo tenesse ben stretto, anche da pensionato, con consulenze co.co.co.
E perchè minacciasse di far cadere il governo nel caso in cui la sua struttura fosse stata smantellata.
Senza Ercolino, Lupi si sentiva perduto. Gli mancava la parola.
Incalza stava a Lupi come Mogol e Panella a Battisti. Solo che Battisti, di suo, ci metteva le musiche, e che musiche. Lupi ci metteva gli errori, e che errori.
Il 28 dicembre 2013 il presunto ministro deve dare un’intervista al Corriere sulle opere pubbliche.
E, pur seguendole da 8 mesi, non ne sa una beneamata cippa.
Così telefona a Incalza per le ripetizioni, come i concorrenti dei telequiz che chiedono l’aiutino all’amico a casa o comprano una consonante. Incalza, paziente, cerca di spiegargli qualcosa. Ma è un’impresa disperata.
Lupi: “Devo fare un’intervista al Corriere sui cantieri lì…”.
Incalza: “Mi han dato una scheda… gliel’ho data a coso”.
Lupi: “Ce l’ho qua infatti, per questo ti chiamo”.
Bastasse la scheda: troppi numeri, troppe località , un casino.
Urge traduzione: “Non riesco a capire nella Teem (la tangenziale esterna est di Milano, ndr)… dice che nel 2014 aprirà nuovi cantieri”.
I: “No, qui non è che apriranno: sono lavori in continuità . Glielo direi però questo”. Lupi prende buona nota: “Sì sì, ma questo lo dico poi”.
E la metro Napoli-Capodichino?
I: “I cantieri sono aperti, finalmente continueranno”.
Lupi coglie al volo: “Prosecuzione”.
I: “Prosecuzione”.
Punto, punto e virgola, due punti: massì abbondiamo, adbondantis adbondandum! L’affare s’ingrossa.
L: “Cos’è il nodo metro-tranviario di Bologna?”.
I: “È come se fosse una metropolitana in superficie”.
Come se foss’antani.
L: “Quando parli di piccole medie opere nel Mezzogiorno, perchè nuovi cantieri per 400 milioni?”.
I: “Perchè sono quelli delle opere piccole e medie”.
È ufficiale: diconsi “opere piccole e medie” le piccole e medie opere.
Lupi ha le capacità di apprendimento di un bradipo: “Vabbè poi vedo”.
Si spazia da Trieste a Piombino, da Civitavecchia a Taranto, da Ravenna al Brennero: gli scoppia la testa.
E sui cantieri Anas rischia l’ernia al cervello: “Uhm invece per quanto riguarda Anas ne abbiamo già appaltati 170…107 cantieri?”.
Ne avesse azzeccata una per sbaglio.
Incalza tradisce il suo cognome e getta acqua sul fuoco: “Partirà una piccola parte… io sono molto attento a non dire cose che non sono poi vere, insomma”.
Piano con le balle, chè poi la gente non vede niente e ti sgama: “Il cantiere vero andrà nel 2015, però se lo vuoi mettere… mettine metà , 100 milioni, 150, non è che parte tutto”.
Fai buon peso.
L: “Poi invece manutenzione ferrovie 580 milioni”.
I: “Sì”.
L: “In continuità di cantieri già aperti”.
I: “Sì”.
L: “Nel senso che il Terzo Valico resta aperto”.
I: “Esattamente”.
L: “In continuità pure il Brennero”.
Incalza, sullo sfinito spinto: “Esattamente”.
Lupi si sente padrone della materia e non lo ferma più nessuno: “…e la Pedemontana Veneta”.
Incalza sbatte la testa al muro: “No, la Pedemontana Veneta è stradale!”.
Lupi la prende bene: “Sì, sì, vabbè”.
Ferrovia o strada, se non è zuppa è pan bagnato.
I: “Vanno avanti i lavori che non sarebbero più andati avanti… ricordalo questo qua, io glielo direi”.
Lupi segna tutto: “Sì, sì… E la circonvallazione di Lucca”?
I: “Quelli partono”.
Il ministro è sul pezzo: “Ma la Pontina no”.
Vaccata sesquipedale.
I: “La Pontina come no?! La gara è già stata approvata!”.
Il ministro è nel pallone più completo, occhi pallati, salivazione azzerata, sudorazione a mille: “’sto porto di Ancona anche questo non partono i cantieri”.
Incalza, disperato: “Altro che! Come no?! A ottobre potrebbe aprire i cantieri”.
Però si rifà sulla Bari-Napoli, questa la sa. L: “L’Alta capacità Bari-Napoli dovrebbe qualcosa partire”.
I: “Sì, parte un po’ di roba”.
Lupi è deluso: “Vabbè”.
Incalza lo cazzia: “Come vabbè? Io vorrei che tu glielo dicessi al presidente del Consiglio che l’unica chiave che parte è questa… non sei d’accordo?”.
E come potrebbe? Balbetta: “Questa-questa sì-sì!”.
Però gli servirebbe un disegnino, come Gasparri-Marcorè che, intervistato a Raiot dalla giornalista spagnola-Sabina Guzzanti, la implorava: “Io ‘sta legge Gasparri nun l’ho scritta e nun l’ho manco letta: me prepari un appuntino così la capisco pure io?”. Lupi vuol vendersi bene sul Corriere, con qualche cifra altisonante: “Se potessimo dire quanti lavori partono… o proseguono”.
I: “Circa 8 miliardi… Non è poco, guarda!”.
L: “8 miliardi di cantieri veri”.
Abituato a B., il ministro si premunisce: “cantieri veri”, quelli che si vedono proprio, con le betoniere, le scavatrici, gli operai. Incalza conferma: “Sì sì”, però meglio tenersi bassini: “4 miliardi e mezzo sono sicuramente nuovi lavori”.
L: “In termini di occupazione?… 50 mila?”.
I: “Sono puttanate perchè dopo due anni ‘sta gente se non ha continuità lavorativa sono cazzi”.
L: “Ho capito”.
Incalza non si fida: “Di questi 4 miliardi e mezzo… tu hai un 30 mila nuovi occupati… questi sono dati veri, non quelli dell’Istat”.
L’indomani, sul Corriere, esce la trionfale intervista di Lupi.
Titolo: “Oltre 10 miliardi per i cantieri”. Tutto inutile: non ci ha capito una mazza. Gentili giudici di Firenze, non potreste fare un cambio merce, liberando Incalza e nominandolo ministro delle Infrastrutture?
Almeno sa di che parla.
Al suo posto potete prendervi Lupi, volendo. Ma tanto poi ve lo assolvono per totale incapacità di intendere e volere.
Marco Travaglio
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Marzo 18th, 2015 Riccardo Fucile
LA MOZIONE DI SFIDUCIA DELL’OPPOSIZIONE PRONTA IN PARLAMENTO… IL PREMIER STA ZITTO PER NON ROMPERE CON NCD… E NE APPROFITTA PER ATTACCARE I GIUDICI
“Lo Stato non dà schiaffi a magistrati e carezze ai corrotti. Sostenere questo avendo responsabilità
istituzionali o a nome di categorie, è triste. È una frase falsa, ingiusta, fa male ma non per il governo di turno, per l’idea stessa delle istituzioni”. Inizia così la giornata di Matteo Renzi.
Con una risposta netta, che suona come un attacco frontale, al presidente dell’Anm, Sabelli. Era lui che lo aveva appena accusato di schiaffi ai magistrati e carezze ai corrotti. Inizia così, parlando agli alunni della scuola superiore di Polizia.
E finisce con una non decisione: il ministro dei Trasporti e delle Infrastrutture, Maurizio Lupi non si dimette.
Renzi va avanti tutto il giorno con una moral suasion, che non porta risultati. Colloqui continui, cercando di convincerlo ad andarsene.
Ma alla fine non lo mette alla porta. Almeno per ora. “Smonteremo la struttura del ministero”, ci tengono a far sapere da Palazzo Chigi. Ma non basterà .
Alla scuola di polizia, il premier non si risparmia discorsi aulici sulla necessità di leggere libri e vedere film, nè la rivendicazione delle misure anticorruzione (che però non sono ancora legge).
Ma non dice pubblicamente neanche una parola sulla posizione di Lupi, sull’indagine che ha portato l’ex manager delle grandi opere, Ettore Incalza, all’arresto.
Ore complicate, concitate. Renzi era previsto alla presentazione del libro di Graziano Delrio, Cambiando l’Italia, alle 17:30, nella sala del Cavaliere, alla Camera.
“È scoppiata l’ennesima emergenza”, dice il sottosegretario a Palazzo Chigi per spiegarne l’assenza.
Quale? Ufficialmente, nessuno risponde. Ma in molti lasciano pensare che stia parlando con Lupi. “Forse non si sente di venire qui, con il rischio di dover rispondere a domande sul ministro”, ragiona qualche deputato .
Nella sala del Cavaliere va in scena una situazione surreale. Con un manipolo di deputati amici e una folla di giornalisti in attesa del premier.
E Delrio che parla di un anno di governo, mentre la platea evidentemente pensa ad altro. Renzi non arriva, neanche a presentazione in corso.
Alla fine, il direttore del Foglio, Claudio Cerasa, che presenta, la domanda la fa: “Lupi si deve dimettere?”.
Delrio la prende alla larga: “Penso che dobbiamo stare ai fatti: Lupi non è indagato, quindi ristabiliamo l’acqua in cui nuotiamo, i fatti non sono tutti a nostra conoscenza. Non c’è nessuno obbligo da parte del ministro, ci sono le valutazioni politiche che sono oggetto di valutazioni complessive che si stanno facendo in queste ore”.
Lui che era tra gli ostili a Incalza fin dall’inizio ci ha dovuto mettere la faccia nella mezza difesa di lunedì sera a Otto e mezzo.
Ce la mette anche ieri, nel tentativo di affondare. “A oggi nessuno di noi può assumere senza un po’ più di contezza della carte una decisione di questo tipo”.
Ma “poi c’è la decisione che spetta al singolo, che lo può fare a prescindere. Credo che una valutazione da parte sua sia in corso”.
Insomma, Lupi ci starebbe pensando. Da Palazzo Chigi raccontano che Renzi sta cercando in tutti i modi di convincerlo ad andarsene da solo.
D’altra parte, sono mesi che lo avrebbe voluto fuori dal governo. Da quando sperava che optasse per il seggio europeo. Avrebbe persino chiesto a Michele Emiliano la disponibilità a sostituirlo. Lui però resiste.
E dopo le parole di Delrio fa sapere che no, lui resta. “Se Renzi vuole che Lupi se ne vada, deve chiederlo chiaramente”, dice Nunzia De Girolamo, capogruppo Ncd a Montcitorio.
Fonti dello stesso partito raccontano che il premier le dimissioni non le ha chieste neanche a quattr’occhi, i renziani insistono sull’operazione di persuasione.
Ma perchè? Perchè Renzi non dice in maniera pubblica e diretta al ministro del suo governo che se ne deve andare?
Le motivazioni sono più d’una: c’è il potere ciellino e il fatto che con quel potere Renzi evidentemente ha stretto patti.
C’è l’Expo in arrivo: se la vetrina non va come deve andare, la figuraccia per il premier diventa ingestibile.
Poi, c’è la questione politica: Renzi ha bisogno di Ncd. E se Alfano non molla Lupi, cacciarlo vuol dire arrivare alla crisi di governo.
I centristi per adesso si muovono compatti: se Lupi non lascia, allora o dentro, o fuori. E pensano anche all’appoggio esterno.
Una strada diretta verso le elezioni anticipate.
Chi è pronto a questo? Presumibilmente nessuno, anche se il premier in caso di necessità può cavalcare l’ipotesi.
E poi, si rincorrono tutte le voci possibili e immaginabili: nell’inchiesta, si dice, potrebbero esserci finite persone vicinissime al premier.
Ma praticamente nessuno del Pd, neanche della minoranza, si espone a un giudizio sulla posizione del ministro dei Trasporti.
Silenzi e balbettii eloquenti, che dimostrano imbarazzo e paura: una volta partite le notizie dell’inchiesta, nessuno sa fino a dove si estendono.
Chi può esserci dentro.
Intanto, Sel e Cinque Stelle presentano una mozione di sfiducia individuale a Lupi. “Non la reggiamo politicamente”, ci tengono a far sapere da Palazzo Chigi.
Un altro elemento di accelerazione per dire che il ministro deve lasciare prima che sia calendarizzata.
Oggi pomeriggio Lupi risponde al question time a Montecitorio e il premier interviene prima al Senato e poi alla Camera per parlare di Europa.
Se ne vedranno delle belle.
Wanda Marra
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Marzo 18th, 2015 Riccardo Fucile
IL RICORDO DELLA MOGLIE DEL MARESCIALLO MARASCO
E poi, e ancora, e per fortuna, ci sono quelli come il maresciallo dei carabinieri in pensione che ha dimenticato un medicinale in farmacia.
Mentre rientra a prenderlo, si imbatte in un bandito che sta scappando con la cassa. Letteralmente. L’ha appena sradicata con un coltello da macellaio.
Il maresciallo in pensione monta in macchina e si mette all’inseguimento.
Fossimo dentro un romanzo, potremmo immaginare che l’adrenalina gli scateni nella mente una serie di associazioni e di ricordi.
La missione in Iraq, l’agguato terrorista, gli spari, il ragazzo di vent’anni morto tra le sue braccia, la medaglia d’argento al valore.
Ma la realtà , adesso, è quel pregiudicato a piede libero — da noi le sentenze sono solamente uno stato d’animo — che corre davanti a lui con la cassa della farmacia in una mano e un coltellaccio nell’altra.
Anche il maresciallo in pensione ha le mani occupate.
La sinistra per guidare e la destra per digitare sul telefonino il 112.
E’ quando completa il rapporto ai suoi ex commilitoni che avverte la fitta al cuore.
Il telefonino gli cade in grembo, la testa sul volante.
Si chiamava Luigi Marasco e viveva a Oviglio, in provincia di Alessandria.
Il bandito è stato arrestato dai carabinieri grazie alle sue indicazioni.
Un eroe? Un uomo, di sicuro.
Mestiere eroico, specie in questo tempo da Lupi.
Più di tutte le altre parole del mondo si è meritato quelle di sua moglie: «Sei stato un grande. Ti amerò fino a raggiungerti».
Massimo Gramellini
(da “La Stampa”)
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Marzo 18th, 2015 Riccardo Fucile
RENZI IN FORCING SU LUPI: DIMETTITI, MA IL MINISTRO GLI RICORDA I CASI DI SUO PADRE E DEL PADRE DELLA BOSCHI
“Non si dimettono i figli per i padri e si devono dimettere i padri per i figli?”. Detta così, sembra quasi
una frase biblica.
Ma questa non è una storia da sacre scritture. E’ la storia di un forcing respinto al mittente con tanto di contrattacco.
Matteo Renzi è fuori di sè dalla rabbia. Più volte oggi ha sentito al telefono Maurizio Lupi, più volte lo ha invitato a dimettersi da ministro delle Infrastrutture.
Anche tramite Angelino Alfano lo ha invitato a maturare da solo il gesto di farsi da parte, dopo la tempesta giudiziaria che gli è piovuta addosso, pur senza avvisi di garanzia, ma con una coltre di responsabilità politiche nel sistema di malaffare descritto dai pm di Firenze che indagano sul giro di tangenti intorno all’Expo e alla Tav.
Lupi resiste: il padre non si dimette per via del figlio Luca, che, secondo le intercettazioni in mano agli inquirenti, avrebbe trovato lavoro – e anche un Rolex da diecimila euro — grazie al ‘Sistema’ di messo in luce dall’inchiesta.
Il padre non si dimette per il figlio così come i figli non si dimettono per i padri: riferimento, nemmeno tanto velato, alle vicende giudiziarie intorno al padre di Renzi (indagato per bancarotta fraudolenta) e al padre del ministro Maria Elena Boschi (non indagato, ma coinvolto nell’affaire Banca Etruria).
Ncd restituisce pan per focaccia al Pd.
Della serie: chi è senza peccato, scagli la prima pietra
Lupi scaglia e resiste perchè convinto di poter ribaltare la situazione a suo favore. Perchè le novità dell’inchiesta fiorentina non sono finite.
E sa di poter fare bingo in questo senso. Perchè anche a Palazzo Chigi sono in attesa di saperne di più.
Da ieri vogliono vederci chiaro anche sul cotè fiorentino dell’inchiesta giudiziaria, sapere dove potrebbe arrivare e chi potrebbe coinvolgere.
Il premier insomma si sente sotto attacco. Ed è per questo che stamattina ha reagito a muso duro contro Rodolfo Sabelli, il presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati che a ‘Unomattina’ ha usato parole di fuoco contro il governo: “Uno Stato che funzioni dovrebbe prendere a schiaffi i corrotti e accarezzare chi esercita il controllo di legalità “, invece in Italia “i magistrati sono stati virtualmente schiaffeggiati e i corrotti accarezzati”.
Renzi non ci ha visto più dalla rabbia, vedendosi attaccato per la legge sulla responsabilità civile dei magistrati e per l’operato in materia di corruzione: “Dire che lo Stato dà carezze ai corrotti e schiaffi ai magistrati è un falso, una frase falsa. Sostenere questo avendo responsabilità istituzionali è triste”.
E invece di un attacco frontale a Lupi, sui siti internet è planato il titolone: Renzi attacca i magistrati.
La temperatura dei rapporti tra governo e magistratura segna febbre altissima.
Ed è altissima anche a Palazzo Chigi dove piovono le accuse del M5s, Sel e Pippo Civati che ricordano a Renzi di aver chiesto le dimissioni del ministro Cancellieri all’epoca del governo Letta, anche se la Guardasigilli non era indagata nell’affaire Ligresti.
E Lupi? La pressione cresce anche in vista delle mozioni di sfiducia presentate dalle opposizioni alla Camera contro il ministro delle Infrastrutture: se arriveranno al pettine, come se la sbrigherà il Pd?
Come farà Renzi a difendere un suo ministro? Ma qui c’è il carico da novanta rappresentato dagli interrogativi sull’indagine: cosa contiene, il fango dove arriva? Sono gli stessi interrogativi che danno a Lupi la forza di resistere: “Non posso pagare io per tutti, non sono nemmeno indagato”, avrebbe detto.
E’ così che a tarda sera il forcing di Renzi non dà i frutti sperati.
Ancora 24 ore, il ministro prova a stare sulla graticola almeno per un giorno. O almeno questa è la speranza dei renziani, che comunque si aspettano le dimissioni al massimo entro domani sera, ora che il ciellino Lupi viene scaricato persino dal presidente della Cei Angelo Bagnasco: “Il popolo degli onesti deve assolutamente reagire senza deprimersi, continuando a fare con onestà e competenza il proprio lavoro ma anche protestando nei modi corretti contro questo ‘malesempio’ che sembra essere un regime”.
E qui le sacre scritture un po’ c’entrano, evidentemente.
Ma saranno le carte giudiziarie a decidere da che parte pende la bilancia, a stabilire chi traballa e per cosa.
“Ad oggi nessuno può decidere senza più contezza delle carte, i fatti non sono tutti a nostra conoscenza”, ammette anche il cattolicissimo Graziano Delrio, presentando il suo libro ‘Cambiando l’Italia’ alla Camera. Doveva esserci anche Renzi alla presentazione del libro del suo sottosegretario, ma all’ultimo minuto ha dato buca perchè “è scoppiata l’ennesima emergenza…”, giustifica Delrio.
L’emergenza sono le telefonate con Lupi, il forcing sul ministro affinchè collabori dimettendosi per togliere le castagne dal fuoco a tutto il governo.
“Credo che una valutazione da parte sua sia in corso, ma dipende da lui non da me…”, sottolinea Delrio. A sera è ancora braccio di ferro, in attesa di illuminazione dalla moderna bibbia che spesso decide i destini dei politici: i giornali di domani.
(da “Huffingtonpost”)
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