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“L’UNITA’ DI RENZI COME LA PRAVDA DI CERNENKO”

Agosto 2nd, 2015 Riccardo Fucile

RISSA VERBALE TRA IL SENATORE PD MUCCHETTI E IL DIRETTORE D’ANGELIS

“Caro direttore, perchè non ti fai un paio di giri da noi, ai gruppi Pd del Senato e della Camera”. Inizia così una lettera al vetrioli indirizzata dal senatore Democratico Massimo Mucchetti al direttore dell’Unità  Erasmo D’Angelis.
“Sai – continua l’ex vicedirettore del Corriere della Sera – i primi giorni della tua direzione hanno suscitato un certo stupore in chi crede che un giornale italiano – anche un giornale di partito – non debba mai dare impressione di imitare la Pravda. E invece il commento di oggi alla bocciatura della delega al governo sul canone Rai ha indotto un mio vecchio collega a chiedermi: “Ma quel Frulletti lì non sarà  mica stato a scuola da Cernenco?”. Cernenko, capisci, non Stalin o Breznev: Cernenko”.
“Il direttore de l’Unità  – ho ricordato all’immemore – è passato dalla redazione del Manifesto – chiosa Mucchetti – i brividi dell’eresia li ha provati in gioventù. Adesso segue l’etica della responsabilità . I lettori vanno formati, non informati; vanno galvanizzati, mica depressi”.
Pronta la risposta di D’Angelis: “Carissimo Massimo, io ti vorrei tanto al giornale e in giro per le Feste dell’Unità . Vuoi mettere con i divanetti del Senato. Forse al nostro vecchio collega dalle stravecchie frequentazioni converrebbe comprare e leggere ogni giorno l’Unità , magari abbonarsi. […] Perchè gli eretici oggi sono coloro che non rallentano e non fermano le riforme, quelle riforme che proprio tu, da grande giornalista quale sei, invocavi un giorno sì e l’altro pure e con grande energia e autorevolezza dalle colonne del tuo giornale.

(da “Huffingtonpost“)

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INTERVISTA A VAROUFAKIS: “BERLINO HA UN PIANO PER EGEMONIZZARE L’EUROPA”

Agosto 2nd, 2015 Riccardo Fucile

“NON SOLO LA GRECIA, COSI’ SCHAEUBLE VUOL IMPORRE LA TROIKA ANCHE A ROMA E PARIGI

“Il sadico dispotismo dell’ideologia dominante”. “La lettura morale di questa crisi”. “L’abbraccio mortale del debito”.
Yanis Varoufakis accoglie El Paà­s nella sua casa al centro di Atene; la sua ormai celebre moto è parcheggiata all’angolo della strada, pronta a ripartire rombando alla fine dell’intervista.
Visto da vicino, Varoufakis è amabile, attento e disinvolto.
Offre al giornalista una tazzina di caffè preparato di fresco, e subito si capisce perchè la sua lingua è considerata una delle più affilate d’Europa.
Parlando a mitraglia, usa toni tra il solenne e il drammatico, con l’economia e la politica come generi letterari al servizio di un alibi: la Grecia epitome della crisi europea, e quest’ultima vista non come una fase transitoria, ma come uno stato tendente a perpetuarsi.
Alcuni giorni fa ha lasciato il ministero. Come è cambiata la sua vita quotidiana?
“I giornali pensano che io sia deluso per aver lasciato il governo. Di fatto però io non sono entrato in politica per far carriera, ma per cambiare le cose. E chi cerca di cambiarle paga un prezzo”.
Quale?
“L’avversione, l’odio profondo dell’establishment. Chi entra in politica senza voler far carriera finisce per crearsi questo tipo di problemi”.
Intanto la Grecia continuerà  a subire la tutela della Troika…
“Noi avevamo offerto all’Fmi, alla Bce e alla Commissione l’opportunità  di tornare ad essere le istituzioni che erano in origine; ma hanno insistito per ripresentarsi come Troika. Ma l’ultimo accordo si basa sulla prosecuzione di una farsa, ma si tratta solo di procrastinare la crisi con nuovi prestiti insostenibili, facendo finta di risolvere il problema. Ma si può ingannare la gente, si possono ingannare i mercati per qualche tempo, non all’infinito”.
Cosa si aspetta nei prossimi mesi?
“L’accordo è programmato per fallire. E fallirà . Siamo sinceri: il ministro tedesco Wolfgang Schaeuble non è mai stato interessato a un’intesain grado di funzionare. Ha affermato categoricamente che il suo piano è ridisegnare l’eurozona: un piano che prevede l’esclusione della Grecia. Io lo considero come un gravissimo errore, ma Schaeuble pesa molto in Europa. Una delle maggiori mistificazioni di queste settimane è stata quella di presentare il patto tra il nostro governo e i creditori come un’alternativa al piano di Schaeuble. Non è così. L’accordo è parte del piano Schaeuble”.
La Grexit è ormai scontata?
“Speriamo di no. Ma mi aspetto molto rumore, e poi rinvii, mancato raggiungimento di obiettivi che di fatto sono irraggiungibili, e l’aggravamento della recessione, che finirà  per tradursi in problemi politici. Allora si vedrà  se l’Europa vuole davvero continuare a portare avanti il piano di Schaeuble oppure no”.
Schaeuble ha suggerito di togliere poteri alla Commissione, e di applicare le regole con maggior durezza. Se sarà  lui a vincere la Grecia è condannata?
“C’è un piano sul tavolo, ed è già  avviato. Schaeuble vuole mettere da parte la Commissione e creare una sorta di super-commissario fiscale dotato dell’autorità  di abbattere le prerogative nazionali, anche nei Paesi che non rientrano nel programma. Sarebbe un modo per assoggettarli tutti al programma. Il piano di Schaeuble è di imporre dovunque la Troika: a Madrid, a Roma, ma soprattutto a Parigi”.
A Parigi?
“Parigi è il piatto forte. È la destinazione finale della Troika. La Grexit servirà  a incutere la paura necessaria a forzare il consenso di Madrid, di Roma e di Parigi”.
Sacrificare la Grecia per cambiare la fisionomia dell’Europa?
“Sarà  un atto dimostrativo: ecco cosa succede se non vi assoggettate ai diktat della Troika. Ciò che è accaduto in Grecia è senza alcun dubbio un colpo di Stato: l’asfissia di un Paese attraverso le restrizioni di liquidità , per negargli l’imprescindibile ristrutturazione del debito. A Bruxelles non c’è mai stato l’interesse di offrirci un patto reciprocamente vantaggioso. Le restrizioni di liquidità  hanno gradualmente strangolato l’economia, gli aiuti promessi non arrivavano; c’era da far fronte a continui pagamenti a Fmi e Bce. La pressione è andata avanti finchè siamo rimasti senza liquidità . Allora ci hanno imposto un ultimatum. Alla fine il risultato è uguale a quando si rovescia un governo, o lo si costringe a gettare la spugna”.
Quali gli effetti per l’Europa?
“Nessuno è libero quando anche una sola persona è ridotta in schiavitù: è il paradosso di Hegel. L’Europa dovrebbe stare molto attenta. Nessun Paese può prosperare, essere libero, difendere la sovranità  e i suoi valori democratici quando un altro Stato membro è privato della prosperità , della sovranità  e della democrazia”.
Anche se è vero che la Grecia ha cambiato i termini del dibattito, in politica si devono ottenere dei risultati. I risultati la soddisfano?
“L’euro è nato 15 anni fa. È stato concepito male, come abbiamo scoperto nel 2008, dopo il tracollo della Lehman Brothers. Fin dal 2010 l’Europa ha un atteggiamento negazionista: l’Europa ufficiale ha fatto esattamente il contrario di quanto avrebbe dovuto fare. Un Paese piccolo come la Grecia, che rappresenta appena il 2% del Pil europeo, ha eletto un governo che ha messo in campo alcuni temi essenziali, cruciali. Dopo sei mesi di lotte siamo davanti a una grande sconfitta, abbiamo perso la battaglia. Ma vinciamo la guerra, perchè abbiamo cambiato i termini del dibattito”.
Lei aveva un piano B: una moneta parallela, in caso di chiusura delle banche. Perchè Tsipras non ha voluto premere quel pulsante?
“Il suo lavoro era quello di un premier. Il mio, nella mia qualità  di ministro, era di mettere a punto i migliori strumenti per quando avremmo preso quella decisione. C’erano buoni argomenti per farlo, come c’erano per non premere quel pulsante”.
Lei lo avrebbe fatto?
“Chiaramente, e l’ho detto pubblicamente, ma ero in minoranza. E rispetto la decisione della maggioranza”.
Tsipras ha ribadito che non esistevano alternative al terzo riscatto; mentre lei, col suo piano B, sosteneva che un’alternativa c’era.
“Fin da quando ero giovanissimo, ho sempre respinto nella mia concezione politica il discorso thatcheriano dell'”assenza di alternative”. C’è sempre un’alternativa”.
Quale sarà  l’eredità  di Angela Merkel per l’Europa?
“L’idea europea non era quella di punire una nazione orgogliosa per intimorire le altre. Non è questa l’Europa di Gonzales, Giscard o Schmidt. Abbiamo bisogno di ricuperare il significato di ciò che significa essere europei, trovare le vie per ricreare il sogno di prosperità  condivisa nella democrazia. L’idea che la paura e l’odio debbano essere le pietre a fondamento della nuova Europa ci riporta al 1930. l’Europa corre il rischio di trasformarsi in una gabbia di ferro. Spero che la cancelliera non voglia lasciarci un’eredità  come questa”.

Claudi Perez
(da “El Pais”)

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IL TRAPEZISTA SENZA RETE: QUANTO MANCA ALLO SCHIANTO DI RENZI?

Agosto 2nd, 2015 Riccardo Fucile

ORMAI HA FINITO IL SUO CICLO, GLI ELETTORI NON GLI CREDONO PIU’

Sarà  vero, come scrive il Financial Times, che “il vento che spingeva Renzi si è già  fiaccato”?
A leggere i sondaggi, si direbbe di sì. E anche a giudicare dai continui errori da pugile suonato che commette il premier da quando ha perso le prime elezioni della sua vita: le amministrative.
La sua sintonia e sincronia con gli umori popolari sembrano evaporate nel giro di due mesi: mentre suonano nuove campane a morto sull’occupazione e l’annunciata ripresa (85 mila posti di lavoro persi durante il suo governo), lui si occupa di occupare la Rai; mentre persino Mattarella annusa l’aria e ripete che la priorità  assoluta è la lotta alla corruzione e all’evasione, lui imbarca dieci impresentabili al seguito del plurimputato Verdini e si prodiga per salvare dall’arresto uno come Azzollini; e mentre l’Italia viene continuamente richiamata dalla Corte di Strasburgo e dalla Consulta ai suoi doveri di legiferare in materie sensibili che la vedono ultima ritardataria in Europa, lui cerca voti per una riforma del Senato che interessa solo a lui per cancellare le elezioni dei senatori e farli nominare dalle sputtanatissime Regioni.
Ma ci sono altre questioni più sostanziali che mettono a repentaglio il suo governo, sempre più precario come un trapezista senza rete:tutti ne osservano le evoluzioni aeree e si domandano se e quanto manca allo schianto.
Che però, per fortuna (dei trapezisti e di Renzi) non sempre si verifica.
La squadra. L’allora amico Diego Della Valle, due anni fa, gli aveva suggerito di non avere fretta di conquistare Palazzo Chigi e di usare il plebiscito delle primarie che l’aveva issato alla guida del Pd per costruirsi un team di collaboratori validi e competenti, ma anche per girare l’Europa, accreditarsi, studiare, imparare il mestiere di premier e prepararsi per le prossime elezioni.
Così Renzi avrebbe potuto presentarsi con la sua squadra e il suo programma agli elettori e, se questi — com’era prevedibile — l’avessero premiato, sarebbe salito a Palazzo Chigi con una maggioranza omogenea e compatta.
Renzi invece scelse di bruciare le tappe senza passare dalle urne, portando al governo un’Armata Brancaleone di bassissimo profilo.
E in Parlamento si ritrovò tre Pd: qualche decina di veri fedelissimi; altrettanti nemici giurati; e una pletora di volta gabbana bersaniani convertiti al renzismo per puro opportunismo, dunque pronti a tradirlo al primo inciampo.
I quali per giunta, essendo stati eletti in base a un programma opposto al suo, se gli votano contro non possono essere accusati di tradimento.
Perchè a tradire il mandato è proprio Renzi con le sue politiche berlusconiane su lavoro, giustizia, scuola, Costituzione, sanità  e così via.
L’Europa. Giunto al governo come un parvenu spuntato dal nulla, Renzi ha sprecato il semestre europeo in chiacchiere inconcludenti, restando a livello internazionale quello che era all’inizio: un peso piuma, un pelo superfluo delle cancellerie comunitarie.
Il suo vacuo agitarsi fra la contestazione degli euroburocrati, le polemiche inconcludenti con i partner sull’immigrazione, l’oscillare frenetico tra i bacetti alla Merkel e gli ammiccamenti a Tsipras, fra i give me five a Obama e le genuflessioni a Putin, fra la tentazione di sforare il parametro del 3% e la guardia montatagli da un’occhiuta sentinella del rigore come Padoan (messo lì da Napolitano e chi per lui) hanno vieppiù peggiorato le cose, replicando — con qualche volgarità  in meno — le pantomime del Cavaliere oltre la cinta daziaria.
L’economia. Puntare tutto sugli 80 euro (11 miliardi all’anno buttati dalla finestra per una mancia a pioggia che non sposta i consumi di un decimale) e sull’effetto drogante del Jobs Act (incentivi alle imprese per assumere a tempo indeterminato, ma con la libertà  di licenziamento che trasforma i contratti stabili in precari) si è rivelato un tragico errore di agenda: le poche risorse disponibili potevano essere impiegate in politiche più forti sullo Stato sociale, tipo quel reddito minimo o di cittadinanza che esiste in tutta Europa fuorchè — guarda caso — in Italia e in Grecia; e da un primo taglio fiscale alle piccole e medie imprese.
Ora la coperta è corta, anzi è strappata e ogni annuncio sul fisco suscita l’ilarità  generale perchè lo sanno tutti che è già  un miracolo se le tasse non saliranno ancora.

Marco Travaglio
(da “il Fatto Quotidiano”)

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